Un romanzo giapponese: Natsume Sōseki, KOKORO (prima parte)

Kokoro

Circa quarant’anni fa qualcuno mi regalò un libro che mi sembrò strano – il fatto che me lo regalassero, non il libro in sé. Era di un giapponese, Natsume Sōseki (sulla copertina, veramente, veniva prima il nome e poi il cognome, secondo l’uso occidentale: Sōseki Natsume), e il titolo era Kokoro. Un oggetto grazioso: in-sedicesimo, rilegato in tela con impressioni in oro, bei caratteri, sovraccoperta raffinata. Era un volume della Bibliothek der Weltliteratur dell’editore Manesse, anno 1976. All’epoca vivevo in Germania, perciò si trattava di una traduzione tedesca. Mi sembrò strano perché né io né la persona che me lo regalò avevamo un particolare interesse per il Giappone, anzi di fatto non ne sapevamo quasi niente. In quegli anni leggevo esclusivamente letteratura tedesca e francese, avevo lacune enormi da colmare e poco tempo o interesse per altro. Il romanzo (perché di romanzo si tratta) è del 1914. Per me era fuori da ogni contesto. Così non lo lessi. Il libro mi seguì da un trasloco all’altro senza essere aperto; c’è voluta un’esplosione di nippomania perché andassi a ripescarlo dallo scaffale dove si trovava. Avevo appena finito (controvoglia) un romanzo francese contemporaneo piuttosto mediocre. Già le prime pagine di Kokoro sono state come bere un bicchiere di acqua pulita.

Natsume Sōseki (1867-1916) visse nell’era Meiji, cioè nel periodo di regno dell’imperatore Meiji (1867-1912) che subito dopo l’ascesa al trono abolì lo shogunato Tokugawa durante il quale, per quasi tre secoli, il Giappone si era chiuso all’Occidente. Meiji destituì l’ultimo shogun (=comandante militare) Tokugawa Yoshinobu, prese direttamente il potere (restaurazione Meiji), trasferì la capitale dall’antica sede di Kyoto a Edo, il cui nome fu cambiato in Tokyo, e diede inizio all’occidentalizzazione del Giappone a tappe forzate[1]. Sōseki stesso fu chiamato a contribuirvi: per due anni, dal 1900 all’inizio del 1903 il governo lo mandò a studiare in Inghilterra; al ritorno insegnò letteratura inglese all’Università Imperiale di Tokyo. Sull’occidentalizzazione del Giappone scrisse più tardi “that the entire Japanese nation was being forced into the collective equivalent of a nervous breakdown by having to assimilate several centuries of Western civilization in the course of a few short decades”[2].

Kokoro è il penultimo dei romanzi pubblicati da Sōseki ed è considerato il suo capolavoro – il capolavoro di uno scrittore che continua a essere fra i più amati del Giappone moderno. Il titolo, che l’edizione tedesca lasciava nella lingua originale, è stato variamente tradotto in italiano: Anima (Editoriale Nuova, Milano, 1981, SE 1993, Neri Pozza 1999), Il cuore delle cose (Neri Pozza 2001)[3], Anima e cuore (nuova traduzione di Antonio Vacca, Youcanprint 2013). Sembra che la parola “kokoro” (da pronunciare ossitona) indichi un concetto che ci è estraneo, qualcosa come “cuore-mente”, intraducibile in una lingua occidentale. Ma nel romanzo questa parola a cosa si riferisce? Come appare?

Non è facile rispondere. Nel romanzo ci sono menti che brancolano nella nebbia e non riescono a afferrare le cose per quello che sono; e cuori che per spiegabili o inspiegabili rigidità della mente non danno libero corso a ciò di cui sono pieni, o lo fanno troppo tardi, quando le circostanze hanno reso le loro verità colpevoli o inopportune. Sembra che il romanzo sia dominato da uno sfasamento: un’incapacità, da parte della mente e del cuore, di afferrare, di muoversi in sincronia con gli eventi; un rammarico, che può arrivare fino al rimorso più durevole e acuto, per non aver capito, per non aver parlato. Kokoro indicherebbe in questo caso, se posso permettermi un’interpretazione non filologica, l’accoramento di sapersi colpevolmente e inevitabilmente inadeguati.

Il romanzo ruota attorno a due personaggi: uno studente, e il “Maestro”: un uomo più anziano, colto, benestante, che non esercita alcuna professione benché ci venga detto che possiede vaste e approfondite conoscenze. Il Maestro rappresenta per lo studente la più importante, forse l’unica reale persona di riferimento; egli si sente talvolta ferito o deluso dal distacco e dall’apparente indifferenza del Maestro  – così ad esempio durante la cena per festeggiare la laurea: “«Congratulazioni!», disse, e sollevò la tazza di sakè. Ma io non riuscii a rallegrarmene veramente. In parte perché io stesso non ero dell’umore giusto; ma anche il suo tono mancava dello slancio necessario a suscitare in me la gioia. Rise mentre brindava alla mia laurea. Non che vi cogliessi dello scherno, tuttavia il suo riso mancava di cordialità. Sembrava più che altro voler dire che in queste occasioni, appunto, si usa congratularsi”. Lo studente si sente sminuito da queste mancanze di adesione; tuttavia il Maestro è il polo magnetico che orienta il carattere indeterminato della sua esistenza.

Può essere interessante soffermarsi sulle circostanze in cui lo studente – che narra in prima persona le prime due parti del romanzo e come gli altri personaggi rimane senza nome – fa la conoscenza del Maestro. Ciò avviene d’estate, sulla spiaggia di Kamakura, località balneare non lontana da Tokyo:

“Quando vidi il Maestro in quel chiosco[4] si era appena cambiato per scendere in acqua; io invece ne uscivo e camminando su e giù lasciavo che il vento mi asciugasse la pelle. Fra noi due si muovevano innumerevoli teste di capelli neri che mi impedivano di continuo la vista. Non ci fosse stata, ad attirare la mia attenzione verso quell’uomo, una circostanza particolare, molto probabilmente non avrei fatto caso a lui. Benché l’intera spiaggia fosse un unico brulichio di gente e io me ne stessi lì piuttosto assonnato, il Maestro risvegliò immediatamente la mia curiosità: era in compagnia di un europeo.”

Dell’europeo si saprà poco o nulla ed egli scomparirà dalla narrazione come un fantasma o un segnacolo soprannaturale, la cui funzione è stata di favorire l’incontro e che svanisce dopo averla svolta. Invece le “innumerevoli teste” in movimento compaiono altre volte in queste primissime pagine: “Talvolta il mare brulicava di piccole teste nere come in un bagno pubblico”; a Yuigahama, una spiaggia frequentata da europei, [le donne] portavano quasi tutte delle cuffie di gomma che ballonzolavano su e giù fra le onde come foglie marroni, verdi o blu”. È come se il Maestro emergesse, grazie a un “marcatore” che poi si volatilizza, su uno sfondo di disordinati elementi in movimento, il cui effetto sarebbe altrimenti di provocare la confusione e il disorientamento.

Alla partenza del Maestro, di cui nel frattempo si considera amico, lo studente gli chiede se a Tokyo qualche volta potrà andare a trovarlo. “Sì, venga”, risponde il Maestro, e lo studente si sente ferito dall’asciuttezza della risposta, che si aspettava più calorosa.

“Da questo punto di vista egli mi deluse spesso. Talvolta pareva accorgersene, ma per lo più non sembrava farci caso. Benché simili delusioni continuassero a presentarsi, non pensai mai di rinunciare alla sua amicizia – anzi, provavo più forte il desiderio di capirlo fino in fondo. […] Del resto fin dall’inizio non si trattò, da parte sua, di antipatia nei miei confronti. Il saluto all’occasione asciutto, i modi, con me, apparentemente freddi non erano l’espressione di un qualche disagio volto a scoraggiarmi. Era il suo modo di mettere in guardia coloro che volevano avvicinarglisi; voleva far capire che non era degno della loro amicizia”.

In tutti gli ambiti che implicano un maggiore e più deciso coinvolgimento nella vita – amicizia, amore, professione – il Maestro esibisce un inspiegabile ritegno, una restrizione autoimposta che lo trattiene al di qua di una linea che lui stesso si è tracciata. Della professione abbiamo già detto che non ne esercita alcuna, benché le conoscenze che possiede e gli studi che continua a coltivare potrebbero essere spesi con vantaggio di tutti; la sua frequentazione di altri esseri umani è ridotta al minimo; lo studente è un’eccezione, dovuta forse all’ostinazione con cui, fin da subito, si è attaccato a lui; ma anche lo studente, come abbiamo visto, si trova spesso confrontato a un muro di freddezza, a un’opacità che non sa come interpretare; resta l’amore: il Maestro è sposato, la moglie è una donna molto bella che lo ama, che non ha mai amato nessun altro. Anche per il Maestro la moglie è stata l’unico amore, dunque sembrerebbe che, almeno sotto questo aspetto, la felicità debba essere assicurata. Tuttavia non è così, o almeno non come ci si aspetterebbe: la moglie, senza essere propriamente infelice, è tormentata da quella specie di mutilazione psicologica che avverte nel marito. Parlando con lo studente, una sera in cui il Maestro è assente, gli confessa di essere convinta che, poiché il Maestro disprezza il mondo, egli debba necessariamente disprezzare anche lei. Oppure, pensa la povera donna, vale il contrario: poiché il Maestro non la ama, anche il resto del mondo gli è venuto a noia. Lo studente, come del resto il Maestro ogni volta che la moglie cerca di estorcergli una spiegazione, vuole convincerla dell’infondatezza delle sue supposizioni; tuttavia, per quanto essi si interroghino e cerchino la causa reale, non trovano nulla – tranne che, ed è la moglie che lo dice, il Maestro ha cominciato ad essere così dopo la morte improvvisa di un amico a cui era molto legato.

Se volessimo ora trarre una conclusione provvisoria sulla malattia dello spirito (se malattia è) che affligge il Maestro, dovremmo dire che egli vive, ma rifiuta di aderire alla vita. Egli vive, se vogliamo, con riserva – e la riserva si allarga, occupando sempre più gli spazi destinati alla vita.

Perché ciò accada il lettore lo scoprirà nella terza parte del romanzo (anche se già nella prima sono disseminati numerosi indizi). La prima, Il Maestro e io, si conclude intanto con la laurea dello studente. Nella seconda, I miei genitori e io, lo studente ci racconta l’estate trascorsa nella casa dei genitori in una lontana provincia. I genitori sono piccoli proprietari terrieri, gente semplice. Il padre si rende conto che, come già è successo per gli altri figli, anche l’ultimo, avendo studiato, dovrà cercare la sua strada altrove, probabilmente a Tokyo. Da una parte spera che grazie agli studi avrà un posto ben pagato che gli faccia fare bella figura con i vicini – anzi, se lo aspetta –, dall’altro si rende conto, tristemente, che “far studiare i figli ha anche degli svantaggi. Quando finalmente si sono laureati si può star sicuri che non tornano più a casa. Farli studiare significa quasi separare i figli dai genitori”.

Questa seconda parte costituisce una specie di contraltare alla prima e contrappone la filiazione spirituale alla filiazione naturale, il legame con il Maestro, basato sul fascino, l’affinità e la scelta, a quello con i genitori, sostanziato di affetto e compassione, ma minacciato di inconsistenza per l’impossibilità di capirsi fra persone che ormai appartengono a mondi diversi. Di questa opposizione – che è anche un parallelismo – il narratore è cosciente: “Benché [il Maestro] e mio padre risvegliassero in me idee completamente diverse, proprio per questo non smettevo di confrontarli o di metterli idealmente in rapporto fra loro”. Il problema che si pone per lui infatti è quello della filiazione, dunque della propria identità.

Ma il parallelo fra il Maestro e il padre non è l’unico che si costruisce, come per forza propria, nel corso dell’estate oziosa e sonnolenta cullata dal frinire triste delle cicale. Il padre è da tempo malato: una malattia dei reni che in qualsiasi momento può peggiorare e portarlo rapidamente alla morte. Ora, nella canicola di luglio giunge la notizia della malattia dell’imperatore Meiji. Ogni giorno i quotidiani informano sugli sviluppi, e a rischio di apparire irriverente il padre osserva che la malattia dell’imperatore – che egli chiama sempre e soltanto il Figlio del Cielo – assomiglia  alla sua. Questo è storicamente vero: l’imperatore Meiji, affetto da diabete e da nefriti ricorrenti, morirà di uremia il 30 luglio 1912. Che Sōseki abbia scelto per il padre la stessa malattia dell’imperatore non è un caso. In quell’estate del 1912 la morte dell’imperatore a Tokyo – un evento storico – e la morte umile del padre nell’anonima provincia significano per il narratore – e forse per un’intera generazione – la scomparsa di ciò che ancora costituiva un legame con un’identità forte del Giappone: un’immagine di sé e del Paese in cui ogni individuo – di per sé di scarso valore – aveva la sua collocazione necessaria e precisa in una struttura collettiva definita e potente. Anche il narratore, che non si sognerebbe di chiamare l’imperatore “il Figlio del Cielo”, avverte il senso di angoscia e di smarrimento:

“Sedetti al mio tavolo e cercai, col giornale ancora in mano, di immaginarmi la lontana Tokyo. Cercai di rappresentarmi, soprattutto, l’atmosfera cupa in cui la più grande città del Giappone doveva trovarsi in quel momento. Nel centro di questa città, giorno e notte sotto la sferza di un’attività inquieta, una città che nonostante il lutto doveva continuare a vivere, vedevo, simile a un punto luminoso, la casa del Maestro. E non mi accorgevo di come questa luce venisse inesorabilmente trascinata dentro il vortice silenzioso; nessun presagio mi diceva che presto anche questa luce si sarebbe spenta per sempre.”

Alla morte dell’imperatore segue un tempo di sospensione, fino ai funerali solenni in settembre. Pochi giorni dopo le esequie dell’imperatore il generale Nogi, l’eroe della guerra russo-giapponese, segue il suo signore nella morte commettendo seppuko, accompagnato dalla moglie che commette jigai[5] al suo fianco. “Ma è orribile, orribile!” esclama il padre del narratore, ormai gravemente malato, che legge per primo la notizia sul giornale.

“I giornali erano pieni di notizie che noi, in campagna, aspettavamo con ansia. Io mi sedevo di fianco a mio padre e glieli leggevo accuratamente. Quando non avevo tempo, me li portavo in camera e li leggevo senza saltare una riga. Avevo sempre davanti agli occhi le immagini del generale Nogi in uniforme e di sua moglie in abito di dama di corte.”

Questi eventi che al narratore, costretto dalla malattia del padre all’esilio e all’immobilità, arrivano come echi lugubri e grandiosi della sua propria situazione, avranno nella “grande città inquieta” altre conseguenze – conseguenze inevitabili come gli effetti di leggi fisiche o meccaniche – come cerchi sull’acqua che, una volta originati, non possono che continuare a prodursi. Ma di questo – che costituisce la terza parte ed è quasi un romanzo nel romanzo – nel prossimo post.

 

[1] L’apertura all’Occidente fu meno un’evoluzione autonoma che la conseguenza di un’operazione di scasso: nel luglio 1853 le “navi nere” statunitensi al comando del commodoro Matthew Perry avevano costretto lo shogun Tokugawa Ieyoshi, sotto minaccia di un bombardamento, ad aprire il paese al commercio con l’Occidente e a accettare i “trattati ineguali”.

[2] Damian Flanagan, The hidden heart of Natsume Soseki , The Japan Times, 26.11.2016

[3] Nonostante il titolo modificato si tratta sempre, anche per l’ultima ristampa Neri Pozza del 2014, della vecchia e poco accurata traduzione di Nicoletta Spadavecchia.

[4] Si tratta di una costruzione sulla spiaggia dove i bagnanti possono cambiarsi, ripulirsi dall’acqua di mare, bere tè ecc. (NdR)

[5] Suicidio rituale femminile attraverso il taglio della carotide o della giugulare.

Una donna

C’è una donna che nasce nel 1955 dalle parti di Reggio Emilia. Verso il ’76 o il ’77 si sposa o si accompagna, non sappiamo. Ha due figli uno dopo l’altro, una femmina (a) e un maschio (b). Quando i bambini hanno undici o dodici anni il marito, o l’uomo, se ne va. La donna è infermiera, si trova in una situazione difficile, porta a casa, per i figli, il cibo dalla mensa dell’ospedale. Il marito, o l’uomo, è andato via, non si fa più vedere, non dà un soldo per i figli. A volte la madre porta ai figli cibo dalla mensa dell’ospedale. Poi non sappiamo. Poi la donna e il marito, o l’uomo, sono in ottimi rapporti, si vogliono bene, nessun rancore. Il marito, o l’uomo, che potremmo chiamare anche il padre, si risposa, o si riaccompagna, non sappiamo, ha un altro figlio (c) molto più giovane dei precedenti. Poi se ne va, poi si accompagna con un’altra donna, poi non sappiamo. Nella folla che presenzia al matrimonio della figlia (a) con Dominique si distinguono: la madre, il nuovo compagno della madre, le zie del nuovo compagno della madre, il fratello (b), il padre, la seconda compagna del padre, il figlio (c) del padre e della seconda compagna, la terza compagna. L’atmosfera è molto calorosa, più tardi la figlia (a) si separa da Dominique; poi non sappiamo, poi conosce Baptiste e rimane inaspettatamente incinta, quindi convive con Baptiste. È in ottimi rapporti con Dominique, ultimamente si vedono molto spesso perché devono divorziare, e questo è un problema perché sono sposati in Italia ma non in Francia, però vorrebbero divorziare in Francia e non in Italia perché in Italia la procedura è più costosa. Per fortuna in Francia li segue la moglie separata di Diego che è avvocato (la moglie, non Diego), carina da morire, naturalmente Diego ha sofferto enormemente però adesso ha una nuova compagna e con la ex moglie è selbstverständlich ottimi rapporti e con l’aiuto della ex moglie di Diego prima o poi si risolverà anche la storia del divorzio francese del matrimonio italiano della figlia (a) con Dominique. Questo però riguarda la figlia (a) e solo marginalmente la donna, benché in realtà quando la figlia (a) è rimasta incinta ci sia stata fra loro una grande complicità telefonica, il che tanto più stupisce se si considera che la donna nel frattempo ha avuto un ictus, è paralizzata dalla vita in giù, ha perso la parola, l’area del cervello preposta al linguaggio è andata, i medici hanno detto che non recupererà. Lei però ha sviluppato delle sillabe sue, lei ha le sue sillabe quindi fa lunghe telefonate con la figlia e c’è fra loro una grande complicità grazie alle sillabe. La donna è una bella donna, è molto femminile, ha qualcosa di molto femminile. Dopo che il marito, o l’uomo, non sappiamo, è andato via lei ha trovato un altro compagno, un compagno bravissimo, innamoratissimo, un dono del cielo. Il nuovo compagno ha dieci anni meno di lei, è, o era, operaio, ha perso il lavoro, ma meno male così la può curare, la cura con dedizione, si dedica totalmente alla cura di lei. La cura già prima dell’ictus perché già prima dell’ictus la donna è malata, ha il diabete, ha un diabete che non vuole curare, è obesa, già prima dell’ictus deve smettere di lavorare, ha il diabete ha problemi di reni le viene un ictus ma meno male che il compagno è disoccupato e può occuparsi di lei, può dedicarsi completamente a lei e curarla. Se ha perso il lavoro in concomitanza dell’ictus o già prima non sappiamo. Il compagno la ama moltissimo, si dedica completamente a lei, anche le zie del compagno la amano moltissimo e non c’è da stupirsi perché lei è una donna che merita tutto questo amore e anche di più. Quando la donna ha l’ictus si scopre che era ludopatica e che in seguito alla ludopatia ha accumulato settantamila euro di debiti che sono stati pagati in seguito con grande fatica. Questa storia della ludopatia nessuno se ne era accorto e è saltata fuori solo per i settantamila euro di debiti e il fatto in sé non sappiamo ma ci pare sia stato inglobato nel grande amore che tutti provano per la donna. La donna che soffre da anni di diabete che non ha mai voluto curare e è obesa e ha problemi di reni e poi ha avuto anche l’ictus a un certo punto comincia a stare molto male, è ricoverata, ma fortunatamente avendo lavorato come infermiera si trova in un ambiente familiare, familiarizza con tutti e all’ospedale non si trova poi male perché tutti la amano e è un ambiente familiare. Sembra anche che si riprenda ma cade, fa una caduta, con la caduta il suo stato di salute precipita, i reni non funzionano, è gonfia, sempre più spesso non è cosciente, sta tre mesi all’ospedale ma non è mai da sola, non un minuto, non un secondo, il compagno la assiste, il figlio (b) la assiste, le zie del compagno fanno le notti, per tre mesi fanno le notti, non ne saltano una, non un minuto la donna è lasciata da sola nell’ospedale dove comunque tutti la conoscono e la amano perché è una donna che merita molto amore. In capo a tre mesi di ospedale la donna muore. Non ha nemmeno sessantatré anni. Al funerale ci sono tutti, probabilmente tutti quelli che erano al matrimonio della figlia (a), più molti altri; sono venuti, da Brescia, tutti i parenti del compagno. È una grande consolazione vedere tutta questa gente al funerale, tutta questa gente che ha amato tanto questa donna che ha meritato tanto amore.

(Sentito al ristorante qualche giorno dopo il funerale della donna)

RECENSIONE DI UNA RECENSIONE – Sul romanzo di prossima uscita “Divorare il cielo” di Paolo Giordano

Giordano

Sul Corriere di ieri due pagine erano quasi interamente occupate dal romanzo di prossima uscita Divorare il cielo di Paolo Giordano: sei colonne dalla recensione di Davide Casati e due da un estratto del romanzo. Un trafiletto ci informava inoltre che La Lettura del 25 febbraio ne ha proposto un’ampia anticipazione appositamente illustrata da un artista. Insomma, un evento.

Io il libro, che deve ancora uscire, non l’ho letto. Né lo leggerò. Un romanzo con un titolo e una copertina così si pone da sé – diciamo si posiziona – fuori dai miei interessi di lettura. Però la recensione l’ho letta, per curiosità.

Ora questo Davide Casati, che non ho la più pallida idea di chi sia, non scrive una recensione bensì un peana, un inno di lode, un Te Deum di ringraziamento a Paolo Giordano che “torna ad accompagnarci lungo percorsi di formazione: dall’adolescenza dei protagonisti, sul finire degli anni Novanta, fino all’età adulta”. Sì, perché visti i flop degli ultimi due romanzi Giordano ha pensato bene di tornare ai temi (e, spera, ai fasti) del primo.

Stavolta però lo fa “inseguendo lungo un intreccio vertiginoso la domanda che muove nel profondo” eccetera. Della domanda che muove nel profondo non me ne frega un accidente; mi interessa, invece, “l’intreccio vertiginoso”. A quel che emerge dalla recensione, la trama, che Casati qualifica di “meccanismo emozionale e millimetrico”, si dipana fra un tentativo di restaurare il Giardino dell’Eden in una masseria pugliese e la rivolta dell’eroe tenebroso, tormentato e tormentante. “Ramingo” lo immagina l’amata, come Caino nella Bibbia o Aragorn nel Signore degli Anelli.

Già: l’amata – perché il ramingo è implicato in un “amore totale”, al quale si concede però a tratti, quando emerge dagli Inferi e prima di tornarci, precipitando dalla scalata all’Olimpo.

Gli Inferi ci sono per davvero: e sono il luogo nascosto e bruciante del Grande Segreto, la verità multistrato che verrà svelata a poco a poco come si sbuccia una cipolla e il cui senso è senz’altro di tenere avvinto il pubblico fino a p. 434 col miraggio del nucleo ultimo e onniesplicativo.

L’intreccio vertiginoso è lì per fare ciò che devono fare gli intrecci vertiginosi: tener desto l’interesse dei lettori quando non ci sia altro, nel romanzo, atto a tenerlo desto. E che le cose stiano così lo conferma la scelta dell’estratto pubblicato: che da un lato allude chiaramente al Grande Segreto, e dall’altro mostra come la prosa di Giordano, senza il Grande Segreto, non terrebbe desto l’interesse di nessuno:

“Nicola gli cinse il collo. «Ecco lo sposo. Viva lo sposo!» strillò. «Cameriere, tre bicchieri, presto. Facciamo un brindisi allo sposo!» […]

«Allora, sposo, ci racconti», gli mise davanti un microfono inesistente. «Come ci si sente a promettere fedeltà in questo luogo maledetto?»

Bern prese un respiro profondo. Posò il bicchiere sul tavolo e fece per tornare alla zona del ballo. Ma Nicola non aveva finito. Di colpo tornò serio. Gli domandò:

«Almeno lei lo sa dove si sta sposando?»

«Abbiamo fatto un giuramento», disse piano Bern.

Nicola si avvicinò a lui di un passo.

«Perché se non lo sa, posso sempre spiegarglielo io».

A quel punto fu Bern ad avvicinarsi. Lo guardava da sotto in su, senza la minima traccia di paura o sottomissione.

Scandì per bene: «Se tu pronunci anche una sola parola con lei, io ti ammazzo».”

A parte ogni altra considerazione, chi direbbe «Cameriere, tre bicchieri, presto»?

Ma veniamo alle altre considerazioni: siamo passati attraverso il Novecento – il primo e il secondo –, attraverso due guerre mondiali, attraverso Kafka, Broch, Svevo, il surrealismo, Nathalie Sarraute per dirne una, Carlo Emilio Gadda che mi piace ma mettiamoci anche Calvino che non mi piace, siamo passati attraverso un sacco di gente che ha fatto i salti mortali per non scrivere “la marchesa uscì alle cinque”, e non perché nella frase c’è una marchesa ma perché non è più possibile scriverlo, siamo passati attraverso tutto questo per approdare a uno che ti scrive: “«Abbiamo fatto un giuramento», disse piano Bern”, e con questo vuol dire precisamente che un tizio di nome Bern a un certo punto ha pronunciato a bassa voce la frase “abbiamo fatto un giuramento”. Be’, congratulazioni.

E ricordiamoci, per favore, che non siamo in America, dove almeno fino a tempi recenti era ancora possibile che qualcuno uscisse di casa alle cinque; siamo nella provincia più retrograda e insignificante di un continente che a sua volta è sulla via di essere retrocesso a provincia.

Però abbiamo fatto un giuramento. Cazzo se lo abbiamo fatto.

I PECCATI CAPITALI. L’ACCIDIA

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Per necessario contrasto, in queste giornate di primavera in cui oltretutto è esploso un caldo fuori stagione, chi non prova un segreto fastidio per il trionfo del sole?

Se qualcuno c’è che non prova fastidio (e ci sarà, ci sarà…), gli comunico che è rimasto indietro di duecento anni.

Ma in onore degli altri, di quelli abbastanza al passo coi tempi, quelli che magari sono rimasti indietro ma solo di una tacca e non di venticinque, in onore di quelli che nel pieno sole hanno nostalgia dell’oscurità e delle fumigazioni, cominceremo la rassegna dei peccati capitali con l’accidia, che come tutti sanno si acutizza nei cambi di stagione.

O nobili accidiosi, che con più recente vulgata siete detti depressi, occhio a quello che rischiate:

Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra”.

(Inferno, VII)

Sappiate che, poiché siete stati male di qua, di là starete peggio.

CHE VOI SAPPIATE – SI SEPPELLISCONO LE CRISALIDI? “SIDO” E L’INFANZIA DI COLETTE

Sido
Sido e il Capitano

Colette – pseudonimo dal sapore vecchiotto di Sidonie-Gabrielle Colette –, scrittore fra i massimi francesi della prima metà del Novecento, nata nel 1873 a Saint-Sauveur-en-Puisaye, nella Bassa Borgogna, e morta nel 1954 a Parigi dove la Chiesa rifiuta il rito religioso ma le vengono tributati funerali di stato[1], pubblica nel 1930, quando la sua reputazione letteraria è già ben affermata, uno smilzo libretto in tre parti il cui titolo generale, Sido, riprende quello della prima parte (le altre due sono Il Capitano e I selvaggi). “Sido” è l’abbreviazione di Sidonie ed è il nome col quale il padre – il Capitano[2] –, e soltanto lui, chiamava la madre, Sidonie Colette. Se aggiungiamo che i “selvaggi” sono i due fratelli maggiori, avremo, nella sua completezza[3], una rievocazione dell’infanzia dominata dalla figura sovradimensionata e sciamanica della madre.

Nel vasto giardino sul retro della casa di Saint-Sauveur (la facciata, come tutte le altre, dà sulla strada), dove al contatto con la terra e la vegetazione, quasi ne assorbisse le energie, si rigenera, la madre è al centro della rosa dei venti: l’Est e l’Ovest le trasmettono presagi, trasportano magicamente le voci dei vicini, invisibili dietro le siepi e i muri di cinta, che lei sembra evocare e orchestrare; le setole dell’avena barbata le forniscono affidabili barometri, dalle zampe della gatta prevede il disgelo o il freddo intenso. Il mondo animale e vegetale, che le è permeabile, prospera sotto la sua egida.

In quest’opera, come in altre di Colette, la zoologia e la botanica sono messe ampiamente a contribuzione; il lettore inesperto di prati e giardini deve armarsi di pazienza e scoprire, ad esempio, cosa sono l’olmaria o il lupino blu, andare a vedere che faccia hanno. Oppure se ne frega e tira dritto, opzione molto praticata, e a ragione; tuttavia biasimevole forse, in un testo così breve e dove l’elemento vegetale occupa tanto spazio. Quindi io, coscienziosamente, andavo a vedere, e mi sono imbattuta nel vaso di terra da cui ancora non spunta niente; Sido non ricorda se vi ha interrato dei bulbi di croco o una crisalide di “paon-de-nuit”. Naturalmente sono convinta che questo “paon-de-nuit” sia una pianta da fiore, e “crisalide” un termine un po’ bizzarro per indicarne il seme o il bulbo o qualcosa del genere. Sono sconcertata quando scopro che è una grande farfalla variopinta – saturnia del pero in italiano – e che crisalide è da intendersi in senso proprio. Ma che senso ha interrare una crisalide? E guai a scoprirla, dice Sido: al contatto con l’aria morirebbe. Leggo tutti gli articoli sulla saturnia del pero che trovo su internet, ma da nessuna parte si parla di una tendenza di questo lepidottero a interrarsi per la muta: il bozzolo aderisce saldamente al tronco o al ramo di un albero, e questo è tutto. Il mistero di Sido che interra una crisalide di farfalla in una vaso da fiori è fitto, e fitto rimane.

Ma che importanza ha, dice la collega di madrelingua M.me Ploquin, digiuna, al pari di me, di entomologia; è un dettaglio senza importanza, tira via.

Si fa presto a dire senza importanza. Potrebbe essere un dettaglio magico: una di quelle cose che non tornano, che strizzano l’occhio e fanno segno.

Le case di Saint-Sauveur hanno tutte un giardino sul retro; i giardini sono blandamente separati da un muro, una siepe, un filare; formano una comunità aerea in cui ci si sente ma non ci si vede, in cui i messaggi sono affidati alle voci trasportate dagli impalpabili venti.

Dal nostro giardino sentivamo, al Sud, Miton starnutire mentre zappava e parlare al suo cane bianco al quale, il 14 luglio, tingeva la testa di blu e la groppa di rosso. Al Nord la signora Adolphe canticchiava una canzone di chiesa mettendo a mazzetti le viole per l’altare della nostra chiesa colpita dal fulmine e senza più campanile. All’Est, una scampanellata triste annunciava un cliente del notaio… Cosa mi parlano di diffidenza provinciale? Bella diffidenza! I nostri giardini si dicevano tutto.

Oh! amabile civiltà dei nostri giardini! Affabilità, scambi di cortesie da orto a aiuola fiorita, da aia a boschetto! Che male poteva mai venire da oltre un muro di confine, lungo i colmi di piastre intonacate di lichene e borracina, passeggio di gatti e di gatte?

Alla civiltà dei giardini si oppone la rozzezza della strada:

Dall’altra parte, sulla strada, bighellonavano i bambini insolenti, giocavano alle biglie, sollevavano le sottane per saltare il rigagnolo; i vicini si squadravano e tiravano un accidente, una risata, una buccia di qualcosa dietro ogni passante, gli uomini fumavano sulla soglia di casa e sputavano… Color grigio ferro, a grandi persiane scolorite, la nostra facciata si socchiudeva appena sulle mie scale maldestre al pianoforte, su un cane che abbaiava in risposta al campanello, sul canto dei canarini in gabbia.

Compostezza della facciata dei Colette in opposizione alla sguaiataggine delle altre. E forse l’amabilità magica dei giardini, inspiegabile a fronte di sì rozze facciate, è anch’essa un effetto della magia silvana di Sido:

Forse i nostri vicini imitavano, nei loro giardini, la pace del nostro giardino dove i bambini non strillavano, dove uomini e bestie si esprimevano con dolcezza, un giardino dove, per trent’anni, un marito e una moglie hanno vissuto senza alzare la voce uno contro l’altro…

L’opposizione fra strada e giardini si risolve in ultima analisi in un’opposizione fra i Colette e il resto del paese. Opposizione amabile, smussata, forse nemmeno percepita fino in fondo: i Colette non sono, in prima battuta almeno, degli stravaganti o degli emarginati; quando la figlia maggiore – la strana Juliette, lei sì stravagante, forse psicotica – si sposa, le nozze seguono tutte le tappe obbligate dei matrimoni in provincia: cerimonia in chiesa, pranzo infinito dalle infinite portate, ballo fino all’alba al suono del violino. Non fosse che i due fratelli, Achille e Léo, ricorrono a tutti gli stratagemmi, e finalmente alla fuga, per evitare l’insostenibile prolungato contatto con “gli altri”. Non fosse che la madre, in segreto, li approva; è orgogliosa della coscienza, che c’è in loro, di una diversità.

L’eccellenza non è democratica. Ogni eccellenza (eccellenza dell’infanzia, del giardino, della madre) si fonda su una diversità e su una opposizione. La piccola Gabrielle (sette o otto anni) ama l’alba, e la madre le dà l’alba in premio: d’estate la sveglia alle tre e mezza e la ragazzina parte, da sola, verso i terreni lungo il fiume dove crescono il ribes e le fragole.

Mia madre mi lasciava partire, dopo avermi chiamata «Bellezza, Gioiello-tutto-d’oro»; guardava correre e rimpicciolirsi lungo il pendio la sua opera, – il suo «capolavoro», diceva. È possibile che fossi bella; mia madre e le fotografie dell’epoca non sono sempre d’accordo… Lo ero per l’età e per l’alba, per gli occhi azzurri incupiti dalla vegetazione, per i capelli biondi che sarebbero stati pettinati soltanto al mio ritorno, e per la mia superiorità di bambina sveglia sugli altri bambini addormentati.

L’essenziale si definisce per opposizione. Opposizione – nascosta, segreta[4], conciliante quanto vi pare ma opposizione – fra la famiglia Colette, compatta se si eccettua la figlia maggiore che va per le sue vie, e il resto del paese. Ma opposizione anche – per quanto armonizzata, conciliata al possibile – all’interno della famiglia. Se la madre è eccezionale, se la figlia è, o sarà, più eccezionale ancora, qualcuno dovrà farne le spese. Questo qualcuno è il padre, il Capitano.

Il Capitano a cui manca una gamba. Per quanto egli abbia preso la cosa spavaldamente, allegramente quasi, da buon soldato, per quanto apparentemente non gli pesi e non la faccia pesare, nessuno sa come era prima. La moglie stessa lo ha conosciuto che era già “amputato”. Per quanto nessuno sembri dare importanza alla cosa o forse nemmeno rendersene conto, il padre è un amputato.

Il padre è, e sarà fino alla fine, innamoratissimo della moglie. Fino alla fine il suo amore per la moglie sarà passione. Un matrimonio riuscito, non si può dire di no. Tuttavia, per amore della passione, il Capitano rinuncia a un sacco di cose – si amputa di un sacco di cose. Lui, che è per natura cittadino, socievole, portato alla declamazione retorica e allo scambio con la collettività, si adatta alla vita campagnola, silvana, orgogliosamente panica della moglie e dei figli (nemmeno tutti suoi: i due maggiori, Juliette e Achille, sono frutto di un precedente matrimonio di Sido), che al contatto col prossimo preferiscono quello con gli elementi. Cerca di adeguarsi, di collaborare, organizza gite domenicali in calesse con pic-nic in mezzo alla natura, si porta pure la canna da pesca e pesca anche, un’oretta, fa tutto quello che, secondo i cittadini, si fa durante una gita in campagna. Probabilmente non si accorge nemmeno che la famiglia, composta, si annoia. Che quella natura non è la loro natura: è la natura, insulsa, vista da un cittadino. La natura di Sido, di Gabrielle, dei fratelli, è un’altra. Al ritorno dai suoi vagabondaggi dell’alba Gabrielle beve a due sorgenti: “La prima aveva un gusto di foglia di quercia, la seconda sapeva di ferro e di stelo di giacinto… Soltanto a parlarne mi auguro che il loro sapore mi riempia la bocca al momento della fine; mi auguro di portar via con me questo sorso immaginario…”[5]

Alla fine della giornata, dopo aver fatto il suo dovere di capofamiglia, il Capitano balza agilmente, nonostante l’unica gamba, sul calesse e chiama il cane perché salti anche lui. Il cane non si muove; salta invece, e subito, al comando di Gabrielle. Gli animali non obbediscono al Capitano: essi sanno che non è dei loro.

L’eccezionalità si definisce per opposizione e per esclusione. Senza opposizione, senza un contesto da escludere, l’eccezionalità deperisce. Il capitano Colette accettò di essere – pur graziosamente tollerata – quell’opposizione; accettò di essere l’escluso. Si calò nel ruolo con coscienza e abilità; nessuno, dice Colette, si accorse della sua tristezza. Per salvaguardare l’armonia ben orchestrata della famiglia accettò il ruolo di parafulmine. I rovesci finanziari che precipitarono la famiglia da una situazione di agiatezza alle ristrettezze gli furono imputati: “rovinò [mia madre] nell’intento di arricchirla” dice di lui Colette, riprendendo il verbo di Sido. Questa vulgata non fu mai discussa, nella famiglia e fuori, fino al 1992, anno in cui “Marguerite Boivin rifece i conti, basandosi sugli unici elementi sicuri, gli atti notarili”[6] e dalle sue ricerche emerse che Sidonie, vedova Robineau-Duclos, aveva ereditato dal primo marito più che altro debiti, e che l’unico rimprovero che si può fare al Capitano è di non essere riuscito a raddrizzare una situazione già fortemente compromessa, non certo di essere all’origine dei rovesci conseguenti a quella situazione.

Può ben darsi che la crisalide sepolta nella terra da fiori sia proprio lui.

 

[1] Mi chiedo chi possa aver avuto l’idea di un funerale religioso per Colette.

[2] Capitano per davvero: degli zuavi, collocato a riposo dopo aver perduto una gamba nella battaglia di Melegnano (1859, II guerra d’indipendenza italiana).

[3] C’è anche una sorella maggiore che però vive una vita sua, persa nei sogni e nella lettura di romanzi, quasi una Madame Bovary in carne ed ossa; fa un matrimonio precipitoso e infelice, finirà per suicidarsi con la stricnina.

[4] La madre, come la figlia, ha un orrore quasi animale della malattia. (Blandamente) sollecitata a portare dei fiori alla signora Adolphe, malata, Gabrielle fa un salto indietro: “Mia madre mi afferrava per una treccia, e dal suo viso quotidiano balzava fuori, improvviso, il  viso selvaggio, libero da ogni costrizione, da carità, da umanità. Sussurrava: – Taci!… Lo so… Anch’io… Ma non bisogna dirlo. Non bisogna mai dirlo!”

[5] V. nota 1.

[6] Vedi: Colette, Sido suivi de Les vrilles de la vigne, Le Livre de Poche 2004, Avant-propos di A. Brunet.

 

DI COME GARGANTUA MANGIÒ SEI PELLEGRINI IN INSALATA

Rabelais, Gargantua / Illust. v. G. Doré - - Rabelais, François

Dal Gargantua (1534) di François Rabelais:

DI COME GARGANTUA MANGIÒ SEI PELLEGRINI IN INSALATA

La storia richiede che si narri cosa accadde a sei pellegrini che venivano da San Sebastiano, vicino a Nantes, e per ripararsi quella notte, per paura dei nemici, si erano nascosti nell’orto sotto i bastoni dei piselli, fra cavoli e lattughe. Gargantua si sentiva un po’ di arsura e chiese se ci fossero delle lattughe da mettere in insalata, e sentendo che proprio lì se ne trovavano delle più belle e più grandi del paese (avevano infatti le dimensioni di pruni o noci), volle andare lui stesso a raccoglierle e tornò recandone in mano quante gli sembrò buono. Raccolse, assieme alle lattughe, i sei pellegrini, i quali avevano una tale paura che non osavano né parlare né tossire.

Lavandole lui dunque per prima cosa alla fontana, i pellegrini si dicevano l’un l’altro a voce bassa: “Che dobbiamo fare? Finirà che anneghiamo, fra queste lattughe. Non è meglio parlare? Ma, se parliamo, ci ucciderà come spie.”. E mentre così si consultavano Gargantua li mise con le lattughe in un piatto della casa, grande come la botte dell’abbazia di Cîteaux, e con olio sale e aceto le mangiava per rinfrescarsi prima di cena, e aveva già infilato in bocca cinque dei sei pellegrini. Il sesto era nel piatto, nascosto sotto una foglia di lattuga tranne per il bordone che spuntava. Vedendolo, Grandgousier disse a Gargantua:

“Mi pare che ci sia là un corno di lumaca; non mangiatela.

– Perché? (disse Gargantua). Sono buone tutto questo mese.”

E, afferrato il bordone, sollevò insieme a quello il pellegrino e lo mangiava di buon appetito; poi bevve un sorso orrendo di vino pineau, e aspettarono che si apparecchiasse la cena.

I pellegrini così divorati scansarono meglio che poterono le mole dei denti, e pensavano di essere stati gettati in qualche segreta di prigione; e quando Gargantua bevve il gran sorso credettero di annegare in quella bocca, e il torrente di vino quasi li trascinò al gorgo dello stomaco; tuttavia, saltando con i bordoni come fanno i pellegrini del Mont-Saint-Michel, raggiunsero la zona franca al margine dei denti. Sfortunatamente però uno di loro, tastando il terreno col bordone per vedere se erano al sicuro, beccò l’incavo di un dente cariato e colpì malamente il nervo della mandibola causando grande dolore a Gargantua, che infatti cominciò a urlare per il male che sentiva. Per alleviare il dolore si fece portare lo stuzzicadenti, e uscito fuori dove c’era il noce ghiandaio[1], a uno a uno vi snidava i signori pellegrini. Ne acchiappava uno per gambe, l’altro per le spalle, l’altro per la bisaccia, l’altro per la borsa, l’altro per la sciarpa, e il povero diavolo che gli aveva ficcato il bordone nel dente cariato lo agganciò per la patta; fu però per lui una gran fortuna, perché gli forò un ascesso che lo tormentava da quando avevano passato Ancenis.

Così i pellegrini snidati fuggirono di buon trotto attraverso la vigna nuova, e a lui si calmò il mal di denti.

In quel momento fu chiamato a cena da Eudemon poiché tutto era pronto:

“Me ne andrò dunque (disse) a pisciare la mia disgrazia.”

E pisciò così abbondantemente che l’urina tagliò la strada ai pellegrini, i quali furono costretti ad attraversare il canale della Gran Beverata. Di là passando poi al margine del bosco della Touche, nel bel mezzo del sentiero caddero tutti, tranne Fournillier, in una trappola che era stata fatta per prendere i lupi nella rete, e se ne liberarono grazie all’abilità del detto Fournillier che ruppe tutti i lacci e le corde. Usciti dal mal passo, per il resto della notte si ripararono in una capanna di frasche vicino al castello di Couldray, e là furono confortati nella loro sventura dalle buone parole di uno della compagnia, di nome Passofiacco, il quale mostrò loro che quell’avventura era stata predetta da Davide nel Salmo:

Cum exurgerent homines in nos, forte vivos deglutissent nos, quando fummo mangiati in insalata al grano di sale; cum irasceretur furor eorum in nos, forsitan aqua absorbuisset nos, quando bevve il gran sorso; torrentem pertransivit anima nostra, quando passammo la Gran Beverata; forsitan pertransisset anima nostra aquam intolerabilem, della sua urina, con cui ci tagliò la strada. Benedictus Dominus qui non dedit nos in captionem dentibus eorum. Anima nostra, sicut passer erepta est de laquea venantium, quando cademmo nella trappola ; laqueus contritus est da Fournillier, et nos liberati sumus[2]. Adiutorium nostrum, ecc.”

François Rabelais, Gargantua, Cap. XXXVIII (traduzione mia)

[1] Le noyer grollier: il noce con le noci così dure che soltanto i corvi e le gazze (grolles) riescono a romperle.

[2] “Quando gli uomini si ersero contro di noi, forse ci avrebbero inghiottiti vivi… Quando il loro furore si infiammava contro di noi, forse l’acqua ci avrebbe sommerso… La nostra anima ha superato il torrente… Forse la nostra anima avrebbe attraversato l’acqua insopportabile… Benedetto sia il Signore che non ci ha dato come preda ai loro denti… La nostra anima come un passero è sfuggita alla rete dei cacciatori… La rete è stata lacerata [da Fournillier] e noi siamo stati liberati”. Si tratta del Salmo 123.

 

Questo capitolo del Gargantua, che mi ha sempre fatto ridere alle lacrime, mi è tornato in mente leggendo l’altro giorno un articolo di Alessandra, di Libri nella mente, a proposito del Vecchio e il mare di Hemingway. Naturalmente Hemingway non c’entra nulla con Rabelais, però mi ha fatto riflettere, nell’articolo, il passo seguente:

“[…] Hemingway non amava le interpretazioni simboliche del romanzo, il cui fascino suggestivo è dato a suo parere solo dall’azione che crea emozione e nulla più. Nel tentativo di zittire i critici, che all’epoca facevano a gara nell’individuare significati nascosti (anche i più assurdi) in quelle parti di testo dove non ve n’erano affatto, ecco come cercò di chiarire il suo punto di vista in una lettera inviata all’amico e critico d’arte Bernard Berenson, nel settembre 1952: «… non c’è alcun simbolismo. Il mare è il mare. Il vecchio è un vecchio. Il ragazzo è un ragazzo e il pesce è un pesce. Gli squali sono tutti gli squali né peggio né meglio. Tutti i simbolismi che la gente dice di vederci sono merda.»”

Mi è venuto in mente questo capitolo del Gargantua perché qui Rabelais si fa beffe degli interpreti ossessivi, degli ermeneuti impenitenti che devono trovare dappertutto significati nascosti. L’idea che ciò che accade abbia un senso, nella realtà come in letteratura, è un pio desiderio, non è nelle cose. Il senso delle cose è che le cose accadono. Non c’è altro.

 

Mitterrand taumaturgo

Mitterrand

Sto leggendo, per motivi di lavoro e con poco entusiasmo, Rien ne s’oppose à la nuit (it. Niente si oppone alla notte, Mondadori 2012), romanzo autobiografico di Delphine de Vigan uscito in Francia nel 2011.

In seguito al suicidio, nel 2008, della madre Lucile, avvenuto dopo quasi trent’anni di forte disagio psicologico e due ricoveri psichiatrici, l’autrice si sente in dovere di raccontarla. Per quattrocento pagine racconta la famiglia d’origine di Lucile, i suoi numerosi fratelli e sorelle, se stessa e la sorella Manon alle prese con questa donna “strana” sempre più assorbita dal suo male.

Il 31 gennaio 1980, quando Delphine ha quattrordici anni e Manon nemmeno undici, Lucile ha la prima crisi caratterizzata da delirio, aggressività, violenza, pericolosità per sé e per gli altri. Viene internata, sedata, sottoposta a terapia farmacologica. I farmaci, che sarà costretta a assumere per anni, la riducono a un essere cupo, vacuo, assente; per dieci anni ne annientano l’identità, le intenzioni, i desideri.

Tuttavia nella primavera del 1981 il clima pre-elettorale sembra scuoterla dal torpore:

“La primavera seguente, l’effervescenza delle presidenziali del 1981 parve attirare Lucile fuori dal suo silenzio. Per la prima volta dopo molto tempo sembrò interessarsi a qualcosa che stava fuori da lei e non riguardava noi due. A tentoni espresse un desiderio, era così raro, cercò di spiegarmi perché. Da quei brevi scambi conclusi che François Mitterrand era con ogni evidenza l’uomo del futuro: il nostro salvatore. François Mitterrand incarnava il rinnovamento, il nuovo inizio, la parola così preziosa di Lucile, la sua speranza articolata, la prova tangibile che era ancora dei nostri. La forza tranquilla, ecco ciò di cui avevamo bisogno, e che senza fragore cadessero le mura del silenzio e della solitudine.”

La notizia della vittoria di Mitterrand è accolta, da una parte almeno della nazione, con entusiasmi quasi messianici. Essa raggiunge Delphine e Manon mentre tornano in treno a casa del padre, portata di vagone in vagone da un controllore che l’ha ricevuta sul telefono di servizio:

“La sera mi addormentai pensando a mia madre, la immaginai in piazza della Bastiglia benché sapessi che non era in grado di andarvi, la immaginai in mezzo alla letizia e alla folla che non cessava di aumentare, Lucile danzava, faceva roteare la gonna a fiori, era felice.”

L’entusiasmo è di breve durata:

“Lucile si era ritirata, lontano da noi, lontano da tutto. Ormai era soltanto una comparsa in un film il cui copione sembrava sfuggirle ogni giorno di più […].

François Mitterrand non poteva farci niente.”

Peccato, perché dopo i re per diritto divino che guarivano la scrofola col tocco, un presidente socialista in grado di vaporizzare il disturbo bipolare con la sola presenza ci sarebbe stato bene.