QUATTRO POESIE DI DURS GRÜNBEIN

Durs Grünbein (Dresda, 1962) è senz’altro il poeta vivente più laureato, più premiato, più coccolato e più conosciuto e riconosciuto a livello internazionale che la Germania possa vantare. È anche un autore molto prolifico. Dall’esordio, ovviamente fulminante, con Grauzone morgens (Zona grigia, mattina) (1988) a Äquidistanz (Suhrkamp, luglio 2022), sono dodici le raccolte poetiche pubblicate, senza contare le opere in prosa: saggi e altro. Della produzione poetica sono disponibili in italiano a cura di Anna Maria Carpi due scelte antologiche (A metà partita: poesie 1988 – 1999, Einaudi 1999, Strofe per dopodomani e altre poesie, Einaudi 2011) e il poema in 42 canti Della neve, ovvero Cartesio in Germania (Einaudi 2005).

Grünbein non è quello che si dice un poeta “lirico” (sempre che la specie esista ancora); è disincantato, analitico, sarcastico; coltissimo, e soprattutto con una robusta radice nel comparto scientifico: anatomia, fisiologia, neuroscienze – in generale, interesse per la materia. E qui mi fermo perché non lo conosco. Fino a qualche settimana fa di suo avevo letto, occasionalmente, quello che circola sul web, che è poco.

Pare tuttavia che con il nuovo secolo le cose fossero un po’ cambiate :

Se il giovane Grünbein era stato quasi unanimemente celebrato quale figlio delle Muse e nuovo poeta nazionale tedesco, più controversa è la ricezione critica in Germania della più recente produzione, non di rado contrassegnata da insofferenza da parte dei recensori verso la compiaciuta erudizione, la freddezza calcolata, il pathos della distanza, e il decòr neo-antico dei nuovi versi. Un dissenso che in una certa misura umanizza la figura di Grünbein, ma che permette anche di rilevare l’audacia e di misurare il prezzo della calcolata “inattualità” che segna l’evoluzione più recente della poetica dell’autore. Qui infatti a dominare non è più il chiasmo tra scienza naturale e poesia che un titolo come Ode al diencefalo catturava in modo felice: è invece il rapporto tra moderno e antico, colto da un punto di vista trans-storico, ad improntare la poesia delle ultime raccolte già nel registro formale. E’ il salto spericolato dalla “lingua-spada” degli esordi all’aere perennius.

(Italo Testa 2012, qui. In generale su LPLC si trova diverso materiale)

L’avrà pure catturato in modo felice, il chiasmo fra scienza naturale e poesia, ma Ode al diencefalo non è uno di quei titoli che avrebbero catturato me. Mi interessa di più invece “il rapporto tra moderno e antico, colto da un punto di vista trans-storico”. Così ho comprato la sua ultima raccolta, Äquidistanz, in cui, secondo risvolto di copertina, la peregrinazione spaziale, geografica, recupera la terza dimensione, la dimensione storica (e si pensa un po’ a Sebald), diventa “messa in sicurezza delle tracce”, “definizione del luogo” e – non poteva mancare – confronto con se stessi. Aggiungiamo che il poeta peregrina principalmente in Germania (in particolare Berlino), ma anche per un bel tocco nell’Italia mediterranea (Grünbein vive, dicono, fra Berlino e Roma).

A quel che ho potuto vedere la critica non è entusiasta. Oltre alla “compiaciuta erudizione” e al “decòr neo-antico” quello che si rimprovera alla raccolta è la caduta nella banalità. Magari riscattata, per i critici più benevoli, dal colpo di coda di un ultimo verso o da una (rara) metafora spiazzante. Come che sia, propongo la mia traduzione di quattro poesie, tratte da tre delle nove sezioni della raccolta. Poiché il preformattato non mi permette di inserire note (o almeno io non sono capace), ove necessario alla comprensione farò precedere il testo da qualche informazione.

1. LA TORRE DELLA CONTRAEREA (sezione I): “Le Flakturm (“torre contraerea”; plurale: Flaktürme) erano otto giganteschi complessi di torri d’avvistamento e difesa antiaerea costruite nelle città di Berlino (3), Amburgo (2) e Vienna (3) a partire dal 1940. Erano utilizzate dai reparti FlaK (contraerei) per difendere le città dalle incursioni aeree e come rifugi antiaerei durante la seconda guerra mondiale. Ogni complesso era formato da due singole torri, diverse per dimensioni e armamento.” (Wikipedia). A Berlino, nello Humboldthain (il Parco Humboldt) è rimasta una di queste torri. Col termine Flakhelfer (supporto della contraerea) si indicano tuttora “gli studenti tedeschi utilizzati come soldati bambini durante la seconda guerra mondiale. […] I nati del 1926-1927 sono comunemente indicati come “generazione-Flakhelfer”.” (Wikipedia). ‘Führer‘ è corsivo nell’originale. Nota al testo tedesco: Durs Grünbein sembra non aver recepito la riforma ortografica relativa all’eszett (ß).

LA TORRE DELLA CONTRAEREA


«… sta come un’isola nel mare.
I russi andati da tempo.»
E ancora resiste, assediata dal verde,
dai cespugli, più alta
del fitto degli alberi in mezzo

al mare di case: il bunker di Humboldt,
nessuna ferita, più, della memoria.
Intorno si rincorrono i bambini,
giocano a nascondino fra gli arbusti,
frusciano nel fogliame gli scoiattoli.

Una volta ci hanno trovato un cadavere.
La polizia aveva transennato l’area 
un bel pezzo intorno, messa in sicurezza delle tracce.
«Omicidio nello Humboldthain!»
strillava il foglio locale – 
uno di molti casi annui.

In cerca di avventura
c'è ancora chi si infila nel pozzo, 
striscia nelle camere delle condutture.
Ci trovano siringhe, preservativi
nelle rovine del Terzo Reich.
Altri scalano le pareti.
Il mostro garantisce al contatto
la pelle d’oca. Il freddo umido del calcestruzzo 
un sentimento nella punta delle dita.

Dal diario di un Flakhelfer,
fine aprile 45 (il Führer, tramite colpo in testa,
si è squagliato nel Valhalla, 
l’aria piena di fumo, opaca, corrosiva):
«Nei cinque piani dappertutto morti.
... più nessun aiuto, il cambio non arriverà.» 
Der Flakturm

«... steht wie eine Insel im Meer.
Die Russen sind längst vorbei.»
Und da steht er noch immer,
umbuscht und umgrünt, überragt
den dichtem Baumbestand mitten

im Häusermeer: Humboldts Bunker,
keine Erinnerungswunde mehr.
Kinder jagen sich um das Trumm,
spielen im Strauchwerk Verstecken,
Eichhörnchen rascheln im Laub.

Einmal fand man hier eine Leiche.
Polizei hatte das Areal weiträumig 
abgesperrt, Spurensicherung.
«Mord im Humboldthain!»
schrie das Lokalblatt - 
einer von vielen Fällen pro Jahr.

Manche kriechen noch in den Schacht
auf der Suche nach Abenteuern,
in die Kabel- und Leitungskeller.
Sie finden dort Spritzen, Kondome
in den Ruinen des Dritten Reiches.
Andere kraxeln die Wände hinauf,
Gänsehaut garantiert bei Berührung
des Monsterbaus, Naßkalter Beton
weckt ein Gefühl in den Fingerspitzen.

Aus dem Tagebuch eines Flakhelfers,
Ende April 45 (der Führer hat sich
per Kopfschuß nach Walhalla abgesetzt,
die Luft voller Rauch, ächzend und trüb):
«In den fünf Stockwerken überall Tote.
... keine Hilfe mehr, kein Ersatz.»

Non analizzerò le poesie che traduco. Vorrei però, per questa, focalizzare brevemente sulla terza strofa, centrale, che appare stranamente incidentale – una nota a margine di cui ci si chiede il senso. In realtà la parola-chiave è Spurenversicherung, messa in sicurezza delle tracce, che già il risvolto di copertina, abbiamo visto, dava come obiettivo degli ultimi lavori del poeta. Si tratta, a mio avviso, di rilevare il contrasto fra la messa in sicurezza delle tracce (la polizia ha transennato l’area “weiträumig”: un bel pezzo intorno; il foglio locale strilla la notizia) in un caso di cronaca nera – deplorevole, certo, ma non una rarità nella metropoli – e l’oblio (“keine Erinnerungswunde mehr“, più nessuna ferita della memoria) delle tracce di una catastrofe di ben altro significato e proporzioni.

2. BATTESIMO DI PIOGGIA (sezione V): proprio nei primi versi c’è un gioco di parole fra ‘Traufe‘ (letteralmente grondaia, ma in qualche modo il termine è legato a una pioggia torrenziale e eccessiva, come nel modo di dire “vom Regen in die Traufe” che corrisponde al nostro “dalla padella alla brace”) e ‘Taufe‘, battesimo. Ho cercato di recuperarlo traducendo “aus allen Traufen” con “da tutti i fonti”.

BATTESIMO DI PIOGGIA


A Parma pioveva. I giorni annegavano
nella pioggia che scrosciava da tutti i fonti – 
e lì mi è venuto in mente: tu non sei battezzato,
non sei cresimato, nemmeno circonciso.
Nell’ombra del battistero, il viso
oscurato dall’ombrello,
mi ha colpito il fatto: privo di marchiatura religiosa.
Le acque salivano, nella pietra i basilischi
si spingevano avanti, i rettili infernali strisciavano
giù lungo la facciata. Il marmo rosa, umido, 
luccicava come una gengiva.

E io ero lì, inchiodato dalla pioggia
e fissavo lo sguardo nelle masse d’acqua.
Che ci capiti a volte, nel Da-qualche-parte, di arenarci
in piazze dove nessuno ci ha chiamati,
non ci crea problemi? È vero,
solo nell’estraneità si è vicini a se stessi,
fra le case degli altri quello
che nessuno aspetterebbe per pranzo o per cena.
Questo intendeva la pioggia, questo intendevano i leoni
all’ingresso del duomo, tutta Parma lo diceva.

Qui si era indomiciliati, degli stranieri,
e avremmo anche potuto essere laggiù, 
nell’aldilà con quegli stessi gargoyle, demoni 
immersi in una corrente di arie gelide,
nel Purgatorio. Per gli abitanti di Parma
non avrebbe fatto differenza.
Così io stavo, la spina dorsale schiacciata
contro l’ottagono e avevo fame d’aria, guardavo,
mentre la pioggia avvolgeva ogni cosa nell’umiltà.
Regentaufe

In Parma regnete es. Die Tage ertranken
im strömenden Regen aus allen Traufen - 
da fiel es mir ein: Du bist nicht getauft,
nicht konfirmiert, auch nicht beschnitten.
Im Schatten des Baptisteriums, das Gesicht
verdunkelt unter dem Regenschirm,
traf mich das Faktum: religiös unmarkiert.
Die Wasser stiegen,die Basilisken im Stein
rückten näher, die Höllenreptilien krochen
an der Fassade herab. Feucht glänzte
der rosa Marmor wie Gaumenfleisch.

Und da stand ich, vom Regen festgenagelt
und starrte den Wassermassen entgegen.
Daß wir manchmal im Irgendwo stranden
auf Plätzen, an die uns niemand gerufen hat,
kommen wir damit klar? Es ist wahr,
in der Fremde erst kommt man sich nah,
zwischen den Heimen der andern der eine,
den keiner erwarten würde bei Tisch.
Das meinte der Regen, meinten die Löwen
vorm Domportal, ganz Parma sprach es aus.

Hier war man unbehaust, ein Fremder,
und hätte auch dort sein können, im Jenseits
mit denselben Regenspeiern, Dämonen
in einen Strom kalter Lüfte getaucht,
im Purgatorio. Für die Bewohner Parmas
hätte es keinen Unterschied gemacht.
So stand ich da, das Rückgrat geschmiegt 
an das Oktogon und rang nach Luft, schaute,
während der Regen alles in Demut hüllte.

3. e 4. Le due poesie seguenti sono tratte dalla sezione VI, costituita da venti testi numerati, non tutti provvisti di titolo autonomo, con un tema comune: isola/e del Mediterraneo. Il titolo della sezione, o dell’intero componimento, è: L’ISOLA CHE NON C’È (Die Insel, die es nicht gibt). Il testo numero 4 fa chiaro riferimento all’isola di Ventotene (Pandataria). C’è un punto, in cui si parla di ‘mensa’ e di ‘saltare il fosso’, che mi è rimasto abbastanza oscuro. Può darsi che contenga un’allusione che io non colgo. Al verso 26, “dove sta memoria” è in italiano nel testo. Sul componimento 6, POLVERE DI POLLINI, POLVERE DI TEMPO (Blütenstaub, Zeitenstaub) non ho niente di particolare da dire.

L'ISOLA CHE NON C'È 

4

Isola di coloro che il mare,
			che l’anima percorrono, 
              isola per sempre postuma
	e ogni futuro anticipante.
Ancoraggio delle galere, delle triremi,
  		trasporti
			di truppe e di schiavi,
	delle navi dei pirati di ogni tempo.


Predoni di mare, terragni vi portarono
		la lite velenosa, la politica,
			un’idea dei Greci, brutalizzata
non dai Romani per primi,
	da populisti, da Soldatenkaiser,
finché fin nell’angolo più remoto tutto
	        non fu avvelenato dalla disputa fra partiti,
da umana infelicità e dolore.


Ingresso anche nell’oltretomba,
		una di tante su questo mare
dove i morti sfiorano i viventi.
	Pensa al Tuffatore di Paestum – 


	il salto dallo scoglio una festa
		del mondo di qua, un rituale
in memoria dei per sempre banditi.


Isola del ritorno, spugna
		di lava che tutto assorbe
 			dove sta memoria – il mantra.
Nessun ricordo svanisce, nessuno
	degli ideali per cui vale la pena di morire.


Isola delle donne esiliate,
		sole fra nemici, vittime di Roma
	nella roulette matrimoniale dei cesari.
			Più tardi parcheggio per anarchici,
	comunisti e ogni sorta
di agenti della rivoluzione.


Pandataria, ruvida utopia,
	luogo di umiltà, campo di internamento,
		mensa dove i perdenti
	imparavano a saltare il fosso,
			a far passare un manifesto.


Isola del passaggio, scoglio di sosta
		nelle tempeste invernali, frangente di primavera,
			per ultimo culla d’Europa.	
4

Insel der Meeres-,
                  der Seelen-
          wanderer, Insel für immer postum
      und jeder Zukunft voraus.
Ankerplatz der Galeeren, Trieren,
         Truppen-
                 und Sklaventransporter,
     der Piratenschiffe aller Zeiten.


Seeschäumer, Landtreter brachten 
        den Zank herüber, die Politik,
            eine Griechenidee, brutalisiert
nicht erst von den Römern,
      von Populisten, Soldatenkaisern,
bis in den letzten Winkel alles 
        vergiftet war von Parteienstreit,
von Menschenunglück und Leid.


Einstieg auch in die Jenseitswelt,
         eine von vielen an diesem Meer,
   wo die Toten die Lebenden streifen.
      Denk an den Taucher von Paestum - 


      den Sprung vom Felsen eine Feier
          der Diesseitswelt, ein Ritual
im Gedenken an die für immer Verbannten.


Insel der Wiederkehr, Schwamm
          aus Lava, der alles aufsaugt
                    dove sta memoria - das Mantra.
Keine Erinnerung vergeht, keines
     der Ideale, für das zu sterben sich lohnt.


Insel der verbannten Frauen,
      allein unter Feinden, Roms Opfer
  im Heiratsroulette der Kaiser.
                  Später Parkplatz für Anarchisten,
     Kommunisten und alle Arten
von Agenten der Revolution.


Pandataria, rauhes Utopia,
    Demutsort, Internierungslager,
      Kantine, wo die Gescheiterten
    lernten, über Gräben zu springen,
                  ein Manifest auszuhandeln.


Insel des Übergangs, Interimsfels
        in Winterstürmen, Frühjahrsbrandung,
                 Wiege Europas zuletzt.

6


POLVERE DI POLLINI, POLVERE DI TEMPO


Schiuma di fioritura oltre gli steccati: 
sciami intorno ai calici dai quali
un carillon di campane a molte voci
sale e scende le colline.
Il gran caldo cova frutti dolci,
pesche, fichi, meloni.

I libri che vengono letti ora 
quasi si sfogliano da soli,
ognuno parte di una Georgica.
Leggere è guardare, è imparare a vedere 
attraverso polvere di pollini, polvere di tempo,
sonnolenti nel ronzio delle api.

6
Blütenstaub, Zeitenstaub

Blütenschaum über den Zäunen:
Ein vielstimmiges Glockenläuten
aus umschwärmten Kelchen
läuft die Hügel hinauf und hinab.
Die Hitze brütet Süßfrüchte aus,
Pfirsiche, Honigmelonen, Feigen.

Bücher, die jetzt gelesen werden,
blättern sich wie von selber auf,
jedes Teil einer Georgica.
Lesen ist Schauen, ist Sehenlernen
durch Blütenstaub, Zeitenstaub,
schläfrig vom Bienengesumm.

Fazit, come direbbe Grünbein, o in conclusione, come diciamo noi: queste sono quattro poesie su centotrentotto (e io non le ho nemmeno lette tutte); non è detto che siano fra le più rappresentative, né fra le migliori; inoltre, chi legge in italiano deve sempre fare la tara della traduzione. Però, anche con tutte le cautele del caso e l’ammirazione per la bravura del poeta laureato, mi pare si possa dire che l’accusa di banalità, sollevata da una parte della critica, non è del tutto ingiustificata.

A Parma (à SUIVRE…10)

Ci sono cose che fa anche se sa che sono sbagliate, o che non hanno senso, o che non porteranno ad alcun risultato, o che porteranno a un risultato spiacevole. Generalmente le fa perché a un certo punto ha deciso di farle; non vede altri criteri per l’azione. Quando ha deciso magari le sembravano buone idee, che aprivano nuove prospettive, che potevano cambiare in meglio la vita. (…Continua su Poliscritture)

SU QUELLA SPONDA DESTRA DELL’ENZA (Le storie del Cappello Floscio 3)

avrei voluto macellarla io ma il meglio è nemico del bene: macellerò, a Dio piacendo, in tempi migliori. “La vuole tagliata?”, mi ha chiesto l’eccelso pollivendolo al momento della prenotazione. “Giammai!”. Non ho i coltelli giusti né le competenze sufficienti, e tagliare un’oca non è come tagliare un mantello, San Martino, ma tagliare un’animale significa prendersi la responsabilità del medesimo, partecipare alla sua uccisione, meritare di nutrirsene. Suderò, imprecherò, mi sporcherò: sarà bellissimo.

(qui)

Su quella sponda destra dell’Enza, quando tirava aria da Parma, arrivava odore di macelli e fumo di grasso animale accompagnati da zaffate di merda. Vero è che anche in loco, fra Caviano e Cavilliano, gli allevamenti di maiali appestavano, talché ci si chiedeva come facessero i proprietari delle scicche villette in materiali nobilissimi costruite sulla cotica dei suini a godersele in mezzo a tanto tanfo. Però il lezzo che giungeva d’oltretorrente in queste prime, dolci serate novembrine aveva un che di diverso, o meglio di diversamente perverso. E poi c’era quella puzza di merda. Molto strano.

Così una sera che avevano portato il cane in cortile a pisciare, sarà stato verso mezzanotte, un silenzio ovattato e quel chiarore diffuso, la luna invisibile distribuita nelle goccioline di foschia; una sera mite mite in cui le anime pagane, in barba al cristianesimo, continuano a vagare per i luoghi – attenta che finisci nel folklore sardo disse lui, per l’amor del cielo disse lei, dio scampi disse il cane – ecco che una sera in mezzo alle puzze dolciastre che di anno in anno risalgono un pezzo di Appennino – come le zanzare tigre disse lui, già disse lei, il cane non disse nulla perché aveva il repellente e a lui non davano fastidio – ecco che arriva da ovest il tanfo di massacro. E le zaffate di merda.

Decisero di indagare. Tirarono fuori il Wagen dalla rimessa – un vecchio Wagen lento, da un solo cavallo – passarono il ponte, poi a una a una tutte le località – Galla, Mataletto, Pizzo d’Oca, Sanga, Bedonia – che con i toponimi celtici mandano affanculo San Martino – chi è San Martino disse il cane, chiedilo a lei disse lui.

San Martino vescovo di Tours era ufficiale in un corpo scelto dell’esercito romano, però imboscato nella Polizia Municipale di Amiens. Raggiunta l’età pensionabile si mise a evangelizzare le campagne della Gallia. Evangelizzava con determinazione, demolendo i templi, rovesciando le statue degli dei, abbattendo gli alberi sacri, disperdendo i funerali. Non sopportava il paganesimo, dice lui, gli saliva il crimine. E l’hanno fatto santo dice il cane. Per forza dice lei, all’epoca il cristianesimo è il nuovo che avanza. Adesso è il vecchio che ritarda dice lui. Però faceva anche altre cose dice lei, portava il cilicio, si rotolava nella cenere… Sì, dice il cane, rotolarsi nella cenere può essere interessante; anche rotolarsi nella… Per favore, dice lei.

La luna era tramontata, sulle stradine secondarie celtiche e dissestate non c’erano quasi luci, solo un tenuissimo chiarore che sembrava venire da ogni parte contemporaneamente e soprattutto dalla terra. Un palo di segnalazione sul margine della strada alzò il pollice per chiedere un passaggio, il cane abbaiò per lo spavento e rizzò il pelo sulla schiena. Il tizio era scheletrico, inoltre portava un copricapo simile al pennacchio dei carabinieri, per questo l’avevano scambiato per un palo di segnalazione. Andate a Parma? chiese.

Una volta sul Wagen constatarono che indossava una specie di tunica a brandelli e faceva uno strano odore; di terra e di vermi, ma contenuto. È la sera delle puzze borbottò lui. Ssst! fece lei. Il cane continuava a brontolare un basso modulato col pelo che si alzava e si abbassava in sintonia. Il tizio raddrizzò con una botta il copricapo che era sceso da una parte, si accorsero con orrore che era una mitra. Lei non sarà mica… Sono San Martino di Tours disse il cadavere con decisione, e ho una missione da compiere. Senta disse lei, se ha sentito la nostra conversazione di poco fa ci dispiace, non volevamo offendere. Nessuna offesa disse l’emerito, siamo sullo stesso Wagen, e credo che stiamo andando nello stesso posto. Poi stettero zitti, concentrati a seguire la traccia di massacro, di eccitazione e di budella che diventava più forte man mano che si avvicinavano a Parma.

La città era deserta per l’ora e il locche-daun, ogni tanto incrociavano una pattuglia di carabinieri, allora San Martino sollevava la destra con le tre dita in atto benedicente e i carabinieri si allontanavano senza accorgersi che mancavano alcune falangi. Come in Guerre Stellari disse lei; lo chiameremo Obi-Wan disse lui; il cane non aveva visto il film e non trovò niente da dire.

Attraversarono la città ma sebbene la puzza fosse fortissima non riuscivano a individuarne l’origine. In una zona molto centrale il cane ululò lungamente in direzione di un attico, San Martino fece segno di no, l’odore li trascinava oltre, verso la pianura.

Ci siamo! esclamò, e balzò dal Wagen perdendo alcune costole. Erano nella buia, aperta campagna, il tanfo di carne lungamente macellata misto alle bollicine di orgasmo e alla puzza di merda era insostenibile; eppure non si vedeva nulla e nessuno. Lì! lì! indicò freneticamente il santo, la catacomba! [Per la catacomba, consultare qui]

Un rettangolo più buio del buio segnava l’ingresso. Attenzione, disse San Martino che si era messo alla testa del commando, si scivola. Scivolò per alcuni metri rimettendoci parte dei metatarsi. In fondo alle scale, all’imbocco della galleria, un debole chiarore permetteva di distinguere qualcosa. Oltrepassarono a destra l’ingresso di una vasta spelonca occupata da un semicerchio di monitor e apparecchi come una plancia di comando. Padre Livio sedeva alla plancia e blaterava di complotti satanici nel microfono. In piedi al suo fianco Agamben gli dava indicazioni. Nei monitor si muovevano scale di luce blu. Come Star Trek disse lei, lo chiameremo Spock disse lui; il cane non aveva visto le serie e non disse nulla.

Zoppicando San Martino li trascinava avanti nell’aria sempre più irrespirabile. Passarono, sulla sinistra, una cappella in stile neobizantino gallicano, dove centoquattordici preti sospesi a divinis per idolatria della lingua latina concelebravano secondo l’antico rito. Mi ricorda l’antico vaso disse lei, li chiameremo Montenegro disse lui, un pessimo amaro disse il cane, felice di poter dire qualcosa.

Da un’apertura illuminata dritto davanti a loro venivano esclamazioni soffocate, gemiti, grugniti, gridolini di eccitazione. Non staranno mica… disse il cane, ehi! disse lei, silenzio! disse San Martino.

La scena era atroce. Su un rozzo altare in muratura – probabilmente l’unico piano di lavoro – era distesa un’oca orrendamente scempiata. In piedi sul lato corto dell’altare, di sbieco di fronte all’ingresso, il Cappello Floscio brandiva un coltello da cucina, chiaramente poco affilato, e continuava a infierire mugolando sul cadavere che non era più che una carne martoriata. Ma la cosa più orribile era la sua faccia. Gli occhi uscivano dalle orbite, dalle pieghe della pelle colava unto e sudore, per lo sforzo un pezzo osceno di lingua spuntava fra i denti, le labbra si arricciavano spasmodicamente e tutto il corpo era percorso da scossoni ritmici. Balbettava sillabe prive di senso.

UN SACRIFICIO PAGANO! urlò San Martino slanciandosi in avanti. Strappò di mano il coltello al Cappello Floscio e lo trafisse in corrispondenza del cuore. La lama smussata penetrò con sorprendente facilità come attraverso una materia molle e cedevole. Ah! disse il cane, ecco da dove veniva la puzza di… Ma ormai era tutto finito, uno stronzo gigantesco giaceva sul lato dell’altare mentre San Martino, che non aveva retto all’azione violenta, si sgretolava in duecentosei ossicini, meno quelli che aveva perso prima.

Il Wagen da un solo cavallo brontolò un nitrito al primo balzo, tornarono valicando le colline, l’aria era umida e pura, le anime dei trapassati molto tranquille.

LAMILLO CANGONE e l’antimodernismo al culatello

Del miles Christi e defensor fidei Lamillo Cangone, riflettevo l’altro giorno di fronte all’ennesima cazzata per cui è stipendiato da un quotidiano nazionale, bisogna però ammirare l’attaccamento al Padreterno: avendogli il suddetto Padreterno affibbiato una facies che ricorda straordinariamente un preservativo usato, anziché lamentarsene col responsabile, come già il Leopardi della gobba, Lamillo parte all’attacco della modernità laica con una determinazione da far vergogna a Pio IX.

Ultimamente il Cangone ce l’ha con la mascherina e con la cabala dei virologi che ha indotto il governo a imporne l’uso. Lui stesso fa riferimento a un’autorità più competente: San Francesco. Il quale avendo trattato di sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare, ha titolo per intervenire nella discussione sulla trasmissione del virus.

Sto scherzando naturalmente. San Francesco, secondo Cangone, è un’autorità non in materia di virus ma in materia di serena indifferenza nei confronti della morte (propria e altrui, bisogna dire a proposito dello sprezzo della mascherina), come anche i filosofi Parmenide, Epicuro, Seneca, Spinoza, Tocqueville, Marco Aurelio, Leopardi e Simone Weil, infilati uno dietro l’altro e provvisti di citazione formato supposta per confondere Massimo Cacciari il quale, tenendoci alla mascherina e dunque alla propria pelle (e magari anche a quella altrui), non è un filosofo.

Meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da pecora, come disse qualcuno. Ma non era San Francesco.

Chissenefrega, non andiamo nel dettaglio. Ultimamente San Francesco è un asso pigliatutto, un jolly da sfoderare non appena un’istanza razionale voglia cacciare il naso nei misteri della fede – o della liturgia, le cui buffonesche sclerotizzazioni non tollerano distanziamenti sanitari. D’altra parte lo dice anche l’attuale primate ucraino Filarete, che alla comunione sotto le due specie non si attacca niente. E sappiamo da Voltaire che un autodafé eseguito secondo le forme è un sistema sicuro per scongiurare i terremoti, mentre sull’azione antibatterica delle processioni ci informa il nazionale Alessandro.

Ma sto divagando. Il punto che mi incuriosiva – che volevo indagare – è da dove venga al Cangone la sprezzante faccia tosta (faccia di bronzo non si può dire, piuttosto genere zampetto di maiale bollito) con la quale spara sovrane cazzate di cui è chiaro che pensa di non dover rendere conto a nessuno. La risposta è facile: gli viene dal culatello.

Cangone è di Parma e i parmigiani, si sa, sono una razza superiore. A Parma anche i pezzenti hanno un’aria da principi; intanto perché hanno dato i natali a Giuseppe Verdi, e poi hanno avuto il privilegio di essere assegnati come appannaggio – come grazioso dédommagement per un matrimonio politico girato male – alla non ancora vedova di Napoleone Maria Luisa d’Asburgo-Lorena o d’Austria – che a Parma si chiamò però Maria Luigia, perse l’Austria e la Lorena e fu solo e intimamente loro. Sulle ali di Maria – Luigia i parmigiani si sentono sollevati in un empireo imperial-ducale dal quale devono ancora discendere.

A Parma ci sono i tizi che il sabato pomeriggio passeggiano con la pelliccia aperta sul torace nudo e due levrieri afgani al guinzaglio; a Parma le vie si chiamano strade, si mangia la torta fritta e sembra che i salumi li sappiano fare solo loro. Coltivano il giardinetto della storia locale neanche fosse il Reame di Francia. Si muovono circondati da un alone d’antan, hanno la nobiltà certificata Asburgo-Lorena (ma preferiscono credere che Maria Luigia fosse di Parigi, l’Austria gli è un pochino provinciale), hanno la smania di distinzione, devono distinguersi a tutti i costi, va bene qualsiasi cosa. Se non c’è altro ci distinguiamo col paradosso antimodernista, che più è cretino più fa colpo. Lamillo Cangone crede che dalle sue labbra parli lo Spirito Santo. In realtà è soltanto il culatello.