RISO E VERZE

VERZA

Oggi ho mangiato riso e verze. E meno male che avevo il semilavorato pronto e ho dovuto solo cuocerci il riso, sennò chissà a che ora andavo a mangiare; perché quando stacco con le lezioni on line, verso l’una, ho la testa così stanca che per tre quarti d’ora giro per casa in stato di semi-trance senza combinare nulla.

Poi dovevo anche fare la pappa per il cane, prima, perché vaglielo a spiegare che porti pazienza che non c’è niente da mangiare. Inimmaginabile.

Ma no, non sono né le lezioni on line né il cane; è che la parte buona della giornata è il mattino, e quando si pranza, e si è pranzato, il mattino è finito; comincia lo strano vacuum del pomeriggio, e perché la vita recuperi quel minimo di esaltazione senza il quale non è francamente vivibile, bisogna aspettare che il sole si volti indietro e si appresti a calare. Dunque bisogna tirarlo in lungo il più possibile, il mattino.

Per il cibo sono di gusti rustici, vegetali. Riso e verze era una minestra che faceva mia nonna, poi abbiamo saltato una generazione perché mia mamma era costituzionalmente incapace di far da mangiare (non era alma per niente la mia mater – ancora mi chiedo chi, prima dell’arrivo di mia nonna, ci aluerat, o aluerit, o aluisset, consequenziate voi la consecutio). Io ho applicato un procedimento deduttivo. Ho dedotto una ricetta dagli ingredienti. A naso.

Dunque piglio la verza – un quarto o più secondo grandezza – e la taglio a listelle anche robuste. Lavate, centrifugate, sbattute a saltare nell’olio bollente mescolando perché non si strinino, fino ad appassitura della vegetal fibra. A quel punto pomodorini maturi (ma buoni però, in nessun caso quelle vescicole acide di semi e acquetta noti come ciliegini); oppure, in mancanza di pomodori buoni, meglio allora il triplo concentrato Mutti, che dà un sapore vagamente industriale ma di piglio interessante. Il triplo concentrato (poco) andrebbe disciolto nell’acqua calda, ma lo potete spremere direttamente nella pentola, è uguale. Poi acqua bollente – circa un litro, secondo quantità. Patate e carote a tocchetti, eventualmente altre verdure che avete sottomano. Ottimi i legumi. Io ho una predilezione per i ceci, ma bisogna metterli a bagno la sera prima. Sale (occhio a non esagerare), salsa di soia, e poi deve cuocere; più cuoce, più è buono, minimo un’ora, un’ora e mezza (al momento, delicato, della salatura, tenete presente che poi l’acqua cala). Quando ne avete pronto un pentolone da caserma, estraete via via la quantità che vi serve e ci cuocete dentro il riso. Due cucchiai di riso abbondanti ogni tre mestoli di semilavorato per una minestra densa (spessa, diceva un parente di origine toscana). Se siete stati parchi d’olio nella soffriggitura potete aggiungerne un cucchiaio nella minestra pronta; altrimenti soprassedete.

Oggi ho dato fondo al pentolone. Mentre lavavo i piatti pensavo: ho ancora un quarto di verza in frigo, domani vado al Conad e compro i ceci, vado al mercato e compro le patate buone (o almeno decenti, patate buone è da decenni un eufemismo – non proprio come le fragole, ma quasi). Poi me lo rifaccio il riso e verze, me lo rifaccio proprio. Mentre lo pensavo mi sono accorta che lo pensavo col tono – come dire, con l’atteggiamento mite e contento dell’anima tutta, con cui prima mio padre, più tardi mia madre, si auguravano che io facessi tal cosa o altra da mangiare.

Immagino sia la consecutio delle generazioni.