IN TABERNA QUANDO SUMUS

Sul fondo c’era uno di quei laghetti circolari, malati, chiusi fra versanti tristi; una pozza color blu sporco simile a una soluzione di verderame. Tutto molto morto – l’acqua bluastra e le marne franose. Però proprio sulla riva c’era una costruzione di assi annerite che sembrava un’osteria, forse uno di quei posti dove la gente va a mangiare le rane o il pesce gatto. Per quanto, pensò, che se il pesce gatto veniva da quella pozza… Si decise a scendere per un sentiero che si distingueva appena, con l’argilla che ruzzolava sotto le scarpe, e intanto pensava che doveva esserci per forza un’altra strada, carreggiabile, ma non la vedeva.

Il bancone era a sinistra, sul lato corto; non colse l’occhiata dell’oste ma sentì che diceva: «Non hai chiuso la porta», probabilmente a una donna che se ne stava da una parte con le mani avvolte nel grembiale; lei però scosse la testa, negò. Forse non era orario di apertura? Ma no, c’erano altri avventori. Sedette a un tavolo nel sole obliquo attraverso i vetri. Però il sudore gli gelava ugualmente la schiena, così quando l’ostessa chiese: «bianco o rosso?» disse subito «rosso», poi pensò che era una sciocchezza bere vino a stomaco vuoto e la richiamò per qualcosa da mangiare. «Più tardi», e si allontanò. Cosa voleva dire? che la cucina cominciava il servizio più tardi, o che non se ne sarebbe andato tanto presto e a un certo punto gli avrebbero servito la cena?

Com’era arrivato lì? Aveva seguito le indicazioni della donna che si sbracciava a spiegare nell’aia, ma poi doveva essersi confuso. Bastava tornare indietro e al bivio prendere dall’altra parte… Intanto versò il vino nel bicchiere spesso e verdastro e bevve un sorso alla salute della donna nell’aia e della sua figura legnosa, selvaggia. Forse sorrise; il sorriso, che non era rivolto a nessuno, indusse un avventore ad abbandonare il suo tavolo e a sedersi a quello di lui.

«Posso raccontarle la mia storia?» Si era portato la brocca di terra e il bicchiere.

Pensò oddio questo è un po’ brillo. Ma l’uomo non sembrava affatto ubriaco, neanche un po’; quando faceva per bere bagnava appena le labbra e il vino nel bicchiere non calava. Era giovane, vestito in modo strano, militaresco. Sembrò che sentisse il bisogno di tranquillizzarlo: «Sono di queste parti, sa? La mia casa si vede da una curva della strada. Cioè: la casa si intravede appena, il colmo del tetto forse. Ma si vedono gli alberi attorno. Con groppi di vischio, nidi di uccello…»

«Non divagare, Arri! Vieni al sodo!» Altre persone avevano avvicinato le sedie. Quello che aveva parlato era più vecchio di Arri, aveva baffi da tricheco e un’aria gioviale. C’era anche una donna, bionda e con un viso di un pallore malsano, che gli ammiccò come a dire: ‘Ti tocca…’

Arri non si scompose:

«Sto raccontando a lui. Voi la sapete già.» Però sembrava che avesse perso il filo, si fregò la radice del naso, bagnò le labbra nel vino e parve faticare a raccogliere i pensieri.

«Già. La mia casa è qua vicino. Perché non ci sono tornato… ah sì: un giorno passa uno squadrone, venivano da Caverzana, dalla Battaglia, passano proprio attraverso l’aia; erano stranieri, si davano un sacco di arie. Mi dava fastidio, era una cosa che non sopportavo. Mi capisce?»

Certo che lo capiva. Una follia come un’altra, l’insofferenza per ciò che non ha bisogno di te, che ti lascia indietro… Aspettando che continuasse bevve un sorso di vino. Era molto scuro, violaceo, come succo di more.

«Così salutai tutti e andai dritto ad arruolarmi. Per fargliela vedere.»

Il sole era calato, c’era una luce grigia, l’oste venne e accostò un fiammifero allo stoppino della candela. Niente lampadine, nemmeno al soffitto. Non si meravigliò: alla Buca, che era forse a un chilometro da lì e sulla strada, la corrente ce l’aveva tirata Ghidoni, del Consorzio, solo qualche anno prima.

Arri aveva un sorriso malizioso, come se pregustasse quello che aveva da dire. Eppure nel tempo che lo stoppino prendeva e l’oste si ritirava sembrò che la baldanza sfumasse, che di nuovo faticasse a ricordare, a raccapezzarsi.

«Così mi arruolai. E dopo ci fu quella battaglia…»

«Dai Arri, – lo interruppe Baffi di Tricheco – non annoiare il signore con delle cose tristi! Racconta piuttosto la storia di Nicco, quella delle lumache di Cartagine!»

«La storia di Nicco? – fece Arri frastornato, guardando verso il camino spento. Seduto davanti al camino c’era un uomo anziano, basso, con una zazzera ispida, che fissava il focolare con espressione tetra.

«Ma è una storia sua» protestò debolmente Arri.

«E che differenza vuoi che faccia? La sai anche tu. Su, racconta!»

«I rifornimenti non arrivavano da diversi giorni» raccontò Arri obbediente. «Non avevamo più niente da mangiare. Finalmente arrivò qualcosa, ci dissero che erano i generi di conforto. Infatti ci dettero tre caramelle a testa.»

«E poi?» incalzò Baffi di Tricheco. «Continua!»

«Eravamo accampati nella sabbia, e dalla sabbia spuntava qua e là un resto di muro, un rudere. Ci dissero che erano le rovine di Cartagine. Be’, al mattino presto, attaccate a queste rovine, c’erano delle lumache. Le mangiammo. Mangiammo le lumache di Cartagine.»

«Bravo!» applaudì Baffo di Tricheco, «Bravo! Adesso la pentola dei bersaglieri! Racconta la pentola dei bersaglieri!»

Arri gettò uno sguardo furtivo al camino. Anche quella doveva essere una storia di Nicco. Ma Nicco pareva non accorgersi di nulla.

«Non possiamo portargli via le storie così» provò a piagnucolare Arri; Baffo di Tricheco fu irremovibile:

«Macché portare via. Le sanno tutti ormai. E poi, è per intrattenere l’ospite.»

«Questo accadde dopo» raccontò allora Arri, «quando eravamo prigionieri degli inglesi. Gli inglesi ci davano pochissimo da mangiare. C’era un gruppo di bersaglieri – tutti della stessa compagnia – che voleva mangiare una volta qualcosa a modo. Misero da parte per diversi giorni le razioni di riso e le fecero cuocere tutte assieme in una pentola di coccio. Non so dove avessero rimediato la pentola. Quando i chicchi furono quasi cotti, e tutti erano lì attorno ad aspettare di mangiarsi il riso lesso, la pentola non resse la fiamma, esplose, e il riso fu schizzato tutt’intorno, per terra. I bersaglieri raccoglievano i chicchi dalla terra e li mangiavano uno ad uno.» Arri si mise a piangere.

Baffo di Tricheco non si aspettava una reazione del genere.

«Su, su» cercava di consolarlo dandogli dei colpetti sulla schiena. «È successo tutto molto tempo fa. È passato ormai.»

«È troppo sensibile» lo rimproverò la ragazza, «non devi insistere che ricordi.»

«Ma se non sono neanche ricordi suoi!»

«E che differenza vuoi che faccia?»

Quando Arri si fu calmato, Baffo di Tricheco si volse verso di lui:

«E lei? Non ha una storia da raccontare? Una storia nuova…»

Il suo sguardo gioviale si era fatto titubante, incerto, come se si inoltrasse in un paese sconosciuto. Lui avrebbe voluto accontentarlo, ma era imbarazzato, non sapeva cosa raccontare.

L’ostessa venne a prendere le ordinazioni:

«Rana o pesce gatto?»

Il pesce gatto non gli era mai piaciuto, benché lo avesse cucinato qualche volta per suo padre; le rane invece trovava che non avessero alcun sapore e nella presente circostanza questo era un punto a favore; ma gli facevano schifo quando il modo in cui erano presentate ricordava troppo la forma da vive.

«Come sono cucinate le rane?» chiese prudentemente.

L’ostessa aveva sentito “rane”; tanto le bastò per dirigersi verso la cucina senza più occuparsi di lui.

«Non vado matto per le rane» spiegò, felice di avere qualcosa da raccontare, «ed è strano perché una mia bisnonna aveva addirittura una passione. Ebbe voglia di rane in gravidanza, e la figlia nacque con un braccio più corto.»

Baffo di Tricheco sorrise cortesemente, non era quello il genere di storia che intendeva. «Che storia vuole che le racconti?» chiese lui allora, con una strana umiltà.

«Be’ ecco» e si fissava le unghie che aveva un po’ lunghe «una storia diversa da quelle di Arri – che sono poi di Nicco… Una storia in cui non ci sia tutta quella terra, tutta quella polvere…»

L’ostessa arrivò con una ciotola in cui era piantato un cucchiaio. Si rese conto che gli altri non avevano ordinato niente.

«E voi non mangiate?»

«Oh – fece Arri con un lieve movimento della mano – noi abbiamo tempo.»

Nella ciotola c’era una zuppa densa – zuppa di rane.

C’erano fagioli neri e sicuramente rape nere e straccetti scuri, a proposito dei quali non riusciva a stabilire se fossero verdure stracotte o lembi di pelle verdastra. Rimestò con il cucchiaio, indeciso. Pure si vergognava a fare lo schizzinoso. Schiacciò il cucchiaio contro le parti solide della zuppa, facendo affluire il brodo nell’incavo. Era denso e oleoso, con un retrogusto amaro, come di fiele. Rimestò nuovamente e distinse i muscoletti scialbi delle rane che si staccavano dagli ossicini. L’ostessa aveva lasciato un piattino, di fianco alla ciotola, per sputarceli dentro. Coraggiosamente ingoiò una cucchiaiata, poi un’altra, cavandosi dalla bocca minuscoli femori, tibie e peroni. Bevve un lungo sorso di vino violaceo.

Una mano si posò sulla sua che aveva ripreso il cucchiaio:

«Non la mangi, se non le piace.»

«Come si chiama lei?» chiese fissando gli occhi in quelli esitanti di Baffo di Tricheco.

«Io?» Era vagamente stupito, come se la considerasse un’informazione irrilevante. «Mi chiamo Ghiddeon.»

«Bene, Ghiddeon», disse passando con naturalezza al tu, forse per effetto del vino violaceo. «Vuoi una storia in cui non ci siano né terra né polvere. Bene.»

Millantava. In realtà non sapeva cosa raccontare, non ne aveva proprio idea. Però capiva cosa intendeva Ghiddeon, e che non era tanto una storia che voleva ma delle circostanze: una certa luce, una circolazione indisturbata, una linfa.

«Ti racconterò l’estate dei miei tredici anni» esordì allontanando la ciotola con la zuppa funerea. «Fu l’estate che lo sguardo mi si allargò. Intendo dire che l’orizzonte di un bambino è ristretto, limitato alle percezioni immediate, vicine: prospettive di una stanza, con oggetti; il lato di una casa; un cortile (mai in un’unica percezione); una strada. Ma in quell’estate fu come se lo sguardo mi si allargasse e cominciai a vedere cose al di là, a vedere prospettive che mi riguardavano e non mi riguardavano. Per esempio vidi le colline fino in cima, la luna che pende sulle selve, cose del genere. Anche in luoghi piccoli e circoscritti avvertivo come un solletico il dilatarsi dello spazio. Una volta ero sdraiato con un mio cugino nell’erba, al margine di un campo stretto fra il terrapieno della provinciale e il fosso. Nessuna vista. Parlavamo come fanno i ragazzi ma tutto il tempo ero cosciente di una vastità. Mi capitò di penetrare nella vastità. Dei parenti avevano dei campi giù, in pianura, e li tenevano a moscato. Alla stagione partimmo col cavallo e il biroccio per vendemmiarlo. Ricordo solo il sapore del moscato, talmente dolce che mi stupiva, come se non appartenesse alla realtà. Al ritorno sul biroccio, al passo del cavallo, la luce era come il moscato, l’aria calda, la vita alla quale assistevo perfetta.»

Lo sguardo di Ghiddeon si era fatto sfocato, non fissava nulla. A lui sembrò di avere ancora un sacco di cose da raccontare, come se davvero l’avesse esplorata quella vastità; pensò che si sarebbe fermato per un po’. Disse: «Penso che mi fermerò per un po’.»

Arri e la ragazza lo guardarono straniti. L’ostessa gli prese il braccio, sopra il gomito. Tutto in lei, dalla pelle del volto al grembiulone arrotolato sul ventre, aveva un colore plumbeo. Osservò attentamente la ciotola di zuppa che lui non aveva quasi toccato.

«Lei non può stare qui» disse. «Venga, la accompagno.»

Sulla porta si volse per salutare almeno Ghiddeon, Arri, la ragazza. Ma si erano messi a giocare a dadi, gli davano le spalle.

Vide suo padre a un tavolo più lontano. Stava facendo le parole crociate e non sollevò la testa.

Alla sommità della conca vomitò quel po’ di zuppa di rane che aveva ingoiato. Il cielo notturno si fece più chiaro. Scese di corsa la china del monte in cui non si distingueva alcun sentiero.