RACCONTI AMERICANI: Amy Hempel, SING TO IT

Sing to it

Di Amy Hempel, raffinata e poco prolifica autrice di racconti, ho parlato qui. Dopo un silenzio più che decennale è uscita a marzo di quest’anno la nuova raccolta Sing to it. Ero curiosa di come sarebbe proseguito il percorso di questa scrittrice ora sessantottenne, etichettata minimalista, che una ammirevole capacità di sfrondare dal superfluo e di raccontare eludendo un (ormai scontato) centro narrativo e argomentativo, di circoscriverlo come il nucleo inespresso lasciato al lettore da percepire e intuire, ha portato a una rarefazione prope nihilum.

È anche salutare, di tanto in tanto, abbeverarsi a una fonte certificata e magistrale dello stile che da qualche decennio si compita nelle nostrane scuole di scrittura – e questo in un momento in cui l’ammirevole scrittura ha qualcosa dell’addio, in cui il minimalismo scompare verso il passato come un vascello risucchiato all’indietro nell’oceano del tempo, perché, come dice un recensore/ammiratore di Hempel,

“minimalist writing doesn’t tell a reader how to feel. It flat out refuses to do so. 

I think this is out of style at the moment. I think we’re in an era where many people want to consume media (books, movies, etc.) that they fully understand, and they want to feel that they fully understand that media’s creator as well. Many consumers want a clear message, and they want a clear moral stance. Ambiguity is not in style. Truly flawed characters are not well-received by wide audiences.” (qui)

Se questo è vero negli Stati Uniti, molto più lo è da noi, dove prima di essere percepiti come qualcuno, si è percepiti come qualcuno-che-sta-da-una-parte. Con effetti disastrosi.

Ma tornando all’ultima raccolta di Amy Hempel ero curiosa, così non ho aspettato la traduzione italiana ma l’ho letta in originale, performance di cui sono moderatamente orgogliosa nonostante l’esiguità dell’opera (non raggiunge le centocinquanta pagine e gli spazi bianchi abbondano). Delle circa centocinquanta pagine, le prime ottanta contengono quattordici racconti piuttosto brevi, alcuni di una o due pagine; le restanti (poco più di una sessantina) sono invece occupate da un unico racconto lungo, Cloudland. Questo crea un effetto di asimmetria, di scorretta distribuzione dei pesi che non è soltanto di superficie – come se la raccolta Sing to it fosse un contenitore di oggetti diversi, disomogenei. I racconti brevi e Cloudland devono essere considerati a parte. (Per Cloudland vedi qui)

Per i racconti brevi o brevissimi, come dice la recensente Evan Harris, “Ms. Hempel is making artifact-like texts that need fear no spoiler: They cannot be easily summarized […] and certainly not paraphrased. Their plots are tied to language so that it is impossible to comprehend them outside the thrall of Ms. Hempel’s meticulous choice of every single word.” (qui)

Che i racconti non si possano né riassumere né parafrasare dipende non da ultimo dal fatto che non presentano eventi, né singoli né in successione, ma situazioni, e che queste situazioni sono largamente da indovinare, come altrettanti enigmi in cui la figura intera sia pazientemente da ricomporre a partire da tracce distribuite con parsimonia. Lavoro da archeologo – non per niente Evan Harris parla di  “artifact-like texts”. A me fanno venire in mente i rametti di Salisburgo di cui parla Stendhal in tutt’altro contesto: rami spogli gettati nella profondità delle miniere di sale che, quando li si recupera dopo mesi, sono interamente ricoperti di cristalli baluginanti. Così, ma più lentamente, letteralmente attraverso il tempo, nei racconti di Hempel le parole si distendono, strato minerale sopra strato minerale, su una materia quotidiana e incerta, di cui si indovina la forma vaga soltanto a partire dalle sfaccettature dei poliedri.

Più concretamente: una narratrice in prima persona (dodici racconti su quattordici) è presto individuata, ma tutto ciò che va al di là – altri personaggi, loro sesso, ruolo, età, rapporti con la protagonista, luogo dell’azione o più propriamente della situazione – è oggetto di ipotesi formulate a partire da un attento esame dei pronomi personali, degli aggettivi possessivi, degli avverbi di tempo e di luogo, e di quante altre tracce l’autrice abbia voluto disseminare nelle brevi righe del testo. Proverò a tradurre un racconto di trentatré righe, sperando che la violazione del copyright passi inosservata. Il racconto si chiama Fort Bedd – e già il titolo è un (ironico) programma: io lo leggo come un gioco di parole fra “Fort Bedd” – toponimo di fantasia costruito sul modello di località fortificate, in cui ci si può trincerare per difesa, (es. Fort Alamo) – e “bed” = letto. (Esiste peraltro in Texas la contea di Fort Bend, con capoluogo Richmond). Ma magari sono completamente fuori strada.

 

FORT BEDD

La seconda “d” è muta.

Su questo, se non su altro, eravamo d’accordo.

In un appartamento oscurato sul lato ovest del parco, quando le cose andavano male, pensavo agli alberi. Volevo lillà a castagni, un pero Onward. Corniolo e acero argentato. Un faggio rosso così vecchio che la panchina costruita attorno al suo tronco è grigia e scheggiata. Gli alberi mettono radici, e pensavo che anch’io avrei potuto – se avessi avuto abbastanza alberi da cui imparare.

“Mi avvertirai,” diceva, “se comincio a dire cose strane.

“Se faccio qualcosa di strano avvertimi”, diceva.

Era incurabile: la vecchiaia non può essere curata. Per la nostra salvezza ci stringevamo l’uno all’altra nell’unico posto sicuro che conoscevamo. Nella buia stanza da letto sul retro. Fort Bedd la temperatura di aria e pelle, ci tiravamo su appoggiati a cuscini di piuma, e i carri in cerchio; ma anche i carri erano cuscini, così i confini di Fort Bedd variavano a ogni nostro movimento.

Il buio appartamento frusciava nel buio, e faceva buio anche durante il giorno.

Ci sarebbe stata luce se qualcuno avesse aperto le tende. Ma erano le sue tende, toccava a lui decidere, e preferiva tenerle chiuse. Qualche volta, quando avevamo scalciato via i cuscini e lui dormiva, mi alzavo e andavo alla finestra; scostavo i tendaggi al modo di un subacqueo dilettante che riemerga troppo in fretta: bolle d’aria nel sangue, dolore alle giunture, poi la camera iperbarica di Fort Bedd.

Dovessimo uscirne, avrei bisogno di alberi. Il giorno dopo, o un giorno qualsiasi, potrei sgattaiolare via e guidare fino a un vivaio, scegliere un albero – bene imballato nella tela di sacco – e caricarlo in macchina fino al margine di un campo dove nessuno mi vedrebbe scavare con la pala che mi sarei portata. Potrei andare a trovare l’albero che ho piantato, portare acqua se avesse bisogno di acqua. Se quell’anno ci fosse la ruggine del corniolo, potrei piantare al suo posto un abete pendulo.

Piantare siepi frangivento, boschi, una foresta, una piccola valle.

 

FORT BEDD

The second “d” is silent.

We agreed on that, if not on much else.

In a darkened apartment on the west side of the park, when things went wrong, I thought about trees. I wanted lilacs and chestnuts, an Onward pear. Dogwood and silver maple. A copper beech so old that the bench built around it is splintered and gray. Trees take root, and I thought I could too – if I had enough trees to learn from.

“You’ll tell me, “he said, “if I start to talk crazy.

“If I do something crazy, you’ll tell me,” he said.

He was incurable: old age can’t be cured. We clung to each other for safety in the only safe place we knew. In the dark back bedroom. Fort Bedd the temperarure of skin and air, we propped ourselves up on feather-filled pillows, and the wagons circled, but the wagons were pillows too, so Fort Bedd changed its borders with every move we made.

The dark apartment rustled in the dark, and it was dark in the day as well.

There would have been light if the curtains were opened. But they were his curtains to open, and he chose to keep them closed. Sometimes  when we had kicked off the pillows and he was asleep, I would walk to the window and yank back the drapes the way an amateur diver might surface too quickly: bubbles in the blood, pain in the joints, then the hyperbaric chamber of Fort Bedd.

If we were going to get through this, I would need trees. The next day, or any day, I could slip away and drive to a nursery, pick out a tree – balled and burlapped – and put it in my car and take it to the edge of a field where no one would see me dig with the shovel I brought along. I could visit the tree I planted, bring water if it needed water. If there was dogwood blight that season, I could plant Pendulum spruce instead. 

Plant windbreak, woods, a forest, a glen.

 

I personaggi sono un uomo e una donna. La donna ha la parola, racconta. Dal racconto emerge che l’uomo è anziano, insicuro, teme di dire o fare cose strane. Anche senza avanzare una diagnosi di incipiente demenza, si può ragionevolmente affermare che ha paura del mondo esterno, si ritira nell’appartamento oscurato da pesanti tendaggi, nella zona più lontana da ogni possibile scambio con l’esterno: la buia stanza da letto sul retro. Lì è salvo/sicuro.

L’allestimento della sensazione di sicurezza è teatrale e coreografico, il letto è il palcoscenico e i cuscini sono gli oggetti di scena. La luce naturale è esclusa, ma bandita è la naturalità in generale, tant’è vero che il sopravvenire di stati innaturali segna il passaggio alla situazione “Fort Bedd”: “Fort Bedd the temperarure of skin and air”. Fort Bedd è la rappresentazione fantastica di un’interiorità esasperata.

La donna non avrebbe bisogno di queste schermature. Lei non ha motivo di temere, non è esposta agli incalcolabili effetti dell’inadeguatezza: sa valutare quando una cosa è o non è strana. Tuttavia, per una specie di solidarietà, accetta di partecipare ai riti della paura: “We clung to each other for safety in the only safe place we knew. In the dark back bedroom”. Accetta di partecipare come si entrerebbe in una scena che non è la nostra. La donna non è a casa sua, deve accettare le regole dell’uomo, ad esempio riguardo alle tende che devono rimanere tirate.

La donna ha interiorizzato la solidarietà. Quando contravviene alle regole dell’uomo, ad esempio quando scosta velocemente le tende mentre l’uomo dorme, il modello è un’azione tumultuosa, precipitata, male organizzata; la cattiva coscienza la carica di ogni sorta di malessere che solo un rinnovato ritrarsi nell’atmosfera modificata di Fort Bedd può curare.

La donna ha nostalgia del fuori, della luce naturale. La naturalità le si rappresenta nella forma vivente più lontana dalla coscienza e dai suoi percorsi introvertiti, le si rappresenta come vita vegetale che si espande in rami e radici attorno (forse) a un nucleo blandissimo di autocoscienza, a una coscienza che si ignora e che per questo può mettere radici – mentre la donna non può farlo perché è catturata dall’ipertrofica e autoprotettiva coscienza dell’uomo. “If we were going to get through this,” dice la donna – se dovessimo uscirne, se (cosa improbabile) dovessimo superare questo stallo insostenibile -, “I would need trees”.

Se, rispetto all’opera complessiva di Hempel o anche più modestamente alla presente raccolta, siamo autorizzati a generalizzare e a vedere nella coscienza individuale un fenomeno in ultima analisi artificioso, per quanto abitudinario, e in definitiva destinato a sfociare in una situazione di aporia e di stallo nell’incontro-scontro con l’esterno, è una riflessione che lascerei al prossimo post, dopo che avrò cercato di analizzare il racconto lungo Cloudland. Quello che possiamo sottolineare già da adesso è l’arte con cui Hempel riesce a materializzare una situazione di angoscia – blandita perché quotidiana – apparentemente parlando d’altro, spostando negligentemente al margine, come accenni casuali e frammentari, quelle circostanze che uno scrittore meno abile e più prolisso si sarebbe affrettato a mettere al centro – senza sospettare che, così facendo, non avrebbe mostrato propriamente niente.

Questo è un esempio di come lo stile, quando è stile e non mal digerita copiatura, non sia altro che un modo unico di vedere (e mostrare) le cose. E, all’altro estremo, il non-stile (es., qui), o l’assenza affatto di stile, una più o meno sgargiante cecità.

 

 

 

 

 

TIZIANO SCARPA E IL SALTO DI SPECIE

monolito

 

In un recente articolo su Il primo amore, dal titolo Il moderno che avrebbe dovuto salvarci, Tiziano Scarpa offre un’interessante interpretazione di 2001 Odissea nello spazio.

Il film di Kubrick, volutamente enigmatico e le cui possibili interpretazioni variano dalla fantascientifica alla filosofica alla mistico-esoterica, inserisce quattro volte, in corrispondenza dei quattro segmenti della narrazione, il famoso monolito: un parallelepipedo scuro, liscio e perfetto, di cui (vorrei sottolineare) si intuisce l’origine aliena, nel senso anche banale di estranea, perché ogni volta non c’entra niente con ciò che lo circonda e che è, comunque, il nostro mondo.

Alla comparsa/intervento del monolite corrisponde un salto di specie. Questo è particolarmente evidente nella prima e nella quarta sezione, rispettivamente quando l’ominide intuisce che un osso può essere usato come strumento (come clava), cioè quando gli inizi della tecnica corrispondono agli inizi della differenziazione della specie umana dai primati,

Kubrick

e nel finale del film quando, su Giove, l’astronauta Bowman, dopo aver percorso la sua intera esistenza in uno spazio-tempo incommensurabile al nostro, rinasce come “bambino delle stelle” (Star Child), emblema della nuova umanità che abiterà il cosmo senza bisogno di dispositivi tecnici.

 star child.jpg

La seconda e la terza apparizione del monolito sono in un certo senso propedeutiche alla quarta: alla fine del XX secolo americani e sovietici hanno stabilito basi sulla Luna. In una base americana viene scoperto, sepolto a una certa profondità, un oggetto misterioso. Si tratta del nostro monolito, del quale non si sa e non si capisce nulla se non che non appartiene alla natura dell’universo a noi conosciuto e che con ogni probabilità è stato intenzionalmente sepolto lì quattro milioni di anni prima. Il monolito invia un segnale potentissimo in direzione di Giove, dunque viene deciso, nel più grande segreto, di inviare una missione su questo pianeta, mai ancora raggiunto, per indagare la destinazione del segnale. L’astronave Discovery one ha sì personale umano a bordo, ma non è possibile non notare che questo personale, quando non è direttamente ibernato, si limita più che altro a fare jogging, giocare a scacchi, o rilassarsi sotto una lampada solare. Il controllo totale dell’astronave e della missione è nelle mani (si fa per dire) di Hal 9000, l’intelligenza artificiale perfetta che non può commettere errori: lo strumento si è progressivamente ampliato fino ad occupare totalmente lo spazio dell’utilizzatore e a sostituirsi a lui. Il seguito della storia è troppo noto per perdere tempo a riassumerlo; vorrei solo evidenziare che l’uso dello strumento perfetto, che non compare nei viaggi di routine Terra-Luna, diventa invece imprescindibile nella missione su Giove; è quindi come se la scoperta del monolito sulla Luna lo avesse reso necessario, come se il monolito giudicasse venuto il momento di andare oltre l’homo sapiens (la specie che usa gli strumenti) e “spingesse” verso la conclusione aporetica della tappa evolutiva: lo strumento perfetto che uccide l’utilizzatore per sostituirsi a lui.

David Bowman, l’astronauta superstite della strage operata da Hal, giunto nello spazio di Giove vede il monolito che orbita attorno al pianeta e nel tentativo di raggiungerlo viene “risucchiato” in una lunghissima sequenza attraverso uno spazio psichedelico, un corridoio trans-specifico al termine del quale si ritrova nella famosa suite di neoclassico nitore, per una possibile interpretazione della quale si rimanda a più sotto. In questa suite egli compie un percorso accelerato dalla gioventù alla maturità alla decrepitudine alla morte, per poi rinascere (presumibilmente) come “Star Child”, come ipotetica nuova specie. Negli istanti che precedono la morte di Bowman, ai piedi del suo letto compare per l’ultima volta il monolito; Bowman, decrepito e disteso nel letto, alza lentamente un braccio e tende la mano verso il monolito in un gesto che, come è stato notato, ricorda la creazione di Adamo della Cappella Sistina. Questo potrebbe voler dire che il monolito è Dio e che un nuovo Adamo sta per essere creato, ma anche (poiché è Bowman che indica, con l’indice alzato, il monolito) che l’uomo è Dio e il monolito, che ogni volta lo spinge verso un salto di specie, una sua creazione. Il punto è ambiguo come ambiguo e enigmatico è tutto il film. Per il momento lo lasciamo irrisolto e passiamo all’interpretazione di Scarpa che sarà, invece, univoca.

Fin dall’inizio del suo articolo, Scarpa insiste sul carattere messianico del monolito: ” Il monolito potrebbe essere Dio, o un suo angelo, o un alieno: una specie di messo divino, un messia extraterrestre, che si immischia nelle vicende umane.” E più sotto: “È un film cristiano: Dio esiste e non è un’entità separata in un universo teista: è Grazia, è Provvidenza coinvolta nelle vicende umane. Il monolito scoperto sulla Luna, si dice nel film, stava sepolto lì «da quattromila anni», l’età del creato secondo la Bibbia.” (Piccola parentesi: nel film il monolito sta sepolto sulla Luna non da quattromila, ma da quattro milioni di anni – in sé una svista di nessuna importanza, non fosse che a questo punto la Bibbia non c’entra nulla.)

Una volta stabilito che il film, almeno apparentemente, racconta “una storia antidarwinistica”, che è, almeno apparentemente “un film anti-illuminista”, e che in esso il monolito svolge il ruolo di Divina Provvidenza, Scarpa passa a sottolineare le analogie, già notate all’inizio degli anni ’70, fra il monolito e la scultura minimalista dell’epoca e enuncia la sua interpretazione:

“L’intervento messianico, nel mondo reale degli anni Sessanta, lo fanno le opere d’arte: in altre parole, è il progetto moderno il messia che fa fare un salto di specie all’umanità.”

(Noto, en passant, che Scarpa usa “salto di specie” e “salto culturale” come espressioni grosso modo sinonime; o meglio: secondo Scarpa Kubrick rappresenterebbe come “salto di specie”, con tanto di “potenziamento genetico” dall’homo sapiens al Bambino delle Stelle, il “salto culturale” che vede realizzato nell’“irruzione del moderno”. A me sembra che le due cose andrebbero tenute almeno concettualmente distinte e che l’uso disinvolto che nell’entourage di Moresco si fa del termine “salto di specie”  possa essere fonte di grossi equivoci.)

A questo punto l’argomentazione di Scarpa si fa più confusa. Essa corre, a quel che posso capire, su due linee.

La prima è la caratterizzazione dell’arte minimalista come arte che mira alla rappresentazione non più dell’oggetto ma dell’idea dell’oggetto, un’arte che convoglia lo spettatore alla contemplazione dell’idea (in senso platonico) o alla contemplazione dell’essenza, alla Wesensschau fenomenologica. I riferimenti sono “in particolare le sculture di John McCracken, Tony Smith e Ronald Bladen”:

John Mc Cracken
John McCracken, Six columns

In altre parole l’arte minimalista, che secondo Scarpa trionfa nel secondo Novecento e pone il suo vittorioso cachet sul moderno, rappresenterebbe un “salto” nel senso che se prima lo spettatore, per giungere alla visione dell’idea, doveva attraversare la tappa del godimento estetico, ora non deve più fare il giro lungo ma si trova direttamente in presenza dell’idea: “Fine del godimento sensoriale delle opere d’arte; fine dell’estetica del mondo. Si vive direttamente nell’iperuranio, nel modo platonico delle idee”. 

A sostegno della tesi di Scarpa si può tentare un’interpretazione della decorazione settecentesca della suite in cui si svolgono le ultime scene del film: nella seconda metà del Settecento trionfa l’idea di un’estetica basata sul gusto, l’idea che la fruizione della bellezza non passi per il concetto; un’estetica principalmente della sensazione che fa riferimento a una concezione naturalistica del bello che sarà progressivamente sconfessata. In questa scenografia settecentesca il monolito minimalista compare ai piedi del letto di Bowman morente ed egli alza faticosamente il braccio e l’indice verso di esso per indicare che lì è la “salvezza” (vedi sotto).

suite neoclassica.jpg

Per quel che mi riguarda, non sono competente nelle cose dell’arte figurativa, spero di aver riportato correttamente il pensiero di Scarpa e mi permetto solo una considerazione privata: mi pare che i prodotti dell’arte minimalista – in particolare le “grandi forme geometriche tridimensionali, semplici, lisce, quasi archetipiche” – emanino per il non-specialista un senso di sconsolatezza, se non proprio di angoscia (Scarpa stesso per caratterizzare le “forme archetipiche” usa l’aggettivo “inumane”). Richiedono uno spettatore forte, robusto, un eroe che tiene botta; stranamente l’uomo del Novecento, quale si delinea ad esempio in letteratura, è piuttosto di un altro tipo: è debole, inconsistente, spesso sul punto di sfaldarsi. Si è dunque autorizzati a chiedersi se il salto minimalista, seppure in un certo senso necessario, per una specie che non è in grado di compierlo non si risolva in ultima analisi in un tonfo.

L’altra linea dell’argomentazione di Scarpa è il carattere salvifico dell’arte. Su questo Scarpa non ha dubbi: l’arte salva, l’opera d’arte è “degna di venerazione”. La scelta del termine mi pare significativa: per quanto un gradino sotto rispetto all’adorazione (Dio si adora, i Santi e la Madonna si venerano), esso appartiene al campo semantico del religioso e in effetti nell’articolo di Scarpa è in una relazione con il “Messia”: noi credevamo che il monolito fosse “Dio, o un suo angelo, o un alieno: una specie di messo divino, un messia extraterrestre”, in realtà non è così: il monolito è una scultura minimalista e “Kubrick racconta questa storiella messianica per farsi una ragione del salto culturale in corso nella sua epoca: l’irruzione del moderno”. Del moderno, dobbiamo però aggiungere, che salva, perché il monolito, qualunque cosa sia, per due volte salva l’uomo grazie a un salto evoluzionistico: “Kubrick […] ha preso la fascinazione della scultura minimalista […], il suo essere impronta materiale di un’entità immateriale, e l’ha narrativizzata, l’ha distesa in una storia per svelarne il potenziale evoluzionistico: non un progresso lineare, ma un salto.” 

Con ogni evidenza, “salvezza” significa per Scarpa “salto evoluzionistico”, uscita dall’impasse paludosa di uno stadio giunto a una fase di inadeguatezza; per questa salvezza nessun bisogno di Provvidenza o Messia che giungano da fuori, l’arte basta e avanza: “Il regista e il suo pubblico lo sanno che quelle opere d’arte […] sono state ideate e realizzate da esseri umani: sono metafisica terrestre. 2001: Odissea nello spazio crede che l’umanità sia in grado di fare un salto di specie e salvarsi da sé.”

Rimane da capire il senso di quel titolo antifrastico: Il moderno che avrebbe dovuto salvarci.

Ci ha salvati o non ci ha salvati?