RISAIE E BAMBÙ. Filologia giapponese per principianti

Taketa

 

Rileggendo il post dell’altro giorno e le mie ipotesi sulla città di Takeda/Taketa, mi sono sentita come il marchesino Eufemio quando, nel saggio di francese, “fe’ noto che … / … Rome è una città simile a Roma”.

Mi sono decisa a rivolgermi a Sōkosan, la mia insegnante di giapponese. In genere tengo distinto l’apprendimento della lingua dalle incursioni in letteratura per non fomentare l’impressione, non ingiustificata, di persona un po’ stramba e piuttosto presuntuosa, oltre che fastidiosamente pignola. Avendo però esaurito tutte le risorse di internet ho dovuto coinvolgerla, e molto gentilmente Sōkosan mi ha svelato l’arcano (e fornito la cartina “in lingua”).

Ovviamente chi traduce traduce da un testo scritto, non da un audiolibro o da una fonte orale, e la scrittura giapponese, per quanto riguarda i lessemi almeno, non è fonetica ma ideogrammatica: il kanji dà il significato della parola, non il suono. Quindi la traduttrice si è trovata di fronte alla parola 竹田, formata dagli ideogrammi 竹 [take], che vuol dire bambù, e 田 [ta], cioè risaia. Il problema è che nelle parole composte certe consonanti sorde (t, k, p) diventano facilmente sonore (d, g, b), come anche la fricativa f diventa b. Ad esempio, ‘sacchetto’ si dice ‘fukuro’, ma se voglio dire ‘sacchetto di carta’ dico ‘kamibukuro’, e il signor 山田 (risaia di montagna) si chiama Yamada e non Yamata, come ci si aspetterebbe. Conclusione: probabilmente la traduttrice, di fronte agli ideogrammi 竹田 ha scelto la traduzione fonetica più corrente, cioè Takeda, senza sapere, o senza preoccuparsi di indagare, che la città si pronuncia invece Taketa, come appare da tutte le translitterazioni (compresa, nell’era di internet, quella sul sito ufficiale del comune).

Chissenefrega, direte voi. Fino a un certo punto, dico io. Perché un conto è, in un romanzo, una città reale, un conto una città fantastica. O una città reale trasformata in città fantastica, come la Parma della Certosa di Stendhal.

Non mi resta che recarmi di persona nel Kyūshū e vedere se Taketa è davvero posta al centro di una corona rocciosa e se l’unico, stretto ingresso è scavato nella roccia.

 

P.S. Per chi non conoscesse l’immortale marchesino Eufemio, qui di seguito il sonetto di Gioachino Belli:

A dì trenta settembre il marchesino,
d’alto ingegno perché d’alto lignaggio,
die’ nel castello avito il suo gran saggio:
di toscan, di francese e di latino.
Ritto all’ombra feudal d’un baldacchino 
con voce ferma e signoril coraggio,
senza libri provò che paggio e maggio
scrìvonsi con due g come cuggino.
Quindi, passando al gallico idioma,
fe’ noto che jambon vuoI dir prosciutto,
e Rome è una città simile a Roma.
E finalmente il marchesino Eufemio, 
latinizzando esercito distrutto, 
disse exercitus lardi, ed ebbe il premio!

A un millimetro dalla purezza: Kawabata Yasunari, IL DISEGNO DEL PIVIERE

PIVIERE

 

Pubblicato nel 1953, Il disegno del piviere (Namichidori) è il seguito del più noto Mille gru, uscito l’anno precedente, e alla cui recensione rimando per le necessarie informazioni riguardo a trama e personaggi.

Nella bella edizione SE (1996) curata da Bona Pallavicini, il romanzo non raggiunge le cento pagine. È diviso in tre parti, la seconda delle quali costituita dalle lettere che il protagonista Kikuji ha ricevuto da Fumiko, la ragazza in fuga, in un periodo compreso nei circa diciotto mesi che intercorrono fra la fine di Mille gru e l’inizio del Disegno del piviere. Per il lettore è come se queste lettere lo portassero a pencolare su uno iato narrativo, un vuoto che qualche accenno del narratore o dei personaggi è del tutto insufficiente a colmare; si trova, perplesso, di fronte al fatto per nulla scontato che i personaggi hanno continuato a vivere oltre la narrazione e al di fuori di essa, che riemergono da percorsi carsici dei quali poco o nulla sappiamo. Mi sembra che questo abbia a che fare col frammentario e il non finito che caratterizza la produzione romanzesca di Kawabata: è come se l’autore si limitasse a cogliere, dei suoi personaggi, certi lati, certi momenti; magari li conosce a fondo, ma a noi li fa balenare da prospettive oblique, ci consegna istantanee disomogenee, li abbandona, come li ha presi, nel bel mezzo di qualcosa; salvo tornarci sopra, scrivere un altro capitolo, spostare l’angolazione di qualche grado. Il fatto poi che le lettere di Fumiko – scritte più di un anno prima dell’inizio della (lievissima) vicenda – siano inserite fra due segmenti contigui della narrazione presente: il viaggio di nozze e i primi mesi degli sposi nella nuova casa – crea un disorientamento temporale che contribuisce a illuminare gli eventi non nella loro successione cronologica, ma come l’eterno disporsi dei pezzi nelle stesse posizioni della scacchiera.

I

Mille gru chiude (ma sarebbe meglio dire si interrompe) sulla sparizione di Fumiko – una sparizione su cui grava il sospetto angosciante del suicidio – e sul tramonto, anch’esso apparentemente definitivo, dell’astro di Yukiko nel cielo del giovane scapolo Kikuji. Delle quattro donne che a diverso titolo si sono immischiate o sono state coinvolte nella sua vita sentimentale rimane soltanto l’abominevole Kurimoto Chikako:

“«È rimasta solo la Kurimoto» pensò Kikuji.

E quasi volesse liberarsi di tutto l’odio che aveva accumulato nel cuore contro la nemica implacabile, si allontanò, rifugiandosi nell’ombra del parco.” 

Così si conclude Mille gru, e quando, all’inizio del Disegno del piviereil lettore si trova trasportato alla prima tappa del viaggio di nozze di Kukuji, e precisamente al momento in cui la neo signora Mitani, che si scopre non essere altri che Yukiko, scende dal taxi, egli non può che sentirsi rallegrato, come se una cattiva sorte fosse stata finalmente stornata dall’imbelle ma non antipatico giovanotto.

Soddisfazione di breve, anzi di brevissima durata, perché otto righe più sotto un ignaro portiere comunica all’esterrefatto novello sposo:

“«Vi ho fatto riservare il padiglione per la cerimonia del tè come mi ha chiesto per telefono la signora Kurimoto Chikako».”

Insomma al diavolo non si sfugge; e in effetti l’idea che Chikako, che Kikuji non vede e non sente – e certamente non cerca – da più di un anno e mezzo, abbia telefonato all’albergo in cui passeranno la loro prima notte di nozze per prenotargli un alloggio particolare, ha di che far tremare le vene e i polsi anche a un personaggio psicologicamente più solido del nostro. Per fortuna l’innocenza e la pacata e discreta intelligenza di Yukiko la rendono immune alle manie di persecuzione; non le verrebbe mai in mente di vedere un diavolo in Chikako, e il diavolo, se uno non lo vede, finisce che non c’è.

(Diversamente Kikuji: all’annuncio del portiere egli si sta togliendo le scarpe – com’è costume in Giappone negli interni:

“Gli tornò alla mente la voglia che Chikako aveva sul petto: un’orma scura che si protendeva dalla bocca dello stomaco sino al capezzolo, come l’impronta della mano del demonio. Se avesse distolto lo sguardo dai lacci delle scarpe gli sarebbe apparsa dinanzi agli occhi.”)

Nonostante questa specie di diabolico gong iniziale, nei cinque brevi capitoli che raccontano il viaggio di nozze la serenità e la tranquilla gioia di Yukiko riverberano su Kikuji, che la presenza della moglie riempie di gratitudine, di felicità, e del costante sentimento di non esserne degno. Soltanto nei momenti di casuale, momentanea assenza di Yukiko, o quando un improvviso addensarsi dei fantasmi del passato lo allontana da lei, Kikuji è colto da sgomento e da angoscia. E comunque, sia o no opera di Chikako, qualcosa come una crepa sottile di paura serpeggia in questa luna di miele:

“[Nella stanza] piccola di destra la cameriera aveva portato i bagagli dei due sposi e lì Yukiko era intenta a piegare il suo kimono, quando chiamò Kikuji:

«Non potresti per favore aprire un po’? Ho paura».

Il giovane si alzò e la raggiunse, lasciando socchiuse le porte scorrevoli.

Erano soli in quell’edificio isolato, lontani dal corpo principale, e questo suscitava anche in Kikuji un vago senso di disagio.”

E più avanti:

“La sera precedente erano giunte in albergo molte coppie in viaggio di nozze. Yukiko lo seppe dalla cameriera, quella stessa mattina, perché nel padiglione del tè, che si trovava più in basso, lontano, sul mare, non giungevano le voci. E neppure il girovago che cantava accompagnandosi col suo violino scendeva fin lì.”

Isolamento, autoreferenzialità della coppia che ha come interlocutore il paesaggio ma non altri esseri umani (le sole, rare “voci” esterne che testimoniano un contatto del padiglione del tè col mondo – e l’esistenza stessa in fondo del padiglione del tè, che non sia un mero incantesimo di Kurimoto Chikako – sono quelle del personale dell’albergo), serenità che potrebbe anche incrinarsi da un momento all’altro, vaga sensazione di minaccia che l’atteggiamento fiducioso di Yukiko non fuga completamente: tutto ciò allude a un’instabilità, a una zoppia in questa luna di miele; che infatti è subito detta, che né l’autore né il suo personaggio Kikuji vogliono nascondere al lettore: durante il viaggio di nozze il matrimonio non viene consumato. Né lo sarà in seguito. La cosa, apparentemente, non disturba Yukiko.

Purezza cristallina della sposa, senso di indegnità e orrore della profanazione da parte dello sposo, bellezza del paesaggio e delle cose naturali che sembra richiedere un atteggiamento umilmente contemplativo, quasi un azzeramento della specificità individuale e delle sue provvisorie affermazioni; ma anche un senso di paura, di un pericolo sconosciuto, la punizione per una colpa che Kikuji non può che riconoscere come unicamente sua – questi sono gli elementi che si combinano potentemente nella scena finale della prima parte:

“Kikuji aprì gli occhi all’improvviso per un forte frastuono. Il vento ululava. Pensò che fossero le onde che si infrangevano contro la parete rocciosa a strapiombo oltre il giardino.

Guardò dalla parte di Yukiko e si accorse che non era al suo fianco, poi la vide in piedi, davanti alla finestra.

«Che succede?».

Anche Kikuji si alzò e la raggiunse.

«Un rumore impressionante, come un’esplosione, mi ha svegliata, e sul mare è apparsa una luce rosata. Guarda anche tu…».

«Sarà il faro».

[…]

«Di nuovo la luce! Forse è un faro che usa una lampada rosa».

«Non è un faro…».

«C’è anche un faro, certo, ma quella luce è più grande, e poi non ha un ritmo regolare».

«E di nuovo quel fragore, come di onde…».

«No, non sono onde».

Sembravano marosi che s’infrangessero contro il promontorio, ma in effetti quel rombo inquietante proveniva dal mare aperto, illuminato dalla luce fredda della luna crescente.

[…]

«È un cannone. Che sia una battaglia navale?».

«È improbabile. Forse le navi americane stanno facendo un’esercitazione».

«Tu credi?».

Yukiko finì per persuadersene.

[…]

Kikuji la prese tra le braccia, stringendola forte. Yukiko restituì l’abbraccio con un certo timore.

Assalito da una tristezza improvvisa, Kikuji parlò a scatti.

«Lo sai, vero, non è che non possa… È così te lo assicuro… ma sai, sono ancora perseguitato dall’umiliazione e dal rimorso per quel che ho commesso».

Yukiko si abbandonò sul suo petto, come priva di sensi.”

Così si conclude la prima parte, il cui titolo, Namichidori, dà il nome all’intero romanzo. Come già “mille gru”, anche “il disegno del piviere sulle onde” è un motivo decorativo tradizionale:

«È un motivo namichidori: il disegno del piviere sulle onde. Ma sarebbe più esatto dire yunamichidori. Conosci quei versi: “Canta, o piviere, che ti libri sul mare al crepuscolo…”?».”

II

La seconda parte, Il viaggio dell’addio, è costituita da sei lettere che Fumiko scrive a Kikuji e che segnano altrettante tappe nel suo viaggio da Beppu, sulla costa nord-orientale del Kyūshū, a piedi attraverso le montagne del Kuju, fino alla città natale del padre: Takeda.

(A proposito della meta del viaggio: esiste nel Kyūshū, più o meno dove dovrebbe trovarsi Takeda, una città di nome Taketa che per certi versi sembra corrispondere alle descrizioni di Fumiko, per altri invece se ne allontana. Non sono riuscita a capire se si tratta solo di una variante fonetica – ma mi sembra poco probabile, o se qui Kawabata “gioca” con la realtà, discostandosene liberamente quel tanto che gli serve per fare di un dato reale un dato simbolico. Ho la stessa perplessità riguardo a due poeti che Fumiko cita a proposito di Takeda: i poeti sono reali ma, non so nemmeno io perché, qualcosa mi ricorda Borges e mi viene il dubbio che i versi che Fumiko attribuisce loro siano invece opera di Kawabata. Purtroppo l’assenza di note nell’unica edizione italiana e la scarsità di fonti di cui dispongo non mi permettono di chiarire la questione. Ricordiamo anche che si tratta di una traduzione dal giapponese, e che se il traduttore non è più che bravo, il tradizionale “mondo fluttuante” rischia di fluttuare ancora di più).

Queste lettere, che Fumiko scrive ma non sa se spedirà, raggiungono Kikuji molto più tardi, quando la ragazza ha da tempo abbandonato i luoghi del viaggio, cosicché le ricerche affannose di Kikuji non approdano a nulla. Kikuji la cerca perché la ama, Fumiko fugge e scompare, benché lo ami, nel tentativo di annullare l’effetto, come lei pensa corruttore e peccaminoso, che sua madre e lei stessa hanno avuto nella vita di Kikuji. In realtà Fumiko, che fin da Mille gru ci appare intransigente nei principi ma ambigua nei comportamenti, è l’unica a portare un giudizio negativo e inappellabile sulla vicenda che, offuscando i confini fra le generazioni, ha coinvolto sua madre, lei e Kikuji. L’anatema di Fumiko sfuma tuttavia prepotentemente anche sul giovane uomo, se è vero che è precisamente il sentimento della propria vergogna, indegnità e corruzione che gli impedisce di consumare il matrimonio. Più che un ostacolo, l’ombra di un ostacolo, del quale Kikuji stesso non sa bene rendere conto:

“L’ossessione di aver violato la purezza di Fumiko era così forte in Kikuji da intorbidire anche quella della sua giovane sposa. Il gesto casto di Yukiko, pur emozionandolo profondamente, non aveva potuto evitare che il ricordo dell’altra riaffiorasse, richiamando alla sua mente sgomenta anche la femminilità prorompente della madre. Che tutto fosse da imputare a un diabolico incantesimo? O più semplicemente alla natura umana? Non era chiaro cosa sgomentasse a tal punto Kikuji, poiché la signora Ota era ormai morta e la figlia scomparsa, ed entrambe, soprattutto, l’avevano soltanto amato, senza alcuna ombra di odio.”

Ciò che sgomenta a tal punto Kikuji, se posso permettermi un’ipotesi, e da cui fugge Fumiko (in questo senso i due personaggi sono speculari, mentre Yukiko è eccentrica rispetto a entrambi), è la possibilità stessa della passione amorosa, della passione che coinvolge fino in fondo, vale a dire fino all’azione. “Agire gli era doloroso”, è detto di Kikuji, e le lettere di Fumiko, a metà fra un accurato resoconto di viaggio e un’autoflagellazione, suggeriscono che soltanto nella contemplazione della bellezza – bellezza del paesaggio, bellezza della natura nell’ora, nel momento, nella stagione – si può trovare un antidoto all’azione distruttiva della passione. Agire appare o impossibile (ogni azione intrapresa contro la Kurimoto si rivela vana), o distruttivo rispetto a situazioni che, per quanto insoddisfacenti, erano comunque meglio di ciò che si instaura dopo. Da notare che nella terza parte del romanzo, di cui parleremo, questa paralisi sembra estendersi anche a Yukiko:

“Yukiko era di solito particolarmente attiva, ma talvolta Kikuji la sorprendeva immobile, seduta davanti al pianoforte, che in quella stanza occupava gran parte dello spazio.

[…]

«Ti siedi e te ne stai lì, assente… Sembra quasi che questo piano non ti piaccia… ».

«Il pianoforte non c’entra. Mi hai sorpresa» aggiunse cambiando d’improvviso tono «mentre me ne stavo seduta qui, immobile? Come hai fatto a vedermi?».”

Fumiko intraprende il viaggio attraverso il Kyūshū per visitare la città natale del padre, di cui le hanno parlato ma che non ha mai visto. È un ritorno alle origini a scopo purificatorio, ritorno a uno stato pre-natale in cui non era che una potenzialità nascosta nei gameti del padre e della madre, in cui nessuna azione, errore o peccato era ancora stato commesso. Coerentemente, la Takeda del romanzo, la meta di Fumiko, è rappresentata come posta “al centro di una corona rocciosa”, secondo le parole di una canzone; vi si accede attraverso un unico, stretto ingresso “scavato nella roccia della città”. Su questa caratteristica Fumiko ritorna più volte: “Ci si imbatte continuamente nella parete montuosa, al punto che ho provato io stessa la sensazione di essere rinchiusa «al centro di una corona rocciosa»”, “subito si sente incombere la parete di roccia”, “nei pressi dell’ingresso scavato nella roccia”, tanto che appare quasi superfluo sottolinearne il simbolismo uterino.

L’ultimo capitolo della seconda parte, il settimo, riprende la narrazione principale: il viaggio di nozze è terminato, Kikuji e Yukiko sono nella nuova casa (moderna), e Kikuji esce nello stretto giardino per dare esecuzione al proposito di bruciare le lettere di Fumiko. Ma nell’aria umida della giornata ancora invernale i fogli bruciano male, e soprattutto, mentre Kikuji cerca di alimentare il fuoco, arriva Kurimoto Chikako. Il diavolo sa quando arrivare – o almeno, il romanziere sa quando far comparire i suoi personaggi. In realtà, Chikako approva incondizionatamente l’idea di bruciare le lettere, ma proprio questa approvazione toglie in un certo senso a Kikuji la paternità dell’iniziativa e lo ricolloca in una dipendenza da Chikako, tanto più che quest’ultima continua spudoratamente a immischiarsi nella vita della coppia. Finisce che Kikuji, come già altre volte, la congeda non proprio gentilmente: “Chikako era nell’ingresso, e teneva sollevata la mano sinistra, come irrigidita dalla paura. Il suo respiro era affannoso. […] Se ne andò con la testa incassata tra le spalle, sbilanciata in avanti, quasi dovesse fendere la folla”, e il lettore si domanda se non è per caso il giovanotto a caricarla di qualità diaboliche semplicemente per coprire le proprie inadeguatezze. A ogni buon conto, “Kikuji scese di nuovo in giardino, ma le mani gli tremavano e non riusciva ad accendere i fiammiferi.”

III

Nella terza e ultima parte del romanzo, Kikuji e Yukiko, di ritorno dal viaggio di nozze, vivono da qualche mese nella nuova e più modesta casa che Kikuji ha acquistato dopo la vendita della dimora giapponese ereditata dai genitori. Nulla è cambiato nell’intimità degli sposi, come nulla è cambiato nel fatto che, mentre i pensieri di Kikuji continuano a girare attorno al problema, Yukiko non ne appare affatto turbata. Tuttavia un terzo elemento minaccia ora l’equilibrio sui generis ma tutto sommato soddisfacente della coppia: il giudizio esterno.

Già il secondo giorno del viaggio di nozze, quando Yukiko telefona alla madre senza un motivo apparente, Kikuji si sente a disagio. Sa bene che Yukiko non intende lamentarsi, poiché ha chiamato dal telefono della camera, tuttavia una certa preoccupazione della madre che emerge dalla telefonata lo inquieta: che abbia dei sospetti? È ovvio che questi timori paranoici nascono dalla consapevolezza che le cose non sono come dovrebbero essere e che la responsabilità è certamente sua. Il disagio è destinato ad acuirsi a Tōkyō quando dopo la parentesi d’eccezione del viaggio di nozze rientrano in un contesto sociale, per quanto blando. Ad esempio Kikuji si rende conto che il motivo per cui Yukiko sbriga da sé le faccende è il timore che una cameriera possa indovinare il loro segreto, e se ne rende conto nel momento in cui Chikako, come sempre invadente, si offre per aiutare Yukiko a tenere la casa. Immediatamente Kikuji si immagina che Chikako, grazie alla sua intuizione diabolica, abbia capito come stanno le cose. I veri nodi però vengono al pettine qualche tempo dopo, quando Kikuji scopre che Yukiko rimanda già da un po’ la visita del padre e della sorella e adduce come motivo che, a quel che le pare, Kikuji stesso sarebbe più disturbato che rallegrato da questa visita. Kikuji però intuisce, o crede di intuire, che dietro questo procrastinare ci sia in realtà l’imbarazzo di Yukiko per il matrimonio non consumato, quasi il timore che la cosa si veda. Kikuji insiste perché il suocero e la cognata siano debitamente invitati, ma il tentativo di normalizzazione non elimina la tensione nascosta che crede di percepire nella moglie.

Se ora vogliamo tirare una somma anche provvisoria, possiamo dire che in questo romanzo sulla purezza, l’autentica, perfetta purezza si trova sempre un millimetro più in là di dove i personaggi possono realmente arrivare – e non per mancanza di buona volontà o per incostanza. La rinuncia e il sottrarsi – meno drammatico di un suicidio ma altrettanto definitivo – che Fumiko offre per la remissione delle colpe sue e di sua madre (remissione a cui non sembra credere tanto: a proposito di uno dei numerosi geyser di Beppu scrive infatti: “Il Mare Infernale probabilmente deve il nome alla tonalità della sua acqua bollente, così limpida da permettere allo sguardo di penetrare in profondità. Nel cuore della notte ripenso a quel colore straordinario e immagino che sia la sorgente di un mondo fantastico. Chissà se nell’inferno dell’amore, dove vagherò con mia madre, esiste una fonte altrettanto bella.”), ma soprattutto affinché Kikuji sia purificato dalla relazione che ha avuto con entrambe, sortisce un effetto positivo là dove dà spazio a un’esclusiva contemplazione della bellezza; la vita futura di Fumiko però si indovina oppressa dalla tristezza che continua a scaturire dal rimpianto e dalla colpa. Quanto a Kikuji stesso, che scambia le proprie esitazioni per un rispetto della purezza esaltante della moglie, abbiamo visto in quali abissi di sgomento possa trascinarlo il sentimento della propria inadeguatezza. Infine perfino Yukiko, la più innocente, la più spontaneamente pura, proprio in conseguenza della purezza viene a trovarsi nell’imbarazzo di chi ha qualcosa da nascondere.

Il giorno dell’arrivo degli ospiti tuttavia, i timori di Kikuji svaniscono come fantasmi di nebbia dissipati dal sole:

“Il giorno seguente, poco dopo le dieci, arrivarono gli ospiti. Yukiko preparò il pranzo alacremente e con gioia, ridendo a lungo con la sorella. Mentre erano in procinto di sedersi a tavola suonarono alla porta: era Kurimoto Chikako.”

Ma nemmeno l’arrivo, inopportuno e prevedibile, di Chikako scompone la padrona di casa:

“«Ma entrate, ve ne prego. Non fate complimenti» intervenne Yukiko, tranquilla. «Abbiamo ospiti, mio padre e mia sorella che sono giunti da Yokohama».

«Vostro padre? Dite davvero? È un’occasione insperata, ci terrei molto a incontrarlo».

Chikako s’inchinò con grazia, assentendo con un cenno del capo.”

Così finisce il romanzo. Com’è da intendere? Che del diavolo non ci si libera così facilmente? O che non c’è nessun diavolo, e che il demonietto-Chikako, a dispetto delle apparenze, è soltanto un prodotto delle paranoie e della cattiva coscienza di Kikuji? Ma c’è anche una terza possibilità: che un po’ di diavolo sia un ingrediente base di tutti i piatti. Qual è la buona? Non saprei. Leggete e scegliete.

Adesso dovrei dire qualcosa della scrittura di Kawabata – e lo farò. Ma un’altra volta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TEMPO DI NATALE. Christine Lavant, Si sente odor di neve (Es riecht nach Schnee)

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[Nota: I cantori della stella (in tedesco Sternsinger) sono gruppi di cantori, soprattutto bambini, tre dei quali in costume da Re Magi, che nel periodo natalizio vanno di casa in casa, distribuiscono benedizioni e raccolgono offerte.]

 

Christine Lavant

Si sente odor di neve

 

Si sente odor di neve, resta appeso 

il sole ai vetri come un frutto rosso;

se questa febbre scrollo via di dosso 

diventerà un furetto, e sarà preso,    

e chi vi scalda poi, dita gelate?

I re cantori vanno per le strade

e dalle mie sorelle certamente.

La mia tristezza cresce giornalmente,

però non quanto basta a essere pia.

Prendere il frutto rosso nella mia

stanza vorrei, e annuserei la buccia,

giusto per dirmi che sapore ha il cielo.

Il furetto s’acquatta a bruciapelo,

sguscia via dal vicino e s’incantuccia,

tanto in un groppo mi si stringe il cuore.

Chissà se il cielo scende dalle alture

quando si è troppo deboli a salire.

Il frutto l’hanno già fatto sparire…

Però nella mia stanza si sta bene,

e caldi più che neve su un pomario.

Del cranio mi fa male un emisferio

soltanto; poi nel sangue va e viene

il sonno con un fiore, e su e giù in me

lui canta le carole dei tre re.

 

Da: Die Bettlerschale (La scodella del mendicante), Salzburg 1956, traduzione mia

 

Es riecht nach Schnee

Es riecht nach Schnee, der Sonnenapfel hängt
so schön und rot vor meiner Fensterscheibe;
wenn ich das Fieber jetzt aus mir vertreibe,
wird es ein Wiesel, das der Nachbar fängt,
und niemand wärmt dann meine kalten Finger.
Durchs Dorf gehn heute wohl die Sternensinger
und kommen sicher auch zu meinen Schwestern.
Ein wenig bin ich trauriger als gestern,
doch lange nicht genug, um fromm zu sein.
Den Apfel nähme ich wohl gern herein
und möchte heimlich an der Schale riechen,
bloß um zu wissen, wie der Himmel schmeckt.
Das Wiesel duckt sich wild und aufgeschreckt
und wird vielleicht nun doch zum Nachbar kriechen,
weil sich mein Herz so eng zusammenzieht.
Ich weiß nicht, ob der Himmel niederkniet,
wenn man zu schwach ist, um hinaufzukommen?
Den Apfel hat schon jemand weggenommen …
Doch eigentlich ist meine Stube gut
und wohl viel wärmer als ein Baum voll Schnee.
Mir tut auch nur der halbe Schädel weh
und außerdem geht jetzt in meinem Blut
der Schlaf mit einer Blume auf und nieder
und singt für mich allein die Sternenlieder.

 

Si dice che Dio renda la vita difficile a coloro che ama. Se è così, deve avere amato molto Christine Habernig, nata Thonhauser, in letteratura Christine Lavant.

Nona figlia di un minatore, nasce il 4 luglio 1915 in una famiglia poverissima di un piccolissimo borgo della Carinzia. A cinque settimane di vita si manifesta una scrofolosi (sono andata a vedere, è una cosa orribile) su petto, collo e viso; la neonata perde quasi completamente la vista. A tre anni compare la prima polmonite, che in seguito si ripresenterà quasi ogni anno. Nel 1919, in occasione di un ricovero ospedaliero, la bambina viene giudicata non in grado di sopravvivere. Nel 1921 è però in prima elementare, e in seguito a un ricovero a Klagenfurt anche i suoi problemi di vista migliorano. Un medico dell’ospedale di Klagenfurt le regala le opere di Goethe che lei si porta a casa nello zaino percorrendo a piedi sessanta chilometri. Nel 1927 sta di nuovo male: tubercolosi polmonare e ancora la scrofolosi. Considerato che la prognosi è di un anno di vita, viene sottoposta a una radioterapia molto rischiosa, che però porta alla rapida scomparsa di entrambe le patologie (pare che il fazzoletto annodato dietro la nuca, che porta in quasi tutte le foto e i ritratti, abbia lo scopo di nascondere le ferite (?) dovute alla scrofolosi e alla radioterapia). Può così portare a termine la scuola elementare, ma la frequenza della scuola media deve essere interrotta perché il tragitto è troppo lungo per una bambina dalla salute così cagionevole. Christine passa il tempo aiutando un po’ in casa, legge, scrive, dipinge, impara il lavoro di magliaia grazie al quale manterrà in seguito se stessa e il marito. Un’otite non diagnosticata la lascia sorda da un orecchio. Nel 1932 un editore di Graz, dopo aver inizialmente mostrato interesse, rifiuta un suo romanzo. Christine distrugge tutto ciò che ha scritto e rinuncia, crede in modo definitivo, alla scrittura. In seguito a ricorrenti crisi depressive, nel 1935 decide di farsi ricoverare in una clinica psichiatrica di Klagenfurt. Rimasta sola dopo la morte dei genitori (i fratelli e le sorelle sono da tempo fuori casa), sposa nel 1938 il pittore Josef Habernig, di trent’anni più anziano di lei, conosciuto l’anno prima. Pare che l’abbia sposato per assicurargli una vecchiaia tranquilla. Mah. Quando, dodici anni più tardi, incontrerà il grande amore, il pittore Werner Berg, ci saranno momenti in cui il matrimonio le peserà molto. D’altra parte anche Werner Berg è sposato, ha cinque figli e una situazione economica difficile. Insomma, tutto molto complicato. [Credo che il ritratto di Christine riportato in alto sia opera sua, anche se non l’ho proprio trovato confermato nero su bianco.]

Dal 1938, anno in cui muore la madre e in cui Christina sposa Habernig, al 1950, quando conosce Werner Berg, le cose sono comunque un po’ cambiate. Ha cominciato a pubblicare – soprattutto poesie, ma anche racconti – e a farsi un nome nell’ambiente letterario. Dal 1950 in poi le pubblicazioni si susseguono e premi nazionali sanciscono la qualità dell’opera. Christine è in contatto epistolare con personalità di spicco dell’intellighenzia austro-tedesca – e tuttavia continua a fare la magliaia e a vivere in ristrettezze economiche. Nel 1955 la relazione con Werner Berg è sostanzialmente conclusa, la convivenza col marito poco piacevole: “Da giorni ormai ho la bronchite e un po’ di febbre, e interiormente sono a pezzi come non mai. Ira amarezza abbandono odio. Sono sola tutto il tempo. Habernig esce come al solito due volte al giorno e vuole mangiare e dorme e io lo odio lui e tutto quanto.” (Lettera a Ingeborg Teuffenbach, inizio 1956). La carriera procede, la salute peggiora. Dal 1963 in poi si moltiplicano i soggiorni in ospedali e case di cura. Muore in seguito a un ictus il 7 giugno 1973. (Informazioni desunte da Wikipedia deutsch e da altre fonti tedesche reperite in rete)

Le edizioni Effigie hanno pubblicato nel 2016 un’antologia di Poesie di Lavant scelte da Thomas Bernhard per Suhrkamp nel 1987 e tradotte da Anna Ruchat, antologia che io però non conosco. A quello che ho potuto capire, Bernhard ha epurato gran parte della componente troppo acquiescentemente religiosa. Un esempio di religiosità eccessivamente remissiva potrebbero essere, nella poesia presentata e malgrado la forma dubitativa, i due versi: “Chissà se il cielo scende dalle alture / quando si è troppo deboli a salire” – Ich weiß nicht, ob der Himmel niederkniet, / wenn man zu schwach ist, um hinaufzukommen? – versi che anch’io ho trovato leggermente irritanti, oltre che non del tutto in tono col resto. La poesia, in effetti, non compare nella scelta effettuata da Bernhard, che d‘altronde considerava Lavant una vittima della sua educazione cristiano-cattolica. Personalmente, quello che mi ha conquistato in questa lirica è l’autoironia.

Qui una bella recensione del volume pubblicato da Effigie.

Le poesie di Lavant che ho trovato in rete (purtroppo senza indicazione della raccolta di appartenenza o dell’anno di pubblicazione) sono molto austriache: un po’ simboliste, un po’ espressioniste, intimiste e affascinanti.

 

 

 

Hogwarts apre ai babbani

Hogwarts 1

 

Hannibal, ne vitam suam alieno arbitrio dimitteret, venenum quod semper secum gerebat sumpsit.

Semplice, lineare. Traduzione di un ragazzino di seconda liceo classico (quinta ginnasio per chi è abituato alla vecchia numerazione), anche sveglino:

Annibale, per non abbandonare la propria vita a una decisione altrui, prese la pozione magica che portava sempre con sé.

Il ministro della Pubblica Istruzione Lorenzo Fioramonti sta prendendo accordi con il suo omologo Albus Silente per sostituire il Liceo Classico (obsoleto) con un quinquennio a Hogwarts.

IL NATALE DEL MISCREDENTE. Quattro sonetti per le incombenti festività

presepe

 

  1. RACCOGLIENDO IL MUSCHIO PER IL PRESEPE

 

Il muschio di dicembre mi avviluppa

nella luce nascosta che lo infiamma;

fiamma che non consuma incerta fiamma

come fuoco che in macero si inzuppa.

 

Rosa canina attorta si sviluppa

in mistico segnale d’orifiamma,

bacca appuntita bacca come fiamma

che non avvampa sulla rama zuppa.

 

Merlo d’inverno crocchia tra le frasche

(rosse per un incendio inesistente)

il suo piumaggio di carbone tinto.

 

Per il presepe cavi dalle tasche

gusci stecchetti tarde infiorescenze:

il vero in miniatura – e tutto finto.

 

 

2. NOTTE SANTA

 

La notte, dicono, è salita in cielo.

La terra che ha sguarnito resta vuota;

disancorata, su, gira la ruota

col tintinnio degli angeli del gelo.

 

Dentro le trombe soffiano con zelo

da una distanza sempre più remota;

per l’ossidata patina la nota

s’invischia in un verdastro ragnatelo.

 

Strumenti musicali impreziositi!

Plettri d’argento, cimbali, ribeche,

violini sideréi, disarmonie –

 

tutto un armamentario di squisiti

vecchiumi fessi, di ori di pianete

– persi fra bui cespugli di lumie!

 

 

3. GIORNO DI NATALE (dal mattino al crepuscolo)

 

Un po’ di neve sporca, un po’ di nebbia,

acqua d’acquasantiera (genuflesso),

e dopo i cappelletti un po’ di lesso

coi sottaceti.

 

Un po’ di freddo in chiesa, poi si annebbia

lo schermo parrocchiale ora dismesso,

si brucia la pellicola al riflesso

d’altri pianeti.

 

In casa il padre arrotola i trinciati,

volge le spalle ai vetri ed alla bruma;

fuori la sera impasta con la scopa

 

biacca di neropiombo sui selciati;

invano nelle pozze cerchi una

acqua d’Europa.

 

 

4. EPIFANIA

 

Hanno deposto i doni sulla paglia,

adorato il bambino – neanche sanno

perché si sono messi in tanto affanno.

Ripartono fra ali di plebaglia.

 

Adocchiano lassù la nuvolaglia

senza timore: ché il celeste danno,

la cometa foriera di malanno

sospesa sopra l’asino che raglia

 

si lasciano alle spalle. Dan di sprone.

La carovana segua come può,

loro hanno fretta: li sospinge il vento

 

inebriante di liberazione.

(Trascorrono la vita che passò,

i secoli che durano un momento).

 

[Avvertiti dall’angelo, i re magi se ne tornarono per un’altra strada. E non seppero nulla del macello che avevano causato con le loro incaute domande.]

 

 

IMPRESCINDIBILITÀ DELL’OPERA. L’ode “Alle Parche” di Friedrich Hölderlin

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Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma (o Marco Bigio?), Le tre Parche

Alle Parche

 

A me un’estate soltanto largite,

O Possenti!, e a farmi il canto maturo

Un autunno, che più docile il cuore,

Sazio di dolci armonie, poi mi muoia.

 

Non trova pace nell’Orco chi in vita

La sua parte di divino non ebbe;

Ma se il Sacro che ho a cuore, il Poema,

Una volta mi riesce, o benvenuta

 

Allora, quiete del mondo dell’ombre!

Seppur non mi segua suono di plettro

A voi scendo contento. Come un dio

Io vissi una volta, e più non domando.

                                                                          (1796-1798, traduzione mia)

An die Parzen

 

Nur Einen Sommer gönnt, ihr Gewaltigen!

   Und einen Herbst zu reifem Gesange mir,

      Daß williger mein Herz, vom süßen

         Spiele gesättiget, dann mir sterbe.

 

Die Seele, der im Leben ihr göttlich Recht

   Nicht ward, sie ruht auch drunten im Orkus nicht;

      Doch ist mir einst das Heilge, das am

         Herzen mir liegt, das Gedicht, gelungen,

 

Willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!

   Zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel

      Mich nicht hinab geleitet; Einmal

         Lebt ich, wie Götter, und mehr bedarfs nicht.

LO SGARGABONZI E LA RESTAURAZIONE

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Carlo X e gigli di Francia

Qualche tempo fa un cultore del racconto breve, RW, che già mi aveva fatto conoscere Amy Hempel, mi ha consigliato la raccolta Jocelyn uccide ancoraedita da Minimum fax, autore Lo Sgargabonzi, che il critico Claudio Giunta considera il miglior scrittore comico italiano.

Sgargabonzi

Ora, riguardo all’umorismo letterario italiano io sono un po’ scettica, quindi non ho arrischiato l’acquisto ma l’ho prudentemente preso in biblioteca, dove già è stato difficilissimo reperirlo in quanto relegato nell’esile sezione dedicata alla letteratura umoristica italiana e infognato a due centimetri da terra in mezzo a trenta opere della Littizzetto. Ma insomma alla fine ce l’ho fatta. Però non sono andata tanto avanti a leggere perché lo scetticismo si è dimostrato abbastanza fondato, e questo non per colpa dell’autore ma per motivi che sono del tutto miei e di ordine squisitamente anagrafico. Detto in parole povere sono troppo vecchia.

In realtà c’è un’altra ragione per cui non ho potuto occuparmi con la necessaria serietà di questo autore comico, ed è che abbiamo cambiato dirigente scolastico. Il nuovo è cattolico, dunque la sua missione in questa vita è far crepare il prossimo – con le buone, è ovvio. E con le buone, con le buonissime, il nuovo dirigente ci piazza un'(inutile) riunione dietro l’altra, che sommandosi alle (inutili) riunioni di legge fanno sì che non solo io non sia riuscita a leggere Lo Sgargabonzi (che pazienza), ma che non riesca a leggere proprio niente.

Su una cosa tuttavia, fra una riunione e l’altra, mi è cascato l’occhio; qualcosa che mi ha colpito proprio nel momento in cui del mestiere esperivo l’avvilente schiavitù. È un breve passo dal racconto “L’uomo che non si lascia stare mai”. Il narratore parla dei ricordi musicali della sua infanzia e adolescenza:

“Rammento poi che alle superiori i miei compagni di classe si dividevano in due categorie. Quelli che si bevevano qualsiasi cosa passasse su Videomusic e quelli che invece ascoltavano musica impegnata rinvenuta sulle musicassette dei fratelli. Dai Doors ai Led Zeppelin passando ovviamente per Zappa. […] Io di quegli artisti conoscevo giusto il nome, perché dovevo studiare per l’interrogazione di storia sulla Restaurazione. La Restaurazione, sul piano squisitamente storico-politico, fu il processo di ristabilimento del potere dei sovrani assoluti in Europa, ossia dell’Ancien Régime («Antico Regime»), in seguito alla sconfitta di Napoleone. Ebbe inizio nel 1814 con il Congresso di Vienna, convocato dalle grandi potenze per ridisegnare i confini europei, ovvero gli Imperi di Austria e Russia e i Regni di Prussia e Gran Bretagna. Non so quanti di quelli che negli anni Novanta ascoltavano i Deep Purple possano permettersi di snocciolare nozioni così. Ma non voglio fare polemica.”

È un pezzo di prosa classica: misurato, essenziale ma esauriente, asciuttissimo nei mezzi retorici; ciononostante, o forse proprio per questo, di grande impatto; con quel qualcosa di geniale che sprizza da un grammo di ambiguità. E mi ha colpito, come dicevo, in un momento di fragilità, presa com’ero in una trance ipnotica fra la lucina rossa che ti ammicca dal registro elettronico e la esatta codificazione delle tipologie delle prove di verifica del debito di settembre – compito quest’ultimo senz’altro più difficile che non asportare con un taglio netto la famosa esatta libbra di carne. Mi ha colpito come una nemesi perché proprio in questi giorni sto facendo in quinta Il Rosso e il Nero, e dai ragazzi pretendo fra le altre cose che mi snocciolino delle nozioni precise sulla Restaurazione, ma non solo: in previsione delle ulteriori parti del programma pretendo pure che conoscano a menadito tutte le rivoluzioni e conseguenti cambi di regime dalla Grande Rivoluzione all’avvento della Terza Repubblica. Una richiesta rispetto alla quale si mostrano estremamente refrattari. È come una prova di forza, a vedere chi cede prima. Generalmente cedo io.

Ma tornando a noi, cosa mi vuole Lo Sgargabonzi? Potrebbe egli seriamente affermare che precise nozioni sulla Restaurazione sono un’inutile pedanteria, quando invece sono necessarie alla comprensione dell’assoluto capolavoro che è Il Rosso e il Nero? O arriverebbe addirittura ad affermare che si può benissimo vivere senza conoscere Il Rosso e il Nero e altri assoluti capolavori consimili? E che risulterebbe invece più difficile vivere senza conoscere la musica dei Deep Purple? O che addirittura soltanto i pedanti stanno ancora lì a gingillarsi con Il Rosso e il Nero, mentre i ganzi ascoltano Fabri Fibra (perché i Deep Purple, a dir la verità, sono già un pochino troppo classici). Vuol forse suggerire, Lo Sgargabonzi, che gli insegnanti delle materie umanistiche sono tutti dei gran sfigati e Tagliati Fuori Senza Speranza?

Se così fosse egli avrebbe, naturalmente, ragione.

Ma non del tutto. E non perché la cultura è comunque importante ecc. Lascio questi argomenti a chi li vuole. No, non perché la cultura è importante, perché a quel punto bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa è cultura. Ma perché i Tagliati Fuori hanno sempre una risorsa in più. Infatti io domani vado a scuola e gli leggo il passaggio dello Sgargabonzi: gli faccio una meta-lezione; li costringo a riflettere sul senso che ha o non ha acquisire nozioni sulla Restaurazione, li obbligo a dimenticare per un attimo le verifiche e l’esame di stato e a considerare se stessi dal di fuori.

Non perché pensi che si possa arrivare a una conclusione (magari edificante: è comunque giusto acquisire informazioni sulla Restaurazione perché bla bla; in questo tipo di prassi le conclusioni non sono contemplate); ma giusto così, come esercizio.