UN ALLOCCO NELLA NOTTE (Le storie del Cappello Floscio 1)

Essermi occupata, recentemente, di qualche perla di Lamillo Cangone mi ha suggerito il protagonista di un racconto – o di più racconti, dipenderà dalle prossime perle. Il titolo generale potrebbe essere Le storie del Cappello Floscio.

Ecco la prima.

UN ALLOCCO NELLA NOTTE

Camillo Langone

Vidi per la prima volta il Cappello Floscio alla Sagra della Rana, la maratona di fede e gastronomia dell’Appennino Mordianese in cui per settantadue ore si alternano messe cantate e rane fritte – involate a quintali, le rane, dagli stagni remoti dell’Epiro e della Bactriana.

In occasione della kermesse il borgo di Sant’Isidoro, che attualmente conta sette abitanti e mezzo (l’ottavo, deceduto in odore di santità, rifiuta di decomporsi e non è chiaro se sia da considerarsi vivo o morto), si riempie di fedeli del Santo, ma soprattutto di estimatori della carne di rana. La Sagra infatti commemora il miracolo compiuto dal diacono Isidoro, che durante una carestia fece piovere rane salvando la popolazione dalla morte per fame.

Sapevo che il Cappello Floscio era qualificato per comparire sia in veste di devoto del Santo che come connaisseur della polpa di batrace. Dirò, per chi non ne fosse al corrente, che in una rana spellata egli è in grado di distinguere fino a quattordici diversi tagli di carne. Andavo insomma abbastanza a colpo sicuro.

Lo vidi infatti, dopo la dodicesima o tredicesima messa della giornata, che si rinfrancava con du’ coscettine di rana e un bicchiere di lambrusco in un angolo della sala bassa della locanda – che tanto la sala alta non c’è e la locanda apre solo per la festa del santo. Una figura lugubre contro la finestra aperta sul buio, un po’ defilato, un po’ trincerato dietro la botte di lambrusco che gli faceva da tavola e da baluardo – vuoi mai che si mischiasse al profanum vulgus quod arcet -, vestito d’orbace pretesca sulla quale galleggiavano il volto e le mani – mobilissime queste e in atto di smembrare fragili arti di rana; anzi, tanto mobili che sembravano non due, ma quattro, sei, otto… E spuntavano da una specie di mantello da esibizionista che il Cappello Floscio si teneva però ben stretto al corpo. Caso mai non ne uscisse…

Caso mai non ne uscisse cosa? Be’ ma l’orrore, perché come mi avvicinai mi accorsi che le mani erano davvero quattro, sei, otto… il numero sembrava variare, e non erano sempre in numero pari né simmetricamente distribuite. 

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Quando non erano in movimento, se non venivano immediatamente ritirate sotto il panno nero, le mani riposavano su piccole staffe o stampelle distribuite sul ripiano della botte. L’impressione era che faticassero a sostenersi da sole. Mani disossate. Involontariamente pensai alla passione del Cappello Floscio per le macellerie.

Mi chiesi se la storia delle mani potesse essere considerata uno scoop. Mi dissi che no, che le neoplasie di un segaiolo non fregavano niente a nessuno, che se avevo una chance di intervistare il tipo era precisamente perché nessuno se lo filava – a parte che per l’intervista non mi avrebbero dato un soldo, già andava bene se trovavo un foglio parrocchiale che me la pubblicasse. Bon, mi feci coraggio e puntai con decisione alla botte.

Non ricordo da dove cominciai, se dal Santo o dalle rane. Su entrambi mi ero documentato. Ma troppe impressioni mi investivano contemporaneamente e finirono per confondermi. Ricordo che nella sala bassa e affollata faceva un caldo infernale e che mi stupii quando mi resi conto che, oltre al mantello di lana pesante, il Cappello Floscio indossava un basco nero calato fino alle orecchie come, ai tempi, i curati di campagna in lambretta. Mi chiesi vagamente se sotto il basco ci fosse la tonsura, ma immediatamente, a causa della lambretta, scordai la tonsura e mi sovvenne don Moratti. Un bellissimo uomo diceva mia madre che era andata a scuola dalle suore; le quali, diceva Don Moratti, erano teste fasciate, e infatti durante le sue lezioni ce n’era sempre una di guardia nell’aula. Poi era partito (in lambretta?) alla volta della Spagna, dove fornì sostegno spirituale alle truppe italiane a fianco della Falange. O magari mi confondo col Prete Bello perché gli anni in cui lo lessi sono gli anni in cui mi venivano raccontate queste cose. Fatto sta che tempo dopo trovandosi mia madre per caso alla pasticceria Helvetia vide, di schiena, una sottana grossa e grassa. La sottana si volse, era don Moratti in atto di spararsi un cannolo alla crema.

A forza di spararsi cannoli alla crema non era più quel bellissimo uomo, e nemmeno il Cappello Floscio lo era – non credo lo sia mai stato -, ma in più quella sera, con quel caldo, con tutto quel panno e quel feltro, sudava copiosamente, sicché l’unica parte stabilmente visibile – la faccia – era come spalmata di una materia translucida e oleosa, una gelatina che sarebbe stata molto più al suo posto sulle coscette di rana, ma anche lì dov’era gli dava qualcosa di cannibalmente appetibile, tipo testina di vitello. Pensai ancora una volta – e non fu l’ultima – alla passione del Cappello Floscio per le macellerie.

Non è strano, dissi infine riprendendomi, che un anacoreta, un santo, abbia usato come strumento di bene gli stessi animali – anfibi per di più, come dire ambigui, un poco equivoci  – con cui Dio Padre flagellò a suo tempo l’Egitto?

Il Cappello Floscio non rispose subito. Prima fermò la cameriera che passava di lì per ordinare una fiorentina di bufalo – ma doveva essere bufalo americano, l’ultimo bisonte della prateria, l’ultimo prima dell’estinzione totale; perché, come precisò rivolto a me, lui non voleva mangiare una bistecca di bisonte – non aveva neanche fame – voleva mangiare un manifesto dell’antianimalismo, mi pregava di sottolinearlo nel mio articolo, perché se sta scritto che Dio può suscitare figli ad Abramo da queste pietre, figuriamoci se non può suscitare bisonti americani. Quindi possiamo accopparli senza problema.

Sì, ma le rane? chiesi io che volevo tornare alla Sagra e a Sant’Isidoro.

Le rane. disse il Cappello Floscio sistemando su una staffa la quarta o quinta mano che lo intralciava nello scalco della fiorentina di bisonte. Dio Padre e le rane. Lei lo sa vero che le rane obbedivano anche ai maghi dell’Egitto. In effetti mi pareva di aver letto qualcosa del genere, ma non ero sicuro e in ogni caso non sono mai stato un esperto di fiabe, quindi preferii stare zitto. Rana, continuò il Cappello Floscio dopo aver staccato coi denti un pezzo di cotenna, è un sostantivo femminile. Certo, convenni, – almeno in italiano. Ah be’, se poi vuole venirmi a dire che in un dialetto della Nigeria settentrionale la parola rana è a volte maschile, a volte femminile e a volte nessuno dei due… No no, mi affrettai a precisare, io i dialetti della Nigeria settentrionale manco li conosco. Ma già in tedesco per esempio… Il tedesco! esclamò il Cappello Floscio levando al soffitto gli occhi cerulei e disossati. La lingua di Martin Lutero! Scommetto che ha cambiato genere alle parole per far dispetto a Roma.

Meglio lasciar perdere se no le rane chissà quando le rivedo. Quindi, dissi, rana è un sostantivo femminile. Il Cappello Floscio annuì. E dunque? E dunque è un essere di servizio. Obbedisce. Inoltre è mobile, lei mi capisce. Obbedisce a tutti. Obbedisce a Aronne, obbedisce ai maghi dell’Egitto, obbedisce a Sant’Isidoro e obbedisce a me. A lei? Sì, quando le mangio. Le incorporo. Obbedienza perfetta.

Cominciava a farmi un po’ paura, il Cappello Floscio, con tutte le sue mani, le sue staffe e la cotenna di bisonte staccata a morsi. Ma, dissi, cosa vuol dire femminile? Stiamo parlando di un genere grammaticale, giusto? Ah quindi lei fa la differenza fra sesso e genere. Non sa che la Bibbia dice: “maschio e femmina li creò”? Non sono previsti generi, casi intermedi, varianti, ricombinazioni. Esiste solo il sesso, non il genere. Il tavolo è maschio, la tavola è femmina, il lume è maschio, la lampada è femmina, il ferro è maschio, la ferra è femmina. E così via.

La ferra? Certo, la ferra. Lei non è del territorio, vero? Ma, dissi io, veramente sì. E non sa cos’è la ferra? La ferra è la falce; per secoli i falciatori del territorio hanno vissuto la falce come la femmina del ferro, si faccia spiegare la questione da Lindo Giovanni Giorgetti, il poeta del territorio.

Ora io questo Lindo Giovanni Giorgetti non lo posso vedere. Ma certo non potevo spifferarlo al Cappello Floscio, visto che ognuno tiene sul comodino i libri dell’altro e in quei libri si citano e si lodano a vicenda. Optai per una soluzione intermedia: oscurare Lindo Giovanni e lodare il paesaggio (il paesaggio, non il territorio, ma magari il Cappello Floscio non se ne accorgeva). Oltretutto non mi costava nulla, è un paesaggio che ho amato fin dall’adolescenza – e non da prima soltanto perché l’infanzia non ha paesaggio. Ah, dissi col miglior tono da leccaculo che mi riusciva di produrre, le montagne e le colline dell’Appennino! Sono come una tavola di pietre dure… No ma a me non me ne frega niente delle montagne e delle colline tagliò corto il Cappello Floscio sventolando quattro o cinque mani. Io la natura la aborro, si figuri. La natura esiste affinché possiamo mangiarla. Io non seguo la natura, io seguo Cristo. Cristo era onnivoro. Cristo mangiava e beveva con i peccatori. Di sabato, di domenica e di lunedì. Dei bei quarti di manza! Delle belle grigliate! Prosciutti di Magonza e di Baionna! Lingue di bue affumicate con salsa di senape! Bottarghe! Salsicce di Bologna! (poiché non temeva il veleno dei Lombardi)…

O Gesù, inorridii, ma questo non è il Vangelo, questo è Rabelais! Dovevo intervenire.

Sì, d’accordo, ma le rane?

Troppo tardi. Il Cappello Floscio aveva finito la bistecca di bisonte. Credetti di distinguere un filamento di carne cruda a un angolo della bocca e pensai per l’ultima volta alla passione per le macellerie. Aveva ritirato tutte le mani e le staffe, mi guardava curiosamente con occhi sempre più rotondi. In uno scatto si girò verso la finestra, spalancò le falde del mantello e volò via senza un fruscio – allocco dalle ali d’alpaca ominose nella notte.

La mia testimonianza finisce qui. Ho saputo che la storia ha un seguito, per quanto controverso. Dicono che Sant’Isidoro, passando di lì, l’abbia tirato giù con una schioppettata. E a chi recriminava che aveva abbattuto un esemplare di specie protetta, pare abbia risposto che di uccelli come quello, all’inferno, ce n’è quanti si vuole.

 

 

 

 

 

DI COME GARGANTUA MANGIÒ SEI PELLEGRINI IN INSALATA

Rabelais, Gargantua / Illust. v. G. Doré - - Rabelais, François

Dal Gargantua (1534) di François Rabelais:

DI COME GARGANTUA MANGIÒ SEI PELLEGRINI IN INSALATA

La storia richiede che si narri cosa accadde a sei pellegrini che venivano da San Sebastiano, vicino a Nantes, e per ripararsi quella notte, per paura dei nemici, si erano nascosti nell’orto sotto i bastoni dei piselli, fra cavoli e lattughe. Gargantua si sentiva un po’ di arsura e chiese se ci fossero delle lattughe da mettere in insalata, e sentendo che proprio lì se ne trovavano delle più belle e più grandi del paese (avevano infatti le dimensioni di pruni o noci), volle andare lui stesso a raccoglierle e tornò recandone in mano quante gli sembrò buono. Raccolse, assieme alle lattughe, i sei pellegrini, i quali avevano una tale paura che non osavano né parlare né tossire.

Lavandole lui dunque per prima cosa alla fontana, i pellegrini si dicevano l’un l’altro a voce bassa: “Che dobbiamo fare? Finirà che anneghiamo, fra queste lattughe. Non è meglio parlare? Ma, se parliamo, ci ucciderà come spie.”. E mentre così si consultavano Gargantua li mise con le lattughe in un piatto della casa, grande come la botte dell’abbazia di Cîteaux, e con olio sale e aceto le mangiava per rinfrescarsi prima di cena, e aveva già infilato in bocca cinque dei sei pellegrini. Il sesto era nel piatto, nascosto sotto una foglia di lattuga tranne per il bordone che spuntava. Vedendolo, Grandgousier disse a Gargantua:

“Mi pare che ci sia là un corno di lumaca; non mangiatela.

– Perché? (disse Gargantua). Sono buone tutto questo mese.”

E, afferrato il bordone, sollevò insieme a quello il pellegrino e lo mangiava di buon appetito; poi bevve un sorso orrendo di vino pineau, e aspettarono che si apparecchiasse la cena.

I pellegrini così divorati scansarono meglio che poterono le mole dei denti, e pensavano di essere stati gettati in qualche segreta di prigione; e quando Gargantua bevve il gran sorso credettero di annegare in quella bocca, e il torrente di vino quasi li trascinò al gorgo dello stomaco; tuttavia, saltando con i bordoni come fanno i pellegrini del Mont-Saint-Michel, raggiunsero la zona franca al margine dei denti. Sfortunatamente però uno di loro, tastando il terreno col bordone per vedere se erano al sicuro, beccò l’incavo di un dente cariato e colpì malamente il nervo della mandibola causando grande dolore a Gargantua, che infatti cominciò a urlare per il male che sentiva. Per alleviare il dolore si fece portare lo stuzzicadenti, e uscito fuori dove c’era il noce ghiandaio[1], a uno a uno vi snidava i signori pellegrini. Ne acchiappava uno per gambe, l’altro per le spalle, l’altro per la bisaccia, l’altro per la borsa, l’altro per la sciarpa, e il povero diavolo che gli aveva ficcato il bordone nel dente cariato lo agganciò per la patta; fu però per lui una gran fortuna, perché gli forò un ascesso che lo tormentava da quando avevano passato Ancenis.

Così i pellegrini snidati fuggirono di buon trotto attraverso la vigna nuova, e a lui si calmò il mal di denti.

In quel momento fu chiamato a cena da Eudemon poiché tutto era pronto:

“Me ne andrò dunque (disse) a pisciare la mia disgrazia.”

E pisciò così abbondantemente che l’urina tagliò la strada ai pellegrini, i quali furono costretti ad attraversare il canale della Gran Beverata. Di là passando poi al margine del bosco della Touche, nel bel mezzo del sentiero caddero tutti, tranne Fournillier, in una trappola che era stata fatta per prendere i lupi nella rete, e se ne liberarono grazie all’abilità del detto Fournillier che ruppe tutti i lacci e le corde. Usciti dal mal passo, per il resto della notte si ripararono in una capanna di frasche vicino al castello di Couldray, e là furono confortati nella loro sventura dalle buone parole di uno della compagnia, di nome Passofiacco, il quale mostrò loro che quell’avventura era stata predetta da Davide nel Salmo:

Cum exurgerent homines in nos, forte vivos deglutissent nos, quando fummo mangiati in insalata al grano di sale; cum irasceretur furor eorum in nos, forsitan aqua absorbuisset nos, quando bevve il gran sorso; torrentem pertransivit anima nostra, quando passammo la Gran Beverata; forsitan pertransisset anima nostra aquam intolerabilem, della sua urina, con cui ci tagliò la strada. Benedictus Dominus qui non dedit nos in captionem dentibus eorum. Anima nostra, sicut passer erepta est de laquea venantium, quando cademmo nella trappola ; laqueus contritus est da Fournillier, et nos liberati sumus[2]. Adiutorium nostrum, ecc.”

François Rabelais, Gargantua, Cap. XXXVIII (traduzione mia)

[1] Le noyer grollier: il noce con le noci così dure che soltanto i corvi e le gazze (grolles) riescono a romperle.

[2] “Quando gli uomini si ersero contro di noi, forse ci avrebbero inghiottiti vivi… Quando il loro furore si infiammava contro di noi, forse l’acqua ci avrebbe sommerso… La nostra anima ha superato il torrente… Forse la nostra anima avrebbe attraversato l’acqua insopportabile… Benedetto sia il Signore che non ci ha dato come preda ai loro denti… La nostra anima come un passero è sfuggita alla rete dei cacciatori… La rete è stata lacerata [da Fournillier] e noi siamo stati liberati”. Si tratta del Salmo 123.

 

Questo capitolo del Gargantua, che mi ha sempre fatto ridere alle lacrime, mi è tornato in mente leggendo l’altro giorno un articolo di Alessandra, di Libri nella mente, a proposito del Vecchio e il mare di Hemingway. Naturalmente Hemingway non c’entra nulla con Rabelais, però mi ha fatto riflettere, nell’articolo, il passo seguente:

“[…] Hemingway non amava le interpretazioni simboliche del romanzo, il cui fascino suggestivo è dato a suo parere solo dall’azione che crea emozione e nulla più. Nel tentativo di zittire i critici, che all’epoca facevano a gara nell’individuare significati nascosti (anche i più assurdi) in quelle parti di testo dove non ve n’erano affatto, ecco come cercò di chiarire il suo punto di vista in una lettera inviata all’amico e critico d’arte Bernard Berenson, nel settembre 1952: «… non c’è alcun simbolismo. Il mare è il mare. Il vecchio è un vecchio. Il ragazzo è un ragazzo e il pesce è un pesce. Gli squali sono tutti gli squali né peggio né meglio. Tutti i simbolismi che la gente dice di vederci sono merda.»”

Mi è venuto in mente questo capitolo del Gargantua perché qui Rabelais si fa beffe degli interpreti ossessivi, degli ermeneuti impenitenti che devono trovare dappertutto significati nascosti. L’idea che ciò che accade abbia un senso, nella realtà come in letteratura, è un pio desiderio, non è nelle cose. Il senso delle cose è che le cose accadono. Non c’è altro.