TRE LIVELLI

Tre livelli

C’è una cosa che mi sarebbe sempre piaciuto dire in modo preciso, una cosa che mi è sembrata importante da subito, voglio dire da quando verso i dodici tredici anni l’orizzonte si è allargato e ho potuto vederla.

Aggiungo che fin dall’inizio mi è stato chiaro che questa cosa importante era importante soltanto per me; inoltre non sapevo perché fosse importante, se non perché era una scoperta e alle proprie scoperte, anche se rimangono senza conseguenze, uno per un po’ ci tiene. Ho provato diverse volte a dirla ma dal momento che non mi era chiaro perché fosse importante non riuscivo a dirla bene; ne veniva fuori qualcosa di patetico, o di pedante.

Adesso che, con gli anni, l’importanza di certe cose è diventata come un oggetto di antiquariato a cui non ci lega, nel migliore dei casi, che un grammo di infastidita devozione, adesso che non mi interessa più indagare quello che eventualmente c’è dietro questa cosa, e anzi non mi interessa nemmeno più sapere se c’è dietro qualcosa – adesso magari riesco a dirla meglio.

La cosa che ho sempre desiderato dire e che nessuno ha mai detto – o almeno, io non ho sentito che qualcuno l’abbia detta – la cosa che ho scoperto autonomamente all’uscita dall’infanzia, è che nel paese dove vivo ci sono tre livelli. Voglio dire che si distinguono tre livelli della crosta terrestre: il livello del fiume, il livello del canale e il livello della rocca.

Il livello del fiume, che è fatto più di ghiaia che di acqua, è la base: l’inconoscibile inferiore.

Il canale è conoscibile perché è opera dell’uomo. Opera antica, perché se fosse recente sarebbe quasi impossibile conoscerlo. Si trova su una cornice che scende gradatamente verso la pianura; il canale passa per un tratto sotto la rocca.

La rocca è il terzo livello e costituisce il vertice di un triangolo.

Queste cose del paese, quando le scoprii, mi parvero stupefacenti. Mi parve stupefacente scoprire che vivevamo in un paese in cui si manifestano tre livelli molto ben distinti sia orograficamente che concettualmente, tant’è vero che a ognuno di essi si può collegare, volendo, un elemento, una funzione vitale, un archetipo e magari anche un pianeta; mi parve stupefacente scoprire che vivevamo in un paese in cui si manifestano tre livelli sia orograficamente che concettualmente molto ben distinti e che nessuno se ne accorgeva.

Dipende probabilmente dal fatto che queste cose del paese appaiono soltanto se uno lo guarda dal fiume e da una certa prospettiva. E anche lì, sono sicura che non tutti le vedono. Sono cose segrete. Di quelle però di cui non si è coscienti dall’interno ma dall’esterno; bisogna uscire, bisogna andare fuori, bisogna essere fuori. Le vedi solo se il paese e i suoi tre livelli, in fondo, ti sono estranei. Cioè, se ti sono allo stesso tempo familiari e estranei, come un luogo in cui non hai mai saputo bene se desideri veramente entrare e intanto continui a girarci intorno.

Io li vedevo benissimo, vedevo il disegno, la struttura, la forma geometrica. La preziosa forma geometrica. Non so perché mi apparisse preziosa. Probabilmente perché una forma geometrica è un concetto e quella forma era il concetto del luogo; anche se, pur avendoci ripetutamente provato, non saprei dire cosa c’era, in quel concetto.

Però per vedere la preziosa forma geometrica bisogna andare nel fiume. Cioè bisognava. Perché adesso il fiume è tutto pieno di tangenziali e rotonde e cartelli stradali e relitti di megadiscoteche dismesse e è facile che non si veda un bel niente.

Le cose cambiano, le forme spariscono, girare intorno ai luoghi non serve, tanto vale andarsene subito o al limite non uscire di casa.

IL PARADISO DEGLI ANIMALI

il paradiso degli animali

David James Poissant, Il paradiso degli animali, NNE 2015, € 17,00

 

Difficilmente compro libri di cui non so nulla o verso i quali non mi attira una curiosità specifica; ancor più difficilmente compro libri appena usciti. Ho fatto un’eccezione per questi racconti di giovane autore americano per solidarietà con una piccola libreria indipendente, perché mi è piaciuto il titolo, perché la copertina è geniale, perché volevo vedere cosa fa questa casa editrice poco nota.

La quarta di copertina recita:

“Questo libro è per chi sogna di viaggiare su un furgoncino Volkswagen in compagnia di un labrador nero, per chi ama i film di Wes Anderson e il deserto di Bagdad Café, e per chi a volte teme di essere pazzo ma in realtà è caduto in un cerchio magico da cui riuscirà prima o poi a uscire”.

Non credo di averla letta prima dell’acquisto. Se l’avessi letta, dal momento che non ho mai viaggiato in furgoncino Volkswagen – tranne, forse, per un giovanile trasloco dalla Germania – che il mio cane non è un labrador nero ma un comunissimo bastardo bicolore, che se non mi ci avesse trascinato mio figlio non avrei visto nemmeno Grand Budapest Hotel, e che per finire dubito di essere caduta in un cerchio magico, in compenso so per certo che non riuscirò a uscirne – insomma per questi e altri motivi se l’avessi letta credo che non avrei comprato il libro. Fortunatamente, come tutti si sanno, le quarte di copertina non c’entrano nulla con ciò che sta fra le copertine.

A quanto ho capito è la prima raccolta dell’autore, che però ha pubblicato su riviste prestigiose e, ça va sans dire, ricevuto numerosi riconoscimenti. Mi sono fidata perché avendo un po’ praticato, anche di recente, il racconto americano, senza star tanto a rifletterci me lo immaginavo come un marchio di fabbrica, una garanzia di qualità: come se con una tradizione così alle spalle non si potesse poi fare qualcosa di troppo insignificante.

Il racconto americano ci ha abituato a personaggi in rilievo, che bevono molto ma non scoloriscono, che sono capaci di sentimenti forti e primitivi, che agiscono perfino, imprimono una svolta ai loro destini o almeno ci provano, che insomma mantengono una traccia della fede e della risolutezza con cui i padri pellegrini si imbarcarono un giorno sul Mayflower. Personaggi svaporati da tempo, se mai ci furono, dal racconto europeo le cui figure sono più che altro schemi, prospettive, punti di vista – e che comunque è un genere un po’ ambiguo, spesso non più di una prova d’esordio, una rincorsa prima di lanciarsi nelle secche del romanzo. Nei racconti americani si vive molto e si riflette poco, ed è questo che ci affascina, questa possibilità che consideriamo con scetticismo misto a invidia, ma davvero c’è un posto, in Occidente, in cui queste cose sono ancora possibili? E allora via che partiamo, col furgoncino Volkswagen.

Se questa è l’aspettativa – e da parte mia un po’ lo era – i racconti di Poissant rischiano di deluderci. Ecco, dici, l’onda lunga ha attraversato l’Atlantico, con qualche decennio di ritardo anche la vitalissima letteratura americana è entrata nella decadenza. Cosa rimane, in questi racconti, della rude sentimentalità boscaiola, di quel naturale e spontaneo far riferimento, come a cosa ovvia, a pilastri della vita emotiva e morale quali l’amore, la fedeltà, la solidarietà – tutte cose che in Europa si teme anche soltanto di sfiorare per la paura (fondata) del patetico? Cosa rimane di quella magnifica creatura a una dimensione, l’uomo americano, per il quale fin dall’inizio essere ha significato imporsi, di conseguenza la riflessione non può manifestarsi che nella forma dell’azione, senza quel fastidioso sdoppiamento che ci paralizza in Europa?

Direi molto poco. Dei loro omologhi più anziani, i personaggi di Poissant hanno mantenuto una certa tendenza allo stereotipo (per esempio la sfida impossibile: bloccare le mascelle di un alligatore col nastro adesivo e caricarlo a braccia su un pick-up) e alla ragionevolezza dei sentimenti. Il bere e la violenza, questi pilastri dell’America, appartengono però alla generazione dei padri; i figli sono pallidini, irresoluti, spesso mariti rinunciatari alle prese con giovani mogli ambiziose e performanti, individui deboli con un sacco di buoni propositi che se ne stanno seduti sui gradini di casa a aspettare il ritorno della gatta o una telefonata della ex-moglie (nessuna delle due cose si produrrà, la gatta trovandosi probabilmente nella pancia di un coyote e la moglie essendo da tempo risposata).

Rimane ancora, della tradizione, un peso naturale dell’individuo, una rilevanza dell’uomo qualunque che in Europa il singolo, da sempre inserito in una gerarchia di classi e schiacciato dal leviatano statale, ha perso da tempo o forse non ha mai avuto. Rimane anche, a un livello più sbiadito, più insignificante, un certo modo di avere a che fare con la realtà esterna come se a nessuno fosse mai venuto in mente di metterla in discussione. I conflitti sono da manuale, fin troppo netti: il padre che non accetta l’omosessualità del figlio nel primo racconto, quello stesso padre che si precipita attraverso quattro stati per cogliere un improbabile perdono nell’ultimo che gli fa da pendant; annose incomprensioni condite di rancori inarticolati fra fratelli; coppie sull’orlo di una dissoluzione che esita a prodursi, legami appesi a un filo che potrebbe, perché no, reggere all’infinito. “Genitori e figli,” recita la bandella “mariti e mogli, amanti o amici, i protagonisti di queste storie sono ritratti in un momento decisivo della loro vita quando, per la forza brutale dell’amore, si trovano sulla soglia di un precipizio, spinti da decisioni che loro stessi hanno preso. E sull’orlo del burrone, a ciascuno viene chiesto di fare una scelta: saltare o tornare indietro”. L’impressione generale, però, è piuttosto di un sostare indefinito sull’orlo del burrone, di uno status quo aporetico che si procrastina per impossibilità di soluzione, per incapacità, per inerzia; o forse perché il burrone (drammatico) non esiste nemmeno più: al massimo c’è un fosso. Ad esempio in Il rimborso, uno dei più belli:

“Arriveremo fino a Natale?” chiesi.

“Zitto” disse. “Altrimenti mi fai sbagliare”.

Mi passò un pettinino sulle sopracciglia, poi mi tirò gli angoli degli occhi con i pollici.

“Arriviamo a Natale?” ripetei.

Poi sentii qualcosa di fresco sulla fronte. Trattenni il respiro, in attesa.

“Va bene” disse Joy. “Natale”.

Se riuscivamo ad arrivare fino a Natale, cosa ci impediva di restare insieme? Se avessimo superato capodanno, poi San Valentino, poi San Patrizio. Le feste come pietre in un fiume, e chissà magari potevamo arrivare sull’altra sponda o continuare a camminare, finché…

Oppure nel racconto Nudisti, anche questo uno dei migliori, in cui Mark, molto di malavoglia, va a trovare il fratello Joshua e la sua ragazza Marisa per la festa del Ringraziamento. A un certo punto gli pare che i nodi verranno al pettine e che sarà costretto a passare il giorno del ringraziamento in un motel con un piatto del take away cinese. Ma non sarà così:

“Se anche aveva detto a Joshua del bacio, suo fratello comunque non vi aveva accennato. Ma vedendola Mark capì che non l’aveva fatto, che non ci sarebbe stata nessuna stanza di motel, nessun take away cinese. Avrebbero superato anche questa, tutti quanti.”

Nel racconto Io e James Dean, dove James Dean è il cane, l’unico a saltare, poverino, è proprio il beagle che ci lascia le penne. Ma per la buona causa:

“Forse è la musica classica che arriva dalle pareti sottili della stanza vicina, o il fatto che il nostro cane stia per morire su un tavolo davanti a noi. Forse è qualcos’altro. Ma prima che Jill esca, sorride e ha uno sguardo che dice, «Almeno abbiamo noi due». Che sembra dire, «Possiamo ancora far funzionare le cose». Uno sguardo che dice, «Non preoccuparti. L’amore non ci lascerà»”.

L’amore val bene la vita di un cane. O no?

Un’America diverse ottave sotto quella dei racconti di Poissant (e d’altronde come stupirsi?), a cui corrisponde una prosa senza troppe sbavature, un po’ banalotta.

E il titolo? Il titolo si deve agli animali – gatti, beagle, api, alligatori – che compaiono a vario titolo in diversi racconti. Ma, come ci spiega la bandella, Il paradiso degli animali è anche il titolo di una poesia di James L. Dickey (molto bella, qui per chi la vuole leggere), che si conclude: “Sotto l’albero / cadono / sconfitti / si rialzano /si rimettono in cammino.” Che è, come dice il redattore della bandella “quello che tutti tentiamo di fare”. Da una parte e dall’altra dell’Atlantico, le cui rive, parrebbe, si sono avvicinate di molto.

 

PROUST & Co. Meglio ricostruire l’Io o lasciar perdere?

Proust

Di fronte all’imperativo della scrittura, al compito, per lui, di mettere in salvo la vita che in ogni momento sfugge non solo al presente ma anche alla memoria – insufficiente, lacunosa, e comunque in grado di conservare tutt’al più gli schemi di ciò che fu – Proust riesce nell’impresa di recuperare il vissuto biografico, che permette la Narrazione, soltanto nel momento in cui recupera anche quella parte dell’Io sottratta al tempo che egli chiama l’Io atemporale o eterno, e che costituisce l’Opera in quanto tonalità, voce, Terra Incognita nuovamente cartografata nell’Atlante delle possibili identità umane.

Spesso ci si dimentica che è l’Opera nel senso detto a rendere possibile la Narrazione, cioè la ricomposizione del corpo biografico; così avviene che qualsiasi tentativo di risuscitare brani di esistenza trascorsa venga assimilato alla démarche proustiana, senza tener conto delle premesse su cui quest’ultima riposa.

Occupandomi di merli sul prato di casa mi è capitato di rileggere un racconto di Musil (intitolato appunto Il merlo) e di imbattermi in un passo che descrive un’esperienza opposta al desiderio di recuperare il passato; un’esperienza che mi è famigliare ma della quale non riuscivo a rendere conto:

“Posso ben dire che non mi piace indugiare su me stesso, e il gusto con il quale molta gente contempla le fotografie che la rappresentano in tempi passati, o ricorda quello che ha fatto nel tal posto e quando – tutto questo sistema da Cassa di Risparmio dell’Io – mi è sempre sembrato del tutto incomprensibile.

Non sono particolarmente volubile, né vivo soltanto per il presente; ma quando una cosa è passata, è passato anche l’Io di allora, e se mi ricordo di aver fatto spesso, in altri tempi, la strada in cui mi trovo, o se rivedo la mia casa di prima, sento semplicemente, senza pensarci, una specie di dolore, di avversione per me stesso, come se mi ricordassero un atto vergognoso. Ciò che è stato scorre via, quando si cambia, e mi sembra che, in qualunque modo si cambi, non lo si farebbe se colui che si lascia fosse poi così irreprensibile.”

Non ho mai posseduto una macchina fotografica, ho un vecchissimo cellulare che non fa foto, tutte le foto che ho (fatte da altri) sono infilate alla rinfusa in una cassetta di legno che non viene mai aperta perché sopra c’è una lampada, dei libri ecc., le fasi della mia vita passata le considero andate e concluse, mi infastidisce essere costretta a tornarci sopra (per dire in una conversazione), se vengo confrontata con qualcosa che emerge dal passato (ad esempio, esattamente come nel testo di Musil, se mi capita di trovarmi dopo un certo tempo di assenza in una strada che in un determinato periodo ho percorso spesso) “sento semplicemente, senza pensarci, una specie di dolore, di avversione per me stesso, come se mi ricordassero un atto vergognoso”.

Imputavo questo fatto, scomodo a volte come un sasso in una scarpa, a una mia freddezza, anaffettività, consapevolezza di essere sempre stata in qualche modo inadeguata alle varie circostanze e dunque alla vita nel suo complesso. Ne derivava un più vasto senso di inadeguatezza e di fallimento.

La lettura del passo di Musil mi ha illuminata e rinfrancata. Può ben darsi, in fondo, che proprio il senso di inadeguatezza sia la reazione più corretta al nostro essere nel mondo: se infatti, come dice il testo di Musil, in ogni momento del tempo il nostro Io fosse “così irreprensibile”, perché cambieremmo?

Ho l’impressione che coloro che, senza condividere le premesse in un senso irripetibili di Proust, si dedicano alla (per loro) piacevole occupazione di raccogliere i disiecti membra poetae, debbano essere persone molto soddisfatte di sé. Il che naturalmente è una fortuna.

MUSIL E IL MERLO NEL CORTILE

 

 

 

 

Die Amsel

Ho un giardino piccolo, trascurato, esito a chiamarlo giardino. Però essendo chiuso da due siepi ha un’aria raccolta, mentre un cortile lo vedrei più aperto, ghiaiato.

Anche quest’anno con l’arrivo della primavera una famiglia di merli saltella sull’erba senza curarsi del cane che si avventa pro forma; qualcosa gli dice che è un cane velleitario, a distanza ravvicinata avrebbe paura.

In questa stagione i merli non sono merce rara, ce n’è un po’ dappertutto. Eppure che frequentino il mio giardino – che accettino di frequentare il mio giardino – mi sembra un onore per me e da parte loro una degnazione. Voglio dire che una vita selvatica si offra così, familiarmente, alla vista se non al contatto.

Sono affezionata a questi ospiti stagionali, hanno un modo di fischiettare e di saltellare che esprime un ottimismo a oltranza, come se sapessero da fonte sicura che non gli può capitare nulla di male. È un ottimismo discreto, non vuole fare proseliti, non offende i temperamenti atrabiliari; Baudelaire stesso non ne sarebbe offuscato. Non arriva a affermare che i gatti non esistono o che un temporale di prima estate non disperderà la nidiata implume; semplicemente i merli non ci pensano, hanno recepito la lezione evangelica: a ogni giorno basta la sua pena, inutile preoccuparsi, eventualmente si vedrà.

Mi viene in mente che c’è un racconto di Musil intitolato Il merlo. Quando l’ho letto, trent’anni fa, non mi era piaciuto; intanto perché i due protagonisti si chiamano Auno e Adue e questo ha qualcosa di arido; e poi perché non l’avevo capito. Rileggendolo recentemente mi ha colpito il nitore della prosa.

In breve la storia è questa: i due amici, Auno e Adue. si ritrovano dopo essersi persi di vista per parecchi anni. Adue, che ha sempre avuto una tendenza a porsi al limite delle cose, ha tre storie da raccontare all’amico, tre esperienze sulla linea di confine fra il razionale e quello che c’è di là – mistica o altro. Il terzo e ultimo accadimento ha avuto luogo poco dopo la morte della madre, quando un merlo (ma bisognerebbe dire una merla, perché in tedesco Amsel è femminile) si posa sul davanzale della finestra e dice “Sono tua madre”; da quel momento Adue la prende con sé.

Questo racconto è stato scritto fra le due guerre, probabilmente più verso la prima che verso la seconda, in un momento in cui il mondo, e dunque anche i merli, erano ancora significativi – oscuramente se vogliamo, ma significativi.

Ora le cose si sono parecchio sbiadite, come tutti sanno; c’è molta chiacchiera in giro ma il significato latita. Non posso aspettarmi che uno dei merli venga lì a dirmi Sono tua madre; né, ammesso che questo accadesse, mi sentirei disposta a far finta che tutti i conflitti siano sanati come dopo l’Ultimo Giorno.

Mi accontento della fenomenologia dei merli, del loro buon umore che non impegna. Spero che nessun gatto se li mangi e che la siepe, che è vecchia, mal potata e rada al suo interno, offra una protezione sufficiente contro i temporali.

 

 

Flannery O’Connor, TUTTI I RACCONTI

Flannery O'Connor

Flannery O’Connor, Tutti i racconti, Bompiani 1990 (VII edizione 2015), € 15

 

È stata Alessandra di Libri nella Mente a consigliarmi qualche tempo fa i racconti di Flannery O’Connor, scrittrice americana morta nel 1964, a trentanove anni, di una malattia ereditaria, e che io non conoscevo affatto. Alessandra ha pubblicato qui un’interessantissima introduzione/recensione al volume dei Racconti, alla quale, come pure a un altro articolo dedicato all’epistolario, rimando chi volesse informazioni approfondite sull’autrice e un quadro interpretativo completo dell’opera.

L’informazione fondamentale, direi, è che Flannery O’Connor era profondamente e risolutamente cattolica. E da cattolica scrive, lo dice lei stessa, non potrebbe mai mettere la sua fede fra parentesi. Tuttavia il lettore non informato, e magari un po’ distratto, probabilmente non se ne accorgerebbe subito, o non se ne accorgerebbe affatto, perché come fa notare Alessandra il cattolicesimo soggiacente alle storie della O’Connor non ha nulla di apologetico né mira a fare proselitismo, non è dichiarato né tantomeno sbandierato; e se possiamo avere l’impressione di un orizzonte cristiano, esso richiama piuttosto la ferocia veterotestamentaria che non la buona novella evangelica, come se i toni apocalittici della Bible Belt avessero stinto su questa scrittrice cattolica che si trovava a vivere nel posto sbagliato.

Nell’articolo citato Alessandra rileva giustamente che il nucleo duro di cattolicesimo che si nasconde in questi racconti e ne costituisce il centro, l’occhio vuoto intorno al quale si avvolge il ciclone, è il mistero. Se non si è disposti ad concedere al mistero il ruolo centrale che gli compete – quasi di luogo fisico – la maggior parte di questi racconti rimarrà enigmatica e lascerà alla fine un senso di insoddisfazione, un’impressione di diffusa, insanabile ingiustizia.

Ora, personalmente il mistero non è cosa che mi piaccia o mi affascini, e anzi mi ricorda il modo in cui il nostro vecchio parroco usava pronunciare questa parola: insistendo sulla esse alla maniera emiliana come per caricare il concetto di tutta la forza che la modernità gli ha sottratto. Tuttavia di fronte a questi racconti o si accetta il mistero, o non si capisce niente.

Diciamo subito che in Flannery O’Connor il mistero non ha nulla a che vedere con i dogmi del cattolicesimo e la loro maggiore o minore indigeribilità. Nei suoi racconti il mistero è come una lacuna, un imprevisto che si apre inaspettatamente nella maglia di eventi altrimenti prevedibili, ripetitivi, calcolati e orchestrati, che fanno la vita di un personaggio psicologicamente forte, volitivo (spesso sono donne, vedove di mezza età “che hanno preso in mano la situazione” e se la cavano meglio dei defunti mariti – e questo fatto, che i ciechi bisognosi di grazia siano nella regola vedove dominanti, potrebbe suggerire qualcosa sul rapporto non facile fra O’Connor e la madre). Per esempio, in Un cerchio nel fuoco, la signora Cope:

[La signora Cope] alzò la paletta, puntandola contro la signora Pritchard. “Io ho la fattoria meglio tenuta della contea e sa perché? Perché lavoro. Ho dovuto lavorare per salvarla e lavoro per conservarla.” E sottolineava ogni parola con la paletta. “Non trascuro niente e non vado in cerca di guai. Come vengono, li risolvo.”

“Ma se venissero tutti insieme…” esordì la signora Pritchard.

“Non vengono tutti insieme,” ribatté la signora Cope, brusca.

Ecco che in queste vite diciamo assestate (ma assestate intorno a un nucleo di insoddisfazione e di conflitto: figli imbelli, o ribelli, o entrambe le cose insieme, fittavoli inaffidabili, parenti odiati), ecco che in queste vite assestate si produce un piccolo evento anodino: un venditore di Bibbie suona alla porta, il toro dei vicini sconfina nella proprietà, tre ragazzi vogliono rivedere il luogo dove uno di loro è cresciuto. Il mistero non è né più né meno di questo: il caso insignificante che piove su una vita con la leggerezza svagata di una piuma e il peso di una tonnellata di ferro. E la distrugge.

Distrugge, diciamo, la struttura di egoistico autocompiacimento; in questo senso il mistero si rivela come l’azione violentemente liberatoria della grazia che offre una possibilità di salvezza. Nei fatti, la persona così “toccata” difficilmente sopravvive, fisicamente o psicologicamente, al crollo della struttura che la reggeva, sicché talvolta l’impressione è piuttosto quella di un fulmine che incenerisce in uno stesso colpo il peccato e il peccatore – per dire che non ci sono in O’Connnor sdolcinature o patetismi, facili pentimenti, conversioni improvvise e di corta durata. L’azione della grazia che si infila nei panni del caso è piuttosto paragonabile alla “spada affilata a doppio taglio” che secondo l’Apocalisse uscirà dalla bocca di Gesù Cristo nell’Ultimo Giorno, e che è citata in uno dei racconti. Il Sud di O’Connor non assomiglia al Sud nostalgico e elegiaco di Capote ma piuttosto a quello feroce di Faulkner.

Vorrei soffermarmi su un aspetto che mi ha colpito. Gli strumenti della grazia, i personaggi che piovono nelle vite bene ordinate dei protagonisti (spesso risalendo il viale della proprietà con l’inquietante insignificanza di un destino che si prepara) non sono affatto personaggi positivi. Spesso sono persone che hanno subito un torto dalla vita, ma nel presente della narrazione essi appaiono disonesti, insulsi, antipatici, e talmente irritanti che il lettore comincia a desiderare ardentemente che qualcuno li faccia fuori. Nel (meraviglioso) racconto Un brav’uomo è difficile da trovare lo strumento della grazia è un evaso che ammazza sei persone innocenti, tre adulti e tre bambini, uno dei quali in fasce. Ma senza arrivare a tanto troviamo tutto un campionario di imbroglioni, teppisti, sfruttatrici senza scrupoli (cioè, che non hanno mai saputo cos’è uno scrupolo), collezionisti di protesi il cui passatempo è sottrarle con l’inganno ai poveri diavoli a cui appartengono, adolescenti da riformatorio talmente diabolici che viene voglia di strangolarli già alla seconda pagina. L’atteggiamento dei protagonisti di fronte all’irrompere di questi strumenti divini non è univoco: alcuni rifiutano una concessione all’altro (rifiutano di considerarlo in qualche modo proprio “pari”) e subiscono una “ritorsione” che è la manifestazione della grazia – se la vogliono capire. Altri hanno la reazione opposta: desiderano accogliere, aiutare, risolvere; una notiziola sul giornale è sufficiente a smuovere la loro coscienza, si sentono chiamati a soccorrere, vanno in cerca di chi ha bisogno, sembrerebbero encomiabili, buoni samaritani in piena regola. Però fanno troppo affidamento sulle loro forze, fanno unicamente affidamento sulle loro forze (c’è per un cristiano peccato più capitale del tralcio che pensa di poter sussistere staccato dalla vite?) e scatenano la catastrofe.

In questi racconti, urticanti in sommo grado, O’Connor si dimostra una scrittrice meravigliosa e una cristiana perfetta. Io però vorrei spostare ora l’attenzione dai protagonisti agli “strumenti della grazia”. Mi riferisco in particolare a due racconti: Gli agi della casa e Gli storpi entreranno per primi. In entrambi i casi in una famiglia composta da un genitore e un figlio, il genitore (in un caso la madre, nell’altro il padre) accoglie in casa una persona che egli giudica bisognosa di aiuto. Per motivi diversi, che possono essere anche sbagliati, il genitore ritiene che il proprio dovere morale nei confronti della persona bisognosa di aiuto sia categorico, quindi continua a accoglierla nella propria casa nonostante le proteste, più o meno apertamente espresse, del figlio e benché la delinquenza incallita dell’“ospite” sia da un certo punto in poi fuori discussione. L’ostinazione di buona volontà finisce in tragedia. Ora, se facciamo un momento astrazione dall’idea di “strumento della grazia”, questo altro che irrompe negli “agi della casa” è, in primo luogo e semplicemente, un Altro, cioè quella coscienza diversa dalla mia, non riducibile alla mia e dunque per me potenzialmente distruttiva di cui parla Sartre. Nel romanzo di Beauvoir L’Invitata (1943, romanzo peraltro a mio avviso bruttissimo), in cui Beauvoir “illustra” la filosofia di Sartre, troviamo una struttura in qualche modo analoga: un’invitata viene accolta nella casa di una coppia. Anche lì finisce in tragedia, ma chi viene ammazzato non è uno degli “accoglienti” bensì l’invitata: l’estranea (=l’altra) intollerabile.

Quello che voglio dire è che se uno sposta il fuoco dell’attenzione dal destinatario della grazia allo strumento, ciò che emerge dai racconti di O’Connor è l’irriducibilità delle singole coscienze (esistenze) che, sul piano umano, non possono che essere tragicamente estranee e dunque potenzialmente distruttive l’una per l’altra.

LOCUS VAGUS

Greto in secca 1

Non c’è luogo altrettanto vago del greto di un fiume. È talmente vago che non si è neanche incominciato a parlarne che già bisogna mettersi a precisare. Ad esempio non tutti i fiumi hanno un greto. Ce l’hanno principalmente quei fiumi che un po’ ci sono e un po’ non ci sono, che sono essi stessi vaghi quanto all’esserci, che hanno un nome e anche un ramo d’acqua quando va bene; un ramo d’acqua che mantiene una contorta posizione nel letto e non necessariamente al centro. Sono fiumi che hanno ponti anche lunghissimi che li scavalcano, cioè scavalcano il letto in corrispondenza di paesi che si fregiano per identificazione del nome del fiume, e si chiamano San Perso d’Enza o Scansano sul Crostolo; ma poi gli abitanti di questi paesi sono sempre un po’ imbarazzati quando si tratta del fiume, perché è un fiume fino a un certo punto, un fiume che più che esserci non c’è e quando passi sul ponte e guardi giù vedi quasi soltanto ghiaia. Si potrebbe dire che vedi il greto. Ma appunto è una cosa troppo vaga per andarne fieri; e anche un po’ misera.

Talmente misera che la gente lo schiva, sta alla larga, finisce che non si raccapezza, se ci capita per sbaglio si perde per mancanza di punti di riferimento. Gli viene il dubbio, a quello che si è perso, che anche le dimensioni del greto siano vaghe e variabili, come il resto. Cammina fino a sera e la sera,  miracolosamente, si ritrova nell’abitato.

Quello che voglio dire è che il greto, appunto perché è un posto misero, è misterioso, e se è misterioso viene il sospetto che sia anche ricco, a un suo modo. Per esempio la gente che ci vive. Gente equivoca, già per il fatto che vivono lì per forza sono equivoci, sono strani, fanno mestieri strani, mestieri che neanche ci sono, raccolgono detriti, raccolgono frammenti di metalli, raccolgono pelli di coniglio, hanno baracche di lamiera ondulata. Sono uomini più che altro, ti guardano male mentre passi, ti squadrano insolentemente mentre passi, si chiedono cosa ci fai lì, cosa ci fai in quel territorio. Già, cosa ci fai tu fra i cespugli di tremoli e i banchi di mota secca, tra i grossi sassi e i ferri arrugginiti, cosa ci fai lì dove cessa ogni coltura e ogni cultura, cosa ci fai lì, in cerca di quale tesoro.

FOGLIA NELLA CORRENTE

foglia nella corrente 3

 

Una foglia che scivola sul pelo dell’acqua è la versione originaria della barchetta di carta, il suo archetipo. Difficilmente manca di catturare un po’ della nostra attenzione e, almeno fin dove riusciamo a seguirla, partecipazione ai suoi casi. Rimarrà impigliata in una radice? Affonderà per il peso dell’acqua assorbita? Poiché sono entrambi governati dal caso, leghiamo al destino della foglia qualcosa del nostro, lo osserviamo con un certo batticuore.

Per esempio pensavo a una brattea di tiglio, quella lamella smilza, ripiegata come un’ala, dal cui centro parte il peduncolo che regge l’infiorescenza, più tardi i frutti. Ce ne sono a migliaia sul finire dell’estate lungo i viali, mucchi di carcasse gialle che volano a ogni soffio perché la brattea pare fatta apposta per la navigazione aerea.

frutti-immaturi-di-tiglio

Anche nella calma di vento cade vorticando incerta; prende tempo, come se non sapesse dove andare a parare. Quando finisce in un corso d’acqua non si perde d’animo. Se la corrente diminuisce, la sua struttura la porta a girare in tondo. Si direbbe che cerchi una via d’uscita; ma senza affanno, e il peduncolo tutto impettito come il tenace soldatino di stagno. La fissiamo con lo sguardo immobile con cui Epicuro, nella caduta parallela degli atomi, fisserebbe la deviazione che dà origine al mondo – come se aspettassimo una deviazione, nella caduta parallela di ciò che fa le nostre vite, che dia origine a qualcosa di inatteso.

La brattea rotea più velocemente, i cerchi si restringono, il vortice la attira, la risucchia; ecco che la risucchia, ecco che l’ha risucchiata, ecco che è costretto a risputarla perché è troppo leggera.

Libera dal gorgo via che va, qua e là sprofondando nel cavo dell’onda come per un vuoto d’aria.