PHILIP ROTH E L’EUROPA: il caso di Delphine Roux

Michel Foucault

 

Concludendo il post precedente a proposito della Macchia umana, mi ripromettevo di esaminare più da vicino un personaggio su cui il narratore si sofferma con un interesse che mi pare vada oltre la sua funzione nel romanzo.

Non sarebbe l’unico caso. Sempre nella Macchia umana, Les Farley, l’ex marito di Faunia, e i suoi compagni reduci del Vietnam sono titolari di una storia che è quasi un romanzo indipendente: il romanzo di Les Farley che a un certo punto incrocia il romanzo di Coleman Silk – e l’incrociarsi, naturalmente, non rimane privo di conseguenze. È chiaro che Farley gioca un ruolo nella storia di Silk, tuttavia anche qui l’interesse del narratore per lui, per il suo passato e per il suo presente, va al di là dell’aspetto funzionale – al di là anche di quello che servirebbe a rendere semplicemente plausibile il suo ruolo. La stessa cosa, seppure in proporzioni più ridotte, vale per Lisa, la figlia di Silk: in questo caso il legame è piuttosto di carattere tematico (la mancata acquisizione del linguaggio scritto, nei bambini di cui si occupa Lisa, come figura della mancata acquisizione della dimensione sociale), tuttavia anche qui si osserva come l’aspetto funzionale al “romanzo principale” tenda a essere messo in ombra da un autonomo interesse per il personaggio e per i suoi problemi. In sé è uno degli aspetti attraverso i quali Roth si sgancia dal romanzo tradizionale, al quale rimane per molti versi legato, e mira a un effetto di intrusione diretta della realtà – la quale, come è noto, non obbedisce a principi di architettura romanzesca.

Ora però non voglio parlare né di Les Farley né di Lisa, bensì di Delphine Roux, giovane accademica di belle speranze, non estranea alla “persecuzione” di Coleman da parte delle istituzioni del college; anzi è lei che, pur senza che la si possa accusare di machiavellismo, di fatto ha messo in moto il meccanismo persecutorio. Ed è la stessa Delphine Roux che due anni dopo il primo “scandalo” Coleman, venuta a conoscenza della sua relazione segreta con Faunia, spedisce all’ex professore una lettera anonima e velenosa che lo manda su tutte le furie e lo ferisce profondamente. Insomma un legame con la trama c’è, ma non imprescindibile, e di sicuro non tale da richiedere lo “scavo” del personaggio messo in opera dal narratore (oltretutto: in questo romanzo abbiamo un narratore interno, Nathan Zuckerman; e qualche volta verrebbe da chiedersi come fa, lui, a sapere certe cose).

L’interesse per Delphine Roux mi pare motivato dal fatto che qui la professoressa Roux diventa la rappresentante di una certa cultura europea e in particolare francese, dominante nella seconda metà del Novecento, e della sua inconciliabilità con la cultura americana. Per sua sfortuna Delphine Roux si trova a essere il campo in cui si materializza il conflitto e Coleman Silk ne è in un certo senso una vittima collaterale.

I problemi di Delphine, giovane e brillante intellettuale francese di ottima famiglia, partita alla conquista dell’America sulla scorta di un invidiabile curriculum di studi, sono di ordine intellettuale e sentimentale: benché la sua formazione europea di altissimo livello faccia l’impressione che deve fare su un certo numero di giovani colleghi, Delphine si scontra in ultima analisi, all’interno dell’ateneo, contro lo zoccolo duro della diffidenza e dello scetticismo. Inoltre la bella e raffinata professoressa in America non trova un uomo. Si intende, naturalmente, un uomo che le vada bene, e che si precisa sempre più come un rappresentante autorevole della cultura umanistica americana deciso e anzi desideroso di attuare con lei un connubio alla pari. È con vero spavento che, in un momento clou, Delphine si rende conto che il suo uomo ideale, l’uomo che desidera, è precisamente Coleman Silk, l’ex preside di facoltà, colui che l’ha assunta controvoglia e che lei non è mai riuscita a conquistare né intellettualmente (Coleman non nasconde la sufficienza nei suoi confronti e nei confronti di ciò che lei rappresenta), né eroticamente (egli la considera attraente sì, ma emotivamente immatura e troppo piena di contraddizioni irrisolte); colui che perciò, con una certa soddisfazione, ha contribuito a distruggere.

“Per ottenere il secondo posto, il posto che desidera[1], le serve prima questo posto ad Athena, ma per quasi un’ora il preside di facoltà la sente parlare in un modo che quasi lo convince a decidere di non assegnarglielo. Struttura narrativa e temporalità. Le intime contraddizioni dell’opera d’arte. Rousseau che si nasconde ed è tradito dalla sua retorica. […] La voce del critico legittimata come la voce di Erodoto. Narratologia. Il diegetico. La differenza fra diegesi e mimesi. L’esperienza parentetica. La qualità prolettica del testo. Coleman non ha bisogno di chiedere cosa significa tutto questo. Sa, nell’originario senso greco, cosa significano tutte le parole di Yale e dell’École Normale Supérieure. E lei? Poiché ci dà dentro da più di trent’anni, Coleman non ha tempo per queste cose. E pensa: perché una ragazza così bella vuole nascondersi dietro queste parole per sfuggire alla dimensione umana della sua esperienza?”

Benché Delphine creda di detestarlo (“cominciarono subito a non andare affatto d’accordo”), le perplessità di Coleman nei suoi confronti non sono molto diverse da un disagio che lei stessa avverte relativamente alle proprie scelte intellettuali, un disagio che si tinge di nostalgia per una dimensione perduta:

“Obbligata com’è, alle conferenze e nelle pubblicazioni, a scrivere e parlare come richiede la professione, l’umanista è la parte di se stessa che Delphine qualche volta sente di tradire, e per questo [gli Umanisti][2] l’attirano: perché sono quello che sono e sono sempre stati, e perché lei sa che la considerano una che ha tradito.”

Ma cosa, di preciso, avrebbe tradito? Qualcosa che c’era nella sua giovinezza e che prendeva forma, a Parigi, nelle lezioni di Milan Kundera:

“Kundera, per loro, era legittimato dal fatto di essere uno scrittore ceco perseguitato […]. L’allegria di Kundera non appariva per niente frivola. Amavano Il libro del riso e dell’oblio. C’era in lui qualcosa di fidato. La sua appartenenza all’Europa orientale. La natura inquieta dell’intellettuale. Che tutto, per lui, sembrasse difficile. Erano stati conquistati dalla modestia di Kundera, l’esatto contrario del comportamento della superstar, e credevano nel suo ethos della riflessione e della sofferenza.”

Kundera è per Delphine la figura di un approccio diretto alla letteratura e alla vita che la carriera intrapresa – noblesse oblige – la costringe a sconfessare, ma per il quale nutre un rimpianto e un rimorso:

“In certi momenti ha persino l’impressione di aver tradito Milan Kundera, e così, in silenzio, quando è sola, se lo rappresenta con la fantasia e gli parla e gli chiede perdono. L’intento di Kundera, nelle sue lezioni, era di liberare l’intelligenza dalla sofisticazione francese, di parlare del romanzo come di qualcosa che ha a che fare con gli esseri umani e la comédie humaine; il suo intento era di liberare gli studenti dalle trappole tentatrici dello strutturalismo e del formalismo e dall’ossessione per la modernità, di purgarli dalla teoria francese instillata in loro, e ascoltarlo era stato un enorme sollievo perché, nonostante le sue pubblicazioni e la crescente reputazione professionale, era sempre difficile per lei occuparsi di letteratura per mezzo della teoria letteraria. Tra ciò che le piaceva e ciò che avrebbe dovuto ammirare – tra come avrebbe dovuto parlare di ciò che avrebbe dovuto ammirare e come parlava a se stessa degli scrittori che amava – poteva esserci un abisso così profondo che la sua impressione di tradire Kundera, senza essere il problema più grave della sua vita, a volte assomigliava al rimorso cagionato dal tradimento di un amante lontano, dolce e fiducioso.”

Insomma Kundera vorrebbe che gli studenti francesi, addestrati, a suon di analyse de texte e commentaire dirigé, a smontare e rimontare i meccanismi dei testi, recuperassero la letteratura come qualcosa di legato alla “dimensione umana dell’esperienza”, di legato cioè precisamente a ciò a cui Delphine, secondo Coleman, si sente professionalmente tenuta a sfuggire.

Philip Roth ha conosciuto e frequentato Milan Kundera a Praga, e successivamente a Londra e negli Stati Uniti. Dopo la pubblicazione del Libro del riso e dell’oblio (1978) Roth condensa due conversazioni con lo scrittore cecoslovacco in un’intervista nella quale Kundera dice fra le altre cose:

“On the other side, France: For centuries it was the center of the world and nowadays it is suffering from the lack of great historic events. This is why it revels in radical ideologic postures. It is the lyrical, neurotic expectation of some great deed of its own which however is not coming, and will never come.”

Alla preminenza radicale, nella french theory, dell’ideologia, cioè di una severa mediazione intellettuale e formale, sulla fruizione immediata della realtà e sulla libera riflessione su di essa, denunciata da Kundera, fa pendant nel romanzo di Roth la seguente osservazione di Coleman Silk sui giovani intellettuali francesi, che ha avuto modo di conoscere durante un anno passato a Parigi grazie a una borsa di studio Fulbright:

“Estremamente ben preparati, intellettualmente ben ammanigliati, questi giovani intelligentissimi e immaturi, dotati della più snobistica educazione francese, che si preparano instancabilmente a raggiungere una posizione tale da farli invidiare per tutta la vita, passano ogni sabato sera nel ristorante economico vietnamita di rue St. Jacques a parlare di grandi cose, senza la minima concessione alle chiacchiere o alle banalità: solo idee, politica, filosofia. Anche nel tempo libero, quando sono soli, pensano esclusivamente a come Hegel è stato recepito dalla società intellettuale francese del ventesimo secolo. L’intellettuale non deve essere frivolo. La vita deve essere dedicata solo al pensiero. Che il lavaggio del cervello li abbia fatti diventare aggressivamente marxisti o aggressivamente antimarxisti, hanno un orrore congenito per ogni cosa che sia americana.”

È inevitabile che con un background così cartesiano e formale Delphine Roux abbia i suoi problemi con l’America. Ma ciò che fa l’interesse del personaggio, il motivo per cui Roth si interessa tanto al suo personaggio, è che in Delphine il disprezzo di fondo per l’America, che non può non condividere con i connazionali (ad esempio nelle lettere che scrive agli amici in Francia), è accompagnato, come dall’altra faccia di un Giano bifronte, da un desiderio di appartenenza e di integrazione destinato a restare amaramente frustrato, non soltanto perché l’America avverte l’habitus di superiorità e non lo prende bene, ma soprattutto perché ne è, del desiderio di Delphine di essere accolta e accettata, come del desiderio di parlare degli scrittori che ama come ne parlerebbe a se stessa (come Milan Kundera vorrebbe che ne parlasse): desiderio impossibile perché per realizzarlo Delphine dovrebbe scavalcare e disconoscere la teoria.

È chiaro che attraverso questo personaggio, affettuosamente ma caricaturalmente delineato, Roth difende la sua causa e più in generale, nella misura in cui è possibile generalizzare, la causa del romanzo americano. Nel romanzo americano, e in particolare in quello di Roth, i personaggi e gli ambienti ci sono, sono dati – in un modo che a noi europei, in effetti, può apparire ingenuo. Le loro identità, azioni e sentimenti possono essere rappresentati, indagati, discussi; non hanno bisogno di essere fondati  – il che significa, come regolarmente accade nel romanzo europeo del Novecento, che nel tentativo di fondazione si sbriciolano e si polverizzano lasciando al massimo sagome cartacee, silhouette, ruoli, pedine o pedoni che si scambiano di casella. I personaggi del romanzo americano non hanno bisogno di analizzare le condizioni a priori del proprio essere dati, possono passare direttamente al punto due: essere, agire, sentire. Siamo noi che non riusciamo più a prendere sul serio i nostri. Scetticismo e nichilismo hanno fatto il loro lavoro, se proviamo a metterne in piedi uno viene fuori qualcosa di ridicolo, di assolutamente impresentabile. È una capacità che abbiamo perso, non riusciamo a lavorare fuori dalla teoria, e la teoria annichilisce.

Guarda lì invece, Coleman Silk, che personaggio. E Faunia. Gli americani sono ingenui, questo è vero. Però deve esserci qualcosa.

 

[1] Delphine, che ha appena concluso il dottorato a Yale, si ritiene matura per insegnare in un ateneo prestigioso; a malincuore si piega a candidarsi per un posto a Athena, la piccola università nel Massachusetts dove Silk è preside della facoltà umanistica.

[2] Nell’ambiente accademico Delphine chiama, spregiativamente, ‘Umanisti’ “i più vecchi, rustici e sorpassati”.

Philip Roth, LA MACCHIA UMANA – ovvero l’impossibile ecologia dell’individuo

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“[…] Les era già tornato a sedersi sul suo secchio; col gelido candore del lago tutt’intorno a quella macchiolina che era un uomo, l’unica traccia di una presenza umana in tutta la natura, come la croce di un analfabeta su un foglio di carta. Ecco, se non tutta la storia, tutto il quadro. Solo raramente, alla fine del nostro secolo, la vita offre una visione pura e pacifica come questa: un uomo solitario seduto sopra un secchio, che attraverso quaranta centimetri di ghiaccio pesca in un lago le cui acque si rinnovano continuamente in cima a un’arcadica montagna dell’America.”

Così si conclude La macchia umana (The Human Stain), uscito nel 2000 negli Stari Uniti e l’anno dopo da noi per Einaudi. Ma il quadro non inganni: se nell’immagine finale il pescatore solitario sul lago ghiacciato è una “macchiolina” insignificante che si perde nel “gelido candore” di “un’arcadica montagna dell’America”, e seppure il nome di Thoreau compaia alcune volte nel corso del romanzo, esso non tratta di un’impossibile conciliazione e nemmeno, strettamente, dell’opposizione uomo-natura, ma, come suggerisce il titolo, è tutto sul versante della macchia umana: della sozzura, della contaminazione che l’uomo rappresenta già in sé, prima e a prescindere dal contatto con un’intatta natura.

La protagonista femminile si chiama Faunia e anche in questo nome, non so quanto comune negli Stati Uniti, è impossibile non leggere un riferimento alla natura; tuttavia in Faunia la natura non ha nulla di arcadico e tantomeno di idillico. Essa rappresenta piuttosto, per lei, il limite che la attira, la zona affascinante in cui cessa la validità dell’umano, in cui l’umano non ha più corso – a cominciare dal linguaggio (interessante che Faunia sia, o finga di essere, analfabeta). Faunia ha una passione per le cornacchie, le piace il loro linguaggio. A un certo punto del romanzo va in un’oasi animalista a trovare la cornacchia Prince che vi è stata accolta perché, cresciuta in cattività, non è in grado di adattarsi alla vita selvatica. La ragazza dell’oasi racconta a Faunia che qualche giorno prima Prince, uscito dalla gabbia, è stato attaccato da altre cornacchie:

“ – Lo beccavano sul dorso. Strillavano. Lo sbatacchiavano di qua e di là. […] Prince non ha la voce giusta. Non conosce il linguaggio delle cornacchie. Non lo vogliono, là fuori. Alla fine è venuto da me, perché ero là. L’avrebbero ucciso. – È quello che succede quando crescono in cattività, – disse Faunia. – Ha passato tutta la vita con gente come noi, e questo è il risultato. La macchia umana, – disse, ma senza ripugnanza, né disprezzo, né disapprovazione. E senza tristezza. È così. Questo è tutto ciò che Faunia, nel suo tono freddo e distaccato, stava dicendo alla ragazza […]: noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione.”

In area culturale giudaico-cristiana si può essere tentati di vedere nella macchia di Roth la macula originalis, il peccato d’origine; non fosse che il narratore – l’alter ego di Roth Nathan Zuckerman – si è premurato di dirci che la macchia precede la disobbedienza. E a scanso di equivoci continua: “Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo. La fantasia della purezza è terrificante. È folle. Cos’è questa brama di purificazione, se non l’aggiunta di nuove impurità? Della macchia Faunia diceva soltanto che era inevitabile.”

Colui però che è destinato a sperimentare su di sé l’ineluttabilità della macchia non è tanto Faunia – già da molto presto, dalle sue origini quasi, come scoprirà il lettore che questa recensione invogli alla lettura, compresa nella macchia e perciò capace a sua volta di un’istintiva e spontanea comprensione, quasi di un affetto, di una fascinazione per essa; no, chi sperimenterà l’ineluttabilità di un fato comunque ominoso per gli umani (non per niente l’esergo del romanzo è tratto dall’Edipo re) è Coleman Silk, il professore universitario dalla vita esemplare la cui carriera immacolata e brillante viene interrotta, poco prima della naturale e degna conclusione, dall’irrompere di una casualità irrazionale e devastante che costringerà lui, ma soprattutto il lettore, a fare i conti con la macchia: la colpa inevitabile, sepolta sotto strati di rispettabilità e successo, e tuttavia inevitabilmente attiva. Tutto questo – lo sconvolgimento, la presa di coscienza e la rovina – è scatenato da un accidente:

“Pensava gli stessi inutili pensieri, inutili per un uomo di non grande talento come lui, se non per Sofocle: la casualità con cui si forma un destino… E come tutto può sembrare accidentale, quando è inevitabile.”

Il caso che travolge e schiaccia il professor Silk non ha nulla di tragico, anzi sfiora il ridicolo: si tratta, banalmente, di un equivoco, opportunamente gonfiato e manipolato dai nemici che il brillante e deciso preside di facoltà non ha potuto evitare di farsi negli anni. Il professor Silk ha usato l’espressione “spooks”, spettri, per riferirsi a due studenti che, pur essendo iscritti al suo corso, non si sono mai fatti vedere. Ora si dà il caso che l’espressione “spook” sia anche talvolta utilizzata come termine dispregiativo per indicare i neri; e si dà il caso che questi due studenti siano precisamente neri – cosa che il professor Silk non poteva sapere, non avendoli mai visti. Tanto basta, nell’atmosfera politicamente ipercorretta del college, per montare un’accusa di razzismo e invischiare il professore, nonostante la palese assurdità della cosa, in una spirale di inchieste, chiarimenti, procedimenti disciplinari e altre follie che finiscono per distruggerlo psicologicamente (e, crede lui, per ammazzargli la moglie, che proprio nel periodo di massima “persecuzione” è vittima di un ictus).

È un Coleman Silk furioso, letteralmente pazzo di rabbia e di dolore, quello che all’indomani della morte della moglie piove a casa dello scrittore Nathan Zuckerman, che conosce appena, per chiedergli, o piuttosto per ingiungergli di scrivere – poiché Zuckerman questo fa: scrive – la storia dell’ingiustizia assassina che ha subito. Naturalmente Zuckerman, il narratore, non ha nessuna intenzione di farlo; tuttavia i due diventano amici e sarà quando tutto sarà finito, e Zuckerman avrà capito quello che c’è da capire e scoperto quello che c’è da scoprire, che scriverà la storia – non, o non soltanto, dell’ingiustizia subita da Coleman Silk, ma dell’ingiustizia che Coleman Silk, come qualsiasi individuo che voglia essere se stesso, non può fare a meno di perpetrare.

Perché, pur essendo una persona onesta e corretta quanto lo si può desiderare, Coleman Silk ha un segreto; anzi, come ci dice la quarta di copertina, “da cinquant’anni nasconde un segreto”. Non sarò io a svelarlo, tanto più che Philip Roth lo fa in modo così magistrale che sarebbe un peccato rovinargli l’effetto. Mi limiterò a dire che per essere ciò che vuole essere, il giovane Coleman Silk si è visto a un certo punto costretto (o ha creduto di essere costretto, che è la stessa cosa) a tradire il noi della sua appartenenza: famiglia, ascendenza, etnia e cultura di origine, e dunque anche infanzia, miti, ricordi; insomma tutto ciò che fa, spontaneamente, un’identità. Di tutto fa tabula rasa, costruisce ex novo, convinto che sia giusto e legittimo sacrificare il preesistente e dato (la filiazione biologica e culturale) al libero progetto di sé, all’edificazione paziente e consapevole delle condizioni ambientali nelle quali l’io individuale, indubitabile e irrinunciabile, può esplicarsi. Nel fare questo, comprensibilmente, egli causa dolore (da come ne parlo, sembrerebbe che Coleman Silk debba alfine ricredersi e ammettere che era meglio restarsene vicino a casa e a mamma sua, ma non è così semplice, e Roth non è Pascoli):

“Dalla sera alla mattina l’io nudo e crudo era venuto a far parte di un «noi» che aveva tutta l’arrogante solidità del «noi», anche se lui non voleva averci nulla a che fare, né con quel «noi», né con qualunque altro tirannico «noi» gli fosse capitato d’incontrare. […] No. No. Vide il destino che lo aspettava e non gli piacque. Ci arrivò intuitivamente e spontaneamente si ritrasse. […] No alla tirannia del «noi» e alla prima persona plurale con cui essa si esprime e a tutto ciò che il «noi» ti vuole ficcare nella testa. Non era per Coleman la tirannia del «noi» che muore dalla voglia di assimilarti, lo storico e inevitabile noi morale e coercitivo e assorbente col suo insidioso E pluribus unum. […] L’io nudo e crudo, invece, con tutta la sua agilità. Andare alla scoperta di se stessi: ecco il vero pugno alla labonza[1]. La singolarità. La lotta appassionata per la singolarità. Il singolo essere umano. La mobile relazione con ogni cosa. Non statica, ma mobile. Autocoscienza, ma dissimulata. Cosa c’è di altrettanto potente?”

Per tutta la prima e più lunga parte della sua vita Coleman riesce nel progetto. Sostituisce al contesto di origine, con i suoi automatismi, il contesto che è frutto di una libera scelta e di ben ponderate strategie. Ottiene ciò che si era proposto di ottenere: il posto nella società che corrisponde al suo talento e ai suoi desideri, la moglie che ha scelto, i figli che di meglio non poteva sperare[2]. Finché il nuovo contesto, per motivi apparentemente accidentali, senza sapere perché lo sta facendo, senza sapere che l’accidente è inevitabile perché affonda le sue radici nel segreto della macchia, senza nemmeno volerlo in fondo, lo espelle.

La morale non è però, come accennavo prima, di tipo verghiano o pascoliano. Assolutamente no. Il contesto di origine avrebbe schiacciato e soffocato Coleman tanto quanto il nuovo contesto finisce per distruggerlo. La morale, se proprio di morale vogliamo parlare, è che nella realtà, cosmica e umana, non c’è posto per l’individuo. Come già la natura, l’individuo e la sua libertà, entrambi istanze irrinunciabili, rappresentano per Roth un limite: un confine invivibile e pericoloso su cui si cammina come sul filo di una spada, sempre prossimi a rovinare nell’abisso. Il «noi», insomma, è il più forte – non solo in senso storico ma, soprattutto, in senso metafisico, cioè genuinamente tragico.

Nell’abisso che si spalanca – ma è veramente un abisso? non è soltanto un piccolo crepaccio, un fosso, fastidioso, certo, ma in fondo una quisquilia, una bazzecola? Basterebbe un po’ di pazienza, aspettare che si calmino le acque, far finta di aver torto e dire “mi dispiace”, e l’incidente sarebbe velocemente archiviato e dimenticato. È Coleman stesso, è la sua macchia che ne fa un abisso, e l’ex preside di facoltà vi si getta con furore cieco (di nuovo Edipo re) e autodistruttivo. Nell’abisso che, in ogni caso, si spalanca (Coleman è rigettato o si autorigetta dal contesto, si esclude via via dal consorzio umano), si spalanca anche, per lui, la vera possibilità del limite. Nell’isolamento quasi totale che è l’ultimo frutto della libertà individuale, e a settantadue anni, Coleman inizia una relazione con la molto più giovane Faunia Farley, colei che non da ora ma da sempre è il paria della società, colei della quale fino in fondo non si riesce a stabilire quanto sia vittima delle perversioni del mondo e quanto sia perversa di suo, e non si riesce a stabilirlo, presumo, perché non è questo il punto (stiamo leggendo Philip Roth, non Rousseau). Il nome che, in privato, Coleman dà a questa donna è: Voluptas.

La zona-limite in cui si muovono Coleman e Faunia è al confine dell’umano e, in primis, fuori dai confini dell’umanesimo. La voluptas – il sesso – non prevede sentimenti. Non prevede contatti umani di alcun tipo, tranne quelli che procurano piacere. E che contatti ci potranno mai essere fra una donna delle pulizie dalla spontaneità piuttosto volgare, che come secondo lavoro aiuta a mungere le vacche, e un professore di lettere classiche che ha passato la vita a leggere i poemi omerici e la tragedia greca del quinto secolo?[3] Roth sceglie accuratamente i suoi personaggi. È Faunia stessa che detta le regole: niente idealizzazioni – il che implica niente sentimenti; solo quello che si può toccare con mano e sentire con pelle:

“«Ti scoperò – le ho detto – solo per quello che sei». «Così va bene», fa lei.”

Naturalmente sarebbe inesatto dire che fra Coleman e Faunia non ci può essere nulla, o nulla di rilevante; infatti fra loro c’è la cosa enorme e irrinunciabile che è la voluptas; ed è proprio la voluptas, vissuta radicalmente e con sincerità totale, che li tiene costantemente su quella lama di rasoio dalla quale è facilissimo essere spinti giù e precipitare[4], perché, e questa mi sembra la conclusione, libertà individuale, voluttà e morte sono, alla fine, indissolubilmente legate.

La macchia umana è un romanzo complesso, ammirevolmente costruito e che, come spesso avviene nei grandi romanzi di Roth, tocca numerosi temi che legano la vicenda individuale alla storia americana (dallo scandalo Lewinsky ai problemi psichici dei reduci del Vietnam) – senza che tuttavia sia la storia a spiegare la vicenda, ma piuttosto nel senso che i fenomeni storici rappresentano quasi un’enfatizzazione, una realizzazione su scala gigantesca di quanto avviene concretamente e dolorosamente nella vicenda individuale – dei modi in cui l’essere si manifesta concretamente e dolorosamente nella vicenda individuale.

Ho cercato di mettere in rilievo il tema che mi è sembrato centrale: la connessione necessaria di libertà individuale e voluptas e il loro situarsi al limite dell’umano, in una zona di confine in cui è difficile, forse impossibile vivere – del loro essere contemporaneamente la massima realizzazione dell’uomo e la sua indelebile macchia – dell’impossibilità insomma, per l’individuo, di una reale ecologia. Fra gli altri numerosi temi toccati da Roth in questo romanzo ce n’è però uno di cui vorrei parlare più diffusamente, ed è quello che si sviluppa intorno al personaggio Delphine Roux. Di questo, dunque, nel prossimo post.

 

[1] Coleman si riferisce a un incontro di boxe che ha disputato e vinto

[2] Tutti tranne uno: il più piccolo, il ribelle, l’insopportabile, quello che odia sua padre a prescindere. E non lo odia, è evidente, per quello che sa di lui, ma per quello che non sa: per il segreto che in qualche modo intuisce. In una vita di successo, una singola, piccola o grande difformità nei figli, che suggerisce la macchia segreta in uno o entrambi i genitori, è un topos letterario.

[3] In realtà, volendo, un collegamento c’è (ci sono sempre collegamenti in Roth, ovunque collegamenti): la citazione in cui si riferiscono i pensieri  di Faunia intorno alla cornacchia Prince continua così “Della macchia Faunia diceva soltanto che era inevitabile. Questo era il suo punto di vista: siamo creature irrimediabilmente macchiate. Rassegnata all’orribile, elementare imperfezione. Faunia è come i greci, i greci di Coleman. Come i loro dei. Sono meschini. Litigano. Attaccano briga. Odiano. Assassinano. Fottono. Il loro Zeus non vuol far altro che fottere […]”.

[4] Mentre un altro personaggio, Smoky Hollenbeck, il sovrintendente alla manutenzione del college, intrattiene accortamente il suo harem di bidelle senza rinunciare a veleggiare tranquillo attraverso la vita e la società.