IL VIRUS È LA MIA CHANCE. Pandemia e rivoluzione secondo la meglio avanguardia.

In una storica cittadina italiana, prossima alla catalessi come la maggior parte delle storiche cittadine, un editore coraggioso e un gruppo di giovani scrittori hanno intrapreso la riforma delle pratiche letterarie. Passati dall’originario “Sono, quindi scrivo” al più ambizioso “Sono, quindi pubblico”, perseguono la democratizzazione a oltranza della letteratura, per il momento a suon di manifesti. Sono in grado di scriverne anche venti o trenta al giorno.

Non poteva mancare, nell’attuale congiuntura, il manifesto di COVID-19 per la penna di Francesco N3gr1 (proprio così, N3gr1). E ci mettiamo pure la foto

NEGRI

così se qualche anziano lo incontra fra il lusco e il brusco fa in tempo a mettersi in salvo, perché Francesco N3gr1 è pericoloso. È il flagello della terza età questo FN31. Guardate solo come tiene la sigaretta. Se continua così lui vecchio non diventa. Morirà giovane. Più probabile di cancro al polmone che di tumore al ginocchio.

L’attacco è classico, l’autore è uomo di solide letture: “Uno spettro si aggira per la Terra: lo spettro del Coronavirus”.

L’omaggio a marxengels non gli impedisce di essere recettivo per altri stimoli, e dei più disparati. Si va da Wittgenstein (“il mondo è ciò che accade”), a certe folgorazioni vestite di orbace del tipo “due soli punti vanno considerati. 1. Azione 2. Reazioni”, alle suggestioni ellenistiche del “definitivo soffocamento del futuro tra le spire del realismo capitalista”.

laocoonte
Scuola di Rodi: Il definitivo soffocamento del futuro tra le spire del realismo capitalista

Munito di così variegati attrezzi, e nel più puro stile marinettiano – d’altra parte è un manifesto che parla al e per il popolo, mica un saggio per quattro intellettuali rincoglioniti -, dicevamo: nel più puro stile marinettiano e con scoperte nostalgie per le epoche in cui certi stati erano giovani, FN31 svolge impeccabilmente il suo argomento. Che si articola nei due punti in divisa da federale a cui accennavamo sopra:

Punto primo: azione. Che fa il Coronavirus? Il Coronavirus uccide gli zombie, cioè i vecchi. Ma questo è ottimo, perché chi sono i vecchi se non “i principali responsabili della Brexit, dell’elezione di Donald Trump e dell’ascesa dei nazionalismi”? Oltretutto questi vecchi sono ricchi che puzzano: “Negli anni ’90 la ricchezza mediana (sic) degli under 30 era di poco superiore a quella degli over 65. Oggi il patrimonio degli anziani è quasi dodici volte maggiore”. Bene fa il Corona a tirargli il collo. Conclusione: l’azione del virus è positiva.

Punto secondo: reazioni.  Come reagiscono i governi al Coronavirus? Erezione di confini, limitazione delle libertà, diffusione televisiva e informatica del panico, xenofobia.” In altre parole, i governi cercano di arginare il virus come cercano di arginare l’immigrazione – il che equivale a dare del virus ai migranti, o a riconoscere al virus lo status di migrante, magari richiedente asilo. Ma questo è assolutamente nell’ottica di FN31: il mondo è ciò che accade. Distinguere fra questo o quel fenomeno è pura accademia (“Non ha alcuna importanza cosa esso sia dal punto di vista scientifico”), vai con l’analogia che non sbagli.

(Si potrebbe fargli notare che la sua similitudine sta in piedi fin lì, perché Boris Johnson e, fin che ha potuto, Trump, tengono fuori gli stranieri ma non discriminano il virus, cioè nei paesi più ferocemente neoliberisti i governi lascerebbero tranquillamente via libera al contagio: perisca una fetta di popolo purché si salvi l’economia; mentre l’Europa continentale continua comunque a seguire il principio dell’importanza delle singole vite. Ma lasciamo stare).

La cosa bella, la cosa nuova, è che il virus non si lascia arginare. Il virus è un ribelle vincente, è il ribelle vincente: l’imponderabile da far prosperare. Finalmente “gli oppressi della terra hanno nelle proprie mani l’arma per rovesciare il potere”.

Per quanto sola igiene del mondo, come in tempi classici la guerra, il Corona qualche difetto ce l’ha; per esempio non ammazza abbastanza: la sua percentuale di vittime – invece – rimane ancora piuttosto bassa. Questa sventura non ci esime però dal propagarlo il più possibile”. Anche perché una letalità elevata non è requisito indispensabile: la letalità del virus non è necessaria al collasso dello Stato. Già di per sé il neoliberismo occidentale è talmente marcio, frollo, decomposto che basta un buffetto a disintegrarlo. Il virus è questo buffetto. Incredibilmente ci troviamo nella possibilità di appiopparlo.

“È quindi di fondamentale importanza non rispettare le regole di profilassi sanitaria, scendere per le strade, baciarsi, fare l’amore, rubare e riprendere possesso delle nostre città gentrificate proprio ora che la rete di controllo è più debole. Diffondiamo il COVID-19, inceppiamo i meccanismi del neoliberismo, uccidiamo i suoi artefici. Nessun sistema sanitario è abbastanza potente da affrontare un’umanità determinata a propagare il contagio. Siamo la maggioranza. Siamo il popolo. Siamo il 99%. In molti moriranno: uccisi dai paladini dell’ordine o dalla malattia stessa. È un sacrificio che non temiamo di affrontare.”

In molti moriranno…: nella chiusa epica, in cui FN13 si esprime esattamente come Boris Johnson, si palesa il suo modello ultimo e più potente: l’eroico soldato Siegfried Von Nibelunghen delle gloriose Sturmtruppen.

Io, per rimanere in tema di codici alfanumerici, preferisco C1-P8.

[Tutti i neretti nelle citazioni sono dell’autore.]

 

 

 

 

 

 

 

OSPEDALI IN TEMPO DI GUERRA: IL FANTASMA DEL COLONNELLO CHABERT

Chabert

 

— Monsieur, lui dit Derville, à qui ai-je l’honneur de parler ?

— Au colonel Chabert.

— Lequel ?

— Celui qui est mort à Eylau, répondit le vieillard.

(- Signore, gli disse Derville, con chi ho l’onore di parlare? – Col colonnello Chabert. – Quale? – Quello che è morto a Eylau, rispose il vecchio.)

Ieri mattina un articolo della Stampa (ma non badate al titolo, non è corretto) mi ha fatto una certa impressione. È la storia di una signora di Crema al cui padre ottantenne, dopo un malore improvviso, viene diagnosticato un focolaio polmonare e che quindi è ricoverato con sospetto di Coronavirus: 

Quando hanno portato via suo papà, mentre era su una barella nel piccolo giardino di casa è riuscita solo a dirgli: «Mi raccomando, non avere paura, so che sei un fifone». Poi più nulla. […] Neanche un funerale. Una cassa di legno chiusa al cimitero cinque giorni più tardi. Due parole del parroco e la tumulazione della salma accanto a quella della mamma, morta da anni, mentre fuori aspettavano già i parenti di un’altra vittima, che si era spenta in fretta in qualche altro ospedale della Bassa.

Sono giorni che mi vedo la scena: arriva l’ambulanza, ti caricano e ti portano via. Ricordate i quattro conigli neri di Pinocchio? E che al posto della cassa da morto del romanzo di Collodi ci sia una barella non cambia niente: sei virtualmente morto, nessuno potrà più raggiungerti, sapere qualcosa, avere notizie. Scompari inghiottito da un’ambulanza e ti restituiscono chiuso in una cassa di legno dentro la quale, a voler essere precisi, nessuno può dire con certezza chi o che cosa ci sia.

E nell’affollamento di candidati cadaveri, nella fretta di liberare i posti, nello sfinimento di medici e infermieri, nell’inopportunità anche di tenere troppo in giro dei serbatoi di virus, siamo proprio sicuri che quelli che vengono chiusi nelle casse siano totalmente, definitivamente e per davvero morti?

Sono domande che ci si possono porre, in fin dei conti siamo in guerra e si sa, à la guerre comme à la guerre. Pensiamo ad esempio al colonnello Chabert.

Il colonnello Chabert, eroe della battaglia di Eylau (1807), in quella stessa battaglia ricevette una sciabolata micidiale sul cranio e, disarcionato, fu calpestato da un’intera compagnia a cavallo. Si ritenne quindi che fosse morto, e benché l’Empereur in persona incaricasse due chirurghi militari di andare a vedere se per caso non fosse ancora un po’ vivo, costoro si accontentarono di dargli un’occhiata, non ritennero di dovergli tastare il polso e lo dichiararono trapassato. Era una situazione complicata, avevano molto da fare. Chabert fu quindi spogliato e gettato nella fossa comune. Ma del tutto morto non era e la descrizione di come riuscì a districarsi dalla massa di cadaveri e a uscire dalla fossa vale la scena di Kill Bill volume 2. Restava il cranio spaccato, la catalessi, la perdita di memoria, le complicazioni delle campagne militari, la V, la VI e la VII coalizione, e insomma passano degli anni prima che il colonnello riesca a tornare in Francia – dove comprensibilmente nessuno, compresa la moglie che nel frattempo si è risposata, sa più che farsi di lui (il che dimostra che la morte è un fatto sociale almeno tanto quanto un fatto biologico).

Per dire che, stante l’enorme tensione da sovraccarico che affligge in questo momento gli ospedali lombardi, potrebbe ben darsi che il contenuto della cassa di legno non corrisponda alla descrizione; e potrebbe anche darsi che fra un paio di mesi qualche famiglia si veda comparire innanzi, magari un po’ frastornato, il caro estinto.

Sono pur sempre cose che si possono pensare, perché, come dice Derville alla fine del romanzo e come constatiamo in questi giorni, “tutti gli orrori che i romanzieri credono di inventare sono sempre al di sotto della verità.”

 

 

 

 

MOLIÈRE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Malato immaginario

 

Il malato immaginario, commedia in tre atti di Molière rappresentata per la prima volta nel 1673 al Teatro del Palais Royal, si fa beffe, come noto, degli ipocondriaci, categoria alla quale mi pregio di appartenere. Ma il povero Argan, borghese benestante e senza un problema, tanto egoisticamente concentrato su se stesso da soffrire ininterrottamente le pene dell’inferno, non è l’unico bersaglio della satira di Molière e forse nemmeno il principale. Lo sbeffeggiamento più feroce è riservato ai medici e alla medicina, alla Facoltà e ai suoi rappresentanti. Naturalmente, ci si premura di aggiungere, alla medicina della sua epoca, ai medici del ‘600 e in particolare ai sostenitori del principio di autorità e del conservatorismo imperante alla Sorbona, agli acerrimi nemici, per dire, delle nuove (e corrette) teorie sulla circolazione del sangue. Non tocca certo, ci si affetta a precisare, la medicina moderna sperimentale e scientifica.

Non ne sarei cosi sicura.

Nel secondo atto della commedia il malato immaginario Argan riceve la visita di due medici, i Diafoirus padre e figlio, per una questione matrimoniale. Argan vuol dare in moglie la figlia Angélique al giovane Thomas Diafoirus, il tipo compiuto dell’imbecille pedante e ridicolo, perché ritiene che per la sua condizione di malato la cosa migliore sia avere un medico in famiglia (“Le madri dei tuoi amori / sognan trepide dottori” cantava Guccini ancora a metà degli anni ’70). Va da sé che Angélique non è d’accordo, e con l’aiuto della domestica Toinette riuscirà a vanificare i piani del padre. Ma se Thomas Diafoirus è lo sciocco il cui compito è far ridere il pubblico, Diafoirus padre non è affatto stupido, come dimostrano queste poche battute in cui si parla dell’avvenire del figlio:

ARGAN  Non avete mai pensato, dottor Diafoirus, di dargli una spintarella e di fargli avere un qualche incarico di medico di corte?

IL DOTTOR DIAFOIRUS  A dirvela con franchezza, l’esercitare la nostra professione presso le persone importanti non mi è mai parsa cosa troppo simpatica, e ho sempre pensato anzi che per noi medici è meglio dedicarsi al grande pubblico. Il grande pubblico è più accomodante. Di quello che fate, non dovete rispondere a nessuno; e una volta che si seguano bene le regole della professione, non c’è nessun bisogno di preoccuparsi per le eventuali conseguenze. Mentre il gran fastidio con le persone importanti è che quando si ammalano pretendono a tutti i costi che il dottore li guarisca.

TOINETTE  Questa è bella! Sono dei gran maleducati, a volere che voi signori li facciate guarire; come se fosse compito vostro, quando è chiaro che voi siete lì per prendere lo stipendio e per ordinargli le cure; guarire tocca a loro, se ce la fanno.

IL DOTTOR DIAFOIRUS  È vero. L’unico nostro dovere è quello di trattare la gente secondo le regole.    (Traduzione di Luigi Lunari)

Trattare la gente secondo le regole – dans les formes. Se ora sostituite a ‘regole/formes‘ la parola ‘protocolli’, che è come si dice adesso, scommetto che cominciate anche voi a vedere la cosa in una nuova prospettiva.

La prima volta che ho sentito la parola ‘protocolli’ in ambito medico è stato forse una quindicina di anni fa, dal mio terzultimo o quartultimo medico curante (ho la sfortuna di essere incappata in una sede poco ambita, spesso vacante e soggetta a cambi repentini), in ogni caso da uno che aveva fatto la formazione ad hoc e che ogni volta che gli esponevo un problema, invece di fare un’ipotesi mi comunicava quello che i protocolli internazionali prevedevano per il mio caso. Voglio dire quali accertamenti.

È noto che in occasione della recente esplosione epidemica fra Lodi e Piacenza, con epicentro a Codogno, il Presidente del Consiglio, probabilmente sull’onda di un comprensibile disappunto, ha espresso la convinzione che in qualche snodo della sanità lombarda non siano stati applicati i protocolli del caso. Attirandosi le ire del Governatore dell’eccellentissima regione Lombardia, che non tollera critiche al fiore all’occhiello della sua amministrazione. Ma – i protocolli? Pare – da quello che ho potuto leggere sulla stampa – che in un primo momento i protocolli ministeriali prevedessero il tampone per tutti i casi di polmonite atipica o sospetta, mentre in seguito l’avessero limitato a quelli in qualche modo riconducibili alla Cina. Per cui, se alla moglie del paziente 1 non veniva in mente che il marito aveva cenato tempo prima con un amico di ritorno dalla Cina (che poi, come si scoperse, non c’entrava niente), il paziente 1 poteva pure schiattare lì, come in effetti stava per fare, che il tampone non glielo facevano. Perché il protocollo non lo prevedeva.

Il punto non è decidere se abbia ragione Conte o Fontana (io ho un pregiudizio positivo nei confronti di Conte perché è più gradevole da guardare di Fontana, ma ammetto che non è un criterio). Il punto è che l’eccellentissima sanità lombarda ha avuto per settimane un’epidemia sotto al naso, e non se ne è accorta. Perché i protocolli non prevedevano il tampone.

Stavamo tutti benissimo, stavamo da Dio, c’era un po’ di influenza in giro ma che vuoi che fosse, male di stagione, gli anziani gniccavano perché si sa che prima o poi gli tocca, si elaborava velocemente il lutto e si guardava avanti – poi a una moglie viene in mente che il marito ha cenato con un amico che tornava dalla Cina, a quel punto la sanità lombarda, che fin lì ha registrato numerosi casi di polmoniti atipiche senza fare una piega, per non parlare di un’ipotesi, tac!, applica il protocollo che prevede il tampone e l’Italia precipita nell’epidemia.

Potenza dei protocolli. Genialità di Molière.

 

Dove si va a finire col realismo francese: Michel Houellebecq, ESTENSIONE DEL DOMINIO DELLA LOTTA

Houellebezq

 

Estensione del dominio della lotta (ma una traduzione più corretta sarebbe Estensione del campo della lotta), pubblicato nel 1994, è il primo romanzo di Michel Houellebecq, e se non è valso all’autore il record di vendite e i riconoscimenti del successivo Le particelle elementari (1998), ha dalla sua di essere breve (circa 150 pagine) e, pur mischiando saggio e narrativa in una struttura abbastanza composita, di non scorrere in mille rivoli come il più vasto e ambizioso romanzo che segue. Di fatto, Estensione del dominio della lotta offre in una forma compatta, stringata e efficace la quintessenza dell’analisi houellebecqiana del disagio occidentale alla fine del secolo scorso.

La prosa di Houellebecq e i suoi temi possono piacere o non piacere (io ad esempio non ne vado matta), quello che è indubbio è la statura dello scrittore – la taille – incommensurabile con altri più gradevoli e più graditi (psicologizzanti, istoricizzanti, memorializzanti), e magari come lui insigniti del prestigioso premio Goncourt. La differenza – l’incommensurabilità – sta nel fatto che Houellebecq appronta un modello di interpretazione del reale: uno schema esplicativo in cui inserire i disordinati e mal digeriti dati dell’esperienza. In questo egli è non soltanto uno scrittore novecentesco, ma altresì l’erede diretto del grande realismo francese del XIX secolo.

È noto che il realismo – in particolare nella versione estrema del naturalismo, ma non solo – ha un debole per gli aspetti più dolorosi, truci, miserevoli e persino ributtanti della realtà, senza dubbio nella convinzione che se qualcosa è brutto e fa male è sicuramente reale. E in effetti gli eroi e le eroine dei romanzi realisti del XIX secolo sono personaggi che si fanno male, che letteralmente si martoriano, nell’urto contro la realtà. Con tutte le differenze legate alla sensibilità degli autori e ai diversi momenti storici, Julien Sorel, Eugénie Grandet, Lucien de Rubempré, Emma Bovary, Gervaise Macquart e gli altri rappresentano gli ideali di un individuo – possiamo anche chiamarli sogni, in ogni caso si tratta di soggettività, cioè dell’istanza romantica – che si sfasciano contro strutture del reale del tutto indipendenti dal soggetto e infinitamente più robuste di lui.

Che Houellebecq sia un grande estimatore del realismo basterebbe a dimostrarlo la lode calorosa che il narratore in prima persona fa di Claude Bernard, fisiologo francese che intorno alla metà del XIX secolo contribuì in modo determinante alla definizione del metodo scientifico in medicina (fra l’altro sostenendo e praticando orrendamente, e a quanto risulta del tutto inutilmente, la vivisezione) e la cui influenza fu decisiva per Zola e la sua concezione di romanzo sperimentale, vale a dire scientifico:

“[…] Ecco una frase degna di Claude Bernard, e ci tengo a dedicargliela. Oh, studioso inattaccabile! Non è un caso se le osservazioni più apparentemente distanti dall’oggetto cui inizialmente miravi finiscono per allinearsi come quaglie grassottelle sotto la radiosa maestà della tua aureola protettrice. Certo deve possedere una ben grande potenza il protocollo sperimentale che nel 1865, con rara perspicacia, stabilivi affinché i fatti più stravaganti non potessero oltrepassare la tenebrosa barriera della scientificità, se non dopo essersi sottoposti al rigore delle tue leggi inflessibili. Io ti saluto, fisiologo indimenticabile, e dichiaro a gran voce che non farò nulla che possa neppur minimamente abbreviare la durata del tuo regno.”

Lo stile enfatico e magniloquente è dovuto al fatto che il narratore (di cui non sappiamo il nome) – ora trentenne e reduce da un doloroso abbandono da parte della moglie – riporta un testo che ha scritto anni prima, qualcosa come un autoritratto dell’artista da adolescente: “Insomma, ero giovane, mi divertivo. Tutto ciò avveniva prima di Véronique; erano i bei tempi.” Ma, stile a parte, al realismo e al suo inflessibile rigore, all’idea di realtà come qualcosa che è lì per torturarci il narratore rimane fedele fino alla fine, drammatica, del romanzo. Nella clinica dove tentano o fingono di curargli una grave depressione, ha la seguente conversazione con una gentile psicologa:

“«Però non capisco, concretamente, come la gente riesca a vivere. La mia impressione è che tutti dovrebbero essere infelici. Vede, noi viviamo in un mondo talmente semplice: c’è un sistema basato sulla dominazione, il denaro e la paura – un sistema piuttosto maschile, chiamiamolo Marte; e c’è un sistema femminile basato sulla seduzione e il sesso, chiamiamolo Venere. Questo è tutto. È davvero possibile vivere, e credere che non ci sia nient’altro? Come i realisti della fine del XIX secolo Maupassant ha creduto che non ci fosse nient’altro; e questo lo ha condotto alla pazzia furiosa.»

«Lei fa una gran confusione. La follia di Maupassant non è altro che uno stadio classico dello sviluppo della sifilide. Qualsiasi essere umano normale accetta i due sistemi di cui lei parla.»

«No. Se Maupassant è diventato pazzo, è stato perché aveva una coscienza acuta della materia, del nulla e della morte – e perché non aveva coscienza di nient’altro. Simile in questo ai nostri contemporanei, egli stabiliva una separazione assoluta fra la sua esistenza individuale e il resto del mondo. È l’unico modo in cui al giorno d’oggi si può pensare il mondo. […] Più in generale, siamo tutti soggetti all’invecchiamento e alla morte. E per l’individuo umano il concetto di invecchiamento e di morte è insopportabile; nelle nostre civiltà, sovrano e incondizionato esso si sviluppa, riempie progressivamente il campo della coscienza, non lascia sussistere nient’altro. Così, a poco a poco, si afferma la certezza della limitazione del mondo. Il desiderio stesso scompare; non restano che l’amarezza, l’invidia e la paura. Soprattutto, resta l’amarezza; un’immensa, inconcepibile amarezza. Nessuna civiltà, nessuna epoca è stata capace di sviluppare nei propri appartenenti una tale quantità di amarezza. Da questo punto di vista viviamo momenti senza precedenti. E se dovessi riassumere in una parola lo stato mentale contemporaneo, sceglierei senza dubbio questa: amarezza.»

Giovane quadro disincantato e senza ambizioni in una ditta di programmi informatici, il narratore sperimenta personalmente la “separazione assoluta fra la sua esistenza individuale e il resto del mondo”. Le numerose persone che incrocia – colleghi, superiori, antagonisti, segretarie – possono stargli più o meno simpatici (per dire, non è un misantropo), resta il fatto che la prima cosa che il narratore (e con lui il lettore) percepisce è la radicale alterità degli individui in quanto individui rispetto a sé. Non c’è substrato comune (qualcosa come umanità o appartenenza a una classe o siamo tutti figli di Dio), nessuna possibile condivisione – tanto più che quello che normalmente viene offerto alla condivisione è la chiacchiera. O meglio – come il romanzo sottolinea costantemente con una sorta di umorismo tragico, ciò che nel sistema Marte (il sistema della lotta per la spartizione del potere e del denaro) ha sostituito il substrato comune e si è qualificata come medium della condivisione, è la pubblicità.

Nulla, quindi, che realmente ottunda la coscienza della limitatezza del mondo (nella figura della vecchiaia e della morte) e consenta una serenità del vivere.

Stesso sentimento di alterità nei confronti delle cose, naturali o artificiali. Se talvolta pare che un paesaggio o un nobile e vetusto manufatto siano lì lì per suscitare una pur blanda partecipazione estetica da parte del narratore, immediatamente l’entusiasmo ricade ancor prima di sollevarsi. Coerentemente, il romanzo si chiude come segue: 

“Sento la mia pelle come una frontiera, e il mondo esterno come uno schiacciamento. L’impressione di scissione è totale; ormai sono prigioniero in me stesso. La fusione sublime non avverrà; lo scopo della vita è mancato. Sono le due del pomeriggio.”

Il narratore è un personaggio che ci sembra già di conoscere; non è per nulla un tipo nuovo nel paesaggio francese. Il giovane disincantato e abulico, nemico giurato di ogni illusione e di ogni passione, freddo ragionatore e dissezionatore di visceri secondo l’esempio di Claude Bernard, vivisezionatore al bisogno (e invito i lettori a leggere il romanzo e scoprire perché – mica posso dire tutto), già orfano del senso naturale e ora anche di quello artificiale, appartiene di diritto alla tradizione francese e ha il suo rappresentante più blasonato in Antoine Roquentin. Riuscirebbe quindi un tantino noioso – sempre la solita pappa grigiastra -, non fosse che il nostro narratore è il testimone – o il testimonial, per restare in tema – di una effettiva estensione del campo della lotta, e questo non tanto per le proprie personali esperienze, quanto per quelle del co-protagonista: Raphaël Tisserand, l’uomo che combatte – e soccombe – nel sistema Venere.

Con l’avvento delle società liberali (quindi grosso modo a partire dalla Rivoluzione Francese) il campo della lotta non ha fatto che estendersi fino a comprendere, almeno idealmente, ogni singolo individuo. Ognuno è autorizzato, anzi è chiamato, a lottare per conquistarsi una fetta possibilmente cospicua di beni e dunque di potere. C’è stata però un’altra rivoluzione, perdente sul versante politico ma vincente su quello culturale, la rivoluzione libertaria del ’68, che ha esteso il campo della lotta non tanto nel senso dei partecipanti o aventi diritto, quanto in quello della posta in gioco. Se l’enjeu classico era il denaro come strumento di potere, di prestigio e affermazione sociale, ora se ne affianca un altro, del tutto indipendente e provvisto di una sua robusta efficacia, in grado di assicurare prestigio e affermazione più e meglio del denaro: il successo sessuale. Il narratore ne è cosciente da tempo, tant’è che nel testo giovanile dove tesse le lodi di Claude Bernard troviamo la massima:

“La sessualità è un sistema di gerarchia sociale.”

Prima della rivoluzione libertaria del ’68 l’attività sessuale dei singoli era in linea di massima circoscritta all’interno del matrimonio – se non altro lo era l’attività sessuale socialmente e culturalmente accettata. Comportamenti “libertini”, che ovviamente esistevano, erano tollerati ma malvisti se operati da individui di sesso maschile, pesantemente stigmatizzati se operati da individui di sesso femminile. Questo modello socio-culturale aveva intanto il vantaggio dell’1 a 1 – cioè grosso modo a ciascuno era garantito il suo partner sessuale; ma soprattutto aveva il vantaggio che l’ambito della sessualità era escluso dalla competizione liberale (cioè di mercato), poiché la quantità e facilità di conquiste (la famosa lista di Leporello!), a differenza della quantità di denaro accumulato, non era un valore e non produceva successo e affermazione. Con la rivoluzione del ’68 però il campo della lotta si estende alla sfera sessuale, anzi d’ora in avanti l’ambito della sessualità sarà il campo privilegiato della lotta – una lotta in cui per i perdenti non c’è appello, nessuna speranza in un radioso avvenire. L’avvenire che potrebbe risolvere questa disuguaglianza bisogna andarlo a cercare nel passato, che è quel che farà Houellebecq con Sottomissione (2015), e non è per nulla radioso, è l’avvenire dell’islam.

Una conseguenza di tutto ciò è che la coscienza della rilevanza sociale della sessualità si ritrova al giorno d’oggi (o al giorno d’ieri, è passato un quarto di secolo dalla pubblicazione del romanzo, le cose potrebbero anche essere cambiate) preinstallata e automatizzata nei giovani. Osserviamo l’esperimento – secondo protocollo claudebernardiano – proposto dal narratore:

“Consideriamo un gruppo di giovani che si trovano insieme il tempo di una serata, oppure di una vacanza in Bulgaria. Tra loro esiste una coppia preliminarmente formata; lui lo chiamiamo François, lei Françoise. Otterremo un esempio concreto, banale, facilmente osservabile.

Lasciamo questi giovani alle loro attività di svago, ma isoliamo dapprima nel loro vissuto una campionatura di segmenti temporali stocastici che filmeremo con l’aiuto di una telecamera ad alta velocità, ben dissimulata sulla scena. Da una serie di misurazioni emergerà che Françoise e François trascorrono all’incirca il 37% del loro tempo a baciarsi, scambiarsi carezze, in sostanza a prodigarsi i segni del più grande amore reciproco

Ripetiamo adesso l’esperimento annullando il precitato ambiente sociale, vale a dire che ora Françoise e François saranno soli. La percentuale crolla di colpo al 17%.”

Insomma, l’amore è bello quando lo si può mostrare, esibire, quando si può farne sfoggio allo scopo nemmeno dissimulato di suscitare l’invidia altrui – esattamente come accade col denaro. Il dato interessante – e che scombina tutto rispetto al liberalismo classico – è che i talenti preposti all’acquisizione dell’amore sono del tutto diversi da quelli preposti all’acquisizione del denaro. Prendiamo ad esempio Raphaël Tisserand.

In epoca di liberalismo classico Raphaël Tisserand avrebbe avuto un certo valore. Sarebbe stato portatore di un certo valore. Nell’ipotesi ideale di appiccicargli un cartellino col prezzo, il prezzo sarebbe stato ragguardevole. Raphaël Tisserand lavora nell’informatica, campo avveniristico circonfuso di misterico prestigio, guadagna bene, ha una macchina trend, un guardaroba ben fornito e, si immagina, tutto il resto in tono. In epoca di liberalismo classico sarebbe stato un partito ambito; avrebbe potuto scegliere. Ora no. Ora Raphaël Tisserand non solo non può scegliere, ma va proprio in bianco. Su uno dei due assi che determinano il successo – e su quello più importante – Raphaël Tisserand si trova classificato fra i diseredati della terra.

Questo perché Raphaël Tisserand è brutto. Niente di tremendo, si intende. Fisico tracagnotto, tratti del viso larghi, spessi. Ricorda un po’ una rana-bue. È aperto, sincero, di buon cuore; ma non ha un briciolo di fascino; non piace, non attira. In regime di liberalismo sessuale il suo valore è zero.

La seconda delle tre parti di cui si compone L’estensione del dominio della lotta è di fatto dedicata alla lotta di Tisserand – lotta atroce e persa in partenza – per aggiudicarsi un po’ di amore.

[Sarebbe il caso di approfondire cosa intenda Houellebecq quando (abbastanza sorprendentemente) gli capita di usare la parola ‘amore’. Conscio del fatto che proprio l’amore, come fenomeno, potrebbe falsificare la sua teoria esplicativa, egli tenta qualche precisazione, che però risulta parziale e poco convincente e la cui analisi ci porterebbe troppo lontano. Diciamo soltanto che, per quel che riguarda Tisserand, per amore egli intende prima di tutto una reciproca, travolgente attrazione erotica. Se poi questo primo stadio possa o debba arricchirsi di altre connotazioni non è dato sapere, in quanto Tisserand non lo raggiunge mai.]

Tisserand lotta. Incurante delle sconfitte, delle umiliazioni, delle ferite, lotta. È un eroe, il nuovo eroe; l’elogio funebre che ne fa il narratore non sarebbe indegno di Ettore domatore di cavalli:

“Almeno, mi sono detto quando ho saputo della sua morte, si sarà battuto fino in fondo. Il villaggio-vacanze, le settimane bianche… Almeno non avrà rinunciato, non si sarà dato per vinto. Fino in fondo e malgrado i ripetuti insuccessi avrà cercato l’amore. Schiacciato fra le lamiere della sua 205 GTI, stretto nel completo nero con cravatta dorata, sull’autostrada quasi deserta, so che nel suo cuore c’era ancora la lotta, il desiderio e la volontà della lotta.”

Così, anche Raphaël Tisserand entra gloriosamente nella schiera degli eroi del romanzo realista francese: di coloro che soccombono nel tentativo di imporre le proprie irrinunciabili aspirazioni a una realtà che costitutivamente non le può accogliere. E non ci disturbi il fatto che dalle aspirazioni di nobiltà di Julien Sorel, passando per i sogni di passione e di bellezza di Madame Bovary, si sia approdati allo schietto desiderio di realizzazione erotica e a un sistema di valutazione degli individui in base al loro “peso” sessuale. Procedendo sulla direttrice del realismo letterario è lì, e non altrove, che si arriva.

Nota: Per la traduzione italiana dei brani citati ho seguito quella di Sergio Claudio Perroni per Bompiani, modificandola in alcuni punti.

 

 

Il male immedicabile (un sogno del mattino)

stairway
Edward Hopper, Stairway

Il male immedicabile si manifesta durante l’ultimo sonno, quando credi di ripristinare, dormendo tardi, i ritmi circadiani sbilanciati da Battlestar Galactica nel freddo della notte, davanti al tubo catodico che si squaglia al crescendo forsennato dei wadaiko.

Poi, nella terra di nessuno dell’alba, ti trovi in una casa che ora, come sai, è vuota. Nelle scale aperte dalla cantina al sottotetto c‘è la traccia di una persona morta (un’istantanea senza supporto). Su un pianerottolo c’è una persona che, come sai, non c’è; nel sonno il paradosso ti sembra insopportabile.

È la proiezione di una lanterna magica; eidolon – benché invece, da un certo punto di vista, sia proprio lei, la persona. Però irraggiungibile, perché è chiaro che non si potrà rispondere alla voce che familiarmente ti parla dalla tromba delle scale. (Ma nemmeno lo sa).

Impossibile aggiungere qualcosa, riparare al detto e al non detto.

Uno stato delle cose siglato dalla morte il male inemendabile – o così ti pare, perché nel sonno dimentichi che, sin dall’inizio, nulla fu emendabile.

Nel vestibolo dove toglievate o mettevate le scarpe una persona che ha vissuto nella casa da bambino – nel sonno poco più di un bambino, un adolescente – aiuta, propone il da farsi. Però è strano che sia lì perché poi non ha più voluto viverci, non ci vive più, non ci sarà più in quella casa; di fatto non c’è, è come se non ci fosse, lo vedi ma sai che è un’immagine; eidolon, una nostalgia.

Nessuno che tu possa raggiungere. Nessuno davvero raggiungibile dalla bolla di tempo in cui stai come in un occhio di grasso nel brodo di un tempo più vasto.

La casa è tramontata. Oltre i vetri della porta-finestra un cane che fu sepolto in giardino lo attraversa di corsa. Quando ti svegli hai la percezione di un buco al posto di un organo vitale qualsiasi, forse al posto di diversi. Nulla di reale per chiudere i buchi, ma possono servire sottili foglietti della fortuna, stampati a colori con testi brevi e incoerenti.

Tardi, la sera, ti esponi alle frequenze di Battlestar Galactica.