NEL BRANDEBURGO

Beetzsee

Sono appena tornata da un giro in Germania. La mia meta era il Brandeburgo, uno dei cinque nuovi Länder, vale a dire di quelli che formavano l’ex DDR. Il Brandeburgo è la grande regione intorno a Berlino: la Marca governata dai Principi Elettori e nucleo del futuro regno di Prussia. Berlino però, la capitale della Repubblica Federale, non è la capitale del Brandeburgo. Lo è la più modesta Potsdam, vicinissima ma meno importante.

Tanto Berlino è grande, moderna, vivace, universitaria, culturale e internazionale, tanto il Brandeburgo è agricolo, scarsamente popolato e in odore di arretratezza. I tedeschi dell’ovest (e forse non solo quelli) dicono che la cosa più bella del Brandeburgo è l’autostrada che porta a Berlino. Questo però è assolutamente falso, intanto perché le autostrade tedesche sono piuttosto scadenti (ach, die deutschen Autobahnen sind marode, le autostrade tedesche stanno andando a puttana, ammette sospirando un amico), e poi perché quella autostrada è particolarmente brutta per le tonnellate e tonnellate di trasporto pesante che vi si riversano dai paesi dell’est.

Ma è assolutamente falso soprattutto perché il Brandeburgo è una regione di laghi, corsi d’acqua e boschi; boschi di pini così odorosi di resina che ti sembra di passare in mezzo a un aerosol; boschi di faggi dritti e altissimi; così alti che capisci il punto del gotico.

foresta

Però si vede subito che è una regione arretrata: è tanto arretrata che le strade che la percorrono sono bordate da alberi: da una parte e dall’altra, per chilometri, in mezzo alla campagna, grossi vecchi larghi alberi che fanno ombra! Non c’è niente che ti dia il senso dell’arretratezza come viaggiare su queste strade fra due file di alberi.

Questo non spiega ancora perché mi fossi messa in testa di andare con la mia macchinina fino in Brandeburgo, che non è proprio dietro l’angolo; soprattutto se si considera che di questa regione non avevo mai visto non dico un libro illustrato, ma nemmeno una cartolina.

Intanto perché mi piaceva il nome: Brandenburg in tedesco, con una enne la cui caduta nella trasposizione italiana mi rattrista molto; poi perché uno dei suoi molti laghi è lo Stechlin, e Lo Stechlin è il titolo di un grande romanzo di Theodor Fontane. Ma dal 1862 al 1889 Fontane pubblica anche i cinque volumi delle Wanderungen durch die Mark Brandenburg, resoconti storico-naturalistici dei suoi viaggi attraverso la marca Brandeburgo – ed è questo, non i cinque volumi che non ho letto (ne posseggo una scelta in un unico volume parzialmente intonso), non i cinque volumi ma il titolo mi ha suscitato, dalla prima volta che l’ho sentito – ed è stato molti anni fa -, il desiderio di percorrere questi luoghi favolosi ancorché esistenti.

Come ogni esotismo che si rispetti, anche il mio era un esotismo non solo dello spazio ma molto più del tempo; oltre tutto un esotismo, per così dire, al quadrato, costruito sull’esotismo di un altro: nel Brandeburgo non solo non avrei trovato quello che già per Fontane non poteva essere più della traccia di un profumo: quattro o cinque secoli di storia della Marca; non potevo nemmeno sperare di vedere le cose che materialmente aveva visto Fontane. Poiché, anche al netto dei cataclismi storici, come osserva Proust “le case, le strade, i viali sono fuggitivi, ahimè, come gli anni”.

È stato un viaggio bellissimo e credo che ne dirò ancora qualcosa; magari susciterò qualche briciolo di esotismo alla terza. Intanto vi offro la traduzione, parziale, di un capitolo delle Wanderungen: “I cigni della Havel”.

“I cigni sono stanziali lungo tutto il corso mediano della Havel. I grandi specchi d’acqua di questa zona: il Tengler See, il Wannsee, lo Schwielow, la Schlänitz, la Wublitz, sono i loro luoghi di elezione. Il loro numero complessivo si aggira intorno ai 2000. […] Sbocciano sulla superficie azzurra come candidi fiori possenti; un’immagine di orgogliosa libertà.

Un’immagine della libertà. Eppure sono sotto controllo, in estate a vantaggio degli uomini, durante l’inverno per il loro stesso bene. D’estate vengono catturati per essere spiumati, d’inverno per essere nutriti. In questo modo la cultura ripara durante l’inverno al misfatto estivo.

[…]

Ci occuperemo qui di seguito della cattura estiva. Essa ha luogo due volte e ha un doppio scopo: tarpare le ali al cigno giovane e spiumare il cigno vecchio. Sul tarpare non c’è molto da dire: si taglia via un pezzo di remiganti ed è fatta. Molto più complicato è il procedimento della spiumatura. Si fa due volte (in maggio e in agosto) e in due diversi punti. I cigni della Havel superiore vengono spiumati sul Pichelswerder, quelli della Havel inferiore al “Depothof” presso Potsdam. Il procedimento è in entrambi i luoghi lo stesso. Lo riportiamo come l’abbiamo visto al Depothof.

Il “Capitano dei cigni”, signore indiscusso di tutto il popolo cygnus fra Tengel e Brandeburgo [si intende la città, n.d.t.], dà l’ordine: «Il 20 maggio (il giorno può variare) si spiuma.» Ora ha inizio la cattura. I pescatori dei diversi villaggi sulla Havel si mettono in moto, spingono in cigni che nuotano nella loro zona di pertinenza tutti insieme in un’insenatura o in un angolo, entrano nella massa dei cigni con un bastone uncinato lungo dieci piedi, passano abilmente l’uncino, che come in un bastone da pastore forma un occhiello semiaperto, intorno al collo del cigno, lo tirano a sé e lo caricano sulla barca. Tutto ciò avviene alla massima velocità, sicché in pochissimo tempo la barca si riempie di cigni acquattati uno di fianco all’altro, e precisamente in modo che i loro lunghi colli sporgano fuori dal bordo. Uno spettacolo molto particolare e che ha del grottesco.

Così conciate, le barche di almeno venti villaggi attraccano al Depothof e depositano il loro carico negli stabbi previsti a questo scopo, da dove i cigni vengono via via trasportati al tavolo della spiumatura.

È questo un lungo tavolo in una vasta rimessa. Su un lato del tavolo, occhio acuto e mano svelta, siedono le spiumatrici, per lo più mogli di pescatori dei piccoli villaggi intorno a Berlino. Un garzone porta dentro i cigni a uno a uno, li allunga sul tavolo, le donne acchiappano il collo e lo immobilizzano fra le gambe mentre il garzone tiene stretto il resto del cigno sul tavolo. Ora si attacca a spiumare con altrettanta cautela che virtuosismo. Prima la piuma, poi il piumino; da nessuna parte deve vedersi la carne. Alla fine della procedura il garzone riprende in braccio il cigno, lo porta indietro e lo lancia con forza nella Havel. Il cigno si immerge e veleggia a tutta birra verso l’altra sponda per sfuggire ai suoi tormentatori. Presto però sente freddo, dapprima cerca zone soleggiate lungo le rive o intorno alle isole, e soltanto dopo due o tre giorni si affretta a riparare nei luoghi natii sullo Schwielow o sulla Schlänitz.”

Quanti cigni ci siano adesso sulle acque del Brandeburgo non lo so. Sul Beetzsee non ne abbiamo visto neanche uno, ma è fuori zona. Il nostro albergo nella minuscola località di Warenthin, sul Rheinsberger See, ci ha accolto con gli asciugamani ripiegati sui letti a mo’ di cigno; ne abbiamo visti dei veri sull’acqua, da vicino e da lontano. A chi mi dice che per vedere un cigno non è necessario fare tutti quei chilometri, basta andare alla pozza chiamata laghetto del Parco Ducale di Parma, rispondo che non è la stessa cosa.

lago al tramonto