SU QUELLA SPONDA DESTRA DELL’ENZA (Le storie del Cappello Floscio 3)

avrei voluto macellarla io ma il meglio è nemico del bene: macellerò, a Dio piacendo, in tempi migliori. “La vuole tagliata?”, mi ha chiesto l’eccelso pollivendolo al momento della prenotazione. “Giammai!”. Non ho i coltelli giusti né le competenze sufficienti, e tagliare un’oca non è come tagliare un mantello, San Martino, ma tagliare un’animale significa prendersi la responsabilità del medesimo, partecipare alla sua uccisione, meritare di nutrirsene. Suderò, imprecherò, mi sporcherò: sarà bellissimo.

(qui)

Su quella sponda destra dell’Enza, quando tirava aria da Parma, arrivava odore di macelli e fumo di grasso animale accompagnati da zaffate di merda. Vero è che anche in loco, fra Caviano e Cavilliano, gli allevamenti di maiali appestavano, talché ci si chiedeva come facessero i proprietari delle scicche villette in materiali nobilissimi costruite sulla cotica dei suini a godersele in mezzo a tanto tanfo. Però il lezzo che giungeva d’oltretorrente in queste prime, dolci serate novembrine aveva un che di diverso, o meglio di diversamente perverso. E poi c’era quella puzza di merda. Molto strano.

Così una sera che avevano portato il cane in cortile a pisciare, sarà stato verso mezzanotte, un silenzio ovattato e quel chiarore diffuso, la luna invisibile distribuita nelle goccioline di foschia; una sera mite mite in cui le anime pagane, in barba al cristianesimo, continuano a vagare per i luoghi – attenta che finisci nel folklore sardo disse lui, per l’amor del cielo disse lei, dio scampi disse il cane – ecco che una sera in mezzo alle puzze dolciastre che di anno in anno risalgono un pezzo di Appennino – come le zanzare tigre disse lui, già disse lei, il cane non disse nulla perché aveva il repellente e a lui non davano fastidio – ecco che arriva da ovest il tanfo di massacro. E le zaffate di merda.

Decisero di indagare. Tirarono fuori il Wagen dalla rimessa – un vecchio Wagen lento, da un solo cavallo – passarono il ponte, poi a una a una tutte le località – Galla, Mataletto, Pizzo d’Oca, Sanga, Bedonia – che con i toponimi celtici mandano affanculo San Martino – chi è San Martino disse il cane, chiedilo a lei disse lui.

San Martino vescovo di Tours era ufficiale in un corpo scelto dell’esercito romano, però imboscato nella Polizia Municipale di Amiens. Raggiunta l’età pensionabile si mise a evangelizzare le campagne della Gallia. Evangelizzava con determinazione, demolendo i templi, rovesciando le statue degli dei, abbattendo gli alberi sacri, disperdendo i funerali. Non sopportava il paganesimo, dice lui, gli saliva il crimine. E l’hanno fatto santo dice il cane. Per forza dice lei, all’epoca il cristianesimo è il nuovo che avanza. Adesso è il vecchio che ritarda dice lui. Però faceva anche altre cose dice lei, portava il cilicio, si rotolava nella cenere… Sì, dice il cane, rotolarsi nella cenere può essere interessante; anche rotolarsi nella… Per favore, dice lei.

La luna era tramontata, sulle stradine secondarie celtiche e dissestate non c’erano quasi luci, solo un tenuissimo chiarore che sembrava venire da ogni parte contemporaneamente e soprattutto dalla terra. Un palo di segnalazione sul margine della strada alzò il pollice per chiedere un passaggio, il cane abbaiò per lo spavento e rizzò il pelo sulla schiena. Il tizio era scheletrico, inoltre portava un copricapo simile al pennacchio dei carabinieri, per questo l’avevano scambiato per un palo di segnalazione. Andate a Parma? chiese.

Una volta sul Wagen constatarono che indossava una specie di tunica a brandelli e faceva uno strano odore; di terra e di vermi, ma contenuto. È la sera delle puzze borbottò lui. Ssst! fece lei. Il cane continuava a brontolare un basso modulato col pelo che si alzava e si abbassava in sintonia. Il tizio raddrizzò con una botta il copricapo che era sceso da una parte, si accorsero con orrore che era una mitra. Lei non sarà mica… Sono San Martino di Tours disse il cadavere con decisione, e ho una missione da compiere. Senta disse lei, se ha sentito la nostra conversazione di poco fa ci dispiace, non volevamo offendere. Nessuna offesa disse l’emerito, siamo sullo stesso Wagen, e credo che stiamo andando nello stesso posto. Poi stettero zitti, concentrati a seguire la traccia di massacro, di eccitazione e di budella che diventava più forte man mano che si avvicinavano a Parma.

La città era deserta per l’ora e il locche-daun, ogni tanto incrociavano una pattuglia di carabinieri, allora San Martino sollevava la destra con le tre dita in atto benedicente e i carabinieri si allontanavano senza accorgersi che mancavano alcune falangi. Come in Guerre Stellari disse lei; lo chiameremo Obi-Wan disse lui; il cane non aveva visto il film e non trovò niente da dire.

Attraversarono la città ma sebbene la puzza fosse fortissima non riuscivano a individuarne l’origine. In una zona molto centrale il cane ululò lungamente in direzione di un attico, San Martino fece segno di no, l’odore li trascinava oltre, verso la pianura.

Ci siamo! esclamò, e balzò dal Wagen perdendo alcune costole. Erano nella buia, aperta campagna, il tanfo di carne lungamente macellata misto alle bollicine di orgasmo e alla puzza di merda era insostenibile; eppure non si vedeva nulla e nessuno. Lì! lì! indicò freneticamente il santo, la catacomba! [Per la catacomba, consultare qui]

Un rettangolo più buio del buio segnava l’ingresso. Attenzione, disse San Martino che si era messo alla testa del commando, si scivola. Scivolò per alcuni metri rimettendoci parte dei metatarsi. In fondo alle scale, all’imbocco della galleria, un debole chiarore permetteva di distinguere qualcosa. Oltrepassarono a destra l’ingresso di una vasta spelonca occupata da un semicerchio di monitor e apparecchi come una plancia di comando. Padre Livio sedeva alla plancia e blaterava di complotti satanici nel microfono. In piedi al suo fianco Agamben gli dava indicazioni. Nei monitor si muovevano scale di luce blu. Come Star Trek disse lei, lo chiameremo Spock disse lui; il cane non aveva visto le serie e non disse nulla.

Zoppicando San Martino li trascinava avanti nell’aria sempre più irrespirabile. Passarono, sulla sinistra, una cappella in stile neobizantino gallicano, dove centoquattordici preti sospesi a divinis per idolatria della lingua latina concelebravano secondo l’antico rito. Mi ricorda l’antico vaso disse lei, li chiameremo Montenegro disse lui, un pessimo amaro disse il cane, felice di poter dire qualcosa.

Da un’apertura illuminata dritto davanti a loro venivano esclamazioni soffocate, gemiti, grugniti, gridolini di eccitazione. Non staranno mica… disse il cane, ehi! disse lei, silenzio! disse San Martino.

La scena era atroce. Su un rozzo altare in muratura – probabilmente l’unico piano di lavoro – era distesa un’oca orrendamente scempiata. In piedi sul lato corto dell’altare, di sbieco di fronte all’ingresso, il Cappello Floscio brandiva un coltello da cucina, chiaramente poco affilato, e continuava a infierire mugolando sul cadavere che non era più che una carne martoriata. Ma la cosa più orribile era la sua faccia. Gli occhi uscivano dalle orbite, dalle pieghe della pelle colava unto e sudore, per lo sforzo un pezzo osceno di lingua spuntava fra i denti, le labbra si arricciavano spasmodicamente e tutto il corpo era percorso da scossoni ritmici. Balbettava sillabe prive di senso.

UN SACRIFICIO PAGANO! urlò San Martino slanciandosi in avanti. Strappò di mano il coltello al Cappello Floscio e lo trafisse in corrispondenza del cuore. La lama smussata penetrò con sorprendente facilità come attraverso una materia molle e cedevole. Ah! disse il cane, ecco da dove veniva la puzza di… Ma ormai era tutto finito, uno stronzo gigantesco giaceva sul lato dell’altare mentre San Martino, che non aveva retto all’azione violenta, si sgretolava in duecentosei ossicini, meno quelli che aveva perso prima.

Il Wagen da un solo cavallo brontolò un nitrito al primo balzo, tornarono valicando le colline, l’aria era umida e pura, le anime dei trapassati molto tranquille.