TOM

 Questa è una storia che doveva diventare come Tom Sawyer, soltanto che i tempi sono cambiati. Ma più che un fatto di tempi è forse un fatto di luoghi, perché i luoghi, in effetti, non sono quelli. Sono tanto poco quelli che invece di St. Petersburg lungo le rive del Mississippi, con le piane ondulate del Missouri alle spalle, abbiamo un paesino stretto fra un torrente e le colline; così stretto che quando c’è stato bisogno di una nuova strada non si sapeva dove farla.

C’era però fuori dal paese, andando verso la pianura, una pieve molto, molto, molto antica; e ci fu anche, dentro al paese, una maestra che molto, molto, molto tempo prima che si parlasse di Piano dell’Offerta Formativa organizzava ogni sorta di visite atte a confrontare gli alunni con le realtà del territorio. Visitarono, nei cinque anni delle elementari, una cartiera, una fabbrica di lana di roccia, la Bormioli, l’ultima anziana del paese che tesseva con l’ultimo telaio a mano, una fabbrica di marmellate e conserve che si chiamava Althea come la fidanzata dell’ispettore Ginko, varie altre cose che non ricordo e anche la famosa pieve.

Dai tempi che i Longobardi si erano convertiti al cristianesimo c’era sempre stata una chiesa su questo dosso nel mezzo di terreni acquitrinosi; però, a causa della povertà degli abitanti, la chiesa era costruita male, finiva che ogni due o trecento anni cadeva a pezzi, dunque bisognava restaurarla, però non c’erano soldi, allora la si restaurava male, dopo un po’ cadeva di nuovo a pezzi, e così via. Una storia triste; molto consona al paese però; molto in linea.

Quando fu visitata dalla classe della maestra era da qualche tempo in disuso. Benché si trovasse poco fuori dal borgo e fosse facilmente raggiungibile a piedi o in bicicletta, forse perché si nascondeva, per la vergogna, dietro alcune bruttissime e miserrime case coloniche, finiva che per vederla bisognava proprio andarla a cercare e la maggior parte della gente, soprattutto fra i più giovani, pur avendone spesso sentito parlare non l’aveva mai vista. Questo le aveva conferito negli anni uno statuto quasi di chiesa fantasma, nel senso che quando ci si trovava di fronte ai muri intonacati di arancione sbiadito o alla facciata con quel timpano da barocco messicano, si aveva la netta sensazione che la pieve non potesse essere tutta lì; che questa fosse, in realtà, la parte insignificante e visibile ma che ci dovesse essere dell’altro, qualcosa di non ben definito, un’aura o magari una propaggine nel terreno, come d’altro canto sembravano indicare le iscrizioni sepolcrali sullo zoccolo della facciata. E la nonna di Tom, non diceva forse che c’era una galleria sotto la pieve, un passaggio attraverso il quale i grassi canonici scappavano quando la chiesa era attaccata dai masnadieri?

A casa di Tom se una cosa era stata raccontata da un membro della famiglia era considerata vera e non ci si preoccupava di accertarne l’esatta collocazione temporale, le circostanze, la plausibilità, l’eventuale conferma da parte di altri testimoni, le fonti dell’informazione. E bisogna pure tener presente che, soggettivamente parlando e quindi per Tom, era passato meno tempo fra la conversione dei Longobardi e le uscite scolastiche con la maestra, che non fra quelle e i giorni nostri.

La visita alla pieve è tutto sommato una delusione: nemmeno le reliquie di San Celestino hanno visto, il teschio di cui parla sempre sua nonna e che Tom si è immaginato così vividamente che negli anni a venire non sarà mai del tutto sicuro di non averlo visto, invece. Ma forse si confonde con quelle altre ossa, quelle che per un po’ sono state in una cassetta di legno dietro un confessionale della cappella del cimitero; ci sono state per un po’ e lui ogni tanto andava a guardarle: ossa lunghe e nere come bastoni però, femori più che altro.

No insomma, non hanno visto niente, a parte una torre campanaria dal tetto sfondato e banchi mangiati dai tarli; non hanno visto niente eppure Tom non si dà per vinto. Fuori la maestra chiacchiera con le altre maestre e gli assesta di sbieco qualche occhiata malevola, perché l’antipatia le si esaspera talvolta in un parossismo di antipatia e in qualcosa di molto simile all’odio che deve pur farsi strada e sfogarsi; i ragazzini corrono sul prato bitorzoluto e stentato, ma Tom elabora un piano. Lui ha percepito l’aura; cammina su e giù davanti alla facciata intorpidita dall’intonaco, davanti alle iscrizioni sepolcrali che vibrano, si rende conto che c’è un lavoro da fare. Bisogna ritrovarla, questa cosa che c’è in giro fra le spighe di gramigna e non è certo la merdata sconsolata che hanno visto stamattina. Bisogna riportarla alla luce, entrarci.

Tom organizza una squadra. Non si dilunga sulla necessità del lavoro, che non è in grado di spiegare; punta più che altro sull’avventura, sulla possibilità di un’avventura. Ci sono luoghi segreti, inesplorati; il borgo è pieno di luoghi segreti e inesplorati, basta seguire le tracce, basta stare a sentire cosa dicono i vecchi, i molto anziani. Parla del passaggio sotto la pieve, che sbuca chissà dove; quello però è troppo difficile per loro, un progetto troppo ambizioso. Certo, la cosa più immediata e promettente sarebbe lavorare intorno alla chiesa, ma la chiesa è sprangata e le case dei contadini, intorno, incombenti. E poi ha questa particolarità di scomparire non appena le si voltano le spalle; Tom non è sicuro che la ritroverebbero, comunque.

Ma ci sono cose più facili, luoghi più accessibili. Tom immagina di stilare un elenco, di mappare il territorio dentro e intorno al paese. Al momento l’elenco contiene una sola voce, ma non è un problema, basta interrogare abilmente la nonna, portarla astutamente sul discorso. C’è, per esempio, la storia della nana che è saltata nella siepe. Questa è una cosa sicura, una cosa che è successa all’Emma. L’Emma è una cognata della nonna, una che è morta da moltissimo tempo, da tanto di quel tempo che le ossa nella cassetta dietro il confessionale, al cimitero, potrebbero anche essere le sue; ma comunque la storia della nana l’ha raccontata lei alla nonna, alla nonna e a tutti quelli che volevano sentirla. Dunque l’Emma, che da sposata abitava sopra la Branzana, di sera andava a trovare i suoi che stavano invece alla Croce. Dalla Croce alla Branzana sono tutte colline, campi e carraie. Dunque una sera che era buio pesto e l’Emma se ne tornava a casa alla Branzana si vede improvvisamente camminare a fianco, nella carraia, una donnina nana mai vista né conosciuta e che di sicuro non è di quelle parti. L’Emma è una donna alta, robusta, che non ha paura di niente e di nessuno; però la donnina la inquieta, non c’è che dire. Sta giusto per rivolgerle la parola e chiederle chi è e da dove viene, quando la nana senza il minimo preavviso salta nella siepe e scompare.

Se si riuscisse a stabilire con sufficiente approssimazione in quale punto della siepe è saltata, è facile che scavando si potrebbe trovare qualcosa di interessante, di questo Tom è abbastanza sicuro, tanto più che nella sua testa la storia della nana si confonde un po’ con quella della Mano d’Oro, per la quale però non ci sono testimoni in famiglia. Qui un tizio vede una mano d’oro che gli indica qualcosa in una siepe. Scava e trova un tesoro, e questo fu l’inizio della ricchezza dei Manodori. Oppure, Tom non ricorda più bene, il tizio vede una palla d’oro, o un sfera di fuoco, saltar fuori da una siepe. Scava e trova un tesoro e in mezzo al tesoro c’è una mano d’oro massiccio, per questo si chiamano Manodori. E queste storie hanno indubbiamente qualcosa in comune con una terza, perché anche lì c’è dell’oro, c’è qualcuno che cammina lungo una carraia, e se c’è una carraia di sicuro c’è anche una siepe. La terza storia si svolge al tempo che vennero giù i Francesi, e i frati del convento di Montefrontone scappavano perché avevano paura dei Francesi che odiavano i preti, le suore e tutte le cose della religione. Allora un contadino camminava lungo una carraia e fu superato da un frate che scappava a cavallo di gran carriera e mentre appunto scappava di gran carriera gli cadde una bisaccia da cui uscirono delle monete d’oro. Il contadino si china a raccoglierla, ma il monaco torna indietro, gli dà una scudisciata, recupera la bisaccia e riprende la fuga dicendo vattene via brutto villano, questa non è roba per te o qualcosa del genere. Ciò che affascinava Tom in questa storia erano l’immagine del frate che fuggiva a cavallo col saio arrotolato fin sopra le ginocchia, e il particolare della scudisciata. È sicuro che tutto ciò ha qualcosa di diabolico.

Ma tornando a noi, la storia della Mano d’Oro e quella del frate diabolico non sono ora di alcun uso per Tom, seppure invece il convento di Montefrontone, abbandonato da tempo e frequentato soltanto da profanatori di tombe, potrebbe apparire interessante.

E qui dobbiamo fermarci un attimo e chiederci, nuovamente e più di preciso: che cosa cerca Tom? Non un tesoro, su questo punto è abbastanza realista. Di sicuro cerca l’avventura, la quale comporta, essenzialmente o accidentalmente, il ritrovamento di armi, ossa, monete, oggetti vetusti e sconosciuti. Ma soprattutto bisogna considerare che l’impresa, fin dall’inizio, è plurale, è collegata con l’idea di un catalogo; bisogna considerare che quando Tom l’ha concepita, girovagando davanti alla pieve, essa gli è apparsa, nella sua forma più definita, come un quaderno a quadretti in cui vengono iscritti dei luoghi; bisogna considerare che questi luoghi sono immaginati dentro e tutt’attorno al paese, sono immaginati delimitarlo, trapuntarne il territorio; e da tutto ciò bisogna, in ultimo, dedurre che Tom voglia trasformarlo, che voglia vederlo in un’altra luce, che così com’è non gli vada affatto bene, che tenti di sovrapporgli un’altra immagine, un altro territorio, un altro paese; qualcosa che percepisce soltanto lui, e per di più in modo poco chiaro; qualcosa che gli ha alitato addosso stamattina; un soffio perso fra le iscrizioni tombali e gli steli intirizziti di gramigna.

È questo, in effetti, che irrita in Tom: questo suo fare come se vedesse le cose diversamente da come le vedono gli altri; come se quello che vedono gli altri non gli andasse bene; che so, non fosse abbastanza buono per lui. Irritante, non c’è che dire; e infatti la maestra è irritata, profondamente irritata, e l’irritazione divampa talvolta in una fiammata d’odio che fatica a controllare.

Ma chi si crede di essere questo stronzetto? Cosa crede di sapere?

Be’ intanto sa, perché glielo ha detto sua nonna, che nelle mura del castello c’è un buco. Non che sia un segreto: infatti lo si vede da sotto, a guardar bene, a saper dove guardare; lo si vede nonostante i rovi e i rampicanti che hanno invaso tutto; però di fatto nessuno ci guarda. È una parte impervia, lontana anche dalla scarpata dove si getta istituzionalmente l’immondizia. E non è nemmeno che questo buco nelle mura non sia mai stato visitato. Al contrario: dice sua nonna che qualcuno c’è andato, ci ha trovato ossa e palle di cannone. Ma è stato moltissimo tempo fa, e chissà poi se questi tizi hanno guardato bene, o magari si sono stufati di portar fuori ossa e palle di cannone e ci hanno lasciato qualcosa.

Le mura del castello sono in uno stato pietoso, anzi, le mura vere e proprie non ci sono quasi più; sono rotolate giù, oppure sono state ingoiate dall’argilla. Quello che rimane è più che altro il terrapieno alto sopra il livello del fiume. È un luogo di rovi e di rifiuti e sopra c’è la rocca, che assomiglia a tutte le povere rocche di questa parte di montagna.

Questo è il luogo che, per primo, viene idealmente iscritto nel quaderno a quadretti, il primo che è venuto in mente a Tom là, nel prato stentato davanti alla pieve. Non dovrebbe essere impossibile raggiungerlo. Un pomeriggio, dopo la scuola, la squadra se ne sta a naso all’aria a rimirare l’apertura che forse, ma non è sicuro, occhieggia da dietro una cortina di rovi. La parete in cui si trova è quasi verticale; soltanto nell’ultimissimo tratto però: prima la scarpata è scoscesa e accidentata ma tutto sommato percorribile. Loro la guardano da sotto, dalla parte del fiume, da fuori dell’abitato. Lì c’è una strada bianca che fa una larga curva, si allontana verso il greto, in direzione del lavatoio che però è quasi sempre deserto perché le donne non vanno più con cesti e carretti a lavare alla roggia. Nella strada non passa praticamente nessuno, dovrebbero poter procedere indisturbati. Non si sono portati niente, né corde né rampini né bastoni, e se questo tradisce da un lato una certa disorganizzazione e velleitarietà, denota dall’altro il carattere ideale dell’impresa: uno sforzo dello spirito più che della tecnica, la pretesa di piegare la realtà all’idea; che, se in fondo sa che è destinata a fallire, sa anche che in ogni modo non saranno corde e rampini a salvarla. Comunque cominciano a salire; cominciano a salire e vanno su anche benino, barcollando sui sassi nascosti dalla vegetazione, afferrandosi ai rampicanti, graffiandosi coraggiosamente in mezzo ai rovi. Arrivano in punti in cui non possono proseguire, sono costretti a tornare indietro, a cercare altri percorsi; sono quasi alla base del muro verticale. Il motore di una macchina li costringe a girarsi, a disagio. È una vecchissima due cavalli che vien giù dalla discesa, fa la curva di spinta e prosegue anche, ma poi si ferma, lentamente, come se il conducente non avesse frenato ma spento il motore e messo in folle. Ne esce uno magro, ossuto, un po’ biondo, un po’ bianco, un po’ pallido. Loro lo conoscono: è uno detto Galèina, forse per il collo magro di gallina, forse per un che di ruspante. Ha un canile o qualcosa del genere giù nel fiume. Scende dalla macchina, si sbraccia e urla:

Gnî sò de d’lè![1]

E ancora:

Gnî sò de d’lè!

Quando li vede quasi in fondo alla scarpata sale in macchina e riparte, come se sapesse perfettamente che non ci riproveranno, che è andata, che è finita, che la realtà ha ripreso i suoi diritti se mai li aveva ceduti; che, per quel che riguarda Tom, la sua sfasatura rispetto al reale omologato intersoggettivo rimarrà una sfasatura e basta. Che d’ora in poi inutilmente egli tenterà di imporgli il suo idioletto.


[1] Venite giù di lì!