LO SGARGABONZI E LA RESTAURAZIONE

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Carlo X e gigli di Francia

Qualche tempo fa un cultore del racconto breve, RW, che già mi aveva fatto conoscere Amy Hempel, mi ha consigliato la raccolta Jocelyn uccide ancoraedita da Minimum fax, autore Lo Sgargabonzi, che il critico Claudio Giunta considera il miglior scrittore comico italiano.

Sgargabonzi

Ora, riguardo all’umorismo letterario italiano io sono un po’ scettica, quindi non ho arrischiato l’acquisto ma l’ho prudentemente preso in biblioteca, dove già è stato difficilissimo reperirlo in quanto relegato nell’esile sezione dedicata alla letteratura umoristica italiana e infognato a due centimetri da terra in mezzo a trenta opere della Littizzetto. Ma insomma alla fine ce l’ho fatta. Però non sono andata tanto avanti a leggere perché lo scetticismo si è dimostrato abbastanza fondato, e questo non per colpa dell’autore ma per motivi che sono del tutto miei e di ordine squisitamente anagrafico. Detto in parole povere sono troppo vecchia.

In realtà c’è un’altra ragione per cui non ho potuto occuparmi con la necessaria serietà di questo autore comico, ed è che abbiamo cambiato dirigente scolastico. Il nuovo è cattolico, dunque la sua missione in questa vita è far crepare il prossimo – con le buone, è ovvio. E con le buone, con le buonissime, il nuovo dirigente ci piazza un'(inutile) riunione dietro l’altra, che sommandosi alle (inutili) riunioni di legge fanno sì che non solo io non sia riuscita a leggere Lo Sgargabonzi (che pazienza), ma che non riesca a leggere proprio niente.

Su una cosa tuttavia, fra una riunione e l’altra, mi è cascato l’occhio; qualcosa che mi ha colpito proprio nel momento in cui del mestiere esperivo l’avvilente schiavitù. È un breve passo dal racconto “L’uomo che non si lascia stare mai”. Il narratore parla dei ricordi musicali della sua infanzia e adolescenza:

“Rammento poi che alle superiori i miei compagni di classe si dividevano in due categorie. Quelli che si bevevano qualsiasi cosa passasse su Videomusic e quelli che invece ascoltavano musica impegnata rinvenuta sulle musicassette dei fratelli. Dai Doors ai Led Zeppelin passando ovviamente per Zappa. […] Io di quegli artisti conoscevo giusto il nome, perché dovevo studiare per l’interrogazione di storia sulla Restaurazione. La Restaurazione, sul piano squisitamente storico-politico, fu il processo di ristabilimento del potere dei sovrani assoluti in Europa, ossia dell’Ancien Régime («Antico Regime»), in seguito alla sconfitta di Napoleone. Ebbe inizio nel 1814 con il Congresso di Vienna, convocato dalle grandi potenze per ridisegnare i confini europei, ovvero gli Imperi di Austria e Russia e i Regni di Prussia e Gran Bretagna. Non so quanti di quelli che negli anni Novanta ascoltavano i Deep Purple possano permettersi di snocciolare nozioni così. Ma non voglio fare polemica.”

È un pezzo di prosa classica: misurato, essenziale ma esauriente, asciuttissimo nei mezzi retorici; ciononostante, o forse proprio per questo, di grande impatto; con quel qualcosa di geniale che sprizza da un grammo di ambiguità. E mi ha colpito, come dicevo, in un momento di fragilità, presa com’ero in una trance ipnotica fra la lucina rossa che ti ammicca dal registro elettronico e la esatta codificazione delle tipologie delle prove di verifica del debito di settembre – compito quest’ultimo senz’altro più difficile che non asportare con un taglio netto la famosa esatta libbra di carne. Mi ha colpito come una nemesi perché proprio in questi giorni sto facendo in quinta Il Rosso e il Nero, e dai ragazzi pretendo fra le altre cose che mi snocciolino delle nozioni precise sulla Restaurazione, ma non solo: in previsione delle ulteriori parti del programma pretendo pure che conoscano a menadito tutte le rivoluzioni e conseguenti cambi di regime dalla Grande Rivoluzione all’avvento della Terza Repubblica. Una richiesta rispetto alla quale si mostrano estremamente refrattari. È come una prova di forza, a vedere chi cede prima. Generalmente cedo io.

Ma tornando a noi, cosa mi vuole Lo Sgargabonzi? Potrebbe egli seriamente affermare che precise nozioni sulla Restaurazione sono un’inutile pedanteria, quando invece sono necessarie alla comprensione dell’assoluto capolavoro che è Il Rosso e il Nero? O arriverebbe addirittura ad affermare che si può benissimo vivere senza conoscere Il Rosso e il Nero e altri assoluti capolavori consimili? E che risulterebbe invece più difficile vivere senza conoscere la musica dei Deep Purple? O che addirittura soltanto i pedanti stanno ancora lì a gingillarsi con Il Rosso e il Nero, mentre i ganzi ascoltano Fabri Fibra (perché i Deep Purple, a dir la verità, sono già un pochino troppo classici). Vuol forse suggerire, Lo Sgargabonzi, che gli insegnanti delle materie umanistiche sono tutti dei gran sfigati e Tagliati Fuori Senza Speranza?

Se così fosse egli avrebbe, naturalmente, ragione.

Ma non del tutto. E non perché la cultura è comunque importante ecc. Lascio questi argomenti a chi li vuole. No, non perché la cultura è importante, perché a quel punto bisognerebbe mettersi d’accordo su cosa è cultura. Ma perché i Tagliati Fuori hanno sempre una risorsa in più. Infatti io domani vado a scuola e gli leggo il passaggio dello Sgargabonzi: gli faccio una meta-lezione; li costringo a riflettere sul senso che ha o non ha acquisire nozioni sulla Restaurazione, li obbligo a dimenticare per un attimo le verifiche e l’esame di stato e a considerare se stessi dal di fuori.

Non perché pensi che si possa arrivare a una conclusione (magari edificante: è comunque giusto acquisire informazioni sulla Restaurazione perché bla bla; in questo tipo di prassi le conclusioni non sono contemplate); ma giusto così, come esercizio.

 

 

Racconti americani. CATTEDRALE di Raymond Carver

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Ricostruzione scenografica del bar di Nighthawks, curata dal team dell’architetto Luca Cendali per la mostra Edward Hopper, Roma, Fondazione Roma Museo (2010)

 

L’altro giorno ho voluto colmare una lacuna culturale e ho ordinato su Amazon Cattedrale, di Carver, Einaudi tascabile. Quando mi è arrivato ho scoperto che è corredato di una prefazione di Francesco Piccolo. L’avessi saputo non l’avrei ordinato. Il fatto è che io frasi del tipo “Poi è arrivato un tale di nome Ernest Hemingway” non le posso leggere, mi copro di ponfi rossi, si chiama orticaria da stress psichico, esiste, è una malattia pubblicata.

Be’, e tu non leggerle, direte. È che basta il sospetto. Basta il sospetto che siano contenute nel volume che maneggio cautamente, un sospetto che ovviamente non mi dà pace fin che non ho appurato che infatti ci sono, come è inevitabile che sia se si compra un volume con prefazione di Francesco Piccolo; basta il sospetto a generare un prurito diffuso, ancor prima che la conferma scateni l’eruzione cutanea.

Insomma, a prezzo di sofferenze ho colmato la lacuna riguardo a Raymond Carver. Non avevo ancora letto nulla di lui, tranne un racconto che avevo trovato tempo fa sul web e che, all’epoca, mi aveva lasciata perplessa. Il racconto è contenuto in questa raccolta, si chiama Una cosa piccola ma buona ed è sicuramente un capolavoro, al modo di Carver.

Ho letto, con interesse e godimento crescenti, i dodici racconti di Cattedrale; ho letto la prefazione di Francesco Piccolo; ho raccolto le idee. Ma prima di mettermi a scrivere queste impressioni ho voluto documentarmi un po’ sull’edizione che avevo fra le mani. Einaudi ripropone la traduzione di Riccardo Duranti per Minimum fax (2002). La pagina web di Minimum fax  riporta, nella rassegna stampa, una recensione di Giuseppe Genna (apparsa il 23 gennaio 2003 su http://www.Clarence.com, pagina not found), che contiene la seguente osservazione:

“Meglio rileggersi, o leggersi per la prima volta, questi sutra laici di verità non segrete esposte in evidenza.
Per esempio leggere o rileggere il racconto d’apertura della raccolta carveriana, quell’incredibile cena tra colleghi di lavoro con consorti e tacchino – un tacchino vivente, addomesticato ma non abbastanza, che circola libero e irritante per l’appartamento, latore emblematico di sovrasignificazioni: dalla festività centrale della cultura statunitense, quella del Ringraziamento, fino al significato teologico e di sconvolgimento del rapporto con la Natura che l’animale comporta in questo contesto civilizzato e decivilizzato.”

Il problema è che l’animale in questione non è un tacchino ma un pavone (a peacock), correttamente tradotto da Riccardo Durante e ampiamente connotato come pavone durante tutto il racconto. Il che ci costringe a stralciare perlomeno la sovrasignificazione della festività centrale della cultura statunitense.  Le altre sovrasignificazioni non ho idea di cosa vogliano dire, secondo me neanche Giuseppe Genna; ma una cosa è sicura: un tempo in cui uno scrittore prende un pavone di Carver per un tacchino del Ringraziamento non può essere che un tempo devastato e vile.

Abbandoniamo, con un po’ di rimpianto, l’esilarante tacchino di Genna e concentriamoci sui racconti.

In genere si insiste sull’effetto di realtà, di vita in presa diretta che questi racconti comunicano o dovrebbero comunicare. Si usa volentieri la metafora dell’istantanea per sottolineare l’assenza di qualsiasi filtro: ideologico, culturale, morale, spesso anche puramente affettivo. Sono, si dice, uomini e donne a un grado zero di determinazione, spesso allo sbando, consegnati senza difese a circostanze accidentali che potrebbero non avere nulla di definitivo (l’alcol, un licenziamento, uno sfratto, una crisi del settore lavorativo), ma che da subito pesano su di loro come un destino; senza farne tuttavia dei personaggi tragici, perché oracoli di questo destino sono in Carver oggetti anodini della quotidianità: scatoloni di un trasloco, una tenda che viene tirata, cerume nelle orecchie, il liquido di refrigerazione di un frigo che si spande, vitamine. Di sicuro non sanno cosa gli succede, in quali campi di forze sono presi, quali dinamiche li mantengono immobili o in movimento. In questo senso sono modernissimi, una versione aggiornata dei personaggi di Kafka, i loro avatar up to date, sgravati da superflue quanto false profondità.

L’impressione che producono – su noi europei, e magari non più giovanissimi, ancora legati alla dimensione del profondo – è tuttavia ambigua, un’impressione di superficialità tesa, talmente consapevole da apparire finta; e davvero ci appare difficilmente credibile che qualcuno possa vivere spalmato su una superficie così sottile. Non hanno né padri né madri, se li hanno avuti sono morti, dispersi, scomparsi, assorbiti nel nulla; la loro vita comincia al massimo qualche anno prima; se sono o sono stati una coppia comincia quando si è formata la coppia; più indietro c’è il vuoto. Assomigliano a figurine di plastica che si muovono sulla carta degli Stati Uniti secondo itinerari sonnambolici piuttosto che a individui in carne e ossa con un qualche tipo di progetto; non sono meno artificiali dei bicchieri di plastica da cui bevono spumante; salvo eccezione, bere è la loro attività principale, come se gli fosse necessario per mantenersi in uno stato di perenne distrazione in cui non si interrogano sulle conseguenze di essere spalmati su una superficie.

Poi accade che in un centro di recupero per alcolisti un tale J.P., il quale essendosi messo a bere smodatamente senza alcun motivo ha reso la vita della famiglia un inferno, riceva la visita della moglie: “Vedo una donna che parcheggia la macchina a tira il freno a mano. Vedo J.P. che le apre la portiera. La vedo scendere e li osservo mentre si abbracciano. Distolgo lo sguardo. Poi torno a guardarli. J.P. la prende sottobraccio e vengono su per le scale. Questa è la donna che una volta gli ha rotto il naso. Ha avuto due figli e un sacco di guai, ma ama quest’uomo che ora la tiene sottobraccio.”

Oppure abbiamo questo Carlyle che è stato piantato in asso dalla moglie con due bambini piccoli e una volta dice all’anziana signora che gli bada ai figli e alla casa: “Voglio che sappia una cosa, signora Webster. Per parecchio tempo mia moglie e io ci siamo amati più di ogni altra cosa e più di chiunque altro al mondo. Compresi i bambini”. E poco dopo l’anziana signora non si fa scrupolo di rispondere: “Una volta anche a me è capitata una cosa del genere, una cosa come quella che sta descrivendo lei. L’amore. Ecco di cosa si tratta.”

E una tale signora Holits, parlando dei figli di primo matrimonio di suo marito, due ragazzini di cui viene detto soltanto che passano le giornate nella piscina del blocco abitativo, afferma: “ – I ragazzi sono figli suoi, – dice. – Del suo primo matrimonio. Quando ci siamo conosciuti, lui era già divorziato. Ma io gli voglio bene come fossero miei. Non potrei volergli più bene di così neanche a provarci. Neanche se fossi la loro madre naturale.”

Poi abbiamo il pasticciere di Una cosa piccola ma buona che nel corso degli anni ha perso qualsiasi ridondante manifestazione di umanità e si è ridotto a essere solo questo: un pasticciere. “Sentite: io sono solo un pasticciere. Non pretendo di essere altro. Magari una volta, tanti anni fa, ero un essere umano diverso, non ne sono più tanto sicuro, non me lo ricordo. In ogni caso, se mai lo sono stato, ormai non lo sono più. Adesso sono soltanto un pasticciere.” Eppure qualcosa deve essere rimasto sotto la crosta pasticciera, perché poco più avanti leggiamo: “Vi prego, – disse l’uomo, – permettetemi di chiedervi solo una cosa: ve la sentite in cuor vostro di perdonarmi?”

Quello che, per me, non torna in questi ammirevoli racconti, non è che siano popolati di personaggi di plastica che, in entrambi i casi senza ragione, si muovono o non si muovono in sparuti scenari di plastica, ma che questa plastica erutti di tanto in tanto fortissimi sentimenti primigeni. Nella sua prefazione, Francesco Piccolo chiama questo fenomeno “l’umanità” di Carver: “Ce ne sono tanti altri, di ingredienti, in ogni singolo racconto o poesia, ma tensione e umanità sono a fondamento di ogni ricetta”; “il secondo tema fondamentale di Carver: l’umanità”; “in qualche modo già si sente che dentro la disumanità sta germogliando un’umanità fortissima, potente”. Be’, io invece con questa umanità ho qualche problema, mi fa lo stesso effetto che se la Metamorfosi, invece che con la morte del protagonista, si chiudesse con tutta la famiglia che festeggia commossa il Natale attorno a Gregor Samsa/scarafaggio. Non mi è chiaro insomma come uno che rappresenta così bene, con tale precisione, l’unidimensionalità dell’uomo nel mondo occidentale alla seconda metà del XX secolo, si metta improvvisamente a parlare d’amore. Non che la cosa propriamente mi disturbi (qualche volta sì, ma non è questo il punto); è che non mi è chiaro da dove sprizzi fuori, tutto questo amore.

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Raymond Carver, Cattedrale, Einaudi Super ET, euro 12

 

Ricostruzione scenografica del bar di

Racconti americani. TRILOBITI di Breece D’J Pancake

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Breece D’J Pancake, Trilobiti, minimum fax 2016, 16 euro

Minimum fax ripropone, nella nuova versione di Cristiana Mennella, Trilobiti, raccolta di racconti di Breece D’J Pancake già pubblicata nel 2005 da Isbn in una traduzione che lasciava parecchio a desiderare.

Non è un’opera recente. Uscì negli Stati Uniti nel 1983, quattro anni dopo la morte per suicidio dell’autore, nemmeno ventisettenne e all’inizio di una promettente carriera letteraria. La strana grafia delle iniziali del secondo e terzo nome (Dexter John) è dovuta a un errore di stampa quando la rivista Atlantic Monthly gli pubblicò il primo racconto. Un errore che Pancake decise di non correggere, forse per scaramanzia, forse perché così il nome assumeva una sfumatura di fuori dell’ordinario, di esotico e perché no vagamente aristocratico che affascinava il “montanaro” nato e cresciuto nel West Virginia.

Il West Virginia, mi dicono, has the second lowest household income of the 50 United States, oltre a essere the only state that is entirely within the area served by the Appalachian Regional Commission (Wikipedia), vale a dire da un ente federale che promuove lo sviluppo economico di aree depresse. È per molti versi uno stato contraddittorio: è annoverato fra gli stati del Sud anche se, guardando la carta, sembra piuttosto a nord; durante la guerra di secessione si staccò dalla Virginia perché non voleva stare con i Confederati bensì con i nordisti; è ricco di miniere di carbone ma è sempre stato povero; la geografia montagnosa è al tempo stesso selvaggia e inquinata; a questo si aggiunge l’opposizione caratteristica degli Stati Uniti, ma forse qui più marcata che altrove, fra l’arretratezza culturale delle zone rurali e il più brillante ambiente urbano.

La contraddizione, mai facilmente esasperata, traspare in filigrana nei racconti di Pancake come qualcosa di molto profondo, di geologico, di affine a quella regione geologicamente antichissima che è l’Appalachia; qualcosa che c’è e non c’è, come la valle del fiume Teays: perfettamente riconoscibile, talmente riconoscibile che ha servito di tracciato per la ferrovia prima e per l’autostrada dopo, ma dove nessun fiume scorre più da milioni di anni:

“Metto in moto, prendo a ovest sull’autostrada costruita sul letto prosciugato del Teays. Terre basse e colline ai lati, coperte da nuvoloni giallastri che il sole rovente non riesce a cancellare. Passo davanti a una targa messa dalla WPA: «Strada del fiume Teays misurata da George Washington»”

E più oltre:

“Mi rilasso sul sedile, provo a scordarmi questi campi, le colline intorno. Molto prima di me o di questi attrezzi, qui c’era il Teays. Riesco quasi a sentire le acque gelide e il solletico dei trilobiti che strisciano. L’acqua delle vecchie montagne scorreva tutta a ovest. Ma la terra si è sollevata. E a me restano solo il letto di un fiume e gli animali di pietra che colleziono”.

È la contraddizione di Breece Pancake stesso, brillante borsista alla Virginia University e non indifferente (come rivelano le sue preferenze in fatto di donne) al progetto di un’ascesa sociale, che però non rinuncia alle abitudini “montanare” di caccia e di pesca e riempie il frigorifero di carne di scoiattolo cacciata in proprio. Secondo qualcuno si è creato un personaggio. Ma forse la creazione del personaggio, del “self-styled hillbilly” come dice la brevissima nota biografica all’inizio dell’edizione Vintage classics, era una necessità per non perdersi né nella rinunciataria arretratezza rurale né in un’incerta identità urbana di cui non aveva nessuna esperienza e da cui tendeva a sentirsi escluso.

Come che sia, la scelta di Pancake di non scegliere fra i due corni del dilemma – restare o andarsene, il rischio dell’amore o la sicurezza dell’abitudine, il marito o la famiglia d’origine, l’ora o l’allora, l’onore o la vita, la propria sopravvivenza o quella degli anziani genitori: quasi per ognuno dei dodici racconti si può facilmente individuare una coppia di possibilità antitetiche – proprio la scelta di non decidere, di non indicare una soluzione, di lasciare le cose in sospeso fa sì che, dopo più di trent’anni, i racconti di Pancake non appaiano per nulla datati. Ne fa, in altre parole, un classico.

O almeno – è un ingrediente della classicità. L’altro è lo stile. Il racconto, più ancora del romanzo, sta o cade con lo stile. Limitato nell’estensione e evolvendo verso forme che, diversamente dalla novella, non prevedono pointe, il racconto non ha, per suggerire una totalità senza la quale non c’è letteratura, che la risorsa dello stile. E per stile non intendo, in primo luogo, la scelta delle parole o un certo modo di metterle, la frase lunga o breve, la preferenza per l’ipotassi o per la paratassi, l’amore o l’avversione per l’attributo; intendo un certo metodo di suggerire la totalità che deve essere in qualche modo legato a una percezione originaria. Il metodo Pancake prevede fra l’altro che quello che dovrebbe essere il nucleo del racconto – in Trilobiti, il racconto eponimo, è il ritorno di Ginny, l’ex ragazza di Colly, per una breve vacanza dal college in Florida, la serata che passano insieme e da cui Colly si aspetta qualcosa; in Legno secco sono le gelosie e le invidie di ragazzini di tanto tempo prima che hanno drammaticamente e oscuramente compromesso le loro vite di adulti – sia toccato quasi marginalmente, appaia e scompaia, sia inglobato nella ruggine della canna da zucchero, in un rappezzo sull’asfalto a forma di Florida, nel gusto scipido delle mele di un frutteto che da troppo tempo non viene potato. L’anima dei protagonisti (questo li distingue dagli altri personaggi) è situata in parte all’esterno, in oggetti solidi come fossili e punte di freccia o evanescenti come fenomeni atmosferici, “pallide schegge di luce [che] piombano dietro le colline lontane”, oggetti in ogni caso che agiscono su di loro attraverso una specie di ipnosi, come se i protagonisti riconoscessero che una parte di sé si trova lì, li attira ma sfugge al loro controllo, non ne sono padroni; come se sapessero che non potranno prendere alcuna decisione, che la loro vita non può cambiare, perché su troppa parte di sé non hanno giurisdizione.

Nel racconto Trilobiti Colly, il protagonista, si trova per molti versi a quello che si chiama un bivio della vita. Il padre è morto improvvisamente quando una scheggia di granata della seconda guerra mondiale, che se ne era stata buona per trent’anni, è entrata in circolo. Colly non riesce a mandare avanti la fattoria, è troppo giovane o non è abbastanza in gamba per combattere contro “semi ammuffiti, ruggine, siccità”. Uno speculatore sta convincendo la madre a vendere; Colly non vorrebbe ma si rende conto che non ha argomenti da opporre; però dichiara alla madre che lui non si traferirà con lei a Akron, Ohio, la capitale del pneumatico, dove hanno parenti e la madre già pensa che lui potrà lavorare alla Goodrich. Dice che non andrà a Akron ma non ha piani alternativi; la sera stessa esce con Ginny, la sua ex ragazza dei tempi del liceo, che studia in un college in Florida e gli dice che sta con un biologo marino. Quando le luci posteriori dell’auto di Ginny scompaiono nel buio, quello che rimane a Colly è il frastuono di un treno merci che sferraglia via troppo veloce perché qualsiasi vagabondo possa saltarci su, e la voce di suo padre: “Be’, il Teays doveva essere un fiume bello grosso. Se sali su Company Hill e guardi oltre le terre basse lo capisci. […] Jim dice che scorreva da ovest a nordovest, fino all’antico bacino del San Lorenzo”. Colly non ha paura. Sente “la paura allontanarsi nel tempo, come cerchi che si allargano, per milioni di anni”. L’allentarsi dell’ansia, della frustrazione e della paura sono possibili perché una parte, la parte essenziale di Colly, si trova in quella terra vecchia di milioni di anni in cui lui continua a cercare, con cocciuta perseveranza, fossili di trilobiti.

Nell’ultimo racconto, il Primo giorno d’inverno è un gelido giorno del Ringraziamento in una fattoria che sta andando a rotoli. “Hollis rimase tutta la notte alla finestra a fissare il suo fantasma di vetro, cercando una via d’uscita dalla tomba che gli aveva costruito Jake”. Jake è il fratello che se ne è andato a fare il pastore e vive in una canonica insieme alla numerosa famiglia. Hollis è rimasto alla fattoria con gli anziani genitori che, come dice in una telefonata al fratello, “camperanno ancora parecchio”. Hollis è incastrato. Jake non può (non vuole) prendersi il padre e la madre nella canonica, né è d’accordo per metterli in una casa di riposo. Il giorno del Ringraziamento Hollis vorrebbe provare a riparare la macchina. Senza macchina non potranno andare in paese per tutto l’inverno. Il padre, con l’egoismo dei vecchi, vorrebbe invece che andasse a caccia di scoiattoli perché senza carne di scoiattolo non gli sembra neanche il giorno del Ringraziamento. Hollis alla fine ci va, naturalmente, anche perché scopre che il blocco motore è crepato e lui non è in grado di sostituirlo. Propone al padre di chiedere a Jake un prestito per una nuova macchina, ma il vecchio dice che ce la faranno anche senza disturbare Jake. Naturalmente chi deve farcela è Hollis, il vecchio è fuori dal gioco, ma le affettuose preoccupazioni dei genitori sono, come sempre in questi casi, non per il figlio che è lì ma per quello che è lontano (e che non verrà per il giorno di festa, così non rischia di essere coinvolto). Il sistema dei vecchi per risolvere i problemi è l’unico che gli è ancora praticabile: negarli. Quando, dopo il pranzo del Ringraziamento a base di scoiattoli, Hollis dice ai genitori che ha chiesto a Jake di prenderli con sé e che Jake ha rifiutato, il padre si mette a piangere e gli chiede: “Come diavolo ti è venuto in mente di fare una cosa del genere?”.

In una breve nota che precede l’edizione italiana, Joyce Carol Oates dice che “l’occhio e l’orecchio di Breece Pancake per il dettaglio sono eccezionali”. Per esempio la madre: “[Hollis] scese a prendere un caffè. La madre non si lavava e nella cucina calda si sentiva il suo odore mentre mangiava la zuppa d’avena seduta al tavolo col marito”. Più tardi Hollis torna dalla caccia agli scoiattoli: “Trovò la madre nel salottino, ascoltava, insieme al marito, una musica tranquilla alla radio. Gli andò incontro e Hollis vide nei suoi occhi distanziati la paura e la consapevolezza: capì che vedeva fin dove lo aveva portato la pazzia”. Poco prima infatti, seduto contro un albero nel vento gelido dell’inverno, egli ha immaginato per un attimo “cosa avrebbe provato” a soffocare i genitori. Subito dopo però, quando le ha dato, prendendoli dalla sacca, gli scoiattoli scuoiati e puliti,  “la [vede] mettere gli scoiattoli in salamoia, portare la mano alla bocca, leccare una gocciolina di sangue e sorridere”. La consapevolezza della follia a cui l’assenza di vie d’uscita può portare il figlio, scompare nella madre nel momento in cui ha i suoi scoiattoli per il pranzo del Ringraziamento e può ricadere indisturbata nelle antiche abitudini. In ogni caso la consapevolezza non può durare più di un attimo; diversamente essa minaccerebbe l’esistenza sua e del marito e questo la madre non può permetterlo. Il suo sorriso è un sorriso di scampato pericolo ma soprattutto di tranquilla fiducia: che tutto continuerà a andare come è sempre andato.

Cade la prima neve, Hollis “sentiva il bestiame muggire per la fame, sentiva il respiro roco e sommesso di suo padre che piangeva, sentiva sua madre mormorare un inno smozzicato”. Si sdraia sul divano, si tira su la coperta e si addormenta.

Un’altra coperta, fuori, si stende sulle cose; senza risolvere nulla ma imbambolandole in una fissità di ipnosi, caritatevole come una dose di morfina: “The sun was blackened with snow, and the valley closed in quietly with humming, quietly as an hour of prayer.”