IL BEHEMOTH

Il sottomarino a propulsione nucleare Behemoth trasporta il missile-siluro Armageddon pensato per riversare sulle coste dell’Occidente uno tsunami di gigantesche onde radioattive. Questo perché l’Occidente non permette al Behemoth di incamerare l’Ucraina, e altri.

Ma siamo sicuri che è proprio per questo?

Le braccia e le gambe di lei si sciolsero e caddero prive di forza sul lenzuolo. Emise un profondo sospiro. Lui non si muoveva. Spossatezza e un dolce sfinimento trascinavano inesorabilmente il suo corpo flaccido nel sonno. Ma il cervello, il suo cervello possente si prendeva tempo: «...come... come lo fa... lo fa così bene... così bene... così inafferrabilmente bene... quel dondolare... cullare... inafferrabile e dolce... cerchi concentrici, interferenza di onde ovattate, onde... le onde... un oceano... lei è un oceano... il mio oceano... il mio piccolo, minuscolo oceano... Margoshenka... che fortuna ho avuto con lei... un oceano... un oceano... la pigra indolenza dell'oceano... l'energia cinetica delle onde... dinamica dei fluidi... le onde gravitazionali non perdono praticamente energia... e se - un'onda? Un'onda! Un'onda! Un prodotto - per un tubo lanciasiluri... lancio da un sottomarino in acque neutrali... o anche da una nave... più semplice ancora... Un prodotto da cento megatonnellate... il nostro massimo... un'esplosione in profondità... più giù è, meglio è, tanto più alte saranno le onde... prima inabissarlo alla maggiore profondità possibile... no... pericoloso... schiaccia il rivestimento... creare un rivestimento d'acciaio... e se anche sbriciola il siluro, posto che il prodotto rimanga intatto... a cinquecento metri di profondità... un'esplosione telecomandata... o con un misuratore di profondità... l'esplosione... l'onda erompe, erompe... sarà gigantesca... cento megatonnellate... una megatonnellata corrisponde a un trilione di kilocalorie... cento trilioni... dunque... il flusso di energia per metro del fronte d'onda... l'energia totale convogliata dalle onde rimane praticamente costante... quindi... calcoliamo... dunque... dunque... se l'epicentro dell'esplosione è a duecento chilometri dalla terraferma, l'altezza dell'onda sulla costa sarà di... ottanta metri! Colossale! E con una distanza di quattrocento chilometri dalla riva - quaranta metri... comunque estremamente efficace - altamente efficace... energia e potenziale distruttivo dell'onda sono in un rapporto geometrico con la sua altezza... raddoppiando l'altezza, l'energia dell'onda si quadruplica... una forza immensa! ottanta metri di altezza... spazza via New York... Boston... e tutto il resto... un'onda di ottanta metri... mi chiedo quanto... la nostra dacia è 3 più 2,5 più circa 2 metri di mansarda... fa 7,5... 10,6 volte l'altezza della nostra casa... colossale!... non spazza via soltanto la città, sommerge decine di chilometri tutto intorno... sì! E non stiamo parlando di un'unica onda - onde! onde che avanzano una dopo l'altra, l'intervallo dipende dalla profondità dell'esplosione e dall'efficacia del prodotto... sì, decine di onde... e non defluiscono subito, no... colossale!... quasi tutto verrà sommerso... Vanja, Garik e Koroliov stanno lì a litigare sui vettori... pensare che è un gioco da ragazzi - si spara un siluro, ed è fatta... e se si fanno esplodere due prodotti, uno al largo della costa ovest e uno al largo della costa est... contemporaneamente... gli spazzano via tutte le città... Los Angeles... San Francisco... e tutto il resto... tutto sott'acqua... tutto... mezzo paese sott'acqua... nel giro di mezz'ora... nessun bisogno di razzi, di aerei o di armi a lunga gittata, nessun rischio iniziale... due siluri sott'acqua... si possono fare siluri di profondità con un rivestimento iperspesso, performante... ogni siluro una specie di sottomarino... uno strato di spesso acciaio legato... rivestito di gomma vulcanizzata... i marinai lo fanno... non c'è pericolo che si tagli... oppure semplicemente trasformare... e non c'è bisogno di razzi... così semplice e così geniale... un'idea colossale... che bella sorpresa domani per i nostri... no, domani è domenica... domani mi riposo... al mare... i primi di agosto... è anche il compleanno di Margosha... lo festeggeremo a Foros... Con Sergej e Ljalka - il dodici - dodici - un bel numero... si può dividere in due numeri primi... e tre più quattro fa sette... sette... sette pianeti... sette bottoni nella giacca, e l'ottavo l'ha tagliato via la zia con le forbici per trofei... cignoforbici... cignoforbici... con quel naso lungo... per sempre volati via... scappati... saltati via... come l'acqua che sale... che sale... è come... come... un'onda... acqua... un'onda... acqua... demone delle acque...capitani...»
Si era addormentato.

(Vladimir Sorokin, Wellen (Onde), in: V. Sorokin, Die rote Pyramide. Erzählungen, Kiepenheuer & Witsch 2022, trad. di Dorothea Trottenberg, traduzione dalla traduzione tedesca, mia. Il racconto Onde è ambientato orientativamente negli anni sessanta. È stato originariamente pubblicato a Mosca nel 2005.)

Insomma l’origine del Behemoth potrebbe doversi cercare non tanto in considerazioni di ordine strategico e geopolitico, quanto nelle libere associazioni dell’inconscio stimolato da congrue onde orgasmiche. (Si noti, fra l’altro, lo slittamento onirico dalla lega d’acciaio che riveste il siluro alla guaina di gomma vulcanizzata che usano i marinai).

Continuando a esplorare la psiche, si potrebbe perfino azzardare che l’Ucraina è stata invasa perché Putin è alto un metro e un barattolo e magari ha anche il pisello piccolo.

Potrebbe benissimo essere così.

LA PIRAMIDE ROSSA. Un racconto di Vladimir Sorokin

La Piramide rossa è un racconto di Vladimir Sorokin uscito a Mosca nel 2018 e inserito con altri otto nella raccolta eponima pubblicata nel 2022 in traduzione tedesca da Kiepenheuer & Witsch. Di questi racconti, come anche dell’opus magnum Telluria (2013), non esiste ancora traduzione italiana. Poiché non so il russo, ho tradotto il racconto dalla traduzione tedesca. Da un punto di vista seriamente professionale il mio prodotto sarà dunque, al massimo, un pis-aller. Si potrebbe anche dire tempo e fatica buttati. Dal momento tuttavia che la voce di questo autore mi sembra importante, soprattutto oggi, faccio quello che posso per rendere accessibile a un pubblico italiano qualche pagina non ancora disponibile in traduzione.

Di Vladimir Sorokin ho parlato qui e qui. Nato nel 1955 a Mosca, dal 24 febbraio 2022 vive stabilmente a Berlino.

LA PIRAMIDE ROSSA

Per Natalja Artamanova

Ecco cos’è successo, Jura ha confuso Frjasevo con Frjasino ed è salito nel treno sbagliato.
Natasha glielo aveva pur spiegato bene: dalla stazione Jaroslavskij in direzione Frjasevo o Shcholkovo. Lei abitava a Sagorjanka, dove non fermavano tutti i treni. Quello per Frjasevo fermava, quello per Frjasino no. Jura era stato così scemo da salire su quello per Frjasino.
«Nei feriali ce n’è uno alle sei e un quarto», gli aveva detto Natasha alla stazione Dynamo, mentre si sorbivano un gelato schiacciato fra due cialde rotonde offerto da Jura. «Quello è sicuro che ferma da noi».
«E quante ore … slurp … ci metto?», chiese Jura staccando con un morso un grosso pezzo di gelato, da far crocchiare la cialda.
«Quarantacinque munti», disse Natasha e sorrise. «Alle sette è da me».
Era già la terza volta che si incontravano e si davano ancora del lei.
«Ci sarà molta gente?»
«Perché, cosa credeva!», rise Natasha e tentennò il capo.
Lo faceva ogni volta che diceva qualcosa di spiritoso. Sembrava un gesto naturale – un po’ troppo naturale, al limite dell’ingenuità o della scioccheria, ma sciocca non era affatto, questo Jura l’aveva capito subito. Il fatto è che gli piaceva sempre di più: non era molto alta, agile e snella, abbronzata, e rideva quasi sempre. Innegabile una componente meridionale, qualcosa di armeno o moldavo, forse anche di ebreo. Troppo presto per chiedere. La ragazza emanava energica gioia di vivere. I capelli erano neri, tirati in due trecce avvolte a corona intorno al capo.
«Una coorte di adoratori, immagino». Il suo gelato si scioglieva, doveva sbrigarsi a finirlo.
«Assolutamente!» Natasha tentennò il capo.
«Siete provvisti di pistole da duello?»
«Mio padre ha una doppietta!»
«Allora mi porto le cartucce».
«D’accordo!»
Rideva con le labbra umide di gelato. Lo sguardo fisso su quella bocca, Jura si immaginava il primo bacio. Ad esempio sotto i lillà in fiore.
«Avete del lillà in giardino?» si informò.
«L'avevamo. Una meraviglia! Poi è mezzo seccato e mio padre l’ha tagliato. È rimasta una piantina da niente».
Natasha si infilò in bocca il resto della cialda, tirò fuori un fazzoletto dalla tasca della giacca e si pulì le labbra. Dopo di che afferrò la cartella che tutto il tempo aveva tenuto stretta fra le gambe snelle e abbronzate, la prese con due mani e se la appoggiò contro la pancia.
«Allora vado, eh»
E chinando la testa, con uno sguardo da sotto in su, aggiunse: «A sabato, Jura».
«A sabato, Natasha» rispose Jura col pugno alzato.
Si girò e saltò nella metro – veloce come Jura l’aveva vista per la prima volta, in palestra, volteggiare sulla trave: fare la ruota con leggerezza, finire con un salto caloroso e arrestarsi, braccia distese, testa rivolta in alto, volto radioso.
Era un asso della ginnastica, studiava pedagogia, partecipava alla spartachíade studentesca sulla quale Jura, studente di giornalistica al secondo anno della Statale di Mosca, scriveva un reportage per il giornalino universitario. Si erano conosciuti così. Come prima cosa erano andati al cinema insieme: Sotto i tetti di Parigi, un film che Jura aveva già visto, Natasha pure, addirittura tre volte.
Poi avevano passeggiato nel Parco Gorki. Natasha lo aveva invitato al suo compleanno.
Ed ecco che Jura si era perso.
Aveva con sé i regali: una bottiglia di spumante e un volumetto di Walt Whitman nella traduzione di Kornej Chukovskij. Il libro, una bella edizione dell’Akademie-Verlag, ce l’avevano nella libreria di casa, veniva dalla biblioteca del nonno. Jura ci aveva dato un’occhiata soltanto una volta, sfogliato qua e là e rimesso sullo scaffale. Gli era tornato in mente pensando a un regalo per Natasha. Il presalario l’aveva già speso tutto, al mercato nero sulla Kuznetsky, per tre dischi americani di jazz, quel che gli era rimasto bastava giusto per lo spumante. Da due mesi Jura non chiedeva più soldi ai genitori. Per principio.
Un buon poeta e un libro ben confezionato, aveva pensato, e lo aveva infilato assieme allo spumante nella cartella di cuoio giallo.
Sul treno si era sprofondato nella lettura di Whitman; si accorse troppo tardi di aver sbagliato percorso. 
«Mi scusi, quando arriviamo a Sagorjanka?» chiese a un anziano rinsecchito e imbronciato, col bastone e una grossa pagnotta nella borsa di rete.
«Puoi aspettare un bel po’», fu la risposta laconica. «Sei sul treno sbagliato».
«Come sarebbe?»
«Come sarebbe, come sarebbe. Sarebbe che il treno per Frjasino non ferma a Sagorjanka».
Jura balzò in piedi, guardò dal finestrino. Cespugli e pali del telefono sfilavano con calma uno dopo l’altro.
«E mo’ che faccio?»
«La prossima è Seljony Bor. Scendi e torni indietro fino a Mytishchi. Da lì prendi il treno per Frisajevo».
«Dio, no!» Jura, avvilito, si picchiò la palma col pugno.
«Dio non c’entra niente» borbottò il vecchio e si mise a fissare cupo il paesaggio.
Jura si diede del cretino, prese la cartella e uscì dallo scompartimento. Nella zona di passaggio mancava una porta esterna, l’aria calda di giugno entrava di volata. 
«Ehi vecchio, smolla una paglia!» disse qualcuno dietro di lui. 
Si volse. Un giovanotto dall’aspetto strapazzato stava appoggiato in un angolo. Jura non lo aveva notato. Lo guardò di traverso, estrasse dalla tasca dei calzoni un pacchetto mezzo vuoto di Astra, e fiammiferi. Ne tolse una sigaretta per sé, porse il pacchetto al ragazzo. Quello si staccò dalla parete, fece un passo nei larghi pantaloni neri, senza dir niente prese una sigaretta e se la cacciò fra le labbra tese. Jura accese la sua, si gettò il fiammifero alle spalle.
«Dammi da accendere», disse il ragazzo.
Jura esitò, voleva rispondere qualcosa del tipo: E comprati i fiammiferi, poi però ne staccò uno, glielo tenne davanti. Il ragazzo accese. Aveva un viso scarno, pallido, con gli zigomi sporgenti e il mento sfuggente.
«Manca molto a Seljony Bor?» chiese Jura, ancora di cattivo umore.
«Non ne ho idea. Io vado a Ivatejevka, da amici. Non sono di qua. Neanche tu?»
Jura annuì vagamente.
Il ragazzo gli riservò uno sguardo torbido, si lasciò nuovamente cadere contro la parete e, la sigaretta fra le labbra umide, ridusse gli occhi a una fessura. Jura gli voltò le spalle, soffiò il fumo attraverso l’apertura della porta.
Il treno non aveva fretta. 
Arranca come una tartaruga ‘sto coso di merda, pensò Jura furioso. Plesiosauro spastico. Dondolo per idioti.
Finì velocemente la sigaretta, gettò la cicca nel verde polveroso che strisciava lungo il treno, rientrò nel vagone. La stessa gente di prima, negli stessi posti. Gli parve di cogliere occhiate beffarde.
È giusto, pensò. Sono un personaggio da farsa.
Apri il volume di Whitman e si mise a leggere. Otto pagine più tardi il gracchio di un altoparlante: « Seljony Bor». Jura acchiappò la borsa e uscì nel passaggio. Il ragazzo con le labbra tirate non c’era più. Al suo posto, tre donne di età diversa: una vecchia, una grassa e una giovane.
Il treno si arrestò con uno stridio fastidioso. Jura scese dietro le donne, si guardò attorno. I pochi passeggeri si erano avviati lungo la piattaforma di legno verso il paesino le cui case si disegnavano all’orizzonte, minuscole dietro il verde. Il treno riprese ad arrancare. Gli venne in mente che doveva aspettare sul marciapiede opposto, saltò sulle traversine, attraversò i binari bollenti di sole, trovò dei gradini di legno, risalì. Sul marciapiede non c’era nessuno. Qua e là una cicca pestata. Al cartello della stazione erano rimaste appese soltanto tre lettere: BOR, le altre si leggevano dall’ombra che avevano lasciato. Seljony se l’è squagliata, la stanca spiritosaggine gli attraversò il cervello, andò alla panchina con la vernice bianca che si sfogliava, si sedette.
Guardò l’orologio da polso di marca Lutsch, un regalo di suo padre per l’immatricolazione all’università: 18:42.
Cominceranno senza di me, pensò.
Tirò fuori le sigarette, rifletté un attimo e le rimise via.
«Idiota che sono!», esclamò, strizzò gli occhi verso il sole che tramontava fra i pini, scatarrò sulle assi polverose e consunte.
Passarono dodici minuti.
Poi altri tredici.
Poi altri venti.
Nessun treno in vista.
«Proprio cazziato. Happy birthday, Natasha!»
Jura si alzò, andò su e giù sul marciapiede. Nessuno ad aspettare tranne lui. Il sole era decisamente più basso, fra i tronchi. Con la cartella che gli ballonzolava attorno al fianco Jura marciava sulle assi polverose sbattendo furiosamente i sandali a ogni passo:
«Buco di culo del mondo!»
«Posto di merda!»
«Porcile!»
Le assi rimbombavano sorde sotto le suole di Jura. Il suono cupo gli dava ancora più carica. Una volta percorso il marciapiede in tutta la sua lunghezza girò sui tacchi, prese la rincorsa e si produsse in grandi balzi, come gli atleti nel salto triplo, martellò nel vecchio legno logoro tutta la rabbia contro se stesso: 
«Testa nelle nuvole!»
«Coglione!»
«Figlio di puttana!»
Le assi mandavano un rimbombo potente.
Jura era arrivato all’altezza del cartello della stazione. _ BOR.
«Borsa di cacca!»
«Ratto di laboratorio!»
«Boroul! Quando! Arriva! ‘Sto! Treno! Di! Merda!»
«Fra otto minuti» disse una voce.
Jura si girò di colpo. Sulla panchina che aveva appena oltrepassato a grandi balzi era seduto un uomo. La sorpresa fu tale che i suoi movimenti esagitati morirono all'istante, restò come inchiodato. C’era lì seduto un uomo grasso, che pareva anche un po’ gonfio, con addosso qualcosa di chiaro, di estivo, e lo guardava.
«Eh? Come …» gli uscì in un brontolio. Jura non credeva ai suoi occhi.
«Fra otto minuti arriva il treno», disse l’uomo.
La sua grossa faccia a forma di pera, bianca come la farina, era priva di espressione. Non se ne ricavava nulla, assolutamente nulla. Una faccia così Jura non l’aveva mai vista in vita sua.
«Il treno?» chiese di rimando, e non riusciva a distogliere lo sguardo.
«La suburbana».
Occhietti che non dicevano nulla, ma proprio nulla di nulla, quelli che guardavano Jura. La faccia sembrava congelata. E l’uomo tutto intero morto stecchito, un cadavere uscito dalla cella frigorifera. All’improvviso Jura si sentì male, come per un colpo di calore, gli era successo l’estate prima a Baku. Aveva le ginocchia molli.
«Si sieda», uscì dalla bocca congelata. «A quanto pare ha preso troppo sole. Fa anche tremendamente caldo per i primi di giugno».
Jura si lasciò cadere sulla panchina. Gemette un poco e aspettò che passasse, si asciugò con la mano la fronte sudata.
«Il salto triplo non è lo sport giusto con questo caldo», disse il grassone.
Jura lo guardò. L’uomo era seduto esattamente come prima, lo sguardo gelido fisso davanti a sé. Il suo abbigliamento aveva un’eleganza fuori moda: panama bianco, completo estivo beige, camicia bianca col colletto alla coreana, ricamato. Da sotto i larghi risvolti dei pantaloni spuntavano scarpe bianche di tela. Scarpe così le portava sempre d’estate un simpatico conoscente di suo nonno buon’anima, collezionista di monete, gran burlone, bevitore incallito, anche quello morto da tempo. Le strane scarpe riportarono Jura nella realtà. Espirò rumorosamente. Inspirare, espirare. Era di nuovo padrone di se stesso, la vertigine era passata rapidamente come era venuta. La tensione svanì. Si chiese da dove fosse saltato fuori quel tizio così all’improvviso. Come cascato dal cielo. Come aveva fatto a non vederlo? Davvero un colpo di sole.
Il grassone guardava dritto davanti a sé, imperturbabile, immoto.
«Otto minuti ha detto? Non mi dirà che sa a memoria l’orario dei treni».
«Non soltanto quello».
«Otto minuti?»
«Ora soltanto sette».
«Per caso ha anche un orologio in testa?»
«Non soltanto quello».
L’umore di Jura migliorava visibilmente. Fece una risata sprezzante e si grattò la nuca.
«Quindi lei sarebbe onnisciente, giusto?»
«Più o meno, sì».
«Cosa viene dopo l’arrocco nel gioco degli scacchi?»
«Il mediogioco».
«Ah. E cos’è … Betelgeuse?»
«Una stella nella costellazione di Orione. Supergigante rossa, grande come l’orbita di Giove intorno al sole».
«Giusto! Ma mi dica: chi è Dave Brubeck?»
Invece di rispondere, le labbra gelate si arrotondarono e fischiettarono Take five – e anche abbastanza bene.
«Booh!» gemette Jura impressionato, si batté sulle ginocchia e rise. «Lei è musicista, vero? I musicisti sono buoni giocatori di scacchi, non è così? Lei suona jazz?»
«No», fu la tranquilla risposta.
«Suvvia! Cosa suona – sax, tromba?»
Il grassone taceva.
«Ok. Si tenga pure il segreto … Allora però avrei un’altra domanda: dove si trova … eh-mm … quel posto del cavolo, Gniloje Buchilo?»
«Distretto di Twer, circondario di Selisharovo».
Jura era senza parole. Quel posto lo conoscevano soltanto gli abitanti del buco di campagna dove andava a caccia col padre e col nonno. Si chiamava Chutor il paesucolo, circondario di Selisharovo. Il posto del cavolo era una palude circondata da boschi dove nidificavano uccelli d’acqua.
Come faceva a saperlo?
Il grassone stava seduto lì, senza muovere un muscolo.
Che fosse esperto di telepatia? O di ipnosi! Ecco, era quello! Uno come Wolf Messing, negli ultimi tempi il fenomeno spopolava. Bisognava prenderlo da un altro lato … Jura fece scorrere lo sguardo sul panorama. A un tratto vide, di fianco a un edificio di mattoni di silicato, uno striscione sbiadito: La nostra meta è il comunismo!
Sotto la scritta una testa di Lenin, di profilo.
«Mi dica adesso: chi era Vladimir Iljich Lenin?» pronunciò Jura chiaro e forte, e incrociò trionfalmente le braccia sul petto.
«L’uomo che mise in moto la Piramide del rosso mugghiare».
Jura rimase a bocca aperta.
«Prego? La piramide del rosso cosa?»
«Del rosso mugghiare».
«Mai sentita».
«È quella che produce il permanente rosso mugghiare».
«E dov’è che si trova?»
«Nel centro della capitale».
«Ma dove di preciso?»
«Nel centro preciso».
«Nel Cremlino?»
«No, sulla Piazza Rossa».
«In mezzo alla piazza? Una piramide?»
«Sì».
«Ma – concretamente – dov’è che sta?»
«La sua base occupa l’intera piazza».
«L’intera piazza?! …»
Jura scoppiò a ridere. Il grassone continuava a guardare dritto davanti a sé, imperturbabile.
«Be’, la vuole sapere una cosa?» fece Jura. «Per caso io abito proprio nei pressi della Piazza Rossa, nella Pjatnizkaja. Una piramide rossa là non ce l’ho mai vista».
«Lei non la può vedere».
«E lei invece scommetto di sì».
«Infatti».
A posto, pensò Jura. Il tizio ha le allucinazioni.
«E cos’è che dice che fa la piramide?»
«Irradia il rosso mugghiare».
«Tipo … come un altoparlante?»
«Qualcosa del genere. Ma con onde completamente diverse. Con altre oscillazioni».
«E a che scopo … le irradia?»
«Per infettare la gente col rosso mugghiare».
«A cosa dovrebbe servire?»
«A turbare l’ordine interiore dell’uomo».
«Turbare? E perché?»
«Affinché l’uomo cessi di essere uomo».
Un nemico dello stato, pensò Jura e si guardò attorno da tutte le pari. Ma il marciapiede era deserto esattamente come prima.
«Quindi, Lenin ha costruito questa piramide?»
«Non l’ha costruita. L’ha solo messa in moto».
«Ha premuto l’interruttore?»
«Per così dire».
«E chi sono i costruttori?»
«Quelli lei non li conosce».
«Magari i tedeschi? Marx? Engels?», sogghignò Jura.
«No, non i tedeschi».
«Gli americani?»
«No».
«E chi allora? Da dove venivano costoro?»
«Venivano da dove venivano», ribatté il grassone. «Sta arrivando il suo treno».
Jura guardò i binari che lontano a sinistra si univano nell’aria calda, non si vedeva ancora niente, però si alzò, sistemò sulla spalla la cinghia della cartella. Diresse ancora una volta lo sguardo al manifesto con il profilo di Lenin.
«E il comunismo?»
«Il comunismo cosa?»
«È il luminoso futuro, o no?»
«Non è il luminoso futuro, bensì il rosso mugghiare di oggi».
In quel momento giunse da lontano il fischio della locomotiva, e Jura vide il treno che si avvicinava. Dapprima con un movimento silenzioso, perché era ancora molto distante. Jura voleva dire all’uomo, per chiudere, qualcosa che lo ferisse e lo rendesse ridicolo, ma all’ultimo momento cambiò idea. Stava in piedi in silenzio, saltellando sul posto com’era sua abitudine, e osservava quello strano tizio che era seduto lì e guardava dritto davanti a sé. Ora arrivava anche il rumore del treno. Lentamente il convoglio avanzò sul binario. Jura capì improvvisamente che non avrebbe mai più rivisto quell’uomo. Che quello, garantito, sarebbe rimasto a sedere sul polveroso marciapiede deserto, non sarebbe salito sul treno per Mosca. Non sarebbe andato da nessuna parte. Inimmaginabile che potesse andare da qualche parte. Come fosse tutt’uno con la panchina. Ad un tratto Jura si sentì il cuore terribilmente pesante. Così pesante che gli vennero le lacrime agli occhi.
Ci fu il solito stridio, il treno si fermò.
Meccanicamente, Jura salì. Entrò nel vagone, si sedette. Si stropicciò gli occhi, attraverso il finestrino guardò verso il marciapiede. L’uomo era seduto sulla panchina. Fissava dritto davanti a sé. Ora qualcosa di quest’uomo gli risultava tormentosamente familiare. 
Il treno ripartì. 
Jura sedeva immobile al suo posto. Un profondo abbattimento lo aveva preso, ma si sentiva anche una grande calma. Non aveva più nessuna fretta. Nessun pensiero in testa. Invece di pensieri gli si era incistata nel cervello l’ultima frase dell’uomo: «il rosso mugghiare di oggi».
Attraverso il finestrino teneva lo sguardo fisso su tutto il verde, i pali del telefono, le case, le macchine, le discariche, le rampe di carico, le gru, le montagne di carbone, i locali caldaia, le persone, gli uccelli, i cani, le capre.
Il compleanno di Natasha gli era del tutto passato di mente. Non scese a Mytishchi.
Si riscosse bruscamente dal torpore soltanto quando il convoglio entrò nella stazione Jaroslavskij. Il treno non era ancora fermo che già la paralisi si era volatilizzata, Jura balzò in piedi. Scese con gli altri passeggeri, si fece da parte, tirò fuori le sigarette.
E il compleanno? Sagorjanka, Natasha, com’era pure? … Sono un deficiente, pensava, trottando sul bordo del binario.
«Idiota!», imprecò e sputò di cuore.
Si allontanò fumando nella sera di Mosca. Attraversò la Sadowaja, puntò verso la Pjanizkaja, a casa.
La sigaretta lo aiutò a recuperare la realtà.
«Un chiaro caso di ipnosi» disse a voce alta. «E io cretino che ci sono cascato, e in pieno! Il rosso mugghiare, mmuuh, mmuuh-hh! Fresco fresco dalla piramide!»
Camminava nel crepuscolo. Senza fermarsi estrasse lo spumante dalla borsa e lo stappò. Il tappo partì con un botto, finì contro il muro della casa vicina, una vecchia si spaventò. Lo spumante caldo e dolciastro schiumò fuori dalla bottiglia. Jura bevve, insudiciandosi la camicia.
Prima di arrivare a casa si era già bevuto tutta quella roba appiccicosa. Abbandonò la bottiglia sul primo davanzale.
A casa lesse l’ultimo numero di Junost  e si coricò prima del solito.

Il giorno dopo era domenica.
Il lunedì Jura aveva due scritti all’università. Il martedì, dopo le lezioni, si recò allo stadio Dynamo dove la spartachíade stava per concludersi. Entrando nella sala ginnica si scontrò quasi con Natasha. Indossava il tricot blu, aveva le mani bianche di talco e si stava dirigendo agli spogliatoi.
«Ciao», disse lui, e si fermò.
«Ciao», rispose lei, l’eterno sorriso sulle labbra, e tirò dritto.
Fu l’ultima volta che si videro.

Jura si laureò in giornalismo e sposò Albina, i cui genitori erano da sempre amici dei suoi. Con l’appoggio del padre, che occupava un posto importante al Ministero dei Trasporti, fu assunto alla Komsomolskaja Pravda. Albina diede alla luce un figlio, Vjacheslav. Alla fine degli anni sessanta Jura entrò nel partito e passò alle Isvetija. Nel frattempo era nata la figlia Julia. A metà degli anni settanta gli fu offerto il posto di vice-capodipartimento alla Ogonjok. Lasciò le Isvetija e andò alla Ogonjok.
Quel mattino di luglio fece come al solito una veloce colazione, si sedette al volante della Volga bianca del padre e guidò verso la redazione. Stava attraversando il Grande Ponte sulla Moscova quando il cuore cominciò a contrarsi e a palpitare da togliergli il respiro. Accostò e si fermò. Respirò profondamente e regolarmente, massaggiando i punti hegu sul dorso delle mani come gli aveva insegnato un medico. Aveva già avuto altre volte problemi di cuore. La prima volta in seguito allo scandalo per il suo veemente articolo sulle Isvetija che il sostituto del caporedattore, durante le vacanze di quest’ultimo, aveva lasciato passare “sconsideratamente”. Jura fu convocato davanti alla direzione del partito. «Lei ha oltrepassato una linea rossa» gli disse uno con una faccia da vecchio lupo. Il sostituto caporedattore fu licenziato in tronco, da fare le scintille. Quella volta la carriera di Jura era stata appesa a un filo. Come per miracolo era rimasto in sella, posto che il miracolo lo avevano fatto le relazioni di partito del padre. Ma il cuore si era preso una botta, aveva avuto un microinfarto, dissero i medici. Andò con Albina otto settimane a curarsi in una località termale. La seconda volta aveva sofferto in seguito a una bravata del figlio, coinvolto in una brutta storia, una violenza di gruppo nello studentato. Il ragazzo fu indagato, il padre di Jura era morto da poco e non poteva più aiutare, Jura stesso dovette sobbarcarsi l’andata a Canossa attraverso infiniti uffici, umiliarsi e mendicare. Il figlio se la cavò con la condizionale. Lui stesso continuò a ingoiare pastiglie per sei mesi. Dopo di che sembrava tutto passato.
Ma ora, ma ora, ma ora.
Il cuore sfarfallava.
Così non gli era mai successo. Jura cominciò a ansimare. Scese, andò al parapetto, appoggiò le mani sul freddo del granito, guardò giù verso la Moscova e respirò. Dal fiume saliva un’aria fresca. Lentamente Jura recuperò il controllo. Ma il cuore non smetteva di palpitare, si dimenava come un animaletto preso in trappola. Appeso alla lenza. Che danzasse appeso ai fili. Cancan. Fanfan.
Jura respirava, respirava, respirava.
Aveva le vertigini, nelle orecchie frinivano ora due cicale d’acciaio. 
Stop, stop, stop, tentò di calmarsi.
Le cicale frinivano, le ginocchia tremavano. Abbracciò il parapetto, si accasciò su di esso. In basso l’acqua luccicava. Lucc-lucc-lucc.
«Stop!» sussurrò rivolto a se stesso, «stop, stop …»
Il cuore. Cuor-cuore. Il cuo-o-o-re … Smise di dimenarsi.
Smise di.
Smise.
Di.
E si fermò.
In lui si fece silenzio.
Si raddrizzò con le ultime forze.
Le mani artigliate al parapetto.
E vide la Piramide rossa.
Si innalzava sulla Piazza Rossa e la occupava totalmente. La Piramide vibrava e irradiava un rosso mugghiare. Usciva da lei in forma di onde e sommergeva tutto all’intorno, come uno tsunami, fin oltre l’orizzonte, in tutte le direzioni. Le persone vi affondavano. Vi si muovevano a fatica, sfinendosi. In piedi, seduti, sui mezzi di trasporto, camminando, dormendo – uomini, anziani cadenti, donne, bambini. Il rosso mugghiare li ricopriva tutti. Colpiva ognuno senza pietà, l’onda rossa si abbatteva su chiunque su ogni uomo in ogni uomo uomo c’è luce luce e il rosso mugghiare mugghiare si abbatte abbatte dalla Piramide Piramide sulla luce luce nell’uomo uomo per spegnerla spegnerla ma non si spegne non si spegne perché allora perché colpire colpire è orribile orribile e stupido stupido le rosse onde onde si abbattono colpiscono e non possono non possono colpire colpire e non possono non possono perché allora perché colpiscono colpiscono è idiota, è idiota è irrimediabilmente idiota idiota un Serafino con sei ali Serafino sei qui qui così vicino così vicino Serafino o Serafino o tu mio Luminoso mio Luminosissimo tu tu Eterno Eterno io ti saluto io ti saluto Serafino o Serafino quella volta quella volta allora eri eri diverso un altro grasso grasso e strano con strane bianco bianche scarpe le scarpe il tuo Nome il Nome.
«Boroul», sussurrò Jura, e le sue labbra incolori produssero un sorriso.
Poi si abbatté sul selciato.


Riflessioni di uno scrittore su un romanzo che un personaggio misterioso gli propone di scrivere

Un tizio alieno, piovuto non si sa da dove, propone a uno scrittore di cavare una storia fantastica da certe brevissime esperienze estatiche.

Lo scrittore è perplesso e sulle prime rifiuta ma poi, quasi senza volere, si mette a pensare a come si potrebbe scrivere la storia.

Si dice che è praticamente impossibile. Bisognerebbe incrinare l’istantaneità del bagliore estatico e cavarne azione personaggi ostacoli inizio e conclusione. Un nonsenso.

E poi, siamo sicuri che la storia interesserebbe?

Il momento, è vero, pare propizio. Assistiamo in diretta all’affrontamento fra il nostro mondo, a cui teniamo, e un’alternativa improbabile, una parata di vecchie monete imposte dall’alto.

Ma bisogna riflettere, analizzare. Tanto per incominciare chi, nella storia che vorremmo narrare, sarà minacciato? Un Impero del Bene in disfacimento ma pronto a risorgere? In che misura, essendo un Impero, non sarà esso stesso impositivo? E poiché anche nella nostra storia il Bene dovrà pur ricorrere a qualche forma di potenza, non sarà il suo fine unico la potenza?

La Federazione Garamantica, nella cosiddetta realtà, lo dichiara apertamente: la sua causa finale – come pure le rimanenti aristoteliche tre – è la volontà di potenza. Strano misto di filosofia nietzschiana e liturgia luccicante. Ma, al netto dell’aperta dichiarazione di intenti, non sono le due opzioni – la Federazione e l’Occidente – in fondo equivalenti e in ultima analisi una questione di gusti? O c’è qualcosa di obiettivo a cui appigliarsi, una qualità dirimente?

Qualcosa c’è. Una qualità che la Federazione sbeffeggia come ineffettuale e superata, ma a cui teniamo, o almeno lo scrittore ci tiene, e che certo non si supera all’indietro: la libertà individuale; certe garanzie per l’individuo: ad esempio di non essere caricati a forza su un treno e deportati verso i vasti e lontani confini della Federazione – poiché per essa non è l’individuo che conta, ma la compagine collettiva, un gigantesco termitaio.

Ammesso quindi che si possa ipotizzare un Impero del Bene, o un Impero del Meglio, chi sarà nella nostra storia l’entità che minaccia? Come dovremo dipingere l’Oscuro Signore per non cadere nel cliché e nell’infantile – visto oltretutto che essere infantili è precisamente ciò che si richiede alle masse gestite dalla Federazione?

Lo scrittore si rende conto che qui sta il vero ostacolo. Che gli pare insormontabile. Riflette, cerca modelli. L’unico modello serio che gli viene in mente è il giudice Holden. Sicuramente il giudice Holden è una figura archetipica del Male. Fatta benissimo, tanto di cappello. Ma intanto non è un Antagonista, è il Protagonista assoluto: il punto focale di un mondo extra moenia, in nessun modo regolamentato, in cui di conseguenza il Bene non esiste; o se, in un raro contesto che si tenta civile, cerca di imporsi, viene spazzato via dall’inaudita violenza del Male. Gratuito. Il Male per il male. L’essenza. Inoltre il giudice è l’unica figura archetipica: il resto sono schegge esplose dal caso: nati per caso, sopravvissuti per caso, agiscono per caso, muoiono per caso. Tutto il contrario di quello che vogliamo fare noi, no? O si è dimenticato di dirlo, lo scrittore, che bellezza e felicità, nella brevissima visione estatica, sono legate a una necessità assoluta?

C’è poco da fare, si dice lo scrittore, bisognerebbe tagliare: niente Oscuro Signore né Impero del Bene. Tutto strettamente individuale, fenomenologico.

Ma fammi il piacere. Individuale e fenomenologico con personaggi che sono degli archetipi. Lo sciamano e l’eroe, ma sei matto?

E com’è poi, si chiede, che sei incappato in questi individui da fantasy? Da gioco di ruoli. L’eterna lotta del Bene contro il Male che piace tanto ai cattolici, i quali nemmeno capiscono che c’è assai poco di cristiano in queste teorizzazioni del Male assoluto, dove alla fine i totalmente malvagi sono centrifugati nel nulla. Oppure, se il prodotto è serio – vedi sopra il giudice Holden – è il Male che vince: il Signore Inestirpabile.

Ma tu, si chiede lo scrittore, questo Male con la lettera maiuscola l’hai mai incontrato?

Esita. Ricorda certe disperazioni, quando era piccolo. Troppo enormi per un bambino così piccolo. Poi, con gli anni, erano passate. Più tardi c’erano stati mali circostanziati, compartecipati, un viluppo di oppresso e oppressore, di torto e ragione. Un’infelicità diffusa, un destino che si delineava, questo sì, ma nessun Malvagio che ne fosse responsabile. O, se vogliamo, Dio. Ma, dicono, sarebbe una contraddizione nel concetto.

Quindi no, niente Grande Malvagio. Dunque niente storia?

Ma no, aspetta. Da dove salta fuori questo Grande Malvagio? Compare nella visone? Certo che no. Viene dalle narrazioni, è un suggerimento per il ronfare meccanico della narrazione. Sembra che non se ne possa fare a meno per mettere in moto un’avventura attraverso cui, dall’inizio alla fine, traspaia l’istantaneo e l’indicibile.

Un ostacolo necessario il Male con la maiuscola; abbastanza vago da assumere facilmente valenza metafisica o, se qualcuno preferisce, politica. Essenza personale malvagia o totalitarismo impersonale, a scelta. Nulla che, veramente, rientri nell’esperienza dello scrittore. Esperienza quotidiana o esperienza magica.

Ma come si fa? Ogni protagonista ha bisogno di un antagonista; e se non vogliamo, o non possiamo, sguazzare nel pantano psicologico abbondantemente scandagliato; se vogliamo, o dobbiamo, optare per uno statuto risolutamente metafisico – perché ricordiamoci che in ultima istanza qui non stiamo parlando di persone ma di bagliori estatici, cioè fuori dal sé, cioè di qualcosa che, se non può dirsi totalmente oggettivo, possiede però una soggettività relativamente blanda – se vogliamo o dobbiamo tutto questo, allora il ricorso agli archetipi è inevitabile. E che farà il vecchio saggio se non opporsi alla follia, o l’eroe giovane o meno giovane se non battersi in punta di spada per la verità e la giustizia? Come si fa allora a fare a meno di un Malvagio che neghi verità e giustizia, se non si vuole ricadere nell’individuale psicologico? Un bel problema.

Però, si dice lo scrittore che esita a gettare la spugna, pensiamoci ancora un po’. Perché davvero il momento presente aiuta.

VOGLIAMO DIRE QUALCOSA O NON CE NE FREGA PROPRIO NIENTE?

Il 14 febbraio [1989], l’ayatollah Khomeini, che era malato e che morì nel giugno 1989, disse alla radio di stato iraniana:

Informo tutti i buoni musulmani del mondo che l’autore dei Versi satanici, un testo scritto e pubblicato contro la religione islamica, contro il profeta dell’Islam e contro il Corano, insieme a tutti gli editori e coloro che hanno partecipato con consapevolezza alla sua pubblicazione, sono condannati a morte. Chiedo a tutti i coraggiosi musulmani, ovunque si trovino, di ucciderli immediatamente, cosicché nessuno osi mai più insultare la sacra fede dei musulmani. Chiunque sarà ucciso per questa causa sarà un martire per il volere di Allah.

(Da: Il Post, 12.08.22)

In seguito a questa fatwa, la vita di Rushdie è stata sostanzialmente distrutta per quasi trent’anni, il traduttore giapponese è stato ucciso, il traduttore italiano pestato e ferito, ecc. La lista è lunga. E adesso ci sono quasi riusciti con Rushdie. Degli attentatori, a parte quest’ultimo (che comunque non morirà) nessuno è stato individuato e arrestato, figuriamoci ucciso. Niente martiri per la causa di Allah. Martiri per la causa della Ragione, quelli sì.

In un commento in calce a un articolo di Paola Giacomoni sull’aggressione russa all’Ucraina pubblicato su Le parole e le cose (“L’odio russo è metafisica, non politica”, qui), che ho apprezzato, dicevo che vedevo nel ressentiment per la potenza geopolitica perduta la radice della guerra russa all’Ucraina. È una teoria piuttosto diffusa e fondata, avallata anche da numerose dichiarazioni ufficiali da parte russa. È la mia tesi – non il mio tornaconto. Non ci guadagno proprio niente, anzi.

Un tale – o una tale – cris mi rimbeccava, testualmente:

Insomma: c’è un 2/3 di mondo accecato, che cade nel tranello del ressentiment. Per fortuna che la Ragione sta limpidamente dalla nostra parte (che non abbiamo interessi di sorta, né pro, né contro).

Lasciamo stare la Ragione che sta limpidamente dalla loro (?) parte – una frase che mi sono segnata per la sua quasi geniale stupidità – e veniamo ai 2/3 di mondo.

È il grande argomento: 2/3 del mondo stanno dalla parte della Russia e non vedono l’ora di liberarsi dal giogo americano. E detta così posso capire – psicologicamente posso capire. Però, guardiamola un po’ più da vicino, una grossa fetta di questi 2/3.

Un fervente musulmano (a quanto pare, ma sapremo meglio più avanti: in Occidente si cerca di andare a fondo alle cose) obbedisce alla fatwa e tenta di ammazzare Rushdie. Magari ci riesce anche, ancora non sappiamo. I giornali iraniani esultano e acclamano l’attentatore. Il Pakistan tace. L’India tace.

Fantastici questi 2/3 di mondo. Tutte forze attive. Nulla di reattivo, nessun ressentiment. Davvero all’avanguardia. Complimenti.

DI CARIATIDI E DI CADAVERI. VLADIMIR SOROKIN, TELLURIA

Telluria, di Vladimir Sorokin, pubblicato in Russia nel 2013, è stato tradotto in tedesco nel 2015; la traduzione inglese uscirà il prossimo 22 agosto, non c’è ancora traduzione italiana. È dichiarato romanzo. È composto da 50 capitoli piuttosto eterogenei per stile, personaggi e storie. Il nucleo unificante è il tempo in cui le varie azioni si svolgono: metà del XXI secolo in una vasta zona (Europa occidentale + Russia) profondamente sconvolta da numerose guerre – di religione e non – che ne hanno cambiato l’assetto riducendola a un mosaico di piccoli stati indipendenti ev. in guerra fra loro (la Moscovia che trovate nel brano è uno di questi). Telluria è il nome della costosissima droga che tutti desiderano. È commercializzata in forma di chiodi che si piantano direttamente nel cervello. Se l’operazione viene eseguita a regola d’arte non pare che la droga abbia effetti collaterali negativi.

È un romanzo piuttosto lungo, sono circa a metà nella lettura. Stilisticamente virtuoso, interessante ma non entusiasmante, almeno per il momento. Come qualità letteraria mi è sembrato decisamente migliore La Tormenta, del 2011, traduzione italiana per Bompiani nel 2016. Mi riservo un giudizio più completo a lettura ultimata. Intanto vi offro un estratto del II capitolo. È una traduzione dalla traduzione tedesca… Purtroppo non so il russo.

Nota per la comprensione: secondo dice l’io narrante di questo II capitolo, “col gas e l’elettricità viaggiano a Mosca soltanto i funzionari dello stato e i ricchi. Il popolo e i trasporti pubblici devono accontentarsi di carburante biologico. In generale si tratta di frullato di patate, e dai tempi di Caterina II, grazie a Dio, le patate non mancano”.

My sweet, most venerable boy,

eccomi dunque in Moscovia. Questa volta è andato tutto più in fretta e più liscio del solito. Del resto, pare sia molto più facile entrare in questo stato che uscirne. È ciò che fa, dicono, la metafisica del luogo. Ah, al diavolo! Ne ho abbastanza di basarmi su voci e congetture. Noi, europei radicali, riguardo ai paesi esotici siamo diffidenti e pieni di pregiudizi finché non riusciamo a penetrarvi. In altre parole – finché non diventiamo intimi.

[…]

C’è poco da fare, Mosca è una città strana. Sì, nella sua inconfondibile stranezza una città strana. E non si vorrebbe nemmeno chiamarla capitale. È difficile spiegarlo a te che non ci sei mai stato e che la storia locale lascia indifferente. Ma voglio provarci. Grazie a Dio ho ancora un’ora e mezza prima del taxi a patate che mi porterà all’aeroporto di Vnukovo. Allora, non ha molto senso rovistare nella storia prerivoluzionaria dell’Impero russo, comparso nel mondo come dispotismo asiatico-bizantino, con una geografia coloniale dall’estensione propriamente indecente, un clima duro e una popolazione avvezza a sopportare che per la gran parte conduceva una vita da schiavi. Molto più interessante il XX secolo, iniziato con una guerra mondiale durante la quale il colosso monarchico Russia cominciò a vacillare; la rivoluzione borghese, com’è naturale, era in arrivo, sicché il colosso stava per cadere all’indietro. Anzi, non il colosso: lei. Russia, Rossija – è una lei. Il suo cuore imperiale smise di battere. Se questa gigantessa bellissima e spietata, ammantata di neve e col diadema di diamanti, nel febbraio del 1917 fosse felicemente crollata e si fosse spezzata in più stati di dimensioni umane, tutto si sarebbe sviluppato nello spirito della più recente storia moderna, e i popoli mantenuti in sudditanza dal governo degli zar avrebbero finalmente ottenuto la loro identità postimperiale e nazionale, avrebbero potuto iniziare una vita nella libertà. Ma le cose sono andate diversamente. Il partito bolscevico non permise alla gigantessa di cadere e compensò lo scarso numero dei propri membri con artigli di predatore e un attivismo sociale letteralmente inesauribile. Dopo il successo della rivoluzione notturna a San Pietroburgo, acchiapparono il cadavere che cadeva appena prima che si schiantasse al suolo. Mi sembra di vederli, Lenin e Trozki, piccole cariatidi, mentre gemono rabbiosamente di fatica per puntellare la morta bellezza. Nonostante il loro “odio furioso” per il regime zarista, i bolscevichi si dimostrarono neoimperialisti nel midollo. Dopo la vittoria nella guerra civile hanno battezzato il cadavere con il nome di URSS – uno stato dispotico, centralizzato e con una rigida ideologia. Uno stato che, come si addice a un Impero, ha cominciato a allargarsi e a conquistare nuovi territori. Stalin si è rivelato un puro imperialista nuova maniera. Invece di fare la cariatide, ha deciso di mettere il cadavere dell’Impero in piedi sulle sue gambe. Il processo si chiamò kollektivizacia + industrializacia. Lo mise in atto nel corso dei seguenti dieci anni raddrizzando a poco a poco la gigantessa come era l’uso presso le antiche civiltà, dove si infilavano pietre sotto le statue per metterle gradatamente in verticale. Con Stalin, invece delle pietre furono i corpi dei cittadini sovietici a doversi prestare: ammucchiati strato su strato finché il cadavere non ebbe finalmente raggiunto la posizione eretta. Dopo di che fu un pochino dipinto, truccato, e congelato. Il frigo del regime staliniano funzionava a meraviglia. […] Con la morte di Stalin però il cadavere cominciò a scongelarsi. Il frigo fu riparato, a fatica e provvisoriamente. Quando il corpo della nostra bellezza fu del tutto sgelato, cominciò nuovamente a inclinarsi. Già si alzavano nuove braccia, e imperialisti postsovietici erano pronti a trasformarsi in cariatidi. Finalmente però giunse al potere un gruppo di persone sagge, con a capo un uomo apparentemente insignificante. Costui si rivelò un grande liberale e psicoterapeuta. Durante i quindici anni in cui non fece che parlare di risurrezione dell’Impero, questo silenzioso operaio della disgregazione fece praticamente di tutto per adagiare il cadavere felicemente al suolo. E così avvenne. Dai cocci della bellezza fiori poi nuova vita. E così, caro Todd, io mi trovo ora a Mosca – in quella che era una volta la testa della gigantessa. Dopo la disgregazione postimperiale Mosca ha dovuto subire molte cose: la fame, una nuova monarchia + la sanguinosa opričnina, una organizzazione corporativa, una costituzione, la Confederazione Internazionale dei Sindacati, il parlamento. Volendo tentare una definizione dell’attuale regime della Moscovia, lo chiamerei teocratico-communofeudale illuminato. Suum cuique… Ma ho intrapreso questa escursione nella storia soltanto per spiegarti la singolare stranezza di questa città. Immagina che la provvidenza ti abbia gettato su un’isola dei giganti, e un temporale costretto a ripararti per la notte nel teschio di un gigante morto da secoli. Bagnato e tremante entri attraverso un’orbita vuota e finisci per addormentarti sotto la cupola ossea. Niente di più facile che il tuo sonno sia frequentato da una ridda di strani sogni, non esenti da eroica (o ipocondriaca) gigantomania. Mosca – ecco il vero teschio dell’Impero russo. La sua singolare stranezza sono precisamente quegli Spiriti del Passato che noi chiamiamo “sogni imperiali”, intrisi oltretutto dei gas del carburante di patate. Sogni, sogni… In ogni tempo la Russia ha ceduto alla tentazione di una vita dormiente, destandosi solo per brevi momenti per la volontà di congiurati, arruffapopolo o rivoluzionari. Le guerre hanno regalato alla gigantessa soltanto brevi fasi di insonnia, un prurito in certe parti del corpo che la faceva sobbalzare. Dopodiché si raggomitolava nella neve e si addormentava di nuovo. […] Amava, la gigantessa, deliziarsi di sogni dai colori accesi. Eppure la sua realtà era grigia: un cielo inclemente, neve, alternativamente fumo della patria e tormenta, il canto del postiglione che trasportava storione o decabristi… La Russia, a quanto pare, si è sempre svegliata di pessimo umore e col mal di testa. Mosca, dolorante, chiedeva a gran voce aspirina tedesca.

[…]

Arrivederci allora nel nostro teschio neoimperiale, pieno di nebbia cerebrale e oggettività anglosassone,

Yours,

Leo

(Vladimir Sorokin. Telluria, 2013; traduzione tedesca Kiepenhauer & Witsch 2015. Traduzione dell’estratto dalla traduzione tedesca, mia)

EIN FESTE BURG IST UNSER GOTT

[Subito dopo la laurea, fra il 1981 e il 1983, ho lavorato esattamente venti mesi in Germania con un contratto part-time con l’università. In seguito a questo, da quando ho raggiunto l’età di pensione, cioè da circa due anni, la Previdenza tedesca mi riconosce il diritto a 49,15 mensili per dodici mensilità annue, che mi vengono pagati dalle Ferrovie Federali, non so perché. Oggi mi è arrivata la comunicazione che a partire dalla rata di luglio (i soldi arrivano alla fine del mese) la mia pensione mensile passerà a 51,78, con un aumento netto di 2,63. Credo che si tratti di una specie di adeguamento ISTAT o qualcosa del genere. Ci sono due pagine di delucidazioni, ma non mi sogno neanche di leggerle. Poiché la mia pensione italiana, dopo un primo periodo di stabilità, ha cominciato a oscillare, ma verso il basso, questo aumento di euro due e sessantatrè, così modesti epperò così stabili, così garantiti e granitici, mi ha commosso. E, anche se non c’entra niente, mi ha fatto venire in mente qualcosa che avevo scritto tempo fa sugli amici tedeschi, la cronaca di un fine settimana insieme; un testo lungo, noioso e assolutamente improponibile; ma forse questo estratto può risultare interessante.]

Religiosamente parlando, entrambe le confessioni erano equamente rappresentate, benché la Vestfalia fosse storicamente un covo di cattolici e anzi a questo proposito girasse la barzelletta:

  • Quali sono i gradi dell’aggettivo “nero”?
  • Nero, Münster, Paderborn.

Ma ad esempio Isa, benché marcatamente atea, è di origine protestante; Uwe è protestante; talmente protestante che finirà per sposare la moglie di un pastore; e Jӧrg appartiene alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno e studia teologia evangelica. Le ha prestato un opuscolo una volta, in cui un qualche benintenzionato pastore mette in guardia la gioventù contro il pericolo delle sette. Nell’introduzione indica brevemente le sette di cui tratterà e conclude dicendo che naturalmente non bisogna dimenticare la più grande, la più pericolosa e la più falsa di tutte, e cioè la chiesa cattolica. A lei non sembra tanto un’enormità, le sembra piuttosto una scemenza. In fin dei conti non le verrebbe mai in mente di definire la chiesa evangelica una setta. La stupisce, soprattutto, la veemenza del pastore; il suo astio; come se gli avessero pestato le palle.

Jӧrg continua per un po’ a rifornirla di libelli che denunciano la follia, l’idolatria e l’insostenibile presunzione della chiesa cattolica e lei continua a essere vagamente sorpresa dall’aggressività e dai toni velenosi. Pensa a quando Don Walter gli spiegava la Riforma, alle medie, che il Vaticano Secondo quasi non c’era stato: diceva dove i protestanti sbagliavano come se fosse un fatto oggettivo, e ovviamente non ci si poteva aspettare altro; ma nel suo ricordo non c’è traccia dell’acredine di questi qua.

Poi Jӧrg smette di passarle libelli perché lei li trova noiosi e non li legge più.

Un sacco di anni più tardi, ampiamente nel ventunesimo secolo, a Reggio Emilia c’è un concerto in San Domenico. Viene eseguito fra l’altro il coro Ein feste Burg ist unser Gott, testo di Lutero, musica di Bach. Un simpatico pastore protestante tedesco si incarica di introdurre l’inno e sfatare una leggenda; anzi dalla foga con cui si precipita sul pulpito si direbbe che ci tiene molto, a introdurre l’inno e sfatare la leggenda. Esordisce ricordando la grande amicizia che lo lega ai religiosi cattolici che lo ospitano, esprime il proprio rammarico per le parole che gli corre l’obbligo di dire, e informa il pubblico che secondo la tradizione l’inno Una forte rocca è il nostro Dio è stato ispirato a Lutero dal pericolo dei turchi osmani che invadevano in quel punto l’Europa, ma che in realtà ciò che spinse Lutero alla composizione dell’inno erano sì, forse anche i turchi, ma principalmente la minaccia della chiesa di Roma sulla nascente comunità protestate e il timore che questa potesse esserne schiacciata. Intorno al 1529. Parla bene il pastore, in un italiano corretto; si ha proprio l’impressione che stia parlando di cose successe l’altro ieri. Il pubblico largamente cattolico e credente, che è appena stato assimilato ai turchi osmani, si sente in leggero imbarazzo e si chiede cosa voglia di preciso quel tizio lì davanti.

Questi e altri episodi, dispersi e lontani nel tempo, la colpiscono come qualcosa di strano, come qualcosa che non va. Poi però se li dimentica e non ci pensa più. Perché dal vago stupore scaturisca finalmente una teoria in grado di spiegare i fatti è necessario l’incontro, per così dire, di tre persone: Armgard, Joseph Ratzinger, e William Thackeray.

Armgard è la moglie di Uwe; è protestante attiva se non proprio praticante; nel senso che in chiesa non ci va mica tanto (d’altra parte cosa ci andrebbe a fare), però è seriamente impegnata nell’aiuto organizzato al prossimo. Armgard è molto critica sugli usi dei cattolici; ne parla con una specie di scandalizzata meraviglia, come se fossero zulù – anzi no, perché meravigliarsi degli zulù è decisamente scorretto, da subdoli eurocentrici; coi cattolici invece si può. All’inizio lei è conciliante, non ha difficoltà a darle ragione su alcune cose; poi si stufa. Ma cosa gliene importa in fin dei conti a Armgard, le vien fatto di pensare.

Con ciò il problema è posto nel modo corretto e attende una soluzione.

Che arriva in parte dal pontefice Joseph Ratzinger, il quale parlando dei protestanti dice una volta che si sono separati dalla successione apostolica. Non parla di fede, di opere, di grazia, di libertà, di predestinazione – nulla di ciò. Non dice nemmeno che sbagliano. Dice che si sono separati dalla successione apostolica. Tutto lì.

La cosa le fa una certa impressione. Non l’aveva mai pensata in questi termini; o forse sì, ma non così chiaramente. D’altra parte il fenomeno in sé: staccarsi da una successione qualunque, la occupa da diverso tempo in seguito a vicende del tutto personali. Ed è qui che il cerchio, per così dire, si chiude: un’osservazione di William Thackeray riguardo alla rottura di legami, sulla quale aveva riflettuto a lungo per i suoi casi, si trova calzare a pennello ai protestanti e di colpo tutto si spiega. Dice Thackeray, che quando, per un motivo che può essere anche giusto, si decide di rompere un legame di lunga data, un legame che comporti magari anche una parte di debito nei confronti di colui o colei da cui abbiamo deciso di staccarci, be’ allora noi cercheremo in tutti i modi di attribuire a questa persona i più neri vizi e difetti e cattive qualità, perché ciò giustifica la nostra decisione; e il lavoro ossessivo di calunnia e screditamento non avrà fine, non può aver fine, perché ci sarà sempre un livello al quale la nostra decisione non è giustificata. Questo, pensa lei, spiega il secolare, duraturo, immarcescente e da ultimo anche ridicolo astio dei protestanti nei confronti della chiesa cattolica.

Che è l’altra faccia della separazione: il rimpianto dell’unità perduta.

LA GIORNATA DI UN OPRIČNIK

Gli oppositori sono molti, è vero. Non appena la Russia è risorta dalle ceneri Grigie, non appena ha preso coscienza di sé, non appena sedici anni fa il padre del Sovrano Nicolaj Platonovič pose la prima pietra alle fondamenta del Muro Occidentale, non appena cominciammo a staccarci dall’estraneo fuori e dal diabolico dentro, gli oppositori presero a infilarsi attraverso tutte le fessure, come dorifore. È vero, una grande idea genera anche grande opposizione. Sono sempre esistiti nemici del nostro Stato, esterni e interni, ma la lotta contro di noi non si è mai inasprita in modo così feroce come nel periodo della Rinascita della Sacra Russia. Più di una testa è rotolata giù dal Lobnoe Mesto in questi sedici anni, più di un treno ha portato via oltre l’Ural i nemici e le loro famiglie, più di un gallo rosso ha cantato all’alba nelle tenute dei nobili, più di un voivoda ha scoreggiato sul banco con i rulli al Dicastero degli Affari Segreti, più di una lettera anonima è finita nel cassetto di Parola e Azione alla Lubjanka, più di un cambiavalute ha avuto la bocca riempita di banconote frutto di azioni criminali, più di uno scrivano è stato lessato in acqua bollente, più di un messo straniero è stato cacciato fuori da Mosca sui tre “stalloni” gialli dell’infamia, più di un addetto alle notizie è stato gettato dalla torre di Ostankino con le piume d’anatra sul sedere, più di un sobillatore-imbrattacarte è stato affogato nella Moscova, più di una vedova di nobile è stata rispedita dai genitori in tulup di pecora, nuda e priva di sensi…

Ogni volta che mi trovo alla Cattedrale della Dormizione con una candela in mano mi tormenta un pensiero segreto, sovversivo: se non ci fossimo stati noi, ce l’avrebbe fatta il Sovrano da solo? Gli sarebbero bastati gli strelizzi, il Dicastero degli Affari Segreti e il reggimento del Cremlino?

E coperto dal canto del coro mi sussurro piano:

«No».

(Vladimir Sorokin (Bykovo, Russia, 1955), La giornata di un opričnik, Atmosphere libri 2014, trad. di Denise Silvestri. Il romanzo ha vinto nel 2015 il premio Von Rezzori per la migliore opera di narrativa straniera pubblicata in Italia.)

La giornata di un opričnik (Den’ oprichnika, 2006) è un romanzo distopico di tono marcatamente grottesco e pulp, ambientato nel 2027 in una Russia in cui da sedici anni è stato restaurato il potere imperiale. Il romanzo narra alla prima persona una giornata nella vita di un opričnik, il membro di un corpo para-poliziesco alle dirette dipendenze del Sovrano, che agisce con efferata violenza e al di fuori di ogni legalità contro chiunque venga individuato come nemico dello Stato – con sadica ferocia, ma anche con spreco di segni della croce, giaculatorie e apologie della santa chiesa ortodossa, l’unica ad aver mantenuto la purezza della fede. Una contraddizione soltanto apparente, in quanto chiunque si ponga poco o tanto criticamente nei confronti del blocco identitario-autocratico Stato-Chiesa, si pone ipso facto fuori dalla comunità dei santi, della vera e degna umanità, decade dallo status umano, non è che “putridume” che deve essere snidato col fiuto del cane e spazzato via con la scopa delle pulizie (a proposito di pulizie si vedano stralci di discorsi e scritti di Putin qui).

Una testa di cane e una scopa appese all’arcione erano i segni distintivi degli opričniki storici: l’esercito privato dello zar Ivan IV il Terribile che nella seconda metà del XVI secolo assassinò, torturò e stuprò un numero enorme di persone, spesso con la partecipazione diretta dello zar che condiva le più orrende nefandezze con una dose abbondante di mistica religiosa. Il romanzo di Sorokin mette bene in evidenza il mix di violenza feroce, stupro, maschilismo ossessivo e balbettamento mistico che getta una luce satirica, ma neanche troppo, sul carattere irrazionale, nazionalista e autoreferenziale di certa religiosità del cuore russo-ortodossa, genere il grande peccatore che però ha la fede, quindi in realtà è un grande santo. In ogni caso già nel 2006 Sorokin conosceva bene i suoi polli, se è vero che in certi passi del romanzo sembra di sentire la viva voce del patriarca Kirill.

Una tecnologia futuristica (e in parte favolistica) spinta e un’ideologia pseudo-medievale di fondo sono le due radici da cui il romanzo trae la sua particolare coloritura. Se aggiungiamo che la tecnologia – così come i beni di lusso – è tutta di produzione cinese (cioè estera, nel romanzo un’origine estera occidentale non è possibile, come vedremo), mentre l’ideologia medievale è strettamente made in Russia, avremo che il romanzo ci offre un’immagine senz’altro caricata ma non così lontana dalla realtà della Russia odierna.

English Wikipedia dedica al romanzo di Sorokin un ampio articolo da cui traggo qualche informazione:

  1. In un’intervista del 2012 Sorokin dichiara che nella sua intenzione il romanzo non voleva essere l’anticipazione distopica e grottesca di un futuro più o meno prossimo, ma una specie di avvertimento, una “precauzione mistica”, o, diremmo, apotropaica, affinché questo futuro non si instaurasse. Giunti al 2022, dobbiamo constatare che la precauzione apotropaica non è andata a buon fine.
  2. Il testo contiene una vasta rete di rimandi alla storia e alla letteratura russa che per un lettore straniero rischiano di andare perduti, nonostante qualche parca nota di autore e traduttrice. Mi limito ai due maggiori: il titolo è un chiaro riferimento al romanzo di Solženicyn Una giornata di Ivan Denisovič, difficilmente però da intendersi come omaggio, dal momento che Sorokin ha più volte criticato sia lo stile che l’ideologia conservatrice di Solženicyn. Più che un omaggio è quindi da leggere come una correzione antitetica e polemica.
  3. Il secondo macroriferimento, impossibile da individuare per un pubblico non russo, è il romanzo utopico Za chertopolokhom (Dietro il cardo) del tenente generale Pyotr Krasnov (1869-1947), pubblicato in russo a Parigi nel 1922, per la prima volta in Russia nel 2002, e a seguire in ulteriori edizioni perché molto consonante con l’idea di Russia dell’attuale governo. Questo tenente generale dei cosacchi Pyotr Krasnov combatté contro i bolscevichi, andò in esilio in Francia, organizzò milizie cosacche che combatterono a fianco dei nazisti durante la seconda guerra mondiale e fu impiccato a Mosca nel 1947. Nel suo romanzo utopico, ambientato nel 1990, la Russia si è definitivamente separata dall’Occidente perfido e corrotto per mezzo di un Grande Muro che la salvaguarda da perfidia e corruzione, si è interamente identificata con la sua autentica anima asiatica ed è diventata il faro di quell’Eurasia tuttora sponsorizzata da Dugin e Tret’jakov, a cui però questi ultimi, a differenza di Krasnov, annetterebbero volentieri la piccola appendice di noi Europei dell’ovest. Se a questo si aggiunge che Krasnov predica la necessità e legittimità della violenza per tenere in riga la nazione, si capirà come l’attuale governo russo straveda per lui. Abbiamo detto che quello di Krasnov è un romanzo utopico. Ora, per il suo romanzo distopico, Sorokin riprende esattamente la situazione creata da Krasnov – ma per rovesciarne il senso. La Russia si è autoisolata dal malvagio e potenzialmente conquistatore Occidente tramite la costruzione del Grande Muro, che oltre a difenderla militarmente preserva intatta la sua purezza etnico-nazional-religiosa insidiata dalla corruzione occidentale. Le sole modifiche rispetto al quadro di Krasnov riguardano i rapporti con l’Asia: nel romanzo di Sorokin il Grande Muro Occidentale è completato da un Grande Muro Orientale e l’isolamento, per quanto più poroso a Oriente, è completo. Questo perché, diversamente da quanto Krasnov poteva sognare nel 1922, nel 2006 è chiaro che la Russia non è e non sarà la luce e il faro del continente asiatico, e in particolare che dal punto di vista economico e tecnologico è stata ampiamente surclassata dalla Cina. Ma soprattutto, quello che viene rovesciato e mostrato nel suo ridicolo è il rapporto con l’Occidente: ciò che in Krasnov, nel 1922, poteva apparire come una discutibile ma per l’epoca non anacronistica utopia politica (con tutte le ombre esiziali che da sempre accompagnano le utopie), diventa nel 2006, nella distopia di Sorokin, la proiezione distorta di menti, quelle sì, malate. A questo proposito il capitolo 8 del romanzo, dove è rappresentata l’allucinazione collettiva di un gruppo di sette opričniki che sotto l’effetto di droghe si trasformano nel drago russo delle fiabe – per l’occasione con sette teste, il che non può non ricordare la bestia a sette teste dell’Apocalisse -, il quale sorvola l’Oceano seminando morte e distruzione per concludere il trip stuprando con la fiamma una casalinga americana, è a mio avviso, anche dal punto di vista letterario, un capolavoro.
  4. L’articolo di Wikipedia sottolinea la dimensione collettiva propria della Russia distopica di Sorokin, e che già Krasnov aveva individuato come la caratteristica asiatica che rendeva la Russia incompatibile con l’Europa:
Krasnov noted that in Asian societies, it is the collective that takes precedence over the individual, and for this reason argued that Russia was an Asian as opposed to a European nation. 

Gli opričniki formano una collettività saldata col sesso e col sangue, legittimata dalla religione e dalla fedeltà alla più grande collettività (nazione), di cui il Sovrano non è che la pallida e insignificante icona.

In Day of the Oprichnik, both sex and violence are always done collectively. The purpose of the Oprichniki in the novel is to annihilate any notion of individualism and to promote the reestablishment of "we" as the basis of thinking rather than "I”.

Se infatti guardiamo alla più vasta collettività, se guardiamo al noi, al popolo, troveremo soltanto una massa di anonimi, disprezzati dagli stessi opričniki e unicamente funzionali alla creazione di una informe e peraltro malfunzionante nazione, su cui eccezionalmente può stagliarsi qualche graziosa figurina tratta da un album di fogge medievali. In questo contesto, il vero e unico crimine dei cosiddetti “nemici dello Stato” è voler essere individui.

Come dicevamo, al netto del grottesco e del pulp, sedici anni dopo la sua prima pubblicazione La giornata di un opričnik restituisce un’immagine abbastanza profetica della Russia odierna. Rimane da fare un’unica correzione: prima di costruire il Muro Occidentale il Sovrano ha deciso di allargarsi.

CAMBIAMENTI

Il padre di Daisuke aveva avuto un fratello maggiore. Si chiamava Naoki, aveva solo un anno più di lui, era di corporatura un po’ meno robusta, ma nei tratti del viso gli assomigliava talmente che le persone che non li conoscevano li prendevano per gemelli. […] L’incidente successe quando Naoki aveva diciott’anni, in autunno. I due fratelli erano stati incaricati di una commissione al tempio di Tōkakuji, all’esterno della cittadella. Tōkakuji era il tempio del clan, e i ragazzi dovevano consegnare una lettera a uno dei sacerdoti che vivevano lì, tal Sōsui, amico della famiglia. Era soltanto un invito a una partita di go e non richiedeva una risposta, ma Sōsui si era messo a parlare di varie cose, così si era fatto tardi e quando i due fratelli si accomiatarono, mancava un’ora al tramonto. Essendo un giorno di festa, per le strade c’era molta animazione. I due si affrettavano verso casa fendendo la folla, ma a una svolta si imbatterono in un certo Hōgiri, che abitava dall’altra parte del fiume. Hōgiri, con il quale non erano mai andati d’accordo, era visibilmente ubriaco, e dopo aver gridato loro degli insulti, sguainò la sciabola e senza preavviso aggredì il fratello maggiore, Naoki. Non potendo tirarsi indietro, pure Naoki diede di piglio alla spada e affrontò l’avversario, che aveva fama di essere un violento e, malgrado la sbornia, si rivelò molto pericoloso. Se nessun0 fosse intervenuto, Naoki avrebbe avuto la peggio. Allora, anche il fratello più giovane sfoderò la sua sciabola. E in due fecero a pezzi Hōgiri.

Il costume dell’epoca voleva che quando un samurai ne uccideva un altro dello stesso clan, dovesse fare seppuku. I due fratelli tornarono a casa decisi a compiere il terribile gesto. Il loro padre, da parte sua, aveva la ferma intenzione di posizionarli uno accanto all’altro e assisterli con il colpo di grazia. Però la madre era assente: in occasione della festa era andata a trovare dei conoscenti. Il padre, desiderando per un sentimento di compassione che i figli, prima di fare seppuku, la vedessero un’ultima volta, inviò subito qualcuno a chiamarla. In attesa del suo ritorno tenne ai ragazzi un discorso, e si occupò di preparare la stanza dove avrebbe avuto luogo la cerimonia.

La famiglia presso cui la madre si era recata in visita era quella di un lontano parente, Takagi, un uomo di potere, circostanza che si rivelò molto utile. Va aggiunto che erano tempi di grandi mutamenti, e il codice del samurai non aveva più il peso di una volta. Inoltre, la vittima era un giovane aggressivo dalla pessima reputazione. Così Takagi si precipitò a casa Nagai insieme alla madre dei due ragazzi e convinse il padre a non fare nulla finché non avesse ricevuto ordini ufficiali.

Dopodiché mise in atto la sua influenza. Per prima cosa riuscì ad indurre al perdono il primo vassallo del clan; poi, tramite costui, il signore feudale in persona. Il padre della vittima, sorprendentemente, era un uomo ragionevole che aveva sempre sofferto per la cattiva condotta del figlio, e quando fu chiaro che era stato lui ad attaccare briga, non protestò per il trattamento indulgente riservato ai due fratelli. Questi restarono chiusi in una stanza per un certo tempo, in segno di penitenza, poi lasciarono la casa senza dare nell’occhio.

Tre anni dopo Naoki fu ucciso a Kyoto da un rōnin. L’anno seguente iniziò l’era Meiji.

(Natsume Sōseki, E poi, titolo originale Sore kara, 1909, trad. Antonietta Pastore, Neri Pozza 2012)

L’era Meiji (1868-1912) mette fine all’epoca del Giappone feudale (periodo Edo) che per tre secoli e mezzo si era chiuso al resto del mondo, e in particolare all’Occidente, sotto lo shogunato Tokugawa. Con “restaurazione Meiji” si intende la restaurazione del potere imperiale “usurpato” dagli shōgun, ma il termine non indica affatto un ritorno al passato, bensì di fatto l’inizio della modernizzazione e occidentalizzazione del Giappone.

ARS POETICA (1)

Medito su come potrei trasformare in dipinto un simile stato d’animo. È però evidente che non diventerà un quadro usuale. Ciò che noi volgarmente chiamiamo dipinto è la semplice trasposizione colorata sulla seta di ciò che – uomini, oggetti o paesaggio – abbiamo davanti agli occhi, nella sua forma reale, oppure mediata dal nostro senso estetico. Si pensa che un dipinto assolva il suo compito se un fiore sembra un fiore, se l’acqua appare acqua e i personaggi si comportano come persone reali. Ma c’è chi sa elevarsi da questo livello e, unendo la propria sensibilità estetica alle immagini che percepisce, le anima goccia a goccia sulla tela. L’intento principale di un tale artista à imprimere all’Universo da lui concepito la propria particolare ispirazione: se il suo punto di vista non sgorga chiaramente in ogni pennellata, non giudicherà un capolavoro il suo dipinto. […]

In questi due generi d’artista vi può essere una differenza di soggettività o di obiettività, di profondità o di superficialità, ma entrambi hanno in comune una caratteristica: attendono un chiaro stimolo esterno per porre mano al pennello. Ma il soggetto che io vorrei dipingere non è altrettanto evidente. […] Le mie sensazioni non provengono dall’esterno, e anche se così fosse non sarebbero un determinato paesaggio nel mio orizzonte visivo, perciò non mi è possibile puntare un dito e indicare con chiarezza alla gente: «Ecco la fonte». C’è in me solo una sensazione. Come fare per esprimerla in un dipinto? No, il problema è come riuscire a materializzare, in modo che sia comprensibile, una sensazione così indistinta.

[…]

Dovrei dipingere in modo che, disposti i colori, le forme e l’atmosfera, io possa esclamare: «Ecco dov’era il mio cuore!» e riconoscervi immediatamente me stesso. Ecco come devo dipingere, in modo da provare le sensazioni di un padre che in cerca del figlio perduto vaga nei sessanta e più paesi, senza dimenticarlo né quando dorme né da sveglio, e, incontratolo un giorno fortuitamente a un incrocio, istintivamente grida: «Ah, eccoti!» Ma è difficile. […]

Depongo la matita e rifletto. Anzitutto è un errore pretendere di trasformare una sensazione così astratta in un dipinto. […]

Istantaneamente mi balena davanti agli occhi la parola ‘musica’. Ma certo, la musica è la voce della natura, nata in questi frangenti, sollecitata da queste necessità. Per la prima volta mi accorgo che la musica è qualcosa che va ascoltata e compresa; sfortunatamente ignoro tutto di essa.

Mi domando se non possa esprimermi in poesia, e mi avventuro in questa terza sfera. Mi sembra di ricordare che Lessing sostenesse che gli eventi la cui esistenza è condizionata dal corso del tempo sono l’essenza della poesia e stabilisse il principio fondamentale secondo cui poesia e pittura sarebbero differenti; da questo punto di vista la poesia non è assolutamente adatta a quei confini che tanto mi preme esprimere. Forse quando provo una sensazione di felicità esiste nel fondo del mio animo una qualche cognizione del tempo, ma non nel significato di eventi che debbano svilupparsi gradualmente seguendo un certo corso. Non sono felice perché l’uno si allontana, il secondo si avvicina, dilegua e nasce il terzo. Sono felice per un’atmosfera profondamente radicata in un determinato luogo fin dal principio; e dal momento che vi è radicata fin dal principio non c’è alcuna necessità, neppure decidendo di tradurre questa condizione in parole normali, di stabilire un ordine cronologico del mio materiale. Basterà che io disponga spazialmente la scena, come in un dipinto. Ma il problema è quali atmosfere paesaggistiche trasfuse in versi possano rappresentare questa vasta e indefinita condizione: se vi riuscissi sarebbe una vera poesia, nonostante le tesi di Lessing. Non m’importa di Omero e di Virgilio.

(Natsume Sōseki, Guanciale d’erba, traduzione di Lydia Origlia)

L’io narrante del romanzo di Sōseki dice che non gli importa di Omero e di Virgilio. Infatti è un pittore e un poeta lirico. Io però credo che sarebbe interessante scrivere un romanzo in quel modo. Almeno provarci.

KIRILL E L’ACQUA SANTA

Il patriarca Kirill è scivolato sull’acqua santa ed è volato lungo disteso.

Propongo di interpretare l’evento al modo canonico, secondo il senso allegorico, morale e anagogico.

Allegorico: Le cose sante si rivoltano contro chi le prostituisce ad usi profani.

Morale: Non si è mai così facilmente ingannati come quando si pensa a ingannare gli altri. (Questo aforisma non è mio, ma di La Rochefoucauld)

Anagogico: Non potendosi ovviamente riferire la rovinosa caduta alla Maestà Divina, non rimane che leggerla come premonizione e figura del prossimo futuro di Santa Madre Russia.

In te, Domine, sustinemus.