IL PURGATORIO

Questo è un vecchio racconto

Sono una persona tranquilla, amante della quiete e della natura. Purtroppo la vita mi ha portato ad abitare quasi sempre in case rumorose, affacciate su strade di grande traffico. A volte mi prende ancora la rabbia e la frenesia di fuga, ma con gli anni si attenuano e lasciano il posto a una specie di rassegnazione.

Una volta però, ricordo, ero deciso, decisissimo a comprare una casetta in campagna. Era una di quelle volte in cui il desiderio si impone e travalica i limiti del fattibile. La mia intenzione di cambiar casa era fermissima e profonda; inferiore in fermezza soltanto alla convinzione, più profonda, che non ci sarei mai riuscito. E come avrei potuto? Non avevo un soldo.

Mi davo tuttavia un gran daffare. Sfogliavo giornali di annunci e cataloghi di agenzie immobiliari, mi informai perfino presso varie banche delle condizioni dei mutui. Quando trovavo un annuncio che corrispondeva più o meno alla mia idea di prezzo (il che avveniva di rado, giacché la mia idea di prezzo restringeva enormemente il campo delle possibilità), telefonavo. Già al primo incontro, com’era inevitabile, gli agenti immobiliari si rendevano conto della situazione e diventavano sgradevoli. O forse mi immaginavo che vedessero dentro le mie tasche e diventassero sgradevoli. In ogni caso non posso dargli torto e ammetto volentieri che non è corretto far perdere tempo alla gente per soddisfare una fantasia. Perché di fantasia si trattava, e io giocavo a far finta di potermi comprare una casa.

Così cambiai metodo: invece di scorrere gli annunci, vagabondavo per la campagna a piedi, in bicicletta, talvolta anche in macchina, alla ricerca di casolari disabitati, sufficientemente decrepiti da suggerire un prezzo accessibile.

Presto questo metodo mi piacque assai più del primo. Intanto, procrastinava indefinitamente l’annichilimento ad opera dell’agente immobiliare; ma soprattutto aveva un effetto esaltante: era come una caccia al tesoro, regolata unicamente dal caso. E ogni urgenza era abolita. Circostanze negative, come cavi dell’alta tensione a qualche metro dal tetto, venivano lungamente dibattuti. Ma c’erano tre alberi, su un lato, che rimandavano a un’epoca favolosa; e la strada, in fondo, faceva una curva attorno a una torre, o a un bastione, e dove andasse dopo la curva nessuno lo sapeva. Queste, naturalmente, erano qualità preziose.

Il piacere della ricerca soppiantava la necessità di trovare. Non che avessi rinunciato del tutto; c’è però da dire che il nuovo stato di esaltazione peggiorava le cose e mi faceva perdere quel poco di senso della realtà che ancora possedevo. Ricordo di aver trascinato mio cugino (il quale per l’appunto ha un’agenzia immobiliare) a osservare da lontano un rudere promettente, che oltretutto offriva il vantaggio di confinare con l’esteso e curatissimo terreno del locale club di golf – con un’area, insomma, che non sarebbe mai stata fabbricabile. Invano mio cugino cercò di suggerirmi con tatto che tale prossimità ne avrebbe sicuramente fatto lievitare il prezzo oltre ogni ragionevolezza. Mi meravigliai che nei giorni seguenti non si precipitasse a raccogliere informazioni e a sostanziare con esse il mio ben ponderato disegno. Tanto ho sempre creduto, in fondo, che fosse la realtà a doversi adeguare all’immaginazione e non viceversa.

Lo incontrai comunque (mio cugino, intendo) qualche tempo dopo davanti al bar. Più che altro per far vedere che avevo anch’io qualcosa da dire, gli chiesi se sapeva a chi appartenesse una certa casa, una casa da contadini, disabitata secondo ogni apparenza, o forse usata come fienile e ricovero per le macchine agricole, che si trovava proprio alle pendici delle colline spoglie, di qua dal fiume, quasi già nel territorio di Compiano.

Mio cugino mi guardava, perplesso:

«Una casa colonica isolata, a sinistra della provinciale? Non ho presente…»

Mi sforzai di fornire altri riferimenti: la stagionatura dei prosciutti, la strada, più in alto, verso Predosa. Niente da fare; mio cugino scuoteva la testa: non aveva presente.

Me ne andai con la convinzione che volesse di proposito ostacolare ogni mio progetto. Ero deluso. Mi pareva che se solo avessi avuto il nome del proprietario mi sarei precipitato a trattare l’acquisto. Naturalmente, a un altro livello di coscienza, ero sollevato di non essere obbligato a farlo; provavo anche una certa soddisfazione per la relativa invisibilità della casa: era ben nascosta, non rischiavo di farmela soffiare da qualcuno più deciso, o più abbiente, di me.

Nascosta, in verità, la casa non lo era per niente. Stava, come avevo detto a mio cugino, a metà costa di una serie di colline brulle, separate dal fiume da una larga striscia disordinata in cui si vedevano, al di qua della provinciale, edifici accigliati, pieni di sospetto, baracche di lamiera, allevamenti di cani o cavie. La casa era costruita su un pendio piuttosto scosceso, in modo che quello che a valle era il primo piano si trovava a essere, a monte, il piano terra. Era una casa alta, robusta, quasi tutta di sasso grigio; faceva un’impressione di austerità e di forza.

Così un pomeriggio senza sole mi trovai a calpestare la carraia che assomigliava al letto secco di un torrente. L’argilla era dilavata, affioravano grossi sassi, a toccarli col piede si staccavano e rotolavano a valle. Lo trovai corretto: in fin dei conti stavo invadendo una proprietà altrui; era come se il rischio di rompermi qualche osso mi guadagnasse il diritto di vedere la casa più da vicino. Sbucai davanti al portico per il ricovero dei macchinari, in un angolo un uscio di ferro che strisciava sul cemento e dava in un seminterrato quasi buio. C’erano damigiane con i cesti sfatti, bottiglie vuote sulle assi, ma anche la scala verso il piano superiore.

Mi trovai in un vestibolo del tutto insolito: interamente rivestito di un bel legno di colore caldo, come se fossi passato in un altro paese o in un’altra epoca della mia vita. Spinsi una porta e mi trovai in uno stanzone. Le finestre erano sprangate; tuttavia alla luce di alcune candele potei vedere che era occupato in fondo da un lungo bancone, ingombro, a quel che mi parve, di mazzi di erbe seccate. Dietro il bancone c’era un uomo con uno strano berretto di velluto viola, intento a scrivere su un grosso registro. Chissà perché pensai che stesse catalogando le erbe secche di cui era disseminato il ripiano del banco. Vedendomi entrare sollevò lo sguardo dal registro e disse, senza alcuna sorpresa:

«Buongiorno. È venuto per la casa?»

Io ero allibito; ma la domanda era così pertinente che non potei fare a meno di annuire, e l’uomo mi indicò, con la penna, una porta.

Fui un attimo perplesso: secondo la mia percezione del luogo quello doveva essere un muro perimetrale. Non poteva esserci una stanza al di là. Tuttavia il gesto dell’uomo era così perentorio che mi avviai verso la porta. La aprii cautamente, aspettandomi di trovare il vuoto.

Che sciocco, mi dissi un attimo dopo, certo che la porta dà sull’esterno, ma da questa parte il fianco della collina è più alto, quindi siamo al livello del terreno.

C’era appena un gradino e subito dopo un boschetto di faggi e quercioli che doveva normalmente essere nascosto dalla casa, infatti non ricordavo di averlo mai notato. Feci qualche passo fra gli alberi; il suolo scompariva sotto le foglie secche di quercia, i tronchi dei faggi erano picchiettati di verde; non c’era sole, l’aria era tranquilla. Mi accorsi che avevo sulle spalle una specie di tappetino che assomigliava vagamente a un tappetino da preghiera ebraico. Ne fui contento: non faceva affatto freddo, anzi, la temperatura era ideale; ma il tappetino mi avrebbe protetto dall’umidità della sera. Si avvicinava il crepuscolo.

Sollevai lo sguardo e capii cosa aveva voluto dire l’uomo dello stanzone: dall’altra parte di un piccolo avvallamento, asciutto e pieno di foglie secche, c’era una casetta straordinaria. Era di dimensioni lillipuziane, poco più alta di un uomo se ben ricordo, ma per il resto perfetta. Così dunque le case erano due, e quella grande, grigia, severa, era soltanto l’accesso a questa.

Era come se la casetta fosse già mia. Me ne rallegrai, mentre giravo intorno lo sguardo e non trovavo difetto alcuno nei tronchi dei faggi e delle querce, nei ceppi coperti di muschio, nel pavimento di foglie lucide e secche, nell’aria tranquilla. Stavo bene, non c’è che dire, stavo proprio bene. Il vecchio disagio, comparso chissà quando e che non se ne andrà, si sentiva appena; e in ogni caso non c’era nulla che si potesse fare, tanto valeva essere sereni, come l’aria mite fra gli alberi.

A una delle finestre – ce n’erano due, incorniciate da rami curvi – vidi mio figlio. Forse non l’ho detto: ho un figlio, che ora è adulto, ma all’epoca era poco più di un ragazzo. Quasi nello stesso momento udii il rumore complicato della finestra che si chiudeva.

«Aspetta!» gridai. «Non chiudermi fuori!»

Lui rise:

«Ma no, sto solo chiudendo la finestra».

Vidi che mi comportavo con lui come mio padre – un vecchio decrepito allora – si comportava con me: lo stesso modo querulo, ossessionato da prudenze e precauzioni. Vidi anche che non gli ero più necessario. Incrociai sul petto i lembi del tappetino: di nuovo non c’era nulla che si potesse fare e fu con mestizia, ma con serena mestizia, che dissi fra me: I figli! Durano giusto dieci anni.

Non so perché pensai “dieci anni”, ma questo è il numero di anni che pensai.

In realtà non lo pensai: lo dissi ad alta voce perché lì intorno, nel fossato pieno di foglie, c’erano mio fratello e mia sorella. Ne fui leggermente infastidito dal momento che abbiamo opinioni diverse su quasi tutto. Temevo che, come era loro abitudine, si mettessero a criticare la casetta che volevo comprare. Alla mia osservazione sui figli annuirono con un sorriso cortese. Era evidente che non gliene importava nulla; o forse constatavano soltanto, con un’alzata di spalle, qualcosa che avevano visto venire. C’era anche mio padre. Come sempre quando voleva a tutti i costi superare un momento di imbarazzo si mise a parlare a voce troppo alta, come un cieco che si metta a picchiare le mani sulla tavola, rovesciando piatti e bicchieri, perché non gli piace la piega che ha preso la conversazione.

Tuttavia l’aria continuava a essere mite, i tronchi picchiettati di verde e le foglie di quercia lucide e pulite. Mi girai verso la casetta; mio figlio non c’era più. Mi resi conto che non sapevo dov’era e che sarebbe stato molto difficile, forse impossibile, raggiungerlo. Di colpo la serenità dell’aria, del bosco e delle foglie mi divenne insopportabile. Mi girai di scatto, temendo che la porta dalla quale ero venuto fosse scomparsa. C’era ancora invece, a una certa distanza. Corsi, terrorizzato dal pozzo di irrealtà in cui ero precipitato.

L’uomo dal berretto di velluto era al suo posto dietro il bancone; mi guardò con un sopracciglio inarcato come se fosse sorpreso, o forse contrariato, di vedermi tornare. Attraversai la stanza con pochi passi decisi.

«Può dirmi» lo affrontai risolutamente «che cos’era quello?» e indicai in direzione della porta.

L’uomo mi guardò con un sorriso incredulo, come se non si capacitasse che non avessi capito:

«Ma, mio caro signore» rispose, «quello è il suo Purgatorio».

Sono passati diversi anni da allora, e non sempre ricordo cosa avesse voluto dire. Ma allora capii immediatamente e le sue parole mi apparvero evidenti, illuminanti, indubitabili. Mi sentii perduto; ricordo che sgranai gli occhi ed esclamai:

«E il mio Paradiso allora? Dov’è il mio Paradiso?»

Di nuovo l’uomo sorrise. Doveva essere rosso di capelli sotto quel suo berretto viola, perché la pelle del viso e delle mani era straordinariamente pallida e disseminata di lentiggini color crusca.

«Questo, signore», rispose gentilmente, «deve saperlo lei».

La mia vita non è mutata. Non ho scoperto dov’è il mio Paradiso. Come ho detto, ho rinunciato al progetto di cambiar casa. Quando, passando, ne vedo una che mi attira, la guardo con piacere e una vena di scetticismo. Faccio lunghe passeggiate, a piedi o in bicicletta. Ma evito il sentiero che porta alle colline brulle sotto la strada di Predosa.

NOI DILETTANTI (racconto e distanza)

Sarà l’influenza della short story, sarà l’idea che, anche solo per le dimensioni ridotte, non impegna più di tanto – fatto sta che il racconto è un genere molto praticato. Quando ero giovane i dilettanti, cioè noi, scrivevamo poesie. Oggi che la poesia ha perso di appeal, o è diventata difficile, troviamo il nostro naturale sbocco nel racconto.

Per i giovani, ora come allora si tratta di esprimere “qualcosa che hanno dentro”. I meno giovani riversano nel contenitore fatti reali o di invenzione, che arricchiscono di pennellate didascaliche. I più avvertiti evitano di suggerire apertamente una morale.

Ciò che accomuna noi dilettanti, giovani e vecchi, è l’assenza di distanza. Che il giovane, nell’ansia di una comunione estatica, gli rovesci addosso un barile di parole, o che il non più giovane racconti un fatto – entrambi sono la prima, ingombrante presenza su cui il lettore incespica. Non vede uno stile, vede una persona (nel senso in cui diciamo che si sente il maiale che strilla).

La letteratura intrattiene con la vita rapporti necessari, ma non è la vita. La letteratura ha luogo su un palcoscenico, che già la diversa elevazione distingue dalla platea; però viene osservata da occhi che non appartengono alla dimensione scenica bensì alla vita, o, nella metafora, alla platea. Dall’autore al fruitore, il testo letterario deve passare attraverso due dislivelli: deve essere “montato”, ma la montatura non si deve vedere (a meno che, naturalmente, lo scopo non sia mostrarla, ma allora dovremo avere una montatura della montatura). Ciò che nella vita sarebbe “posa” e suonerebbe falso, quindi da evitare, è espressamente richiesto sulla scena; ma visto dalla platea deve apparire “naturale”, o comunque adeguato al mezzo.

Pur non essendo generi teatrali, l’epica e la narrativa hanno sempre badato a costruire una serie di filtri che avessero, come il palcoscenico rialzato, la funzione di dis-livellare il narrato, di farne qualcosa di non omogeneo rispetto sia all’autore che al lettore. Nel racconto breve, dove per forza di cose i filtri “esterni” diminuiscono o scompaiono, essi dovrebbero essere interiorizzati e dar luogo a un tono che ponga fin da subito il racconto “nella giusta distanza”. Più il racconto è breve, più in realtà è difficile scriverlo.

Come ci sono dilettanti giovani e meno giovani, così anche la distanza ha due facce: autobiografica e ideologica. La distanza autobiografica è la base della buona autofiction. La mancanza di scarto rispetto all’ideologia genera la falsità e la ripetizione; e, sul lato del lettore, l’insofferenza e la noia.

Questa, fra lo scrivente e l’opera, è la prima, imprescindibile distanza. Ce ne sono altre. In generale, più in un racconto vengono inseriti dislivelli – palcoscenici successivi – più il racconto acquista profondità. Viceversa l’assenza di dislivelli – lo scorrere “naturale” dall’autore al testo e, nel testo, da un personaggio all’altro e da una circostanza all’altra senza “salti” – genera un’inevitabile impressione di piattezza. (La piattezza non voluta è ovviamente diversa dall’impressione di piattezza consapevolmente perseguita e messa in scena.)

Come si costruisce un palcoscenico? Se lo sapessi non sarei una dilettante; ciononostante mi permetto un paio di osservazioni:

Il racconto non-realista – il racconto fantastico, surrealista, visionario, oppure filtrato attraverso la distorsione del soggettivo disagio psichico – parte apparentemente avvantaggiato. Il porsi fin da subito su un piano diverso dal quotidiano, l’effetto di straniamento, uno stile evocativo o sorprendente rappresentano sicuramente un primo “dislivello” e sembrerebbero garantire quella “foresta di simboli” senza la quale non c’è letteratura. Ovviamente non basta, o la scorciatoia sarebbe davvero troppo comoda. I simboli devono essere oscuri – cioè non banali -, ma in qualche modo leggibili: devono avere “sguardi familiari”. E rimane comunque il problema dei dislivelli interni: un racconto fantastico che corra dall’inizio alla fine, senza contraddittorio, sull’onda di un’unica ossessione o monomania dell’autore, ci strapperà alla fine uno sbadiglio. Magari uno sbadiglio letterario ma pur sempre uno sbadiglio.

A pensarci un attimo, anche il racconto realista avrebbe le sue facilità. La distanza potrebbe essere garantita dal fatto di mettere in scena personaggi terzi; anche nel caso di un io narrante, questi racconta qualcosa che gli è capitato addosso dall’esterno, o di cui è stato testimone. Così funzionava per Maupassant. Il guaio è che la realtà è diventata incerta e poco convincente; non si sa come afferrarla; quando tenti di metterci una mano sopra ti accorgi che stringi il falso. E i personaggi terzi, come pure l’io narrante, acquistano un minimo di spessore e di verità solo se sono passati attraverso la lente dell’ironia.