ARS POETICA (1)

Medito su come potrei trasformare in dipinto un simile stato d’animo. È però evidente che non diventerà un quadro usuale. Ciò che noi volgarmente chiamiamo dipinto è la semplice trasposizione colorata sulla seta di ciò che – uomini, oggetti o paesaggio – abbiamo davanti agli occhi, nella sua forma reale, oppure mediata dal nostro senso estetico. Si pensa che un dipinto assolva il suo compito se un fiore sembra un fiore, se l’acqua appare acqua e i personaggi si comportano come persone reali. Ma c’è chi sa elevarsi da questo livello e, unendo la propria sensibilità estetica alle immagini che percepisce, le anima goccia a goccia sulla tela. L’intento principale di un tale artista à imprimere all’Universo da lui concepito la propria particolare ispirazione: se il suo punto di vista non sgorga chiaramente in ogni pennellata, non giudicherà un capolavoro il suo dipinto. […]

In questi due generi d’artista vi può essere una differenza di soggettività o di obiettività, di profondità o di superficialità, ma entrambi hanno in comune una caratteristica: attendono un chiaro stimolo esterno per porre mano al pennello. Ma il soggetto che io vorrei dipingere non è altrettanto evidente. […] Le mie sensazioni non provengono dall’esterno, e anche se così fosse non sarebbero un determinato paesaggio nel mio orizzonte visivo, perciò non mi è possibile puntare un dito e indicare con chiarezza alla gente: «Ecco la fonte». C’è in me solo una sensazione. Come fare per esprimerla in un dipinto? No, il problema è come riuscire a materializzare, in modo che sia comprensibile, una sensazione così indistinta.

[…]

Dovrei dipingere in modo che, disposti i colori, le forme e l’atmosfera, io possa esclamare: «Ecco dov’era il mio cuore!» e riconoscervi immediatamente me stesso. Ecco come devo dipingere, in modo da provare le sensazioni di un padre che in cerca del figlio perduto vaga nei sessanta e più paesi, senza dimenticarlo né quando dorme né da sveglio, e, incontratolo un giorno fortuitamente a un incrocio, istintivamente grida: «Ah, eccoti!» Ma è difficile. […]

Depongo la matita e rifletto. Anzitutto è un errore pretendere di trasformare una sensazione così astratta in un dipinto. […]

Istantaneamente mi balena davanti agli occhi la parola ‘musica’. Ma certo, la musica è la voce della natura, nata in questi frangenti, sollecitata da queste necessità. Per la prima volta mi accorgo che la musica è qualcosa che va ascoltata e compresa; sfortunatamente ignoro tutto di essa.

Mi domando se non possa esprimermi in poesia, e mi avventuro in questa terza sfera. Mi sembra di ricordare che Lessing sostenesse che gli eventi la cui esistenza è condizionata dal corso del tempo sono l’essenza della poesia e stabilisse il principio fondamentale secondo cui poesia e pittura sarebbero differenti; da questo punto di vista la poesia non è assolutamente adatta a quei confini che tanto mi preme esprimere. Forse quando provo una sensazione di felicità esiste nel fondo del mio animo una qualche cognizione del tempo, ma non nel significato di eventi che debbano svilupparsi gradualmente seguendo un certo corso. Non sono felice perché l’uno si allontana, il secondo si avvicina, dilegua e nasce il terzo. Sono felice per un’atmosfera profondamente radicata in un determinato luogo fin dal principio; e dal momento che vi è radicata fin dal principio non c’è alcuna necessità, neppure decidendo di tradurre questa condizione in parole normali, di stabilire un ordine cronologico del mio materiale. Basterà che io disponga spazialmente la scena, come in un dipinto. Ma il problema è quali atmosfere paesaggistiche trasfuse in versi possano rappresentare questa vasta e indefinita condizione: se vi riuscissi sarebbe una vera poesia, nonostante le tesi di Lessing. Non m’importa di Omero e di Virgilio.

(Natsume Sōseki, Guanciale d’erba, traduzione di Lydia Origlia)

L’io narrante del romanzo di Sōseki dice che non gli importa di Omero e di Virgilio. Infatti è un pittore e un poeta lirico. Io però credo che sarebbe interessante scrivere un romanzo in quel modo. Almeno provarci.

KIRILL E L’ACQUA SANTA

Il patriarca Kirill è scivolato sull’acqua santa ed è volato lungo disteso.

Propongo di interpretare l’evento al modo canonico, secondo il senso allegorico, morale e anagogico.

Allegorico: Le cose sante si rivoltano contro chi le prostituisce ad usi profani.

Morale: Non si è mai così facilmente ingannati come quando si pensa a ingannare gli altri. (Questo aforisma non è mio, ma di La Rochefoucauld)

Anagogico: Non potendosi ovviamente riferire la rovinosa caduta alla Maestà Divina, non rimane che leggerla come premonizione e figura del prossimo futuro di Santa Madre Russia.

In te, Domine, sustinemus.

UNA QUESTIONE DI LETTERATURA (LA PELLE DEL LUSUARDO)

È domenica mattina e mia madre riceve una telefonata. Che sia domenica posso dirlo con sicurezza, benché la nostra casa nella prateria sia lontana da chiese e congregazioni, perché il vento nelle alte erbe è molto diverso la domenica rispetto agli altri giorni, come pure il sole sui balaustri e la luce sulle stoviglie.

È domenica mattina dunque, e mia madre riceve una telefonata. Il che è già abbastanza strano. Potrebbe essere Felipe, il direttore della Revista literaria de la Pampa argentina. Dalla cucina dove mi trovo mi pare di udire un tono concitato, vocali tirate sull’acuto; è vero che può essere il fischio delle marmotte, o dei cani della prateria, o il latrato di un coyote, o il verso di un altro animale. Ma quando mia madre mi raggiunge ha lo sguardo duro e le labbra tirate.

«Qualcosa non va?» chiedo prudentemente.

«No», risponde con aria indifferente. Si ferma a osservare la lampada a stelo di fianco alla poltrona dove siede a leggere, la sera. Il paralume di seta, vecchio e frusto, è tagliato e sfilacciato in diversi punti.

«Però» dice, «mi farò un paralume di pelle di lusuardo.»

Non ho idea di che cosa sia un lusuardo ma preferisco non chiedere; piuttosto, approfitto che mia madre si ritira dopo il pranzo per fare qualche ricerca.

Il dizionario non mi è di alcun aiuto, ma la vecchia Enciclopedia española de literatura, ciencias y artes di cui, venendo ad abitare nella casa, abbiamo trovato in cantina i volumi dalla A alla H, contiene questa laconica informazione: animale mitopoietico di dimensioni variabili, già diffuso nell’emisfero boreale.

Di mitopoietico, il dizionario bodleiano dà due definizioni: a. che racconta storie; b. che racconta frottole.

Il Nuovissimo Melzi del 1928 lo annovera fra gli animali fantastici. L’illustrazione, di autore ignoto, rappresenta una specie di ratto dal lungo naso a punta, seduto dritto su un grosso deretano e con minuscole zampette posteriori; quelle anteriori finiscono in dita sottili da cui gocciola qualcosa che sembra inchiostro.

Il Deutsches Lexikon der phantastischen Tiere conferma che si tratta di inchiostro e cita Considerazioni filosofiche del gatto Murr, di E.T.A. Hoffmann (1819), dove l’autore parla di animali nei quali la materia peccans fuoriesce dalle dita.

Linné non ne fa parola, ma una tavola della Histoire naturelle di Buffon lo mostra tutto sommato come nella piccola illustrazione del Melzi, soltanto con maggiore rilievo e dettaglio, e con la differenza che la tavola di Buffon reca la didascalia Énorme, mon cul!, da cui pare che Rostand abbia tratto la suggestione per il famoso Énorme, mon nez! dell’atto primo, scena quarta del Cyrano.

È però soltanto grazie alla Naturalis historia di Plinio che mi riesce di comporre tutte le tessere del mosaico. Nel libro VIII, capoverso 40, trovo la seguente descrizione:

tradunt in Poeonia feram quae lusuardus vocetur, propter diutius sedendi habitum elephantis clune, cetera muri similem, interdum voce paene humana se aliquando poetam nonnumquam philosophum vel rhetorem dicentem. atramentum quoddam e digitis fluit quo tenebricosa ac fastidiosissima poemata componit.

Dicono che in una regione della Macedonia ci sia un animale selvatico chiamato lusuardo, che per l'abitudine di star seduto troppo a lungo ha didietro di elefante, ma per il resto è simile a un ratto. Ha talvolta voce quasi umana, e quella usa per dirsi ora poeta, ora filosofo o oratore. Dalle dita gli scorre una specie di inchiostro col quale compone poemi oscuri e noiosissimi.

Ora tutto torna: l’animale mitopoietico nell’accezione a e b, la materia peccans che fluisce dalle dita, perfino il grosso posteriore. È tutto chiaro. Tutto tranne una cosa. Perché mia madre vuole un paralume di pelle di lusuardo?

Fuori la sera scende uniforme e violetta sulla prateria senza ombre, i grossi volumi che ho aperti davanti si oscurano, mi sento stanco. Mi appoggio indietro contro lo schienale screpolato di cuoio di roscellino e chiudo gli occhi. Il breve paragrafo di Plinio mi occupa ancora la mente. Tenebricosa ac fastidiosissima poemata… dunque di questo si tratta. Tutta una questione di letteratura. Chi vuole pubblicare Felipe, che a mia madre non garba? Non sei democratica, le ha detto una volta. Lei ha alzato le spalle: cosa c’entra la letteratura con la democrazia?

Mi alzo e vado a guardare in corridoio: la doppietta è là, appoggiata nell’angolo.

Mia madre scende in silenzio mentre riattraverso il corridoio: mi sento colto in fallo. I suoi occhi passano su di me senza vedermi. Va in cucina e si mette a preparare la cena, ma è chiaro che pensa ad altro. Non ho il coraggio di rivolgerle la parola.

Mangiamo uno stufato di coniglio. Sempre che sia coniglio. Dopo cena, ci ritiriamo ognuno nella sua stanza. Cerco di leggere, ma ho la testa altrove e l’orecchio ai rumori di fuori, ai sibili e agli stridii acuti della prateria. Pure, poco a poco cado in una specie di dormiveglia agitato in cui mi sembra di svegliarmi ogni momento per un rumore di sparo seguito da un grido lungo, straziante. Ma è soltanto un’impressione e non mi sveglio affatto. Poi il dormiveglia si trasforma in un sonno profondo, senza sogni. Quando apro gli occhi la stanza è piena di luce: deve essere molto più tardi del solito. Subito il pensiero mi corre agli avvenimenti del giorno prima; ho uno strano vuoto al cuore e mi affretto a scendere.

Mia madre è in cucina, seduta in poltrona sotto un paralume nuovo. È fatto di una materia che sembra pergamena sottile, ambrata, con delle chiazze più scure. «Allora l’hai ucciso!» esclamo con orrore. «Ucciso chi?» trasecola lei. «Ma il lusuardo!» «Ah, il paralume…». Mi guarda con compatimento, non so se per l’infondatezza dei miei timori o per la solidarietà inconfessata col lusuardo, che non può approvare; muove una mano come per allontanare un pensiero. «Non è stato necessario. Li vendono su Amazon. Lavabili».

PIZIA 2022 (un ritratto a memoria)

Siede Pizia sul tripode e gli acciacchi
Lenisce coi vapori della faglia,			
Nell’antro scuro crepitante origlia 
Brusii di finte cronache e almanacchi.

Confeziona responsi. Se farlocchi
Non ha molta importanza, ché li imbriglia
In spirali uterine e li intartaglia
In una lingua arcana di tarocchi.

Chi li capisce è bravo. Ma fatali,
Lei sussiegosa con la voce cassa
Quelli sparpaglia, al suo treppiede avvinta.

Oh effluvi solfoiodici termali!
Cola il sudore sulla pelle grassa,
Su strati di matita e fondotinta. 

TUTTA COLPA DELL’AMERICA

Nell’articolo precedente avevo promesso di far sentire l’altra campana, quella che addossa tutta la responsabilità della guerra in Ucraina agli Stati Uniti. Bene, eccoci qui.

La teoria è nota e può essere velocemente riassunta: nel 1991, quando, in seguito alla catastrofica sconfitta con cui si era conclusa per l’URSS la guerra fredda, essa era implosa e, conseguentemente, aveva ritirato le sue truppe dai paesi dell’Europa orientale, pare che il presidente Bush padre e il suo segretario di stato J. A. Baker abbiano dato assicurazione verbale ai loro corrispettivi (ex) sovietici che la Nato non si sarebbe mai allargata a est dell’Oder (confine tedesco-polacco). Il “pare” è giustificato non da un mio personale scetticismo (nel senso che la reale rilevanza di questa assicurazione verbale, che ci sia stata o no, mi sembra uguale a zero), ma dalla natura appunto verbale dell’assicurazione (e dovrebbero informarsi meglio i blogger di vari livelli che parlano di trattati, addirittura al plurale), che la rende ovviamente materia di discussione, nel senso che i diretti interessati (Bush e Baker) hanno affermato in seguito di non averla mai data. Sono stati però rinvenuti (v. qui) documenti scritti (appunti e memorie di personaggi che all’epoca si trovavano sulla scena o nelle immediate vicinanze) che li smentirebbero e supporterebbero la tesi di una avvenuta assicurazione da parte dei rappresentanti pro tempore degli Stati Uniti d’America. Quindi, ribadisco affinché sia chiaro: i documenti reperiti non sono dei “patti” firmati e controfirmati che in effetti impegnerebbero gli Stati, ma semplicemente ulteriori affermazioni, però scritte: memorie, ricordi che Bush padre diede ai russi questo tipo di assicurazione (dove? durante un simpatico colloquio? in corridoio? al momento di un banchetto? prima di un brindisi?). Personalmente non ho difficoltà a crederci, la politica di Bush padre andava in quel senso, quindi non c’è contraddizione. Dovrebbe essere chiaro però che la politica di Bush padre non condiziona la politica di tutti i presidenti a venire, e che una sua assicurazione verbale vale al massimo per la sua amministrazione (o per essere più precisi ne indica la linea), non è un trattato che impegna lo Stato. Inoltre, sia detto en passant, l’assicurazione di Bush padre, che ci sia stata o no, non valeva all’epoca più di un prosit! al momento del brindisi: tanto la Russia non avrebbe comunque potuto fare nulla (se non, magari, sparare un’atomica – e siamo sempre lì). Da parte degli Stati Uniti era pura condiscendenza, forse saggia, ma pur sempre condiscendenza.

Il tema della discussione, quindi, non può essere se gli Stati Uniti fossero tenuti a rispettare certi accordi (che, semplicemente, non c’erano), bensì se non fosse stato più opportuno mantenere negli anni la linea di non ingerenza della politica di Bush padre – secondo la quale, anche questo deve essere chiaro, agli Stati ex Unione Sovietica e ex patto di Varsavia veniva detto: arrangiatevi.

Sull’opportunità o non opportunità del cambio di politica ho letto, in questi mesi, un’infinità di pareri. Ma siccome voglio essere più realista del re riferirò in quel che segue, il più fedelmente possibile, l’argomentazione che James W. Carden svolge nell’articolo “Bush padre aveva ragione: giù le mani dall’Ucraina”, in Limes 4/2022. Prima però, per permettere ai lettori di meglio valutare l’affidabilità e l’obiettività dell’autore, citerò alcuni paragrafi da un suo articolo pubblicato qui il 12 ottobre 2021 – cioè quattro mesi prima dell’invasione russa – e intitolato “What kind of a threat is Russia?”

[...] on no subject is the bipartisan consensus [sulla realtà di una minaccia esterna, ndr] more unshakable than on Russia. In the years since the start of the war in Ukraine in 2014, the American foreign policy establishment adopted the position that Russia’s annexation of Crimea and its support for the rebellion in eastern Ukraine was only the beginning: they believed that Putin had his sights set on bigger things like seeking control of Eastern Europe and the Baltic states.

But was that really the case?

[...]

To Mueller [politologo statunitense sulle cui tesi Carden si appoggia in questo articolo, ndr], the idea, so vigorously promoted by U.S. foreign policy elites in 2014 (and beyond), that Putin was on an expansionary mission “seems to have little substance.” Indeed, according to Mueller, Putin’s Ukrainian adventure seems more like “a one-off — a unique, opportunistic, and probably under-considered escapade that proved to be unexpectedly costly to the perpetrators.”

Mueller observes that Russia, like China, “does not seek to impose its own model on the world.” In that sense, both countries follow a mainly Westphalian foreign policy of noninterference in the affairs of other countries — and in the instances in which Putin has veered from that vision, including the at-times farcical effort to influence the 2016 American presidential election, Russia has paid an unenviable price.

E, da parte di Carden, davvero un’invidiabile preveggenza e capacità di valutazione. Ma tornando a noi: nell’articolo pubblicato su Limes Carden risale alla radice del cambio nella politica statunitense nei confronti della Russia, e cioè al primo mandato Clinton, negli anni successivi al 1993. Con Clinton gli Stati Uniti, anziché astenersi saggiamente come da assicurazione (?) di Bush padre, cominciano a mettere becco e a prospettare agli Stati che in seguito al crollo dell’URSS erano piuttosto miracolosamente sfuggiti alle grinfie dell’Impero un futuro occidentale e atlantico.

[Il lettore è pregato di mettere l’espressione “miracolosamente sfuggiti alle grinfie dell’impero” sul mio conto. Ma non è che Carden avrebbe scritto “per caso sfuggiti alle amorevoli cure del Comitato Centrale”. A Carden, come a tutti questi geopolitici, come stavano e stanno le repubbliche e ex repubbliche dell’Impero e relative popolazioni, di cosa pensano e desiderano e si immaginano, loro e tutte le popolazioni del mondo, non gliene può fregare di meno.]

Ma la cosa veramente interessante è il motivo che Carden indica per questo cambiamento di politica: Clinton vuole essere rieletto (quale presidente americano non vuole esserlo, e anzi normalmente non lo è) e ha bisogno di voti. Diamo la parola a Carden alla sua (unica) fonte: a quanto si capisce dalle note, un articolo dell’ex ambasciatore statunitense in Unione Sovietica Jack F. Matlock (folgorato in giovane età dalla lettura di Dostoevskij e da lì in poi decisissimo a diventare ambasciatore degli Stati Uniti in URSS) pubblicato (sempre da quanto si può desumere dalle note) il 24 gennaio 2022, cioè quando Matlock era entrato nel suo novantatreesimo anno di età. Speriamo che, a tempo e luogo, si fosse preso degli appunti a sostegno della memoria:

La prospettiva fornita da Matlock è a tal proposito nuovamente illuminante: «Il vero movente di Clinton fu la politica interna. Ho testimoniato al Congresso contro l'espansione della Nato, sostenendo che sarebbe stato un grande errore. E che, nel caso fosse proseguita, l'espansione andava necessariamente arrestata prima che arrivasse a coinvolgere paesi come l'Ucraina e la Georgia, linee rosse non oltrepassabili per qualsiasi governo russo. [...]» Eppure, prosegue Matlock, «una volta fuori dall'aula del Congresso, alcune persone che avevano assistito alla testimonianza mi chiesero: "Jack, perché stai portando avanti questa battaglia?. "Perché credo che sia una cattiva idea", risposi. "Sai, Clinton vuole essere rieletto", ribatterono loro, "e ha bisogno della Pennsylvania, del Michigan, dell'Illinois: tutti Stati con una componente est-europea molto marcata". Molti di questi elettori, infatti, quando si trattava di rapporti tra Est e Ovest si erano convertiti al credo democratico reaganiano [perché? prima erano brežneviani? ndr]. E ora premevano affinché nella Nato venissero incluse la Polonia e, a tempo debito, anche l'Ucraina». 

Lascio ogni commento al lettore (e al suo senso dell’umorismo). Anzi no, un piccolo commento lo faccio. Non pare che dopo il doppio mandato di Clinton la politica degli Stati Uniti su questo punto abbia subito dei cambiamenti: potenza dei voti della componente est-europea. D’altra parte, dal momento che la politica degli USA verso Israele – che complica la vita a tutti – è motivata dall’influenza della lobby ebraica sul governo statunitense, non si capisce perché dovremmo negare un’influenza proprio alla lobby ucraina. Non sarebbe democratico. E mi chiedo, con un po’ di invidia, se la lobby italiana abbia mai esercitato un qualche tipo di influenza, o se sia stata solo mobilitata per organizzare lo sbarco in Sicilia.

Quindi, allo scopo precipuo di essere rieletto grazie ai voti degli immigrati est-europei di quarantaduesima generazione, Clinton sguinzaglia i suoi venditori di aspirapolveri nell’Europa ex sovietica:

In queste visite lampo, [Strobe] Talbott e il suo gruppo (inclusa la giovane Victoria Nuland, membro di una delle più influenti famiglie di neoconservatori e oggi sottosegretario di Stato dell'amministrazione Biden) si recarono in tutte le repubbliche ex-sovietiche. Avevano il compito di «mostrare ai leader dei nuovi Stati indipendenti che Washington era al loro fianco e che li avrebbe sostenuti tanto nel processo di consolidamento della sovranità, quanto nella risoluzione delle controversie con Mosca», come racconta lo stesso Talbott.

Non metto in dubbio che sia andata così. Ma mi chiedo se dobbiamo proprio immaginarci “i leader dei nuovi Stati indipendenti” come sprovvedute massaie alla mercé dell’imbonitore di turno, e non invece come avvedute padrone di casa che hanno un’idea abbastanza precisa dell’aspirapolvere che vogliono comprare. E facciamo pure la tara del fascino dell’imbonitore su chi era abituato al precedente padrone, che non imboniva ma invadeva.

Anche ammesso, e non concesso (nel senso che non ho le competenze per concederlo), che Carden e soci ci presentino un resoconto storico fedele e affidabile, rimane però, come già accennato, che da Carden e dalle sue fonti questi “Stati dell’est” e “repubbliche ex sovietiche” non vengono mai visti come soggetti giuridici e corrispettivi giuridici di nazioni, con un’identità e una volontà proprie, ma sono in realtà oscurati, ridotti a eterni minori se non addirittura minus habens, privi di volontà, pure pedine di più o meno ipotetici giochi di potere fra Stati Uniti e Russia (e qualcuno dovrebbe proprio convincermi che la Polonia e le repubbliche baltiche sono entrate nella Nato perché Victoria Nuland è riuscita a vendergli l’aspirapolvere). Cioè, bisogna capirlo bene: se, geograficamente, ti trovi lì – dicono o suggeriscono Carden e soci – non frega niente a nessuno cosa ne pensi – anzi, non ha nemmeno senso chiederselo: sei un satellite di Mosca punto e basta. Io invece prendo molto sul serio l’identità e la volontà di queste nazioni, e posso ad esempio attestare che le badanti ucraine – che in Occidente non hanno una vita facile – non ne vogliono mezza della Russia.

In realtà non è del tutto vero che Carden “oscuri” gli Stati dell’est. Relativamente all’Ucraina almeno, un tentativo di illuminarla lo fa. Quello che emerge dal raggio di luce che Carden proietta sull’Ucraina è il suo «nazionalismo suicida»:

Lo spirito del «nazionalismo suicida» ha a lungo infestato la politica ucraina, fino a diventare negli ultimi anni la sua forza trainante. Con la complicità del supporto retorico, finanziario e militare fornito dai presidenti Clinton, Bush figlio, Obama e Trump.

Cioè tutti, bipartisan. Segue breve resoconto ampiamente distorto dei fatti storici. Quindi: il nazionalismo russo, bugiardo, tossico, prevaricatore e aggressivo va bene. Il nazionalismo ucraino, mirante a ricostruire un’identità dopo secoli di assoggettamento e alienazione, non va bene. Personalmente sono contraria a ogni forma di nazionalismo, ma abbastanza fiduciosa che se fosse concesso all’Ucraina un congruo soggiorno in Occidente, senza incombente minaccia russa, pian piano anche il suo nazionalismo evaporerebbe. L’Europa esiste – e se non è la cristianità, come voleva Novalis, è comunque qualcosa. E l’Unione Europea, nonostante tutti i suoi limiti, è una grande cosa. Di questo sono convinta, e che esiste e è viva lo vedi nei giovani. Mi auguro che l’Ucraina entri presto a farne parte. E adesso chiudo perché mi sto commovendo.

Sono molto stanca, per vari motivi. Credo che per qualche tempo trascurerò questo blog. Ma anche se il congedo fosse solo provvisorio, bisogna solennizzarlo. Un uomo – e una donna – deve decidere da che parte stare. Quindi, molto solennemente, affanculo la Russia. E i suoi super razzi di nuovissima generazione Putin deve metterseli dove dice Adriano Sofri, qui.

ANTOLOGIA PUTINIANA

Coi tempi che corrono, il mensile di geopolitica Limes è diventato la mia lettura preferita. Sarà che noi pensionati non abbiamo niente da fare, aspetto il dieci del mese con l’impazienza con cui mio padre, in tempi pacifici, aspettava il giovedì della Settimana enigmistica. L’ultimo numero poi si annuncia stratosferico. Sperando di fare cosa gradita, propongo una piccola antologia.

  1. Avevo visto giusto (v. qui):
La Chiesa ortodossa è all'avanguardia nella campagna di promozione dei martiri bianchi, a cominciare dalla famiglia reale. Ma il cuore del presidente non vibra di simpatia per Nicola II martire (1894-1917), icona verso cui il patriarcato moscovita e di tutte le Russie indirizza la devozione del suo gregge. Figura troppo debole per l'attuale padrone del Cremlino. Incapace di salvare lo Stato dai sovversivi. Nel pantheon degli zar Putin preferisce Nicola I (1825-1855) e Alessandro III (1881-1894), di sicura fede reazionaria e accentratrice. Adesione monumentalizzata il 18 novembre 2017, quando Putin inaugura a Jalta, in Crimea, una colossale statua marmorea dell'ultimo Alessandro con inciso il suo motto: «La Russia ha due soli alleati, il suo esercito e la sua flotta». Sempre valido, parrebbe.

(Editoriale del direttore Lucio Caracciolo: "Platov non ha paura")

Unica pecca: non pare che l’esercito e la flotta siano attualmente all’altezza del caso che ne faceva Alessandro III.

2. Più chiaro di così:

L'Urss, a prescindere dai suoi problemi interni, rimase quasi fino alla fine uno dei due fulcri strutturali della geopolitica globale. La Russia in quanto Stato suo erede ha perso tale status e i tentativi di recuperarlo non hanno portato risultati. Persino il ripristino della potenza dello Stato e la riconquista di un posto tra le principali potenze mondiali - due realtà - non hanno fatto della Russia un nuovo perno dell'ordine internazionale. L'unica chance di ottenere tale status è la distruzione del sistema stesso.

(Fëdor Luk'janov, "Un 'vecchio pensiero' per il nostro paese e per tutto il mondo")

Cioè: poiché per la Russia l’unico modo di essere nuovamente un perno dell’ordine internazionale è la distruzione di questo ordine che – pensa lei – le impedisce di diventarlo, esso deve essere distrutto. Non perché è sbagliato o insufficiente o che so – questo, semmai, viene dopo. Semplicemente perché, stando le cose come stanno, la Russia non riesce a essere un perno dell’ordine internazionale come sarebbe suo pieno e buon diritto.

Si chiama narcisismo patologico. Ma un narcisismo molto particolare, molto russo. Luk’janov infatti non si nasconde che quello in cui si sta impegnando la Russia è un grande azzardo, un azzardo rischiosissimo; una roulette russa, veramente. Il suo punto di partenza retorico, tuttavia, è che il sistema liberale è in piena decadenza, vegeta senza speranza, un malato terminale. Nell’inerzia e irresolutezza generale la Russia, magnanimamente, si rende disponibile a dargli il colpo di grazia. Perché la Russia, così Luk’janov, ha una vocazione per i colpi di grazia; si può dire che la sua grande, e in verità unica, vocazione e abilità è dare il colpo di grazia; quello che viene dopo magari fa un po’ schifo, però nel colpo di grazia sono insuperabili. Luk’janov ammette tranquillamente di non avere idea di che cosa sorgerà dalle ceneri della Grande Distruzione; ma che importa, dal momento che l’altruistica missione della Russia per il bene del mondo è la distruzione? Del tutto disinteressata, questo è il bello. Dei veri Cristi in croce:

Per l'ennesima volta (forse la quarta) in un centinaio d'anni la Russia si è assunta in totale abnegazione di sé il ruolo (e l'onere) di protagonista dei cambiamenti globali. Non si è stancata? «In un certo senso possiamo dire di essere un'eccezione tra i popoli. Apparteniamo al novero di quelle nazioni che non sembrano far parte integrante del genere umano, ma esistono soltanto per dare una grande lezione al mondo. L'insegnamento che ci siamo destinati a dare non andrà sicuramente perduto, ma chi sa il giorno in cui ci ritroveremo finalmente in mezzo all'umanità e quanta miseria dovremo sopportare prima che i nostri destini si compiano?» Parole di Piëtr Čaadev nelle sue Lettere filosofiche del 1836. Centosettanta anni fa l'autore di queste affermazioni, un noto intellettuale russo di vedute liberali, venne ufficialmente riconosciuto pazzo pericoloso. A torto.

(Luk'janov, ibid.)

[Piccola osservazione: centosettanta anni fa, scrive Luk'janov. 1836 più 170 fa 2006, non 2022. Il quadro ideologico era pronto e redatto ben prima del 2022, e anche del 2014.]

A torto dice Luk’janov. A ragione, secondo me, almeno a giudicare da queste mistiche sviolinate identitario-messianiche. Che fra l’altro, nel nostro piccolo e in formato più ridotto, ce le abbiamo pure noi (avete presente Del primato morale e civile degli italiani?) – anzi, non credo esista popolo che in un momento o nell’altro della sua storia non si sia assegnato una missione salvifica per l’intera umanità e oltre. Roba passata, abbiamo il buongusto di non tirarla fuori.

3. Il padre di tutte le cose

La cosa che, fin dall’inizio, più mi ha colpito di tutta questa storia – una caratteristica impossibile da non notare, qualcosa che davvero salta agli occhi – è la qualità marcatamente vecchia, sorpassata, involontariamente autoparodica, fuori dal tempo e dunque fuori dal mondo dell’intervento russo e di tutta l’ideologia che lo sostiene, e che lentamente è emersa alla mia stupefatta coscienza. D’altra parte Luk’janov giustamente titola Un ‘vecchio pensiero’ per il nostro paese e per tutto il mondo (dove il virgolettato pare francamente inutile) e sottolinea lui stesso l’effetto “macchina del tempo” dell’iniziativa russa:

Il terrore [dice lui, con riferimento immagino alle reiterate minacce nucleari da parte della Russia, che non ha altre carte da giocarsi] determinato in Occidente dalla prosecuzione delle attuali operazioni militari su vasta scala è legato non soltanto alla tragedia umanitaria ma alla sensazione di trovarsi in una macchina del tempo. Tornano in fretta consuetudini che parevano ormai appartenere per sempre al passato.

(Luk'janov, ibid.)

Ma ecco il vecchio pensiero per la Russia e per il mondo:

Il febbraio 2022 ha segnato anche l'inizio di un altro esperimento, di dimensioni altrettanto grandi, almeno in potenza. La Russia sta tentando di invertire il corso della politica resuscitando il «vecchio pensiero politico» (lo si può anche definire «tradizionale») per sé e per il mondo intero. I princìpi di questo pensiero sono opposti a quelli dichiarati dal «nuovo» pluralismo dei valori (invece dell'universalità), equilibrio delle forze (e non degli interessi) come base dei rapporti internazionali e, infine, il classico conflitto armato come modalità di risoluzione delle controversie quando altre strade non sono percorribili. 

(Luk'janov, ibid.)

Confesso che non capisco la frase relativa al “nuovo pluralismo dei valori”. Quindi la Russia sarebbe per l’universalità dei valori? Mi pareva che il multipolarismo predicato da Putin/Dugin andasse nel senso opposto, benché in effetti un “pluralismo dei valori” portato avanti da una bizzarra combinazione di ancien régime e capitalismo scasso sia un po’ difficile da immaginare. Boh. Ma quello che mi interessa è l’ultimo punto: “il classico conflitto armato come modalità di risoluzione delle controversie quando altre strade non sono percorribili”. Come qualcuno ha detto molto tempo fa, la guerra è il padre di tutte le cose, e la massima si sposa bene con la dottrina del colpo di grazia e della gaia distruzione. Resta da vedere se questa guerra, totalmente anacronistica come di fatto ammette anche Luk’janov, sarà padre dell’agognata affermazione mondiale della Russia o del suo definitivo ridimensionamento.

4. La paranoia al potere

Dopo quattro anni di pausa dal Cremlino nel nome del rispetto della costituzione, Putin vi torna nel 2012 tra le proteste che sono un'umiliazione e una sfida. Il capo dello Stato è rincorso dall'idea sempre più fissa della minaccia americana, ora non solo ai confini ovest lambiti dall'espansione della Nato ma anche dentro, contro di lui personalmente. Scatta così la svolta conservatrice e autoritaria da cui la Russia non tornerà più indietro. Famiglia, radici cristiane, memoria storica [ovviamente manipolata, ndr], patriottismo: negli ultimi anni il putinismo nella sua funzione di collettore valoriale si è posizionato in crescente opposizione all'Occidente. La narrazione è imperniata sulla Russia sotto assedio, alternativa a una civilizzazione condannata a definitivo declino per negazione delle proprie radici. In questo senso è sottinteso un soft power russo a un certo punto messo alla prova con i sovranisti di mezza Europa. Ma ufficialmente Mosca professa la non ingerenza: niente da insegnare e niente da imparare, ripetono da anni i vertici moscoviti, la Russia non esporta modelli di società, contrariamente a quanto fanno gli americani.
Forse anche perché un modello compiuto non c'è.
[...]
La riunione del Consiglio di sicurezza del 21 febbraio scorso, prologo dell'invasione dell'Ucraina, ha ricordato a molti i racconti apocrifi delle riunioni nella dacia di Kuncevo tra Stalin e i suoi più stretti collaboratori, terrorizzati all'idea di dire qualcosa di sbagliato. I russi ricordano anche come il leader sovietico andasse ripetendo che bisognava vivere «come in una fortezza assediata, il nemico è ovunque».

(Orietta Moscatelli, "Putin=Russia Russia=Putin", possibilmente da leggere tutto)

Povera Russia, il cui unico principio di identità è la maniacale idea fissa dell’aggressione esterna.

Per oggi mi fermo qui. La prossima volta, per par condicio, sentiremo l’altra campana, quella che addossa tutta la responsabilità agli Stati Uniti.

UN PO’ DI RIPOSO

In primis la guerra, e in secundis qualche preoccupazione privata, fatto è che mi sentivo molto stanca. Nulla di paragonabile alla stanchezza di coloro che la forza operosa di Putin affatica, e di moto in moto anzitempo promuove allo stato di ossa fra le infinite, ma insomma mi sentivo stanca. Avevo bisogno di qualcosa di normale. Non di un mondo dove non c’è la morte, perché la morte l’abbiamo sempre con noi; ma di un mondo senza guerra. Allora ho tirato fuori il romanzo La cartella del professore (Sensei no kaban) di Kawakami Hiromi, che mi era stato consigliato circa un anno fa da Subhaga Failla e che avevo comprato ma non ancora letto. Non l’avevo letto un po’ perché avevo sempre qualcosa di più urgente da leggere – e infatti, a dirla tutta, sono anni ormai che pratico la lettura come i soldati l’esercizio in piazza d’armi; la lettura come svago, o, secondo dice Simonetti, come “nobile intrattenimento”, mi pare quasi un peccato capitale; un po’ anche perché, dopo quasi sessant’anni che faccio la lettrice (nel senso che anche quando non leggo è come se leggessi) mi è venuto lo sguardo trapassante del lettore esperto: dalla copertina so cosa aspettarmi.

[Piccola parentesi: le sovraccoperte Einaudi sono sempre belle, questa però è rubata all’edizione tedesca; in compenso è stato mantenuto il titolo originale mentre in Germania hanno optato per un orrido: Der Himmel ist blau, die Erde ist weiß (Il cielo è azzurro, la terra è bianca), che ti fa capire come mai Kitsch è una parola loro.]

Quindi, per farla breve, cosa mi aspettavo da questo romanzo giapponese prima ancora di aprirlo? Mi aspettavo qualcosa di parzialmente consolatorio; non totalmente, si capisce, un romanzo totalmente consolatorio è un romanzo scemo, Subhaga non me lo avrebbe consigliato e l’oggetto che avevo estratto dalla busta di Amazon non ne aveva l’aria: è chiaro che, a dispetto dei fiori di ciliegio a cascata, i due che remano nella ghiaia non andranno molto in là. Però ero piuttosto sicura che non ci avrei trovato nessuna critica delle ipocrisie sociali, del malvagio capitalismo o della borghesia degenerata; già una bella consolazione. Non che queste cose non esistano; esisteranno pure, come un sacco di altre; ma a parte il fatto che la loro spendibilità letteraria, e dai e dai, si è parecchio esaurita – ci vorrebbe un genio, e qui intorno non ne vedo -, soprattutto non me ne frega niente.

Mi aspettavo invece di trovarci degli individui – puri individui – nelle loro vite normali: vale a dire normalmente prive di senso; individui che a volte si incrociano e a volte, più che altro nei romanzi, si chiedono se si può fare qualcosa, o che cosa si può fare; nel loro caso eh, mica per l’umanità. E per l’amor del cielo nessuna allegra, inesistente, artificiale collettività.

[Le collettività sono creazioni effimere e entusiasmanti per tempi d’eccezione: tempi di guerra; tempi eroici. Ma guarda caso proprio quelli ai nostri sociologi non gli vanno bene. In Ucraina non vedono una collettività ma bieco nazionalismo; non un’entità sovraindividuale compatta e decisa a difendersi, ma un pullulare di bande criminali pericolosissime che vessano e taglieggiano la popolazione – quel che da parte fascista si diceva dei partigiani. Fossero almeno conseguenti, i nostri sociologi. Va be’, torniamo a noi.]

Quindi, tornando a noi, cosa può esserci di consolatorio – si chiederà il lettore – in queste storie di individui e delle loro vite propriamente senza bussola? Notate il “senza bussola”; “senza bussola” è particolarmente importante. Immaginate uno che avanza in una zona – conosciuta o sconosciuta non importa – munito della sua bussola e deciso a seguire una direzione. A intervalli regolari e frequenti guarderà la bussola e osserverà il movimento dell’ago. Controllerà di non deviare. A ogni curva della strada o ostacolo che gli impedisce di procedere in linea retta si preoccuperà di riprendere quanto prima la direzione indicata dall’ago. Finirà in un pantano, scivolerà in un burrone. Fa niente. Riparte, lo sguardo fisso sul quadrante. Durante tutto il tragitto avrà visto soltanto l’ago della bussola, nulla di quello che gli stava attorno. Se è onesto, quando arriverà alla meta – se ci arriva – si chiederà cosa ci è venuto a fare, dal momento che nella sua testa ci sono soltanto una bussola e un ago che oscilla.

Ho l’impressione – mi correggano i più esperti se sbaglio – che leggere un romanzo giapponese metta del tutto al riparo dal sentirsi trasportati verso una destinazione. All’inizio ero perplessa: e quindi? mi chiedevo a lettura conclusa. Poi ho capito che è il modo orientale di riconoscere, imparzialmente, un’importanza e una dignità a ciò che esiste, senza distinzioni gerarchiche fra razionale e irrazionale, animato e inanimato, essenziale e inessenziale. Come uno che cammini pensando non tanto alla meta quanto a ciò che vede durante il viaggio, senza attribuire a se stesso maggiore importanza e senza badare se ciò che vede abbia o no attinenza col suo progetto; sicché facilmente, del progetto, finisce che si scorda.

Questa caratteristica da sola, però, non basterebbe a fare il fascino. Da sola avrebbe qualcosa di troppo eterno e fuori dal tempo – talmente eterno e fuori dal tempo da risultare semplicemente vecchio. Il polo negativo necessario allo scossone vitale e alla compromissione con la storia è il nichilismo, che il Giappone, certamente predisposto, ha assorbito dall’Occidente superando il maestro. E prima che qualcuno storca il naso, preciso che ‘nichilismo’ non è una brutta parola, come vorrebbero i devoti delle varie confessioni, ma l’unico seppur amaro terreno da cui può germogliare una vita consapevole.

I protagonisti del romanzo di Kawakami ci appaiono infatti – almeno quanto alle famose “radici” a cui qualcuno, qui da noi, annette tanta importanza – sospesi in un vuoto percorso da blandissimi filamenti: lui, il professore, anziano insegnante in pensione vedovo da diversi anni (ma, come si scoprirà, ben prima di lasciarlo vedovo la moglie lo aveva semplicemente lasciato), con un figlio che vive lontano e compare soltanto, di striscio, nella penultima pagina; lei, Tsukiko, la voce narrante della storia, alle soglie dei quaranta, impiegata in un ufficio (ma del lavoro, tranne che a periodi la impegna perfino nei fine settimana, non si sa nulla), ha con la famiglia d’origine rari rapporti in cui prevale l’incomunicabilità, ha avuto vari fidanzati con i quali ha intessuto rapporti marcati dalla corrente alternata di ansia e indifferenza. Si incontrano per caso – e continuano fin quasi alla fine a ritrovarsi per caso, senza appuntamento – in una nomi-ya, piccolo locale non particolarmente raffinato in cui si bevono birra e sakè e si può mangiare qualcosa scegliendo da un menù del giorno. Tutto intorno, un vuoto quasi pneumatico in cui, come lontani lampi di calore, balenano avances che non sono tali, accennate schermaglie di blanda gelosia e, a promuovere la dialettica sentimentale dell’eroina, perfino un uomo che in fondo è un uomo dello schermo. Più che le umane relazioni, sostanzialmente latitanti, un ancoraggio minimo, a cui il lettore per condivisa intuizione del vuoto si affeziona velocemente, lo offrono le bottiglie di birra, le caraffe di saké e i cibi della cucina tradizionale giapponese (c’è anche una tesina della FU Berlin sulla semantica dei pasti in questo romanzo: Polysemantische Mahlzeiten. Zur Deutbarkeit von Essen in Kawakami Hiromis “Sensei no kaban”, 2014).

D’altra parte è solo su sfondo di vuoto che si possono percepire correttamente il vento fra i rami del canforo o le strida dei gabbiani – le quali diverse volte, e non credo per caso, sovrastano e cancellano un timido tentativo di Tsukiko di indirizzare gli eventi su un binario di intenzionalità. Tuttavia che non siamo ai tempi di Murasaki Shikibu lo chiarisce subito il primo capitolo: “La luna e le pile elettriche“. Dalla casa del professore si vede, fra i rami spogli dei ciliegi, la luna nelle sue differenti manifestazioni di meteorologico attraversamento del cielo; ma nella credenza, fra i vari e strambi oggetti che il prof, pur senza veramente collezionarli, non butta, spiccano diversi sacchetti di plastica che contengono le pile, esaurite o ancora debolissimamente cariche, come dire moribonde, che il professore ha utilizzato durante la sua vita e che non ha animo di gettare:

Gli dispiaceva gettare via le pile che si erano esaurite lavorando per lui, poverine. Gli sembrava un'ingratitudine buttarle appena scariche, dopo che per tanto tempo avevano fatto luce, prodotto suono o azionato motori.

Molto giapponese. Allargamento dell’attenzione rivolta alla natura (con depotenziamento del soggetto umano) a un’attenzione rivolta alla tecnica e all’artefatto, cui viene riconosciuto uno statuto di vivente e significante. Suona antiumanistico ma potrebbe servire a superare qualche dicotomia. Non so.

Comunque tranquilli: nelle ultime venti pagine qualcosa come un’intenzionalità si afferma – anche gli autori devono campare – e un velo di patetico molto controllato avvolge gli ultimi due capitoli per la soddisfazione del lettore. Da ultimo apprendiamo che la famosa cartella, da cui il professore non si separava mai, è andata per sua espressa volontà a Tsukiko:

Nelle sere così, apro la sua cartella e guardo all'interno. Ma nella cartella non c'è nulla, solo il vuoto, un vuoto che va espandendosi. Un vuoto senza speranza che ingloba ogni cosa.

Così, in maniera abbastanza onesta, si conclude il romanzo. Ma questo vuoto finale è molto meno “serio” del vuoto circostanziato e mai del tutto completo costruito con calma e pazienza nel resto del romanzo. Per arrivare a chiudere, diventa letterario.

UNA QUESTIONE CULTURALE

Capito per caso (qui) sulla traduzione di un’intervista a Héléna Perroud, autrice nel 2018 di una biografia di Putin che secondo qualche commentatore vira al panegirico. L’intervista, originariamente pubblicata su Le Point, è breve, con qualche testa-coda sbalorditivo: ad esempio, a leggerla diresti che Putin ha spianato Groznyj per amore dei ceceni. Mi ha colpito l’ultima risposta, probabilmente non nel senso inteso dall’intervistata:

Al di là della Nato e delle considerazioni storiche, non si può non vedere una dimensione di civiltà in questa opposizione tra la Russia e l’occidente…

E’ vero che, nei confronti dell’occidente, i russi sono passati in trent’anni dall’ammirazione alla compassione. Dicono che noi occidentali siamo in una deriva totale. Questa dimensione di civiltà esiste, effettivamente. E’ sempre difficile da immaginare, ma i russi, in media, sono più acculturati di noi. Leggono molto di più, sono intrisi di una cultura classica che viene insegnata a scuola, anche negli istituti di campagna. Nella metropolitana di Mosca, per esempio, non vedrete delle pubblicità spazzatura, ma immagini dei paesaggi russi o spiegazioni sull’origine di una lettera dell’alfabeto.(Neretti nel testo)

Perroud rileva che i russi “sono intrisi di una cultura classica che viene insegnata a scuola, anche negli istituti di campagna“. Lo enuncia come una differenza specifica perché in Francia – come, credo, in tutti i paesi occidentali tranne l’Italia – la cultura classica non viene insegnata a scuola; né negli istituti di campagna né in quelli di città. È una scelta che ha degli inconvenienti – un’ignoranza pressoché totale del passato, in particolare del passato remoto, mentre da noi si ignora di regola il passato prossimo -, ma anche dei vantaggi: una maggiore dimestichezza e capacità di riflessione sul presente, e soprattutto quella che io chiamerei una maggiore “presenza a se stessi”, possibile appunto perché nell’educazione, e segnatamente in campo umanistico, si cerca il più possibile di evitare gli schematismi – cioè le conoscenze (ma bisognerebbe dire le pseudoconoscenze) non autonomamente verificabili: quelle “che vengono insegnate a scuola”.

“Il ministero dell’educazione ha concepito un programma fondato sul trinomio autocrazia, ortodossia, nazionalismo come principale guida del regime e del sistema politico. Secondo questa dottrina, il popolo deve mostrare lealtà all’illimitata autorità dell’autocrate, alle tradizioni della Chiesa russo-ortodossa e alla nazione russa“. Ah no, pardon, c’è un errore, non è il programma di Putin per l’istruzione pubblica! Volevo fare un copia-incolla da Wikipedia ma sono finita per sbaglio sull’articolo Russia sotto Nicola I (1825-1855). Forget it e torniamo a noi.

Dal punto di vista dei programmi scolastici quindi, mentre c’è uno iato fra la Russia e l’Occidente, con l’Italia sembrerebbe di poter constatare un’affinità, un comune amore scolastico per il passato. Temo però che l’analogia sia tutta di superficie; infatti in Italia il perdurare dell’approccio “classicista” – in realtà storicista e nozionista – è legato soprattutto all’inerzia nazionale, che negli apparati statali, e in particolare negli istituti di per sé e di necessità conservatori come la scuola, raggiunge picchi ragguardevoli; mentre in Russia, mi par di capire, è una cosa sentita. Prima di trarne qualche conclusione, vediamo la faccenda della pubblicità spazzatura (che poi non ho capito cos’è: esiste una pubblicità di qualità, a prescindere dalla maggiore o minore efficacia?)

Il mio primo soggiorno parigino risale al 1978 0 ’79, non ricordo bene. All’epoca vivevo nella Bundesrepublik. Ricordo che a Parigi la metropolitana era letteralmente tappezzata di grandi manifesti pubblicitari nei quali jeunes loups o jeunes lions facevano non so più cosa, in ogni caso a loro completa soddisfazione. I predatori carnivori, rappresentati in accattivanti pose antropomorfe, erano figura di giovani maschi rampanti alla conquista di acconcia situazione nella società. A Parigi, mica a New York. Forse perché a Parigi sono abituati a chiamare le cose con il loro nome. Me ne ricordo perché mi scioccarono. Io, che nelle società occidental-liberali mi sono sempre trovata benino, non mi capacitavo. Mi sembrava che ci fosse, in quella tranquilla magnificazione del potere e del profitto, qualcosa di osceno. Venendo dalla moralissima Germania non ero preparata. Si aggiunga che da diversi anni non ho la televisione (cioè: ho un vecchio apparecchio che non è collegato al digitale terrestre e che uso come schermo per i DVD), e che se si facesse il conto delle ore che in tutta la mia vita ho trascorso davanti al televisore nel senso di programmi televisivi si arriverebbe a un numero straordinariamente basso anche per una persona della mia generazione; si aggiunga ancora che quando vedo una pubblicità commerciale la mia reazione immediata e istintiva, tranne nei rari casi di pubblicità divertente, è il desiderio di non comprare il prodotto. Si avrà che non amo la pubblicità. Tuttavia non vorrei mai vivere in un mondo industriale o postindustriale qual è il nostro, Russia compresa, dove però nelle stazioni della metropolitana invece dei manifesti pubblicitari ci trovassi immagini degli intatti paesaggi nazionali o delucidazioni filologiche. Perché questa sarebbe una menzogna. Perché al momento i paesaggi nazionali rilevanti, per quanto ce ne possa eventualmente dispiacere, non sono quelli. Così come chiunque sia “intris[o] di una cultura classica che viene insegnata a scuola” è, in linea di principio, intriso di menzogna e ottimamente predisposto a credere alle menzogne diffuse dall’autorità religiosa e statale. E questo non per colpa dei testi “classici” in sé, che da questo punto di vista non hanno né meriti né colpe, ma per il loro passaggio attraverso la scuola che, dopo attenta scelta, ne fa dei bizzarri modelli atemporali, sorta di eunuchi culturali preposti all’evirazione degli educandi.

(Fortuna che ci sono altri canali: quelli normalmente aborriti dai pedagoghi, ma in grado di accendere gli immaginari.)

Impressionato dal crollo del regime precedente, l’autocrate inquadrò la società russa in una struttura rigidamente controllata. La polizia segreta, il “Terzo Reparto”, creò una vasta rete di spie ed informatori. Il governo esercitò la censura sulle pubblicazioni e su tutti gli aspetti della vita pubblica. Mantenne anche stretti controlli sul sistema educativo. Il ministero dell’educazione concepì un programma fondato sul trinomio autocrazia, ortodossia, nazionalismo …” Ma no! Di nuovo Nicola I! Ci deve essere sotto qualcosa. Fate come se non aveste letto e andiamo avanti.

Cioè, non mi resta che concludere: capisco benissimo che i russi ci guardino con compassione. In fondo è lo stesso sguardo con cui ci guarderebbe mio bisnonno, del quale si dice che avesse imparato a leggere da solo e fosse in grado di leggere il giornale, ma non sapeva scrivere. E che però, forse proprio perché gli mancò l’esperienza della scuola, era un individualista, uno spirito critico, e molto meno incline dei russi a bersi qualsiasi nazionalistica scemenza.

Quindi forse no, forse neanche lui sarebbe tanto indietro da guardarci così.

TRET’JAKOV, O DELLA SERVITÙ (II)

(La prima parte qui)

Ci chiedevamo, in chiusura della prima parte dell’articolo, perché, per la minuta frittura degli stati europei, a parità di sovranità limitata non deve essere legittimo e possibile decidere autonomamente da chi lasciarsela limitare, se dagli Stati Uniti o dalla Russia: quale cultura prendere a modello, in che sistema integrarsi. Il problema è che il modello russo – ed è un fatto – attira poco; questo crea un certo imbarazzo ai russi, tragicamente sprovvisti di appeal e abituati a ovviare a questa mancanza coi tank, per i quali hanno sviluppato negli anni un profondo affetto. Crea imbarazzo e problema perché va a cozzare direttamente contro il destino della nazione russa. Come dice infatti Tret’jakov in un articolo del 2018 (che sarebbe da leggere tutto), qui:

Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale e di conseguenza non c’è possibilità di scelta: se la Russia vuole continuare a esistere come nazione, paese e Stato, non può far altro che portare avanti una politica estera indipendente, anche se questa politica non soddisfa gli altri attori sullo scacchiere mondiale.

Ora, la politica estera indipendente della Russia, dalla quale dipende la sua esistenza come quella grande potenza mondiale che il suo destino la destina ad essere, comporta attualmente, senza possibilità di scelta, l’invasione e l’annessione diretta o indiretta dell’Ucraina o di gran parte di essa. Almeno detta così è più pulita: ci risparmia la balla della denazificazione. [In generale però de-qualcosa è un’espressione che piace molto a Tret’jakov, vedi ad esempio qui il video De-americanizzare l’Europa, dove de-americanizzare altro non vuol dire che smantellarne – e alla svelta, eh – le strutture politiche e militari per metterla, nei fatti, a disposizione del destino di grande potenza della Russia]. Vorrei però adesso concentrarmi sull’affermazione “Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale“. I concetti fondamentali sono tre: destino, storia, civiltà. Partiamo dal più traballante: civiltà. Tret’jakov sembra ignorare, o bypassa abilmente, il fatto che la civiltà russa, con quel tanto di barbaro e cosacco che la distingueva, ha subito nel 1917 una gigantesca frattura scomposta e un brusco reindirizzo in senso dialettico-tedesco, ha vagato per più di settant’anni nel nulla sovietico, eventualmente sopravvivendo in forma di samizdat, ed è ora in corso di artificiale riassemblaggio a partire da lacerti mummificati a cura di Putin, del patriarca Kirìll, e di pezzi da novanta della mistosofia quali Alexander Dugin. L’unico elemento originario, vivace e indistruttibile della civiltà russa è l’incapacità a sussistere senza un autocrate a vita, volgarmente detto monarca assoluto o despota, incapacità che ben si sposa con un identitarismo forsennato, residuo di secoli passati. Punto due, la storia: in effetti la storia russa è la storia di un impero di terra che nei secoli si è inglobato l’inglobabile e che nel momento della massima espansione andava, nei fatti, da Berlino a Vladivostok. Ma che, rispetto ad altri imperi, aveva e ha questo di particolare (e vagamente anacronistico): che la sua economia non corrispondeva alla sua enfiataggine né, ora, corrisponde alle sue pretese. Su cosa si basano dunque le pretese russe a essere un impero, se la sua economia è quella di un modesto stato (con tutto il suo gas e il suo petrolio, il pil della Russia è più o meno quello dell’Italia)? Si basano in primis sul suo arsenale nucleare: del tutto scollegato da qualcosa come una reale potenza che non sia esclusivamente militare e segnatamente nucleare; e in secundis su una grande forza, su una forza fortissima: sulla volontà di essere un impero, indipendentemente dallo stato delle cose. E qui veniamo al destino. Quando si parla di destino degli individui, il discorso mi interessa, e molto. Mi pare che in quel caso si parli di qualcosa la cui esistenza è più che ipotizzabile, e ancorabile a fatti quali l’assetto genetico e le sue, limitate e predittibili, interazioni con l’ambiente. In questo senso il destino è qualcosa che preesiste a ogni futuro sviluppo dell’individuo e lo determina – se parzialmente o totalmente rimane da discutere. Ma quando si parla di destino dei popoli e delle nazioni e si intende non ciò che è già avvenuto in seguito a fatti e scelte che sono stati in un certo modo ma potevano essere anche in un altro, che sono sottoposti cioè in largo margine alla casualità, bensì ciò che necessariamente dovrà avvenire sulla base dell’identità o assetto genetico di una intera nazione, sulla base di una sua presunta missione, allora qui per me si sconfina alla grande nell’irrazionalismo, heideggerismo, razzismo e nazismo – quattro fenomeni che si ritrovano puntualmente nella mistosofia dughiniana ma che sono anche impliciti nel Tret’jakov-pensiero, il quale non fa che illustrare e diffondere il pensiero di Putin e del suo socio di Kgb Kirìll.

Ma andiamo avanti. Torniamo alla Rivoluzione d’ottobre in atto in Ucraina, con la quale

il 24 febbraio 2022 la Russia ha sfidato apertamente l'egemonia americana, che da tempo schiaccia sotto il suo tallone anche quella che fu la grande civiltà europea, ovvero l'attuale Unione Europea non sovrana, chiusa nello schema della Nato. Gli «europei» non si sono decisi a ribellarsi, la Russia sì.

D’altra parte, su questa mancata ribellione da parte degli «europei» Tret’jakov ha la sua teoria. Scrive infatti a proposito delle basi Nato in Europa:

Gli Stati Uniti non si fidano né dei governi dei paesi europei, né dei loro popoli. Condividono la medesima paura provata dai governi di questi paesi (ad esempio Stati baltici o Bulgaria) nei confronti dei loro stessi popoli: temono che, senza una presenza militare statunitense, questi potrebbero semplicemente rovesciare chi li governa e «rinnovare» radicalmente la classe dirigente.

Insomma, proprio dire che i popoli degli Stati baltici desiderano precipitarsi nuovamente nelle braccia della Russia sarebbe un peu fort anche per Tret’jakov; quindi ripiega su questo radicale «rinnovamento» della classe dirigente. E chissà cosa vuol dire. Probabilmente che anche gli Stati baltici, e la Bulgaria, e mezza Europa vorrebbero – ma non possono – aggregarsi alla nuova Rivoluzione d’ottobre. Non so per la Bulgaria; per gli Stati baltici sembrerebbe proprio di no. Ma che importanza ha, dal momento che proprio gli Stati baltici, insieme alla Polonia e ad altri non specificati, vengono qualche pagina dopo definiti “nani politici europei“? In un contesto da cui si evince chiaramente quanto gli brucia che questi “nani politici” guardino ora alla Russia in un certo senso da pari a pari.

Sia l’espressione “nani politici” che le tret’jakoviane ipotesi sui terrori e tremori degli Stati Uniti e dell’establishment europeo dicono parecchio di certi automatismi psichici: come il pontefice di infausta memoria Karol Wojtyla combatté sì il comunismo, ma governò poi la chiesa cattolica con gli stessi metodi di quel comunismo con cui era stato per più di trent’anni a stretto contatto, così Tret’jakov e gli altri, abituati al metodo russo di imposizione del dominio con la forza, e incapaci perfino di immaginare che un potere politico possa affermarsi diversamente che con l’imposizione e la forza, concepiscono l’allineamento dell’Europa su posizioni atlantiche unicamente nei termini di asservimento e schiavitù. Non gli viene neanche in mente che ci possa essere da questa parte dell’Atlantico un diffuso e vasto consenso sulle strutture di fondo precisamente perché, a dispetto dell’Oceano che ci divide e che Tret’jakov enfatizza neanche fossero le Colonne d’Ercole, queste strutture hanno una solida radice comune, una solidissima radice europea, liberale e illuminista, costata secoli di lotte, di sangue e di fatica, che i russi – sbalzati da un totalitarismo medievale a un totalitarismo comunista e poi di nuovo indietro a un regime medievale per cultura prima ancora che per strutture politiche – che i russi, dicevo, non sanno neanche cos’è. Io credo che se si guarda l’Europa – non l’Italia, famosa per aver ospitato il più grande partito comunista dell’occidente e per ospitare tuttora il centro di potere della chiesa cattolica, ma l’Europa -, il consenso sulle strutture di fondo liberali e illuministe, Tret’jakov n’en déplaise, sia piuttosto vasto. Non l’unanimità, certo – e Dio scampi: si sa che l’unanimità era soltanto bulgara.

Naturalmente, tutto è migliorabile – ma le rivoluzioni raramente migliorano qualcosa, meglio andarci per gradi. Di questo insomma, di un consenso euroatlantico migliorabile, sono piuttosto convinta; e questo intendevo quando nella prima parte dell’articolo parlavo di asimmetria; asimmetria fra i paesi dell’Europa occidentale (zona di egemonia Nato) e paesi del blocco sovietico: ritengo che il consenso popolare – come la libertà di esprimere il dissenso – fosse/sia molto più generale e assicurato/a fra i primi che non fra i secondi. Credo quindi che la Rivoluzione d’ottobre a cui Tret’jakov sprona i paesi europei dovrà attendere; mi auguro a tempo indefinito, ma chi lo sa. In questo spirito – del “chi lo sa” – mi congedo riportando il passaggio finale dell’articolo di Tret’jakov. Il lettore avrà la bontà di giudicare lui stesso della sua saggezza profetica o della sua mistificante follia. Mi limito a far notare che la parola ‘Ucraina’ non vi compare mai. L’Ucraina, come si sa, non dovrebbe esistere. Quindi è bene nominarla il meno possibile. Farla scomparire. Sim salabim: l’escamotage de l’Ukraine.

Il sic! in corsivo fra parentesi non è mio, ma si trova così nel testo di Limes.

Gli eventi del febbraio e del marzo 2022 sono paragonabili nella loro importanza storica e nelle loro ripercussioni globali (sic!) a ciò che accadde in Russia nell'ottobre 1917, ossia a quella che io chiamo ancora la Grande rivoluzione socialista d'Ottobre. Qui non si tratta di socialismo, ma del fatto che nel febbraio 2022 la Russia, proprio come nel 1917, si è liberata del controllo politico, economico, ideologico e, cosa molto importante, psicologico dell'Occidente. In questo momento storico, si tratta dell'«ultima e decisiva battaglia» (parole tratte dall'inno russo dell'Internazionale) per la Russia. La vittoria della Russia è attesa non solo da milioni di suoi cittadini, ma anche da decine di paesi (segretamente, anche da molti europei). L'egemonia globale degli Stati Uniti ha subìto un colpo poderoso. Il colosso sulle gambe di dollaro lo ha capito. Ecco perché è furioso. Ma crollerà. Perderà. Se ora non mi credete, ricordate almeno questa mia dichiarazione. Tra qualche anno, vedrete voi stessi che tutto era vero.