TRET’JAKOV, O DELLA SERVITÙ (II)

(La prima parte qui)

Ci chiedevamo, in chiusura della prima parte dell’articolo, perché, per la minuta frittura degli stati europei, a parità di sovranità limitata non deve essere legittimo e possibile decidere autonomamente da chi lasciarsela limitare, se dagli Stati Uniti o dalla Russia: quale cultura prendere a modello, in che sistema integrarsi. Il problema è che il modello russo – ed è un fatto – attira poco; questo crea un certo imbarazzo ai russi, tragicamente sprovvisti di appeal e abituati a ovviare a questa mancanza coi tank, per i quali hanno sviluppato negli anni un profondo affetto. Crea imbarazzo e problema perché va a cozzare direttamente contro il destino della nazione russa. Come dice infatti Tret’jakov in un articolo del 2018 (che sarebbe da leggere tutto), qui:

Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale e di conseguenza non c’è possibilità di scelta: se la Russia vuole continuare a esistere come nazione, paese e Stato, non può far altro che portare avanti una politica estera indipendente, anche se questa politica non soddisfa gli altri attori sullo scacchiere mondiale.

Ora, la politica estera indipendente della Russia, dalla quale dipende la sua esistenza come quella grande potenza mondiale che il suo destino la destina ad essere, comporta attualmente, senza possibilità di scelta, l’invasione e l’annessione diretta o indiretta dell’Ucraina o di gran parte di essa. Almeno detta così è più pulita: ci risparmia la balla della denazificazione. [In generale però de-qualcosa è un’espressione che piace molto a Tret’jakov, vedi ad esempio qui il video De-americanizzare l’Europa, dove de-americanizzare altro non vuol dire che smantellarne – e alla svelta, eh – le strutture politiche e militari per metterla, nei fatti, a disposizione del destino di grande potenza della Russia]. Vorrei però adesso concentrarmi sull’affermazione “Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale“. I concetti fondamentali sono tre: destino, storia, civiltà. Partiamo dal più traballante: civiltà. Tret’jakov sembra ignorare, o bypassa abilmente, il fatto che la civiltà russa, con quel tanto di barbaro e cosacco che la distingueva, ha subito nel 1917 una gigantesca frattura scomposta e un brusco reindirizzo in senso dialettico-tedesco, ha vagato per più di settant’anni nel nulla sovietico, eventualmente sopravvivendo in forma di samizdat, ed è ora in corso di artificiale riassemblaggio a partire da lacerti mummificati a cura di Putin, del patriarca Kirìll, e di pezzi da novanta della mistosofia quali Alexander Dugin. L’unico elemento originario, vivace e indistruttibile della civiltà russa è l’incapacità a sussistere senza un autocrate a vita, volgarmente detto monarca assoluto o despota, incapacità che ben si sposa con un identitarismo forsennato, residuo di secoli passati. Punto due, la storia: in effetti la storia russa è la storia di un impero di terra che nei secoli si è inglobato l’inglobabile e che nel momento della massima espansione andava, nei fatti, da Berlino a Vladivostok. Ma che, rispetto ad altri imperi, aveva e ha questo di particolare (e vagamente anacronistico): che la sua economia non corrispondeva alla sua enfiataggine né, ora, corrisponde alle sue pretese. Su cosa si basano dunque le pretese russe a essere un impero, se la sua economia è quella di un modesto stato (con tutto il suo gas e il suo petrolio, il pil della Russia è più o meno quello dell’Italia)? Si basano in primis sul suo arsenale nucleare: del tutto scollegato da qualcosa come una reale potenza che non sia esclusivamente militare e segnatamente nucleare; e in secundis su una grande forza, su una forza fortissima: sulla volontà di essere un impero, indipendentemente dallo stato delle cose. E qui veniamo al destino. Quando si parla di destino degli individui, il discorso mi interessa, e molto. Mi pare che in quel caso si parli di qualcosa la cui esistenza è più che ipotizzabile, e ancorabile a fatti quali l’assetto genetico e le sue, limitate e predittibili, interazioni con l’ambiente. In questo senso il destino è qualcosa che preesiste a ogni futuro sviluppo dell’individuo e lo determina – se parzialmente o totalmente rimane da discutere. Ma quando si parla di destino dei popoli e delle nazioni e si intende non ciò che è già avvenuto in seguito a fatti e scelte che sono stati in un certo modo ma potevano essere anche in un altro, che sono sottoposti cioè in largo margine alla casualità, bensì ciò che necessariamente dovrà avvenire sulla base dell’identità o assetto genetico di una intera nazione, sulla base di una sua presunta missione, allora qui per me si sconfina alla grande nell’irrazionalismo, heideggerismo, razzismo e nazismo – quattro fenomeni che si ritrovano puntualmente nella mistosofia dughiniana ma che sono anche impliciti nel Tret’jakov-pensiero, il quale non fa che illustrare e diffondere il pensiero di Putin e del suo socio di Kgb Kirìll.

Ma andiamo avanti. Torniamo alla Rivoluzione d’ottobre in atto in Ucraina, con la quale

il 24 febbraio 2022 la Russia ha sfidato apertamente l'egemonia americana, che da tempo schiaccia sotto il suo tallone anche quella che fu la grande civiltà europea, ovvero l'attuale Unione Europea non sovrana, chiusa nello schema della Nato. Gli «europei» non si sono decisi a ribellarsi, la Russia sì.

D’altra parte, su questa mancata ribellione da parte degli «europei» Tret’jakov ha la sua teoria. Scrive infatti a proposito delle basi Nato in Europa:

Gli Stati Uniti non si fidano né dei governi dei paesi europei, né dei loro popoli. Condividono la medesima paura provata dai governi di questi paesi (ad esempio Stati baltici o Bulgaria) nei confronti dei loro stessi popoli: temono che, senza una presenza militare statunitense, questi potrebbero semplicemente rovesciare chi li governa e «rinnovare» radicalmente la classe dirigente.

Insomma, proprio dire che i popoli degli Stati baltici desiderano precipitarsi nuovamente nelle braccia della Russia sarebbe un peu fort anche per Tret’jakov; quindi ripiega su questo radicale «rinnovamento» della classe dirigente. E chissà cosa vuol dire. Probabilmente che anche gli Stati baltici, e la Bulgaria, e mezza Europa vorrebbero – ma non possono – aggregarsi alla nuova Rivoluzione d’ottobre. Non so per la Bulgaria; per gli Stati baltici sembrerebbe proprio di no. Ma che importanza ha, dal momento che proprio gli Stati baltici, insieme alla Polonia e ad altri non specificati, vengono qualche pagina dopo definiti “nani politici europei“? In un contesto da cui si evince chiaramente quanto gli brucia che questi “nani politici” guardino ora alla Russia in un certo senso da pari a pari.

Sia l’espressione “nani politici” che le tret’jakoviane ipotesi sui terrori e tremori degli Stati Uniti e dell’establishment europeo dicono parecchio di certi automatismi psichici: come il pontefice di infausta memoria Karol Wojtyla combatté sì il comunismo, ma governò poi la chiesa cattolica con gli stessi metodi di quel comunismo con cui era stato per più di trent’anni a stretto contatto, così Tret’jakov e gli altri, abituati al metodo russo di imposizione del dominio con la forza, e incapaci perfino di immaginare che un potere politico possa affermarsi diversamente che con l’imposizione e la forza, concepiscono l’allineamento dell’Europa su posizioni atlantiche unicamente nei termini di asservimento e schiavitù. Non gli viene neanche in mente che ci possa essere da questa parte dell’Atlantico un diffuso e vasto consenso sulle strutture di fondo precisamente perché, a dispetto dell’Oceano che ci divide e che Tret’jakov enfatizza neanche fossero le Colonne d’Ercole, queste strutture hanno una solida radice comune, una solidissima radice europea, liberale e illuminista, costata secoli di lotte, di sangue e di fatica, che i russi – sbalzati da un totalitarismo medievale a un totalitarismo comunista e poi di nuovo indietro a un regime medievale per cultura prima ancora che per strutture politiche – che i russi, dicevo, non sanno neanche cos’è. Io credo che se si guarda l’Europa – non l’Italia, famosa per aver ospitato il più grande partito comunista dell’occidente e per ospitare tuttora il centro di potere della chiesa cattolica, ma l’Europa -, il consenso sulle strutture di fondo liberali e illuministe, Tret’jakov n’en déplaise, sia piuttosto vasto. Non l’unanimità, certo – e Dio scampi: si sa che l’unanimità era soltanto bulgara.

Naturalmente, tutto è migliorabile – ma le rivoluzioni raramente migliorano qualcosa, meglio andarci per gradi. Di questo insomma, di un consenso euroatlantico migliorabile, sono piuttosto convinta; e questo intendevo quando nella prima parte dell’articolo parlavo di asimmetria; asimmetria fra i paesi dell’Europa occidentale (zona di egemonia Nato) e paesi del blocco sovietico: ritengo che il consenso popolare – come la libertà di esprimere il dissenso – fosse/sia molto più generale e assicurato/a fra i primi che non fra i secondi. Credo quindi che la Rivoluzione d’ottobre a cui Tret’jakov sprona i paesi europei dovrà attendere; mi auguro a tempo indefinito, ma chi lo sa. In questo spirito – del “chi lo sa” – mi congedo riportando il passaggio finale dell’articolo di Tret’jakov. Il lettore avrà la bontà di giudicare lui stesso della sua saggezza profetica o della sua mistificante follia. Mi limito a far notare che la parola ‘Ucraina’ non vi compare mai. L’Ucraina, come si sa, non dovrebbe esistere. Quindi è bene nominarla il meno possibile. Farla scomparire. Sim salabim: l’escamotage de l’Ukraine.

Il sic! in corsivo fra parentesi non è mio, ma si trova così nel testo di Limes.

Gli eventi del febbraio e del marzo 2022 sono paragonabili nella loro importanza storica e nelle loro ripercussioni globali (sic!) a ciò che accadde in Russia nell'ottobre 1917, ossia a quella che io chiamo ancora la Grande rivoluzione socialista d'Ottobre. Qui non si tratta di socialismo, ma del fatto che nel febbraio 2022 la Russia, proprio come nel 1917, si è liberata del controllo politico, economico, ideologico e, cosa molto importante, psicologico dell'Occidente. In questo momento storico, si tratta dell'«ultima e decisiva battaglia» (parole tratte dall'inno russo dell'Internazionale) per la Russia. La vittoria della Russia è attesa non solo da milioni di suoi cittadini, ma anche da decine di paesi (segretamente, anche da molti europei). L'egemonia globale degli Stati Uniti ha subìto un colpo poderoso. Il colosso sulle gambe di dollaro lo ha capito. Ecco perché è furioso. Ma crollerà. Perderà. Se ora non mi credete, ricordate almeno questa mia dichiarazione. Tra qualche anno, vedrete voi stessi che tutto era vero.

RIFLESSIONI SPARSE SUL MULTIPOLARISMO.

[Mentre cercavo un’immagine per questo post (poi ci ho rinunciato) sono capitata su una quantità di siti che spiegano, a vari livelli di raffinatezza concettuale, cos’è il multipolarismo. Ciò che accomuna questi siti, piuttosto variegati, è il desiderio, presentato come necessità, di superare l’idea che la cultura dell’Occidente sia “migliore”, o più avanzata, rispetto a tutte (?) le altre; di superare l’idea, in particolare, che le libertà liberali e i diritti umani siano dei valori universali. Al contrario, la cultura dell’Occidente e il suo assunto di base politico-filosofico: la libertà da indebite costrizioni “collettivizzanti” (libertà dell’individuo dalle tirannie politiche e culturali, emancipazione dello stato nazionale dall’impero), sarebbero un residuo anacronistico dell’evo moderno e il nemico da combattere. Il motto di uno di questi siti è: Carthago delenda est. Carthago siamo noi (significativo comunque che il motto sia latino), e chi si incarica di distruggere Cartagine è la Terza Roma: Mosca.

Il mondo cambia e non sarò io a dire di no; anzi, io sono per un mondo che cambia, per questo non mi piacciono le culture tradizionaliste e immobiliste, fideistiche o sciamaniche che siano; come non mi piacciono le nostalgie e i cambiamenti all’indietro. Penso anche che la cultura dell’Occidente sia “più avanzata” di altre in un senso molto preciso e non necessariamente beatificante, di sicuro però “chiarificante”: è una cultura critica, che discute sui suoi presupposti, che li problematizza, che, discutendoli e problematizzandoli, è effettivamente in grado di avanzare. In avanti e non all’indietro. Essere capaci di discutere i propri presupposti significa essere capaci di riflessione. La riflessione – in questo senso di disamina critica di se stessi – è una caratteristica occidentale. Altre culture non ne sono capaci o la rifiutano a limine. Inoltre – e non è secondario – la possibilità per “entità” non-occidentali di entrare in qualche tipo di reale confronto con l’Occidente dipende dalla loro capacità più o meno sviluppata di acquisire precisamente ciò che ha “fatto” l’Occidente: la tecnica. Possiamo dolercene, ma non possiamo far finta che non sia così. Chiusa la parentesi.]

Come ci si sente a essere europei – e, precisiamo, europei italiani, cioè appartenenti a una nazione che, se ha qualche diritto a rivendicare un passato culturale glorioso, non può vantare nessun passato (né presente) politicamente glorioso, anzi, a parte qualche breve parentesi, tutti piuttosto vergognosi? Come ci si sente a far parte di una nazione che ha fatto la guerra dalla parte sbagliata, l’ha persa, e ospita attualmente ca. 111 basi Nato sul suo territorio? Ha ancora senso parlare di “suo territorio”? Come ci si sente a far parte di una nazione in cui un pilota militare USA trancia per diporto il cavo di una funivia, ammazza venti persone e se ne torna a casa impunito (ma dopo lunghe trattative gli USA ci smollano la terrorista Silvia Baraldini – grande prova di forza dello Stato italiano)? E lasciamo stare tutto il resto. Lasciamo stare i malanni nostri di cui gli americani non sono responsabili. Come ci si sente a essere italiani? Male, ci si sente.

Gli italiani sono servi degli americani, diceva, con disprezzo ma non senza qualche ragione, Aleksandra Gavrilova (qui). Io preferivo considerarmi cittadina della provincia di un impero che non mi dispiaceva; e mi congratulavo con me stessa che gli italiani non fossero finiti invece a fare i servi dei russi.

Provincia di un impero mi andava bene; non però il provincialismo italiano; né le sue moribonde radici contadine. Mi è sempre piaciuta l’idea di Europa, il superamento delle particolarità nazionali in qualcosa di più vasto, spontaneamente affine e simpatetico fra le parti; trovavo le poche lingue europee che conosco, e ciò che in esse era stato scritto nel tempo, di una bellezza e di una verità stupefacenti. E infatti l’Europa aveva il vantaggio di essere una Provincia che per cultura superava il centro dell’Impero (Graecia victa ecc.).

Poi naturalmente anche questo è andato. Il romanzo americano ha soppiantato il romanzo francese, del cinema non parliamo neanche, al netto di quelle che possiamo chiamare tonalità regionali l’amalgama è pressoché lo stesso sulle due sponde dell’Atlantico. Giusto così, i prodotti locali vanno bene nella ristorazione, meno bene in altri ambiti. La nostra specialità, la riflessione, rimaneva garantita e le si aprivano nuovi orizzonti.

Nel frattempo era caduto il Muro di Berlino – questo monumento all’ipocrisia comunista; L’Unione Sovietica era crollata come un castello di carte, sembravamo avviati alla pax augustea.

Si sa che nulla dura a questo mondo. Un idiota tira giù le Torri Gemelle, gli Stati Uniti invadono l’Afghanistan, nel decennio che segue invece di riaffermare la propria credibilità la perdono a una rapidità sorprendente; un mostro mai visto prima, la Cina, solleva il crapone asiatico: addio pax augustea, unipolarità, e presunta funzione-guida dell’Occidente.

Non dall’oggi al domani però. Se i russi non ci sparano un’atomica nei prossimi giorni – cosa sempre possibile – il declino dell’Occidente non sarà fulmineo come il crollo dell’Unione Sovietica, e a differenza di quello, che si consumò in una nube di polvere grigia, potrebbe avere i suoi splendori. Ma ammesso anche che declino sia, e rapido, perché si dovrebbe avere qualcosa contro la multipolarità? Suona bene, suona allegro e pluralistico, suona colorato come un tappeto etnico. Intravedo qualche difficoltà di incastro là dove si arrivi alla sovrapposizione di poli molto disomogenei, come è il caso per l’immigrazione islamica in Europa; ma forse nella multipolarità l’Occidente non è nemmeno più previsto come polo fra gli altri; così, per rimanere all’islam, non ci sarà nemmeno più nessuno che si preoccupa della sorte dei musulmani uiguri in Cina, dal momento che chi se ne preoccupa attualmente non è certo il mondo islamico bensì l’Occidente.

Attenzione però, perché la multipolarità ancora non è ben definita. Lo spiega bene in un pacato articolo Alexander Dugin, qui. Mi limiterò a citare integralmente il punto 6:

6. La multipolarità non è né riducibile alla non polarità né al multilateralismo, perché non affida il centro del processo decisionale (il polo) né ad un governo mondiale, né al club degli Stati Uniti e dei loro alleati democratici (“l’Occidente”), né al livello delle reti sub-statali, organizzazioni non governative e altre entità della società civile. Un polo del processo decisionale deve essere localizzato da qualche altra parte. 

È l’ultima frase che mi inquieta. Quel “da qualche altra parte”. Perché se “da qualche altra parte” è dove intende Alexander Dugin nelle sue più recenti esternazioni, allora mi dispiace, preferisco andare a morire con l’Occidente. E chissà che, come quel barbaro che giunto davanti a Ravenna abbandonò i compagni e si unì ai difensori della città, qualcuno fra i nuovi barbari non rimanga folgorato dalla bellezza di un McDonald’s e capisca che può valere la pena di morire per essa.

L’OMELIA DEL PATRIARCA KIRILL

Saruman 2022

L’omelia pronunciata domenica scorsa da Sua Beatitudine Kirill I, patriarca di Tutte le Russie e un po’, nella Cattedrale moscovita di Cristo Salvatore e non in un villaggetto sperduto in mezzo alla steppa, ci dice molte cose di questo paese. Come abbiamo letto, per Kirill la guerra in Ucraina – anzi mi correggo, l’operazione speciale nel Donbass, perché è evidente che al patriarca non pervengono informazioni riguardanti il resto dell’Ucraina, su cui Sua Beatitudine pare del tutto all’oscuro – è giustificata e anzi giusta perché salvaguarda il Donbass dall’imposizione, cui andrebbe altrimenti soggetto, di mostrare la propria lealtà all’Occidente per il tramite obbligato di una parata del gay pride. Non un certo assetto economico-finanziario, non la trasparenza e democraticità delle istituzioni, non la tutela e salvaguardia dei diritti umani sono richiesti per essere accettati nel club esclusivo dei paesi occidentali; niente di tutto questo, ti basta organizzare una parata del gay pride e sei a posto: quello è il vero lasciapassare, la cartina al tornasole che mostra senza possibilità di errore se sei o no disposto a andare all’inferno per un po’ di libertà individuale e di trasparenza. Bene ha fatto Kirill a metterlo in chiaro, e speriamo che Zelensky l’abbia recepito, così sa cosa deve fare per togliersi i pensieri e avere tutti gli aerei che vuole.

Comunque, sparata la comunicazione in formato supposta per il popolo, Sua Beatitudine affronta il problema della guerra nel Donbass (resto dell’Ucraina: non pervenuto) in modo assai più serio, come dice egli stesso non fisico ma metafisico – dove per fisico si intendono, penso, i cumuli di macerie e i corpi a pezzi, il controllo del territorio e delle persone, cose così; mentre metafisico è l’enjeu, la posta in gioco. I termini non sono scelti a caso, c’è da scommetterci, perché appena sentono ‘metafisico’ i russi vanno in brodo di giuggiole e ti scodellano come niente una leggenda del Grande Inquisitore. Poiché però le cose meglio del patriarca non le dice nessuno, citerò alcuni passaggi dell’omelia come li riporta un sito a caso, ma si trovano più o meno dappertutto, anche Avvenire ne dà una scelta e un resoconto, un po’ più stringati.

«Oggi esiste una prova per dimostrare la lealtà a questo governo [il potere mondiale prima evocato], una specie di lasciapassare verso quel mondo “felice”, il mondo del consumo eccessivo, il mondo della “libertà” visibile. Sapete che cos’è questa prova? Una prova molto semplice e allo stesso tempo terribile: è il gay pride. Le richieste a molti di organizzare un gay pride sono una prova di lealtà a quel mondo molto potente; e sappiamo che quando le persone o i paesi rifiutano queste richieste, allora non possono entrare in quel mondo, ne diventano estranei. […] I gay pride sono progettati per dimostrare che il peccato è una delle variabili del comportamento umano. Ecco perché per entrare nel club di quei paesi è necessario organizzare una parata del gay pride.[…] E sappiamo come le persone resistono a queste richieste e come questa resistenza viene repressa con la forza. Ciò significa che si vuole imporre con la forza un peccato condannato dalla legge di Dio, e quindi imporre con la forza alle persone la negazione di Dio e della sua verità. […] Intorno a questo argomento oggi c’è una vera guerra». L’argomento è centrale, decisivo: «Se l’umanità riconosce che il peccato non è una violazione della legge di Dio, se l’umanità concorda sul fatto che il peccato è una delle opzioni per il comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì. E le parate gay sono progettate per dimostrare che il peccato è una delle variazioni del comportamento umano». (Qui)

Ricapitolando: l’operazione speciale di Putin, dice il patriarca nel più puro spirito e lessico dostoevskiano, è cosa buona e giusta perché libera i russo-ortodossi del Donbass dal giogo occidentale che vuole costringerli alla peccaminosa deriva lgbt+, la quale, se non sarà stoppata dalla Santa Madre Russia, condurrà alla fine della civiltà umana.

E ben.

Questa è la Russia attuale, signori. E la premessa non esplicitata ma perfettamente leggibile del discorso di Sua Beatitudine è: noi russi siamo meglio degli occidentali. Posizione nota anche come panslavismo, che, come tutti i pan-, poggia sulla convinzione: noi siamo meglio di voi.

Per concludere: è plausibile che la Russia si senta minacciata dall’Occidente (USA, Nato, UE)? A me non pare; tuttavia io non sono un’analista politica né tantomeno militare. Quel che è certo invece, è che la Russia con l’Europa non vuole averci nulla a che fare – se non venderle il gas che le serve per finanziarsi; perché Tutte Queste Russie di cui Kirill è il patriarca, con la loro spaventosa estensione, i loro centoquarantaquattro milioni di abitanti e le loro testate nucleari, hanno un pil che è più o meno quello dell’Italia. E lì credo che sia una parte del problema.

L’UCRAINA E LA FILOSOFIA. I maestri del sospetto

Circa a metà del secolo scorso Paul Ricoeur coniò per Marx, Nietzsche e Freud l’espressione “maestri del sospetto”, nel senso che ci avevano insegnato a guardare oltre le apparenze (a sospettarne, appunto) alla ricerca di una verità più vera anche se a prima vista difficilmente accettabile o paradossale. Il termine ha avuto successo, ma un successo ancora più grande l’ha avuto l’atteggiamento, che dalle cautele proprie e già da sempre attive della disamina e della riflessione è passato alla negazione senza se e senza ma di ciò che è evidente, per la sola ragione che è evidente. E quindi (sospetto) dev’essere senz’altro falso. Ci deve essere qualcosa sotto che me lo capovolge nel suo contrario. Un passatempo appassionante come il sudoku, ma non così difficile. Alla portata di tutti. Naturalmente a monte di questo passatempo popolare ci sono, a permetterlo, i padri nobili della dissoluzione delle cose nel discorso. Una dissoluzione senza residui. Secondo questi noi non abbiamo accesso alle cose, e men che meno alle cose come stanno. Noi ci muoviamo sempre già all’interno di un discorso: del discorso che nei vari momenti della storia si trova a essere via via egemone (come si passi da un’egemonia alla successiva non è chiaro). Senza voler noi banalizzare la filosofia del discorso che sicuramente ha diverse cose dalla sua, siamo però costretti a prendere atto di una forma banalizzata e molto popolare che, una volta che si sia scelto il discorso che più si confà alla nostra indole individuale, permette di incorporarvi senza difficoltà e senza sforzo qualsiasi fenomeno (e sottolineo: qualsiasi fenomeno), compresi quelli che con ogni evidenza la contraddicono. La narrazione scelta come fiaba della buonanotte ingloba tutto, e senza nemmeno bisogno di digerirlo lo risputa immediatamente in forma stravolta ma consonante. Così ad esempio l’invasione di una nazione sovrana e indipendente, senza motivi degni di nota, attuata all’unico scopo di ricostituire un Impero perduto (manovra a cui l’Europa ha già assistito in forma pressoché identica e con i medesimi scopi e motivazioni alla vigilia della seconda guerra mondiale) viene narrata come la reazione a un genocidio inesistente e a atteggiamenti aggressivi ancor più inesistenti, di modo che l’aggressore diventa la vittima e l’aggredito il colpevole. In un ribaltamento dialettico da manuale.

Come dice però il mio filosofo di riferimento, sarebbe ora di tener presente che sì, le cose non sono semplicemente come sembrano e devono essere debitamente indagate; tuttavia è innegabile che, alla fine, esse sono più come sembrano che come non sembrano. O, espresso in termini leggermente più filosofici, le cose tendono a essere più come appaiono, che come non appaiono.