ISHIBASHI

Disegno di Ann Cotten per il suo racconto “Ishibashi”, da: A.C., “Lyophilia”, Suhrkamp 2019

‘Ishibashi’ è una parola giapponese che significa ‘ponte di pietra’. È composto da ‘ishi’ che vuol dire pietra e ‘hashi’ che vuol dire ponte. Mi dicono che è anche un cognome piuttosto diffuso. Comunque esiste un proverbio che dice: “Prima di attraversare un ponte di pietra, saggiane col piede la solidità”. Il disegno rappresenta la sezione trasversale di una nave, con indicazioni di baricentro e metacentro. Cosa c’entri col racconto non l’ho capito. Ma magari qualcuno più acuto di me (e più versato in fisica) lo capirà. Buona lettura.

ISHIBASHI

La lingua dell’Intelligenza Extraterrestre, come la chiameremmo noi, è piena di giochi di parole, come li chiameremmo noi. Gli effetti sono, diremmo, fatali, ma questo sembra non disturbare gli Extraterrestri, anzi, essi sono fatti di questa fatalità, che per loro è sinonimo di destino, o omonimo, che non è la stessa cosa ma è espresso dallo stesso segno, e perciò è cosa che deve essere continuamente discussa.

Quando decisero di colonizzare la Terra, cioè diciamo di utilizzarci come forma di comunicazione (allo stesso modo che noi, per dire, parliamo del «linguaggio dei fiori»? No, siamo piuttosto, noi e quello che chiamiamo «senso», il loro inchiostro, la loro langue, o il loro computer), noi cominciammo a parlare. Quali che fossero le percezioni che avevamo avuto prima, nello specchio dell’essere degli Extraterrestri il loro intreccio cominciò a dispiegarsi e prendere forma in un sistema manifesto, in altre parole a lavorare come lingua, IN QUALITÀ di lingua.

Gli Extraterrestri, dicevamo, che nei nostri confronti hanno scelto la forma 宇宙人a, raccontano fra loro diversi aneddoti sull’alba della colonizzazione. Uno di questi dice così:

Come dobbiamo raccontarlo?[1]

Quando si disse che veniamo al mondo nella forma di «Ishi», alcuni lo interpretarono come «pietra» e si espressero in forma di manufatti di pietra. Furono, dei due, piuttosto i pensatorib di lunga durata. Gli altri preferirono interpretarlo nel senso di «volontà»c e da quel momento si sono furiosamente sbizzarriti in miliardi di scaramucce e altre attività, della specie umana in particolare. Se si guarda a loro, la Terra assomiglia un po’ al giardino dello zio di Tristram Shandyd. E una piccola frazione si è capricciosamente fissata sulla lettura «Easy»e e offre voli a basso costo e altri servizi che lubrificano determinate reti.

Teniamo presente che già la forma dell’aneddoto o saga è un’attività di automimetismo. Ghirigoro, una figura frequente dello sviluppo di questo sistema – sviluppo che necessariamente si perde nella sabbia, dunque va storto (frattale: quindi sia che cresca sia che si interrompa in ogni caso si perde); un sistema che, come qualcosa che in seguito all’evoluzione rimane fermo in un punto, è truccato su una continua collisione con se stesso.

(Traduzione mia)

Notre della traduttrice:

a: uchūjin, extraterrestre

b: Nei casi in cui il genere non sia specificamente maschile o femminile, Cotten usa il cosiddetto gendering polacco, che consiste nell’inserire come suffisso, random, tutte le lettere che formerebbero la desinenza maschile o femminile. In italiano uscirebbe qualcosa come ‘pensatorici’, o ‘pensaritoci’, o qualcosa del genere, a piacere. Ma visto che l’italiano distingue fra il maschile e il femminile anche nell’articolo plurale, negli aggettivi predicativi, participi passati ecc., la cosa diventava troppo complicata e ho lasciato perdere.

c: ‘ishi’, stesso suono, ma con ideogramma diverso, significa ‘volontà’.

d: nel suo giardino, lo zio Toby costruisce fedeli modelli di fortificazioni europee, che danneggia o modifica fedelmente secondo gli sviluppi delle guerre in corso.

e: il collegamento è l’analogia fonetica fra ‘ishi’ e ‘easy’. Lo dico perché subito io non ci ero arrivata.


[1] La classica formula di inizio degli aneddoti degli Extraterrestri. (Nota dell’autrice)

In questo brevissimo racconto che apre la recente raccolta Lyophilia (2019) Ann Cotten fissa i trascendentali della sua poetica. Il fondamento individuato è la lingua. (Se ne possono individuare altri? Volendo, certo. Lei individua quello). Risulta che noi, che ingenuamente crediamo di avere una lingua, siamo in realtà noi stessi la lingua di qualcun altro: degli Extraterrestri. Extraterrestri: figura per una razionalità superiore. Il termine in sé è relativamente casuale (“… che nei nostri confronti hanno scelto la forma 宇宙人“), e la scelta, da parte di Cotten, di renderlo in ideogrammi sottolinea l’idea di un significato autonomo, in certo modo scollegato da una controparte fonetica (uno stesso ideogramma può essere letto in modi diversi), un signifié senza signifiant. A monte di Saussure, che studia il segno linguistico prodotto da noi, noi stessi siamo il segno (“noi e quello che chiamiamo «senso»“) di una lingua che ci ingloba e trascende: che è il nostro trascendentale. Ciò che caratterizza questa lingua, inoltre, non è la denotazione, il momento ostensivo, l’indicare univocamente la cosa, ma l’aspetto analogico, ambiguo, che è alla base del gioco di parole e del motto di spirito.

Un sistema truccato su una continua collisione con se stesso. “La forma dell’aneddoto o saga“, dice Cotten, “è un’attività di automimetismo“: le narrazioni che mirano a spiegare sono in realtà automimetiche, cioè servono a nascondere precisamente il fenomeno che pretendono di palesare. La lingua e produzione inconscia di senso (siamo la langue degli Extraterrestri), ultimo portato dell’evoluzione, non può uscire dai propri moduli, dalle “formule” e dai “ghirigori”, che hanno necessariamente andamento frattale e non possono che collidere con se stessi.