ANTOLOGIA PUTINIANA

Coi tempi che corrono, il mensile di geopolitica Limes è diventato la mia lettura preferita. Sarà che noi pensionati non abbiamo niente da fare, aspetto il dieci del mese con l’impazienza con cui mio padre, in tempi pacifici, aspettava il giovedì della Settimana enigmistica. L’ultimo numero poi si annuncia stratosferico. Sperando di fare cosa gradita, propongo una piccola antologia.

  1. Avevo visto giusto (v. qui):
La Chiesa ortodossa è all'avanguardia nella campagna di promozione dei martiri bianchi, a cominciare dalla famiglia reale. Ma il cuore del presidente non vibra di simpatia per Nicola II martire (1894-1917), icona verso cui il patriarcato moscovita e di tutte le Russie indirizza la devozione del suo gregge. Figura troppo debole per l'attuale padrone del Cremlino. Incapace di salvare lo Stato dai sovversivi. Nel pantheon degli zar Putin preferisce Nicola I (1825-1855) e Alessandro III (1881-1894), di sicura fede reazionaria e accentratrice. Adesione monumentalizzata il 18 novembre 2017, quando Putin inaugura a Jalta, in Crimea, una colossale statua marmorea dell'ultimo Alessandro con inciso il suo motto: «La Russia ha due soli alleati, il suo esercito e la sua flotta». Sempre valido, parrebbe.

(Editoriale del direttore Lucio Caracciolo: "Platov non ha paura")

Unica pecca: non pare che l’esercito e la flotta siano attualmente all’altezza del caso che ne faceva Alessandro III.

2. Più chiaro di così:

L'Urss, a prescindere dai suoi problemi interni, rimase quasi fino alla fine uno dei due fulcri strutturali della geopolitica globale. La Russia in quanto Stato suo erede ha perso tale status e i tentativi di recuperarlo non hanno portato risultati. Persino il ripristino della potenza dello Stato e la riconquista di un posto tra le principali potenze mondiali - due realtà - non hanno fatto della Russia un nuovo perno dell'ordine internazionale. L'unica chance di ottenere tale status è la distruzione del sistema stesso.

(Fëdor Luk'janov, "Un 'vecchio pensiero' per il nostro paese e per tutto il mondo")

Cioè: poiché per la Russia l’unico modo di essere nuovamente un perno dell’ordine internazionale è la distruzione di questo ordine che – pensa lei – le impedisce di diventarlo, esso deve essere distrutto. Non perché è sbagliato o insufficiente o che so – questo, semmai, viene dopo. Semplicemente perché, stando le cose come stanno, la Russia non riesce a essere un perno dell’ordine internazionale come sarebbe suo pieno e buon diritto.

Si chiama narcisismo patologico. Ma un narcisismo molto particolare, molto russo. Luk’janov infatti non si nasconde che quello in cui si sta impegnando la Russia è un grande azzardo, un azzardo rischiosissimo; una roulette russa, veramente. Il suo punto di partenza retorico, tuttavia, è che il sistema liberale è in piena decadenza, vegeta senza speranza, un malato terminale. Nell’inerzia e irresolutezza generale la Russia, magnanimamente, si rende disponibile a dargli il colpo di grazia. Perché la Russia, così Luk’janov, ha una vocazione per i colpi di grazia; si può dire che la sua grande, e in verità unica, vocazione e abilità è dare il colpo di grazia; quello che viene dopo magari fa un po’ schifo, però nel colpo di grazia sono insuperabili. Luk’janov ammette tranquillamente di non avere idea di che cosa sorgerà dalle ceneri della Grande Distruzione; ma che importa, dal momento che l’altruistica missione della Russia per il bene del mondo è la distruzione? Del tutto disinteressata, questo è il bello. Dei veri Cristi in croce:

Per l'ennesima volta (forse la quarta) in un centinaio d'anni la Russia si è assunta in totale abnegazione di sé il ruolo (e l'onere) di protagonista dei cambiamenti globali. Non si è stancata? «In un certo senso possiamo dire di essere un'eccezione tra i popoli. Apparteniamo al novero di quelle nazioni che non sembrano far parte integrante del genere umano, ma esistono soltanto per dare una grande lezione al mondo. L'insegnamento che ci siamo destinati a dare non andrà sicuramente perduto, ma chi sa il giorno in cui ci ritroveremo finalmente in mezzo all'umanità e quanta miseria dovremo sopportare prima che i nostri destini si compiano?» Parole di Piëtr Čaadev nelle sue Lettere filosofiche del 1836. Centosettanta anni fa l'autore di queste affermazioni, un noto intellettuale russo di vedute liberali, venne ufficialmente riconosciuto pazzo pericoloso. A torto.

(Luk'janov, ibid.)

[Piccola osservazione: centosettanta anni fa, scrive Luk'janov. 1836 più 170 fa 2006, non 2022. Il quadro ideologico era pronto e redatto ben prima del 2022, e anche del 2014.]

A torto dice Luk’janov. A ragione, secondo me, almeno a giudicare da queste mistiche sviolinate identitario-messianiche. Che fra l’altro, nel nostro piccolo e in formato più ridotto, ce le abbiamo pure noi (avete presente Del primato morale e civile degli italiani?) – anzi, non credo esista popolo che in un momento o nell’altro della sua storia non si sia assegnato una missione salvifica per l’intera umanità e oltre. Roba passata, abbiamo il buongusto di non tirarla fuori.

3. Il padre di tutte le cose

La cosa che, fin dall’inizio, più mi ha colpito di tutta questa storia – una caratteristica impossibile da non notare, qualcosa che davvero salta agli occhi – è la qualità marcatamente vecchia, sorpassata, involontariamente autoparodica, fuori dal tempo e dunque fuori dal mondo dell’intervento russo e di tutta l’ideologia che lo sostiene, e che lentamente è emersa alla mia stupefatta coscienza. D’altra parte Luk’janov giustamente titola Un ‘vecchio pensiero’ per il nostro paese e per tutto il mondo (dove il virgolettato pare francamente inutile) e sottolinea lui stesso l’effetto “macchina del tempo” dell’iniziativa russa:

Il terrore [dice lui, con riferimento immagino alle reiterate minacce nucleari da parte della Russia, che non ha altre carte da giocarsi] determinato in Occidente dalla prosecuzione delle attuali operazioni militari su vasta scala è legato non soltanto alla tragedia umanitaria ma alla sensazione di trovarsi in una macchina del tempo. Tornano in fretta consuetudini che parevano ormai appartenere per sempre al passato.

(Luk'janov, ibid.)

Ma ecco il vecchio pensiero per la Russia e per il mondo:

Il febbraio 2022 ha segnato anche l'inizio di un altro esperimento, di dimensioni altrettanto grandi, almeno in potenza. La Russia sta tentando di invertire il corso della politica resuscitando il «vecchio pensiero politico» (lo si può anche definire «tradizionale») per sé e per il mondo intero. I princìpi di questo pensiero sono opposti a quelli dichiarati dal «nuovo» pluralismo dei valori (invece dell'universalità), equilibrio delle forze (e non degli interessi) come base dei rapporti internazionali e, infine, il classico conflitto armato come modalità di risoluzione delle controversie quando altre strade non sono percorribili. 

(Luk'janov, ibid.)

Confesso che non capisco la frase relativa al “nuovo pluralismo dei valori”. Quindi la Russia sarebbe per l’universalità dei valori? Mi pareva che il multipolarismo predicato da Putin/Dugin andasse nel senso opposto, benché in effetti un “pluralismo dei valori” portato avanti da una bizzarra combinazione di ancien régime e capitalismo scasso sia un po’ difficile da immaginare. Boh. Ma quello che mi interessa è l’ultimo punto: “il classico conflitto armato come modalità di risoluzione delle controversie quando altre strade non sono percorribili”. Come qualcuno ha detto molto tempo fa, la guerra è il padre di tutte le cose, e la massima si sposa bene con la dottrina del colpo di grazia e della gaia distruzione. Resta da vedere se questa guerra, totalmente anacronistica come di fatto ammette anche Luk’janov, sarà padre dell’agognata affermazione mondiale della Russia o del suo definitivo ridimensionamento.

4. La paranoia al potere

Dopo quattro anni di pausa dal Cremlino nel nome del rispetto della costituzione, Putin vi torna nel 2012 tra le proteste che sono un'umiliazione e una sfida. Il capo dello Stato è rincorso dall'idea sempre più fissa della minaccia americana, ora non solo ai confini ovest lambiti dall'espansione della Nato ma anche dentro, contro di lui personalmente. Scatta così la svolta conservatrice e autoritaria da cui la Russia non tornerà più indietro. Famiglia, radici cristiane, memoria storica [ovviamente manipolata, ndr], patriottismo: negli ultimi anni il putinismo nella sua funzione di collettore valoriale si è posizionato in crescente opposizione all'Occidente. La narrazione è imperniata sulla Russia sotto assedio, alternativa a una civilizzazione condannata a definitivo declino per negazione delle proprie radici. In questo senso è sottinteso un soft power russo a un certo punto messo alla prova con i sovranisti di mezza Europa. Ma ufficialmente Mosca professa la non ingerenza: niente da insegnare e niente da imparare, ripetono da anni i vertici moscoviti, la Russia non esporta modelli di società, contrariamente a quanto fanno gli americani.
Forse anche perché un modello compiuto non c'è.
[...]
La riunione del Consiglio di sicurezza del 21 febbraio scorso, prologo dell'invasione dell'Ucraina, ha ricordato a molti i racconti apocrifi delle riunioni nella dacia di Kuncevo tra Stalin e i suoi più stretti collaboratori, terrorizzati all'idea di dire qualcosa di sbagliato. I russi ricordano anche come il leader sovietico andasse ripetendo che bisognava vivere «come in una fortezza assediata, il nemico è ovunque».

(Orietta Moscatelli, "Putin=Russia Russia=Putin", possibilmente da leggere tutto)

Povera Russia, il cui unico principio di identità è la maniacale idea fissa dell’aggressione esterna.

Per oggi mi fermo qui. La prossima volta, per par condicio, sentiremo l’altra campana, quella che addossa tutta la responsabilità agli Stati Uniti.

UNA QUESTIONE CULTURALE

Capito per caso (qui) sulla traduzione di un’intervista a Héléna Perroud, autrice nel 2018 di una biografia di Putin che secondo qualche commentatore vira al panegirico. L’intervista, originariamente pubblicata su Le Point, è breve, con qualche testa-coda sbalorditivo: ad esempio, a leggerla diresti che Putin ha spianato Groznyj per amore dei ceceni. Mi ha colpito l’ultima risposta, probabilmente non nel senso inteso dall’intervistata:

Al di là della Nato e delle considerazioni storiche, non si può non vedere una dimensione di civiltà in questa opposizione tra la Russia e l’occidente…

E’ vero che, nei confronti dell’occidente, i russi sono passati in trent’anni dall’ammirazione alla compassione. Dicono che noi occidentali siamo in una deriva totale. Questa dimensione di civiltà esiste, effettivamente. E’ sempre difficile da immaginare, ma i russi, in media, sono più acculturati di noi. Leggono molto di più, sono intrisi di una cultura classica che viene insegnata a scuola, anche negli istituti di campagna. Nella metropolitana di Mosca, per esempio, non vedrete delle pubblicità spazzatura, ma immagini dei paesaggi russi o spiegazioni sull’origine di una lettera dell’alfabeto.(Neretti nel testo)

Perroud rileva che i russi “sono intrisi di una cultura classica che viene insegnata a scuola, anche negli istituti di campagna“. Lo enuncia come una differenza specifica perché in Francia – come, credo, in tutti i paesi occidentali tranne l’Italia – la cultura classica non viene insegnata a scuola; né negli istituti di campagna né in quelli di città. È una scelta che ha degli inconvenienti – un’ignoranza pressoché totale del passato, in particolare del passato remoto, mentre da noi si ignora di regola il passato prossimo -, ma anche dei vantaggi: una maggiore dimestichezza e capacità di riflessione sul presente, e soprattutto quella che io chiamerei una maggiore “presenza a se stessi”, possibile appunto perché nell’educazione, e segnatamente in campo umanistico, si cerca il più possibile di evitare gli schematismi – cioè le conoscenze (ma bisognerebbe dire le pseudoconoscenze) non autonomamente verificabili: quelle “che vengono insegnate a scuola”.

“Il ministero dell’educazione ha concepito un programma fondato sul trinomio autocrazia, ortodossia, nazionalismo come principale guida del regime e del sistema politico. Secondo questa dottrina, il popolo deve mostrare lealtà all’illimitata autorità dell’autocrate, alle tradizioni della Chiesa russo-ortodossa e alla nazione russa“. Ah no, pardon, c’è un errore, non è il programma di Putin per l’istruzione pubblica! Volevo fare un copia-incolla da Wikipedia ma sono finita per sbaglio sull’articolo Russia sotto Nicola I (1825-1855). Forget it e torniamo a noi.

Dal punto di vista dei programmi scolastici quindi, mentre c’è uno iato fra la Russia e l’Occidente, con l’Italia sembrerebbe di poter constatare un’affinità, un comune amore scolastico per il passato. Temo però che l’analogia sia tutta di superficie; infatti in Italia il perdurare dell’approccio “classicista” – in realtà storicista e nozionista – è legato soprattutto all’inerzia nazionale, che negli apparati statali, e in particolare negli istituti di per sé e di necessità conservatori come la scuola, raggiunge picchi ragguardevoli; mentre in Russia, mi par di capire, è una cosa sentita. Prima di trarne qualche conclusione, vediamo la faccenda della pubblicità spazzatura (che poi non ho capito cos’è: esiste una pubblicità di qualità, a prescindere dalla maggiore o minore efficacia?)

Il mio primo soggiorno parigino risale al 1978 0 ’79, non ricordo bene. All’epoca vivevo nella Bundesrepublik. Ricordo che a Parigi la metropolitana era letteralmente tappezzata di grandi manifesti pubblicitari nei quali jeunes loups o jeunes lions facevano non so più cosa, in ogni caso a loro completa soddisfazione. I predatori carnivori, rappresentati in accattivanti pose antropomorfe, erano figura di giovani maschi rampanti alla conquista di acconcia situazione nella società. A Parigi, mica a New York. Forse perché a Parigi sono abituati a chiamare le cose con il loro nome. Me ne ricordo perché mi scioccarono. Io, che nelle società occidental-liberali mi sono sempre trovata benino, non mi capacitavo. Mi sembrava che ci fosse, in quella tranquilla magnificazione del potere e del profitto, qualcosa di osceno. Venendo dalla moralissima Germania non ero preparata. Si aggiunga che da diversi anni non ho la televisione (cioè: ho un vecchio apparecchio che non è collegato al digitale terrestre e che uso come schermo per i DVD), e che se si facesse il conto delle ore che in tutta la mia vita ho trascorso davanti al televisore nel senso di programmi televisivi si arriverebbe a un numero straordinariamente basso anche per una persona della mia generazione; si aggiunga ancora che quando vedo una pubblicità commerciale la mia reazione immediata e istintiva, tranne nei rari casi di pubblicità divertente, è il desiderio di non comprare il prodotto. Si avrà che non amo la pubblicità. Tuttavia non vorrei mai vivere in un mondo industriale o postindustriale qual è il nostro, Russia compresa, dove però nelle stazioni della metropolitana invece dei manifesti pubblicitari ci trovassi immagini degli intatti paesaggi nazionali o delucidazioni filologiche. Perché questa sarebbe una menzogna. Perché al momento i paesaggi nazionali rilevanti, per quanto ce ne possa eventualmente dispiacere, non sono quelli. Così come chiunque sia “intris[o] di una cultura classica che viene insegnata a scuola” è, in linea di principio, intriso di menzogna e ottimamente predisposto a credere alle menzogne diffuse dall’autorità religiosa e statale. E questo non per colpa dei testi “classici” in sé, che da questo punto di vista non hanno né meriti né colpe, ma per il loro passaggio attraverso la scuola che, dopo attenta scelta, ne fa dei bizzarri modelli atemporali, sorta di eunuchi culturali preposti all’evirazione degli educandi.

(Fortuna che ci sono altri canali: quelli normalmente aborriti dai pedagoghi, ma in grado di accendere gli immaginari.)

Impressionato dal crollo del regime precedente, l’autocrate inquadrò la società russa in una struttura rigidamente controllata. La polizia segreta, il “Terzo Reparto”, creò una vasta rete di spie ed informatori. Il governo esercitò la censura sulle pubblicazioni e su tutti gli aspetti della vita pubblica. Mantenne anche stretti controlli sul sistema educativo. Il ministero dell’educazione concepì un programma fondato sul trinomio autocrazia, ortodossia, nazionalismo …” Ma no! Di nuovo Nicola I! Ci deve essere sotto qualcosa. Fate come se non aveste letto e andiamo avanti.

Cioè, non mi resta che concludere: capisco benissimo che i russi ci guardino con compassione. In fondo è lo stesso sguardo con cui ci guarderebbe mio bisnonno, del quale si dice che avesse imparato a leggere da solo e fosse in grado di leggere il giornale, ma non sapeva scrivere. E che però, forse proprio perché gli mancò l’esperienza della scuola, era un individualista, uno spirito critico, e molto meno incline dei russi a bersi qualsiasi nazionalistica scemenza.

Quindi forse no, forse neanche lui sarebbe tanto indietro da guardarci così.

TRET’JAKOV, O DELLA SERVITÙ (II)

(La prima parte qui)

Ci chiedevamo, in chiusura della prima parte dell’articolo, perché, per la minuta frittura degli stati europei, a parità di sovranità limitata non deve essere legittimo e possibile decidere autonomamente da chi lasciarsela limitare, se dagli Stati Uniti o dalla Russia: quale cultura prendere a modello, in che sistema integrarsi. Il problema è che il modello russo – ed è un fatto – attira poco; questo crea un certo imbarazzo ai russi, tragicamente sprovvisti di appeal e abituati a ovviare a questa mancanza coi tank, per i quali hanno sviluppato negli anni un profondo affetto. Crea imbarazzo e problema perché va a cozzare direttamente contro il destino della nazione russa. Come dice infatti Tret’jakov in un articolo del 2018 (che sarebbe da leggere tutto), qui:

Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale e di conseguenza non c’è possibilità di scelta: se la Russia vuole continuare a esistere come nazione, paese e Stato, non può far altro che portare avanti una politica estera indipendente, anche se questa politica non soddisfa gli altri attori sullo scacchiere mondiale.

Ora, la politica estera indipendente della Russia, dalla quale dipende la sua esistenza come quella grande potenza mondiale che il suo destino la destina ad essere, comporta attualmente, senza possibilità di scelta, l’invasione e l’annessione diretta o indiretta dell’Ucraina o di gran parte di essa. Almeno detta così è più pulita: ci risparmia la balla della denazificazione. [In generale però de-qualcosa è un’espressione che piace molto a Tret’jakov, vedi ad esempio qui il video De-americanizzare l’Europa, dove de-americanizzare altro non vuol dire che smantellarne – e alla svelta, eh – le strutture politiche e militari per metterla, nei fatti, a disposizione del destino di grande potenza della Russia]. Vorrei però adesso concentrarmi sull’affermazione “Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale“. I concetti fondamentali sono tre: destino, storia, civiltà. Partiamo dal più traballante: civiltà. Tret’jakov sembra ignorare, o bypassa abilmente, il fatto che la civiltà russa, con quel tanto di barbaro e cosacco che la distingueva, ha subito nel 1917 una gigantesca frattura scomposta e un brusco reindirizzo in senso dialettico-tedesco, ha vagato per più di settant’anni nel nulla sovietico, eventualmente sopravvivendo in forma di samizdat, ed è ora in corso di artificiale riassemblaggio a partire da lacerti mummificati a cura di Putin, del patriarca Kirìll, e di pezzi da novanta della mistosofia quali Alexander Dugin. L’unico elemento originario, vivace e indistruttibile della civiltà russa è l’incapacità a sussistere senza un autocrate a vita, volgarmente detto monarca assoluto o despota, incapacità che ben si sposa con un identitarismo forsennato, residuo di secoli passati. Punto due, la storia: in effetti la storia russa è la storia di un impero di terra che nei secoli si è inglobato l’inglobabile e che nel momento della massima espansione andava, nei fatti, da Berlino a Vladivostok. Ma che, rispetto ad altri imperi, aveva e ha questo di particolare (e vagamente anacronistico): che la sua economia non corrispondeva alla sua enfiataggine né, ora, corrisponde alle sue pretese. Su cosa si basano dunque le pretese russe a essere un impero, se la sua economia è quella di un modesto stato (con tutto il suo gas e il suo petrolio, il pil della Russia è più o meno quello dell’Italia)? Si basano in primis sul suo arsenale nucleare: del tutto scollegato da qualcosa come una reale potenza che non sia esclusivamente militare e segnatamente nucleare; e in secundis su una grande forza, su una forza fortissima: sulla volontà di essere un impero, indipendentemente dallo stato delle cose. E qui veniamo al destino. Quando si parla di destino degli individui, il discorso mi interessa, e molto. Mi pare che in quel caso si parli di qualcosa la cui esistenza è più che ipotizzabile, e ancorabile a fatti quali l’assetto genetico e le sue, limitate e predittibili, interazioni con l’ambiente. In questo senso il destino è qualcosa che preesiste a ogni futuro sviluppo dell’individuo e lo determina – se parzialmente o totalmente rimane da discutere. Ma quando si parla di destino dei popoli e delle nazioni e si intende non ciò che è già avvenuto in seguito a fatti e scelte che sono stati in un certo modo ma potevano essere anche in un altro, che sono sottoposti cioè in largo margine alla casualità, bensì ciò che necessariamente dovrà avvenire sulla base dell’identità o assetto genetico di una intera nazione, sulla base di una sua presunta missione, allora qui per me si sconfina alla grande nell’irrazionalismo, heideggerismo, razzismo e nazismo – quattro fenomeni che si ritrovano puntualmente nella mistosofia dughiniana ma che sono anche impliciti nel Tret’jakov-pensiero, il quale non fa che illustrare e diffondere il pensiero di Putin e del suo socio di Kgb Kirìll.

Ma andiamo avanti. Torniamo alla Rivoluzione d’ottobre in atto in Ucraina, con la quale

il 24 febbraio 2022 la Russia ha sfidato apertamente l'egemonia americana, che da tempo schiaccia sotto il suo tallone anche quella che fu la grande civiltà europea, ovvero l'attuale Unione Europea non sovrana, chiusa nello schema della Nato. Gli «europei» non si sono decisi a ribellarsi, la Russia sì.

D’altra parte, su questa mancata ribellione da parte degli «europei» Tret’jakov ha la sua teoria. Scrive infatti a proposito delle basi Nato in Europa:

Gli Stati Uniti non si fidano né dei governi dei paesi europei, né dei loro popoli. Condividono la medesima paura provata dai governi di questi paesi (ad esempio Stati baltici o Bulgaria) nei confronti dei loro stessi popoli: temono che, senza una presenza militare statunitense, questi potrebbero semplicemente rovesciare chi li governa e «rinnovare» radicalmente la classe dirigente.

Insomma, proprio dire che i popoli degli Stati baltici desiderano precipitarsi nuovamente nelle braccia della Russia sarebbe un peu fort anche per Tret’jakov; quindi ripiega su questo radicale «rinnovamento» della classe dirigente. E chissà cosa vuol dire. Probabilmente che anche gli Stati baltici, e la Bulgaria, e mezza Europa vorrebbero – ma non possono – aggregarsi alla nuova Rivoluzione d’ottobre. Non so per la Bulgaria; per gli Stati baltici sembrerebbe proprio di no. Ma che importanza ha, dal momento che proprio gli Stati baltici, insieme alla Polonia e ad altri non specificati, vengono qualche pagina dopo definiti “nani politici europei“? In un contesto da cui si evince chiaramente quanto gli brucia che questi “nani politici” guardino ora alla Russia in un certo senso da pari a pari.

Sia l’espressione “nani politici” che le tret’jakoviane ipotesi sui terrori e tremori degli Stati Uniti e dell’establishment europeo dicono parecchio di certi automatismi psichici: come il pontefice di infausta memoria Karol Wojtyla combatté sì il comunismo, ma governò poi la chiesa cattolica con gli stessi metodi di quel comunismo con cui era stato per più di trent’anni a stretto contatto, così Tret’jakov e gli altri, abituati al metodo russo di imposizione del dominio con la forza, e incapaci perfino di immaginare che un potere politico possa affermarsi diversamente che con l’imposizione e la forza, concepiscono l’allineamento dell’Europa su posizioni atlantiche unicamente nei termini di asservimento e schiavitù. Non gli viene neanche in mente che ci possa essere da questa parte dell’Atlantico un diffuso e vasto consenso sulle strutture di fondo precisamente perché, a dispetto dell’Oceano che ci divide e che Tret’jakov enfatizza neanche fossero le Colonne d’Ercole, queste strutture hanno una solida radice comune, una solidissima radice europea, liberale e illuminista, costata secoli di lotte, di sangue e di fatica, che i russi – sbalzati da un totalitarismo medievale a un totalitarismo comunista e poi di nuovo indietro a un regime medievale per cultura prima ancora che per strutture politiche – che i russi, dicevo, non sanno neanche cos’è. Io credo che se si guarda l’Europa – non l’Italia, famosa per aver ospitato il più grande partito comunista dell’occidente e per ospitare tuttora il centro di potere della chiesa cattolica, ma l’Europa -, il consenso sulle strutture di fondo liberali e illuministe, Tret’jakov n’en déplaise, sia piuttosto vasto. Non l’unanimità, certo – e Dio scampi: si sa che l’unanimità era soltanto bulgara.

Naturalmente, tutto è migliorabile – ma le rivoluzioni raramente migliorano qualcosa, meglio andarci per gradi. Di questo insomma, di un consenso euroatlantico migliorabile, sono piuttosto convinta; e questo intendevo quando nella prima parte dell’articolo parlavo di asimmetria; asimmetria fra i paesi dell’Europa occidentale (zona di egemonia Nato) e paesi del blocco sovietico: ritengo che il consenso popolare – come la libertà di esprimere il dissenso – fosse/sia molto più generale e assicurato/a fra i primi che non fra i secondi. Credo quindi che la Rivoluzione d’ottobre a cui Tret’jakov sprona i paesi europei dovrà attendere; mi auguro a tempo indefinito, ma chi lo sa. In questo spirito – del “chi lo sa” – mi congedo riportando il passaggio finale dell’articolo di Tret’jakov. Il lettore avrà la bontà di giudicare lui stesso della sua saggezza profetica o della sua mistificante follia. Mi limito a far notare che la parola ‘Ucraina’ non vi compare mai. L’Ucraina, come si sa, non dovrebbe esistere. Quindi è bene nominarla il meno possibile. Farla scomparire. Sim salabim: l’escamotage de l’Ukraine.

Il sic! in corsivo fra parentesi non è mio, ma si trova così nel testo di Limes.

Gli eventi del febbraio e del marzo 2022 sono paragonabili nella loro importanza storica e nelle loro ripercussioni globali (sic!) a ciò che accadde in Russia nell'ottobre 1917, ossia a quella che io chiamo ancora la Grande rivoluzione socialista d'Ottobre. Qui non si tratta di socialismo, ma del fatto che nel febbraio 2022 la Russia, proprio come nel 1917, si è liberata del controllo politico, economico, ideologico e, cosa molto importante, psicologico dell'Occidente. In questo momento storico, si tratta dell'«ultima e decisiva battaglia» (parole tratte dall'inno russo dell'Internazionale) per la Russia. La vittoria della Russia è attesa non solo da milioni di suoi cittadini, ma anche da decine di paesi (segretamente, anche da molti europei). L'egemonia globale degli Stati Uniti ha subìto un colpo poderoso. Il colosso sulle gambe di dollaro lo ha capito. Ecco perché è furioso. Ma crollerà. Perderà. Se ora non mi credete, ricordate almeno questa mia dichiarazione. Tra qualche anno, vedrete voi stessi che tutto era vero.

L’UCRAINA E LA FILOSOFIA (2): MA GLI UCRAINI ESISTONO?

Mi scuso per la cattiva qualità dell’immagine. Ho fotografato da Google, non sono su Twitter, né su alcun altro social network. Ma si dovrebbe leggere. Chi twitta è uno che ha dei princìpi. Saldi. Che gli permettono di fare dello spirito su quelli degli altri, anche nella tragedia. Infatti all’autore del tweet degli ucraini non gliene frega proprio niente, anzi, per lui gli ucraini in realtà non esistono. Esaminiamo la situazione dal suo punto di vista:

  1. Con l’orchestrazione integrale dell’Euromaidan – e sottolineo integrale, cioè orchestrata entrando in ogni singolo cervello di ogni singolo ucraino, operazione d’altra parte piuttosto facile dal momento che gli ucraini non esistono – gli USA hanno astutamente attirato l’Ucraina nell’orbita occidentale, fregandosene che ciò potesse irritare e allarmare i russi. Gli ucraini, che per postulato non esistono se non per essere manipolati dagli USA, non hanno avuto niente da ridire – e come avrebbero potuto dal momento che non esistono.
  2. La Nato, a questo punto l’unico attore, ha poi rifiutato di firmare un accordo secondo il quale l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella Nato. Qui la cosa diventa un po’ più complicata, perché in effetti la Nato difficilmente avrebbe potuto firmare qualcosa che andava contro il suo statuto, basato, fino a prova contraria, sulla libera volontà degli stati sovrani. Ma questo per l’autore del tweet non rappresenta certo un problema perché, come si diceva, per lui gli ucraini non esistono. Della mancata firma dà quindi una spiegazione raffinata, che ha il vantaggio di prescindere totalmente dall’esistenza e dalla volontà degli ucraini. Secondo l’autore del tweet infatti la Nato non ha firmato perché firmare avrebbe significato ammettere l’esistenza di un’altra potenza (la Russia) di pari livello, dignità, legittimità ecc. e questo gli USA non possono accettarlo perché vivono ancora in un universo unipolare, di cui essi stessi sono l’unico polo, e non hanno ancora fatto il passaggio all’universo multipolare in cui c’è una pluralità di poli. Che gli USA siano cosiffatti può benissimo essere vero, né io mi azzarderei a contestarlo. Ma che sia questa la causa della mancata firma è un’interpretazione filosofica, di filosofia della storia, materia quanto mai multipolare e caratterizzata precisamente da una pluralità di possibili interpretazioni. L’autore del tweet ad esempio trascura il fatto, abbastanza rilevante, che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, di fatto non è mai stato all’ordine del giorno, il che può venire interpretato, e infatti è stato da diverse parti interpretato, come una procrastinazione sine die: un modo insomma di venire incontro alla Russia senza apporre una firma impossibile. Ma questo il nostro twittatore non lo prende in considerazione. Andiamo dunque avanti. Prima però vorrei specificare, a scanso di equivoci, che gli Stati Uniti in sé non mi stanno particolarmente simpatici; in particolare il presidente Biden, della cui elezione mi ero comunque felicitata, mi pare abbia la consistenza della scoreggia che, dicono, mollò sotto il naso della esterrefatta Camilla. E me ne dispiace molto. Ma torniamo a noi.
  3. La mancata firma Nato (leggi USA) – e solo quella – determina la reazione della Russia la quale, logicamente, invade. Si badi: logicamente, non legittimamente. La legittimità non è una categoria del nostro autore, quindi la lasciamo fuori. Per il nostro autore la logica geopolitica, nella fattispecie la sua, tiene luogo di legittimità.

E a questo punto che succede? Succede qualcosa di incredibile: la contingenza hegeliana, gli individui, quelli che in qualche modo, va be’, ci sono – ma in modo attenuato, inconsistente, filosoficamente del tutto trascurabile – entrano di colpo in scena. Improvvisamente, guarda te, gli ucraini esistono. Sono. E piuttosto compatti anche. Una nazione – distinta da quella russa. Hanno anche certe idee, piuttosto chiare, e una volontà. Combattono. Non mollano. Questo potrebbe spiazzare il nostro filosofo della storia. Ma no, si riprende istantaneamente e ci mostra le cose come stanno (qui, qui e qui): Putin ha calcolato tutto, l’operazione militare speciale sta andando esattamente come l’aveva prevista, un vero Imperatore Palpatine, non c’è nessuna difficoltà, le forze impegnate sembrano poche perché le altre le tiene da parte per la guerra con la Nato, lo Spirito del Mondo viaggia sui tank invece che a cavallo ma Spirito del Mondo è. Gli ucraini soccomberanno, non caveranno un ragno dal buco, prima si arrendono meglio è. Quanto sono irritanti questi ucraini che non si arrendono, che non si rendono conto che l’Occidente li arma per combattere la sua guerra.

E su questo non ci piove: è la guerra dell’Occidente per l’autodeterminazione. Ma – e sembrerà strano – in questo momento è soprattutto la guerra degli ucraini. Che resistono. E una cosa è certa: comunque vada, gli ucraini un ragno dal buco l’hanno già cavato: poiché resistono, esistono. Nulla di ciò che è stato fatto, a quanto appare, è stato fatto sopra le loro inesistenti teste. Essi affermano la loro esistenza contro lo Spirito del Mondo. A piedi o a cavallo. (Esattamente quello, fra parentesi, che il nostro autore ammirava negli afghani talebani. Ma per gli ucraini, non si sa perché, non va bene. Anzi si sa: per lui lo Spirito del Mondo si incarna nei talebani e assimilati).

E questo, al momento, è quanto. Restano da dire due cose sull’autore del tweet e soci. La smania che hanno di vedere gli ucraini arresi, battuti, nullificati, riconsegnati alla non-esistenza nella pseudo-identità collettiva slava e imperial-ortodossa è comprensibile soltanto a partire dal loro proprio antimodernismo, dall’odio per il principio di autodeterminazione, dall’odio per l’idea di libera scelta come per l’idea stessa di individuo, che deve essere annebbiato e annegato in un brodo mistico etnico-religioso con abbondanza di passamanerie dorate e sottofondo di cori liturgici. Nella speranza che la grande anima russa finisca per ricondurre finalmente anche gli occidentali, liberali e recalcitranti, alla sottomissione al Sacro. Al Sacro Leader.

COSINE DAI CONFINI

Messaggio inoltrato dal gruppo di amici tedeschi su WhatsApp: “A tutti quelli che al momento hanno in casa quantità sufficienti di olio di semi e carta igienica. La settima prossima cervello in offerta nelle migliori macellerie!

Risposta di una coppia che si è trasferita da alcuni anni nella ex-DDR, in zona di confine: Erzgebirge, Monti Metalliferi, di là dalla strada è Repubblica Ceca:

“Come è vero! – qui all’est la gente ha cominciato subito a fare incetta; in momenti come questi si vede come la DDR non appartenga ancora affatto al passato.”

“Wie wahr, wie wahr – hier im Osten kam es augenblicklich zu Hamsterkäufen; in solchen Momenten ist die DDR noch lange keine Vergangenheit”.

Questo come aiutino a vedere l’allargamento a est della Nato da un’altra prospettiva.

FRATELLI SERBI

Leggo ora, dal Fatto quotidiano, la notizia “A Belgrado migliaia di persone in piazza per sostenere Putin: «Siamo fratelli»” (qui). Cito la frase finale della comunicazione: “Successivamente le persone scese in strade si sono dirette all’ambasciata bielorussa, dove hanno scandito i seguenti cori: «Serbi e russi fratelli per sempre», «la Crimea è Russia», «il Kosovo è Serbia»“.

Innanzitutto, bene che a Belgrado si possa manifestare, mentre a Mosca non si può. Magari i serbi potrebbero rifletterci. Ma non è questo che volevo dire. Volevo dire che l’assistente russa di mia madre (evito di proposito il termine ‘badante’ che lei non avrebbe accettato, e con ragione) – alla quale ripenso molto spesso in questi giorni e che è stata una vera miniera di informazioni indirette – mi disse una volta la stessa cosa, cioè che i serbi erano i loro fratelli – appunto come lo sono i fratelli: da sempre e per sempre, non è un legame che si possa fare e disfare. Ricordo che la scelta lessicale mi stupì abbastanza: non ero abituata a considerare la fratellanza fra i popoli come una cosa di sangue e destino, ma piuttosto come una cosa di amore, di volontà, di solidarietà; l’obiettivo assoluto, d’accordo, ma che si raggiunge, o si prova a raggiungere, a forza di determinazione e fatica, superando notevolissimi ostacoli che sarebbe sciocco ignorare. Lì invece no. Lì loro erano fratelli, un point c’est tout. Mi sembrò un pochino vecchio, un po’ rimasto indietro. Andava ad aggiungersi ad altre osservazioni che mi apparivano, come dire, datate. Ad esempio questa signora avrebbe voluto trovare in ogni paese europeo l’elemento nazionale, io direi folkloristico, che pensava di essere in diritto di aspettarsi: che so, la baguette col café au lait in Francia, le danze lusitane in Portogallo, il Wiener Schnitzel in Austria e Germania e gli orologi in Svizzera. Non trovandoli – o almeno non trovandoli nella misura pervasiva che immaginava – si sentiva defraudata di qualcosa. Mi è di conforto pensare che, se andasse in Catalogna, potrebbe assistere ogni domenica alle sardane spontanee in piazza. Rimane il fatto che a me queste nostalgie sembravano un po’ fuori tempo, non sono una fan della conservazione del passato sotto spirito. È un certo livello di omogeneità che può tutelare le differenze, non il contrario. Naturalmente sull’omogeneità si può e si deve discutere; ma da dentro, non da fuori. Anche su questo però la signora aveva idee ben chiare e definite. Disse ad esempio una volta (ed ebbe poi modo di ripeterlo), con la lapidarietà e la civiltà di una cannonata, che gli italiani sono servi degli americani. Lo disse mentre prendevamo insieme il tè che le avevo offerto, e siccome gli italiani saranno pure servi degli americani ma hanno il senso del rispetto per gli ospiti, e oltretutto ero stata colta piuttosto di sorpresa, mi limitai a un sorriso imbarazzato. C’era sicuramente nel suo atteggiamento generale una parte di frustrazione, come peraltro in Putin e nella Russia che lo sostiene. E lei infatti per Putin stravedeva. Se lo guardava beata sullo schermo del computer. Ci fece notare, con orgoglio, che aveva “gli occhi da lupo”; pare sia una caratteristica fisiognomica molto positivamente connotata; non so. Ma sto divagando. Aggiungo solo che per molti aspetti la stimavo e la ammiravo; non per tutti.

Ma per tornare al punto e alla fratellanza russo-serba, la stessa impressione di sfasatura storica – tragicamente ampliata, ça va sans dire – l’ho avuta con l’aggressione russa all’Ucraina. Non fosse che la gente muore davvero, e che la Russia ingloba davvero, e ingloba adesso, sembrerebbe di assistere a qualche filmato della metà del secolo scorso. La retorica di Putin – nel senso proprio del modo in cui parla – fa uno strano effetto; un effetto esotico, come sentir parlare l’indigeno di una remota isoletta. Ci sarebbe da ridere, non fosse che la remota isoletta ha un arsenale atomico.

Del marcio ce n’è dappertutto. Ma in Russia, e questa è la cosa preoccupante, c’è del vecchio.