APOCALITTICO AGAMBENIANO (con una coda su: I CANNETI, di Tanizaki Jun’ichirō)

Nella sua rubrica “Una voce” sul sito Quodlibet, Agamben ha pubblicato l’altro giorno una farneticazione oracolare in trentatré paragrafi- ma sarebbe meglio chiamarli strofe, o meglio ancora lasse per la lunghezza irregolare – dal titolo Quando la casa brucia.

Trentatré come gli anni di Cristo, avrebbe detto l’Elide, per la quale tutto ciò che sul tagliere di cucina era casualmente trentatré – tortelli, tortellini dolci, gnocchi – era “come gli anni di Cristo”. Anagogia allo stato puro.

Nel caso del testo agambeniano vien da chiedersi se il numero mistico non sia stato scelto di proposito – dal momento che trentadue, trentatré o trentaquattro lasse, ma anche quaranta o cinquanta volendo, non cambiava nulla.

Riguardo alla farneticazione però bisogna attenuare. L’impressione, fortissima, rimane fino alla settima-ottava rilettura. Dalla nona in poi si incomincia a intravedere una luce; dopo ulteriori quindici o sedici emerge un’architettura del pensiero. Anzi no: l’architettura si è lasciata simpateticamente comburere, ma da qualche residua e annerita colonna si arriva a indovinare quale doveva essere la struttura dell’insieme. Espongo i reperti che ho potuto recuperare intorno al tripode inclinato sui fumi dell’abisso:

primo: la casa brucia. Ma che cos’è la casa? Be’ letteralmente la nostra casa; poi il quartiere, la città, il paese, l’Europa, l’Occidente.

secondo: la casa brucia da parecchio tempo, al più tardi, e massicciamente, dal 1914. “Ma forse l’incendio è cominciato già molto prima, quando il cieco impulso dell’umanità verso la salvezza e il progresso si è unito alla potenza del fuoco e delle macchine.” Agamben non ce l’ha tanto con la tecnica che ha fornito alla guerra strumenti sempre più devastanti (perché ricordiamo che l’uomo l’idea di annientare completamente il nemico l’ha sempre avuta, ma disponeva di mezzi inadeguati; a un certo punto, grazie alla tecnica, i mezzi si sono trovati all’altezza dell’intento), ma heideggerianamente con la tecnica in sé – nel momento in cui, grazie “alla potenza del fuoco e delle macchine”, e al pensiero positivista, ha dato il via all’industrializzazione. Ora io non amo particolarmente né l’industria né il positivismo, ma non mi pare corretto addossargli la responsabilità di tutta la merda del pianeta. Bisognerà pure tenerne un po’ per gli Stati Uniti.

terzo: cosa fare nella casa che brucia? Teniamo presente che la struttura del testo sembrerebbe una specie di dialogo con se stesso, in cui il filosofo si fa delle domande e si risponde. O forse le domande sono rivolte all’umanità e lui si delega a rispondere, non so. Cosa fare dunque nella casa che brucia? Niente, quello che si è sempre fatto, mandare avanti coscienziosamente la quotidianità; tanto ormai è tardi per rimettere a posto le cose: parafrasando Saruman, il Vecchio Mondo brucerà nelle fiamme dell’industria – o più precisamente della tecnica.

Scolio: che la civiltà occidentale abbia qualche problema è indubbio. D’altra parte esiste da circa tremila anni e mena il mondo da più di duecento; dovrà pur passare la mano, prima o poi. La domanda è: a chi? Domanda di difficile risposta, perché gli altri saranno pure cinesi e giapponesi e indonesiani e coreani e iraniani e indiani e africani e chi più ne ha più ne metta, ma se han voluto contare qualcosa si son dovuti occidentalizzare, e chi non l’ha ancor fatto o non l’ha fatto abbastanza l’ha da fare, quindi sarà meglio non buttarla nel cesso e lavorarci invece, alla civiltà occidentale.

quarto, ma piuttosto appendice del terzo: qualcosa si può fare nella casa che brucia: parlare una lingua morta – cioè una lingua che non è la lingua dell’uso: la lingua della poesia e della filosofia.

Come il suo maestro Heidegger, Agamben non fa grosse distinzioni fra poesia e filosofia. In effetti Heidegger credeva di fare il filosofo ma in realtà era un poeta, e neanche un gran che come poeta, solo che a dirlo la gente si irrita.

Nelle trentatré cristologiche lasse, Agamben produce un minestrone heideggeriano aromatizzato alla Levinas poeticamente interessante. Per esempio la breve lassa che segue: filosoficamente non vuol dire un cazzo, ma poeticamente è di impatto:

“Il viso è in Dio, ma le ossa sono atee. Fuori, tutto ci spinge verso Dio; dentro, l’ostinato, beffardo ateismo dello scheletro.”

quinto (e ultimo per noi): parlare la lingua morta della filosofia e della poesia non spegne l’incendio, non serve sostanzialmente a niente, però ci fa sentire meglio – tipo una droga leggera direi, o anche un paio di bicchieri di vino. Ma dove andiamo a prenderla questa lingua magica, la fata verde priva di effetti collaterali? Agamben ci dà una dritta: noi possiamo “come una farfalla ebbra svolare su ciò che è stato vissuto. Ci sono ancora rami e fiori nel passato. E se ne può fare ancora miele.” Miele, idromele, chouchenn: bevanda dolce e blandamente alcolica. Il passato pre-industriale (che conserva un ricordo del passato pre-metafisico e del Principio) è la damigiana da cui attingere la lingua poetica che ci permette di filosofeggiare con una certa soddisfazione nella casa che brucia.

“Verso il presente si può solo regredire, mentre nel passato si procede diritto. Ciò che chiamiamo passato non è che la nostra lunga regressione verso il presente. Separarci dal nostro passato è la prima risorsa del potere.”

Il passato ci salva – o se non ci salva ci permette almeno di attendere la fine nel giardino di Epicuro.

Mi viene in mente qualcosa…

Il fascino ambiguo del passato

L’edizione Bompiani del Ponte dei sogni di Tanizaki, di cui ho parlato recentemente, contiene altri tre racconti dello stesso autore, di qualità a mio avviso inferiore (teniamo presente che il Ponte dei sogni è un capolavoro), però interessanti. Vorrei parlare brevemente del racconto I canneti, del 1932.

In seguito al grande terremoto del Kantō (1923), Tanizaki si trasferisce nel Kansai, la regione di Kyōto/Ōsaka/Kōbe dove sorgono le antiche capitali, dove batteva il cuore dell’antico Giappone e dove, fino allo shogunato Tokugawa (1603) che pose fine alle guerre fra clan e spostò la capitale a Edo (l’attuale Tōkyō), si decidevano le sorti del paese. Come scrive Adriana Boscaro nella Notizia biobibliografica che introduce il volume, per Tanizaki “la permanenza nel Kansai coincide con il cosiddetto periodo ‘classico’, così chiamato perché molte opere hanno uno specifico riferimento al passato”. Nel nostro racconto I canneti, una cornice contemporanea ci introduce man mano in una profondità temporale che sfocia nel favoloso.

Un io narrante che possiamo identificare con l’autore decide, un bel pomeriggio di settembre, di visitare qualche località interessante nei dintorni e sceglie come meta “il luogo dove sorgeva il palazzo di Minase” costruito dal’imperatore Gotoba (1180-1239). Non ci viene nascosto che “con il treno si raggiunge rapidamente Yamasaki; ma ancora più semplice è andare con l’elettrotreno fino a Ōsaka e poi cambiare linea”, o che “si dice che il posto dov’era il traghetto di Eguchi si trovi sulla linea dell’elettrotreno che mi aveva condotto fin là”. Sono frasi leggere, puramente informative, prive di polemica o rammarico nei confronti della tecnica e di come essa modifica ad esempio il paesaggio. È come se il narratore fosse in grado di percepire sotto la geografia attuale gli strati più antichi e fino ai personaggi che vi si muovevano:

“Non avevo camminato a lungo quando giunsi a un incrocio dove una pietra erosa dal tempo indicava che a destra la strada conduceva alla città di Itami, passando da Akutagawa e da Ikeda. Quando si pensa a guerrieri quali Araki Murashige o Ikeda Shonyūsai, oppure ai fatti raccontati nel Nobunagaki (Storia di Nobunaga), si scopre che i personaggi del periodo delle guerre civili si muovevano nell’ambito di questa regione lungo un percorso che lega Itami, Akutagawa e Yamasaki; doveva quindi essere questa l’antica via principale, mentre la strada che seguiva le rive dello Yodo era comoda per chi viaggiava in barca ma scomoda via terra, per le numerose insenature e gli stagni invasi dai canneti.”

“L’aspetto delle montagne nel tratto a monte del fiume e il paesaggio fluviale possono essere abbastanza mutati in sette secoli; tuttavia il panorama che si apriva davanti ai miei occhi differiva ben poco da quello che avevo disegnato con la mia fantasia leggendo le poesie dell’imperatore.”

“Le mie fantasie continuavano a vagare nel passato; i suoni lontani dell’orchestra, i mormorii dell’acqua delle fontane, e perfino l’allegro vocio degli invitati alle feste mi ronzavano nelle orecchie.”

Le cronache del passato suggeriscono la geografia e la geografia resuscita le cronache del passato. In questa compenetrazione di passato e presente che farebbe l’invidia di Agamben, il narratore, seduto sul lembo estremo e sabbioso di un’isola fluviale, con la sola compagnia delle canne palustri e di una bottiglia di sakè, ammira il plenilunio e si abbandona alla fantasticheria. Improvvisamente si accorge di non essere solo: alle sue spalle c’è un uomo, venuto evidentemente con lo stesso scopo, che si rivela però assai loquace e gli racconta una lunga storia. È la storia di un amore ostacolato che ha avuto come protagonista il padre di quell’uomo e si è consumata nei primi anni dell’era Meiji (cioè intorno al 1870; con l’era Meiji comincia – guarda caso – la modernizzazione e l’occidentalizzazione del Giappone), quando erano ancora vivi i costumi del passato. Della storia, piuttosto bizzarra, diciamo soltanto che i protagonisti appartengono alla ricca borghesia mercantile di Ōsaka, che Shinnosuke, il protagonista, ha gusti signorili e si innamora di Oyū-san proprio perché riconosce in lei la stessa naturale signorilità che la porta a imitare del tutto spontaneamente, nei modi come nei minimi dettagli dell’abbigliamento, le dame dei tempi passati.

“Il giorno della pubblica esecuzione Oyū-san suonò ‘Yuya’ con la chioma sciolta sulle spalle alla maniera delle dame dell’antica nobiltà. Portava un ampio mantello di corte e un incensiere bruciava accanto a lei. […] Per mio padre, ad ogni modo, era la prima volta che udiva la voce di Oyū-san accompagnata dalla musica del koto, e ne rimase molto commosso. Essa indossava perfino l’abito da cerimonia con cui egli sognava di vestirla, incarnando così il suo più caro sogno. Mio padre ne era rimasto sorpreso e soddisfatto al punto di non credere ai suoi occhi. Terminato il concerto, mia zia si recò nel camerino. Oyū-san non si era ancora cambiata e vestiva l’abito di corte; le confessò che non le importava niente del concerto, ma che solo sognava da tanto tempo di vestirsi in quella foggia. Voleva farsi fotografare in quel costume. Apprendendo questo particolare, mio padre capì che il gusto di Oyū-san coincideva col suo, e fu più convinto che mai che lei era la moglie ideale ch’egli aspettava da lungo tempo nei sogni del suo cuore.”

In questa Oyū-san, che ci ricorda un po’ una Madame Bovary più fortunata, artificio e naturalezza si mischiano fino a compenetrarsi, tanto che si potrebbe dire che l’artificio è la sua naturalezza, mentre nulla le è più estraneo del semplicemente e immediatamente esistente (la nuda vita):

“Mio padre diceva che era un’attrice nata. Senza esserne consapevole, i suoi pensieri e le sue espressioni erano da commediante. Ma nel suo caso ciò non dava l’impressione di artificio o di esagerazione […]. Solo Oyū-san era capace di suonare il koto con naturalezza indossando un mantello da corte, o di bere il sakè in una coppa di legno laccato seduta davanti a una tenda improvvisata fatta dei suoi kimono colorati, facendosi servire da una cameriera.”

Teniamo a mente che questo racconto, il cui punto è la costante e spontanea rivivicazione del passato nel presente, un “fare miele dei rami e fiori del passato”, dovrebbe riuscire gradito al nostro narratore, poiché in esso, come su una scena di teatro, si concentra e diventa attuale ciò che durante il peregrinare attraverso i luoghi egli aveva esperito nel modo della nostalgia.

Shinnosuke non può sposare Oyū-san, che diventa invece la moglie del ricco proprietario di una cantina di sakè:

“In seguito essa sposò l’uomo di Fushimi. Questi, amante dei divertimenti, l’aveva sposata solo per curiosità. Ben presto soddisfatto, non si recò quasi più alla villa dove lei risedeva. Egli aveva capito però che doveva essere considerata come l’ornamento della casa: le assicurava il maggior lusso possibile e non lesinava certo sulle spese. Oyū-san continuò la sua esistenza in un mondo simile a un’illustrazione dell’Inaka Genji, parodia delle gesta del famoso principe.”

Chi racconta, come dicevamo, è il figlio di Shinnosuke. Per anni Shinnosuke, presto vedovo, continua a recarsi nelle notti di plenilnuio estivo, accompagnato dal figlio, sulle rive del lago dove sorge la villa, e attraverso la recinzione spia Oyū-san che al centro di una piccola corte di invitati e famigli suona il koto mentre le cameriere eseguono la danza del ventaglio. L’amore o, nel caso del figlio, l’ammirazione per la dama sono innegabili, e tuttavia il figlio paragona Oyū-san a un’illustrazione dell’Inaka Genji. Le tavole dell’Inaka Genji (Il Genji rustico, o qualcosa del genere), romanzo del XIX secolo, sono del famoso Utagawa, e lo stesso romanzo ebbe un successo enorme; rimane però che, come viene specificato nel testo, esso è la parodia del Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, dell’inizio dell’XI secolo.

In un certo senso è stupefacente. È come se il narratore, che per tutta la prima parte del racconto ha inseguito e rinfocolato le tracce di un passato che traspariva nel presente – in quanto presente insoddisfacente perché monco di una dimensione (ancora la nuda vita) – sia costretto a constatare alla fine che una certa attualizzazione e concretizzazione delle sue aspirazioni (la vita vestita) non è altro che una parodia.

Morale (per noi): attenzione, quando si svola come una farfalla ebbra sul passato, a non diventare – oltre che la parodia del passato – la parodia di se stessi.

Tanizaki Jun’ichirō, IL PONTE DEI SOGNI

Ero capitata per caso su alcuni estratti di questo racconto di Tanizaki. Non è stato facile procurarselo: l’edizione Bompiani è fuori catalogo, l’usato era caruccio, ma pazienza; mi sembrava valesse la pena anche solo per la copertina. Come tutte le cose grandi, richiederebbe una pagina di commento per ogni pagina di testo; mi limiterò ad alcune considerazioni.

I

Il racconto è del 1959, lo scrittore ha settantatré anni, morirà sei anni dopo; ne sono passati quattordici dalla fine della seconda guerra mondiale e il Giappone è in piena americanizzazione. A noi che leggiamo nel 2020 sono richiesti balzi all’indietro quasi acrobatici. Intanto dovremmo trasportarci nel 1959; ma questo, per i non più giovani, non dovrebbe poi essere così difficile (anche la vecchiaia ha i suoi vantaggi). Altra cosa naturalmente trasferirsi nel Giappone del 1959. Fortunatamente basta leggere poche pagine per rendersi conto che questo primo balzo non è affatto richiesto – o meglio, è solo l’origine di un senso di stupore: ricontrolliamo tre volte la data di pubblicazione e ci chiediamo come è possibile che quello che stiamo leggendo non abbia nulla, ma veramente nulla a che fare con il 1959 – in Giappone e non.

Un razionale ce lo dà la chiusa del racconto, che si rivela un memoir ad uso strettamente privato redatto dal narratore in prima persona, Otokumi Tadasu, nel 1931. Gli avvenimenti narrati, ricostruiamo, sono relativi ai primi decenni del secolo. Di questo ci eravamo già vagamente accorti durante la lettura nelle rare occasioni in cui, con un certo fastidio nostro e una certa riluttanza da parte dell’autore, se non del narratore, la Storia incrocia la narrazione – ad esempio quando del padre ci viene detto che “faceva di tanto in tanto una capatina alla sua banca”, o quando ci vengono fornite precisazioni riguardo alle malattie di alcuni personaggi: diagnosi troppo accurate per essere di molto precedenti, ma terapie ancora troppo inefficaci (quando non inesistenti) per essere di molto posteriori.

Dicevamo di un certo fastidio causato dalle allusioni a un momento storico determinato. In effetti l’universo della narrazione – la casa nel bosco, lontana e isolata dalla città, in cui la famiglia conduce una vita estremamente ritirata – ci appare fin dall’inizio sospeso in una dimensione che non ha nulla della Storia ma è piuttosto mitica o fiabesca. La situazione di partenza stessa ha qualcosa della fiaba:

“Mio padre concentrava tutto il suo amore su mia madre: con quella casa, quel giardino e quella moglie, pareva perfettamente felice.”

D’altra parte, a smentire qualsiasi ipotesi di realismo basterebbe l’ambiguità che fin dalle primissime pagine domina il racconto. Dell’ambiguità maggiore – quella che riguarda la madre e la matrigna – parleremo in seguito; ma vale la pena di notare che perfino la descrizione assai accurata di luoghi e oggetti sfocia, quando si tratta di giungere a una determinazione, nell’incertezza e nella perplessità. Ad esempio il ruscello oltre il quale si entra nella proprietà della famiglia viene identificato dalla “gente che vive nei dintorni” con il ruscello Semi citato in una celebre poesia. Tuttavia, secondo altre fonti, il ruscello della poesia sarebbe in realtà il fiume Kamo, di cui il piccolo corso d’acqua in questione è solo un affluente. Resta il fatto che “il nostro ruscelletto […] ai tempi della mia infanzia era ancora limpido come lascia intendere la poesia di Chōmei”. Ora però, nel momento in cui il narratore scrive (tempo storico) “naturalmente […] non è più così chiaro e trasparente”. O ancora: della poesia della madre con cui si apre il racconto, una calligrafia montata a kakemono, il narratore ci indica con precisione il tipo di carta su cui è tracciata e il luogo dove veniva prodotta; la calligrafia è però eseguita nello stile Konoe tipico della grafia maschile, mentre da una donna ci si aspetterebbe piuttosto lo stile Kōzei, e contiene “molti insoliti caratteri cinesi”, difficili da decifrare e che “nessuno usa più oggigiorno”. Il kakemono è opera della madre; eppure ricondurlo a lei si rivela problematico. L’attribuzione, data come sicura, appare carica di irrisolvibili ambiguità.

Sul giardino stesso dell’Eden, dell’infanzia e della felicità, aleggia un simbolismo di morte: è simbolo di morte lo stagno da cui il bambino si sente attirato e in cui, per questo guardato a vista dalla madre e dalla governante, è sempre in pericolo di cadere; l’acqua è per lo più bassa, ma per tutelare i pesci in periodo di siccità vi è stata scavata una buca talmente profonda che “neppure un adulto riuscirebbe a uscirne”. Parimenti ambivalente è il rumore secco del mortaio ad acqua, che affascina il narratore e del quale egli dice: “mi è echeggiato nelle orecchie giorno e notte, durante tutta l’infanzia”. In particolare il narratore lo sente dalla camera dei genitori quando, bambino capriccioso, vuole dormire con la mamma. Il rumore secco può indicare il passaggio istantaneo dalla realtà al mondo dei sogni, ma ha anche qualcosa di fatale, qualcosa che può ricordare, a noi, un rintocco di campana a morto. E poi c’è la questione dei “piedi della mamma”. D’estate il narratore bambino e i genitori cenano sulla riva dello stagno:

“La mamma si sedeva sul bordo dello stagno e lasciava penzolare i piedi nell’acqua, dove parevano più belli che mai. […] Anni dopo, ormai adulto, mi capitò di leggere questi versi cinesi:

Quando lava la pietra usata per sciogliere l’inchiostro, / I pesci vengono a trangugiare l’inchiostro.

Ero ancora un bambino ma mi veniva da pensare che mi sarebbe piaciuto se i pesci dello stagno fossero venuti a guizzare attorno ai suoi bei piedi, anziché accorrere solo quando gettavamo le briciole.”

I pesci che accorrono a divorare le briciole o “trangugiano l’inchiostro”, attorno ai bei piedi della mamma fanno però pensare a pesci in atto di sbocconcellare un cadavere. Il mondo di sogno è sì al riparo dalle intollerabili attualizzazioni della Storia, ma pericolosamente o mortalmente distaccato dalla vita; o perlomeno indugia in una zona crepuscolare di confine in cui la vita, per non compromettersi e diminuirsi con la Storia, finisce per essere attirata nel regno incerto e lattescente della morte.

Prima di esaminare più da vicino il racconto e affrontare il tema centrale (ma non lo abbiamo già toccato? e non è la successiva confusione fra madre e amante un caso particolare del rifiuto di uscire da un mondo che è “di sogno”, non ha appigli nel reale ed è fin dall’inizio ipotecato dalla morte?), ancora una parola sull’individuazione dei luoghi.

La casa dell’infanzia di Tadasu, costruita da suo nonno, si chiama l’Eremo dell’Airone. Una frase di due righe è sufficiente per situarla con una certa precisione: “L’Eremo dell’Airone si trova su un viottolo che si insinua verso est tra i boschi sotto il tempio di Shimogamo, a Kyōto.” Ma per identificare il ruscello oltre il quale si accede alla proprietà il narratore dedica mezza pagina alle testimonianze di Chōmei (poeta del XII secolo), Yoshida Tōgo (storico e compilatore di un monumentale “Dizionario geografico”, vissuto nell’era Meiji) e Jōzan (samurai e poeta del XVII secolo). Ad un certo punto, uno snodo importante e inatteso dei fatti spinge narratore e lettore verso Shizuichino. Tadasu interrompe la notevole tensione narrativa: “A questo punto desidero dire due parole a proposito di Shizuichino, il luogo in cui avevano mandato Takeshi.” Le due parole cominciano così: “Shizuichino è il nome attuale del distretto di Ichiharano, dove il leggendario eroe Raikō avrebbe ucciso i due ladroni”, e danno inizio a quattro pagine dove ai Nose, agricoltori legati alla famiglia del narratore che “in occasione del Capodanno venivano da noi in visita di cortesia, portando una carriola di ortaggi freschi”, si mischiano lo studioso Fujiwara Seika (XVI secolo), lo shōgun Ieyasu, la poetessa Ono no Komachi (IX secolo) “e il suo inquieto spasimante”, nonché un bonzo il quale, in un dramma del teatro , ode una voce misteriosa recitare dei versi e decide di recarsi a Ichiharano a pregare per il riposo dell’anima di Komachi. Il tutto secondo un procedimento molto simile a quello utilizzato un secolo prima da Gérard de Nerval nella mirabile novella Sylvie, il cui protagonista è in un certo senso un habitué del ponte dei sogni e dove le fusioni e confusioni di identità prendono la forma di un destino. Come per Nerval, così per Tanizaki i luoghi non si dispiegano tanto nello spazio quanto nel tempo, e più lontani e stratificati sono gli eventi che li connotano, più forte sarà la loro identità e più capace, ancora per un poco, di resistere alla spinta di orizzontale omologazione del tempo a una dimensione: il contemporaneo e attuale. (Da notare che nel nostro immaginario apocalittico l’idea urbanistica che prevale è la distesa indistinta, ripetitiva e tendenzialmente illimitata). Naturalmente c’è il rovescio della medaglia: per chi si attarda sul ponte dei sogni a contemplare la profondità – dell’acqua, dei luoghi – il presente vivo rappresenterà una minaccia di erosione e di distruzione e nel presente egli sarà incapace di vivere.

II

La felicità diurna del giardino, dello stagno, delle carpe e del mortaio ad acqua ha per il bambino Tadasu una controparte notturna: il seno della mamma.

Il bambino di quattro o cinque anni dorme in una cameretta con la governante; ma spesso fa i capricci, non vuole addormentarsi; allora la mamma, ancora in kimono da giorno, viene a prenderlo e lo porta nel suo letto. Il letto è preparato per la notte ma il padre non c’è – quasi volesse spontaneamente, in un Edipo al contrario, far posto al figlio. Il bambino si addormenta succhiando il seno della madre da cui sgorga ancora latte:

“Benché il letto fosse già preparato per la notte, papà non c’era; forse era ancora nel padiglione. Anche la mamma doveva ancora infilarsi la veste da notte. Si stendeva accanto a me, così come si trovava, senza sciogliersi l’obi, e mi teneva tra le braccia con la testa appoggiata sotto il suo mento. La luce era accesa, ma io affondavo la faccia nella scollatura del kimono e avevo una confusa impressione di essere immerso nell’oscurità. Il lieve profumo dei suoi capelli, raccolti in una crocchia, mi penetrava nelle nari. Cercavo i suoi capezzoli con la bocca, e ci giocherellavo con la lingua. Lei mi lasciava fare, senza una parola di rimprovero. Credo di aver continuato a succhiarle il seno finché fui abbastanza grande, forse perché a quei tempi non si seguivano regole precise circa lo svezzamento. Se leccando usavo la lingua con tutte le forze, dai capezzoli sgorgava facilmente del latte. Stando sul petto della mamma mi aleggiava intorno al viso un confuso sentore di capelli e di latte. E, buio com’era, riuscivo tuttavia a intravedere i suoi seni candidi.”

Sarà pur vero che “a quei tempi non si seguivano regole precise circa lo svezzamento“, tuttavia nel momento in cui scrive il memoir Tadasu si sente in dovere di rimarcare che la madre “[lo] lasciava fare, senza una parola di rimprovero“. La coscienza, per quanto indistinta, di una trasgressione, di una soglia oltrepassata senza sanzioni, è il segno che si è percorso il ponte dei sogni e si è approdati sull’altra riva.

La morte della giovanissima madre, quando Tadasu ha cinque anni, mette fine al mondo di sogno dell’Eremo dell’Airone. Benché il racconto focalizzi poco sul padre, apprendiamo che egli soffre quanto e più di Tadasu. Questa sofferenza “parallela” – unitamente al fatto che il padre non si trova mai nel letto coniugale quando la madre vi porta il bambino – sembra suggerire una specie di identità dei due personaggi, come se in fondo non fossero che uno solo e il padre si limitasse a “tenere il posto” per Tadasu e a cederglielo sempre più, e infine completamente, a misura che il bambino cresce. Senza che questi debba ucciderlo: nel mondo dei sogni il padre muore da sé.

Comunque sia, la sofferenza di Tadasu ci viene presentata come una sofferenza soprattutto notturna:

“Ma soprattutto di notte, quando giacevo a letto fra le braccia della governante, avvertivo un indescrivibile desiderio della mamma morta. Quel dolce e lattescente mondo di sogno del suo seno tepido, tra il confuso sentore di capelli e di latte – perché era scomparso? Era questo il significato della “morte”? Dov’era andata la mamma?”

È per ricostituire, per sé ma soprattutto per il figlio, la primitiva intatta felicità che dopo circa tre anni di vedovanza il padre si risposa. Il desiderio del padre è che la nuova moglie sia in tutto e per tutto simile alla prima, in modo che a poco a poco Tadasu “dimentichi” di aver perso la vera madre. Fra i chiarimenti e gli avvertimenti impartiti al figlio prima del matrimonio, c’è una frase che di fatto vuol rispondere alla domanda, che non ha risposta al mondo, “Dov’era andata la mamma?”:

“C’è un’altra cosa che vorrei che tu tenessi a mente: quando verrà qui, non dovrai considerarla la tua seconda madre. Pensa invece che tua madre sia stata assente per un certo periodo e che sia tornata a casa.”

La nuova sposa è chiamata Chinu, come la prima, e solo diversi anni dopo Tadasu, dovendo richiedere un certificato all’anagrafe, scopre che il suo vero nome è Tsuneko. In ogni caso la primitiva armonia sembra perfettamente ristabilita: non solo “papà sembrava pienamente felice”, ma:

“In capo a sei mesi, benché non avessi dimenticato la mia vera madre, non riuscivo più a distinguerla chiaramente dalla mamma attuale. Quando mi sforzavo di ricordare il volto della mia vera madre, mi appariva dinanzi quello della matrigna; quando tentavo di rammentarne la voce, mi echeggiava all’orecchio quella della matrigna. Un po’ alla volta le due immagini si confusero, e avevo difficoltà a credere di aver mai avuto un’altra madre. Tutto si svolgeva secondo i piani di papà.”

I piani di papà ai quali la nuova moglie si adegua senza problema: in fondo è stata scelta proprio per la possibilità di “confusione” con la prima moglie; è difficile dire se l’adeguamento anche “notturno” sia un’idea sua o del padre:

“- Tadasu, chiese, ti ricordi che hai succhiato il latte della mamma fin quasi a quattro anni?

– Sì, risposi.

– E ti ricordi che ti cantava sempre la ninna nanna?

– Credo di sì…, risposi, arrossendo, sentendomi martellare il cuore il petto.

– Allora stanotte vieni a dormire con me.

Mi prese per mano e mi condusse nella stanza con la veranda. Il letto era preparato per la notte, ma papà non c’era. […] Tutto era esattamente come una volta. La mamma si infilò a letto per prima […]. Poi la udii sussurrare: – Tadasu, vuoi succhiare il latte?”

E poiché il latte, ovviamente, non sgorga: “Abbi pazienza, un giorno o l’altro avrò un bambino, e allora ci sarà quanto latte vorrai”.

In realtà la madre avrà il bambino soltanto parecchi anni dopo, quando Tadasu è ormai diciannovenne. La (tarda) gravidanza non sembra entusiasmare né la madre né il padre, mentre Tadasu è al settimo cielo all’idea di avere un fratellino o una sorellina. Nasce un maschietto perfettamente sano a cui viene imposto il nome di Takeshi, ma qualche settimana più tardi Tadasu, tornando da scuola, non trova più il neonato che, come spiega brevemente e senza appello il padre, è stato dato in adozione nel distretto di Shizuichino. La decisione è stata presa dai genitori di comune accordo e la madre non sembra affatto triste di essere stata separata dal figlio. Per spiegare questo comportamento certamente anomalo viene generalmente suggerito che il piccolo Takeshi sia in realtà figlio di Tadasu e non del padre. Il non detto del racconto meriterebbe una riflessione a parte: Tadasu stesso dice che nel suo resoconto, pur non avendo alterato i fatti, “non [ha] scritto l’intera verità”. Nel caso presente mi limito tuttavia a osservare che per spiegare l’estromissione di Takeshi l’ipotesi della paternità di Tadasu non è strettamente necessaria: se la nuova moglie (di condizione sociale inferiore, ma su questo non ci possiamo soffermare) è stata presa per ricostituire la felicità intatta degli inizi, l’intrusione di un elemento nuovo – un secondo figlio che o finirebbe per essere trascurato, o distrarrebbe l’affetto della madre da Tadasu – mette in pericolo la riproduzione dello status quo originario e deve essere rifiutata. Il nuovo figlio è, appunto, nuovo: viene dal fuori e dal tempo che passa e modifica, e nel fuori deve essere rimandato.

Benché dando il bambino in adozione si sia cercato di porre rimedio alle cupezze della gravidanza e all’imbarazzo della nuova presenza, la nascita di Takeshi ha compromesso gli equilibri. Tadasu, partito alla ricerca del fratellino in una preoccupazione (quasi) paterna, viene ricondotto allo stato immobile di figlio attraverso il rituale, apparentemente sospeso durante l’adolescenza, della suzione del latte:

“- Mi chiedo se ti ricordi come si fa a succhiare un seno, continuò. Puoi provare, se vuoi. La mamma sollevò un seno con la mano e mi offerse il capezzolo. – Prova un po’ a vedere!

Mi sedetti dinanzi a lei, così vicino che le nostre ginocchia si toccavano, chinai il capo nella sua direzione e allargando con la mani l’apertura del kimono presi tra le labbra uno dei capezzoli. Dapprima non riuscii a farne uscire neppure una goccia di latte, ma continuai a succhiare e la lingua cominciò a riacquistare l’antica abilità. Ero parecchi centimetri più alto della mamma, ma mi chinai in avanti e affondai la faccia nel suo petto, succhiando avidamente il latte che zampillava. – Mamma, mi misi a mormorare istintivamente con voce da bambino viziato.”

Regressione istantanea all’infanzia o incesto bello e buono? La risposta, come sempre per gli autori che prediligono l’indistinto e la penombra, è questione di interpretazione; per il momento abbiamo soltanto la valutazione che Tadasu stesso dà dell’episodio e che naturalmente non chiarisce niente:

“Nel preciso istante in cui avevo scorto lì dinanzi a me il suo seno, così inaspettatamente esibito, m’ero sentito nuovamente trasportato in quel mondo di sogno che avevo bramato, in balìa dei vecchi ricordi. E allora, poiché lei mi aveva adescato offrendomi il suo latte da bere, avevo finito per fare la follia che avevo fatto. In un parossismo di vergogna, chiedendomi come avessi potuto albergare in petto sentimenti così perversi, passeggiavo su e giù attorno allo stagno, solo. Ma appena mi pentivo del mio comportamento, e me ne tormentavo, mi rendevo conto che desideravo farlo di nuovo e non una volta soltanto, ma ancora e ancora. Sapevo che se mi fossi ritrovato nelle medesime circostanze – se lei mi avesse ancora adescato a quel modo – non avrei avuto il coraggio di resistere.

Dopodiché mi tenni alla larga dal padiglione; e la mamma, che forse se ne era pentita, sembrava usasse soltanto la casa da tè.”

Ma più tardi veniamo a sapere che “benché mi fossi tenuto alla larga dal padiglione per parecchie settimane dopo l’incidente, vi tornai poi più di una volta a succhiare il seno della mamma.” A questo punto, benché io sia di principio contraria a far dire a un testo più di quello che dice, ammetto che è difficile non considerare l’espressione “succhiare il seno della mamma” come un eufemismo o una pars pro toto.

Ma per riprendere il filo del racconto: Nonostante il tentativo da parte dei genitori di rendere nulla e inesistente la nascita di Takeshi e lo scorrere del tempo, e anzi di promuovere in Tadasu una sorta di regressione all’infanzia, qualcosa si è messo in moto che non si arresterà. Il padre, che già da qualche tempo non stava bene, si scopre malato di tubercolosi renale e muore dopo alcuni mesi. La sua preoccupazione, morendo, è che Tadasu si prenda cura della matrigna come avrebbe fatto lui. Ecco cosa gli dice prima di morire:

“- Ciò che più mi preoccupa è il pensiero della tua povera matrigna. Ha dinanzi a sé ancora una lunga vita, ma quando io me ne sarà andato avrà soltanto te su cui fare affidamento. Perciò ti prego di aver cura di lei, di darle tutto il tuo affetto. Tutti dicono che mi somigli. Lo credo anch’io. Col passare degli anni diventerai ancora più simile a me. Se la mamma ti avrà vicino, sarà come se io fossi ancora vivo. Il mio desiderio è che tu prenda il mio posto nella sua vita, e questo come tuo fine principale, come l’unica felicità cui dover aspirare.

Non mi aveva mai guardato a quel modo, prima d’allora, in fondo agli occhi. Benché mi paresse di non comprendere appieno il significato di quel suo sguardo, annuii in segno di consenso, e lui si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo.”

Naturalmente “che tu prenda il mio posto nella sua vita” può essere interpretato in senso più o meno radicale, l’ambiguità in questo racconto, come in altri testi di Tanizaki, è costitutiva e mai risolta; tuttavia più tardi Tadasu, riflettendo sugli episodi nel padiglione, si dice che era impossibile che suo padre ne fosse all’oscuro, ritiene anzi probabile che fossero concordati fra lui e la moglie, nell’intento ora di “rompere il filo tra la mia vera madre e la mia matrigna, che nella mia mente si erano così intimamente identificate”, affinché dopo la morte del padre egli potesse assumerne pienamente il ruolo.

Del piano del padre fa parte il matrimonio di Tadasu, che deve essere tale da assicurare la felicità della matrigna. Il padre ha già pensato alla persona adatta – una ragazza di condizione sociale inferiore che per vari motivi non avrà interessanti proposte di matrimonio – e preso accordi con la famiglia. La ragazza, per estrazione sociale e per carattere, sarà accomodante. Ma anche qui ci chiederemo se “accomodante” significa disposta all’obbedienza e a alla dedizione nei confronti della suocera, o se è da intendere in un senso più ampio e disdicevole.

Mi interessa sottolineare come il padre, anche oltre la sua morte, desideri preservare una immutabilità, autosufficienza e autoconclusione dell’Eremo dell’Airone, una specie di eterna armonia che ormai però, nonostante le apparenze inalterate, ha qualcosa di marcio al suo interno. E infatti si spezza. In circostanze non del tutto chiarite, che lasciano spazio a diverse interpretazioni e supposizioni, improvvisamente la matrigna muore. Non avendo più ragione di esistere il matrimonio si dissolve; Tadasu vende la dimora avita e si trasferisce altrove. Coadiuvato dall’inossidabile governante, recupera Takeshi, “unica cosa lasciata nel mondo dalla mamma”, che ora ha sei anni.

“Poiché la mia vera madre è morta quando ero piccolo, e mio padre e la mia matrigna non molti anni dopo, voglio dedicare la vita a Takeshi finché sarà grande. Voglio risparmiargli la solitudine che ho conosciuto io.”

“La solitudine che ho conosciuto io” – e che è la parte di eredità di chi ha attraversato il ponte dei sogni.

Nota: La traduzione dell’edizione Bompiani è di Atsuko Ricca Suga, rivista da Giovanna Baccini. Sulla qualità non posso dire nulla, tranne che mi pare buona: scorre bene e non ci sono frasi assurde o periodi contraddittori – come invece è talvolta il caso anche in traduzioni da lingue meno esotiche.

Storie di gatte 2: Colette, LA GATTA

la gatta

 

Quando ho letto il romanzo o racconto lungo di Tanizaki di cui ho parlato qui, mi sono chiesta se per caso lo scrittore giapponese non conoscesse La gatta, romanzo breve di Colette pubblicato nel 1933, tanto la situazione, il tema, i rapporti fra i personaggi sono simili.

Il nucleo di entrambe le narrazioni è il legame elettivo e esclusivo fra un giovane uomo e la sua gatta, e la conseguente gelosia della moglie. In entrambi i casi il numero dei personaggi è ridotto al minimo, da teatro classico più che da narrativa; le scene sono quasi tutte in interni, con l’appendice di una veranda o di un giardino (che però, ad esempio in Colette, è hortus conclusus); i due protagonisti maschili, figli unici viziati dalle madri e orfani di padre, eterni adolescenti, sono individui deboli, privi di attitudini marcate e di iniziativa, che tendono ad adagiarsi nelle circostanze; pur con le notevoli differenze di ceto di cui parleremo, ereditano entrambi un’attività in declino in cui sono diretti da qualcun altro (la madre per Shōzō, M. Veuillet, l’anziano uomo di fiducia del padre, per Alain, il protagonista della Gatta); il matrimonio dell’uno e dell’altro è stato organizzato/auspicato dalle famiglie – per motivi strettamente economici per Shōzō, più sfumatamente sociali per Alain; agli interessati la moglie in fondo sta bene, non c’è resistenza ma nemmeno entusiasmo: anche qui essi non fanno che adeguarsi a una situazione preimpostata, accomodarsi tant bien que mal in uno stampo preparato per loro; e per finire, nel duello moglie – gatta, pur con accenti diversi, chi ha la meglio è la gatta.

Naturalmente ci sono anche delle differenze, prima fra tutte l’assenza, in Colette, di una rivale umana della moglie Camille. Nel suo romanzo la gatta Saha non è, come la Lily di Tanizaki, lo strumento manipolato e in un certo senso la vittima di una rivalità fra donne; non è nemmeno, come vedremo, la rivale di Camille in senso stretto, bensì colei contro la quale la moglie, fin dall’inizio, non può prevalere.

Ma più fondamentale, secondo me, la differenza di tono e di ceto. Le metto insieme perché, come nel teatro classico i protagonisti della tragedia sono re, principi, eroi dell’antichità e della mitologia, mentre i borghesi e (di striscio) il popolo devono accontentarsi della commedia quando non della farsa, così nel racconto di Tanizaki il tono leggero, a tratti farsesco, l’insistere sulle deiezioni gattesche e sui peti di gatta e padrone, la conclusione stessa, che non conclude niente e si limita a mostrarci un povero (e ridicolo) Shōzō in fuga da entrambe le mogli e soprattutto da se stesso, sono adeguati a una piccola borghesia a rischio indigenza; mentre alla grande borghesia delle sete Amparat e delle lavatrici Malmert si addice il registro letterario, lo scavo psicologico, l’analisi che si addentra nei processi del sonno e nella (in)decifrabilità dei sogni, e soprattutto il conflitto – tragico fino al tentato gatticidio – fra la moglie e la gatta, che adombra però, ed è questa la vera tragedia, il conflitto fra la sessualità disinibita e moderna della moglie (lavatrici Malmert) e la sessualità colpevolizzante, adolescenziale e onirica dell’erede delle storiche sete Amparat.

E veniamo alla sessualità e sensualità. Sapevo – per sentito dire, perché per ora non ho letto quasi niente – che temi molto frequentati da Tanizaki sono l’erotismo (La chiave di Tinto Brass si ispira a un suo famoso romanzo), il sado-masochismo, le femmes fatales che calpestano maschi imbelli e cose di questo genere. Ora, io in La gatta, Shōzō e le due donne di erotismo non ho trovato nemmeno un briciolo. Può darsi che la lunga scena in cui Shōzō e la gatta Lily si contendono i pescetti marinati strappandoseli di bocca adombri espliciti contenuti sessuali; come è possibile che gli strilli di dolore di Shōzō quando Fukuko, a letto, lo riempie di pizzicotti per fargli promettere che cederà la gatta alla ex-moglie, siano camuffati gemiti di voluttà; o che l’osservazione che la gatta Lily, per l’abitudine di infilarsi sotto le coperte del padrone, “finiva con l’essere testimone persino dei segreti più intimi della coppia” alluda discretamente a una raffinata perversione voyeuristica; può darsi – tanto più che l’erotismo, in Giappone, mi pare abbia modi espressivi abbastanza lontani dai nostri. Tuttavia raramente mi è capitato di leggere un romanzo, in cui in fin dei conti si ripudia una moglie per sposarne un’altra, altrettanto esente da turbamenti erotici. Decisamente pudico. Non fosse il tema futile, potrebbe stare in una biblioteca di suore.

Il romanzo di Colette è tutto un altro paio di maniche. I turbamenti erotici compaiono già a pagina 2, così come compare, immediatamente, la loro fatale asimmetria:

[Camille] servì il fidanzato per ultimo, gli porse il bicchiere appannato con sorriso di intesa. Lo guardò bere e si turbò bruscamente a causa della bocca che premeva i bordi del calice. Ma lui si sentiva così stanco che rifiutò di partecipare a quel turbamento, e si limitò a stringere leggermente le dita bianche, le unghie rosse che gli riprendevano il bicchiere vuoto.”

Strana stanchezza quella di Alain, che scompare miracolosamente alla partenza di Camille e famiglia: “Quando lei si sedette al volante, davanti ai genitori, si sentì vispo e allegro.” E la prima cosa che fa è chiamare la gatta: “Saha! Saha!”

Alain è attaccatissimo alla gatta certosina che ha comprato tre anni prima a un’esposizione felina: “Resta il fatto che all’età in cui si desidera un’automobile, un viaggio, un’edizione rara, un paio di sci, Alain fu il ragazzo-che-ha-comprato-un-gattino”. D’altronde, la gatta Saha si inserisce perfettamente nel luogo magico dell’infanzia: il giardino, il compendio di tutte le meraviglie, sprofondato in un passato che è insieme biografico e storico, se è vero che, come dice la madre di Alain, Mme Amparat, in un futuro assai prossimo nessuno a Neuilly, periferia nobile di Parigi, potrà più permettersi un giardino simile.

Il giardino e la gatta rappresentano l’infanzia coccolata e protetta di un bambino dalla salute cagionevole, l’identità intatta e irrelata, l’innocenza prima della Legge, l’integrità dell’Io non inficiata dall’esecrabile commercio con l’Altro. Una zona sacra che, costi quel che costi, deve essere salvaguardata dal contatto col profano. Così Alain riesce a dirottare il ricevimento di nozze a casa dei Malmert, benché, naturalmente, il loro giardino sarebbe stato assai più adatto all’evento:

“— La giornata di ieri!… sospirò Camille. E pensare che c’è gente che si sposa spesso!…

Ebbe un ritorno di vanità e aggiunse:

— A parte che è andato tutto benissimo. Liscio come l’olio, no?

— Sì, disse Alain, poco coinvolto.

— Oh, tu!… Sei come tua madre! Voglio dire, posto che nessuno vi rovini il pratino e getti mozziconi di sigarette nella ghiaia, siete disposti a trovare tutto perfetto, giusto? Rimane che il nostro matrimonio sarebbe stato più carino a Neuilly. Solo che avrebbe disturbato la sacrosanta gatta…”

Ma la cosa va più in là: il giardino, la vecchia villa antiquata in cui si fanno i lavori per ricavare un appartamento per la coppia (che  provvisoriamente vive in un mini alloggio al nono piano di un modernissimo e vertiginoso edificio futurista – di nuovo l’opposizione suolo-giardino-passato da una parte, spazio aereo-modernità-futuro dall’altra) devono essere protetti non solo dagli estranei indifferenti e inquinanti (gli invitati al matrimonio) ma dalla stessa moglie, da Camille, alla quale lo status di legittima consorte non ha tolto lo stigma dell’estraneità e alterità. Ecco un frammento di una conversazione fra Alain e sua madre, una domanda di Alain che mette l’anziana Mme Amparat in non poco imbarazzo:

“Pensate[, mamma,] che ci sia un modo – è un’idea che mi gira per la testa, – un modo carino, naturalmente – che non scontenti nessuno, – un modo di impedire che Camille abiti qui?”

Il modo, come ben vede l’imbarazzatissima Mme Amparat, si chiama divorzio. Ma non siamo ancora a questo punto.

Camille, naturalmente, si rende conto di qualcosa; non riesce però a cogliere il problema nella sua interezza, non ne vede i reali contorni. Il suo disagio e la sua ostilità si concentrano sulla gatta. Questo è corretto, o quantomeno giustificato, perché l’affetto di Alain per la gatta è immensamente superiore all’affetto per la moglie (sempre che di un suo affetto per la moglie si possa parlare); ma trascura o non vede il fatto che la gatta è il nucleo vivo, emotivo e emozionante, di qualcosa di più vasto e imprescindibile che altro non è se non l’identità narcisista di Alain: a più riprese Colette ne sottolinea la bellezza, e il mattino della notte di nozze osserva che, sorgendo dal letto coniugale completamente nudo, “poiché la porta a specchi […] lo rifletteva dalla testa ai piedi, Alain la aprì con compiacente lentezza e non si affrettò a richiuderla”. L’ingenua Camille però vede in Saha una rivale, e non va più in là:

“— Vado a vedere se i lavori…

— Oh, i lavori!… Ti interessano forse, i lavori? Confessa — incrociò le braccia in una posa da attrice tragica — confessa che vai a trovare la mia rivale!

— Saha non è la tua rivale, disse Alain con semplicità.

«Come potrebbe essere la tua rivale?», continuò fra sé. «Tu puoi avere rivali soltanto nell’impuro…»”

Con questo siamo al cuore (a uno dei cuori) del problema. Per Camille, innamorata del marito, la sessualità è spontanea e priva di doppiezza, non ha secondi fini. Per Alain il suo matrimonio è una questione multistrato in cui generalmente deve tenere per sé ciò che pensa.

“«Se non ti avessi scelta, Saha, forse non avrei mai saputo che si può scegliere. Quanto al resto… Il mio matrimonio soddisfa tutti, Camille compresa, e ci sono dei momenti in cui soddisfa anche me, ma…»”

Camille non è stata scelta. I rapporti coniugali con Camille, quanto a qualità, a tono, rientrano nella serie delle avventure occasionali, complicati dal fatto che, in questo caso, Alain non può semplicemente squagliarsela al mattino presto scendendo le scale senza far rumore. Durante tutto il romanzo Alain la squadra e la soppesa, ne valuta i diversi pezzi (“ha una una schiena da popolana”, “se non sta attenta, l’attaccatura del collo le dà un che di tracagnotto”, “le calze di seta, le gambe, ecco quel che aveva di meglio”), non molto diversamente da quel che farebbe un macellaio con un quarto di bue appeso a un gancio. La sessualità spontanea e accesa di Camille lo sconcerta e lo irrita, ci vede qualcosa di indecente. Poiché Camille ingrassa mentre lui dimagrisce, le attribuisce malignamente tratti vampireschi:

“«È vero, è ingrassata. Nel modo più seducente, peraltro, perché anche i suoi seni…» Tornò su se stesso e si scontrò, di cattivo umore, con l’antica rimostranza virile: “Ingrassa a fare l’amore… Si ingrassa della mia sostanza.» Insinuò una mano invidiosa sotto la giacca, si tastò le costole e smise di ammirare la fossetta e le guance infantili.”

Sullo sfondo di una sessualità così intesa da Alain – una sessualità funzionale ad altro: a un matrimonio che accontenta tutti, a una veloce soddisfazione personale, a calmare gli ardori della moglie e estrometterla finalmente, avere spazio per sé, per la zona sacrosanta del suo sé a cui nessuno, tranne Saha, ha accesso – sullo sfondo di una sessualità così intesa è chiaro che Camille ricade nella zona dell’impuro e corruttibile, mentre a Saha, adamantina, bluastra nei riflessi della pelliccia certosina, fedele e disinteressata, spetta di diritto il regno dell’immutabile e intatto, il passato favoloso dell’infanzia che ha disegnato una volta per tutte, per Alain, i contorni del suo io, e che egli è ben deciso a non abbandonare.

Stando così le cose è inutile e meschino, da parte di Camille, prendersela con la gatta, sfogare su di lei la frustrazione per ciò che le sfugge di Alain (quasi tutto). E quando, spinta dalla gelosia e, bisogna dire, da un demone della calura estiva, spinge Saha giù dal parapetto di una terrazza del nono piano, non fa che affrettare la fine del matrimonio. Che si conclude la sera stessa, quando Saha, miracolosamente salva, e Alain, che ha capito come si sono svolti i fatti, riparano nella vecchia villa Amparat – i cui lavori di ampliamento, finalmente conclusi, non serviranno ormai a nessuno. Il problema che tormentava Alain, e al quale non trovava soluzione: come impedire a Camille di insediarsi nella vecchia casa con giardino, si è risolto praticamente da solo. 

A questo punto un dubbio di non poco conto assale il lettore: Alain aveva già avuto prove dirette e indirette della crescente insofferenza di Camille nei confronti della gatta. Sapeva che, dal suo punto di vista, Camille aveva valide ragioni di esserne gelosa. Perché non ha cercato un modo di tutelare Saha? Perché l’ha lasciata dal mattino alla sera in balia della rivale? Se si guarda al risultato, si direbbe che Alain ha contato sulla gatta per liberarsi di Camille; che ha messo a rischio la vita della gatta per recuperare la libertà di adolescente irresponsabile. Lui naturalmente non lo ammetterebbe; però in un certo senso torna.

Resterebbe da dire qualcosa sull’accostamento fra uno scrittore giapponese e una scrittrice francese, accomunati dal periodo – gli anni trenta del secolo scorso – e soprattutto dal tema insolito. C’è fra loro, al di là delle analogie, una differenza continentale, che so, di stile, di insieme? O almeno, quale dei due mi è piaciuto di più?

Poiché per Tanizaki devo basarmi su una traduzione, e poiché procedendo, per quanto lentamente, nello studio del giapponese, mi rendo sempre più conto che una traduzione letteraria da questa lingua è di fatto una riscrittura, che io mi metta a parlare dello stile di Tanizaki non ha molto senso. Oltretutto mi manca qualsiasi termine di confronto. Certo è che invece la duttilità della prosa di Colette, la sua abilità di cogliere e fissare la singolarità irripetibile degli istanti, la sfumatura che di una situazione generale fa un evento particolare unico e tuttavia condivisibile, rappresentativo, è ammirevole; al confronto il testo di Tanizaki –  ripeto: in traduzione e per una persona non abituata alla prosa giapponese – rischia di apparire quasi rozzo, stranamente primitivo.

Se però devo dire quale dei due preferisco, allora mi sembra che il racconto di Tanizaki sia più aperto, contenga più possibilità; che una certa, immagino apparente, noncuranza per la “forma letteraria” lasci maggiormente trasparire una casualità della vita, un’attitudine del destino a prendersi gioco di noi – quando rovescia i nostri piani ma anche quando fa emergere una consolazione dall’odore pungente degli escrementi di gatto. Al contrario il porsi, per Colette, spontaneamente e senza esitazioni nel solco di una tradizione letteraria sovrana, l’aderirvi pienamente e senza ripensamenti, finisce per collocarla senza appello in quella che Cioran, qualche anno più tardi, chiamerà “la claustrofobia francese”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storie di gatte 1: Tanizaki Jun’ichirō, LA GATTA, SHŌZŌ E LE DUE DONNE

SHOZO

 

“Dal mattino seguente, Lily e Shinako diventarono amiche inseparabili. La gatta pareva fidarsi ciecamente della nuova padrona e mangiava con gran gusto il riso con le scaglie di tonnetto essiccato e beveva il latte. Faceva con estrema puntualità i bisogni nella sabbia più volte al giorno, e l’odore pungente aleggiava nella piccola stanza di quattro tatami e mezzo lasciando riaffiorare nella mente di Shinako molti ricordi. In alcuni momenti addirittura le pareva di rivivere i giorni in cui abitava a Ashiya. Non era forse quello l’odore della casa in cui era vissuta per alcuni anni insieme a Shōzō? Un odore intenso e inconfondibile che impregnava i fusuma, i pilastri di legno, le pareti, i soffitti e tutto quello che c’era nella casa di Ashiya. Con quel particolare afrore sempre nel naso, Shinako aveva patito per due anni e mezzo la difficile e dolorosa convivenza con la suocera e con il marito. A un certo punto aveva cominciato a maledirlo quel puzzo nauseabondo, non ne poteva più, e invece adesso quasi lo amava e sembrava suscitare in lei solo ricordi piacevoli. Aveva odiato la gatta anche a causa di quel tanfo insopportabile, lo stesso tanfo che ora si era trasformato in un dolce profumo e le rendeva ancora più cara quella piccola bestiola. Da quel giorno prese l’abitudine di dormire sempre in sua compagnia, a stretto contatto con lei, e si chiedeva come avesse potuto respingere in passato una creatura così affettuosa e obbediente. E pensò a se stessa in quel periodo come a una donna perfida e volubile, se non addirittura diabolica.”

Iniziamo con le abitudini igieniche della gatta Lily e l’afrore che impregna le case in cui vive, invece che con qualche descrizione della sua agilità, viva intelligenza e temperamento affettuoso, perché vorrei sottolineare il carattere morale di questo racconto di Tanizaki Jun’ichirō, pubblicato nel 1936 e apparentemente leggero: studio di figure in un ambiente – anzi in due -, divertissement fine a se stesso per un pubblico amante dei gatti.

In realtà la gatta, per quanto graziosa e accattivante, è soltanto una gatta; le sue reazioni rispondono a una logica imprevedibile perché non umana; non sono mai quelle che, antropomorficamente, i personaggi si aspettano o si augurano. Nel racconto la bestiola è via via caricata di significati e implicata in piani machiavellici che essa scrolla via da sé con indifferenza, poiché in nessun senso le appartengono; la sua funzione, in definitiva, è di essere una specie di limite a cui i personaggi si affacciano con stupore e da cui gli si aprono sconcertanti prospettive – come accade, nel passaggio citato, a Shinako, la quale dopo aver impiegato tutte le sue doti di astuzia per farsi cedere la gatta, amatissima dall’ex marito, unicamente come strumento per riconquistarlo, finisce per amarla incondizionatamente e per vedere la se stessa di un tempo in una luce del tutto nuova.

Il racconto si apre con una lunga lettera di Shinako a Fukuko, la rivale vittoriosa che si è insediata, come legittima consorte, nella casa di Ashiya. Nella lettera la moglie ripudiata, che nella disavventura coniugale ha perso tutto, chiede di poter riavere almeno la gatta, perché le ricordi la felicità passata. Sapendo che l’ex marito Shōzō è attaccatissimo alla bestiola, Shinako pensa di appoggiare la sua richiesta insinuando in Fukuko il sospetto che Shōzō ami più la gatta della moglie – come era stato con lei stessa e come, Shinako mostra ipocritamente di temere, potrebbe accadere ora alla rivale.

Al lettore poco esperto di cose del Giappone – e soprattutto del Giappone intorno al 1936 – la lettera di Shinako trasmette l’impressione di buona borghesia agiata, di donne la cui occupazione principale consiste nell’analisi e puntuale descrizione dei propri sentimenti nella cornice di una casa minimale, ampia e luminosa. La realtà, come ci viene via via svelata, è un po’ diversa. La stessa Shinako, che nella débâcle coniugale ci ha rimesso pure il corredo messo insieme in anni di economie, vive ora in una stanzetta presso la sorella sposata e sbarca il lunario con lavori di cucito. Quanto alla “bella casa di Ashiya”, a cui va la sua inguaribile nostalgia, essa ci appare più accroccata e maltenuta che minimale (“Aveva sistemato il tavolino all’estremità della veranda sul retro della casa, ancora sporca di fango e detriti a causa dei recenti allagamenti.”). La casa è occupata al pianterreno dall’agonizzante negozietto di casalinghi della famiglia; dopo la costruzione della nuova statale e della linea ferroviaria Hankyū infatti la zona si è impoverita e spopolata, è chiaro che si dovrebbe trasferire l’attività, installarsi altrove. Purtroppo, “oltre a non avere la più pallida idea di come affrontare la questione, Shōzō era decisamente pigro e incurante degli affari. L’idea di finire in povertà non lo scalfiva più di tanto, e d’altronde non si era mai impegnato nel commercio.”

Lasciamo stare che io su quello “scalfiva” avrei qualcosa da ridire (ovviamente non perché sia in grado di leggere l’originale giapponese, ma perché in italiano si scalfisce qualcosa, non qualcuno), e concentriamoci su questo bamboccione buono a nulla, questo non cresciuto come dicono adesso, figlio unico viziato dalla mamma, mai diventato adulto a tutti gli effetti, quindi con qualcosa di infantile che lo rende innocuo e piuttosto simpatico; peraltro dispostissimo ad aderire all’opinione dell’interlocutore, facilmente manovrabile e tuttavia con un fondo di caparbietà, un nucleo ultimo di abulia che diventa una fedeltà a se stesso, un rifiuto, quando si viene al dunque, di “eseguire”, di entrare compiutamente nei giochi dell’altro.

Nei giochi dell’altro, o meglio delle altre, poiché Shōzō deve fare i conti con tre donne: Shinako, la moglie in carica Fukuko, e la vecchia madre Orin. All’origine del ripudio di Shinako – la nuora virtuosa e lavoratrice, ma sprovvista di capitale – ci sono le macchinazioni di Orin, dovute in piccola parte a un’antipatia personale, ma più che altro alla necessità di reperire per Shōzō una moglie che garantisca la sicurezza economica:

“Tuttavia l’avidità di Orin non era fine a se stessa ed era in un certo senso comprensibile. In definitiva tutto quel denaro non serviva a lei, in fondo non le restavano molti anni da vivere. Il suo cruccio era di potersene andare in pace all’altro mondo, assicurando un futuro a Shōzō, il cui carattere debole e poco intraprendente non lasciava ben sperare.”

Fukuko, la prescelta, è la figlia del fratello di Orin – e in questo caso la solidarietà famigliare si sposa con necessità complementari: il fratello di Orin e zio di Shōzō desidera ardentemente accasare la figlia, la quale però, pur disponendo di rendite, non trova marito a causa di un passato poco limpido e di un’indole che fa mal presagire per il futuro. Orin offre rispettabilità in cambio di sicurezza, e Fukuko stessa ha tutto l’interesse a entrare in una casa in cui l’autorità della suocera sarà sostanzialmente azzerata dall’inferiorità economica, e in cui la debolezza di carattere del marito le permetterà, entro certi limiti, di continuare a fare quello che le pare.

Dal canto suo Shinako, la ripudiata, che non l’ha presa bene non tanto perché sia innamorata di Shōzō (uno così, lo ammette volentieri anche lei, meglio perderlo che trovarlo) quanto per la brutalità con cui è stata messa alla porta, è convinta di aver perso una battaglia ma non la guerra e vuole servirsi della gatta Lily come di un piede di porco per scassinare la nuova unione, dapprima suscitando la gelosia di Fukuko nei confronti della gatta per gettare discordia nella coppia, poi risvegliando in Shōzō il rimpianto e la nostalgia di una loro ipotetica ideale convivenza.

Ma se il passaggio della gatta Lily da un affidatario a un’altra destabilizza e crea scompiglio, il nuovo assetto delle alleanze non è quello calcolato. Fukuko, pur subodorando la trappola ordita da Shinako, finisce per cadervi. Tuttavia la gelosia la porta non ad assicurare la presa sul consorte, bensì a credersi tradita e a strillare su due piedi che se ne torna da papà; sicché Orin, che della nuora viziata e fannullona si faceva andar bene tutto, compresa la biancheria sporca imbucata negli angoli bui degli armadi, vede sfumare l’agognata tranquillità economica. Ma questi sono i personaggi più superficiali e “facili”, e la scena in cui si accapigliano, perché Fukuko vuole andarsene seduta stante mentre Orin cerca di trattenerla, è una scena da farsa. Con gli altri due le cose sono più complesse e più interessanti.

Al nuovo sguardo con cui Shinako considera il suo sé del passato abbiamo già accennato. Durante la convivenza con Shōzō, Shinako si è mostrata quello che si dice una bravissima donna, interamente dedita al risanamento finanziario della famiglia, al quale sacrifica fino all’ultimo soldo delle sue sudate economie – inutilmente, si capisce, perché per chiudere le fisiologiche voragini di bilancio ci vuole ben altro che i suoi modesti risparmi. Tuttavia Shinako – in questo molto più simile a Orin della sua fortunata rivale – ne ha fatto un obiettivo di vita a cui subordina ogni altra considerazione, non risparmiando al consorte i mugugni e le critiche per la sua inettitudine e mostrando insofferenza per la gattina che è l’unico oggetto delle sue preoccupazioni. Quando viene cacciata per far posto a Fukuko, l’opinione pubblica è tutta per lei, e lei stessa si compiace di contemplarsi con lo sguardo compassionevole dell’opinione pubblica. Ecco come si vede invece dopo che Lily le è stata affidata:

“Per Lily sono disposta a tutto, non lo farei per nessun altro al mondo, si sorprendeva a pensare quando andava a procurarsi la sabbia, meravigliandosi del compito ingrato cui si sottoponeva in virtù dell’affetto verso l’animale. Perché non la trattavo anche prima con la metà dell’attenzione di adesso?, continuava a chiedersi pentita. Se mi fossi comportata così fin dall’inizio, non sarei andata incontro a una sorte tanto avversa; mio marito non mi avrebbe mai allontanata da casa e non avrebbe accolto un’altra al mio posto. È tutta colpa mia, sono stata una stupida imprevidente. Una donna incapace di voler bene a una creaturina dolce e innocente merita fino in fondo di essere odiata e ripudiata dal marito. Loro non c’entrano niente, il loro complotto è riuscito soltanto a causa dei miei difetti e della mia insensibilità…”

Lily, col suo comportamento imprevedibile, ha avuto su Shinako l’effetto – raro! – di indurla a uno sguardo esterno e spregiudicato su se stessa, al pentimento e al miglioramento. Anche se i piani di riconquista del marito perduto, come è probabile, non andranno in porto,  Shinako ha già avuto una ricompensa, espressa dalla metafora dei piedi freddi: come è noto, le case tradizionali giapponesi durante l’inverno sono tutte uno spiffero e Shinako, che è freddolosa, passa le notti a tremare dentro il futon, con l’unica, irrinunciabile consolazione di una borsa dell’acqua calda. Ma acqua calda o no i piedi rimangono gelidi, nemmeno la presenza del marito riusciva a scaldarli, anzi Shōzō si irritava non poco quando si svegliava di soprassalto al casuale contatto con quelle estremità gelate. Ora però, da quando Lily si infila la sera nel futon e si raggomitola nella scollatura della sua camicia da notte sprigionando un prodigioso calore, Shinako non ha più freddo e si addormenta serena, con i piedi caldi, in quel  tepore celeste.

Veniamo ora a Shōzō l’infingardo, la cui unica ragione di simpatia risiede nel fatto che egli assomiglia molto, in effetti, alla sua gatta – con la differenza che una gatta non è chiamata a gestire un negozio di casalinghi. Costretto da Fukuko a cedere Lily alla ex moglie, Shōzō soffre di nostalgia – e soffre anche perché Fukuko, volendo impedire che il marito si rechi da Shinako con la scusa di rivedere Lily, lo sorveglia strettamente e gli proibisce di uscire. Ma un pomeriggio che la consorte è andata a trovare i suoi, affidando a Orin la sorveglianza del marito, Shōzō, dopo un diverbio con la madre, prende la bicicletta e esce.

“Poco prima aveva detto che voleva andare a giocare a biliardo, lo desiderava in tutta sincerità. Ma era rimasto così scosso dopo il diverbio con Orin che il biliardo non lo attirava più. Senza una meta precisa in mente, percorse la via lungo la riva del fiume Ashiya suonando di continuo il campanello, sbucò sulla nuova statale, attraversò quasi d’impulso il ponte Narihira e si diresse verso Kōbe [cioè nella direzione della casa di Shinako, n.d.r]. Mancava poco alle cinque, ma il sole d’autunno stava già calando in fondo alla strada che correva lunga e diritta. I raggi obliqui da ovest rischiaravano il paesaggio in larghe fasce orizzontali pressoché parallele e radenti la superficie del manto stradale. La luce rosseggiante investiva frontalmente la carreggiata, dove passanti e veicoli avanzavano trascinandosi dietro ombre di smisurata lunghezza. Shōzō correva dritto verso il sole, tenendo il capo abbassato e rivolto di lato per difendersi dai riflessi abbaglianti dell’asfalto simili a lame d’acciaio.”

È una delle poche scene in un esterno, e forse l’unica che non si svolge nelle dipendenze o in prossimità di una casa. C’è qualcosa di liberatorio nella fuga di Shōzō dal negozio di casalinghi, dalla moglie e dalla madre coalizzate contro di lui, decisissime a fargli varcare la soglia dell’età adulta tramite il sacrificio della gatta; c’è qualcosa di infantile, di ridicolo e di commovente in quest’uomo che fugge dall’assunzione di responsabilità pedalando a più non posso e suonando di continuo il campanello. Ma c’è anche un tono particolare, storico, nella luce della scena; una luce che c’è stata in quegli anni e poi più, come nei quadri di Edward Hopper; come se fossero necessari, per produrla, uno sradicamento e la vicinanza dell’Oceano.

I timori di Fukuko e, con segno inverso, le speranze di Shinako – che la gatta finisca per ricondurre Shōzō in una zona di influenza della prima moglie – sono infondati. L’avversione di Shōzō per Shinako è profonda e radicata; quando immagina una possibilità di rivedere la gatta la sua preoccupazione maggiore, oltre a eludere la sorveglianza di Fukuko, è come fare per non incontrare Shinako:

“Nonostante l’ansia che lo tormentava, fino ad allora aveva obbedito alla volontà della moglie e non si era mai azzardato ad andare dalle parti di Rokkō. Tra l’altro, oltre che dalla severa sorveglianza delle due donne di casa, era frenato anche dal pensiero di rivedere Shinako e di cadere nella sua astuta trappola. In realtà non aveva ancora capito fino in fondo perché l’ex moglie avesse insistito così tanto per avere la gatta, ma sospettava che avesse imposto a Tsukamoto [l’intermediario sia del primo matrimonio che nella questione della gatta, n.d.r.] di non dargli notizie in modo da lasciarlo nell’ansia e nell’incertezza per attirarlo verso di sé. Da una parte desiderava accertarsi che Lily stesse bene, ma dall’altra la sua avversione nei confronti di Shinako aumentava giorno dopo giorno e il suo umore ne risentiva irrimediabilmente. Voleva rivedere Lily a ogni costo, ma non sopportava l’idea di finire tra le grinfie dell’ex moglie. «Ah, finalmente ti sei deciso a venire!» immaginava di sentirsi dire da Shinako, lì ad accoglierlo con la bocca distorta in un ghigno trionfante. Il solo pensiero gli faceva ribrezzo.”

Ma quando, nuovamente in fuga da casa e approfittando di una breve assenza di Shinako, Shōzō riesce a penetrare nella stanzetta di quattro tatami e mezzo dove trova una Lily perfettamente accudita e in salute, ma indifferente alla sua presenza, quasi che l’età (la gatta ha più di dieci anni) e i numerosi parti le pesassero improvvisamente addosso impedendole movimenti e effusioni che vadano oltre le generiche, sollecitate fusa, i suoi pensieri sono diversi:

“Riflettendo a fondo, a causa del suo carattere Shōzō aveva cacciato la prima moglie e aveva anche causato numerose sofferenze alla sua adorata gatta. E per giunta quella mattina non aveva avuto neanche il coraggio di entrare in casa propria e si era trascinato quasi senza volerlo nella stanza di Shinako. Lì, mentre ascoltava la gatta che faceva le fusa e sentiva l’odore acre dei suoi escrementi, gli veniva solo voglia di mettersi a piangere… Povera Shinako, povera Lily!, pensava. Ma non sono forse io il più miserabile di tutti, solo al mondo e senza un posto dove andare?”

Senza preludere a un facile quanto improbabile happy end, anche su Shōzō l’incontro con la gatta, diverso da tutto ciò che, antropomorficamente, aveva potuto immaginare, ha l’effetto di una spiazzante autoagnizione sulla quale, come su un terreno devastato ma solido, potrà eventualmente costruire.

Resta da dire qualcosa della gatta, che occupa il primo posto nel titolo e molto spazio nel racconto, mentre qui è passata un po’ in secondo piano. Lily è speciale, pensa Shōzō, perché è straordinariamente intelligente, e la sua intelligenza si vede nella quantità di sentimenti diversi che esprime con lo sguardo. Non è sempre stato così. L’evento che ha fatto emergere il sentimento negli occhi della gatta è stato il primo parto:

“Allora Shōzō si commuoveva e lasciava l’anta socchiusa. Lily sporgeva la testa fuori dalla cassetta, dietro pacchi e scatole accatastati alla rinfusa, e lo guardava senza smettere di miagolare. Che creatura meravigliosa, è così dolce e sensibile, quasi non sembra un animale, pensava Shōzō trattenendo a stento le lacrime. In effetti la gatta aveva assunto un’aria misteriosa e intrigante: gli occhi che brillavano intensi in fondo all’oshiire buio non erano più quelli di una gattina birbona; a poco a poco avevano acquisito una luce femminile e sensuale, erano pieni di vanità, fascino e languida malinconia.”

Anno dopo anno e parto dopo parto (Lily è una gatta estremamente prolifica), la tristezza e la spossatezza del tempo e della generazione dominano nello sguardo di Lily e forniscono la base per la solidarietà pre-umana, creaturale, a cui determinate persone (Shōzō, più tardi Shinako) sono in grado di rispondere. Non c’è, in Lily, nulla di leziosamente antropomorfico, ma qualcosa di molto più profondo e perturbante che ci riguarda tutti: la malinconia della creatura.

 

 

 

Per favore abbassate quelle luci. Il LIBRO D’OMBRA di Tanizaki Jun’ichirō

Tanizaki

Il Libro d’ombra (ma il titolo originale, In’ei Raisan, è Elogio dell’ombra; Bompiani lo modificò per distinguerlo dall’omonima raccolta di poesie di J.L.Borges) è un breve saggio di Tanizaki Jun’ichirō (1886-1965) pubblicato nel 1933, e in traduzione italiana nel 1982. Tanizaki è considerato uno dei tre “grandi” del Novecento giapponese; gli altri due sono Kawabata e Mishima. Non avendo ancora letto nulla di suo, ho cominciato da questo Libro d’ombra: perché è corto, e perché mi sono piaciuti titolo e copertina.

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Una rivolta contro gli eccessi dell’elettricità – leggi le lampadine da troppe candele – così come le difficoltà incontrate nel costruirsi una dimora che fosse al tempo stesso tradizionale e non priva degli agi della modernità, diventano per Tanizaki il punto di partenza per una critica della precipitosa adesione del Giappone alla civiltà occidentale – una civiltà “di cui sarebbe sciocco negare la grandezza”, e che assicura certo grandi vantaggi, ma che ha portato i giapponesi a vivere “in una società d’accatto”. Una società in rapida evoluzione verso modi di vita che non sono i loro.

C’è in questo brusco cambiamento qualcosa di fatale, nel doppio significato di inevitabile e di esiziale. Inevitabile perché, Tanizaki lo ammette senza problemi, “davvero modesti […] erano i progressi da noi compiuti negli ultimi cinquecento anni”; ma esiziale, poiché in assenza di progressi autonomi il Giappone, e con lui l’intero Oriente, si è trovato a dover assumere quelli elaborati da altri, radicati in modi completamente diversi di vedere le cose, e che necessariamente andranno a cozzare contro le strutture dell’indole orientale. Da qui fantasticherie e domande senza risposta:

“Quali sarebbero le forme della nostra società se Oriente e Occidente avessero elaborato, ognuno per conto suo, civiltà scientifiche distinte? Come differirebbero le nostre vite? Questi pensieri mi accompagnavano spesso durante la giornata. Se, per esempio, avessimo sviluppato una fisica e una chimica nostre, forse anche tecnica e industria si sarebbero incamminate su strade diverse dalle attuali; avremmo avuto utensili, medicine, manufatti meno lontani dalla nostra indole; forse gli stessi principi della fisica e della chimica si sarebbero configurati altrimenti, e altre sarebbero state le nostre teorie sulla luce, sull’elettricità, sull’atomo.”

(Come sarebbero i nostri televisori, se a prevalere fosse stata la teoria dei colori di Goethe invece di quella di Newton? Non ne ho idea, ma c’è da scommetterci che qualche differenza ci sarebbe).

Non si tratta quindi, per Tanizaki, di un rifiuto simil-heideggeriano della tecnica e dell’industria in quanto tali, ma di una tecnica e di un’industria importate:

“Nessuno può dire se un giorno saremmo arrivati a fabbricare un tram, un aereo, una radio equivalenti a quelli che oggi usiamo, e che tuttavia più armoniosamente si accordassero con i nostri bisogni.”

Questo è il quadro generale: un quadro in cui a un pacato rammarico per come sono andate le cose si associano nostalgiche fantasie su come sarebbero potute andare. Ma fra le varie perdite che una troppo servile acquisizione del modello occidentale affligge al Giappone, il libro si concentra sulla perdita dell’ombra, o della penombra, come medium visivo e quasi tattile della peculiare vita domestica giapponese. E di nuovo non si tratta di demonizzare il passaggio all’elettricità: “Da finestrini di treni notturni che attraversavano la campagna ho spesso intravisto, dietro gli shōji di misere case contadine, nude lampadine brillare sotto semplici paralumi desueti. L’effetto era squisito.” Si tratta piuttosto di non imitare pedissequamente l’Occidente – l’Occidente che anche ai tempi delle candele e dei lumi a olio si pensava comunque per la luce; si tratta di non dimenticare la vocazione opposta e l’affinità dell’anima giapponese con la penombra.

Pur essendo un’estimatrice del lume di candela e avendo conseguentemente consumato, negli anni, quantità ragguardevoli di paraffine più o meno nobili (le candele di qualità hanno prezzi proibitivi) – pur trovandomi quindi in una posizione favorevole per apprezzare l’elogio dell’ombra, non sono però mai stata in Giappone, e in ogni caso nessuna macchina del tempo potrebbe trasportarmi nel Giappone del 1933 o addirittura, saltando a piè pari l’occidentalizzazione, negli ultimi anni del periodo Edo. Non mi resta che attenermi a quel che dice Tanizaki, e cercare di immaginare.

Dunque secondo Tanizaki nell’organizzazione domestica e in generale nell’intra muros giapponese tutto – dai gabinetti, al toko no ma, alle sale del teatro  – era progettato per essere in penombra. Innumerevoli erano gli schermi e gli ostacoli frapposti fra la luce esterna e le stanze di soggiorno: verande, lunghi e bassi spioventi, gronde profondissime, per non parlare degli shōji, le ante scorrevoli di porte e finestre con i riquadri di carta al posto del vetro, che lasciano filtrare una luminosità smorta e uniforme. E tutto quanto era nelle stanze era pensato per la penombra: dai broccati intessuti d’oro degli abiti da cerimonia ai disegni tracciati con polvere d’oro o d’argento sugli oggetti laccati, che esposti alla piena luce rischiano di apparire dozzinali o quasi volgari proprio perché fatti per mandare singoli, indistinti bagliori nell’ombra:

“Solo la penombra permette di ammirare la beltà di una lacca. Benché oggi se ne fabbrichino anche di bianche, i colori tradizionali delle lacche restano il nero, il marrone, il rosso. Si direbbero tinte per accumulo, ottenute sovrapponendo molti strati di oscurità, quasi per materializzare le tenebre circostanti. Un cofanetto, un tavolo minuscolo, una mensola a muro, tutti quegli oggetti in legno laccato così spesso decorati con disegni in polvere d’oro o d’argento – i maki e -, possono, se una luce troppo intensa vi cade, offendere gli occhi, e apparire lampanti, e persino volgari. Ma lasciate che, per qualche tempo, le tenere li intridano, e poi esponeteli non agli splendori del sole e dell’elettricità, ma ai deboli guizzi di un lume a olio o di una candela: subito assumeranno una fisionomia grave, sobria, nobilmente riflessiva. Gli artigiani di una volta, quando applicavano la lacca e la decoravano di maki e, avevano in mente locali fiocamente illuminati. Doravano sino alla profusione e alla stravaganza, perché conoscevano i segreti dell’ombra, e la magia dell’oro, che persino nel buio più fitto sa scoprire e attirare pagliuzze di luce.”  

Dunque la bellezza dell’oggetto non è in sé, ma nel risalto che può avere su uno sfondo d’ombra; e l’ombra è a sua volta lo scrigno in cui soltanto può manifestarsi la bellezza. Ciò che è vero per la bellezza degli oggetti laccati, tanto più lo è – lo era – per la bellezza muliebre:

“Raramente le donne dei ceti alto e medio uscivano di casa; per la maggior parte della vita, restavano chiuse, e come sepolte, nel segreto di grandi dimore ombrose; quando uscivano, si rannicchiavano in fondo ai palanchini. Erano visi – visi e nient’altro. Portavano vestiti sobri, mentre quelli maschili sgargiavano. Colori indescrivibilmente spenti fasciavano mogli e figlie dei borghesi. L’abito non era che una transizione fra la persona e la tenebra circostante. Per rendere completo il fondo buio, sul quale la pelle del viso doveva spiccare luminosamente, era stata introdotta l’usanza di annerire i denti.

[…] A me basta […] pensare a mia madre, per figurarmi le donne dei tempi andati. Nella stanza più interna della nostra casa di Nihon-bashi, nel cuore della Tōkyō antica, la vedevo trascorrere lunghe ore china sul suo lavoro di cucito. Una luce fievole giungeva, dal giardino, sin là. Gli anni erano quelli intorno al 1890. Ancora le case si costruivano come vasi per l’ombra, e mia madre, le mie zie, le altre donne maritate della famiglia si tingevano i denti di nero. […] Erano donne senza quasi esistenza corporea. Di mia madre ricordo il volto, le mani, i piedi, ma niente del resto del corpo. Pensando a lei mi torna in mente la statua del Kannon, nel tempio di Chūgū-ji. Le mammelle hanno lo spessore di una cartilagine su una tavoletta piallata; rigidi e perpendicolari, ventre e schiena non presentano tondezza alcuna; solo i fianchi sono segnati da un leggerissimo incurvarsi. Di una magrezza tremenda, senza proporzione con il viso e con gli arti, quel torso femminile senza ispessimenti ha più forma di bastone, che di corpo umano. Così doveva essere, nuda e in antico, la donna giapponese.

[…] Donne che abitavano nell’ombra non avevano bisogno di possedere un corpo: bastava loro un viso bianco, che si abbeverasse a una luce scarsa. […] La perla, fosforescente nei luoghi bui, smarrisce alla luce del sole gran parte del suo fascino. Non v’è bellezza in lei, fuorché quella creata dai contrasti di luce e ombra. Come i legni laccati di nero con disegni in polvere d’oro, o gli oggetti intarsiati di madreperla, la donna era per i nostri avi un ornamento dell’oscurità. Per questo la affogavano nell’ombra, la avvolgevano in lunghi kimoni, lasciavano che solo piccoli lembi di carne pendessero o emergessero da svasature o imboccature profonde. È possibile che, svelato, il corpo piatto e disarmonico di una giapponese sarebbe apparso privo di grazia, vicino a quello di un’occidentale; ma ciò che non si vede presto si oblia, e quasi non ha esistenza. Chi vuole toccare con mano la beltà, è condannato a dissolverla e a rovinarla.”

Kannon

 

Parrebbe tuttavia che l’affinità fra il Giappone e l’ombra sia radicata, o si incarni, in qualcosa di più materico e di più ineluttabile di una mera predilezione estetica. Qualcosa che ha intriso il colorito e la consistenza della pelle prima ancora di depositarsi, come una patina gelosamente custodita (guai a lucidare il metallo di stoviglie e suppellettili!), sugli oggetti. Non si tratta di più chiaro o più scuro: ci sono giapponesi con la pelle molto chiara e occidentali con la pelle più scura della media giapponese. È piuttosto come “un pigmento d’ombra [che continua] a ristagnare sotto l’epidermide” per quanto chiara essa sia. È la coscienza confusa di una “scuritudine”, come un vedere “dall’alto, sul fondo di un limpido specchio d’acqua, un sudiciume lungamente accumulato.” La si può interpretare, questa peculiarità orientale, come “un’inclinazione ad accettare i limiti, e le circostanze, della vita”, laddove l’occidentale, in una continua smania di miglioramento e di progresso, “vuol mutare di stato”. L’amore dell’ombra sarebbe una preventiva dichiarazione di diversità rispetto all’Occidente, resa molto prima che dell’Occidente si avesse contezza. Sarebbe, l’ombra, la manifestazione tangibile di questa diversità e una specie di disagio che ora ne deriva. Nella consapevolezza della consistenza inspessita e come maculata del proprio essere si radicò presso gli antichi, secondo dice Tanizaki, per consonanza e camuffamento la predilezione per le tenebre.

Ma io preferisco pensare che vi sia, nel disagio che viene dall’ombra e nell’ombra si cerca di stemperare, una vendetta delle donne sacrificate all’amore del chiaroscuro:

“Alti erano i soffitti di un tempo, sia nelle case, sia nei luoghi di piacere, e ampi corridoi permettevano di accedere a sale grandi molte decine di tatami. Là l’oscurità regnava, come una nebbia fittissima; nel suo liquido denso e oleoso, le nostre donne erano state messe a macerare. […] Le visibili tenebre dei grandi interni erano più conturbanti delle stesse tenebre esteriori; chi vi sostava, credeva di percepire minuscoli esseri fluttuare nell’aria; lemuri e spettri le prediligevano. Del resto, non erano spiriti arcani anche le donne che vivevano là, dietro tende pesanti, oltre porte scorrevoli, difese da più e più strati di paraventi? Le tenebre le abbracciavano con mille tentacoli d’ombra, si insinuavano nella scollatura e nelle imboccature delle maniche, passavano sotto l’orlo dei kimoni, colmavano ogni vuoto e ogni interstizio. O forse non era così; forse erano quelle stesse donne, come il ragno mostruoso della leggenda, a secernere, dalle dentature annerite e dalle punte dei capelli corvini, le tenebre in cui vivevano.”