I VIZI CAPITALI 5. LA LUSSURIA

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Chi non si è mai domandato cosa ci facciano Paolo e Francesca nel cerchio dei lussuriosi? O Didone, o Tristano, o tante fra le altre “donne antiche e ’ cavalieri” per cui batte simpateticamente il nostro cuore e del cui destino perfino l’arcigno Dante si sente partecipe, tanto da esserne “quasi smarrito”.

Credo che tutti abbiamo una nozione spontanea del comportamento lussurioso: è quel comportamento in cui l’altro non è che il mezzo per il raggiungimento del piacere, il che significa: in cui l’altra persona è intercambiabile – al massimo all’interno di un tipo (c’è a chi piace alta e bionda, chi la preferisce mora e piccolina). Ma Paolo e Francesca non sono affatto intercambiabili l’uno per l’altra, il loro comportamento erotico ha un’intenzione precisa verso quella persona e solo quella. Caso mai, se volessimo farci i fatti degli altri, potremmo ipotizzare che Francesca, prima di innamorasi di Paolo, abbia magari cercato, la povera, di cavare qualcosa anche per sé dal legame coniugale con Gianciotto – non lo affermiamo, abbiamo di lei un’opinione troppo alta, ma sarebbe pure umano. Ecco, lì avremmo la lussuria.

Facciamo anche la tara di un romanticismo da cui Dante, a cavallo fra il XIII e il XIV secolo, era per forza esente (però qualcosina, nella forma di una nostalgia gotica, ogni tanto compare); rimane che un paio di riflessioni doveva avercele fatte – non fosse perché a lui, all’età di dodici anni, hanno combinato il matrimonio con Gemma Donati e quella si è dovuto tenere. Allora, i rapporti coniugali con questa sconosciuta, in che casella li rubricava? Mettiamo anche che avesse per lei la famosa massima stima e massimo rispetto su cui pare si fondi l’onesto matrimonio – quel che succedeva sotto le lenzuola cos’era, se avrebbe potuto e dovuto succedere con qualsiasi altra donna che la famiglia avesse scelto per lui? (quindi con una donna intercambiabile).

Ma lasciamo stare le lenzuola di Dante, immagino che siano l’oggetto di una sterminata letteratura che non conosco, perciò mi ritiro in buon ordine. Mi pare evidente che il tentativo di scardinare il secondo cerchio con l’idea romantica dell’amore che santifica la sessualità non ci porta lontano. Paolo e Francesca lì sono e lì restano, almeno fin che dura la Commedia. Proviamo ad abbordare il problema da un altro capo, cioè a partire dal concetto di acrasia che domina tutta questa prima parte dell’inferno. I lussuriosi non sono stati in grado di dominare, o piuttosto di temperare l’istinto sessuale, per questo sono puniti. Cioè, ciò che è punito è l’eccesso. Poiché però francamente non abbiamo dati relativi alla frequenza con cui Paolo e Francesca, Enea e Didone, Tristano e Isotta cedevano all’istinto sessuale, dobbiamo concludere che la sessualità è sempre un eccesso, è sempre e comunque fuori dalla grazia di Dio (così come si dice che uno in preda all’ira è fuori dalla grazia di Dio, o ha perso il lume della ragione), e che soltanto la sua irreggimentazione nel matrimonio la priva (in più di un senso) dell’aculeo del peccato e, diciamo, la neutralizza. Ancor meglio se provvista di istruzioni per l’uso. Martin Lutero, ad esempio, si è premurato di indicare una frequenza ottimale: due volte la settimana (“In der Woche zwier, schadet weder ihm noch ihr“).

Ci vediamo dunque costretti a modificare la nostra nozione spontanea di comportamento lussurioso: in quella che potremmo chiamare un’economia di sussistenza, e naturalmente attenendovi al mode d’emploi, portatevi pure a casa, come meglio potete e sapete, quanto più godimento personale riuscite a spremere. Se è con il coniuge legittimo, è tutto a posto.

 

Fatima
Da notare l’aria incazzata della santa.

I VIZI CAPITALI 4. LA SUPERBIA

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Venezia, Palazzo Ducale, Foto di Giovanni Dall’Orto, 2008

 

Ubermuot diu alte

diu rîtet mit gewalte,

untrewe leitet ir den vanen.

girischeit diu scehet dane

ze scaden den armen weisen.

diu lant diu stânt wol allîche en vreise.

 

L’antica Superbia

cavalca a capo dell’esercito,

l’Infedeltà porta il suo vessillo.

L’Avidità si dà allora alla rapina

a danno dei poveri orfani.

Le terre sono tutte nel terrore.

 

Non è chiaro se questi versi medio alto-tedeschi di anonimo del XII secolo, forse un frammento, rappresentino un’allegoria degli effetti devastanti della Superbia in campo morale, o se siano invece da intendere in senso letterale come rappresentazione (con personificazioni) delle conseguenze militari e politiche della Superbia nei governanti.

Il capitello del Palazzo Ducale di Venezia riportato sopra è l’unica iconografia che ho trovato della Superbia in vesti militari (con l’elmo cornuto di Satana). Credo di capire che sia una copia ottocentesca: l’originale, rimosso perché fragile o deteriorato, si trova ora nel Museo dell’Opera, all’interno dello stesso Palazzo Ducale. Qui sotto inserisco anche la foto della stessa allegoria in un altro capitello “originale” (alcuni soggetti sono “doppi”):

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Venezia,  Palazzo Ducale, Foto di Giovanni Dall’Orto, 2008

La didascalia è la stessa in entrambi: superbia preesse volo, voglio essere a capo, quindi voglio governare, voglio comandare (ma letteralmente voglio essere davanti). Anche l’anonimo scultore del XV secolo sembra aver dato un’interpretazione politico-militare della Superbia.

L’interessante della breve poesia tedesca è però il primo verso: Ubermuot diu alte, l’antica Superbia. Perché “antica”? Perché la superbia è il primo peccato, il più antico, il peccato dei peccati, l’origine di tutti gli altri: initium omnis peccati est superbia, dice, nella traduzione di San Girolamo, l’Ecclesiastico (10,15); che da quando è diventato il Libro del Siracide rovescia i termini della questione: Principio della superbia è infatti il peccato (10,13), ma dal momento che il Medioevo dispone unicamente della Vulgata e non si interessa di filologia, si attiene saldamente alla prima versione: la superbia è il peccato originario, il peccato di Adamo, l’origine della caduta, e consiste nel presumere di giudicare da per sé (riguardo alla mela per esempio), invece di aderire ciecamente alla parola del Signore in quanto parola del Signore. È il peccato di Adamo ed era già stato, prima, il peccato di Lucifero: non essere d’accordo, avere da ridire, essere attaccati alla propria idea. Ostinarsi. Per il Medioevo la superbia è il peccato ideologico: il più grande dei peccati.

Nella Divina Commedia il superbo in questo senso non lo troviamo nella I Cornice del Purgatorio, dove sono i superbi confessi e pentiti, più propriamente i vanagloriosi, affetti in vita dalla forma più blanda e “mondana” del vizio, bensì nel VII Cerchio dell’Inferno, terzo girone: violenti contro Dio. È Capaneo, il bestemmiatore che, per quanto fuoco piova, non muta atteggiamento:

[…] «Qual io fui vivo, tal son morto.                            

Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui 
crucciato prese la folgore aguta 
onde l’ultimo dì percosso fui;                                          

o s’elli stanchi li altri a muta a muta 
in Mongibello a la focina negra, 
chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,                     

sì com’el fece a la pugna di Flegra, 
e me saetti con tutta sua forza, 
non ne potrebbe aver vendetta allegra».  (XIV, 51-60)

Tanto che il buon Virgilio perde le staffe:

 Allora il duca mio parlò di forza 
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito: 
«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza                      

la tua superbia, se’ tu più punito: 
nullo martiro, fuor che la tua rabbia, 
sarebbe al tuo furor dolor compito».   (XIV, 61-66)

“La tua superbia”. Il superbo si pone come l’antagonista di Dio; in questo senso egli è il più pericoloso per la comunità. Come dice il Siracide:

Principio della superbia  infatti è il peccato;

chi vi si abbandona diffonde intorno a sé l’abominio.

Per questo il Signore rende incredibili i suoi castighi

e lo flagella sino a finirlo. (10, 13)

Questa è l’autentica superbia, la superbia in senso teologico e medievale. L’altra, quella dei pentiti che si affinano nella I Cornice del Purgatorio, è un po’ di vanagloria, difetto da politici e da artisti, robetta da letterati; un non prenderci le misure, non avere il senso della proporzione fra il momento e il secolo, fra il tempo e l’eternità; un difetto eminentemente sociale se non addirittura animale, nel senso che la sua base è il rapporto competitivo con l’altro. Come dice Oderisi da Gubbio:

Ben non sare’ io stato sì cortese  
mentre ch’io vissi, per lo gran disio  
de l’eccellenza ove mio core intese.                              

Di tal superbia qui si paga il fio. (XI, 85-88)

“Tal superbia” consisterebbe nella ricerca di un’eccellenza – e, aggiungiamo, nella convinzione di averla raggiunta. Cominciamo ad avvicinarci all’iconografia più diffusa di questo vizio:

 

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 Georg Pencz, La superbia

O anche:

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Incisione di anonimo da un disegno di Jacques Callot 

 

Elementi comuni alle due rappresentazioni sono lo specchio e il pavone, che sbilanciano il vizio in direzione della vanità. Nell’incisione di Pencz, artista tedesco della prima metà del Cinquecento, lo specchio è ostentato, mentre il richiamo al pavone si trova nell’occhio delle penne che impiumano le ali della figura allegorica (le ali munite di occhi possono contenere inoltre un riferimento alla Fama nella personificazione che ne fa Virgilio nel quarto libro dell’Eneide). Però il cavallo sullo sfondo e l’acconciatura della Superbia, che sembrerebbe un elmo concluso da un corno di montone, contengono ancora un’allusione all’ambito militare e alla guerra (ricordiamo che nei versi citati in apertura la Superbia cavalca alla guerra e travolge tutto davanti a sé). La didascalia non parla però di praeesse, ma di despicere, disprezzare: il superbo disprezza tutti (gli altri), c’è stata un’interiorizzazione, un passaggio dal fuori al dentro, da un comportamento sociale esplicito (es. la guerra) che è la superbia, a un comportamento molto più sfumato che è soltanto il riflesso della superbia come abitudine interiore.

Nella figura di Jacques Callot, di un secolo posteriore, ogni riferimento alla guerra e a un modus bellico e virile è scomparso: il vizio è diventato una questione privata. Privata e imbelle: la sciocchina con lo specchio è una da compatire, tutto fa fuorché paura. Lo specchio si trova in posizione emergente sulla diagonale che parte dal diavoletto e va fino al panneggio fluttuante, la diagonale che costituisce la linea di lettura privilegiata. Avanzando verso e dentro la modernità la superbia, paradossalmente, cala di statura, si infantilizza, si banalizza: diventa narcisismo – un vizio che ci perdoniamo a vicenda.

Si tende a dimenticare che il narcisismo è stato fra le concause di una catastrofe relativamente recente che ha causato cinquantacinque milioni di morti.

 

 

 

 

I VIZI CAPITALI 3. L’INVIDIA

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Giotto, L’invidia, Padova, Cappella degli Scrovegni

L’invidia è considerata un vizio particolarmente brutto. L’accidia, la gola, perfino l’ira – il vizio degli eroi – non hanno tratti così ributtanti.

Questo perché l’invidia palesa una mancanza che si vorrebbe nascondere, un’amputazione talmente inestetica che c’è da vergognarsi a farla vedere. Stiamo parlando della mancata realizzazione, dell’infelicità.

Chi è infelice – radicalmente infelice – o diventa un pessimista cosmico, oppure ammette di essere un frustrato, uno che non ha avuto il suo, che quando hanno distribuito la roba buona non è stato capace di farsi avanti, che è stato spinto indietro dal branco, che gli sono toccati i resti. Il pessimista cosmico non può essere invidioso: che cosa invidierebbe ad altri se non c’è nulla di invidiabile al mondo? Ma l’invidioso ammette di essere un frustrato e uno sfigato, perché c’è qualcosa di invidiabile nel mondo e lui non ce l’ha. Anzi è più di un frustrato: è un frustrato confesso, la variante tragica.

Laida qual è, l’invidia è pur sempre all’inizio di tutto, come ci ricorda la favola biblica di Caino e Abele; che val la pena di andarsi a rileggere nell’originale non contraffatto dalle superfetazioni paoline. Dunque nell’originale questi due, Caino e Abele, offrono in sacrificio al Signore i frutti del loro lavoro. Il Signore, senza motivo e quindi senza giustificazione, gradisce il sacrificio di Abele ma non quello di Caino (il che significa presumibilmente che le cose di Abele prosperano e quelle di Caino no):

“Caino offrì i frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì i primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto.” (Genesi 4, 3-5)

A ragione, direi. Ripeto: sui motivi del gradimento e non gradimento il testo non dice nulla, quindi non possono che apparire del tutto arbitrari. La storia che, mentre Abele sacrifica gli agnelli grassi, Caino butterebbe lì quattro spighe rinsecchite (come da illustrazione nel mio catechismo delle elementari) non è scritta da nessuna parte ed è un tentativo tardo e goffo (Lettera agli Ebrei 11, 4) di fornire una giustificazione all’ingiustificata discriminazione operata dal Signore.

Dunque siamo rimasti che Caino è molto irritato e ha perfettamente ragione di esserlo; poi naturalmente fa un errore: invece di ammazzare il Signore, come sarebbe corretto, ammazza il fratello, che sarà pure un noioso leccapalle però obiettivamente non è responsabile; così si mette dalla parte del torto.

Ma il torto originario, il vero Ur-torto, il torto che grida vendetta, è stato fatto a lui. Perché suo fratello ha avuto e lui no, e non si capisce perché.

 

[Piccola divagazione a proposito di Caino e Abele. Nell’Antico Testamento sono numerosi i casi in cui fra due fratelli, il maggiore e il minore, quello preferito a scapito dell’altro è il minore. Oltre a Caino e Abele possiamo citare Esaù e Giacobbe, Manasse e Efraim, Aronne e Mosè, Davide e i suoi fratelli ecc. Un esegeta biblico mi diceva che questo accade perché Dio sceglie i minori, i piccoli, quelli tradizionalmente meno considerati. Molto bene, dico io, però gli altri non l’hanno scelto loro di essere i maggiori; non è giusto che siano sistematicamente pregiudicati. A questo non mi pare che l’esegeta abbia risposto; era rapito di fronte al destino dei piccoli, quello dei grandi gli era indifferente. In ogni caso immagino che la risposta possa essere una sola: cazzi loro.]