RACCONTARE LA MADRE: Peter Handke, INFELICITÀ SENZA DESIDERI

Infelicità-senza-desideri-di-Peter-Handke

 

Peter Handke scrive questa narrazione[1], fin da subito la più letta e la più venduta della sua intera produzione, fra il gennaio e il febbraio 1972, a poche settimane di distanza dal suicidio della madre. La scrive perché sente l’urgenza di raccontare la madre e lo fa subito, prima che l’urgenza si affievolisca. Gli stati d’animo che precedono, accompagnano e intersecano l’azione dello scrivere (il lavoro dello scrittore) sono ambivalenti e apparentemente contraddittori, come doppio, se non triplo, è in questa vicenda (in questo caso) il ruolo dell’uomo Handke: da un lato, come figlio, egli è il luogo in cui si manifesta il dolore per la morte della madre e il dolore stesso della madre che egli è in grado di percepire direttamente, quasi fosse lei; dall’altro, come scrittore, è colui che tenta di circoscriverlo, cioè di scriverlo nei termini esatti, nei termini che ne rendano esattamente conto; in questo lavoro di circoscrizione, che appartiene allo scrittore e corrisponde alla sua vocazione, nella fatica di produrre i termini che rendano perfettamente conto di un caso perfetto, Handke non è il soggetto del dolore ma della soddisfazione.

Il dolore (del narratore, della madre) è pre-verbale, non può essere detto. I momenti di dolore sono “Schreckzustände”, “stati di terrore talmente brevi che la lingua arriva sempre troppo tardi”[2], ma proprio questi “brevi momenti di assoluto vuoto di parola, e il bisogno di formularli” sono “lo stesso impulso di sempre alla scrittura”.

Non ci si deve però immaginare un processo cronologico (dolore – superamento del dolore attraverso la scrittura). Gli stati convivono fin dall’inizio, cioè dal momento in cui Handke apprende del suicidio della madre[3]:

“La sera dopo, ricevuta la notizia della sua morte, tornai in Austria. Nell’aereo c’erano pochi passeggeri […] Leggendo il giornale, bevendo birra, guardando dal finestrino, mi perdetti a poco a poco in uno stanco, impersonale senso di benessere. Sì, continuavo a pensare, e ogni volta pronunciavo con cura i pensieri dentro di me: ERA QUESTO. ERA QUESTO. ERA QUESTO. MOLTO BENE. MOLTO BENE. MOLTO BENE. E per tutto il volo fui fuori di me per l’orgoglio che lei si fosse suicidata.”

L’orgoglio che la madre avesse fatto di sé un caso perfetto.

“La sera, in casa, salivo per le scale. Improvvisamente saltai un paio di gradini. Ridacchiando infantilmente, con una voce estranea, come da ventriloquo. Gli ultimi gradini li feci di corsa. Di sopra mi battei spavaldamente il petto col pugno, e mi abbracciai. Poi, lentamente, con la coscienza di chi custodisce un segreto straordinario, ridiscesi la scala.”

Il lettore di Handke è abituato alla descrizione di “stati” apparentemente assurdi, cioè stati per i quali nell’uso normale della lingua non apparirebbero premesse e che comunque, all’interno di quello stesso uso, si direbbe rimangano senza conseguenze. Tuttavia questa piccola scena ha luogo dopo il funerale, che per il narratore, posto di fronte all’insensibilità della natura[4], si conclude così: “Mi sentii schernito e completamente abbandonato. A un tratto, nel mio furore impotente, provai il bisogno di scrivere qualcosa su mia madre.” Vista su questo fondo, la scena precedente può essere letta come figura dell’esultanza dello scrittore che ha materia da scrivere (“un segreto straordinario”).

Sarebbe però sbagliato pensare che Handke veda la scrittura e il suo prodotto al modo classico kantiano: come “piacere disinteressato di fronte all’oggetto bello” – piacere disinteressato che, secondo Kant, si instaura nel soggetto nel momento in cui, davanti all’oggetto bello, le sue facoltà conoscitive si trovano tutte comprese in un gioco armonico. Alla base della scrittura di Handke ci sono pur sempre – qui ancor più che altrove – gli “stati”: stati abissali di terrore e di orrore, istantanei, puntuali, irriducibili al tempo e alla narrazione[5], e che tuttavia costituiscono l’impulso, scatenano il bisogno di narrare. Dall’altra parte tuttavia, al termine del processo, nessuna catarsi. Al termine di questa narrazione, che è la biografia della madre con tutto ciò che essa comporta di elaborazione del passato, il risultato non è il distaccarsi dal narratore di un periodo concluso e pacificato:

 “Descrivere, naturalmente, è un puro e semplice processo di ricordo; è chiaro però che non ci evita nulla per la prossima volta, ricava unicamente dagli stati di terrore, attraverso il tentativo di accostarli con una formulazione il più possibile esatta, un piccolo piacere, dalla beatitudine del terrore produce una beatitudine del ricordo.”

Davanti a questa narrazione, come davanti a tutte le grandi narrazioni, il critico onesto non può, finalmente, che esortare il lettore a leggerla. Mentre di fronte alle cose mediocri le recensioni, se non vogliono stroncarle, finisce che necessariamente le gonfiano, di fronte alle grandi cose ogni recensione non può essere che una mutilazione, dunque prendo la mutilazione fin da subito in conto e dichiaro che mi occuperò soltanto di due aspetti: le difficoltà che incontra la narrazione di una vita reale, e l’interpretazione che Handke dà (sceglie di dare) dell’esistenza e del suicidio della madre.

“Naturalmente sono un po’ imprecise queste cose scritte su qualcuno di ben preciso; ma solo le generalizzazioni che espressamente prescindano da mia madre come protagonista strettamente individuale in una storia forse unica nel suo genere possono riguardare qualcun altro oltre me – la pura e semplice cronaca di una vita con fine improvvisa sarebbe per il lettore soltanto una pretesa.”

Il punto che viene toccato è quello, spinoso, del rapporto fra un individuo reale come oggetto di una cronaca (ma è possibile una cronaca non letteraria? È possibile che nel momento in cui fatti e persone vengono messi per iscritto non ci sia, almeno, un’intenzione di letteratura?) e quello stesso individuo trasformato in personaggio. Naturalmente il problema può essere allargato a qualsiasi cosa che, da unica e reale, diventi parte di una scenografia letteraria, cioè fattizia e fittizia. Ciò che viene detto qui è che ciò che è strettamente individuale è privo di interesse per il pubblico dell’arte, che per acquisire interesse esso deve fare delle concessioni, deve mischiarsi al generale, cioè a ciò che, bene o male, è già stato stereotipato[6]. Questo movimento verso il generale non è però senza rischi, anzi; il rischio è di perdere il contatto col particolare, senza il quale c’è forse filosofia, o sociologia, o antropologia, ma non letteratura: “Il pericolo di queste astrazioni e formulazioni è che tendono a rendersi autonome. Dimenticano la persona da cui sono partite – una reazione a catena di locuzioni e di frasi come le immagini di un sogno, un rituale letterario per il quale la vita di un individuo non è che un’occasione.” Sarà dunque, il proposito biografico-letterario dell’(ancor) giovane Handke, un navigare rischioso fra Scilla e Cariddi: “Questi due pericoli – da una parte la pura cronaca, dall’altra lo svaporare indolore di una persona in frasi poetiche – rallentano la scrittura, perché a ogni frase temo di perdere l’equilibrio. Ciò vale sempre per l’attività letteraria, ma vale particolarmente in questo caso, dove i fatti sono così preponderanti che non rimane quasi più nulla da inventare.”

Come Handke dice poi di essersi tolto d’imbarazzo – prima andando dai fatti verso le frasi e poi, non contento del risultato, dalle formulazioni già disponibili nel linguaggio verso i fatti – è un procedimento che andrebbe approfondito, ma a cui egli accenna soltanto e che richiederebbe, per renderne conto, un’analisi stilistica dettagliata. A me interessa semplicemente l’aver posto il problema: un problema che, in un momento in cui la narrativa di invenzione è o dovrebbe essere in crisi[7], mi pare di grande rilevanza. Averlo posto e essere riuscito in una narrazione che ci riguarda tutti, senza che la protagonista perda la propria individualità particolare.

Infelicità senza desideri, il titolo, è il rovesciamento, ironico, amaro o rassegnato, dell’espressione idiomatica tedesca wunschloses Glück, felicità senza desideri, che indica scherzosamente uno stato di felicità così totale da escludere qualsiasi impressione di manchevolezza. Ma se, nel rovesciamento, è l’infelicità a essere senza desideri, questo indicherà un’infelicità così profonda da rendere impossibile perfino il germogliare di un desiderio. Come la madre, da un’infanzia di rurale povertà comune all’epoca (gli anni venti del secolo scorso) e in sé non infelice, piuttosto neutra, sia approdata all’infelicità senza desideri che culminerà nel suicidio[8], è il vero tema della narrazione. Handke individua la radice del male nell’identità negata. La madre era, esisteva, ma cosa fosse e come esistesse era deciso da altri: il padre, il marito, la responsabilità nei confronti dei figli, una collettività nella quale bene o male aveva il suo posto. Al posto di una reale identità c’è, nella madre, la consapevolezza di un’assenza: un vuoto che lentamente la risucchia; è questa consapevolezza che la mina, che farà della sua rassegnazione una rassegnazione incompleta, velenosa, la rassegnazione di chi ha avuto idea di qualcos’altro. Da ragazzina è esuberante, cocciuta, non si adegua, dopo le elementari, al destino comune alle ragazze del suo ceto sociale: stare a casa a impratichirsi nei lavori domestici in attesa del matrimonio.

“Cominciò così, che improvvisamente a mia madre venne voglia di far qualcosa: voleva studiare; perché, da bambina, studiando aveva percepito qualcosa di se stessa. Era stato come quando uno dice: «Mi sento.» Per la prima volta un desiderio, che venne anche espresso ripetutamente, finché diventò un’idea fissa. Mia madre raccontava di aver “mendicato” dal nonno il permesso di imparare qualcosa. Ma la questione non si poneva neppure: per liquidarla, bastava un gesto della mano; fu liquidata con un gesto, era impensabile.”

All’origine di tutto (“Cominciò così…”), troviamo, fenomeni inusitati e simultanei, il “sentirsi”, cioè una percezione della propria identità, e un desiderio (“Per la prima volta un desiderio”). Desiderare qualcosa (qualcosa di impensabile): distaccarsi dal percorso pre-tracciato, assumere un’identità autonoma rispetto al gruppo. A quindici, sedici anni la madre se ne va di casa e fa un apprendistato come cuoca in un albergo sul lago. Forse non è quello che intendeva con “studiare”, e i gradi della carriera sono presto percorsi, però gli anni che seguono (che sono gli anni dell’Anschluss e, più tardi, della guerra) sono spensierati, indeterminati, aperti; potrebbe ancora succedere qualcosa. Quello che succede è che si innamora di un furiere tedesco – l’unico amore della sua vita – e rimane incinta (il figlio sarà il futuro scrittore). Purtroppo il furiere tedesco è già sposato. Sollecitata a obbedire all’imperativo morale di dare un padre a suo figlio, sposa un altro sottufficiale tedesco, che non ama. Di lì in poi, è andata:

“E così non era diventata niente, non poteva più diventare niente, non c’era nemmeno bisogno di leggerle il futuro. Parlava già dei «suoi tempi, allora», e non aveva nemmeno trent’anni.”

La vita coniugale non sarà diversa da quella di molta altre coppie (di molte altre donne). Il marito beve, è violento, lei lo disprezza, il disprezzo di lei rende lui ancora più violento, ecc. Però escono spesso insieme, a Berlino, più tardi, saranno “una bella coppia”. Certamente la denuncia della disparità fra i sessi è un tema della narrazione (che ha contribuito e contribuisce ancora al successo del libro), e certamente il fatto di essere donna ha costituito per la madre un ostacolo importante all’obiettivo di essere se stessa. Tutto vero, se ne è potuto fare esperienza fino a tempi recenti. Però mi pare che nel libro la questione dell’identità come presupposto per una (possibile) felicità e il misterioso legame fra identità e desiderio vadano oltre l’ostacolo del sesso. Negli anni in cui la madre, dopo la guerra, raggiunge a Berlino il marito (che la accoglie senza entusiasmo, ha già dimenticato quel matrimonio fatto quasi per scommessa, “in fin dei conti c’era la guerra”), nel tentativo di uniformarsi al nuovo ambiente si costruisce qualcosa come un’identità – forse l’unica che le sia toccata:

“Un viso come una maschera – non rigido come una maschera, ma mobile come una maschera –, una voce alterata, che sforzandosi timidamente di non attirare l’attenzione, imitava non solo l’altro dialetto, ma anche i modi di dire estranei – «Alla salute!», «Giù le zampe di lì!», «Oggi mangi di nuovo come un lupo» – un atteggiamento del corpo studiato, con l’anca piegata, un piede in avanti… tutto questo, non per diventare un’altra persona, ma per diventare un TIPO: per trasformarsi da fenomeno dell’anteguerra a fenomeno del dopoguerra, da ingenua campagnola in creatura della grande città, per la cui descrizione bastava: ALTA, SNELLA, BRUNA. […] Così una vita interiore che non ebbe mai la possibilità di diventare pacificamente borghese fu consolidata almeno in superficie, imitando goffamente nei rapporti sociali il sistema di valutazione borghese tipico delle donne soprattutto, per cui l’altro è il mio tipo ma io non sono il suo, oppure io il suo ma lui non il mio […] Si viveva dunque in base a questa dottrina dei tipi, in essa ci si ritrovava piacevolmente oggettivati e non si soffriva più di se stessi, né della propria origine, né della propria individualità, afflitta forse dalla forfora o dai pedi sudati, né dalle condizioni di sopravvivenza che ogni giorno si rinnovavano; come tipo, anche un disgraziato usciva da una solitudine e da un isolamento vergognosi, perdeva se stesso eppure diventava qualcuno, anche se soltanto di passaggio.”

Se la madre fosse rimasta nella grande città, forse l’abitudine del “tipo” avrebbe anestetizzato il disagio per il non-raggiungimento di un’identità autentica; tornata in Carinzia (una retrograda provincia di confine), il “tipo”, che è una creazione della metropoli, la abbandona. Il problema dell’identità (mancata) non è più aggirabile, tanto meno risolvibile. La via d’uscita è una sola.

 

[1] Nel frontespizio è dichiarata “Erzählung”, dunque sarebbe da tradurre “racconto”, ma in questo caso “narrazione” mi sembra più adatto.

[2] Per le citazioni utilizzo in linea di massima l’ottima traduzione di Bruna Bianchi, dell’edizione Garzanti.

[3] A proposito della “notizia del suicidio della madre”, nel passaggio dal tedesco all’edizione italiana è successo qualcosa che non mi spiego ma che trovo, nelle sue propaggini, piuttosto divertente: nella quarta di copertina dell’edizione italiana (Garzanti) si legge: “di fronte al suicidio della madre, appreso dal giornale, l’ancor giovane scrittore ecc.”. Ora, da nessuna parte il narratore dice di aver appreso dal giornale il suicidio della madre, e da quanto viene detto nella narrazione si evince piuttosto chiaramente che non è così. Il fatto che il racconto inizi con il trafiletto di cronaca dalla Volkszeitung della Carinzia ha unicamente il senso, secondo me, di spostare fin da subito il fatto in quel regime di oggettività, o meglio di distanza, necessario alla narrazione – e anche di esordire già sul tono di “vita mancata” che sarà il succo del libro: una vita che si conclude nell’anonimato di un trafiletto di cronaca. Ma il divertente è che nella stragrande maggioranza degli articoli italiani che ho potuto consultare su internet si ripete pari pari che Handke “ha appreso dal giornale” il suicidio della madre. Ci si chiede se chi recensisce legge anche, prima di recensire.

[4] “Dietro il muro del cimitero cominciava subito il bosco. Era un bosco di abeti, su un colle piuttosto ripido. Gli alberi erano così fitti che a partire dalla seconda fila si vedevano solo le punte, poi cime dietro a cime. Folate di vento tra i fiocchi di neve, ma gli alberi non si muovevano. Lo sguardo andava dalla tomba, da cui la gente si allontanava in fretta, agli alberi immobili: per la prima volta la natura mi apparve veramente spietata. Questi erano dunque i fatti! Il bosco parlava da sé. Niente contava all’infuori di queste innumerevoli cime di alberi; davanti ad esse un episodico agitarsi di figure che uscivano sempre più dal quadro. Mi sentii schernito e completamente abbandonato. A un tratto, nel  mio furore impotente, provai il bisogno di scrivere qualcosa su mia madre.”

[5] La narrazione, in cui “si finge la regolarità di uno schema consueto di vita, scrivendo: «Allora – poi», «Perché – sebbene», «fu – divenne – divenne un niente», e in tal modo si spera di dominare la beatitudine del terrore.”

[6] In realtà più che sull’aspetto stereotipo Handke insiste, come si vede in seguito, sull’aspetto letterario o “poetico”. In un’intervista rilasciata nel 2009 al giornale Die Welt (https://www.welt.de/kultur/article5110963/Als-Peter-Handke-den-Selbstmord-der-Mutter-erlebte.html) Handke afferma di aver evitato, ad esempio relativamente all’ambiente di origine della madre, il pericolo del “tipo”. Secondo me questo non è del tutto vero.

[7] In realtà che dovrebbe essere in crisi lo dico. Lei – la letteratura d’invenzione – millanta ottima salute e se ne frega dei presupposti teorici – con i risultati che si possono immaginare.

[8] Un suicidio che, dice ironicamente Handke, ”qualunque intervistatore estraneo risolverebbe senza fatica con una tabella per l’interpretazione dei sogni – religiosa, psicologica o sociologica”.

SPIN OFF: Peter Handke, LA DONNA MANCINA

Die linkshaendige Frau

A proposito di Handke, nei commenti allo scorso post si è parlato di La donna mancina, del 1976, forse uno dei suoi testi più noti, e di cui lo stesso Handke ha fornito una trasposizione cinematografica. Dai commenti (compresi i miei) emergeva una sostanziale perplessità nei confronti di quest’opera, sentita, credo, come eccessivamente descrittiva: “Più che un romanzo mi parve sì e no una sceneggiatura” nota Giacinta, sottolineando così il carattere “esterno” del testo che quasi mai, o pochissimo, entra nell’interiorità dei personaggi, soprattutto della protagonista. Come se al posto dell’anima ci fosse un vuoto la cui forma è intuibile soltanto a partire da oggetti della realtà esterna che ne delimitano i contorni. “Il lettore – continua Giacinta – [è] messo di fronte alla mancanza di senso di molto di ciò che si compie”, con una “sorta di autocompiacimento dell’autore” che ha trovato irritante. In effetti (come già nell’Ora del vero sentire) sia per l’evento scatenante – cioè la decisione di spedire via il marito, di essere lasciata sola, lei e il figlio – che per la maggior parte delle minime scene quotidiane rappresentate, non viene fornita alcuna chiave di interpretazione psicologica, come se il legame di causa-effetto fra l’interiorità della protagonista (intenzioni, volizioni anche minime) e il suo interagire col mondo fosse interrotto. Questa mi pare una caratteristica sia di Handke che di una certa letteratura e di un certo cinema del periodo, che nella realtà deve fare i conti con la mancanza di un’immediatezza di senso difficile da ignorare; però è vero che nella Donna mancina questo aspetto è estremizzato:

“Il quartiere residenziale era immerso nel grigiore dell’alba; i lampioni si spegnevano in quel momento. La donna sedeva immobile alla scrivania.

Con gli occhi chiusi camminò in diagonale attraverso la stanza; poi su e giù, ogni volta girando sui tacchi. Si mosse all’indietro, molto in fretta, svoltando, di nuovo svoltando. In cucina stette in piedi davanti al lavello pieno di piatti sporchi. Mise le stoviglie nella lavastoviglie, accese la radiolina sulla credenza da cui esplose immediatamente musica da sveglia e allegre voci di annunciatori. Spense l’apparecchio, si piegò e aprì la lavatrice; ne trasse a fatica groppi di lenzuola umide avviluppate le une nelle altre, le lasciò per terra sul pavimento della cucina. Si grattò energicamente l’attaccatura dei capelli, con tutta la mano, finché non sanguinò leggermente.”

Come dicevo, alla prima lettura questo racconto non mi aveva lasciato gran che, anzi diciamo pure quasi niente; ma i ricordi erano vaghi e lontani. Ho voluto vedere se rileggendolo dopo più di trent’anni cambiava qualcosa. Effettivamente è cambiato moltissimo. Il libro è breve, di non difficile lettura, pur meditandolo come si conviene non prende più di un giorno. Non rientra nella letteratura “gratificante” ma secondo me dice una cosa importante, e la dice magistralmente.

Diversamente da L’ora del vero sentire (e da altre opere dello stesso periodo, come Breve lettera del lungo addio o Lento ritorno a casa), il racconto si apre su una situazione di felicità coniugale: “«Questa sera ho una sensazione come se si realizzasse tutto ciò che ho mai potuto desiderare. Come se potessi trasportarmi magicamente da un luogo di felicità all’altro; senza percorsi intermedi. In questo momento mi sento una forza magica, Marianne. E ho bisogno di te. E sono felice. Tutto in me vibra di pura felicità.»” Chi parla è Bruno, il marito; tuttavia, benché Marianne sia meno loquace e meno portata all’espressione di sentimenti debordanti, nulla lascia supporre che per lei le cose stiano sostanzialmente in modo diverso. Si può ragionevolmente supporre che abbia dal suo matrimonio tutto ciò che da un matrimonio si può desiderare; di sicuro quello che (forse) le manca non è un “più” di passione.

La felicità coniugale di Bruno e Marianne è accettata e ben vista dalla società: la sera stessa del ritorno del marito da un viaggio di lavoro in Finlandia la coppia cena in un ristorante raffinato e semivuoto. Alla fine della cena Bruno fa segno al cameriere: “«Mi serve una stanza per stanotte. Sa, io e mia moglie vorremmo fare l’amore, subito.»” Il cameriere, sorridente e comprensivo, riesce a trovargli una stanza benché l’albergo sia quasi al completo per una fiera commerciale: “«Ecco, è la chiave della stanza nella torre. Ci hanno dormito uomini di stato; non la disturberà, spero?»” Mi pare interessante che la stanza deputata a accogliere l’incondizionata passione coniugale sia una stanza dove “hanno dormito uomini di stato”, il che crea una specie di collegamento fra il matrimonio e la politica – ognuno retto da una sua specifica ragion di stato, entrambi miranti a integrare l’individuo in una necessaria eteronomia.

Con questo inizio, Handke inverte l’ordine classico: normalmente, all’inizio stanno gli ostacoli, di varia natura, che impediscono o ritardano il formarsi della coppia, mentre alla fine abbiamo – ove non sia tragedia o disillusione – l’unione degli innamorati riconosciuta dalla società. Partire dalla felicità coniugale e farla a pezzi soltanto per spingere più in là i limiti, per arrivare a una situazione meno felice ma comprensiva di più cose e tendenzialmente di tutte, è senz’altro più raro e di più difficile esecuzione. A me viene in mente un unico precedente, ed è un racconto di Musil del 1911: Il compimento dell’amore (uscito, con un altro, in un volume dal titolo significativo: Unioni). Nel racconto di Musil (un’ottima analisi la trovate qui), una donna che vive nel proprio matrimonio una felicità perfetta tradisce il marito, durante un breve viaggio che è costretta a intraprendere senza di lui, cedendo alle avances di un volgare seduttore non perché costui le interessi (anzi, il personaggio la nausea), ma perché il viaggio, estraniandola, seppur occasionalmente, dal cerchio perfetto della sua felicità, gliene mostra il carattere inevitabilmente casuale. Nella felicità, pur reale, del suo ménage non c’è nulla di necessario: una qualsiasi diversa e possibile biforcazione nei casi della vita l’avrebbe portata a una realtà diversa. La donna si rende conto che una contingenza felice non legittima l’esclusione di altre possibilità che in quel cerchio non rientrano. Detto così può suonare paradossale e poco plausibile, e in effetti non si tratta tanto, per Musil, di ottenere un effetto di realismo psicologico quanto di necessità metafisica. A tradimento compiuto, l’ultima frase di questo racconto che si intitola, lo ricordo, Il compimento dell’amore, è la seguente: “E molto lontano, come i bambini dicono di Dio che è grande, ebbe un’idea del proprio amore.”

Per Marianne, la “donna mancina”, nella decisione di chiedere a Bruno di lasciarli soli, lei e il bambino, non c’è né un tradimento né un’idea di tradimento. Non ci sono seduttori, più o meno volgari; magari, più tardi, innamorati gentilmente respinti. Ma quando Franziska – l’amica femminista di cui parleremo fra poco – le chiede: “«Vuoi rimanere per tutta la vita così, da sola? Non senti la mancanza di qualcuno che sia il tuo amico con anima e corpo?»”, lei esclama: “«Oh sì, sì. Però non vorrei sapere chi è. Anche se fossi per sempre insieme a lui non vorrei mai conoscerlo.»” Non voler sapere chi è, non volerlo conoscere significa, secondo me, il rifiuto di aderire a una possibilità concreta che, necessariamente, limita. Limita in quanto “l’amico con anima e corpo” è necessariamente egli stesso limitato, ma anche in quanto egli finirà (ovviamente la cosa è reciproca) per far passare e mantenere o enfatizzare soltanto alcune delle possibilità della donna, magari, anche senza volere, distorcendole a misura delle proprie.

La scelta di Marianne – una scelta difficile che comporta molta sofferenza – è una scelta per la libertà. Non una libertà in senso assoluto e nemmeno concreto: la vita da sola è più difficile, il peso dell’esterno, cioè le costrizioni, aumentano, deve riprendere a lavorare e anche quello che faceva prima – occuparsi del bambino e della casa – sembra talvolta pesare su di lei come un macigno. Di questo Marianne è consapevole:

“Dopo un po’ Bruno chiese: «Hai idea adesso di come andrai avanti?»

La donna rispose: «No. Per un attimo ho avuto la mia vita futura chiara davanti agli occhi e ho sentito freddo fin nel più profondo.»”

Libertà è da intendersi qui non come uno sbrigativo scuotersi di dosso fastidiosi vincoli, ma come rifiuto di accettare limiti esterni – manomissioni, rifiniture, correzioni, instradamenti – alla propria identità. In questo senso “La donna mancina” è un racconto di emancipazione – non però nel senso ristretto del femminismo. Non per niente Handke sceglie come amica di Marianne Franziska, femminista dura e pura, militante, e nemmeno tanto discretamente la prende in giro. Vorrei citare alcuni passi da un dialogo fra Marianne e Franziska in cui si parla di felicità – felicità con altri:

“«Io non voglio essere felice – dice Marianne – tutt’al più soddisfatta. Ho paura della felicità. Credo che non la sopporterei, qui, in testa.»” Più tardi chiede di Bruno, che ha spedito a vivere a casa dell’amica:

“«Come vanno le cose con Bruno?»

Franziska: «Bruno è il genere di persona che sembra fatta per essere felice. Per questo adesso è così sconcertato. E così tragico! Mi dà ai nervi. Lo butterò fuori.»

La donna: «Ah Franziska. Lo dici di tutti. E sempre sei tu quella che viene abbandonata.»

Franziska tentò un paio di gesti di protesta; dopo un po’ rispose, sorpresa: «A dir la verità hai ragione!»”

La via di Marianne esige, almeno per un certo periodo, un ritrarsi dalla società e dal commercio con gli altri. Questo finché non si sia acquisita la forza sufficiente di impedire agli altri di determinarci e dominarci (nessuna determinazione senza dominazione, naturalmente). Il problema del femminismo è che si tratta di un’emancipazione parziale: emancipazione dal dominio del maschio (ma senza rinunciare al maschio, seppure con modalità meno radicali del mitico popolo delle Amazzoni). I gruppi di incontro tra donne, a cui Franziska invita ripetutamente quanto inutilmente Marianne, sostituiscono a un lasciarsi determinare genericamente il lasciarsi determinare dal genere: anziché risolverlo, si limitano a spostare il problema. D’altronde, l’indifferenza di Marianne nei confronti del femminismo si evince anche dalle sue reazioni istintive a certi passaggi del racconto femminile di vita vissuta che sta traducendo dal francese:

“Cominciò a leggere: «Au pays de l’idéal: J’attends d’un homme qu’il m’aime pour ce que je suis et pour ce que je deviendrai.» Cercò di tradurre: «Nel paese dell’ideale: Mi aspetto da un uomo che mi ami per quello che sono e per quello che diventerò.» Alzò le spalle.”

Più avanti:

“Durante la notte era in piedi davanti alla scrivania e si leggeva ad alta voce quello che aveva scritto: « ‹E nessuno la aiuta?› chiese il visitatore. – ‹No›, rispose lei. ‹L’uomo che sogno sarà quello che ama in me la donna che non dipende più da lui.› – ‹E Lei cosa amerà in lui?› – ‹Questo tipo di amore.› »  Alzò di nuovo le spalle; d’improvviso fece la linguaccia.”

L’emancipazione a cui mira Marianne non è un’emancipazione della donna ma della persona (des Menschen): Marianne è un passo (o diversi passi) più avanti di Franziska. Alla fine del percorso (o quanto meno alla fine del racconto) Marianne può senza pericolo circondarsi di persone: dopo quella sorta di happening che ha luogo a casa sua, l’ultima sera, nel quale compaiono e al quale partecipano tutti i personaggi, anche apparentemente secondari, del racconto (una lunghissima sequenza in cui, come è da aspettarsi quando si vira al positivo, le capacità letterarie di Handke toccano i loro limiti), si dice di Marianne:

“Stette in piedi davanti allo specchio e disse: «Non ti sei tradita. E nessuno più ti umilierà!»

Non si tratta naturalmente, come già per Musil, di un protocollo da seguire, ma di una riflessione sul valore dell’identità e sui suoi condizionamenti, oltre che sul significato e sui limiti della felicità.

Resterebbe qualcosa da dire sullo stile di questo racconto, su quel procedere per inquadrature che ne fa qualcosa di simile a una sceneggiatura nella quale poco o nulla ci viene detto sull’interiorità dei personaggi. Lo sguardo del narratore assomiglia a una telecamera che a volte sembra registrare sequenze casuali nella quotidianità della protagonista, a volte si mette come nel suo occhio e riprende gli oggetti nel suo campo visivo, a volte scorre in lunghi piani-sequenza sullo sfondo urbano sul quale, in proporzioni ridotte, si muovono i personaggi. Questo fa degli oggetti e del paesaggio, prevalentemente urbano, dei co-protagonisti del racconto nei confronti dei quali, e con la stessa fatica, la donna mancina deve affermare la sua identità. Se infatti da parte dei diversi “altri” (il marito, l’editore, l’attore, la stessa Franziska), il pericolo è la prevaricazione, magari con le migliori intenzioni, la minaccia che incombe dal lato degli oggetti e dell’architettura funzionale della città è la mancanza di senso. Una mancanza di senso però che non è assoluta (se così fosse, Handke sarebbe banale e falso), bensì relativa, storica, da superare; legata, più che alle cose, a una nostra abitudine e a una nostra pigrizia:

“La donna: «Sono stata in città oggi con Stefan [il figlio]. Non mi capisce: i grattacieli delle banche, i distributori di benzina, le stazioni della metropolitana sono tutte cose che trova meravigliose.»

L’editore: «Forse c’è davvero in questo una nuova bellezza, solo che noi non riusciamo ancora a vederla. Anche a me piace la città. Dalla terrazza all’ultimo piano della casa editrice riesco a vedere fino all’aeroporto, dove gli aerei, a quella distanza, atterrano e decollano senza che si senta nulla. Ne nasce un quadro dolce, che mi anima.»”

Il movimento va sempre oltre, anche oltre le conquiste della donna mancina, e questo lei lo sa.

 

Peter Handke ora…

Peter Handke 2

…e allora

Peter Handke

 

 

 

PARANOIE EUROPEE: PETER HANDKE, L’ORA DEL VERO SENTIRE

Handke

“… in un certo corso disperato, vertiginoso e senza freni dei pensieri dove accade che la macchina mentale sia lanciata a tale velocità che si stacca dalla pista, evidentemente avevo toccato uno di quei poli che restano generalmente fuori portata, avevo azionato per caso la suoneria nascosta che chiama i soccorsi straordinari. Ho sempre creduto a questi soccorsi: mi è sempre sembrato che un’estrema tensione nel modo di subire una prova morale, senza volersene lasciare nemmeno impercettibilmente distrarre o acconsentire attraverso uno stratagemma qualsiasi a limitarne i danni, fosse atta a suscitare questi soccorsi e credo oltretutto di averlo verificato diverse volte. Che si tratti di prove di cui tutto porta a credere che non si riuscirà a risollevarsene o di prove più modeste, ritengo che il partito da prendere sia di guardarle in faccia e lasciarsi colare a picco. Ritengo che valga per il dolore come per il tedio.”

Questo naturalmente non è Peter Handke bensì André Breton, che è stato per anni, per me, un autore cult. La citazione è presa da Arcano 17 e ho come il vago ricordo che da un’altra parte, ma non sono riuscita a ritrovare dove, Breton dica addirittura che fa il possibile per andare velocemente a fondo, in modo da affrettare i soccorsi. È un’idea che mi è sempre piaciuta, mi dava una speranza, anche se con me non ha mai funzionato.

Però ci rimango affezionata, e probabilmente è questo il motivo per cui, essendomi recentemente occupata di paranoia americana e desiderando istituire un confronto con un campione di paranoia europea, trovandomi ad attraversare nel mese di dicembre un brutto periodo ho deciso di prendere diversi piccioni con una fava e di rileggere L’ora del vero sentire di Peter Handke. In altre parole di fare il possibile per colare a picco.

Quando ero giovane, in Germania Peter Handke era un giovane scrittore importante, uno che era diventato un grande di botto. Io però, all’epoca, ero tutta per il senso e la positività dell’essere  – l’immediata positività dell’essere. Provai a leggerlo e mi ributtò. Poi un’amica, più grande e più scafata, mi disse che Handke era un grande prosatore. Riprovai a leggerlo e mi accorsi che era un grande prosatore. La sua prosa – lo dico dopo questo duro mese di dicembre – è perfetta, il suo stile è puro, aderisce senza residui alla materia, crea la propria materia (quasi) senza manierismi, è un godimento incontaminato dalla prima all’ultima parola. Eppure è peso da morire.

L’ora del vero sentire è uscito nel 1975; cioè nel periodo buono. Perché con Peter Handke dicono che è come con la grappa: bisogna togliere la testa e la coda. Dicono, perché io conosco solo la produzione centrale, e nemmeno tutta. Però me ne sono letta una sfilza, uno dietro l’altro e con crescente entusiasmo. Ed è questo che non riesco a spiegarmi: l’entusiasmo. La gioventù ha delle risorse che più tardi diventano inimmaginabili.

Ma veniamo alla paranoia. L’ora del vero sentire è il racconto, alla terza persona, di due giornate nella vita di Gregor Keuschnig, addetto stampa presso l’ambasciata austriaca a Parigi (ogni riferimento autobiografico è voluto). Sono stati fatti collegamenti con i kafkiani Gregor Samsa e K., collegamenti legittimi e interessanti, soprattutto il primo; infatti per ambedue i Gregor la vita cambia radicalmente un mattino, al risveglio. Ma mentre Gregor Samsa si risveglia trasformato in grosso scarafaggio, si ritrova cioè vittima di una metamorfosi che non può nascondere al mondo esterno, la trasformazione di Gregor Keuschnig è più sottile e, potremmo dire, interiore (anche se l’aspetto esterno non ne rimane impregiudicato: “Si vide casualmente il viso riflesso nello specchietto del taxi. Sul momento non riuscì quasi a riconoscerlo, tanto era alterato. Senza bisogno di cercare dei paragoni gli vennero in mente subito diversi animali.”). La prima delle due giornate è quindi spesa principalmente nel tentativo di nascondere agli altri la propria metamorfosi.

Durante la notte, Keuschnig ha sognato di avere ucciso una donna anziana (un delitto a sfondo sessuale oltretutto), dunque di essere o essere stato, nel sogno, un assassino. Anziché svanire al risveglio, lasciando magari, come succede, un leggero disagio, il sogno ha originato in Keuschnig un mutamento irreversibile: egli deve constatare che non è più lo stesso, e ciò che è diventato è qualcosa di sconosciuto a lui prima che agli altri. Non che la sua vita precedente non avesse crepe: una moglie con cui si continua a coabitare per abitudine e quieto vivere (“Si chiamava Stefanie, e fino a ieri lo aveva almeno qualche volta commosso”), un’amante nella pausa pranzo, un lavoro non particolarmente entusiasmante. Le solite cose. C’è una persona che probabilmente ama, qualsiasi cosa ciò voglia dire: la figlia Agnes, una bambina di quattro anni. Le solite cose. Il problema è che proprio questo “solito”, al risveglio, è scomparso: come se tutte le abitudini fossero di colpo cadute da lui e lo avessero lasciato nudo. L’impulso a denudarsi compare diverse volte nel romanzo, non è chiaro però se la nudità indichi un’identità più autentica nascosta fino a quel momento dalle convenzioni, o un’assenza improvvisa e sconcertante, un’angoscia, un non saper più cosa fare (se si pencoli insomma più verso Heidegger o verso Sartre).

Fin qua, e messa così, non ci sarebbe gran che di originale. L’originalità di Handke sta nello scavo che egli fa di questa improvvisa “caduta delle abitudini”, che ci appaiono per prima cosa abitudini percettive (nel titolo tedesco compare il sostantivo: Empfindung, sensazione: la vera sensazione sarebbe quella, se c’è, che ti mette in contatto con la vera realtà, con l’essere autentico):

“Si fermò al centro del ponte e guardò giù, la Senna. […] Il fiume era marrone, come al solito, e come sempre scorreva in direzione delle colline a ovest, dove la luce del mattino faceva sembrare il sobborgo Meudon più vicino. Per Keuschnig tutto era ugualmente lontano e ugualmente non valido: la cava di sabbia sulla riva sinistra, le colline di Meudon e St. Cloud, la punta delle sue scarpe. Era come se il suo sguardo, prima di poter recepire qualcosa, fosse reso innocuo da uno strato invisibile; nulla era raggiungibile – e non sentiva alcuna voglia di raggiungere qualcosa.”

Gli oggetti del mondo esterno, le loro qualità, le loro affezioni vengono percepite da Keuschnig come private dal sogno del significato che l’abitudine vi collega normalmente (significato convenzionale), ma prive anche di qualcosa come un loro significato proprio e originario: un senso naturale. Ciò scatena in lui fenomeni come sorpresa, aspettativa, vago presagio di qualcosa di nuovo e inatteso, ma soprattutto disorientamento e angoscia. Il mutamento, la metamorfosi mostruosa che vorrebbe tener nascosta agli altri è proprio la sua incapacità di percepire il mondo come si è abituati a farlo. Vorrebbe tenerla nascosta agli altri ma nello stesso tempo ha un bisogno ossessivo degli altri, come anche di una routine di lavoro: un’agenda sempre piena, tutte le serate del mese occupate da incontri con amici, se sarà costretto tutto il tempo a fare finta, a recitare il suo consueto personaggio, la mostruosità e l’angoscia non avranno la possibilità di manifestarsi. “Dunque da oggi ho una doppia vita, pensò. No, nessuna vita: né la solita né una nuova; perché la solita sarà solo una finta, e la nuova dovrà per forza esaurirsi nel fingere la solita.”

Dicevo che fino alla fine – e forse anche oltre la fine – non è chiaro se la caduta delle abitudini sia una chance per l’autenticità o una condanna a camminare sul filo della mostruosità. La presa di distanza, improvvisa e radicale, da tutto ciò che costituiva l’abitudine – sentimenti compresi – catapulta Keuschnig all’estremo opposto, per nulla più autentico:

“Keuschnig osservò la moglie addormentata attraverso la porta semiaperta della stanza sul retro. Avrebbe voluto che subito, appena sveglia, gli chiedesse cosa pensava, e lui avrebbe risposto: «Sto giusto riflettendo come fare per pensarti fuori dalla mia vita.»”

“Era una targa a ricordo di un partigiano proveniente dall’Austria, che aveva combattuto contro i nazisti come membro di un gruppo di resistenza francese e trent’anni prima era stato fucilato dai tedeschi proprio in quel punto. In occasione della festa nazionale del quattordici luglio la targa era stata ripulita e sotto, sul marciapiede, era stato posto un contenitore di latta con un ramo di abete. Che stronzo, pensò Keuschnig e diede un calcio al contenitore di latta.”

La prima giornata, dunque, passa grosso modo a cercare di fare finta, a individuare possibili strategie per fare finta. Le due giornate di cui si compone il romanzo sono molto lunghe, esageratamente lunghe, il lettore ha l’impressione che anche semplicemente a livello di ore di luce (è vero che siamo in estate) non finiscano più. Il romanzo stesso è il film della coscienza di Keuschnig (mi scuso per il bisticcio), di ciò che egli percepisce durante queste due giornate, fotogramma dopo fotogramma, praticamente senza soluzioni di continuità e in un tempo che si avvicina molto a quello reale. La meravigliosa prosa di Handke (non sono ironica) non ci fa grazia di nulla, nemmeno di quando va al cesso (il che, naturalmente, ha la sua grandiosità).

Quello che succede dopo la prima giornata – che lo scrittore austriaco invitato a cena smascheri Keuschnig, che la mattina dopo la moglie lo pianti in tronco, che nella giornata che segue gli rubino pure la bambina (ricomparirà poi, sana e salva, nessuna tragedia – nessuna tragedia!) – non mi interessa più tanto. Nemmeno stabilire chi ha la meglio alla fine, se Sartre o Heidegger (sembrerebbe Heidegger, nel senso che nel pomeriggio della seconda giornata l’alternarsi di estasi e angosce mostra una certa prevalenza delle prime, ma con l’angoscia sempre pronta a mordere). Non mi interessa nemmeno sapere se esita, un’ora del vero sentire. Quello che mi interessa, a proposito di paranoie, è l’importanza che nella realtà priva di senso naturale e convenzionale assumono i segni.

Beatrice, l’amante della pausa pranzo, vede segni dappertutto, ma la sua è una paranoia benigna e non patologica: “Di tutto ciò che incontrava faceva dei segni; ma anche dove altri vedevano un presagio di male, lei notava una conferma che presto tutto sarebbe andato meglio. Le cose sgradevoli le ripugnavano, ma erano per lei anche un buon segno di qualcos’altro.” Per questo, andando da lei, Keuschnig crede di mettersi in qualche modo al sicuro. Oggi però la cosa non funziona: “Ora però, e senza preavviso, tutto ciò che vedeva era diventato per lui un segno di morte. […] Pensò alla carrozzina in quell’atrio di casa, col telo di plastica sopra e i frammenti di intonaco sul telo […]”

“Il vento rovesciò un segnale di divieto di sosta, e di nuovo cominciò a vedere i segni di morte. Era già passato oltre, tornò indietro e rimise in piedi il segnale, come se con ciò potesse fare che qualcosa non fosse più valido.”

“Il prossimo segno era il ristorante all’angolo: se viene consigliato in una delle guide, allora vuol dire che non può succedere nulla, pensò; se no – Nelle tre guide il ristorante non era nemmeno nominato!”

“Come se da quello dipendesse qualcosa, cercò di gettare il biglietto usato esattamente nel cestino. Il biglietto cadde di fianco… Era già alle porte automatiche, tornò indietro, raccolse il biglietto da terra e continuò a lanciarlo finché non centrò il cestino.”

Se le cose non significano più niente, si è persi; se si è persi, bisogna crearsi da soli i propri segnali e riferimenti e l’analogia dissennata si insedia nel posto lasciato vacante dal logos; se nulla ha più significato è chiaro che mi trovo a muovermi in una realtà estranea e pericolosa; se nulla ha più significato in sé è chiaro che qualsiasi cosa può averne per me: generalmente un significato di minaccia; se nulla ha più significato in sé siamo nel regno della superstizione e della paranoia; se tutto è una questione di caso, se i fenomeni sono slegati fra loro, allora l’unico modo di legare i fenomeni e di rendere il caso sopportabile è la superstizione.

Tant’è vero che verso la fine del romanzo, quando la paranoia si attenua, si attenua e scompare anche l’impero dei segni: “Passando su un ponte nei pressi della Gare de l’Est vide in basso per terra, vicino ai binari della ferrovia, un vecchio ombrello nero: non era più un’allusione a qualcos’altro, ma una cosa per sé, per sé bella o brutta, e brutta e bella insieme con tutto il resto.”

Se si guarda a L’ora del vero sentire come al manifestarsi di una paranoia e al suo superamento, si può tentare un confronto, molto libero, con L’incanto del lotto 49, la cui protagonista, Oedipa Maas, fino all’ultimo non sa se quello che le capita è reale o se, non diversamente dal suo psichiatra ad esempio, è vittima di una paranoia di persecuzione. Il punto di contatto fra i due romanzi, naturalmente molto diversi fra loro, sono i segni, che emergono su sfondo di una realtà ambigua, oscillante fra l’assenza di significato e una proliferazione di significati che si invalidano l’un l’altro. I punti comuni però si fermano lì. L’opera di Handke, pienamente europea, è la trascrizione delle percezioni di una coscienza. “Vero sentire” o delirio paranoico, il problema riguarda l’interiorità del protagonista, nessuno degli altri personaggi ne è toccato, e per quanto possa avere rilevanza storica, è un fenomeno che investe l’individuo e non esce da lui. Diversamente nel romanzo americano: benché l’eroina sia senza dubbio la nostra Oedipa Maas e il sospetto di paranoia generi angoscia anche in lei (ma è un’angoscia diversa rispetto a quella di Keuschnig: meno nera, più ironica), lì il sospetto non riguarda in prima istanza un soggetto, ma è un problema della realtà; il baricentro è spostato sull’intersoggettività, cioè su una collettività. Il romanzo americano, mi pare, è capace di parlare di una collettività in modo convincente (cioè facendo letteratura e non intrattenimento o giornalismo); naturalmente parte dall’individuo, ma attorno all’individuo si percepisce, altrettanto naturalmente, una collettività; si percepisce che il romanzo ci crede. Questo è qualcosa che in Europa si è perso.