LUCE D’INVERNO

Su Hölderlin e la sua malattia psichica avevo dato qualche informazione qui. Quando, nel maggio del 1807, viene dimesso come incurabile dalla clinica del Dottor Autenrieth a Tubinga, dove aveva subito quello che oggi chiameremmo un TSO lungo 231 giorni, Hölderlin ha trentasette anni. Trascorrerà i seguenti trentasei, fino alla morte avvenuta nel 1843, affidato alle cure premurose e pazienti della famiglia del mastro falegname Zimmer, nella casa di questi, addossata alle vecchie mura di Tubinga, e precisamente in una stanza della torre sul Neckar nota oggi come “Torre di Hölderlin”.

All’inizio del XX secolo la filologia germanica incarica la psichiatria di indagare, per quanto possibile sulla base degli scarsi documenti, la patologia di Hölderlin, e questo con lo scopo di valutare il peso letterario della produzione poetica dopo il 1807, così diversa – minimale in un certo senso – dalla precedente. In parole povere: ciò che Hölderlin scrive dopo il 1807 è da considerarsi ancora “sensato” – quindi oggetto adeguato della critica e della storia letteraria, o no? Il responso della psichiatria positivista dell’epoca è: schizofrenia catatonica, e – corollario – no, i prodotti di uno schizofrenico catatonico non sono da considerarsi sensati.

Lasciando da parte gli entusiasmi dei romantici che volevano leggere degli oracoli di un dio in questi componimenti strani, “semplici” e – a differenza di tutta la produzione precedente di Hölderlin improntata alla metrica classica – rimati, cerchiamo di dare qualche informazione oggettiva. Del periodo del cosiddetto “ottenebramento” ci rimangono una cinquantina di poesie – una scelta probabilmente casuale -, in parte scritte su commissione (gliele chiedevano i visitatori che, a misura che fuori dalla torre la fama del poeta cresceva, venivano a omaggiare il genio ottenebrato), difficili da datare, poiché le date apposte dall’autore sono di anni o addirittura di secoli precedenti o seguenti il momento reale, e firmate con vari pseudonimi, spesso italiani, il più noto dei quali, e il preferito negli ultimi anni del poeta, è: Scardanelli.

Del resto pare che nei confronti degli occasionali visitatori, che riceveva piuttosto malvolentieri, il poeta fosse assai restio ad ammettere una continuità con l’identità precedente (“Io, signore, non sono più dello stesso nome, io mi chiamo ora Killalusimeno.”), o che comunque la propria identità, nuova o vecchia, volesse proteggerla, ripararla da un contatto con l’esterno, creare una distanza che facesse da cuscinetto. In questo senso – creare una distanza di sicurezza – sono da intendere anche i titoli altisonanti e assolutamente fantasiosi con cui si rivolgeva ai visitatori: “Signor Barone”, “Altezza Serenissima”, “Vostra Maestà”, addirittura “Santità”; o anche la frase che sempre ritornava, quasi a rassicurarsi: “Non mi succede nulla”.

Ma forse l’Io era veramente uscito di scena – grande liberazione in fondo. Della novità della rima nelle poesie di questo periodo abbiamo detto. La rima si somma alle regolarità metriche di verso e strofa e produce un effetto particolare e inatteso: “Le ripetizioni concatenate di ritmo e suono si rafforzano però vicendevolmente e sortiscono così […] l’effetto di una lingua che si autoproduce, in apparenza indipendentemente da una persona che le dà voce e senso.” (H.U. Gumbrecht, qui). Quando, negli anni Sessanta del secolo scorso, si cominciarono a studiare questi testi senza considerarli a priori oracolari o viceversa pazzoidi, si notò l’intento di tenere l’Io fuori dal gioco – di superare una liricità legata all’io. L’opera di Hölderlin prima della crisi non si lascia ascrivere né alla corrente classica né a quella romantica, tuttavia sia nell’Iperione che nelle poesie la voce di un Io è possente. Dopo la crisi e le devastazioni della malattia, è come se egli considerasse l’io uno stadio da superare, una tappa che è stata lasciata indietro per raggiungere una dimensione più rarefatta e pura in cui le cose sono in un certo senso in sé, nello spazio ma non nel tempo (nella poesia che segue, il fiume che scorre è meno splendido del resto della natura), pacificate e pacificanti.

Nell’imminenza del solstizio e in ricordo degli inverni freddi, secchi e risplendenti che non vedremo più, offro umilmente (mit Untertänigkeit) la traduzione di questa poesia, consapevole del fatto che in poesia ogni traduzione è un pis-aller, che la mia, volendo mantenere un metro regolare e, dove poteva, le rime, si espone a infinite critiche; consapevole anche del fatto che gli ultimi due versi, nell’originale, si prestano almeno a due diverse interpretazioni. E insomma, prendetela com’è.

Friedrich Hölderlin, L’INVERNO

Quando il giorno dell’anno è declinato

E il campo intorno con i monti tace,

Il blu del cielo infiamma le giornate

Che svettano al sereno come faci.

Meno diffuso e vario è lo splendore

Là dove un fiume scorre via impaziente,

Ma lo spirito* di quiete alla splendente

Natura è nel profondo debitore.

24 gennaio 1743

Con deferenza

Scardanelli

*Così il verso diventa un dodecasillabo. Ma non ho avuto cuore di scrivere ‘spirto’.