IL CIPIGLIO DEL GUFO – Tiziano Scarpa e la spontaneità cervellotica

Cipiglio_del_gufo_

tiziano-scarpa-1-01-2018.jpg

 

A un certo punto del suo secondo romanzo animalier[1] Tiziano Scarpa ci introduce nell’ufficio di un direttore editoriale che ancora ospita il longevo pappagallo del predecessore; il pappagallo ripete le frasi che ha sentito più spesso: Il nostro piano editoriale è già completo, Ci vuole una storia d’amore, In ogni pagina deve succedere qualcosa, Le lettrici hanno sempre ragione, Più azioni meno spiegazioni. L’effetto è gustoso e la satira al mondo dell’editoria innocua e gradevole. Non si può tuttavia fare a meno di osservare che se Tiziano Scarpa, da un lato, dileggia con garbo i vezzi editoriali che decidono la sorte di un inedito, dall’altro si adegua di buon grado alla logica che li detta e che è in sostanza quella del romanzo d’appendice: Il cipiglio del gufo è composto da 125 capitoletti brevi, in ognuno dei quali succede qualcosa e che si interrompono sul culmine della Spannung, lasciando il lettore con la curiosità di sapere come va a finire poiché è probabile che senza questa curiosità mollerebbe lì la lettura. Mi hanno fatto venire in mente certe serie televisive di una ventina di anni fa in cui il minimo acme era interrotto da una breve dissolvenza dopo la quale la narrazione riprendeva precisamente allo stesso punto.

Con questo non si vuole dire che Tiziano Scarpa abbia scritto un romanzo d’appendice. Al limite ne ha scritti tre. Ci racconta infatti, per capitoletti sfalsati, un breve periodo nella vita di tre personaggi (più un quarto che compare verso la fine) che non si conoscono né si incrociano. Sono storie parallele il cui solo punto comune è che si svolgono in parte o in toto a Venezia; presentate, come si diceva, per capitoletti rigorosamente alternati – immagino perché infilate di seguito risulterebbero eccessivamente noiose.

Ognuna di queste storie potrebbe avere il suo antenato nobile in un grande romanzo dell’Ottocento: la parabola di Adriano Cazzavillan, insegnante frustrato che spera di ottenere ricchezza e prestigio grazie alla produzione letteraria, può essere vista come un pallido riflesso di Illusioni perdute; Carletto Zen, giovane inetto che decide di usare il suo unico asso – un coso enorme – per sfruttare vecchie signore danarose, e che dice di una ipotetica preda: “È una ricca vecchiaccia schifosa che non sa dove mettere i soldi, io sono povero, ho diritto a un risarcimento”, si inserisce nella progenie di Raskolnikov; più difficile trovare un antecedente prestigioso al terzo personaggio, Nereo Rossi, che il denaro e il successo li ha raggiunti da un pezzo ma ora si avvicina al fine corsa. Poiché però la sua (esilissima) vicenda è mossa dal desiderio di vendetta, possiamo porlo sotto l’egida del Conte di Montecristo.

Queste osservazioni sono meno peregrine di quanto sembri. Dalle angosce notturne di Cazzavillan davanti allo schermo vuoto del computer alle radiocronache calcistiche di Nereo Rossi, dalle discutibili performance narrative di un biografo ufficiale alla mania di Carletto Zen di schizzare veloci ritratti a pennarello degli sconosciuti che incrocia nei bar, dall’invenzione attraverso videoscrittura alle possibilità di modificazione offerte dai videogiochi più sofisticati, la narrazione e la rappresentazione costituiscono, nella marea di temi toccati e abbandonati da queste volubili 379 pagine, il tema più diffuso e costante. Il romanzo, instancabilmente e sempre da capo, tematizza se stesso; l’autore si produce in un funambolismo del meta-: dai conati di esistenza, sulla pagina bianca, di un personaggio in cerca d’autore, all’elegante ricciolo ammiccate della frase finale. Insomma non soltanto il romanzo ambisce a essere letteratura, ma, come un corpo translucido, è attraversato da correnti di letteratura che lo rendono trasparente a se stesso e lasciano intravedere, attraverso l’inconsistenza, tutto un mondo di rimandi.

È indubbio che Tiziano Scarpa ami il suo mestiere: questo maneggiare le parole, pasticciarci, spremerle, esserne spremuto, osservarle all’opera, inseguirle, contemplarle, ammirarle. Dal “noi parole” che introduceva, nel Brevetto del geco, il loro diretto comparire sulla scena al “Care parole”[2] con cui Nereo Rossi, minacciato di amnesia progressiva, inizia via via le pagine di un diario a esse dedicato, l’attenzione di Tiziano Scarpa per le parole, questa viva materia dello scrivere, è ben documentata. O almeno è ben documentata la frequenza con cui egli ne parla o si rivolge a loro. Purtroppo, come è stato fatto osservare, non chi dice “Signore Signore” entrerà nel Regno dei Cieli, e non chi costantemente ci fa sapere in quale considerazione tiene le parole può essere sicuro che esse lo ripagheranno di uguale moneta. Ad esempio, a pagina 207, “Ma l’emozione… Dov’è l’emozione?” chiede Nereo Rossi, poco soddisfatto, e a ragione, della prosa del suo biografo; ecco, questa mi pare una domanda che Tiziano Scarpa, attraverso il suo personaggio, potrebbe fare e forse fa a se stesso.

È impossibile non notare come il romanzo tematizzi con ostinazione le proprie aporie: “la sua spontaneità si esprimeva cervelloticamente” osserva Cazzavillan a proposito della sua scrittura, ma questo vale in primo luogo per l’autore. Val la pena di leggere il passaggio per intero:

“Scrisse il suo primo articolo. Si sorprese di quanto tempo ci mise: sbatté la testa contro dodici diversi inizi prima di trovare la porta d’ingresso del discorso, e anche il resto lo reimpostò cento volte; rivoltò le frasi come calzini, storcendo il naso quando odoravano troppo di ammorbidente perché aveva esagerato con gli aggettivi; evitò le citazioni; fece attenzione a non sovraccaricare la sintassi, ma non la disarticolò in una poltiglia di frasette, come un macellaio che tranci via i tendini dalle ossa: in qualche punto cercò di mantenere l’anatomia della prima stesura, che, si accorse, spesso gli veniva complessa e intorcinata: la sua spontaneità di esprimeva cervelloticamente; superò l’orrore scolastico per le ripetizioni; si prefisse un’eleganza sagace, chiara, senza vietarsi il piacere della precisione, chiedendo aiuto a qualche termine specifico, quando ce n’era bisogno; rilesse l’articolo in piedi; seduto; disteso sul divano a pancia in giù e a pancia in su, prono e supino; mentalmente; a voce alta; su schermo; stampato; impaginato con un carattere tipografico simile a quello del giornale, per collaudare l’effetto finale; ritoccò le scelte lessicali; distribuì diversamente la punteggiatura, come una tensostruttura da calibrare, allentando le viti da una parte, stringendo i bulloni dall’altra.”

Meglio una metafora in più che una in meno, deve essersi detto Tiziano Scarpa mentre redigeva questo pezzo di bravura sulla (sua) bravura. In venti righe c’è tutto l’autore: la spontaneità cervellotica – il che vuol dire nessuna spontaneità; il conseguente lavoro di ingegneria retorica a base di tiranti e spingenti che consegna un lavoro editorialmente accettabile e letterariamente nullo; la maniera – priva di grandezza ma commovente, per come si fa in quattro a camuffare l’assenza di natura; e con “natura” intendo anche la seconda natura, quella serie di artifici e automatismi che ha sostituito e sempre più sostituisce la perduta, mitica prima; nemmeno l’attuale seconda natura riesce a beccare Tiziano Scarpa, perché in essa ci sarebbe comunque verità e la verità, nella prosa di Scarpa, latita. Cosa rimane allora? Rimane l’intenzione: la fortissima intenzione di scrivere un romanzo. Un po’ poco per riuscirci.

Peccato, perché in questo romanzo dove si parla moltissimo di parole e di scrittura sembra che l’autore certe cose le sappia. Troviamo ad esempio la frase: “La realtà non è fatta di esempi, ma di infiniti controesempi.” Perché allora, se lo sa, Tiziano Scarpa continua ad ammannirci stereotipi: il professore sfigato, il nanerottolo col cazzo grosso, il Presidente del Consiglio (e figurati se mancava) che si fa fare da Nereo Rossi la cronaca in diretta di un incontro amoroso, il radiocronista che ha ottenuto il successo in un certo senso “svendendo” le parole, e suo fratello il poeta povero e oscuro, ma integro e profondo? Perché Tiziano Scarpa, pur sapendo che non si fa così, procede per stereotipi?

Perché, direi io, quando il novanta per cento dell’arte si esaurisce nell’attento equilibrio delle “tensostrutture” (il che peraltro non impedisce frequenti ruzzoloni nel ridicolo), quando il mirabile sforzo retorico deve coprire un’apprensione della realtà che si produce in assenza di ogni spontaneità, be’ in queste condizioni, effettivamente, non si può fare altro.

Perciò nemmeno io ho altro da dire[3].

Tiziano Scarpa, Il cipiglio del gufo, Einaudi 2018, € 21,00

[1] Il primo è stato Il brevetto del geco (2016).  Animalier non nel senso che il protagonista sia un animale, ma nel senso che l’animale, nella sua fugace apparizione, fa scattare una riflessione che dovrebbe riorientare la vita di un personaggio e/o fornire al lettore un’angolazione privilegiata di lettura.

[2] Mi chiedo se in certi scrittori il sensore del patetico non sia difettoso. Come si può, semplicemente, non sussultare di imbarazzo di fronte al ripetuto vocativo “care parole” – come si può addirittura ripetutamente scriverlo.

[3] Mi scuso se ho prodotto “uno sproloquio su un blog che non legge nessuno” (p.154): non tutti hanno la fortuna di sproloquiare per 379 pagine e che dopo gliele pubblica pure Einaudi.

 

Philip Roth, LA MACCHIA UMANA – ovvero l’impossibile ecologia dell’individuo

la_macchia_umana

 

“[…] Les era già tornato a sedersi sul suo secchio; col gelido candore del lago tutt’intorno a quella macchiolina che era un uomo, l’unica traccia di una presenza umana in tutta la natura, come la croce di un analfabeta su un foglio di carta. Ecco, se non tutta la storia, tutto il quadro. Solo raramente, alla fine del nostro secolo, la vita offre una visione pura e pacifica come questa: un uomo solitario seduto sopra un secchio, che attraverso quaranta centimetri di ghiaccio pesca in un lago le cui acque si rinnovano continuamente in cima a un’arcadica montagna dell’America.”

Così si conclude La macchia umana (The Human Stain), uscito nel 2000 negli Stari Uniti e l’anno dopo da noi per Einaudi. Ma il quadro non inganni: se nell’immagine finale il pescatore solitario sul lago ghiacciato è una “macchiolina” insignificante che si perde nel “gelido candore” di “un’arcadica montagna dell’America”, e seppure il nome di Thoreau compaia alcune volte nel corso del romanzo, esso non tratta di un’impossibile conciliazione e nemmeno, strettamente, dell’opposizione uomo-natura, ma, come suggerisce il titolo, è tutto sul versante della macchia umana: della sozzura, della contaminazione che l’uomo rappresenta già in sé, prima e a prescindere dal contatto con un’intatta natura.

La protagonista femminile si chiama Faunia e anche in questo nome, non so quanto comune negli Stati Uniti, è impossibile non leggere un riferimento alla natura; tuttavia in Faunia la natura non ha nulla di arcadico e tantomeno di idillico. Essa rappresenta piuttosto, per lei, il limite che la attira, la zona affascinante in cui cessa la validità dell’umano, in cui l’umano non ha più corso – a cominciare dal linguaggio (interessante che Faunia sia, o finga di essere, analfabeta). Faunia ha una passione per le cornacchie, le piace il loro linguaggio. A un certo punto del romanzo va in un’oasi animalista a trovare la cornacchia Prince che vi è stata accolta perché, cresciuta in cattività, non è in grado di adattarsi alla vita selvatica. La ragazza dell’oasi racconta a Faunia che qualche giorno prima Prince, uscito dalla gabbia, è stato attaccato da altre cornacchie:

“ – Lo beccavano sul dorso. Strillavano. Lo sbatacchiavano di qua e di là. […] Prince non ha la voce giusta. Non conosce il linguaggio delle cornacchie. Non lo vogliono, là fuori. Alla fine è venuto da me, perché ero là. L’avrebbero ucciso. – È quello che succede quando crescono in cattività, – disse Faunia. – Ha passato tutta la vita con gente come noi, e questo è il risultato. La macchia umana, – disse, ma senza ripugnanza, né disprezzo, né disapprovazione. E senza tristezza. È così. Questo è tutto ciò che Faunia, nel suo tono freddo e distaccato, stava dicendo alla ragazza […]: noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione.”

In area culturale giudaico-cristiana si può essere tentati di vedere nella macchia di Roth la macula originalis, il peccato d’origine; non fosse che il narratore – l’alter ego di Roth Nathan Zuckerman – si è premurato di dirci che la macchia precede la disobbedienza. E a scanso di equivoci continua: “Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo. La fantasia della purezza è terrificante. È folle. Cos’è questa brama di purificazione, se non l’aggiunta di nuove impurità? Della macchia Faunia diceva soltanto che era inevitabile.”

Colui però che è destinato a sperimentare su di sé l’ineluttabilità della macchia non è tanto Faunia – già da molto presto, dalle sue origini quasi, come scoprirà il lettore che questa recensione invogli alla lettura, compresa nella macchia e perciò capace a sua volta di un’istintiva e spontanea comprensione, quasi di un affetto, di una fascinazione per essa; no, chi sperimenterà l’ineluttabilità di un fato comunque ominoso per gli umani (non per niente l’esergo del romanzo è tratto dall’Edipo re) è Coleman Silk, il professore universitario dalla vita esemplare la cui carriera immacolata e brillante viene interrotta, poco prima della naturale e degna conclusione, dall’irrompere di una casualità irrazionale e devastante che costringerà lui, ma soprattutto il lettore, a fare i conti con la macchia: la colpa inevitabile, sepolta sotto strati di rispettabilità e successo, e tuttavia inevitabilmente attiva. Tutto questo – lo sconvolgimento, la presa di coscienza e la rovina – è scatenato da un accidente:

“Pensava gli stessi inutili pensieri, inutili per un uomo di non grande talento come lui, se non per Sofocle: la casualità con cui si forma un destino… E come tutto può sembrare accidentale, quando è inevitabile.”

Il caso che travolge e schiaccia il professor Silk non ha nulla di tragico, anzi sfiora il ridicolo: si tratta, banalmente, di un equivoco, opportunamente gonfiato e manipolato dai nemici che il brillante e deciso preside di facoltà non ha potuto evitare di farsi negli anni. Il professor Silk ha usato l’espressione “spooks”, spettri, per riferirsi a due studenti che, pur essendo iscritti al suo corso, non si sono mai fatti vedere. Ora si dà il caso che l’espressione “spook” sia anche talvolta utilizzata come termine dispregiativo per indicare i neri; e si dà il caso che questi due studenti siano precisamente neri – cosa che il professor Silk non poteva sapere, non avendoli mai visti. Tanto basta, nell’atmosfera politicamente ipercorretta del college, per montare un’accusa di razzismo e invischiare il professore, nonostante la palese assurdità della cosa, in una spirale di inchieste, chiarimenti, procedimenti disciplinari e altre follie che finiscono per distruggerlo psicologicamente (e, crede lui, per ammazzargli la moglie, che proprio nel periodo di massima “persecuzione” è vittima di un ictus).

È un Coleman Silk furioso, letteralmente pazzo di rabbia e di dolore, quello che all’indomani della morte della moglie piove a casa dello scrittore Nathan Zuckerman, che conosce appena, per chiedergli, o piuttosto per ingiungergli di scrivere – poiché Zuckerman questo fa: scrive – la storia dell’ingiustizia assassina che ha subito. Naturalmente Zuckerman, il narratore, non ha nessuna intenzione di farlo; tuttavia i due diventano amici e sarà quando tutto sarà finito, e Zuckerman avrà capito quello che c’è da capire e scoperto quello che c’è da scoprire, che scriverà la storia – non, o non soltanto, dell’ingiustizia subita da Coleman Silk, ma dell’ingiustizia che Coleman Silk, come qualsiasi individuo che voglia essere se stesso, non può fare a meno di perpetrare.

Perché, pur essendo una persona onesta e corretta quanto lo si può desiderare, Coleman Silk ha un segreto; anzi, come ci dice la quarta di copertina, “da cinquant’anni nasconde un segreto”. Non sarò io a svelarlo, tanto più che Philip Roth lo fa in modo così magistrale che sarebbe un peccato rovinargli l’effetto. Mi limiterò a dire che per essere ciò che vuole essere, il giovane Coleman Silk si è visto a un certo punto costretto (o ha creduto di essere costretto, che è la stessa cosa) a tradire il noi della sua appartenenza: famiglia, ascendenza, etnia e cultura di origine, e dunque anche infanzia, miti, ricordi; insomma tutto ciò che fa, spontaneamente, un’identità. Di tutto fa tabula rasa, costruisce ex novo, convinto che sia giusto e legittimo sacrificare il preesistente e dato (la filiazione biologica e culturale) al libero progetto di sé, all’edificazione paziente e consapevole delle condizioni ambientali nelle quali l’io individuale, indubitabile e irrinunciabile, può esplicarsi. Nel fare questo, comprensibilmente, egli causa dolore (da come ne parlo, sembrerebbe che Coleman Silk debba alfine ricredersi e ammettere che era meglio restarsene vicino a casa e a mamma sua, ma non è così semplice, e Roth non è Pascoli):

“Dalla sera alla mattina l’io nudo e crudo era venuto a far parte di un «noi» che aveva tutta l’arrogante solidità del «noi», anche se lui non voleva averci nulla a che fare, né con quel «noi», né con qualunque altro tirannico «noi» gli fosse capitato d’incontrare. […] No. No. Vide il destino che lo aspettava e non gli piacque. Ci arrivò intuitivamente e spontaneamente si ritrasse. […] No alla tirannia del «noi» e alla prima persona plurale con cui essa si esprime e a tutto ciò che il «noi» ti vuole ficcare nella testa. Non era per Coleman la tirannia del «noi» che muore dalla voglia di assimilarti, lo storico e inevitabile noi morale e coercitivo e assorbente col suo insidioso E pluribus unum. […] L’io nudo e crudo, invece, con tutta la sua agilità. Andare alla scoperta di se stessi: ecco il vero pugno alla labonza[1]. La singolarità. La lotta appassionata per la singolarità. Il singolo essere umano. La mobile relazione con ogni cosa. Non statica, ma mobile. Autocoscienza, ma dissimulata. Cosa c’è di altrettanto potente?”

Per tutta la prima e più lunga parte della sua vita Coleman riesce nel progetto. Sostituisce al contesto di origine, con i suoi automatismi, il contesto che è frutto di una libera scelta e di ben ponderate strategie. Ottiene ciò che si era proposto di ottenere: il posto nella società che corrisponde al suo talento e ai suoi desideri, la moglie che ha scelto, i figli che di meglio non poteva sperare[2]. Finché il nuovo contesto, per motivi apparentemente accidentali, senza sapere perché lo sta facendo, senza sapere che l’accidente è inevitabile perché affonda le sue radici nel segreto della macchia, senza nemmeno volerlo in fondo, lo espelle.

La morale non è però, come accennavo prima, di tipo verghiano o pascoliano. Assolutamente no. Il contesto di origine avrebbe schiacciato e soffocato Coleman tanto quanto il nuovo contesto finisce per distruggerlo. La morale, se proprio di morale vogliamo parlare, è che nella realtà, cosmica e umana, non c’è posto per l’individuo. Come già la natura, l’individuo e la sua libertà, entrambi istanze irrinunciabili, rappresentano per Roth un limite: un confine invivibile e pericoloso su cui si cammina come sul filo di una spada, sempre prossimi a rovinare nell’abisso. Il «noi», insomma, è il più forte – non solo in senso storico ma, soprattutto, in senso metafisico, cioè genuinamente tragico.

Nell’abisso che si spalanca – ma è veramente un abisso? non è soltanto un piccolo crepaccio, un fosso, fastidioso, certo, ma in fondo una quisquilia, una bazzecola? Basterebbe un po’ di pazienza, aspettare che si calmino le acque, far finta di aver torto e dire “mi dispiace”, e l’incidente sarebbe velocemente archiviato e dimenticato. È Coleman stesso, è la sua macchia che ne fa un abisso, e l’ex preside di facoltà vi si getta con furore cieco (di nuovo Edipo re) e autodistruttivo. Nell’abisso che, in ogni caso, si spalanca (Coleman è rigettato o si autorigetta dal contesto, si esclude via via dal consorzio umano), si spalanca anche, per lui, la vera possibilità del limite. Nell’isolamento quasi totale che è l’ultimo frutto della libertà individuale, e a settantadue anni, Coleman inizia una relazione con la molto più giovane Faunia Farley, colei che non da ora ma da sempre è il paria della società, colei della quale fino in fondo non si riesce a stabilire quanto sia vittima delle perversioni del mondo e quanto sia perversa di suo, e non si riesce a stabilirlo, presumo, perché non è questo il punto (stiamo leggendo Philip Roth, non Rousseau). Il nome che, in privato, Coleman dà a questa donna è: Voluptas.

La zona-limite in cui si muovono Coleman e Faunia è al confine dell’umano e, in primis, fuori dai confini dell’umanesimo. La voluptas – il sesso – non prevede sentimenti. Non prevede contatti umani di alcun tipo, tranne quelli che procurano piacere. E che contatti ci potranno mai essere fra una donna delle pulizie dalla spontaneità piuttosto volgare, che come secondo lavoro aiuta a mungere le vacche, e un professore di lettere classiche che ha passato la vita a leggere i poemi omerici e la tragedia greca del quinto secolo?[3] Roth sceglie accuratamente i suoi personaggi. È Faunia stessa che detta le regole: niente idealizzazioni – il che implica niente sentimenti; solo quello che si può toccare con mano e sentire con pelle:

“«Ti scoperò – le ho detto – solo per quello che sei». «Così va bene», fa lei.”

Naturalmente sarebbe inesatto dire che fra Coleman e Faunia non ci può essere nulla, o nulla di rilevante; infatti fra loro c’è la cosa enorme e irrinunciabile che è la voluptas; ed è proprio la voluptas, vissuta radicalmente e con sincerità totale, che li tiene costantemente su quella lama di rasoio dalla quale è facilissimo essere spinti giù e precipitare[4], perché, e questa mi sembra la conclusione, libertà individuale, voluttà e morte sono, alla fine, indissolubilmente legate.

La macchia umana è un romanzo complesso, ammirevolmente costruito e che, come spesso avviene nei grandi romanzi di Roth, tocca numerosi temi che legano la vicenda individuale alla storia americana (dallo scandalo Lewinsky ai problemi psichici dei reduci del Vietnam) – senza che tuttavia sia la storia a spiegare la vicenda, ma piuttosto nel senso che i fenomeni storici rappresentano quasi un’enfatizzazione, una realizzazione su scala gigantesca di quanto avviene concretamente e dolorosamente nella vicenda individuale – dei modi in cui l’essere si manifesta concretamente e dolorosamente nella vicenda individuale.

Ho cercato di mettere in rilievo il tema che mi è sembrato centrale: la connessione necessaria di libertà individuale e voluptas e il loro situarsi al limite dell’umano, in una zona di confine in cui è difficile, forse impossibile vivere – del loro essere contemporaneamente la massima realizzazione dell’uomo e la sua indelebile macchia – dell’impossibilità insomma, per l’individuo, di una reale ecologia. Fra gli altri numerosi temi toccati da Roth in questo romanzo ce n’è però uno di cui vorrei parlare più diffusamente, ed è quello che si sviluppa intorno al personaggio Delphine Roux. Di questo, dunque, nel prossimo post.

 

[1] Coleman si riferisce a un incontro di boxe che ha disputato e vinto

[2] Tutti tranne uno: il più piccolo, il ribelle, l’insopportabile, quello che odia sua padre a prescindere. E non lo odia, è evidente, per quello che sa di lui, ma per quello che non sa: per il segreto che in qualche modo intuisce. In una vita di successo, una singola, piccola o grande difformità nei figli, che suggerisce la macchia segreta in uno o entrambi i genitori, è un topos letterario.

[3] In realtà, volendo, un collegamento c’è (ci sono sempre collegamenti in Roth, ovunque collegamenti): la citazione in cui si riferiscono i pensieri  di Faunia intorno alla cornacchia Prince continua così “Della macchia Faunia diceva soltanto che era inevitabile. Questo era il suo punto di vista: siamo creature irrimediabilmente macchiate. Rassegnata all’orribile, elementare imperfezione. Faunia è come i greci, i greci di Coleman. Come i loro dei. Sono meschini. Litigano. Attaccano briga. Odiano. Assassinano. Fottono. Il loro Zeus non vuol far altro che fottere […]”.

[4] Mentre un altro personaggio, Smoky Hollenbeck, il sovrintendente alla manutenzione del college, intrattiene accortamente il suo harem di bidelle senza rinunciare a veleggiare tranquillo attraverso la vita e la società.

SPIN OFF: Peter Handke, LA DONNA MANCINA

Die linkshaendige Frau

A proposito di Handke, nei commenti allo scorso post si è parlato di La donna mancina, del 1976, forse uno dei suoi testi più noti, e di cui lo stesso Handke ha fornito una trasposizione cinematografica. Dai commenti (compresi i miei) emergeva una sostanziale perplessità nei confronti di quest’opera, sentita, credo, come eccessivamente descrittiva: “Più che un romanzo mi parve sì e no una sceneggiatura” nota Giacinta, sottolineando così il carattere “esterno” del testo che quasi mai, o pochissimo, entra nell’interiorità dei personaggi, soprattutto della protagonista. Come se al posto dell’anima ci fosse un vuoto la cui forma è intuibile soltanto a partire da oggetti della realtà esterna che ne delimitano i contorni. “Il lettore – continua Giacinta – [è] messo di fronte alla mancanza di senso di molto di ciò che si compie”, con una “sorta di autocompiacimento dell’autore” che ha trovato irritante. In effetti (come già nell’Ora del vero sentire) sia per l’evento scatenante – cioè la decisione di spedire via il marito, di essere lasciata sola, lei e il figlio – che per la maggior parte delle minime scene quotidiane rappresentate, non viene fornita alcuna chiave di interpretazione psicologica, come se il legame di causa-effetto fra l’interiorità della protagonista (intenzioni, volizioni anche minime) e il suo interagire col mondo fosse interrotto. Questa mi pare una caratteristica sia di Handke che di una certa letteratura e di un certo cinema del periodo, che nella realtà deve fare i conti con la mancanza di un’immediatezza di senso difficile da ignorare; però è vero che nella Donna mancina questo aspetto è estremizzato:

“Il quartiere residenziale era immerso nel grigiore dell’alba; i lampioni si spegnevano in quel momento. La donna sedeva immobile alla scrivania.

Con gli occhi chiusi camminò in diagonale attraverso la stanza; poi su e giù, ogni volta girando sui tacchi. Si mosse all’indietro, molto in fretta, svoltando, di nuovo svoltando. In cucina stette in piedi davanti al lavello pieno di piatti sporchi. Mise le stoviglie nella lavastoviglie, accese la radiolina sulla credenza da cui esplose immediatamente musica da sveglia e allegre voci di annunciatori. Spense l’apparecchio, si piegò e aprì la lavatrice; ne trasse a fatica groppi di lenzuola umide avviluppate le une nelle altre, le lasciò per terra sul pavimento della cucina. Si grattò energicamente l’attaccatura dei capelli, con tutta la mano, finché non sanguinò leggermente.”

Come dicevo, alla prima lettura questo racconto non mi aveva lasciato gran che, anzi diciamo pure quasi niente; ma i ricordi erano vaghi e lontani. Ho voluto vedere se rileggendolo dopo più di trent’anni cambiava qualcosa. Effettivamente è cambiato moltissimo. Il libro è breve, di non difficile lettura, pur meditandolo come si conviene non prende più di un giorno. Non rientra nella letteratura “gratificante” ma secondo me dice una cosa importante, e la dice magistralmente.

Diversamente da L’ora del vero sentire (e da altre opere dello stesso periodo, come Breve lettera del lungo addio o Lento ritorno a casa), il racconto si apre su una situazione di felicità coniugale: “«Questa sera ho una sensazione come se si realizzasse tutto ciò che ho mai potuto desiderare. Come se potessi trasportarmi magicamente da un luogo di felicità all’altro; senza percorsi intermedi. In questo momento mi sento una forza magica, Marianne. E ho bisogno di te. E sono felice. Tutto in me vibra di pura felicità.»” Chi parla è Bruno, il marito; tuttavia, benché Marianne sia meno loquace e meno portata all’espressione di sentimenti debordanti, nulla lascia supporre che per lei le cose stiano sostanzialmente in modo diverso. Si può ragionevolmente supporre che abbia dal suo matrimonio tutto ciò che da un matrimonio si può desiderare; di sicuro quello che (forse) le manca non è un “più” di passione.

La felicità coniugale di Bruno e Marianne è accettata e ben vista dalla società: la sera stessa del ritorno del marito da un viaggio di lavoro in Finlandia la coppia cena in un ristorante raffinato e semivuoto. Alla fine della cena Bruno fa segno al cameriere: “«Mi serve una stanza per stanotte. Sa, io e mia moglie vorremmo fare l’amore, subito.»” Il cameriere, sorridente e comprensivo, riesce a trovargli una stanza benché l’albergo sia quasi al completo per una fiera commerciale: “«Ecco, è la chiave della stanza nella torre. Ci hanno dormito uomini di stato; non la disturberà, spero?»” Mi pare interessante che la stanza deputata a accogliere l’incondizionata passione coniugale sia una stanza dove “hanno dormito uomini di stato”, il che crea una specie di collegamento fra il matrimonio e la politica – ognuno retto da una sua specifica ragion di stato, entrambi miranti a integrare l’individuo in una necessaria eteronomia.

Con questo inizio, Handke inverte l’ordine classico: normalmente, all’inizio stanno gli ostacoli, di varia natura, che impediscono o ritardano il formarsi della coppia, mentre alla fine abbiamo – ove non sia tragedia o disillusione – l’unione degli innamorati riconosciuta dalla società. Partire dalla felicità coniugale e farla a pezzi soltanto per spingere più in là i limiti, per arrivare a una situazione meno felice ma comprensiva di più cose e tendenzialmente di tutte, è senz’altro più raro e di più difficile esecuzione. A me viene in mente un unico precedente, ed è un racconto di Musil del 1911: Il compimento dell’amore (uscito, con un altro, in un volume dal titolo significativo: Unioni). Nel racconto di Musil (un’ottima analisi la trovate qui), una donna che vive nel proprio matrimonio una felicità perfetta tradisce il marito, durante un breve viaggio che è costretta a intraprendere senza di lui, cedendo alle avances di un volgare seduttore non perché costui le interessi (anzi, il personaggio la nausea), ma perché il viaggio, estraniandola, seppur occasionalmente, dal cerchio perfetto della sua felicità, gliene mostra il carattere inevitabilmente casuale. Nella felicità, pur reale, del suo ménage non c’è nulla di necessario: una qualsiasi diversa e possibile biforcazione nei casi della vita l’avrebbe portata a una realtà diversa. La donna si rende conto che una contingenza felice non legittima l’esclusione di altre possibilità che in quel cerchio non rientrano. Detto così può suonare paradossale e poco plausibile, e in effetti non si tratta tanto, per Musil, di ottenere un effetto di realismo psicologico quanto di necessità metafisica. A tradimento compiuto, l’ultima frase di questo racconto che si intitola, lo ricordo, Il compimento dell’amore, è la seguente: “E molto lontano, come i bambini dicono di Dio che è grande, ebbe un’idea del proprio amore.”

Per Marianne, la “donna mancina”, nella decisione di chiedere a Bruno di lasciarli soli, lei e il bambino, non c’è né un tradimento né un’idea di tradimento. Non ci sono seduttori, più o meno volgari; magari, più tardi, innamorati gentilmente respinti. Ma quando Franziska – l’amica femminista di cui parleremo fra poco – le chiede: “«Vuoi rimanere per tutta la vita così, da sola? Non senti la mancanza di qualcuno che sia il tuo amico con anima e corpo?»”, lei esclama: “«Oh sì, sì. Però non vorrei sapere chi è. Anche se fossi per sempre insieme a lui non vorrei mai conoscerlo.»” Non voler sapere chi è, non volerlo conoscere significa, secondo me, il rifiuto di aderire a una possibilità concreta che, necessariamente, limita. Limita in quanto “l’amico con anima e corpo” è necessariamente egli stesso limitato, ma anche in quanto egli finirà (ovviamente la cosa è reciproca) per far passare e mantenere o enfatizzare soltanto alcune delle possibilità della donna, magari, anche senza volere, distorcendole a misura delle proprie.

La scelta di Marianne – una scelta difficile che comporta molta sofferenza – è una scelta per la libertà. Non una libertà in senso assoluto e nemmeno concreto: la vita da sola è più difficile, il peso dell’esterno, cioè le costrizioni, aumentano, deve riprendere a lavorare e anche quello che faceva prima – occuparsi del bambino e della casa – sembra talvolta pesare su di lei come un macigno. Di questo Marianne è consapevole:

“Dopo un po’ Bruno chiese: «Hai idea adesso di come andrai avanti?»

La donna rispose: «No. Per un attimo ho avuto la mia vita futura chiara davanti agli occhi e ho sentito freddo fin nel più profondo.»”

Libertà è da intendersi qui non come uno sbrigativo scuotersi di dosso fastidiosi vincoli, ma come rifiuto di accettare limiti esterni – manomissioni, rifiniture, correzioni, instradamenti – alla propria identità. In questo senso “La donna mancina” è un racconto di emancipazione – non però nel senso ristretto del femminismo. Non per niente Handke sceglie come amica di Marianne Franziska, femminista dura e pura, militante, e nemmeno tanto discretamente la prende in giro. Vorrei citare alcuni passi da un dialogo fra Marianne e Franziska in cui si parla di felicità – felicità con altri:

“«Io non voglio essere felice – dice Marianne – tutt’al più soddisfatta. Ho paura della felicità. Credo che non la sopporterei, qui, in testa.»” Più tardi chiede di Bruno, che ha spedito a vivere a casa dell’amica:

“«Come vanno le cose con Bruno?»

Franziska: «Bruno è il genere di persona che sembra fatta per essere felice. Per questo adesso è così sconcertato. E così tragico! Mi dà ai nervi. Lo butterò fuori.»

La donna: «Ah Franziska. Lo dici di tutti. E sempre sei tu quella che viene abbandonata.»

Franziska tentò un paio di gesti di protesta; dopo un po’ rispose, sorpresa: «A dir la verità hai ragione!»”

La via di Marianne esige, almeno per un certo periodo, un ritrarsi dalla società e dal commercio con gli altri. Questo finché non si sia acquisita la forza sufficiente di impedire agli altri di determinarci e dominarci (nessuna determinazione senza dominazione, naturalmente). Il problema del femminismo è che si tratta di un’emancipazione parziale: emancipazione dal dominio del maschio (ma senza rinunciare al maschio, seppure con modalità meno radicali del mitico popolo delle Amazzoni). I gruppi di incontro tra donne, a cui Franziska invita ripetutamente quanto inutilmente Marianne, sostituiscono a un lasciarsi determinare genericamente il lasciarsi determinare dal genere: anziché risolverlo, si limitano a spostare il problema. D’altronde, l’indifferenza di Marianne nei confronti del femminismo si evince anche dalle sue reazioni istintive a certi passaggi del racconto femminile di vita vissuta che sta traducendo dal francese:

“Cominciò a leggere: «Au pays de l’idéal: J’attends d’un homme qu’il m’aime pour ce que je suis et pour ce que je deviendrai.» Cercò di tradurre: «Nel paese dell’ideale: Mi aspetto da un uomo che mi ami per quello che sono e per quello che diventerò.» Alzò le spalle.”

Più avanti:

“Durante la notte era in piedi davanti alla scrivania e si leggeva ad alta voce quello che aveva scritto: « ‹E nessuno la aiuta?› chiese il visitatore. – ‹No›, rispose lei. ‹L’uomo che sogno sarà quello che ama in me la donna che non dipende più da lui.› – ‹E Lei cosa amerà in lui?› – ‹Questo tipo di amore.› »  Alzò di nuovo le spalle; d’improvviso fece la linguaccia.”

L’emancipazione a cui mira Marianne non è un’emancipazione della donna ma della persona (des Menschen): Marianne è un passo (o diversi passi) più avanti di Franziska. Alla fine del percorso (o quanto meno alla fine del racconto) Marianne può senza pericolo circondarsi di persone: dopo quella sorta di happening che ha luogo a casa sua, l’ultima sera, nel quale compaiono e al quale partecipano tutti i personaggi, anche apparentemente secondari, del racconto (una lunghissima sequenza in cui, come è da aspettarsi quando si vira al positivo, le capacità letterarie di Handke toccano i loro limiti), si dice di Marianne:

“Stette in piedi davanti allo specchio e disse: «Non ti sei tradita. E nessuno più ti umilierà!»

Non si tratta naturalmente, come già per Musil, di un protocollo da seguire, ma di una riflessione sul valore dell’identità e sui suoi condizionamenti, oltre che sul significato e sui limiti della felicità.

Resterebbe qualcosa da dire sullo stile di questo racconto, su quel procedere per inquadrature che ne fa qualcosa di simile a una sceneggiatura nella quale poco o nulla ci viene detto sull’interiorità dei personaggi. Lo sguardo del narratore assomiglia a una telecamera che a volte sembra registrare sequenze casuali nella quotidianità della protagonista, a volte si mette come nel suo occhio e riprende gli oggetti nel suo campo visivo, a volte scorre in lunghi piani-sequenza sullo sfondo urbano sul quale, in proporzioni ridotte, si muovono i personaggi. Questo fa degli oggetti e del paesaggio, prevalentemente urbano, dei co-protagonisti del racconto nei confronti dei quali, e con la stessa fatica, la donna mancina deve affermare la sua identità. Se infatti da parte dei diversi “altri” (il marito, l’editore, l’attore, la stessa Franziska), il pericolo è la prevaricazione, magari con le migliori intenzioni, la minaccia che incombe dal lato degli oggetti e dell’architettura funzionale della città è la mancanza di senso. Una mancanza di senso però che non è assoluta (se così fosse, Handke sarebbe banale e falso), bensì relativa, storica, da superare; legata, più che alle cose, a una nostra abitudine e a una nostra pigrizia:

“La donna: «Sono stata in città oggi con Stefan [il figlio]. Non mi capisce: i grattacieli delle banche, i distributori di benzina, le stazioni della metropolitana sono tutte cose che trova meravigliose.»

L’editore: «Forse c’è davvero in questo una nuova bellezza, solo che noi non riusciamo ancora a vederla. Anche a me piace la città. Dalla terrazza all’ultimo piano della casa editrice riesco a vedere fino all’aeroporto, dove gli aerei, a quella distanza, atterrano e decollano senza che si senta nulla. Ne nasce un quadro dolce, che mi anima.»”

Il movimento va sempre oltre, anche oltre le conquiste della donna mancina, e questo lei lo sa.

 

Peter Handke ora…

Peter Handke 2

…e allora

Peter Handke

 

 

 

PARANOIE EUROPEE: PETER HANDKE, L’ORA DEL VERO SENTIRE

Handke

“… in un certo corso disperato, vertiginoso e senza freni dei pensieri dove accade che la macchina mentale sia lanciata a tale velocità che si stacca dalla pista, evidentemente avevo toccato uno di quei poli che restano generalmente fuori portata, avevo azionato per caso la suoneria nascosta che chiama i soccorsi straordinari. Ho sempre creduto a questi soccorsi: mi è sempre sembrato che un’estrema tensione nel modo di subire una prova morale, senza volersene lasciare nemmeno impercettibilmente distrarre o acconsentire attraverso uno stratagemma qualsiasi a limitarne i danni, fosse atta a suscitare questi soccorsi e credo oltretutto di averlo verificato diverse volte. Che si tratti di prove di cui tutto porta a credere che non si riuscirà a risollevarsene o di prove più modeste, ritengo che il partito da prendere sia di guardarle in faccia e lasciarsi colare a picco. Ritengo che valga per il dolore come per il tedio.”

Questo naturalmente non è Peter Handke bensì André Breton, che è stato per anni, per me, un autore cult. La citazione è presa da Arcano 17 e ho come il vago ricordo che da un’altra parte, ma non sono riuscita a ritrovare dove, Breton dica addirittura che fa il possibile per andare velocemente a fondo, in modo da affrettare i soccorsi. È un’idea che mi è sempre piaciuta, mi dava una speranza, anche se con me non ha mai funzionato.

Però ci rimango affezionata, e probabilmente è questo il motivo per cui, essendomi recentemente occupata di paranoia americana e desiderando istituire un confronto con un campione di paranoia europea, trovandomi ad attraversare nel mese di dicembre un brutto periodo ho deciso di prendere diversi piccioni con una fava e di rileggere L’ora del vero sentire di Peter Handke. In altre parole di fare il possibile per colare a picco.

Quando ero giovane, in Germania Peter Handke era un giovane scrittore importante, uno che era diventato un grande di botto. Io però, all’epoca, ero tutta per il senso e la positività dell’essere  – l’immediata positività dell’essere. Provai a leggerlo e mi ributtò. Poi un’amica, più grande e più scafata, mi disse che Handke era un grande prosatore. Riprovai a leggerlo e mi accorsi che era un grande prosatore. La sua prosa – lo dico dopo questo duro mese di dicembre – è perfetta, il suo stile è puro, aderisce senza residui alla materia, crea la propria materia (quasi) senza manierismi, è un godimento incontaminato dalla prima all’ultima parola. Eppure è peso da morire.

L’ora del vero sentire è uscito nel 1975; cioè nel periodo buono. Perché con Peter Handke dicono che è come con la grappa: bisogna togliere la testa e la coda. Dicono, perché io conosco solo la produzione centrale, e nemmeno tutta. Però me ne sono letta una sfilza, uno dietro l’altro e con crescente entusiasmo. Ed è questo che non riesco a spiegarmi: l’entusiasmo. La gioventù ha delle risorse che più tardi diventano inimmaginabili.

Ma veniamo alla paranoia. L’ora del vero sentire è il racconto, alla terza persona, di due giornate nella vita di Gregor Keuschnig, addetto stampa presso l’ambasciata austriaca a Parigi (ogni riferimento autobiografico è voluto). Sono stati fatti collegamenti con i kafkiani Gregor Samsa e K., collegamenti legittimi e interessanti, soprattutto il primo; infatti per ambedue i Gregor la vita cambia radicalmente un mattino, al risveglio. Ma mentre Gregor Samsa si risveglia trasformato in grosso scarafaggio, si ritrova cioè vittima di una metamorfosi che non può nascondere al mondo esterno, la trasformazione di Gregor Keuschnig è più sottile e, potremmo dire, interiore (anche se l’aspetto esterno non ne rimane impregiudicato: “Si vide casualmente il viso riflesso nello specchietto del taxi. Sul momento non riuscì quasi a riconoscerlo, tanto era alterato. Senza bisogno di cercare dei paragoni gli vennero in mente subito diversi animali.”). La prima delle due giornate è quindi spesa principalmente nel tentativo di nascondere agli altri la propria metamorfosi.

Durante la notte, Keuschnig ha sognato di avere ucciso una donna anziana (un delitto a sfondo sessuale oltretutto), dunque di essere o essere stato, nel sogno, un assassino. Anziché svanire al risveglio, lasciando magari, come succede, un leggero disagio, il sogno ha originato in Keuschnig un mutamento irreversibile: egli deve constatare che non è più lo stesso, e ciò che è diventato è qualcosa di sconosciuto a lui prima che agli altri. Non che la sua vita precedente non avesse crepe: una moglie con cui si continua a coabitare per abitudine e quieto vivere (“Si chiamava Stefanie, e fino a ieri lo aveva almeno qualche volta commosso”), un’amante nella pausa pranzo, un lavoro non particolarmente entusiasmante. Le solite cose. C’è una persona che probabilmente ama, qualsiasi cosa ciò voglia dire: la figlia Agnes, una bambina di quattro anni. Le solite cose. Il problema è che proprio questo “solito”, al risveglio, è scomparso: come se tutte le abitudini fossero di colpo cadute da lui e lo avessero lasciato nudo. L’impulso a denudarsi compare diverse volte nel romanzo, non è chiaro però se la nudità indichi un’identità più autentica nascosta fino a quel momento dalle convenzioni, o un’assenza improvvisa e sconcertante, un’angoscia, un non saper più cosa fare (se si pencoli insomma più verso Heidegger o verso Sartre).

Fin qua, e messa così, non ci sarebbe gran che di originale. L’originalità di Handke sta nello scavo che egli fa di questa improvvisa “caduta delle abitudini”, che ci appaiono per prima cosa abitudini percettive (nel titolo tedesco compare il sostantivo: Empfindung, sensazione: la vera sensazione sarebbe quella, se c’è, che ti mette in contatto con la vera realtà, con l’essere autentico):

“Si fermò al centro del ponte e guardò giù, la Senna. […] Il fiume era marrone, come al solito, e come sempre scorreva in direzione delle colline a ovest, dove la luce del mattino faceva sembrare il sobborgo Meudon più vicino. Per Keuschnig tutto era ugualmente lontano e ugualmente non valido: la cava di sabbia sulla riva sinistra, le colline di Meudon e St. Cloud, la punta delle sue scarpe. Era come se il suo sguardo, prima di poter recepire qualcosa, fosse reso innocuo da uno strato invisibile; nulla era raggiungibile – e non sentiva alcuna voglia di raggiungere qualcosa.”

Gli oggetti del mondo esterno, le loro qualità, le loro affezioni vengono percepite da Keuschnig come private dal sogno del significato che l’abitudine vi collega normalmente (significato convenzionale), ma prive anche di qualcosa come un loro significato proprio e originario: un senso naturale. Ciò scatena in lui fenomeni come sorpresa, aspettativa, vago presagio di qualcosa di nuovo e inatteso, ma soprattutto disorientamento e angoscia. Il mutamento, la metamorfosi mostruosa che vorrebbe tener nascosta agli altri è proprio la sua incapacità di percepire il mondo come si è abituati a farlo. Vorrebbe tenerla nascosta agli altri ma nello stesso tempo ha un bisogno ossessivo degli altri, come anche di una routine di lavoro: un’agenda sempre piena, tutte le serate del mese occupate da incontri con amici, se sarà costretto tutto il tempo a fare finta, a recitare il suo consueto personaggio, la mostruosità e l’angoscia non avranno la possibilità di manifestarsi. “Dunque da oggi ho una doppia vita, pensò. No, nessuna vita: né la solita né una nuova; perché la solita sarà solo una finta, e la nuova dovrà per forza esaurirsi nel fingere la solita.”

Dicevo che fino alla fine – e forse anche oltre la fine – non è chiaro se la caduta delle abitudini sia una chance per l’autenticità o una condanna a camminare sul filo della mostruosità. La presa di distanza, improvvisa e radicale, da tutto ciò che costituiva l’abitudine – sentimenti compresi – catapulta Keuschnig all’estremo opposto, per nulla più autentico:

“Keuschnig osservò la moglie addormentata attraverso la porta semiaperta della stanza sul retro. Avrebbe voluto che subito, appena sveglia, gli chiedesse cosa pensava, e lui avrebbe risposto: «Sto giusto riflettendo come fare per pensarti fuori dalla mia vita.»”

“Era una targa a ricordo di un partigiano proveniente dall’Austria, che aveva combattuto contro i nazisti come membro di un gruppo di resistenza francese e trent’anni prima era stato fucilato dai tedeschi proprio in quel punto. In occasione della festa nazionale del quattordici luglio la targa era stata ripulita e sotto, sul marciapiede, era stato posto un contenitore di latta con un ramo di abete. Che stronzo, pensò Keuschnig e diede un calcio al contenitore di latta.”

La prima giornata, dunque, passa grosso modo a cercare di fare finta, a individuare possibili strategie per fare finta. Le due giornate di cui si compone il romanzo sono molto lunghe, esageratamente lunghe, il lettore ha l’impressione che anche semplicemente a livello di ore di luce (è vero che siamo in estate) non finiscano più. Il romanzo stesso è il film della coscienza di Keuschnig (mi scuso per il bisticcio), di ciò che egli percepisce durante queste due giornate, fotogramma dopo fotogramma, praticamente senza soluzioni di continuità e in un tempo che si avvicina molto a quello reale. La meravigliosa prosa di Handke (non sono ironica) non ci fa grazia di nulla, nemmeno di quando va al cesso (il che, naturalmente, ha la sua grandiosità).

Quello che succede dopo la prima giornata – che lo scrittore austriaco invitato a cena smascheri Keuschnig, che la mattina dopo la moglie lo pianti in tronco, che nella giornata che segue gli rubino pure la bambina (ricomparirà poi, sana e salva, nessuna tragedia – nessuna tragedia!) – non mi interessa più tanto. Nemmeno stabilire chi ha la meglio alla fine, se Sartre o Heidegger (sembrerebbe Heidegger, nel senso che nel pomeriggio della seconda giornata l’alternarsi di estasi e angosce mostra una certa prevalenza delle prime, ma con l’angoscia sempre pronta a mordere). Non mi interessa nemmeno sapere se esita, un’ora del vero sentire. Quello che mi interessa, a proposito di paranoie, è l’importanza che nella realtà priva di senso naturale e convenzionale assumono i segni.

Beatrice, l’amante della pausa pranzo, vede segni dappertutto, ma la sua è una paranoia benigna e non patologica: “Di tutto ciò che incontrava faceva dei segni; ma anche dove altri vedevano un presagio di male, lei notava una conferma che presto tutto sarebbe andato meglio. Le cose sgradevoli le ripugnavano, ma erano per lei anche un buon segno di qualcos’altro.” Per questo, andando da lei, Keuschnig crede di mettersi in qualche modo al sicuro. Oggi però la cosa non funziona: “Ora però, e senza preavviso, tutto ciò che vedeva era diventato per lui un segno di morte. […] Pensò alla carrozzina in quell’atrio di casa, col telo di plastica sopra e i frammenti di intonaco sul telo […]”

“Il vento rovesciò un segnale di divieto di sosta, e di nuovo cominciò a vedere i segni di morte. Era già passato oltre, tornò indietro e rimise in piedi il segnale, come se con ciò potesse fare che qualcosa non fosse più valido.”

“Il prossimo segno era il ristorante all’angolo: se viene consigliato in una delle guide, allora vuol dire che non può succedere nulla, pensò; se no – Nelle tre guide il ristorante non era nemmeno nominato!”

“Come se da quello dipendesse qualcosa, cercò di gettare il biglietto usato esattamente nel cestino. Il biglietto cadde di fianco… Era già alle porte automatiche, tornò indietro, raccolse il biglietto da terra e continuò a lanciarlo finché non centrò il cestino.”

Se le cose non significano più niente, si è persi; se si è persi, bisogna crearsi da soli i propri segnali e riferimenti e l’analogia dissennata si insedia nel posto lasciato vacante dal logos; se nulla ha più significato è chiaro che mi trovo a muovermi in una realtà estranea e pericolosa; se nulla ha più significato in sé è chiaro che qualsiasi cosa può averne per me: generalmente un significato di minaccia; se nulla ha più significato in sé siamo nel regno della superstizione e della paranoia; se tutto è una questione di caso, se i fenomeni sono slegati fra loro, allora l’unico modo di legare i fenomeni e di rendere il caso sopportabile è la superstizione.

Tant’è vero che verso la fine del romanzo, quando la paranoia si attenua, si attenua e scompare anche l’impero dei segni: “Passando su un ponte nei pressi della Gare de l’Est vide in basso per terra, vicino ai binari della ferrovia, un vecchio ombrello nero: non era più un’allusione a qualcos’altro, ma una cosa per sé, per sé bella o brutta, e brutta e bella insieme con tutto il resto.”

Se si guarda a L’ora del vero sentire come al manifestarsi di una paranoia e al suo superamento, si può tentare un confronto, molto libero, con L’incanto del lotto 49, la cui protagonista, Oedipa Maas, fino all’ultimo non sa se quello che le capita è reale o se, non diversamente dal suo psichiatra ad esempio, è vittima di una paranoia di persecuzione. Il punto di contatto fra i due romanzi, naturalmente molto diversi fra loro, sono i segni, che emergono su sfondo di una realtà ambigua, oscillante fra l’assenza di significato e una proliferazione di significati che si invalidano l’un l’altro. I punti comuni però si fermano lì. L’opera di Handke, pienamente europea, è la trascrizione delle percezioni di una coscienza. “Vero sentire” o delirio paranoico, il problema riguarda l’interiorità del protagonista, nessuno degli altri personaggi ne è toccato, e per quanto possa avere rilevanza storica, è un fenomeno che investe l’individuo e non esce da lui. Diversamente nel romanzo americano: benché l’eroina sia senza dubbio la nostra Oedipa Maas e il sospetto di paranoia generi angoscia anche in lei (ma è un’angoscia diversa rispetto a quella di Keuschnig: meno nera, più ironica), lì il sospetto non riguarda in prima istanza un soggetto, ma è un problema della realtà; il baricentro è spostato sull’intersoggettività, cioè su una collettività. Il romanzo americano, mi pare, è capace di parlare di una collettività in modo convincente (cioè facendo letteratura e non intrattenimento o giornalismo); naturalmente parte dall’individuo, ma attorno all’individuo si percepisce, altrettanto naturalmente, una collettività; si percepisce che il romanzo ci crede. Questo è qualcosa che in Europa si è perso.

 

 

Thomas Pynchon, L’INCANTO DEL LOTTO 49

Remedios Varo Bordando-El-manto-1960
Remedios Varo, Bordando el Manto terrestre

Il secondo romanzo di Thomas Pynchon (per il primo, V., vedi il post precedente), pubblicato nel 1966, è sorprendentemente breve: nell’edizione Einaudi Stile Libero (strana collocazione per un libro di questo autore, si vede che non sapevano nemmeno loro cosa pensarne) sono 174 pagine: un Pynchon scontato, l’occasione di penetrare un po’ più in là nel mondo di questo prolisso autore con un impegno per una volta modesto. In realtà L’incanto del lotto 49 è sì un romanzo breve, ma complicato e di ardua lettura.

Il titolo si riferisce alla vendita all’asta dei beni di un miliardario defunto, tale Pierce Inverarity, il quale ha indicato inaspettatamente come esecutrice testamentaria una sua ex, Oedipa Maas, giovane e simpatica casalinga californiana con una solida preparazione letteraria che sarà la nostra eroina. Il lotto 49 è una collezione di falsi filatelici che si distinguono dagli originali per qualche poco visibile ma significativo dettaglio. Tuttavia il lotto 49, che in un certo senso catalizza e materializza una lunga serie di stranezze, coincidenze, casi fortuiti che si inseriscono troppo bene in una para-logica generale per essere del tutto fortuiti, compare soltanto alla fine, e se da un lato esso sembra fornire il peso di realtà che rassicura Oedipa Maas nel suo timore di essere vittima di una paranoia, dall’altro il romanzo si chiude prima che Oedipa, alla casa d’aste, possa individuare il misterioso personaggio interessato all’acquisto del lotto, il quale sarebbe l’unico a possedere tutta la verità e la chiave dell’enigma.

Perché, come suggerisce il nome dell’eroina, di un enigma, o di una serie di enigmi, si tratta.

Della relazione fra Oedipa – la quale nel frattempo ha sposato Mucho Maas, giovane uomo che soffre di uno scollamento fra sé e le sue successive professioni – e Pierce Inverarity poco si sa, tranne che è finita con un clamoroso sbattimento di porte in un hotel di Mazatlàn. Ma prima che la porta fosse sbattuta e la relazione liquidata, Oedipa ha fatto in tempo a vedere, in una mostra a Città del Messico, un quadro dell’esule spagnola Remedios Varo:

“Nel pannello centrale di un trittico intitolato Bordando el Manto Terrestre c’erano alcune delicate fanciulle con i visi a cuore, gli occhi grandi e i capelli simili a fili d’oro, prigioniere nella stanza in cima a una torre circolare, che ricamavano una specie di arazzo traboccante dalle feritoie nel vuoto, cercando disperatamente di colmare quel vuoto: poiché in quell’arazzo erano contenute tutte le altre costruzioni e creature, tutte le onde, navi e foreste della terra, e l’arazzo era il mondo. Perversa, Oedipa si era fermata lì, davanti al quadro, e aveva pianto.”

Aveva pianto perché lei stessa si sente segregata in cima a una torre – una torre la cui serratura, in basso, era stata dischiusa da Pierce Inverarity “utilizzando come zeppa una delle sue numerose carte di credito”; con effetti, come si è detto, poco duraturi. Ma all’origine delle lacrime c’è anche l’immagine delle fanciulle prigioniere che ricamano “disperatamente” arazzi le cui narrazioni, dipanandosi dalle feritoie, riempiono il vuoto del mondo; o meglio ricoprono una superficie che sarebbe, altrimenti, vuota. La ragione delle lacrime appare duplice: la fatica di Sisifo delle fanciulle prigioniere impegnate a colmare un vuoto incolmabile (forse, più che di Sisifo, delle Danaidi), e la consapevolezza che il “manto”, le apparenze del mondo non sono che altrettante parziali narrazioni.

Di sicuro l’univocità o l’aderenza a una realtà se non indiscussa almeno condivisa sono del tutto assenti dal romanzo. Dello scollamento del marito di Oedipa, Mucho Maas, rispetto alla sua esistenza lavorativa e dunque in un certo senso alla sua esistenza tout court abbiamo detto. Il dottor Hilarius, lo psicoterapeuta di Oedipa, si rivela più paranoico dei suoi pazienti; l’avvocato Metzger, co-esecutore testamentario, è stato una baby-star del cinema, strumentalizzato da una madre narcisista e castrante, i cui vecchi film girano ancora in televisione; un collega di Metzger, Manny Di Presso, avvocato, è passato al cinema e ha impersonato lo stesso Metzger in un film a lui dedicato; salvo rimettersi a fare l’avvocato e essere inseguito da loschi emissari di Cosa Nostra per una questione di ossa umane vendute, trafugate, esportate, mai pagate, vai a capire. E così di seguito. Il romanzo, come vedremo, è il faticoso procedere di Oedipa attraverso una serie di enigmi che cercherà di risolvere; ma fin dall’inizio è la realtà stessa ad essere un enigma: una superficie desolantemente sprovvista di senso (Pynchon insiste, ad esempio, sulla forsennata urbanizzazione post-bellica i cui prodotti malvagi non finiscono di sgomentarci) sembra nasconderne un’altra che si lascia presagire senza manifestarsi. Per adempiere ai suoi compiti di esecutrice testamentaria Oedipa si trasferisce per un breve periodo a San Narciso (di tutti i santi, naturalmente, proprio quello), California del Sud:

“Entrò in San Narciso di sabato, alla guida di una Impala presa a nolo. Non stava succedendo niente. Guardò giù, costretta ad ammiccare per il sole, da una discesa a una vasta zona di case cresciute tutte insieme dall’opaca terra bruna, come un campo ben coltivato; e ripensò alla volta in cui, aprendo una radio a transistor per cambiare la batteria, aveva visto il suo primo circuito stampato. Il vortice ordinato di case e strade, da quell’angolo alto, le balzava ora agli occhi con la stessa evidenza inattesa e sbalorditiva della scheda con il circuito. Sebbene ne sapesse ancor meno di radio che di californiani del Sud, entrambi gli schemi davano il geroglifico senso di un significato occulto, di un’intenzione comunicativa. Sembrava non ci fosse limite a ciò che il circuito stampato avrebbe potuto dirle (se lei avesse cercato di scoprirlo); così, nel primo minuto trascorso a San Narciso, una rivelazione palpitò appena oltre la soglia della sua intelligenza. Lo smog gravava lungo tutto l’orizzonte, il sole era dolente sulla luminosa campagna marrone chiaro: lei e la Chevy sembravano parcheggiate al centro di uno strano istante religioso. Quasi che su un’altra frequenza, o fuori dall’occhio di un ciclone che ruotava troppo lento perché la sua pelle riscaldata ne avvertisse anche solo la frescura centrifuga, fossero dette delle parole. Questo lei sospettava.”

L’impressione che dietro una realtà di prima e scontata percezione se ne nasconda un’altra, molto più interessante, più vera e che soprattutto ci riguarda direttamente in quanto singoli, noi e il nostro destino, è di matrice simbolista e surrealista (romantica in ultima analisi) ed è risolta, in letteratura almeno, attraverso una ricerca linguistica e uno sfasamento dei piani di riferimento che mirano a suscitare nel lettore la percezione precisamente di questa seconda realtà. Un po’ come fa Pynchon nel passaggio citato e in numerosi altri punti del romanzo. Ma a questo piano simbolico: allusivo, molto ben lavorato e discreto, Pynchon ne affianca un altro apertamente allegorico: sguaiato, grottesco, cocasse e assolutamente improbabile che suona a tratti come un aperto divertirsi a spese del lettore. Il piano allegorico fornisce la trama del romanzo che è la seguente:

Il sistema postale statunitense, unico e monopolio di stato, mostra strane piccole crepe: sul timbro di obliterazione di un francobollo, ad esempio, compare potsa invece di posta e potsale invece di postale; rifacendosi a un Commodoro sudista, improbabile eroe di una resistenza contro lo strapotere nordista dell’industria, gli impiegati della Yoyodyne Inc. (colosso che già abbiamo incontrato in V. e di cui il defunto Inverarity possedeva delle quote, come pare non ci fosse cosa in America di cui non possedeva quote, il che ne fa l’allegoria di un sistema di controllo parcellizzato – gli Stati Uniti non sono una dittatura – ma coeso, una specie di grande puzzle i cui pezzi sono perfettamente incastrati gli uni negli altri in una struttura coerente e rigida) hanno messo in piedi un sistema postale interno e privato, semisegreto e di fatto illegale, come forma di protesta contro il Potere unico e castrante; nella toilette per signore di un locale notturno in cui l’incolumità degli avventori non è necessariamente garantita, l’attenzione di Oedipa è attratta, fra i vari graffiti osceni, da uno strano simbolo a forma di corno di postiglione con una sordina, il cui ripresentarsi in modo sempre più ossessivo (e potenzialmente paranoico) sarà come la scia di sassolini che conduce l’eroe verso la felice o infelice scoperta finale:

Tristero 1

“Cominciava così, per Oedipa, la languida, sinistra fioritura di Tristero. O piuttosto il presenziare di lei a una certa recita unica, prolungata come fosse la parte finale della notte, la specialità della casa per chi era rimasto sveglio così tardi […] quasi che un tuffo verso le indefinite ore nere dell’alba fosse indispensabile prima che il Tristero si svelasse nella sua terribile nudità. Il suo sorriso, a quel punto, sarebbe stato lezioso, si sarebbe inoffensivamente ritirato tra moine dietro le quinte dicendo buonanotte con un inchino alla Bourbon Street e lasciandola in pace? O viceversa, a danza conclusa, avrebbe ripercorso la pista, il suo sguardo luminoso agganciato a quello di Oedipa, il sorriso ora maligno e senza pietà; si sarebbe chinato su lei sola fra le file desolate di sedili cominciando a dirle parole che lei non avrebbe mai voluto sentire?”

Senza spiegazione o preavviso compare nel romanzo il nome dell’enigma: Tristero, al cui estendersi nello spazio (l’intera San Narciso, Berkeley, Los Angeles, ma soprattutto l’apoteosi della paranoia a San Francisco dove per tutta una notte e il giorno seguente Oedipa non fa che imbattersi nel corno con la sordina) corrisponde un radicarsi nel tempo, nella storia. E qui, quando ci conduce alle origini storiche del Tristero – che in barba al nome romantico e al mistero che lo circonda sarebbe, ma questo credo si sia capito, un sistema di raccolta e distribuzione della posta alternativo ai vari monopoli di stato, e contenente quindi un principio di insubordinazione abbastanza forte da contemplare l’eliminazione dell’avversario – quando ci conduce alle origini storiche del Tristero Pynchon comincia a divertirsi sul serio. Se si diverta e basta o si diverta a spese del lettore deve rimanere indeciso.

Le prime tracce dell’esistenza del Tristero Oedipa le trova in uno spettacolo teatrale a San Narciso: una tragedia di vendetta giacobita dell’immaginario autore Richard Wharfinger dal titolo significativo: La Tragedia del Corriere. Per un pubblico italiano diciamo che una tragedia di vendetta giacobita è una tragedia inglese dell’inizio del Seicento avente come nucleo la vendetta di un personaggio che ha subito un grave torto. Sono tragedie dalla trama complicatissima, efferate, grondanti sangue e un po’ lontane dal nostro gusto. Naturalmente l’immaginario Wharfinger non è Shakespeare ma si può pensare, per farsi un’idea, allo shakespeariano Tito Andronico.

A partire dalla rappresentazione della Tragedia del Corriere e passando per copioni manipolati, tascabili rubati, librerie antiquarie andate a fuoco, edizioni critiche contraddittorie, varianti inspiegabili, copie difformi conservate nella Biblioteca Vaticana (se non sapessimo che stiamo leggendo Thomas Pynchon potremmo pensare di essere finiti inavvertitamente in Dan Brown), anziani ospiti di case di riposo i cui nonni, travestiti da indiani, facevano secchi i legittimi corrieri governativi – passando attraverso queste ed altre caselle che Pynchon sospinge davanti ai piedi della sua eroina come in un peculiare gioco dell’oca, Oedipa Maas arriva a ricostruire la storia del Tristero, sorto in Olanda durante la guerra di indipendenza delle Province Unite contro l’Impero, diffuso in Europa nei secoli seguenti come antagonista segreto e letale degli accreditati Thurn und Taxis, passato in America a seguito della Rivoluzione Francese e lì tuttora attivo. Nella ricostruzione di queste vicende para-storiche, come si diceva, Pynchon si diverte come un matto.

Chi si diverte meno è Oedipa, che non sa se considerarsi vittima di una paranoia galoppante o di un ben congegnato, complicato e costosissimo scherzo di Inverarity – una piccola vendetta post mortem. Fortunatamente l’esistenza, nella sterminata eredità del defunto, del famoso lotto 49: la copiosa raccolta di francobolli contraffatti e chiaramente riconducibili al Tristero, sembrerebbe screditare l’ipotesi della paranoia e avvalorare invece quella di una rete segreta alternativa e destabilizzante – tanto più che un personaggio misterioso è intenzionato a fare un’offerta strabiliante per aggiudicarsi il lotto. Sicuramente, deduce Oedipa, un emissario del Tristero che vuole impedire a tutti i costi il trapelare del segreto.

Come detto, il romanzo si chiude all’apertura dell’asta, prima che Oedipa possa identificare il misterioso acquirente. L’enigma rimane irrisolto, le due possibilità aperte:

“Comunque sia, loro la chiameranno paranoia. Loro. O casualmente, e senza l’ausilio dell’LSD o di altri alcaloidi indolici ti sei imbattuta in una ricchezza segreta e una nascosta densità di sogno; in una rete mediante cui un numero X di americani comunica davvero riservando le menzogne, le recite di prammatica, gli aridi tradimenti della miseria spirituale, al sistema ufficiale di distribuzione del governo; forse anche in una vera alternativa alla mancanza di uscita, all’assenza di sorprese nella vita che martoria le menti di tutti gli americani che conosci, e anche la tua, bambola.”

“Oedipa nell’estasi orbitante di un’autentica paranoia, o un Tristero reale. Perché o esisteva un Tristero di là dall’apparenza dell’eredità America, o esisteva soltanto l’America, e se esisteva soltanto l’America sembrava che l’unico modo in cui Oedipa potesse proseguire e contare qualcosa per essa era da straniera, spianata, assunta a cerchio chiuso in qualche paranoia.”

Questo, al di là degli aspetti buffoneschi e di non facile digestione dell’allegoria, è il caldo significato simbolico del Tristero: la possibilità di un’alternativa alla sconfortante apparenza delle cose che un qualsiasi sistema dominante, concettuale prima ancora che economico e politico, qualsiasi sistema semplicemente istituzionale, ci schiaccia addosso cercando di convincerci che è l’unica possibile. Ma per non appiattire troppo sulla frusta retorica dell’antagonismo a prescindere, notiamo che Oedipa Maas viene indirizzata e guidata nell’avventura del Tristero da una disposizione testamentaria dal miliardario Inverarity, il quale possiede quote dell’intera America; come dire che è a partire da un pezzo ben incastrato del puzzle che si apre una possibilità di decostruzione per l’intera struttura.

Almeno, parrebbe che in America sia così.

 

L'incanto del lotto 49

Thomas Pynchon, L’incanto del lotto 49, Einaudi Stile Libero 2005, € 12

 

NON È UN ROMANZO PER VECCHI: Thomas Pynchon, V.

Thomas Pynchon, V.

Dei quattro che secondo Harold Bloom sono i grandi del romanzo americano del secondo Novecento – Thomas Pynchon, Philip Roth, Don DeLillo e Cormac McCarthy – l’unico di cui non avevo ancora letto nulla era Thomas Pynchon. Obbedendo alla sollecitazione di un blog che seguo ho deciso di cominciare da V., primo romanzo dell’autore, uscito nel 1963 quando Pynchon aveva ventisei anni. Non so se è stata una buona idea.

Di questo libro, “sul quale esiste una bibliografia enorme e disperante”[1] che io naturalmente non ho letto, si dice che non lo si può riassumere, lo si deve leggere; si dice anche che i capitoli che lo compongono possono essere visti come narrazioni autonome, racconti con un proprio soggetto e baricentro, enigmaticamente autoconclusi e legati fra loro in modo molto sciolto grazie al ricomparire di alcuni personaggi (diversi ricompaiono quando già ce li eravamo dimenticati, altri, che nella relativa narrazione hanno un peso e un significato notevoli, non li si rivede mai più), grazie al ricomparire di alcuni oggetti, a coincidenze talmente incredibili che non ci si chiede nemmeno se siano plausibili, tanto è chiaro che sono opera dell’autore, che sono letteratura, in un universo che appare al contrario privo di senso e necessità. Hanno, i capitoli di questo libro, una reciproca indipendenza paragonabile a quella delle cinque parti di 2666 di Roberto Bolaño: postmoderno à gogo. Vediamo se di questo romanzo praticamente privo di trama è possibile rendere conto.

Il libro è composto da sedici capitoli più un epilogo. Dei sedici capitoli, undici si svolgono fra il Natale 1955 e l’autunno 1956 sulla east coast degli Stati Uniti, fra Norfolk (1° capitolo) e New York, con un’estensione a Malta (16° capitolo). Cinque capitoli (alternati agli altri) e l’epilogo si svolgono invece in vari momenti di un passato anche abbastanza lontano (nell’ordine: 1898, 1899, 1922, 1940-43, 1913, 1919) in varie città europee, in un Egitto controllato dall’Impero Britannico, nelle ex colonie tedesche in Sudafrica. Il collegamento fra le due parti assai disomogenee è assicurato da Herbert Stencil, bizzarro personaggio che parla si sé alla terza persona, come Giulio Cesare, tuttavia non con intento magnificatorio quanto piuttosto, parrebbe, annichilatorio. Questo Stencil è un inglese, figlio di un dipendente del Foreign Office, insomma di una spia, morto nel 1919 a Malta in circostanze mai chiarite. Nei diari del padre Stencil trova, sotto la registrazione Firenze, aprile 1899, la seguente annotazione: “Dietro V., dietro di lei, c’è molto di più di quanto nessuno abbia mai sospettato. Il problema non è tanto sapere «chi» è, ma «che cosa». Che cos’è? Dio non voglia che io sia mai chiamato a fornire questa risposta, né in questa sede, né in qualsiasi rapporto ufficiale.” La lettura di queste poche frasi sibilline scatena in Stencil l’ossessione di scoprire chi o cosa si nasconde dietro la maiuscola puntata ed egli dedica la sua vita alla ricerca delle tracce che V. (donna, luogo, topo di chiavica, finto prete, automa smontabile) ha lasciato dietro di sé. La ricerca lo porta nel 1956 a New York dove si trova a frequentare più o meno per caso (il caso assai scopertamente mosso dai fili di Pynchon, che è altra cosa dal caso assoluto che governa il mondo) la Banda dei Morbosi, attorno alla quale gravitano la maggior parte degli altri personaggi.

Alla Banda dei Morbosi torneremo fra poco, prima un’ultima osservazione sulla struttura. In un romanzo che si potrebbe definire con sufficiente obiettività senza capo né coda (infatti non li vuole avere, è contrario, come vederemo fra poco, al concetto di capo e di coda) notiamo che il primo e l’ultimo (il sedicesimo) capitolo sono occupati in larga misura dalle colossali sbronze, le risse, i vandalismi, i pestaggi e genericamente le gesta deliranti di frotte di marinai in libera uscita (per la precisione, il nucleo duro è costituito entrambe le volte dalla ciurma della USS Scaffold). Niente di tragico per l’amor del cielo, tutto demenzial-allegro e nessuno si fa male sul serio; che tuttavia sia l’incipit che l’explicit tematizzino le sbronze dissennate e i comportamenti avulsi da ogni razionalità di orde di individui che chiaramente hanno smarrito il tratto distintivo della specie vorrà pur dire qualcosa, ad esempio che per Pynchon il mondo ha lo stesso grado di razionalità, ordine, senso e teleologia di un marinaio ubriaco in libera uscita.  E del tutto coerentemente, il movimento che regola il romanzo non è il movimento intenzionale da A verso B, da una situazione a un’altra, da un punto di partenza a un altro individuato come scopo, bensì A-B-A: andata e ritorno, il movimento della navetta, il principio dello yo-yo – che infatti governa l’esistenza di quello che può essere considerato il protagonista del romanzo: Benny Profane.

Dopo il congedo dalla marina Benny Profane lavora a fare le strade su e giù per la east coast. Quale sia il suo compito preciso nei lavori stradali non è dato sapere, deve essere però un compito molto semplice, perché qualsiasi attrezzo nella mani di Profane diventa pericoloso: Profane è uno schlemihl, parola di origine yiddish che indica uno sciocco, uno sfigato, ma qui soprattutto un imbranato, uno con due mani sinistre, uno che ha dei problemi con gli oggetti inanimati – e questo in un mondo, quello di Pynchon, in cui l’organico si muove inesorabilmente verso l’artificiale e l’inanimato: nasi rimodellati, chirurghi estetici che vorrebbero rifare da capo a piedi le loro amanti-vittime, occhi di vetro la cui iride è un complesso orologio che si muove su un quadrante zodiacale, zaffiri al posto dell’ombelico, dentiere-sculture in cui ogni dente è realizzato in un diverso metallo prezioso, ecc. Profane rifiuta di integrarsi in questo processo di inanimazione semplicemente declinando qualsiasi proposta di evoluzione lineare: perde un lavoro e ne trova svogliatamente un altro allo stesso livello di non-specializzazione, in un sistema che esclude fin dall’inizio l’idea stessa di carriera; stessa cosa con le donne: benché venga presentato come un panzone fatto a pera piuttosto lontano da quello che ci si immagina come un maschio di successo, sono diverse le donne che si propongono, ma sempre lui declina cortesemente. Anche con Rachel, la ragazza di cui era innamorato, quella che forse in fondo ama (ma la ama? e cosa vuol dire?), quella che alla fine vorrebbe concludere: legame fisso, matrimonio, convivenza, che so, le cose non vanno oltre il tira-e-molla secondo la legge dello yo-yo.

[In realtà il principio del vai-e-vieni (e le navi della marina militare che nei momenti di crisi internazionale fanno Norfolk – La Valletta e ritorno sono anch’esse, nel romanzo, una manifestazione dello yo-yo) conosce un’eccezione: nel primo capitolo-sbronza facciamo la conoscenza di Paola Maijstral, ragazza maltese che alla Valletta ha conosciuto il marinaio americano Pappy Hod, lo ha sposato, lo ha seguito negli Stati Uniti e poi lo ha piantato. Si innamoracchia di Profane ma lui, come si diceva, declina. Un tizio con una moglie terribile che si chiama Mafia si innamora perdutamente di lei ma lei non lo vuole, e insomma un sacco di altre cose finché nell’ultimo capitolo-sbronza si ritrovano tutti alla Valletta e Paola tiene all’innamoratissimo (e sbronzissimo) Pappy Hod il seguente discorso: “ – […] se dovessero mandarti in Egitto, o da qualche altra parte, non farebbe nessuna differenza. Perché io tornerò a Norfolk prima di te, e sarò lì sul molo ad aspettarti. Come una brava moglie. Però fino ad allora non ti bacerò, e neppure ti sfiorerò. […] Sarà meglio così, e sarà come avrebbe dovuto essere fin dall’inizio. Sei partito una settimana dopo che ti ho lasciato. Perciò abbiamo perso solo una settimana. Tutto quello che è successo dopo di allora è solo la storia di un marinaio in viaggio. Me ne starò a casa, a Norfolk, a filare, fedele. A tessere una storia da raccontarti, come regalo di bentornato. – Ti amo – fu tutto quello che gli venne da dire. Lo aveva ripetuto ogni sera a una paratia d’acciaio e alla distesa infinita del mare dall’altra parte.” Qui il principio dello yo-yo viene platealmente contraddetto. Non so cosa dobbiamo pensarne.]

Dicevamo della Banda dei Morbosi, che è un po’ il medium in cui nuotano, si incrociano, si incontrano la maggior parte degli altri personaggi. La Banda dei Morbosi, di stanza a New York, è una specie di beat generation depotenziata, in cui la spinta conoscitiva di allargamento della coscienza è sostituita da uno stanco rimasticare filosofie europee (qualcosa come una french theory ante litteram), e in cui il consumo di alcool non allarga nulla se non il girovita degli adepti. Le feste, organizzate o spontanee, della Banda si risolvono normalmente in ettolitri di birra bevuta e ettolitri di vomito versato sui pavimenti. Tutto ciò però non ha nulla di cupo o di squallido, il tono della narrazione è noncurante, al limite dell’umoristico, della gag, d’altronde come prendere sul serio questi individui sulla via dell’inanimazione, come avvicinarli a un livello tragico o anche soltanto drammatico? Anche quelli che recalcitrano, che si innamorano, che sono infelici, che rifiutano di farsi completamente rimodellare dall’amante chirurgo estetico non possono essere presi sul serio più di tanto. Il massimo che gli può capitare è di finire ubriachi morti o di perdere una scarpa precipitandosi verso la scaletta dell’aereo che le porterà a abortire a La Havana. In certi punti – nella scena ad esempio in cui Profane viene assicurato con una corda alla vita (che non ha) e calato in posizione orizzontale, come una parodia di dirigibile, dal tetto fino a una finestra del nono piano che deve rompere per permettere a uno Stencil sempre più scoppiato di rubare la famosa dentiera in metalli preziosi (un dono per V.) – be’ lì sembra di essere in una scena di M*A*S*H.

L’innocenza di fondo di questi bamboccioni (sulla via di diventare fantocci?), gettati senza saperlo (la più consapevole, oltre a Profane, sembra essere Rachel) in un mondo in cui tutto sta assumendo i tratti rigidi dell’inanimato, contrasta in modo fortissimo con il tono degli altri capitoli, quelli in cui, nel passato, si va sulle tracce di V. In questi ultimi, che si svolgono tutti in corrispondenza di una crisi, centrale o periferica, o nel pieno di un conflitto, in concreto nella temperie delle due guerre mondiali e dell’autodistruzione dell’Europa, in questi capitoli il senso di malvagità, di perversione e corruzione è palpabile e pesante. Una malvagità e perversione che non è mai direttamente connessa con gli eventi (tutti i complicati castelli di spie e di complotti sono più che altro giochi inconcludenti, specchietti per le allodole) ma li prepara e li accompagna come l’orizzonte necessario in cui si consuma il tramonto del Vecchio Continente. Tre esempi, per dare l’idea:

Nel capitolo 7 incontriamo a Firenze, nel 1899, la giovane Victoria Wren (già, la prima V. in cui ci si imbatte) che avevamo conosciuto al Cairo l’anno precedente (cap. 3), in concomitanza con la crisi di Fashoda. Orbene la giovane Victoria è ora in possesso di un pettine d’avorio da cui non si separa mai, “con cinque denti, la cui forma ricordava quella di cinque persone crocifisse, unite almeno da un braccio in comune. Non erano delle figure religiose, ma soldati dell’esercito britannico. Victoria aveva trovato il crocifisso in un bazar del Cairo. A quanto pare era stato intagliato a mano da un artigiano sudanese, un mahdista, in commemorazione delle crocifissioni dell’83, nella zona a est di Khartum, cinta d’assedio. Aveva comprato quel pettine spinta probabilmente da un semplice impulso, lo stesso che induce una ragazzina a scegliere un abito o un ninnolo di un colore o di una forma particolare”

Il capitolo 9 ci porta nel Sudafrica del 1922, in una ex colonia tedesca (persa in seguito alla sconfitta nella prima guerra mondiale), al momento di una rivolta di Bondel[2]. Nella tenuta di un certo Foppl, il padrone di casa e i numerosi, gaudenti ospiti si rinchiudono nella proprietà, con una mossa preventiva, in modo da poter resistere a un assedio anche di mesi. Il luogo diventa qualcosa di simile al castello di Silling delle 120 giornate di Sodoma: “Ben presto si imbatté in una stanza sotterranea che fungeva da ripostiglio per gli attrezzi di giardinaggio. Come se tutti gli eventi di quella giornata non fossero stati altro che una lunga preparazione a quel che stava per vedere, Mondaugen scoprì un bondel disteso a faccia in giù, nudo. La schiena e le natiche rivelavano i segni delle scudisciate ormai rimarginate, insieme alle ferite aperte di recente, come altrettante labbra piegate in un sorriso senza denti. Facendo violenza al suo animo delicato, Mondaugen si avvicinò all’uomo e si chinò su di lui, per vedere se respirava e gli batteva il cuore, evitando con lo sguardo la bianca vertebra che s’affacciava ammiccante da un lungo spacco della carne. – Non lo tocchi –, Foppl era in piedi, e stringeva in mano uno sjambok, una sferza di pelle di giraffa per il bestiame, battendo l’impugnatura contro la propria gamba in modo regolare, disegnando un ritmo sincopato. – Non vuole che lo si aiuti. Neppure che si provi compassione per lui. Non vuole niente, solo lo sjambok –. Foppl alzò la voce, fino a raggiungere il tono di megera isterica che amava ostentare con i bondel: – Ti piace lo sjambok, non è vero, Andreas? Andreas mosse il capo debolmente, e sussurrò: – Baas…”

Il capitolo 14 si svolge a Parigi, nel 1913. Della giovanissima Mélanie, praticamente abbandonata dai genitori e che diventerà per una breve stagione l’amante di una misteriosa lady V., si dice: “Suo padre aveva un forte cranio pelato, e dei magnifici baffi. La sera Mélanie scivolava silenziosa nella stanza, il posto misterioso dalle pareti tappezzate di seta dove dormivano lui e sua madre. Mentre Madeleine pettinava i capelli di Maman nell’altra stanza, Mélanie si stendeva sul grande letto accanto a suo padre, e lui la carezzava in molti posti, e lei si contorceva, sforzandosi di non fare rumore. Era il loro gioco segreto.” Quest’ultimo breve passaggio, che ho trovato particolarmente disturbante, mi ha ricordato per affinità la fascinazione che nella Parigi degli anni Venti i Surrealisti di André Breton – e lo dico con dispiacere – provano per la perversione.

Com’è da intendere questa malvagità rozza o sottile che sottende in maniera più o meno esplicita tutti i capitoli relativi al Vecchio Mondo e al suo ancora recente passato (e che ne rende la lettura emotivamente gravosa)? E come è da intendere, soprattutto, in relazione alla chiassosa, gaia, turbolenta, alcoolica innocenza dei marinai della US Navy, nonché dei membri della Banda dei Morbosi? Dobbiamo forse pensare alla USS Scaffold e al suo aiuto-nostromo Pappy Hod in rotta da Malta verso Norfolk come a una novella Mayflower col suo carico di Padri Pellegrini in fuga da un’Europa corrotta e decisissimi a fondare il Nuovo Israele sulle coste del giovane continente? Non sembra verosimile, tanto più che la spinta evolutiva verso l’oggetto inanimato (manichino, automa) ha passato l’oceano. Allora perché caricare un crepuscolo culturale e politico, la finis Europae, di un’insopportabile corruzione morale, quasi che l’autodistruzione del continente sia stata frutto di una libera scelta e non l’ultimo atto di un’evoluzione millenaria unica nel suo genere?

Non so. O magari fra le infinite (decisamente troppe) piste che in questo romanzo si aprono, si intrecciano, si incrociano, si perdono, forse si ritrovano e forse no, io ho preso quella che non porta da nessuna parte.

 

[1] Federico Francucci, Thomas Pynchon, alla ricerca del Nulla, https://www.alfabeta2.it/2017/09/08/thomas-pynchon-alla-ricerca-del-nulla/

[2] A quel che ho capito, un’etnia autoctona della regione, ma una conferma esplicita non l’ho trovata.

 

V.

Thomas Pynchon, V., Einaudi 2017, € 16,00

V. edizione originale
L’edizione originale

 

DISTOPIE IMPLAUSIBILI. Scenografie usa e getta in due romanzi della catastrofe.

Terrarium_GiorgioManacorda_tmb

Giorgio Manacorda, Terrarium, Voland 2014, € 13

Nel paese

Paul Auster, Nel paese delle ultime cose, Einaudi 2003, € 9,50

Creare un mondo – utopico o distopico, in ogni caso diverso, non ancora sperimentato – come quadro per una vicenda singolare e esemplare, richiede che a questo sfondo si dedichi almeno altrettanto tempo, cura e attenzione che alla vicenda singolare. Una ferrea coerenza interna, un funzionamento senza intoppi dei meccanismi regolativi (o dissennatamente sregolativi) del nuovo mondo deve tener luogo della lunga abitudine in grazia della quale il nostro, di mondi, ci appare, in modo del tutto spontaneo, accettabilmente coerente. Paradossalmente, per rendere credibile l’irrealtà (cioè perché il lettore non si senta truffato dall’autore per inadempienza del contratto) sono necessarie massicce dosi di realismo.

Ora, credo che si possa essere d’accordo sul fatto che negli ultimi cinquanta, sessant’anni in Occidente il realismo, salvo eccezione, si è un po’ perso. Pare che stia tornando ma bisogna vedere. Sicuro è che questa eclissi, oltre a produrre cose eccelse, ha spianato la strada a una certa facilità, ha sdoganato la pigrizia che alberga nell’animo degli autori, le ha dato una patente di nobiltà. Perché farsi un mazzo a descrivere con precisione, a situare, a rendere conto – lavoro da imbianchini, da decoratori, una corvée squalificante – quando basta, anzi è molto più efficace, uno schizzo, una pennellata, una geniale macchia di colore?

Non nego che per certi ambiti di filiazione (grosso modo tutto ciò che esplicitamente o implicitamente si richiama al romanticismo e al surrealismo) questo sistema possa e debba essere applicato; ma per il romanzo distopico esso si rivela, a mio parere, esiziale. Perché se è vero che di questi tempi siamo angosciati da scenari catastrofici vaghi, imprevedibili, difficilmente calcolabili e sempre più prossimi a pioverci addosso, è anche vero che questa vaghezza trasposta nel romanzo raramente paga. L’imprecisione del pericolo sul quale è evidente che l’autore ne sa quanto il lettore, peggio anche: la possibilità di piegare e modificare insensibilmente le condizioni ambienti, di piegare e modificare in corso d’opera le coordinate della finzione in un senso o in un altro secondo le necessità del momento – questo crea l’impressione di un bluff, la ricerca di effetto a buon mercato, tirato via, che il lettore difficilmente perdona.

Facevo queste riflessioni l’anno scorso dopo la lettura di un romanzo di Giorgio Manacorda, Terrarium, pubblicato nel 2014 da Voland. Dell’autore non sapevo (colpevolmente) nulla, ma il libro mi aveva attirato per il titolo e per la copertina, veramente bellissima e che, ho scoperto poi, riproduce un quadro dello stesso Mancorda. Parlare, a proposito di Terrarium, di romanzo distopico è decisamente riduttivo, il punto del testo non è la distopia ma la psicologia o l’antropologia; tuttavia se uno scrittore sceglie di ambientare la propria storia in un futuro imprecisato ma non troppo lontano (anzi, molto vicino, questo crea secondo me parte del problema, nel senso che gli umani che si trovano a vivere in un mondo improvvisamente inumano siamo noi, invariati, con le nostre note e immaginabili reazioni) – un futuro in cui la luce e le cose naturali hanno cambiato colore, l’acqua dell’oceano e dei rubinetti è nera e le città sono letteralmente invase da rettili mutanti e famelici, se uno scrittore fa questa scelta deve assumersene la responsabilità narrativa.

Ora, il problema di questo romanzo (e di altri simili) è che un’umanità improvvisamente precipitata in condizioni esterne terrificanti e positivamente invivibili (continuamente esposta al pericolo di essere circondata, ingoiata e digerita da mostri) continua o cerca di continuare a vivere alla solita maniera, più meno come se nulla fosse. È una metafora? La metafora dell’ottusità umana che si adagia nell’abitudine, ci si scava un nido dove sta comoda, la modifica per piccoli adattamenti successivi soltanto in seguito a massicce costrizioni esterne, spera sempre che le cose possano continuare più o meno come sono? Certo, e credo di essere anche in grado di apprezzarla questa metafora. Rimane che il mio stomaco di lettrice è insoddisfatto: nel racconto c’è una (grave) mancanza di coerenza interna, e ciò mi disturba. Realismo ingenuo da parte mia? Non ho fatto il passaggio al postmoderno? Può darsi, ma il fastidio rimane.

Il romanzo di Manacorda (dimenticavo di dire che è un romanzo epistolare, costituito da lettere che il protagonista scrive alla madre morta da molto tempo) contiene pagine bellissime sul rapporto con la madre – sul rapporto del figlio maschio con la madre (il titolo del quadro riprodotto in copertina è La grande madre, e fa una certa impressione), pagine che vale la pena di leggere e rileggere più volte. Il titolo stesso rimanda al legame antropologico madre-terra, ma qui la terra è inquinata, paludosa, lercia, infestata da quegli animali terragni per eccellenza che sono i rettili. Si potrebbe scrivere un saggio solo su questo, ma il mio punto è un altro. Il mio punto è che accanto alle pagine che riguardano l’interiorità, troviamo pagine sull’esteriorità che, per la mia sensibilità almeno, sono inconciliabili – voglio dire incoerenti – con le prime. Ad esempio:

“Mia cara madre,

ho visto una madre raccogliere la figlia appena nata dal selciato della piazza. Le era caduta dalle braccia e i rettili si sono avventati. Non ho visto se l’hanno morsicata, fatto sta che lei l’ha messa a testa in giù, sembrava un abbacchio scuoiato, e ha cominciato a batterla sulla schiena. Ho capito che la bambina non respirava e la madre tentava di rianimarla. Mi sono avvicinato, ma più di tanto non ci sono riuscito, intorno alla donna e alla sua bambina strisciando scodando saltellando si stavano addensando mostri di tutte le specie, come sciacalli intorno a una carogna. La loro densità era tale che mi sono dovuto fermare. La donna mormorava parole sconnesse, pregava, si lamentava, negava l’evidenza; la bambina era morta. Ora i rettili aspettavano la loro ricompensa, reclamavano il dovuto. La donna ha cominciato a urlare, e lo ha fatto, sì lo ha fatto, ha fatto quello che ci hanno insegnato, quello che dobbiamo fare in questi casi: ha fatto roteare la bambina come una clava e l’ha lanciata più lontano che ha potuto. I rettili si sono buttati all’inseguimento del piccolo cadavere che volava a una decina di metri dalla madre.”

Ha senso che dopo aver assistito a una scena del genere (una scena, ribadisco, in cui gli umani mantengono la nostra sensibilità, infatti alla madre immediatamente dopo si spezza il cuore) il protagonista si rechi, come fa giornalmente, al teatro per seguire le prove dell’Edipo re? (E diciamo pure che il teatro è legato invece alla figura paterna, ma comunque).

Per me no. Scusate l’ingenuità.

Queste riflessioni che facevo, in modo un po’ confuso, l’anno scorso mi sono tornate in mente leggendo il romanzo distopico di un autore molto più famoso ma che io, come già Manacorda, non conoscevo ancora: sto parlando di Nel paese delle ultime cose di Paul Auster, uscito negli Stati Uniti nel 1987 e in Italia, per Einaudi, nel 2003.

Il romanzo di Auster è costituito da un’unica, lunga lettera che la protagonista, Anna Blume[1], scrive a un amico dal Paese delle ultime cose dove tempo prima si è recata (contro il parere di tutti) alla ricerca del fratello giornalista scomparso nel nulla, e dal quale non ha più potuto (forse nemmeno voluto) fare ritorno. A questo romanzo sono arrivata attraverso la bella recensione pubblicata da Vittorio sul suo blog Del Furore… Vittorio fa giustamente notare che nel romanzo di Auster la distopia non riguarda, come è tipico e forse anche essenziale per il genere, l’intera umanità, ma solo un particolare Paese, e che molto lontano da questo, ma comunque ancora sul nostro globo terracqueo, si continua la tranquilla vita (borghese) alla quale siamo abituati. Di questa anomalia Vittorio dà un’interpretazione politica (geopoliticamente parlando, da una parte i buoni, dall’altra i cattivi); io tendo invece a interpretare il Paese delle ultime cose come un futuro ineludibile (o forse già un presente) in cui le cose che conosciamo saranno scomparse a poco a poco senza essere sostituite da nulla, se non dai residui rabberciati, riassemblati, monchi, zoppi, scompagnati e in ogni caso sempre più rari delle cose di prima. Il mondo come lo conosciamo/conoscevamo, il mondo ancora sostanzialmente sano a cui è indirizzata la lunga lettera, lo vedo come un prima antropologico perduto, di cui non rimane che una lontana la nostalgia perché in ogni caso l’unico presente possibile è questo delle Ultime cose.

Paul Auster è un romanziere più abile e un artigiano migliore di Manacorda; inoltre ha alle spalle la tradizione del romanzo anglosassone. Il suo libro fila via apparentemente senza gli scogli e le secche (ma anche senza le profondità) di Terrarium; se però ci si chiede a cosa conduca il faticoso attraversamento delle Ultime cose da parte della protagonista, allora troveremo l’amicizia, la fedeltà, il tradimento, l’amore (omo e etero, giusto per non far torto a nessuno); insomma non le ultime ma le solite cose, e a questo punto la cara Anna Blume poteva anche risparmiarsi il viaggio e restare dov’era.

“Non mi aspetto che tu capisca. Non hai mai visto niente di tutto questo, e anche se ci provassi non potresti neppure immaginarlo. Queste sono le ultime cose. Una casa un giorno è lì e il giorno dopo è sparita. Una strada lungo la quale camminavi, oggi non esiste più. […] Quando vivi in città impari a non dare nulla per scontato. Chiudi gli occhi un attimo, ti giri a guardare qualcos’altro e la cosa che era dinanzi a te è sparita all’improvviso. Niente dura, vedi, neppure i pensieri dentro di te. E non devi sprecare tempo a cercarli. Quando una cosa sparisce, finisce. […] Le strade della città sono dappertutto, e non ce ne sono due uguali. Metto un piede davanti all’altro, e poi un altro di fronte al primo, e poi spero di farlo ancora. Niente di più. Devi capire come vanno le cose per me. Mi muovo. Respiro l’aria che mi è data. Mangio il meno possibile. Non importa quello che ti dicono, l’unica cosa che conta è stare in piedi.”

Condizioni di vita estreme, eppure vaghe: si scopre con una certa sorpresa che la città in cui tutto svanisce e in cui ci si abitua a smettere di nutrirsi è approvvigionata e governata tant bien que mal da un’autorità invisibile e dittatoriale, anch’essa allo sfascio ma, quando fa comodo al copione, efficace; lo sgretolamento economico, sociale e umano è regolato da leggi scritte e non scritte. Quando occorre (perché non si può poi mica continuare un romanzo così, nell’invivibilità), nelle condizioni estreme e invivibili si apre un’enclave di relativa tranquillità che permette di tirare il fiato, che consente una vita se vogliamo dura, difficile, ma insomma la solita vita. E così, di crisi in crisi e di enclave in enclave, secondo lo schema dei migliori romanzi di avventura, si arriva alla fine in cui il gruppetto dei superstiti (compresi i creduti morti e miracolosamente ricomparsi) si accinge a una possibile fuga in avanti.

Quello che voglio dire è che le condizioni distopiche (già in sé incoerenti) non c’entrano poi nulla, o molto poco, con l’azione, e costituiscono tutt’al più uno sfondo intrigante, vago e dunque poetico, che si immagina insaporisca il brodo del romanzo. Per vedere meglio il punto è forse interessante il confronto con un romanzo distopico pienamente coerente: La strada di McCarthy[2]. Lì le condizioni esterne, di cui non viene indicata la causa ma che, via via presentate al lettore, non subiscono mutamenti, ammorbidimenti o accomodamenti, costituiscono in modo forte la struttura che determina l’azione e il divenire dei personaggi. Il romanzo può piacere o no, ma lì c’è coerenza fra il primo piano e lo sfondo, fra l’interno e l’esterno, fra i pensieri dei personaggi e il mondo che li circonda, fra la loro psiche e le circostanze all’interno delle quali sono costretti ad agire, o a subire. Quello è un romanzo costruito in modo corretto, il che non ne fa necessariamente un capolavoro, ma quantomeno una cosa seria.

 

 

[1] È un caso o si tratta di un cripto-rimando a Kurt Schwitters, pittore e poeta quasi-dadaista, e al suo mondo esploso? (Kurt Schwitters, Anna Blume. Dichtungen, 1919)

[2]Mi è venuto in mente questo romanzo per un elemento comune: il carrello del supermercato, in entrambi fondamentale per la sopravvivenza.