ZOOMORFI

Del romanzo Telluria (2013) del russo Vladimir Sorokin (n. 1955) ho parlato brevemente qui. All’epoca di quel primo articolo non ne avevo terminato la lettura e l’opera mi sembrava “interessante ma non entusiasmante”. Nel frattempo, a lettura ultimata e dopo aver acquisito, attraverso altri testi, maggiore dimestichezza con l’autore, mi sbilancio a dire che si tratta di un’opera importante – e lasciamo anche stare la categoria un po’ desueta di capolavoro che comunque richiederebbe una più lunga sedimentazione, ma qualcosa di geniale mi sembra di ravvisarlo.

Ricapitolo alcune informazioni che avevo già dato: il romanzo, piuttosto corposo, è composto da cinquanta capitoli numerati, senza titolo, apparentemente slegati fra loro. Soltanto pochissimi, tre o quattro, fanno riferimento a personaggi o situazioni presentati in capitoli precedenti. Quello che li salda, e che fa dell’opera qualcosa di diverso da una raccolta di racconti, è che essi concorrono alla creazione e definizione di un mondo che non gli preesiste: l’Eurasia della metà del XXI secolo. Romanzo distopico, che però a una tonalità apocalittica o anche soltanto tragica preferisce una chiave ironica, parodica, con una predilezione per il grottesco e qualche incursione nel gore. I fondamentali politici, biologici e antropologici di questa Eurasia futura sono presto riassunti:

  • In seguito a guerre feroci fra paesi europei e integralismo islamico, finalmente sconfitto e ricacciato, l’Europa occidentale si ritrova però frammentata in staterelli identitari e medievaleggianti fra i quali spiccano volentieri, oltre alle repubbliche e alle libere città, principati e granducati. Alle atrocità e al bellicismo dei salafiti si sono sostituite le prepotenze e il bellicismo di crociati e templari. A est, la Federazione Russa è implosa in seguito a guerre intestine e si è sbriciolata anch’essa in repubblichine e autocrazie ancien régime, spesso in conflitto fra loro.
  • Determinate specie, fra cui quella umana, esistono in tre versioni: standard, macro e micro. Cavallini, diciamo, da borsetta, e cavalloni in grado di sostituire una locomotiva. Né deve stupire l’esistenza di umani zoomorfi – tassonomicamente inseriti, provvisti di adeguato passaporto, ma insomma “un gradino sotto” i non-zoomorfi.
  • Il quotidiano si caratterizza per un misto di pratiche preindustriali, tecnologia ora steampunk ora avveniristica, e futurismi informatici.
  • La vita di questi eurasiatici non è, alla fine, molto diversa dalla nostra: nessuna apocalissi ma un peso costante. Peso della storia, della sofferenza, dell’esistenza. A cui si ovvia con la sostanza tellur, estratta e commercializzata nella piccola repubblica di Telluria, nell’Altai. Non è del tutto chiaro se si tratti semplicemente di una sostanza psicotropa o se in effetti sia in grado di spalancare le porte su altri universi (es. il passato, proprio o altrui, da condividere o da modificare). Quel che è certo è che la modalità di somministrazione è particolare e non esente da rischi (la sostanza è in qualche modo incorporata a un chiodo che viene piantato direttamente nel cervello), ma non si direbbe che dia assuefazione. Dati anche i costi di acquisto e somministrazione è piuttosto equiparabile a un’esperienza mistica che ci si permette in casi rari e importanti, per acquisire una conoscenza individuale e privata in qualche modo risolutiva.

Rimane da dire che in questo romanzo (ma non solo) Sorokin, grande conoscitore della storia e letteratura russe (e altre), “gioca” con gli stili, variandoli di capitolo in capitolo. Sul senso di questi “esercizi di stile” dirò, eventualmente, in un altro post. Per il momento mi sembra di aver fornito le informazioni minime affinché il lettore possa entrare nel capitolo XXXV che traduco qui di seguito (come già con altri brani di Sorokin, purtroppo dalla traduzione tedesca dal momento che non so il russo).

XXXV

È cominciato tutto con i crociati sono arrivati in macchina da noi a Mittenwald al mattino presto in tre con i garzoni a far luce sull’omicidio dei vicini han fatto luce han fatto luce e poi hanno confiscato alla signora Schulze ventun vitelli un trattore e due rimorchi di patate come se l’assassina fosse lei del trattore e delle patate non me ne frega niente ma per i vitellini mi dispiace dove li portano mi chiedo al macello o in una fattoria a Füssen o Schwangau e di lì poi al macello e io me ne sono dovuta andare dalla fattoria della signora Schulze e a Angelika i crociati hanno assegnato quel che rimaneva dei vicini ammazzati si è ritrovata un sacco di roba un frigorifero tre prosciutti affumicati una panchina una macchina per il burro un mucchio di vestiti e le andavano bene tutti e a me addirittura andava bene un vestito e un cappotto anche se erano sporchi di sangue l’ho lavato via e fine e una giacca e stivali di gomma e due anellini col turchese e un foulard con sopra Parigi i pantaloni non mi andavano bene sono ingrassata durante la guerra ridicolo come le natiche mi sono uscite in fuori alla fattoria bevevo latte e mangiavo pane e canederli col sugo ma i pantaloni sono buoni solo troppo stretti le scarpe non vanno bene coi tacchi come vuoi che faccia a camminarci gli stivali di gomma sono meglio e poi c’era anche una brocca e un orologio e un vecchio computer quello funziona ancora ho lavato i vitellini può darsi anche che non li abbiano macellati tenuti a ingrassare per carne di manzo la signora Schulze non voleva macellarli ha strillato come una matta ma i crociati le hanno aperto il sapientone [sorta di computer onnisciente e onniperformante che si può allargare, distendere e ripiegare come un pezzo di plastilina. NdT] sotto il naso e le hanno fatto vedere la bolla papale col sigillo lei ha attaccato una geremiade l’hanno cacciata via dall’aia e il loro capo dice puoi ringraziarci che non ti arrestiamo i ventun vitelli e il trattore con due rimorchi pieni di patate via a Neuschwanstein e io ho pianto mi dispiaceva per i vitellini li ho tirati su come figli quell’oca dell'Angelika taceva avrebbe anche potuto lasciarsi fare io con le mie orecchie d’asino e il muso peloso cosa se ne fanno ma Angelika ha due belle tette è giovane se si fosse lasciata fare nel fienile lì vicino si vedeva che lei gli piaceva le hanno anche assegnato tutta le cianfrusaglie dei vicini e per tre che erano non sarebbe morta di sicuro quella stupida capra e avrebbe salvato i vitellini e io le ho anche strizzato l’occhio e fatto segno con le dita e con la lingua ma lei macché si gira dall’altra parte come se non capisse non è neanche vergine dei tipi a mano ne aveva già prima della guerra e la signora Schulze piange soldi per riscattare non ne ha della roba i crociati non sanno che farsene anche se lei gli ha offerto roba buona solo la pelliccia è un valore stivali sei paia belle scarpe dodici paia le scarpe del suo defunto marito tre paia pantaloni di pelle tre cappelli col ciuffo di camoscio roba buona nuova e gli stronzi arricciano il naso la roba non ci serve ci credo che non vi serve in un anno ne avete arraffata tanta che vi basta per i prossimi dieci quelli non ci mollano con la bolla la bolla qua con i vitelli trattore e patate caricati e via che se li portano quegli stronzi Urban dice che i crociati sono peggio dei salafiti è vero che quelli ti tagliavano la mano destra se giocavi a scacchi e per l’alcol e il tabacco ti frustavano in piazza ma la carne l’hanno sempre pagata alla popolazione e questi qui con la nuova bolla papale si prendono tutto e se lo portano via hanno occupato Neuschwanstein e là ci sono montagne d’oro dicono da tutta Europa ci manca solo il drago Smaug ma forse i vitellini non li hanno macellati subito portati a Füssen là ci sono tre grandi masserie e magari li hanno soltanto venduti perché forse poi ai crociati dell’altra carne non gli serve li vendono e prendono i soldi e magari i nostri vitelli adesso sono a Schwangau anche lì c’è una grande latteria e perfino tre cavalli giganti tre castrati con quelli trasportano la legna li mettono nei box sarebbe una bella cosa se i pezzati rossi stessero insieme ma così be’ ecco adesso non c’è più lavoro per me dalla signora Schulze e me l’ha detto subito che tu asina hai visto come mi hanno rovinato adesso non so che farmene di una vaccara ma io allora cosa faccio parti vai dove vuoi e dove posso andare eh dove vuoi vai a fare la vaccara dai crociati eh certo come se non ne avessero già solo di garzoni ne hanno seimila e chissà quante vaccare e tutte di sicuro belline mica come me con le orecchie d’asino dove devo andare non lo so non lo sa neanche la signora Schulze piagnucola e basta che fare ho chiesto a Urban e lui dice c’è un posto dove c’è una grossa masseria in Svizzera a Ascona si chiama Monte Verità ci vivono dei pagani che adorano la luna nudi di notte non prendono ordini da nessuno hanno una loro guarnigione e una grossa masseria bevono solo latte perché il latte è un dono della luna consumano molto latte esclusivamente munto a mano le ragazze cattoliche non ci vanno lì a fare le vaccare ma tu sei zoomorfa lavora da loro come vaccara così avrai un tetto e un pezzo di pane mangerai tutti i giorni ricotta e panna acida e io sono partita cosa vuoi bisogna pur mangiare gratis non te ne dà nessuno anche se sono un’asina non mi va di chiedere l’elemosina non voglio impiegarmi come facchina voglio rimanere nel mio mestiere ho riempito due valige inchiodate a un bastone appese alla spalla e via a piedi che dovevo fare oggigiorno ci vogliono soldi per l’autobus e pure per il treno e a me mi pagavano col mangiare soldi ne ho visti solo prima della guerra per tutta la guerra la signora Schulze mi ha pagato solo col mangiare contanti non ne ho visti neanche col lanternino e la signora Schulze non mi ha potuto dar niente neanche per il viaggio piange che non ha un soldo da far ballare una scimmia per il viaggio mi ha dato dietro pane patate al forno mele e torta di rabarbaro ben cosa vuoi che faccia le faccio un inchino e parto che devo fare è lontano però là c’è un buon lavoro mungerò le mucche è una cosa che so fare con le mucche sono a tu per tu di loro sai tutto io cammino cammino cammino e mentre cammino penso a questo e a quello così non mi annoio e sto attenta a mettere bene i piedi per non sformare le scarpe da montagna sono quasi nuove Urban mi ha pagato il lavoro con quelle sono le scarpe di suo figlio più grande che non è ritornato dalla signora Schulze andavo sempre a piedi nudi estate e inverno chiaro che con le gambe pelose non ho freddo però adesso ho deciso di mettermi le scarpe per non tagliarmi i piedi sulle pietre e perché nessuno rida già ridono così tanto di me orecchie d’asino muso peloso asina asina i ragazzini arrivano di corsa mi tirano dietro delle pigne asina asina con le scarpe è più decente e ci saranno anche meno risate e più rispetto e anche al confine mi prenderanno più sul serio se ho le scarpe e infatti ho passato il confine senza storie il mio passaporto zoomorfo è a posto e poi ho camminato camminato fino al paese e lì ci sono i soldati austriaci ed è successo il solito chiaro che avevano appena fatto uno spuntino sono lì seduti e fumano e io cammino e cammino e vado e di tutti i posti sono andata alla fontana per dissetarmi e lì arriva uno e chiede da dove vieni sono bavarese dico io di Mittenwald quello ride ma non è una fatica con due valige no non una gran fatica dico io sei robusta sì robusta dico io e come bisogna chiamarti tu asina robusta io dico bisogna chiamarmi col mio nome quello ride e quando mi chino di nuovo per bere mi arriva da dietro mi afferra per il sedere e sbraita non ho mai chiavato un’asina io gli do uno spintone e mi rimetto a camminare ma loro mi vengono dietro in cinque e dicono sporcaccionate sul sedere e sulle orecchie e che in mezzo alle gambe ho sicuramente un pozzo profondo dove fa fresco e poi hanno cominciato a scommettere sulle mie gambe se sono lisce o pelose e uno dice adesso controlliamo e si è avvicinato e mi ha tirato su la gonna così hanno visto che ho le gambe pelose e hallalì! Io cammino non gli bado e poi improvvisamente quelli hanno lasciato perdere e io penso oh là continuo a camminare esco dal paese scendo lungo la strada penso soldati e crociati vogliono tutto gratis i contadini sono più onesti puoi star sicura che se ti usano ti danno sempre qualcosa in cambio se non sono soldi è roba da mangiare sono lì che penso e non ero mica andata tanto in là e da dietro sento che arriva una macchina mi sposto sul margine della strada ma la macchina frena do un’occhiata una jeep militare e dentro quei cinque e sono saltati fuori mi hanno afferrato trascinata nell’abetaia e tutti senza una parola senza ridere non dicevano niente io li spintono mi dimeno quelli mi stanno addosso mi mettono stesa sulla schiena mi strappano giù la gonna su le gambe due mi tengono per una gamba due per quell’altra ho le gambe robuste io e il quinto mi si sdraia addosso mi sta addosso e mi fa violenza ma io ho appeso al collo un chiodo di tellur l’ho trovato una volta in città nella via Albert Schott era lì sul selciato allora l’ho raccolto e ho deciso di servirmene per pulirmi le orecchie per via che ho due grandi orecchie e si ammucchia molto cerume quando lavori in una fattoria ci si infilano dentro le mosche allora alla fine della giornata avvolgo il chiodo nell’ovatta lo intingo nell’aceto mi pulisco le orecchie e vado a dormire e da quella volta lo porto al collo appeso a uno spago per non perderlo e adesso che quello voleva farmi violenza ho afferrato il chiodo e gliel’ho infilato nel collo con tutta la forza quello urla e mi scivola giù di dosso il chiodo ce l’ha piantato nel collo fino alla capocchia gli altri austriaci si buttano su di lui e io scappo nell’abetaia quelli gridavano poi se ne sono andati in macchina probabilmente all’ospedale più tardi sono tornata mi sono rimessa la gonna ho preso le mie valige e giù di corsa non per la strada ma dritto attraverso il bosco ho camminato ho camminato finché non si è fatto buio allora sono tornata giù sulla strada ho camminato due giorni interi fino al confine svizzero e là ho dovuto fare la quarantena mi hanno controllato se avevo malattie e parassiti mi davano da mangiare due volte al giorno poi ho potuto continuare e lì mi è capitato un camion con un brav’uomo mi ha dato un passaggio fino a Schwyz poi sul treno merci fino a Bellinzona e poi cammina cammina ho camminato fino a Ascona e ho trovato Monte Verità è in cima a un monte non volevano lasciarmi entrare là c’è il loro confine pali col filo spinato cannoni e mitragliatrici si chiudono su da tutti io ho mostrato il mio passaporto ho detto sono una vaccara qualificata voglio lavorare sono venuta dalla Baviera mi hanno fatta entrare e dritto nella stalla e lì arriva una donna capelli bianchi e una luna d’argento sul petto senza una parola mi porta dalle mucche e la sua masseria è grande centoventi mucche e cavalli e vitelli e tacchini e faraone e anatre in uno stagno con le oche e galline e era l’ora della mungitura serale e le sue vaccare avevano già cominciato a mungere e si munge solo manualmente e questa coi capelli bianchi mi dice facci vedere asina bavarese come mungi e mi danno secchio e sgabello mi portano dalla mucca e io le sciacquo la mammella dico datemi la vaselina da spalmare sui capezzoli e mi danno del burro buono ma guarda te quanta ricchezza li ho spalmati col burro e quando ho cominciato a mungere il secchio suonava come una campana e in due e due quattro ho munto il secchio pieno bene dice quella coi capelli bianchi sono contenta di te asina io mi chiamo Jyotsana sono la tua capa puoi vivere e lavorare qui da noi mi ha portato prima alla doccia là una donna mi ha lavato mi ha disinfettato poi mi hanno portato alla mensa lì mi hanno dato da mangiare polenta con formaggio e insalata da crepare e mi hanno portato nel dormitorio delle guardiane del bestiame mostrato il mio letto e hanno detto che mi devo riposare dal viaggio io ho detto non sono stanca posso continuare a mungere ma loro dormi dormi oggi non lavorerai e se ne sono andati e sono rimasta da sola nel dormitorio lì ci sono trentadue letti e sono soltanto le vaccare poi ci sono anche i bovari dalle parti delle stalle ho visto tre ragazzotti con teste d’orso portavano via il letame e anche bei ragazzi con teste equine e una cinghialessa con le oche e anche umani ma teste d’asino non ne ho ancora viste mah ero messa così e ero seduta sul letto sono crollata e mi è venuto subito un gran sonno mentre mi addormentavo ho pensato adesso per colpa di quelle canaglie austriache non ho niente da grattarmi dentro le orecchie di notte.

(Vladimir Sorokin, Telluria (edizione tedesca) Kiepenheuer & Witsch 2013, traduzione dal russo del collettivo Hammer und Nagel)

(Dei giochi di stile di Sorokin parlerò forse, come dicevo, in un altro articolo. Ma per questa specie di monologo interiore – piuttosto ordinato però – di un individuo di sesso femminile è quasi impossibile non pensare al monologo di Molly Bloom. Non è una gran pensata, in effetti. Né voglio esortare nessuno a andarsi a rileggere il monologo. Io ho cominciato, ma ho smesso velocemente. E, come alla protagonista del testo sopra, mi è venuto un pensiero: senza nulla togliere, Dio scampi, alla grandezza di Joyce, ma quanto ci è più vicina quest’asina di Molly Bloom?)

DI CARIATIDI E DI CADAVERI. VLADIMIR SOROKIN, TELLURIA

Telluria, di Vladimir Sorokin, pubblicato in Russia nel 2013, è stato tradotto in tedesco nel 2015; la traduzione inglese uscirà il prossimo 22 agosto, non c’è ancora traduzione italiana. È dichiarato romanzo. È composto da 50 capitoli piuttosto eterogenei per stile, personaggi e storie. Il nucleo unificante è il tempo in cui le varie azioni si svolgono: metà del XXI secolo in una vasta zona (Europa occidentale + Russia) profondamente sconvolta da numerose guerre – di religione e non – che ne hanno cambiato l’assetto riducendola a un mosaico di piccoli stati indipendenti ev. in guerra fra loro (la Moscovia che trovate nel brano è uno di questi). Telluria è il nome della costosissima droga che tutti desiderano. È commercializzata in forma di chiodi che si piantano direttamente nel cervello. Se l’operazione viene eseguita a regola d’arte non pare che la droga abbia effetti collaterali negativi.

È un romanzo piuttosto lungo, sono circa a metà nella lettura. Stilisticamente virtuoso, interessante ma non entusiasmante, almeno per il momento. Come qualità letteraria mi è sembrato decisamente migliore La Tormenta, del 2011, traduzione italiana per Bompiani nel 2016. Mi riservo un giudizio più completo a lettura ultimata. Intanto vi offro un estratto del II capitolo. È una traduzione dalla traduzione tedesca… Purtroppo non so il russo.

Nota per la comprensione: secondo dice l’io narrante di questo II capitolo, “col gas e l’elettricità viaggiano a Mosca soltanto i funzionari dello stato e i ricchi. Il popolo e i trasporti pubblici devono accontentarsi di carburante biologico. In generale si tratta di frullato di patate, e dai tempi di Caterina II, grazie a Dio, le patate non mancano”.

My sweet, most venerable boy,

eccomi dunque in Moscovia. Questa volta è andato tutto più in fretta e più liscio del solito. Del resto, pare sia molto più facile entrare in questo stato che uscirne. È ciò che fa, dicono, la metafisica del luogo. Ah, al diavolo! Ne ho abbastanza di basarmi su voci e congetture. Noi, europei radicali, riguardo ai paesi esotici siamo diffidenti e pieni di pregiudizi finché non riusciamo a penetrarvi. In altre parole – finché non diventiamo intimi.

[…]

C’è poco da fare, Mosca è una città strana. Sì, nella sua inconfondibile stranezza una città strana. E non si vorrebbe nemmeno chiamarla capitale. È difficile spiegarlo a te che non ci sei mai stato e che la storia locale lascia indifferente. Ma voglio provarci. Grazie a Dio ho ancora un’ora e mezza prima del taxi a patate che mi porterà all’aeroporto di Vnukovo. Allora, non ha molto senso rovistare nella storia prerivoluzionaria dell’Impero russo, comparso nel mondo come dispotismo asiatico-bizantino, con una geografia coloniale dall’estensione propriamente indecente, un clima duro e una popolazione avvezza a sopportare che per la gran parte conduceva una vita da schiavi. Molto più interessante il XX secolo, iniziato con una guerra mondiale durante la quale il colosso monarchico Russia cominciò a vacillare; la rivoluzione borghese, com’è naturale, era in arrivo, sicché il colosso stava per cadere all’indietro. Anzi, non il colosso: lei. Russia, Rossija – è una lei. Il suo cuore imperiale smise di battere. Se questa gigantessa bellissima e spietata, ammantata di neve e col diadema di diamanti, nel febbraio del 1917 fosse felicemente crollata e si fosse spezzata in più stati di dimensioni umane, tutto si sarebbe sviluppato nello spirito della più recente storia moderna, e i popoli mantenuti in sudditanza dal governo degli zar avrebbero finalmente ottenuto la loro identità postimperiale e nazionale, avrebbero potuto iniziare una vita nella libertà. Ma le cose sono andate diversamente. Il partito bolscevico non permise alla gigantessa di cadere e compensò lo scarso numero dei propri membri con artigli di predatore e un attivismo sociale letteralmente inesauribile. Dopo il successo della rivoluzione notturna a San Pietroburgo, acchiapparono il cadavere che cadeva appena prima che si schiantasse al suolo. Mi sembra di vederli, Lenin e Trozki, piccole cariatidi, mentre gemono rabbiosamente di fatica per puntellare la morta bellezza. Nonostante il loro “odio furioso” per il regime zarista, i bolscevichi si dimostrarono neoimperialisti nel midollo. Dopo la vittoria nella guerra civile hanno battezzato il cadavere con il nome di URSS – uno stato dispotico, centralizzato e con una rigida ideologia. Uno stato che, come si addice a un Impero, ha cominciato a allargarsi e a conquistare nuovi territori. Stalin si è rivelato un puro imperialista nuova maniera. Invece di fare la cariatide, ha deciso di mettere il cadavere dell’Impero in piedi sulle sue gambe. Il processo si chiamò kollektivizacia + industrializacia. Lo mise in atto nel corso dei seguenti dieci anni raddrizzando a poco a poco la gigantessa come era l’uso presso le antiche civiltà, dove si infilavano pietre sotto le statue per metterle gradatamente in verticale. Con Stalin, invece delle pietre furono i corpi dei cittadini sovietici a doversi prestare: ammucchiati strato su strato finché il cadavere non ebbe finalmente raggiunto la posizione eretta. Dopo di che fu un pochino dipinto, truccato, e congelato. Il frigo del regime staliniano funzionava a meraviglia. […] Con la morte di Stalin però il cadavere cominciò a scongelarsi. Il frigo fu riparato, a fatica e provvisoriamente. Quando il corpo della nostra bellezza fu del tutto sgelato, cominciò nuovamente a inclinarsi. Già si alzavano nuove braccia, e imperialisti postsovietici erano pronti a trasformarsi in cariatidi. Finalmente però giunse al potere un gruppo di persone sagge, con a capo un uomo apparentemente insignificante. Costui si rivelò un grande liberale e psicoterapeuta. Durante i quindici anni in cui non fece che parlare di risurrezione dell’Impero, questo silenzioso operaio della disgregazione fece praticamente di tutto per adagiare il cadavere felicemente al suolo. E così avvenne. Dai cocci della bellezza fiori poi nuova vita. E così, caro Todd, io mi trovo ora a Mosca – in quella che era una volta la testa della gigantessa. Dopo la disgregazione postimperiale Mosca ha dovuto subire molte cose: la fame, una nuova monarchia + la sanguinosa opričnina, una organizzazione corporativa, una costituzione, la Confederazione Internazionale dei Sindacati, il parlamento. Volendo tentare una definizione dell’attuale regime della Moscovia, lo chiamerei teocratico-communofeudale illuminato. Suum cuique… Ma ho intrapreso questa escursione nella storia soltanto per spiegarti la singolare stranezza di questa città. Immagina che la provvidenza ti abbia gettato su un’isola dei giganti, e un temporale costretto a ripararti per la notte nel teschio di un gigante morto da secoli. Bagnato e tremante entri attraverso un’orbita vuota e finisci per addormentarti sotto la cupola ossea. Niente di più facile che il tuo sonno sia frequentato da una ridda di strani sogni, non esenti da eroica (o ipocondriaca) gigantomania. Mosca – ecco il vero teschio dell’Impero russo. La sua singolare stranezza sono precisamente quegli Spiriti del Passato che noi chiamiamo “sogni imperiali”, intrisi oltretutto dei gas del carburante di patate. Sogni, sogni… In ogni tempo la Russia ha ceduto alla tentazione di una vita dormiente, destandosi solo per brevi momenti per la volontà di congiurati, arruffapopolo o rivoluzionari. Le guerre hanno regalato alla gigantessa soltanto brevi fasi di insonnia, un prurito in certe parti del corpo che la faceva sobbalzare. Dopodiché si raggomitolava nella neve e si addormentava di nuovo. […] Amava, la gigantessa, deliziarsi di sogni dai colori accesi. Eppure la sua realtà era grigia: un cielo inclemente, neve, alternativamente fumo della patria e tormenta, il canto del postiglione che trasportava storione o decabristi… La Russia, a quanto pare, si è sempre svegliata di pessimo umore e col mal di testa. Mosca, dolorante, chiedeva a gran voce aspirina tedesca.

[…]

Arrivederci allora nel nostro teschio neoimperiale, pieno di nebbia cerebrale e oggettività anglosassone,

Yours,

Leo

(Vladimir Sorokin. Telluria, 2013; traduzione tedesca Kiepenhauer & Witsch 2015. Traduzione dell’estratto dalla traduzione tedesca, mia)