Osamu Dazai, THE SETTING SUN

The setting sun

 

Alla fine l’ho letto in inglese. È vero che la traduzione italiana (Il sole si spegne, Feltrinelli) è di Bianciardi; ma è pur sempre una traduzione dall’inglese, la traduzione di una traduzione, e l’esperienza con Lo squalificato (qui) è stata talmente sconfortante che ho preferito non riprovare.

Non che la traduzione inglese sia recente: anche negli Stati Uniti continuano a ristampare la prima (e immagino unica), del 1956.  Ma come ho scoperto si tratta a suo modo di un classico. Quando infatti ho detto alla mia insegnante di giapponese che mi sembrava bella e ben fatta – sull’accuratezza e attendibilità naturalmente non potevo dir nulla, ma almeno non si era costretti a sobbalzare per le incoerenze e le scelte infelici – , lei mi ha chiesto chi era il traduttore. Un certo Keene, ho risposto, e Sōko-san si è illuminata: Ah, Donardo Keene, un grandissimo conoscitore e divulgatore della cultura giapponese! Insomma, pare che la mia impressione fosse fondata.

Dazai pubblica Il sole si spegne nel 1947, un anno prima de Lo squalificato, un anno prima del suicidio. Questo romanzo mi è piaciuto più del successivo, benché sia probabilmente meno perfetto. Sono difetti, secondo me, il carattere eccessivamente ideologico di alcuni passaggi, come pure della conclusione, e una certa ostentazione della cultura occidentale che fa un po’ parvenu. Anche l’aspetto che ho maggiormente apprezzato (il piacere della lettura è stato quasi da romanzo ottocentesco): l’approccio intimistico, a tratti dichiaratamente romantico, la nostalgia per un’aristocrazia superata dalla storia ma, nelle sue manifestazioni autentiche, insostituibile e inarrivabile – potrebbe apparire, nel 1947, antiquato. Tuttavia il lento morire della bellissima madre – the last lady in Japan -, l’atteggiamento distruttivo e autodistruttivo del figlio Naoji che non vede via d’uscita per sé e per la sua classe se non quella, discretamente praticata dallo zio Wada, di adeguarsi alla morale dell’utile, e l’esilissima e tenace speranza della figlia Kazuko – una speranza fondata su un episodio quasi inconsistente, su un fatto letterario, eppure è lei, la figlia che si occupa più che altro delle faccende domestiche, quella che vede giusto – queste tre tessere compongono il mosaico perfetto della fine di un mondo accompagnata da un germe di speranza: che dalla débâcle possa sorgere per gli individui una possibilità di autodeterminazione.

Il romanzo racconta la storia di una famiglia aristocratica che abbastanza improvvisamente, dopo la resa incondizionata del Giappone, scopre di non avere più i mezzi per mantenere l’usuale stile di vita. La grande casa di Tokyo viene venduta e la madre, vedova da diversi anni, si trasferisce con la figlia Kazuko (l’io narrante della gran parte del romanzo) in un villino in campagna nella bella penisola di Izu. Kazuko, quasi trentenne, vive con la madre ma è stata sposata ed è divorziata. Il bambino che ha avuto dal marito è nato morto – simbolo di un’unione senza futuro, un matrimonio secondo le regole con un uomo della sua classe sociale – entrambi giovani e senza esperienza della vita sentimentale e affettiva. Su Kazuko grava l’ombra dell’infedeltà coniugale – un’infedeltà che non c’è stata ma che lei lascia credere, per indifferenza e probabilmente perché l’infedeltà mai commessa ne nasconde un’altra, che vorrebbe commettere. Del secondogenito Naoji, universitario alcolista e oppiomane, debole, scapestrato e dilapidatore del patrimonio famigliare, che la guerra ha disperso nel Pacifico meridionale, non si hanno notizie. Il presente della narrazione è tutto nel villino “declassato” in campagna, il passato e i suoi episodi significativi vengono recuperati attraverso flash back.

Il romanzo è composto da otto capitoli ognuno dei quali ha un titolo molto breve – generalmente una sola parola. Il titolo del primo capitolo è: Serpente. Dieci anni prima, ricorda Kazuko, alla morte del padre, un serpentello nero è sgusciato via dalle coltri del morente, e quella sera a ogni albero e cespuglio del giardino era avvinta una piccola serpe:

“They didn’t especially frighten me. I only felt somehow that the snakes, like myself, were mourning my father’s death and had crawled out from their holes to pay his spirit homage.” 

Da quel momento però la madre, pur non essendo superstiziosa, vede nelle serpi un presagio ominoso e prova nei loro confronti una sorta di terrorizzata repulsione – un sentimento che va oltre la preoccupazione per il proprio destino individuale – essa non teme la morte – ma è piuttosto angoscia per il destino di un gruppo sociale che ha rappresentato l’anima dell’intero paese. Ora però, nel villino in stile cinese di dubbio gusto (altro segno di declassamento), vicino alla staccionata, Kazuko ha trovato delle uova che crede di vipera. Preoccupata all’idea di trovarsi le vipere in giardino vuole bruciarle. Però le fiamme del fuocherello di sterpi ardono già da mezz’ora e le uova non bruciano. Passa la ragazza della fattoria in fondo alla strada e la deride: intanto non sono di vipera ma innocue uova di serpe, e poi “raw eggs don’y burn very well, you know”. Conscia dell’errore – ma non sarebbe più corretto dire del peccato? – Kazuko cerca di rimediare dando alle uova rituale sepoltura con tanto di raccoglimento in preghiera. Cerca di convincere se stessa e la madre, la quale purtroppo ha assistito alla scena, che la sepoltura ha sistemato tutto, ma non riesce a dimenticare l’accaduto, tanto più che nei giorni seguenti una serpe si aggira nel giardino alla ricerca delle uova perdute.

Mi sono dilungata su questo episodio liminare perché è un vero intreccio di simboli che prefigurano i temi principali del romanzo:

  1. Le uova non bruciano. Nel rogo (inefficace) delle uova c’è un aspetto cerimoniale e sacrificale; però le uova non bruciano, il sacrificio non è accettato, esso comporta vittime ma nessuna redenzione. Non per niente il titolo dell’ultimo capitolo sarà “Vittime”, e il sacrificio di Naoji rimarrà sterile.
  2. La madre si sente minacciata dai serpenti perché il suo destino (di aristocratica) è legato al destino dei serpenti. Se la serpe soffre, anche la madre dovrà soffrire, non tanto per una questione di vendetta (la madre è innocente del misfatto), quanto per un oscuro legame di identità: “It was […] a delicate, graceful snake.” “The strongest impression I received was one of the beauty of the snake.” “The evening sun striking Mother’s face made her eyes shine almost blue. […] It occurred to me then that Mother’s face rather resembled that of the infortunate snake we had just seen”.
  3. Kazuko, che ha colpevolmente causato il dolore della serpe, causerà anche il dolore (e la morte) della madre: “I was so tormented by the fear that I might have caused an evil curse to fall on Mother that I could not put the event out of my mind […]. I had the unbearable sensation that some horrible little snake which would shorten Mother’s life had crawled into my breast.”  “I had the feeling, for whatever reason, that the ugly snake dwelling in my breast might one day end by devouring this beautiful, grief-stricken mother snake.” Questo non in un senso letterale. Kazuko ama sua madre, e farà l’impossibile per allontanare la morte da lei. Tuttavia per Kazuko stessa l’unica salvezza passa attraverso una sua privata rivoluzione (legge Rosa Luxemburg, cavandone una morale tutta sua) che culmina nell’abbandono della classe sociale d’origine e dei suoi valori: una defezione in piena regola, sancita e resa irreversibile dalla ricerca del contatto fisico-amoroso con quella che chiama “depravity”: il vuoto morale, seguito al disgregarsi del Giappone tradizionale, in cui suo fratello Naoji è rimasto invischiato e che Kazuko vuole attraversare per uscire dall’altra parte.

Dapprincipio tuttavia, nonostante la mutata situazione economica, le due donne vivono nel villino di campagna non molto diversamente da come avevano vissuto nella bella casa di Tokyo. Ma quanto le cose siano cambiate appare a Kazuko la volta che per sbadataggine rischia di provocare un incendio che potrebbe estendersi a tutto il villaggio. Quando, il giorno seguente, fa il giro delle famiglie per scusarsi del pericolo al quale ha esposto l’intera comunità, una signora le dice senza mezzi termini cosa pensa di loro:

“«Please be careful in the future. You may belong to the nobility, for all I know, but I’ve been watching with my heart in my mouth the way you two have been living, like children playing house. It’s only a miracle you haven’t had a fire before, considering the reckless way you live. Plaese be sure to take the utmost care from now on. If there had been a strong wind last night, the whole village would have gone up in flames.»”

Kazuko tenta nuove vie: si mette a lavorare la terra, vuole coltivare lei stessa le verdure (a quel che ho capito assieme al riso i capisaldi dell’alimentazione giapponese), insomma spira un’aria tolstojana, o forse, più che Tolstoj, viene in mente il Cechov di La mia vita. Una lettera dello zio Wada annuncia però che Naoji non è morto, come aveva finito per credere la madre, ma anzi a breve sarà di ritorno a casa. 

L’imminente ritorno di Naoji è causa di un violento diverbio fra Kazuko e sua madre. Kazuko accusa la madre di averle sempre preferito il fratello, nonostante sia stato e continui ad essere la rovina della famiglia, di averla sacrificata, di averla semplicemente usata per tenere in piedi la casa, perché ci sia una casa ad accogliere Naoji. Kazuko si rende conto che le sue accuse sono esagerate e probabilmente ingiustificate ed è felice di riappacificarsi con la madre, tuttavia questa esplosione violentissima e inattesa la dice lunga sulle contraddizioni e frustrazioni che covano nel suo animo (e che forse non sono estranee alla ugly snake dwelling in [her] breast). In ogni caso nel corso del diverbio Kazuko ha detto che se ne andrà e che ha dove andare.

La frase anodina, che potrebbe anche essere una minaccia senza fondamento, attira l’attenzione della madre; tuttavia Kazuko rifiuta di dare spiegazioni dicendo che è il suo segreto. Kazuko ha un segreto; ha un posto dove andare; un posto dove andare può essere soltanto un amante, un ex-amante, un innamorato – qualcuno insomma. Kazuko ha qualcuno. L’identità di questo qualcuno, di cui né la madre né tanto meno il lettore sanno nulla – anzi la costruzione di questa identità, perché Kazuko costruisce il suo amante, è il perno e, narrativamente parlando, il colpo di genio del romanzo.

Il lettore dispone di pochissimi elementi: qualche fatto insignificante, qualche falsa pista. È stata o non è stata, Kazuko, l’amante di quel tal pittore, per la cui pittura stravedeva? E anche qualora non sia stata la sua amante, è lui quello che può accoglierla? Poi c’è stato quel bacio, senza senso e senza conseguenze, che si è presa a labbra strette mentre uscivano da un posto dove si beve sakè, sulle scale figuriamoci. La prima volta in vita sua che beveva sakè, e si è stupita di com’è a buon mercato e di come va giù bene. Il sakè e il tizio con cui l’ha bevuto – uno scrittore poco raccomandabile: a dissolute character – sono legati a suo fratello – alla depravity.

Durante un’estate e un autunno funestati dalla malattia della madre (si rivelerà alla fine tubercolosi a uno stadio avanzato) e dall’alcolismo folle e autodistruttivo del fratello, Kazuko lavora alla propria emancipazione attraverso la definizione dell’amante e dei propri rapporti con lui. Non potendo allontanarsi da casa a causa soprattutto della madre malata gli scrive tre lunghe lettere, nessuna delle quali ottiene risposta.

Le tre lettere di Kazuko hanno qualcosa di enorme. Da un lato sono un esempio da manuale di erotomania: la fanciulla solitaria, isolata dal mondo e frustrata, convinta che la mezza celebrità un po’ malfamata che ha incontrato un’unica volta debba essere per forza innamorata di lei; dall’altro c’è in esse una forza – la forza dell’autodeterminazione – che sembra in grado non solo di travolgere ogni ostacolo, ma anche di plasmare a suo piacimento questo ipotetico amante. Può darsi che palati fini le trovino – a tratti almeno – eccessivamente patetiche. Io le ho trovate grandiose; mentre leggevo mi dicevo: oh, finalmente, intendendo che finalmente leggevo qualcosa che non mi capitava di leggere da secoli.

Le lettere rimangono senza risposta. A Kazuko che, senza parere, si informa  di come sta il tizio, Naoji, che lo vede a Tokyo, risponde

“that he spent every night in drunken carousals, that his literary productions consisted exclusively of works of an increasingly immoral nature, and that he was the object of scorn and loathing of all decent citizens.”

Ma quel ch’è peggio:

“As I listened to Naoji words, it became increasingly evident that not a particle of my odor had seeped into the atmosphere around the man I loved. It was not so much shame that I experienced as the feeling that the actual world was an unfamiliar organism utterly unlike the world of my imagination.”

È sempre più evidente a questo punto che “the man I loved” è una costruzione della sua mente, e che il conflitto non sarà più fra le regole di un mondo al tramonto e un comportamento trasgressivo, ma fra l’estraneità del mondo reale e il mondo dell’immaginazione. Un conflitto tutto da combattere e il cui esito non è per nulla scontato: Outbreak of hostilities è il titolo del sesto capitolo. 

L’esito delle hostilities non è un peana alla forza dell’amore e alla potenza dell’immaginazione. Non è nemmeno una resa allo squallore e alla stupidità del mondo reale. È qualcosa di più articolato e di più sfumato, qualcosa che è in grado di accogliere sia lo squallore che l’immaginazione. Soprattutto è un passaggio di testimone: “the man I loved” brilla un attimo e si eclissa, bagliore ferrigno legato a un’epoca di transizione; mentre sorge, stavolta con qualche patetismo di troppo, l’astro del Figlio che Kazuko ha concepito.

 

 

 

 

Un romanzo giapponese: Natsume Sōseki, KOKORO (seconda parte)

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“Tutte le nostre attitudini fisiche e psichiche vengono sviluppate o distrutte da stimoli esterni. Poiché però questi aumentano per gradi la loro efficacia, sussiste il pericolo che qualcuno, non badandoci, non si renda conto che le sue forze diminuiscono, e lo stesso può accadere a coloro che hanno quotidianamente a che fare con lui. […] Benché le capacità intellettuali di K. fossero superiori alle mie, egli non era in grado di riconoscere questo meccanismo. Sembrava credere che le difficoltà, più vi si abituava, più gli sarebbero diventate facili da sopportare, finché da ultimo non le avrebbe nemmeno avvertite. Era chiaramente convinto che quante più tribolazioni avesse preso su di sé, tanto più rapidamente –  semplicemente attraverso l’incessante ripetizione – avrebbe raggiunto uno stato nel quale esse non lo avrebbero più disturbato. […] Da questo punto di vista il suo carattere era di una rigidità propriamente spaventosa, e tuttavia anche ammirevole. Non avrebbe desistito dal continuare ad andare avanti e con ciò, alla fine, dal distruggersi. Se consideriamo il risultato, K. aveva abbastanza forza da annientarsi, e tuttavia era un uomo di straordinario talento.”

Eravamo rimasti, una decina di giorni fa, col nostro studente bloccato lontano da Tokyo dalla malattia del padre e impaziente di rivedere il Maestro di cui sente la mancanza. Gli ha anche scritto, durante gli immobili e afosi mesi estivi, senza avere risposta. Poi arriva un telegramma in cui il Maestro dice che desidera vederlo e lo prega di recarsi a Tokyo. Purtroppo il padre sta rapidamente peggiorando, la malattia è entrata nella fase finale, il fratello e il cognato sono stati convocati d’urgenza e lo studente non può allontanarsi. Mentre la famiglia, in un’atmosfera di angosciosa impotenza, si prodiga per prestare al padre le ultime inutili cure, lo studente riceve dal maestro un plico accuratamente sigillato e troppo pesante per essere una semplice lettera. Nell’ansia e nell’agitazione attorno al morente non riesce nemmeno a trovare un momento di calma per leggere i molti fogli ripiegati e coperti di fitta scrittura; solo li scorre velocemente per capire di cosa si tratti; all’ansia per il padre si sovrappone man mano che li percorre frettolosamente l’ansia per il Maestro, finché il suo sguardo cade sulla frase: “Quando questa lettera sarà nelle sue mani, con ogni probabilità io non apparterrò più a questo mondo. Sarò morto.” Lo studente si precipita fuori e si fa portare alla stazione, da dove manda alla madre e al fratello un biglietto frettoloso. Sul treno per Tokyo riesce finalmente a leggere il lungo scritto che costituirà la terza e ultima parte del romanzo: Il testamento del Maestro.

Durante le conversazioni col Maestro lo studente ha cercato di attraversare la penombra di un enigma che indovina senza riuscire a coglierlo; ha insistito affinché il maestro gli spieghi su quale teoria egli fondi il proprio distacco dal mondo – un distacco che non ha nulla dell’ascesi e molto invece della tristezza e della disperazione; finché una volta il Maestro, piccato, gli risponde che all’origine del suo atteggiamento non c’è una teoria ma una vita, la sua, e promette di raccontargliela. Quando però lo studente lascia Tokyo per le vacanze estive ciò non è ancora avvenuto. Il telegramma indicava che per il Maestro era giunto il momento di parlare, ma poiché lo studente non ha potuto raggiungerlo egli ora, invece di parlare, scrive. Nella terza parte, che fa da sola circa la metà del romanzo, il Maestro racconta alla prima persona la storia della sua vita.

Il punto non è, qui, farne un riassunto; oltretutto, benché si tratti di un classico e dunque di un testo la cui trama è in principio nota, non vorrei, se possibile, svelare il nucleo del segreto. Vorrei invece individuare alcune costanti: un paradigma alla base del comportamento umano – alla base dell’anima umana – di cui il Maestro è dolorosamente consapevole e da cui scaturisce la penombra che lo avvolge e che egli, è lecito immaginare, lascerà in eredità al discepolo.

La storia del Maestro, e la sua età adulta, iniziano con la morte quasi contemporanea dei genitori. A quell’epoca egli è molto giovane, inesperto e unicamente preoccupato degli studi che vuole intraprendere a Tokyo. Uno zio, nel quale il padre riponeva la più assoluta fiducia, si offre di occuparsi di tutti gli affari relativi all’ingente patrimonio lasciato dai genitori, in modo che egli, il Maestro, possa dedicarsi completamente agli studi. L’inesperienza, l’esclusivo interesse per la vita intellettuale e la lontananza da casa fanno sì che si accorga molto tardi del raggiro di cui è vittima: lo zio, talentuoso gaudente ma pessimo uomo d’affari, gli sta dilapidando il patrimonio. Ciò che resta permette ancora al Maestro di vivere senza strettezze e senza bisogno di lavorare, ma non è paragonabile a quella che sarebbe stata la sua situazione economica se non fosse stato ingannato. Egli sente ancora in modo bruciante lo smacco della perdita e la vergogna della truffa; dopo tutti gli anni trascorsi, l’odio per lo zio e la rabbia per il raggiro subìto sono freschi e intatti.

Può sembrare strano – e anche causare una piccola delusione – che nel Maestro le sole espressioni di un sentimento veemente, addirittura virulento, si abbiano a proposito di una perdita economica, per quanto ingente e legata alla fiducia tradita da un consanguineo. Il fatto è che la truffa perpetrata dallo zio rappresenta il vulnus originario che impronta di sé tutto ciò che verrà. La falsità e la dissimulazione di cui il Maestro è stato platealmente e pesantemente vittima al suo ingresso nell’età adulta appaiono presto come la figura generale dei rapporti intersoggettivi nei quali, magari con le migliori intenzioni ma in fondo sempre nel proprio interesse, non si può mancare di il-ludere l’altro, di mostrargli o lasciargli credere una realtà che non esiste.

Se nelle prime due parti del romanzo la narrazione si dipanava fra il Maestro e lo studente, nella terza i due poli sono il Maestro e il suo amico K. Poiché in questa parte della sua vita egli non è ancora il Maestro e poiché ci racconta la sua storia alla prima persona, d’ora in poi lo chiameremo “il narratore”. Il lettore non può fare a meno di notare come anche all’inizio della vicenda di K. si trovi una truffa – per quanto in apparenza più innocente e perpetrata per un (apparentemente) più nobile scopo. Questo K., amico di scuola del narratore e proveniente dalla stessa lontana provincia, è figlio di un prete buddista ed è cresciuto nell’atmosfera del tempio, ma è poi stato adottato, per motivi economici, da una famiglia più abbiente. I genitori adottivi finanziano i suoi studi a Tokyo per farne un medico, ma K. non ha nessuna intenzione di studiare medicina e a Tokyo si iscrive a tutt’altra facoltà. K. è – lui sì – il tipo dell’asceta che persegue il perfezionamento interiore, ma vuole anche produrre qualcosa di grande nel campo degli studi filosofico-umanistici (l’ambito degli studi di K., come peraltro di quelli del narratore, è volutamente lasciato nel vago). In quegli anni lontani, K. e il narratore parlano di continuo della Via, benché nessuno dei due ne abbia un’idea precisa. K. cerca i suoi modelli nei grandi santi e asceti del passato e gli pare quindi che la nobiltà dello scopo giustifichi il fatto di mentire ai genitori adottivi, o almeno di tacere loro la verità, cioè che con i loro soldi egli sta finanziando un progetto che essi difficilmente avallerebbero. K. ha una personalità molto forte e non ha dubbi sulla liceità del suo operato; quando però, dopo un paio di anni di studio, l’imbroglio salta fuori, sia la famiglia adottiva che quella d’origine lo ripudiano e K. si ritrova completamente libero ma anche del tutto privo di mezzi. Convinto che le difficoltà esterne non possano e non debbano interferire con l’indipendenza e la saldezza dell’animo, egli si guadagna da vivere, senza tuttavia diminuire, anzi possibilmente aumentando il ritmo e l’estensione degli studi. Il narratore, che è in grado di giudicare la situazione con maggiore obiettività, temendo il collasso psico-fisico dell’amico e notandone i prodromi, riesce a convincerlo a trasferirsi da lui, presso la famiglia da cui egli è a pensione, – un modo per aiutarlo economicamente senza che egli debba esserne precisamente a conoscenza, dal momento che K. aveva rifiutato ogni aiuto economico esplicito.

Come l’aiuto economico, così anche le tecniche e le strategie che il Narratore mette in opera per ricondurre K. a un migliore stato di salute fisica e mentale devono essere adottate in un certo senso a sua insaputa, devono essere dissimulate e applicate contro la sua intenzione, altrimenti si otterrebbe soltanto un ulteriore irrigidimento e un peggioramento del suo stato. Questo significa però che il narratore, seppure, come crede, per il suo bene, lo inganna. E teniamo presente che, certo, il narratore vuole salvare K., ma prova una soddisfazione di amor proprio nel considerarsi il suo salvatore.

Anche K. inganna il narratore. Fin dall’inizio il rapporto non è simmetrico: l’inclinazione all’ascetismo, la forte personalità, la volontà inflessibile e, crede il narratore, facoltà intellettuali superiori alle sue lo hanno posto da sempre su una specie di piedistallo: “Per spezzare la sua ostinazione – dice a un certo punto il narratore – mi inginocchiai addirittura davanti a lui”. Questa supposta superiorità – che si basa su un ortodosso distacco dal mondo e su un meno ortodosso disprezzo per coloro che non si distaccano – è causa che il narratore, per natura riservato, si senta ancor meno spinto a parlargli di una certa cosa molto importante – cioè che anche qui egli dissimuli e privi K. di informazioni la cui mancanza si rivelerà fatale. Dicevamo però che anche K. inganna il narratore – perché a un certo punto tutta la sua bella costruzione ascetico-superiore crolla e già da un po’ stava scricchiolando senza che egli ne facesse parola all’amico. Quando gliene parla – perché alla fine gliene parla – è la volta del narratore, paralizzato dalla nuova piega che prendono le cose, di tacere – e così, di dissimulazione in silenzio e di silenzio in dissimulazione, si arriva al fatto tragico e irrimediabile.

Del fatto tragico non dirò nulla, così come ho passato sotto silenzio tutta una parte della trama che lascio alla curiosità del lettore. Vorrei solo sottolineare come alla base di ogni dissimulazione e di ogni inganno ci sia la preoccupazione per il proprio sé, e come alla fine il narratore – il Maestro – fra l’inganno dello zio che sperpera il suo patrimonio per finanziare i propri interessi e il suo proprio inganno – l’inganno di colui che tace e tacendo agisce per proteggere la propria chance di felicità – non possa vedere una sostanziale differenza. I rapporti fra le persone – sembra essere la lezione del romanzo – sono comunque marcati dall’inganno, la felicità si ottiene sempre a spese di qualcun altro e una felicità così ottenuta è corrotta fin dall’inizio – non è una felicità.

La via d’uscita dall’impasse – l’onesta via d’uscita dall’impasse – è per il Maestro il suicidio. Un suicidio a cui a lungo ha cercato di sottrarsi astenendosi dalla vita, un suicidio che ha cercato di evitare ricorrendo all’escamotage della rinuncia, quasi una pubblica dichiarazione della propria indegnità. Ma nell’estate del 1912, l’estate della morte dell’imperatore Meiji e del seppuko del generale Nogi, il Maestro riconosce la via, se non la Via; egli accetta di concludere la sua esistenza nel momento in cui si conclude un’epoca che è stata la sua: un’epoca di transizione in cui, per citare ancora una volta la più citata frase del romanzo, “la solitudine è il prezzo che dobbiamo pagare per essere nati in questa epoca moderna, così piena di libertà, di indipendenza, e di egoistica affermazione individuale”.

 

 

Un romanzo giapponese: Natsume Sōseki, KOKORO (prima parte)

Kokoro

Circa quarant’anni fa qualcuno mi regalò un libro che mi sembrò strano – il fatto che me lo regalassero, non il libro in sé. Era di un giapponese, Natsume Sōseki (sulla copertina, veramente, veniva prima il nome e poi il cognome, secondo l’uso occidentale: Sōseki Natsume), e il titolo era Kokoro. Un oggetto grazioso: in-sedicesimo, rilegato in tela con impressioni in oro, bei caratteri, sovraccoperta raffinata. Era un volume della Bibliothek der Weltliteratur dell’editore Manesse, anno 1976. All’epoca vivevo in Germania, perciò si trattava di una traduzione tedesca. Mi sembrò strano perché né io né la persona che me lo regalò avevamo un particolare interesse per il Giappone, anzi di fatto non ne sapevamo quasi niente. In quegli anni leggevo esclusivamente letteratura tedesca e francese, avevo lacune enormi da colmare e poco tempo o interesse per altro. Il romanzo (perché di romanzo si tratta) è del 1914. Per me era fuori da ogni contesto. Così non lo lessi. Il libro mi seguì da un trasloco all’altro senza essere aperto; c’è voluta un’esplosione di nippomania perché andassi a ripescarlo dallo scaffale dove si trovava. Avevo appena finito (controvoglia) un romanzo francese contemporaneo piuttosto mediocre. Già le prime pagine di Kokoro sono state come bere un bicchiere di acqua pulita.

Natsume Sōseki (1867-1916) visse nell’era Meiji, cioè nel periodo di regno dell’imperatore Meiji (1867-1912) che subito dopo l’ascesa al trono abolì lo shogunato Tokugawa durante il quale, per quasi tre secoli, il Giappone si era chiuso all’Occidente. Meiji destituì l’ultimo shogun (=comandante militare) Tokugawa Yoshinobu, prese direttamente il potere (restaurazione Meiji), trasferì la capitale dall’antica sede di Kyoto a Edo, il cui nome fu cambiato in Tokyo, e diede inizio all’occidentalizzazione del Giappone a tappe forzate[1]. Sōseki stesso fu chiamato a contribuirvi: per due anni, dal 1900 all’inizio del 1903 il governo lo mandò a studiare in Inghilterra; al ritorno insegnò letteratura inglese all’Università Imperiale di Tokyo. Sull’occidentalizzazione del Giappone scrisse più tardi “that the entire Japanese nation was being forced into the collective equivalent of a nervous breakdown by having to assimilate several centuries of Western civilization in the course of a few short decades”[2].

Kokoro è il penultimo dei romanzi pubblicati da Sōseki ed è considerato il suo capolavoro – il capolavoro di uno scrittore che continua a essere fra i più amati del Giappone moderno. Il titolo, che l’edizione tedesca lasciava nella lingua originale, è stato variamente tradotto in italiano: Anima (Editoriale Nuova, Milano, 1981, SE 1993, Neri Pozza 1999), Il cuore delle cose (Neri Pozza 2001)[3], Anima e cuore (nuova traduzione di Antonio Vacca, Youcanprint 2013). Sembra che la parola “kokoro” (da pronunciare ossitona) indichi un concetto che ci è estraneo, qualcosa come “cuore-mente”, intraducibile in una lingua occidentale. Ma nel romanzo questa parola a cosa si riferisce? Come appare?

Non è facile rispondere. Nel romanzo ci sono menti che brancolano nella nebbia e non riescono a afferrare le cose per quello che sono; e cuori che per spiegabili o inspiegabili rigidità della mente non danno libero corso a ciò di cui sono pieni, o lo fanno troppo tardi, quando le circostanze hanno reso le loro verità colpevoli o inopportune. Sembra che il romanzo sia dominato da uno sfasamento: un’incapacità, da parte della mente e del cuore, di afferrare, di muoversi in sincronia con gli eventi; un rammarico, che può arrivare fino al rimorso più durevole e acuto, per non aver capito, per non aver parlato. Kokoro indicherebbe in questo caso, se posso permettermi un’interpretazione non filologica, l’accoramento di sapersi colpevolmente e inevitabilmente inadeguati.

Il romanzo ruota attorno a due personaggi: uno studente, e il “Maestro”: un uomo più anziano, colto, benestante, che non esercita alcuna professione benché ci venga detto che possiede vaste e approfondite conoscenze. Il Maestro rappresenta per lo studente la più importante, forse l’unica reale persona di riferimento; egli si sente talvolta ferito o deluso dal distacco e dall’apparente indifferenza del Maestro  – così ad esempio durante la cena per festeggiare la laurea: “«Congratulazioni!», disse, e sollevò la tazza di sakè. Ma io non riuscii a rallegrarmene veramente. In parte perché io stesso non ero dell’umore giusto; ma anche il suo tono mancava dello slancio necessario a suscitare in me la gioia. Rise mentre brindava alla mia laurea. Non che vi cogliessi dello scherno, tuttavia il suo riso mancava di cordialità. Sembrava più che altro voler dire che in queste occasioni, appunto, si usa congratularsi”. Lo studente si sente sminuito da queste mancanze di adesione; tuttavia il Maestro è il polo magnetico che orienta il carattere indeterminato della sua esistenza.

Può essere interessante soffermarsi sulle circostanze in cui lo studente – che narra in prima persona le prime due parti del romanzo e come gli altri personaggi rimane senza nome – fa la conoscenza del Maestro. Ciò avviene d’estate, sulla spiaggia di Kamakura, località balneare non lontana da Tokyo:

“Quando vidi il Maestro in quel chiosco[4] si era appena cambiato per scendere in acqua; io invece ne uscivo e camminando su e giù lasciavo che il vento mi asciugasse la pelle. Fra noi due si muovevano innumerevoli teste di capelli neri che mi impedivano di continuo la vista. Non ci fosse stata, ad attirare la mia attenzione verso quell’uomo, una circostanza particolare, molto probabilmente non avrei fatto caso a lui. Benché l’intera spiaggia fosse un unico brulichio di gente e io me ne stessi lì piuttosto assonnato, il Maestro risvegliò immediatamente la mia curiosità: era in compagnia di un europeo.”

Dell’europeo si saprà poco o nulla ed egli scomparirà dalla narrazione come un fantasma o un segnacolo soprannaturale, la cui funzione è stata di favorire l’incontro e che svanisce dopo averla svolta. Invece le “innumerevoli teste” in movimento compaiono altre volte in queste primissime pagine: “Talvolta il mare brulicava di piccole teste nere come in un bagno pubblico”; a Yuigahama, una spiaggia frequentata da europei, [le donne] portavano quasi tutte delle cuffie di gomma che ballonzolavano su e giù fra le onde come foglie marroni, verdi o blu”. È come se il Maestro emergesse, grazie a un “marcatore” che poi si volatilizza, su uno sfondo di disordinati elementi in movimento, il cui effetto sarebbe altrimenti di provocare la confusione e il disorientamento.

Alla partenza del Maestro, di cui nel frattempo si considera amico, lo studente gli chiede se a Tokyo qualche volta potrà andare a trovarlo. “Sì, venga”, risponde il Maestro, e lo studente si sente ferito dall’asciuttezza della risposta, che si aspettava più calorosa.

“Da questo punto di vista egli mi deluse spesso. Talvolta pareva accorgersene, ma per lo più non sembrava farci caso. Benché simili delusioni continuassero a presentarsi, non pensai mai di rinunciare alla sua amicizia – anzi, provavo più forte il desiderio di capirlo fino in fondo. […] Del resto fin dall’inizio non si trattò, da parte sua, di antipatia nei miei confronti. Il saluto all’occasione asciutto, i modi, con me, apparentemente freddi non erano l’espressione di un qualche disagio volto a scoraggiarmi. Era il suo modo di mettere in guardia coloro che volevano avvicinarglisi; voleva far capire che non era degno della loro amicizia”.

In tutti gli ambiti che implicano un maggiore e più deciso coinvolgimento nella vita – amicizia, amore, professione – il Maestro esibisce un inspiegabile ritegno, una restrizione autoimposta che lo trattiene al di qua di una linea che lui stesso si è tracciata. Della professione abbiamo già detto che non ne esercita alcuna, benché le conoscenze che possiede e gli studi che continua a coltivare potrebbero essere spesi con vantaggio di tutti; la sua frequentazione di altri esseri umani è ridotta al minimo; lo studente è un’eccezione, dovuta forse all’ostinazione con cui, fin da subito, si è attaccato a lui; ma anche lo studente, come abbiamo visto, si trova spesso confrontato a un muro di freddezza, a un’opacità che non sa come interpretare; resta l’amore: il Maestro è sposato, la moglie è una donna molto bella che lo ama, che non ha mai amato nessun altro. Anche per il Maestro la moglie è stata l’unico amore, dunque sembrerebbe che, almeno sotto questo aspetto, la felicità debba essere assicurata. Tuttavia non è così, o almeno non come ci si aspetterebbe: la moglie, senza essere propriamente infelice, è tormentata da quella specie di mutilazione psicologica che avverte nel marito. Parlando con lo studente, una sera in cui il Maestro è assente, gli confessa di essere convinta che, poiché il Maestro disprezza il mondo, egli debba necessariamente disprezzare anche lei. Oppure, pensa la povera donna, vale il contrario: poiché il Maestro non la ama, anche il resto del mondo gli è venuto a noia. Lo studente, come del resto il Maestro ogni volta che la moglie cerca di estorcergli una spiegazione, vuole convincerla dell’infondatezza delle sue supposizioni; tuttavia, per quanto essi si interroghino e cerchino la causa reale, non trovano nulla – tranne che, ed è la moglie che lo dice, il Maestro ha cominciato ad essere così dopo la morte improvvisa di un amico a cui era molto legato.

Se volessimo ora trarre una conclusione provvisoria sulla malattia dello spirito (se malattia è) che affligge il Maestro, dovremmo dire che egli vive, ma rifiuta di aderire alla vita. Egli vive, se vogliamo, con riserva – e la riserva si allarga, occupando sempre più gli spazi destinati alla vita.

Perché ciò accada il lettore lo scoprirà nella terza parte del romanzo (anche se già nella prima sono disseminati numerosi indizi). La prima, Il Maestro e io, si conclude intanto con la laurea dello studente. Nella seconda, I miei genitori e io, lo studente ci racconta l’estate trascorsa nella casa dei genitori in una lontana provincia. I genitori sono piccoli proprietari terrieri, gente semplice. Il padre si rende conto che, come già è successo per gli altri figli, anche l’ultimo, avendo studiato, dovrà cercare la sua strada altrove, probabilmente a Tokyo. Da una parte spera che grazie agli studi avrà un posto ben pagato che gli faccia fare bella figura con i vicini – anzi, se lo aspetta –, dall’altro si rende conto, tristemente, che “far studiare i figli ha anche degli svantaggi. Quando finalmente si sono laureati si può star sicuri che non tornano più a casa. Farli studiare significa quasi separare i figli dai genitori”.

Questa seconda parte costituisce una specie di contraltare alla prima e contrappone la filiazione spirituale alla filiazione naturale, il legame con il Maestro, basato sul fascino, l’affinità e la scelta, a quello con i genitori, sostanziato di affetto e compassione, ma minacciato di inconsistenza per l’impossibilità di capirsi fra persone che ormai appartengono a mondi diversi. Di questa opposizione – che è anche un parallelismo – il narratore è cosciente: “Benché [il Maestro] e mio padre risvegliassero in me idee completamente diverse, proprio per questo non smettevo di confrontarli o di metterli idealmente in rapporto fra loro”. Il problema che si pone per lui infatti è quello della filiazione, dunque della propria identità.

Ma il parallelo fra il Maestro e il padre non è l’unico che si costruisce, come per forza propria, nel corso dell’estate oziosa e sonnolenta cullata dal frinire triste delle cicale. Il padre è da tempo malato: una malattia dei reni che in qualsiasi momento può peggiorare e portarlo rapidamente alla morte. Ora, nella canicola di luglio giunge la notizia della malattia dell’imperatore Meiji. Ogni giorno i quotidiani informano sugli sviluppi, e a rischio di apparire irriverente il padre osserva che la malattia dell’imperatore – che egli chiama sempre e soltanto il Figlio del Cielo – assomiglia  alla sua. Questo è storicamente vero: l’imperatore Meiji, affetto da diabete e da nefriti ricorrenti, morirà di uremia il 30 luglio 1912. Che Sōseki abbia scelto per il padre la stessa malattia dell’imperatore non è un caso. In quell’estate del 1912 la morte dell’imperatore a Tokyo – un evento storico – e la morte umile del padre nell’anonima provincia significano per il narratore – e forse per un’intera generazione – la scomparsa di ciò che ancora costituiva un legame con un’identità forte del Giappone: un’immagine di sé e del Paese in cui ogni individuo – di per sé di scarso valore – aveva la sua collocazione necessaria e precisa in una struttura collettiva definita e potente. Anche il narratore, che non si sognerebbe di chiamare l’imperatore “il Figlio del Cielo”, avverte il senso di angoscia e di smarrimento:

“Sedetti al mio tavolo e cercai, col giornale ancora in mano, di immaginarmi la lontana Tokyo. Cercai di rappresentarmi, soprattutto, l’atmosfera cupa in cui la più grande città del Giappone doveva trovarsi in quel momento. Nel centro di questa città, giorno e notte sotto la sferza di un’attività inquieta, una città che nonostante il lutto doveva continuare a vivere, vedevo, simile a un punto luminoso, la casa del Maestro. E non mi accorgevo di come questa luce venisse inesorabilmente trascinata dentro il vortice silenzioso; nessun presagio mi diceva che presto anche questa luce si sarebbe spenta per sempre.”

Alla morte dell’imperatore segue un tempo di sospensione, fino ai funerali solenni in settembre. Pochi giorni dopo le esequie dell’imperatore il generale Nogi, l’eroe della guerra russo-giapponese, segue il suo signore nella morte commettendo seppuko, accompagnato dalla moglie che commette jigai[5] al suo fianco. “Ma è orribile, orribile!” esclama il padre del narratore, ormai gravemente malato, che legge per primo la notizia sul giornale.

“I giornali erano pieni di notizie che noi, in campagna, aspettavamo con ansia. Io mi sedevo di fianco a mio padre e glieli leggevo accuratamente. Quando non avevo tempo, me li portavo in camera e li leggevo senza saltare una riga. Avevo sempre davanti agli occhi le immagini del generale Nogi in uniforme e di sua moglie in abito di dama di corte.”

Questi eventi che al narratore, costretto dalla malattia del padre all’esilio e all’immobilità, arrivano come echi lugubri e grandiosi della sua propria situazione, avranno nella “grande città inquieta” altre conseguenze – conseguenze inevitabili come gli effetti di leggi fisiche o meccaniche – come cerchi sull’acqua che, una volta originati, non possono che continuare a prodursi. Ma di questo – che costituisce la terza parte ed è quasi un romanzo nel romanzo – nel prossimo post.

 

[1] L’apertura all’Occidente fu meno un’evoluzione autonoma che la conseguenza di un’operazione di scasso: nel luglio 1853 le “navi nere” statunitensi al comando del commodoro Matthew Perry avevano costretto lo shogun Tokugawa Ieyoshi, sotto minaccia di un bombardamento, ad aprire il paese al commercio con l’Occidente e a accettare i “trattati ineguali”.

[2] Damian Flanagan, The hidden heart of Natsume Soseki , The Japan Times, 26.11.2016

[3] Nonostante il titolo modificato si tratta sempre, anche per l’ultima ristampa Neri Pozza del 2014, della vecchia e poco accurata traduzione di Nicoletta Spadavecchia.

[4] Si tratta di una costruzione sulla spiaggia dove i bagnanti possono cambiarsi, ripulirsi dall’acqua di mare, bere tè ecc. (NdR)

[5] Suicidio rituale femminile attraverso il taglio della carotide o della giugulare.