Michele Mari, LEGGENDA PRIVATA

Leggenda privata

Michele Mari, Leggenda privata, Einaudi 2017, € 18.50

Il mio primo incontro con Mari, alcuni anni fa, è stata la raccolta di racconti Tu, sanguinosa infanzia. Sono rimasta a bocca aperta. Sicuramente sto dimenticando qualcosa o qualcuno e gli sto facendo torto, ma mi è sembrata la più bella cosa italiana che mi fosse capitato di leggere dopo Gadda. Di Euridice aveva un cane ho parlato qui e qui. La terza raccolta, Fantasmagonia, mi ha entusiasmato nel complesso di meno (troppi mostri), tuttavia contiene diversi pezzi assolutamente notevoli. Insomma, dei racconti sono un’ammiratrice fervente. Altra cosa i romanzi. Pur avendone apprezzato certi aspetti, nessuno dei romanzi di Mari che ho letto mi ha veramente convinto: troppo manierismo, troppo arzigogolo, troppi piani doppi e tripli che in realtà non sono né doppi né tripli ma, alla prova, deludentemente semplici, troppo gioco per amore del gioco, troppe trovate, che è eufemistico definire artificiose, per risolvere situazioni di partenza che soluzioni non hanno perché non esistono.

Si consideri, a parziale giustificazione di questo disamore, che non ho mai capito perché Dr. Jekyll e Mr. Hyde sia un così grande romanzo (l’ambivalenza insita nell’essere non mi appare in modo così sbrigativamente disgiuntivo), che non vado matta per Poe e tanto meno per Lovecraft (anzi quest’ultimo, per la mezza storia che ne ho letto, lo aborro proprio), e si capirà che non rappresento il pubblico ideale per i romanzi di Mari.

Quando quest’anno è uscito Leggenda privata un’amica, che vedo abbastanza raramente, me ne ha parlato in termini entusiastici. A dir la verità questa amica parla sempre in termini entusiastici delle sue letture – almeno in prima battuta. In seconda – contestualmente e senza soluzione di continuità – tende ad attenuare e lì le sue osservazioni diventano interessanti. Il fatto è che quella sera alla seconda battuta non ci si è arrivati perché – eravamo in diversi – qualcuno ha cambiato discorso. Comunque – tutti ne parlavano, l’autore è considerato un grande (e per le proporzioni sicuramente lo è), non è un romanzo – tanto mi bastava e l’ho comprato.

Non ne sono pentita (Mari è forse l’unico di cui mi fanno gola le bellissime edizioni Einaudi), pur desiderando, se si presenterà l’occasione, discuterne con l’amica in seconda battuta. Il problema è un altro. Il problema è che, dovendo parlarne, non so da che parte incominciare. Conviene, allora, andare con ordine:

  • Leggenda privata è l’autobiografia di Michele Mari – vale a dire che contiene informazioni presumibilmente attendibili che fanno riferimento alla sua vita reale (a mallevare che si tratta di realtà e non di finzione, le fotografie). Peraltro questa autobiografia non va oltre il quindicesimo-sedicesimo anno di età, con la grossa parte che porta sull’infanzia fino intorno ai dieci anni. Cioè, più propriamente, è un repertorio delle condizioni che determineranno la vita ulteriore. La struttura originaria (fichissimo).
  • La redazione di detta autobiografia gli è stata comminata dai mostri (molto meno fico).

Excursus sui mostri mariani (mariani! ma l’aggettivo l’ho trovato in un articolo di Matteo Marchesini, peraltro molto interessante, qui. Mariani! Come la devozione mariana, i mesi mariani ecc. Ha della presa per i fondelli del tutto laico Michele Mari). Nella (cadente) villa dei nonni a Nasca, sulla riva lombarda del lago Maggiore, dove il pargolo, poi adolescente Mari trascorre le estati, suscitate da lui, importate da lui, evocate da lui, a lui solo manifestantesi che ne so, ci sono due Accademie (di mostri): i Ciechi della Cantina e Quelli di Sopra. Agli interessati la cura di approfondire, nell’istesso testo (tanto per mareggiare un po’). Comunque, quello che interessa un lettore (una lettrice) sprovvista di un nonno appassionato della collezione Urania (e che, avendone letto un paio, li ha trovati orrendi) non sono i mostri (infantili, scontati nella riconducibilità al binomio polluzione/castrazione, e soprattutto, alla fine, ridicolmente ineffettivi), ma la fessura, la scissione attraverso la quale essi si intrufolano nel reale. Questa scissione è il vero tema di Leggenda privata.

(Excursus sui mostri nostrani – può essere saltato. Mi sono chiesta, leggendo, se non c’era anche nella mia infanzia/adolescenza un’esperienza di mostri. Ed ecco qui: durante le estati (un’estate?) nel passaggio da infanzia a adolescenza, forse per il caldo, forse per l’incipiente adolescenza, facevo molta fatica a addormentarmi. A dirla tutta quando veniva ora di andare a letto ero in preda al terrore. Mentre tutti dormivano (il punto, credo, era quello), con le porte delle stanze e le finestre spalancate, io sola vegliavo e notte dopo notte sentivo salire dalla cantina un rumore ritmico, fremente, lievissimamente tintinnante. L’unica spiegazione che riuscivo a immaginare era che ci fosse, sdraiato sul pianerottolo della cantina dove erano le casse di acqua minerale, un essere gigantesco che con il suo fiato gigantesco faceva vibrare e lievissimamente cozzare le une contro le altre le bottiglie vuote. Carino, no? Poi però uno cresce e i mostri li congeda).

  • Il mondo notturno dei mostri e il mondo diurno degli esseri umani e familiari, lungi dall’essere impermeabili l’uno all’altro, sono collegati dagli ultracorpi. Per chi non sia familiare con la terminologia diremo che un ultracorpo è un essere apparentemente umano, in realtà non più di un involucro abitato da un alieno/mostro. La presenza degli ultracorpi rende estremamente ambigua anche la realtà che dovrebbe esserci più sicura e familiare (la quale cosa è il principio dell’Unheimlich freudiano). Nel libro incontriamo l’ultracorpo-mamma, l’ultracorpo-nonna, il forse-ultracorpo-donna di servizio, il quasi-sicuramente-ultracorpo-Angelina, altri.

Ora cerchiamo di continuare. Perché i Mostri hanno intimato a Michele Mari di scrivere un’autobiografia? Il “romanzo con cui si congeda”? La risposta è complessa perché presuppone già l’opera eseguita: l’autobiografia, la scrittura, lo stile. Lo stile Mari: affascinante o insopportabile, a seconda dei punti di vista (e degli eccessi). Relativamente a questo stile, di cui l’autobiografia è allo stesso tempo vistoso esempio e eziologia, si fa qui opera di scavo archeologico e genealogico: lo stile – la maniera – non è altro per Mari che una corazza assemblata, la conchiglia aliena, formata e bell’e fatta, in cui il paguro-Michele nasconde e protegge la sua molle informità – molle informità di cui si racconta la genesi familiare. Ora però i Mostri ne hanno abbastanza di gusci esornati, ora reclamano la polpa tenera – sia che Mari acconsenta a dispogliarsi delle sue calcificate protezioni, sia che, al contrario, ne accumuli di talmente mitopoietiche da autorizzarli a trattarlo da mentitore conclamato e estrarlo nudo e tremante dalla coclea delle sue menzogne.

A ogni piè sospinto, scrivendo questa recensione, mi ritrovo con le spalle al muro. Perché come continuare dopo questa storia di mostri e conchiglie? C’è uno sviluppo che porti da qualche parte, che non giri (per l’appunto) a spirale su se stesso? Che non si risolva in una mera secrezione di stile? (In questo senso Michele Mari scrittore farebbe pendant, in quanto Stilògeno, a uno dei Mostri più ricorrenti: il Mucògeno). Propongo un assaggio di testo, che ci aiuterà a andare avanti:

“Questa notte ho sognato di essere davanti alla nicchia della Madonnina, e di tirar fuori dalla tasca delle noci che le scagliavo contro per rompere il cristallo della teca: ma rimbalzavano. Poi è arrivata come una furia l’Angelina, con gli occhi privi di iride e di pupilla (Occhi bianchi sul pianeta Terra), e ha lanciato quell’urlo. Mi sono precipitato dentro il cancello semiaperto, ma dall’altra parte c’era mia madre, a braccia aperte […] e senza occhi. Appena ha emesso lo stesso identico urlo risucchiante mi sono messo a correre fra gli alberi: sapevo però di non dover andare verso la legnaia. Fine. Oltre all’angoscia che cosa mi resta, di questo sogno? Mi restano le noci: i gherigli […]. Il cervello, è a forma di gheriglio. Ma soprattutto il sogno mi dice che Quella dalle Orbite Vuote sta arrivando.”

Lasciamo perdere Quella dalle Orbite Vuote, che tanto ’sti mostri vanno e vengono e non concludono niente, e concentriamoci sulle noci. La noce (guscio-gheriglio) ripropone la struttura conchiglia-paguro; inoltre il fatto che il gheriglio sia associato al cervello (e il guscio dunque al cranio) suggerisce la preziosità della sostanza molle rispetto all’involucro protettivo. Non so se Mari avallerebbe l’estensione che io faccio del suo simbolo onirico, probabilmente no, però a me serve per afferrare in qualche modo Leggenda privata: così, per come la vedo, il guscio sono i mostri che hanno commissionato (o piuttosto comandato) l’autobiografia, e che a ogni momento si insinuano nelle pieghe del racconto come le escrescenze sottili e coriacee fra gli emisferi del gheriglio; mentre quest’ultimo è la materia autobiografica squisita da estrarre dal guscio, da pescare con le apposite pinze fuori dalle chele del crostaceo, da degustare dopo avere crocchiato l’involucro calcico sviluppato dal gheriglio-mollusco nella sua urgenza di incapsularsi in un esoscheletro. Reso necessario, mostri e tutto, – e abbiamo il movimento a spirale, l’avvitarsi su se stesso – dalle condizioni che alla genesi dell’imbelle polpa hanno presieduto: la scissione in luogo dell’unione, “l’abominevole coito” che mai avrebbe dovuto aver luogo (ma quanti ce ne sono…), fin dall’inizio l’inaudita prepotenza del genio paterno e, da parte materna, la vocazione al martirio e la voluptas moriendi (a poco a poco, ma pur sempre moriendi). Il corteggiare la morte (l’annichilimento) da parte della genitrice che ha poi condotto, necessariamente, al suo sdoppiamento in madre e ultracorpo.

E più non dico.

Cioè no, dico qualcosa a proposito dello stile. Nell’articolo di Matteo Marchesini al quale facevo riferimento sopra, l’autore dice a proposito dello “stile” di Mari (che a suo parere è piuttosto un non-stile):

“Qui niente si dà senza il profilattico di “maniere” che non sembrano affatto cogenti, ma semmai tutte aprioristicamente disponibili e poste sullo stesso astratto piano di arbitrio. Il che impedisce alla prosa di fare attrito con qualcosa d’altro da sé, di lasciar avvertire i suoi bordi: e quindi di suggerire quella inevitabilità che è poi una cosa sola col rischio d’errore, oltre che con la spregiudicatezza di una letteratura disposta a indagare tutto perché non sa già tutto in anticipo.”

Il sospetto che nei romanzi di Mari si sappia già tutto in anticipo, dirò, mi aveva sfiorato (impressione spirale, avvitamento); tuttavia la critica di Marchesini cade a vuoto, se Mari stesso nel (bellissimo) finale di Leggenda privata fra le altre (bellissime) cose afferma:

“Rispetto a loro [ai genitori] mi sento un privilegiato, non solo perché da bambino ho giocato tanto, io, ma perché quel gioco me lo sono portato dietro ed è tuttora con me: la mia ricchezza. (Anche i libri sono un gioco, cui rivendico con orgoglio la natura di frin-frin).”

Inutile, a questo punto, pretendere che “la prosa [faccia] attrito con qualcos’altro da sé”.

Questo è Mari: love it or leave it.

 

MICHELE MARI PROUSTIANO? (II parte)

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(Ancora a proposito di Euridice aveva un cane, di Michele Mari, Einaudi 2016)

La conclusione di Euridice aveva un cane – l’anabasi dagli Inferi, nelle vaghe tenebre che precedono l’alba, della Flora e del cane Tabù – ci aveva lasciati perplessi. Chi crede ancora alle resurrezioni letterarie? Alla letteratura come vera vita? Allo scrittore psicopompo che passeggia le anime di qua e di là dal confine?  È un Proust depotenziato quello che ci ammicca dal racconto di Mari: nessuna distinzione fra un Io empirico che muore a ogni istante e un Io sottratto al tempo che gode di estetica immortalità. In Euridice aveva un cane il narratore anela a un’impossibile immobilità ambiente ed è sconfitto, definitivamente sconfitto, non dai Baldi ma dalla natura delle cose: “Io a Scalna ci venivo ormai sempre meno, un po’ per via del lavoro […], ma soprattutto per i troppi cambiamenti che mi intristivano. Appena arrivato da Milano mi bastava guardare a una corruzione o a un’assenza perché mi prendesse una cupezza che non mi lasciava più fino al momento di ripartire.” Nonostante la chiusa consolatoria di Euridice, in questa raccolta di racconti non c’è redenzione dal tempo.

Dal passato non emana malinconia venata di dolcezza – figuriamoci il recupero trionfante di un intatto Combray. Il passato non è per Mari, come lo era stato per Proust, l’oblio indifferente, il totalmente perduto da cui per il miracolo combinato della sensazione e del caso può scaturire il recupero integrale della vera vita. Il passato di Mari è un mostro irto di aculei che passeggia nel presente infierendo su di noi; è la memoria tormentosa dell’irrecuperabile; è il testimone – il testimonial – della morte incessante a cui siamo esposti. A tal segno che il protagonista del racconto In virtù della mostruosa intensità, un io in cerca di casa che spulcia gli annunci immobiliari e visita con l’agente appartamenti posti in vendita dai precedenti proprietari, deve ogni volta fuggire dalle camere-bagno-ingresso-cucina per la forza con cui le tracce di esistenze ivi trascorse – decalcomanie sulle piastrelle, cessi che di necessità hanno ingurgitato tonnellate di escrementi, talami composti e rifatti che inevitabilmente suggeriscono una coattiva serie di monotoni amplessi – lo investono e lo travolgono. In questo, l’io di In virtù della mostruosa intensità si mostra meno idiosincratico, meno idiolettico e tendenzialmente autistico del Michele di Euridice. Egli immagina le vite di altri – senza simpatia, ma le immagina; anzi, queste vite emergono per lui dal non-più-essere con potenza devastante, talché la ricerca dell’appartamento da acquistare si conclude con l’abbandono precipitoso dei luoghi, che è fuga davanti al mostro, doppiamente aculeato, di esistenze passate e in più aliene.

Se il passato fa male, col futuro non va meglio. Tutti vivemmo a stento racconta la faticosissima giornata di un tizio teso, dal momento del risveglio a quello in cui un sonno pietoso non ne spegne la coscienza, a prevedere e possibilmente schivare i pericoli mortali di cui è disseminato il quotidiano percorso: “… si diresse spedito verso la metropolitana passando davanti al benzinaio (mozzicone, fatal negligenza, sei palazzi sventrati, vetri infranti in arco di due chilometri, duecentosedici morti), alla banca (prima rapina giovani banditi, precipite fuga, colpo accidentale, projettile attraversa cranio brillante commercialista e proseguendo corsa conficcasi in suo), al civico n. 12 (dopo vent’anni vittoria ruggine paziente su ferro gabbia cassetta gerani signora Bonaldi sesto piano, cassetta libera soddisfare antico sogno caduta, devastazione sua testa, schizzi materia cerebrale su marciapiede), alla bottega del falegname (sega circolare sfuggita mano sudata garzone inesperto, rotazione impazzita in direzione sua giugulare).” (bisognerebbe citare l’intero racconto tanto è geniale). Se ogni passato, anche il più recente, contiene una morte avvenuta, ogni futuro, anche il più immediato, è il luogo di una morte possibile. E se è possibile, perché mai non sarà probabile? Se è già successo, perché mai non dovrebbe succedere di nuovo, e precisamente adesso, mentre passo io? Se vedo un cieco col suo cane e il suo bastone, perché non devo immaginare come possibile e quindi probabile e dunque sostanzialmente inevitabile che dopodomani il medico mi dica: “non c’è assolutamente niente da fare, vede, è un caso rarissimo, al quale la medicina non ha ancora saputo trovare rimedio, tempo due mesi e lei sarà cieco per sempre”. Non l’improbabilità mi rassicura, l’improbabilità non è nulla, non significa nulla; l’impossibilità ci vorrebbe, per rassicurarmi, e questa appunto non è data. Il futuro – il futuro concreto, quello del prossimo istante – concretamente contiene la possibilità della nostra morte, vale a dire contiene la nostra morte parzialmente verificata. Come dissuaderci allora dal babylonios temptare numeros? Come il protagonista del racconto seguente, La morte, i numeri, la bicicletta, il quale “per quanto andasse indietro con la memoria, sempre si ritrovava consapevole della corrispondenza fra il numero di pompate alla ruota della bicicletta e quello degli anni di vita destinatigli in sorte.” Il ciclista del racconto è un uomo fortunato, poiché la bontà del suo metodo gli è garantita da una specie di certezza interiore: “Altri rivelatori non lo avevano mai convinto. Aveva provato con i libri, ad aprirli a caso per vedere che numero avesse la pagina; a contare i pali della luce fra un incrocio e il seguente; a fare complesse operazioni con le targhe delle macchine o a giocare con le lettere del proprio nome; ma sempre, non sentendo vibrar consonanza, ritornava alla sua pompa, a quel lucido tubo che comprimendo e stantufando [sic] l’aria nelle gomme era come il cuore della bicicletta, e l’ombra cromata del suo, umido e rosso laggiù.” Come nelle favole, la fortuna del ciclista è legata a una condizione: che continui a pompare aria nelle gomme. “Il giorno in cui smetterà di andare in bicicletta, quel giorno morirà.”

Il tempo e la spinta compulsiva a controllarlo si combinano con le preoccupazioni intorno a un’identità ombrosa costantemente minacciata: dai Baldi nel caso del Michele, dalle residue suppellettili di antichi abitatori per l’io in cerca di casa di In virtù della mostruosa intensità, dalla presenza fisica di altri spettatori, qualora non siano muti come tombe e immobili come statue, cioè di fatto inesistenti, per il protagonista dell’esilarante Cinema. In questo racconto il desiderio di andare al cinema è accompagnato da un’astutissima e sfiancante strategia di scelte, che mira a gestire il futuro onde assicurare al protagonista le migliori condizioni per la fruizione del film: scelta del locale, rigorosamente decentrato e desueto, della pellicola – nulla di nuovo, Dio scampi! qualcosa di vecchiotto su cui l’io abbia già deposto la sua impronta – del giorno, dell’ora e financo della tempistica dell’ingresso in sala. Va da sé che i calcoli cabbalistico-combinatori, nell’impossibilità di controllare le infinite varianti da cui risulta il futuro, come pure le infinite identità altre nel cui mezzo è costretta a viaggiare quella del protagonista come vaso di coccio in mezzo a vasi di bronzo, vanno buchi. Impedito a godersi il vecchio film con Lino Ventura dalle indebite manifestazioni di identità dei pur sparuti co-spettatori, il protagonista è costretto suo malgrado a seguire un altro film che si proietta nel suo cervello e si sovrappone alle immagini che scorrono sullo schermo: il film delle esotiche torture con messa a morte finale degli intollerabili disturbatori: “Due ore dopo barcolla istupidito nella luce del mondo. Guadagnando la casa ripensa ai momenti più commoventi del film, lo scintillío di quella lama che cala, il sibilo di quella aubsburgica verga, la congruenza perfetta di quella tiara tolteca sulla testa del Direttor del Collegio. In quella testa, non li scorderà fino al prossimo film, luccicano tremendi gli occhi buoni di Lino Ventura.”

Nessun tempo ritrovato per Michele Mari, nessun io immortale salvato dalla macinazione del tempo. Il calcolo spasmodico delle eventualità future conduce una delle due voci dialoganti dell’ultimo racconto, Forse perché, a vedere in ogni vivente il morto che sarà, in ogni foto di classe le singole riproduzioni funerarie su vetroceramica, in ogni appetitosa vetrina di droghiere gli escrementi in cui si trasformeranno le leccornie esposte. Chissà perché mi succede così, si chiede. E l’altro: “«Forse perché sei morto anche tu» rispose, e con le dita mi toccò una spalla. Al suo tocco lieve, mi sfarinai tutto.”

Queste le ultime parole del libro. Al suo interno i personaggi oppongono allo sfarinarsi ragionevole resistenza, in primis attraverso il mezzo della lingua. La lingua di Mari meriterebbe un capitolo a parte, un intero saggio, una tesi di laurea (che magari è già stata scritta), una Habilitationsschrift; mi accontenterò di un paio di osservazioni. La quarta di copertina del tascabile Einaudi riporta un giudizio di Gesualdo Bufalino: “Il linguaggio arcaizzante che Mari adopera in Euridice aveva un cane riesce a essere straordinariamente nuovo e attuale”; segue un parallelo con le Operette morali e con Landolfi. Io non so cosa voglia dire che il linguaggio arcaizzante di Mari riesca a essere straordinariamente nuovo e attuale; a quel che capisco, è un linguaggio meravigliosamente imbalsamatorio, che straodinariamente riesce a fissare lo sfarinevole un attimo prima che si sfarini – anzi: un attimo prima che si sia sfarinato. È una scelta obbligata se si vuole evitare (come la peste) la funzione comunicativa del linguaggio, i suoi traballanti compromessi con il presente, la disperante imprecisione (che il “bambino grasso” del racconto Il volto delle cose corregge a suon di aggettivi, scatenando la reazione castrante del maestro: 4, «TROPPI AGGETTIVI!»). È il linguaggio che serve per tenere a distanza, che mi sembra il punto in Mari; il linguaggio dell’ironia e dello sbieco per questa vita che, a prenderla direttamente, a prenderla di petto, si mostra per quel che è: un continuo disfacimento che contiene, molto più che in nuce, la disgregazione finale. Come il guerriero dell’Artigliopàpine, designato a prendere il posto del capo morto per le ferite di guerra, che tutta la notte, nella tenda, prova e riprova vesti, attributi, gesti e discorsi da capo e il mattino, quando esce per condurre i suoi alla battaglia, scopre che i nemici li hanno uccisi tutti, che circondano il campo e aspettano lui. Come per questo guerriero, nel momento in cui smettiamo di fingere, di provare allo specchio, di studiare il suono e l’effetto, nel momento in cui usciamo dalla tenda per fare sul serio, possiamo soltanto constatare che è già finita, che è finita prima e senza che ce ne accorgessimo, che ci troviamo di fronte alla morte.

Altre cose, naturalmente, si potrebbero dire di altri racconti contenuti in questa raccolta. Ma ci vorrebbe un cappello davvero troppo largo.

MICHELE MARI PROUSTIANO? (I parte)

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Michele Mari, Euridice aveva un cane, Einaudi 2015, € 10

Parlare di una raccolta di racconti può risultare un compito ingrato, perché se per alcuni, o nei casi migliori anche per quasi tutti, si individua facilmente un tema comune, ce ne sono sempre un paio e magari anche qualcuno in più che sfuggono, e si lasciano acchiappare soltanto calandogli sopra il vasto cappello delle “ossessioni” dell’autore. Il che, nel caso presente, equivarrebbe a dire che questi racconti di Mari sono racconti di Mari.

Procediamo quindi in altro modo e partiamo dal (bellissimo) racconto eponimo, che è anche il più lungo e occupa il centro della raccolta pubblicata da Bompiani nel 1993, riproposta nel 2004 da Einaudi e ora apparsa presso lo stesso editore in veste tascabile. Confesso che il titolo del libro, Euridice aveva un cane, me ne ha a lungo tenuta lontana. Non mi piaceva. Mi suggeriva un’indebita commistione di mito e quotidianità; non aveva la genialità fulminante di Tu, sanguinosa infanzia, né la sobrietà scientifica, da etichetta di albarello, di Fantasmagonia. Temevo una delusione e mi tenevo alla larga. Poi Einaudi ha pubblicato il tascabile e l’ho comprato.

Euridice aveva un cane, il racconto che dà il nome alla raccolta, è costruito su un’opposizione:

“I nonni […] trovavano strana la mia assiduità con quella vecchia, quando mi sarebbe bastato, uscendo in strada, prendere a destra anziché a sinistra e suonare al primo portone per trovarmi in compagnia di coetanei.”

Più distanti fra loro di quanto non lo siano la parte di Swann da quella dei Guermantes, a destra e a sinistra, uscendo in strada, si trovano rispettivamente la villetta ben tenuta e costantemente ammodernata dei Baldi e la casupola fatiscente con annesso orto della Flora. La casa della Flora non è soltanto antitetica a quella dei Baldi; essa pare fatta di un’essenza diversa rispetto alle altre case di Scalna, il comune rustico dove Michele, narratore-protagonista dai marcati tratti autobiografici, passa le estati in compagnia dei nonni nella casa di famiglia presa in un lento declino: “Di tutto il paese, la casa e l’orto della Flora erano l’unica zona a cui sentivo che era giusto estendere il nome di Scalna, come se fra lei e noi non ci fosse alcun muro.”

Come in Proust, i toponimi sono privatizzati e interiorizzati. Lungi dall’indicare un punto su un piano cartesiano o una realtà urbana, economica e sociale, essi esistono come relazione esclusiva col protagonista, della cui identità partecipano con lo stesso movimento con cui contribuiscono a definirla. È dunque corretto dire che soltanto Michele abita a Scalna, mentre è del tutto impossibile che vi abitino i Baldi, seppure siano vicini di casa: “…ne  incontrai casualmente uno a Milano, il Franco, e mi sentii chiedere se anch’io, come sempre, sarei andato a Scalna alla fine di giugno. «Anch’io?» pensai scandalizzato, «Io vado a Scalna, voi non so, voi verrete vicino».”

Questione di identità o, al contrario, di irriducibile alterità. “Che c’è tra me e te, donna?” potrebbe chiedere Michele alla Lucia dell’emporio come a ciascuno degli abitanti di non-Scalna, a ciascuno di coloro che pur trovandosi casualmente in una situazione di limitrofia non partecipano della comunione consustanziante con la vera Scalna, cioè non partecipano della stessa identità psico-topica di Michele.

In occasione della succinta spesa all’emporio, trovarsi gomito a gomito con l’estraneo si limita a un fastidio peregrino e insomma sopportabile; ma nel caso del contatto obbligato e continuo coi Baldi, vicini di casa rumorosi e estroversi, coscienze che spontaneamente e fragorosamente manifestano la propria per altro calorosa alterità, il fastidio si trasforma in tormento, sale sparso su una ferita già aperta.

Una ferita già aperta: perché per quanto lo esacerbino, i Baldi non sono il vulnus; esso gli preesiste, o quanto meno corre parallelo. Se Michele si asserraglia in biblioteca e serra stretti perfino gli scuri delle alte porte-finestre che danno sul balcone, non è soltanto per proteggersi dalla vivace e prolifica tribù che schiamazza nell’attiguo giardino: “Del mio mutato rapporto con quel locale testimoniavano anche le due porte-finestre, un tempo sempre aperte […] e ultimamente sempre chiuse, con qualsiasi tempo, a costo di scoppiare di caldo. Di quella che dava sul retro […] mi limitavo a chiudere i vetri, ma dell’altra, che si apriva su uno stretto balcone lungo il fronte della casa, chiudevo anche gli scuri per non dover vedere il cielo, ad ogni alzata di sguardo, là dove il mio cuore serbava impressa la neroverde muraglia del larice e del cedro crollati.” Il mutamento è il vero nemico del protagonista, ciò che apre ferite nell’identità; i Baldi ne sono la concrezione principe solo in quanto, anziché combatterlo, vi aderiscono con totale e incosciente leggerezza.

Se l’immutato è l’ideale del protagonista poiché permanendo uguale a sé stesso fa del tempo un’entità trascurabile, qualcosa che è possibile aggirare o raggirare (come nel caso della Flora i cui cani, che si succedono l’uno all’altro per sopravvenuta morte, assomigliandosi tutti e chiamandosi tutti Tabù danno vita all’illusione di un unico e sempiterno Tabù), il nuovo – che si tratti dell’ultimo virgulto ancora poppante dei Baldi o del parcheggio che ha sostituito il cortile del ciclista “pieno di ruote e catene, con un’enorme vasca da bagno colma di erbaglie” – rappresenta o piuttosto presenta ai suoi occhi l’orrore, l’intollerabile da cui, finché è possibile, conviene distogliere lo sguardo. Né sopravviene in Mari, come in Proust, il balsamo dell’abitudine a lenire, dopo un poco, gli oltraggi del mutamento, a chiudere le piaghe col cicatrizzante oblio. In Mari il presente è presente a sé stesso: inesorabile, ineludibile.

Va da sé che il fenomeno più antitetico a un siffatto personaggio – il Michele – è la moda, cioè il cambiamento che si sottolinea e si enfatizza, lo sbocciare gioioso e provvisorio nel tempo, lo sberleffo a ogni caparbia resistenza mirante al permanere. Anche alla moda i Baldi cedono con entusiasmo e senza alcun sospetto, sicché il loro giardino è tutto un fiorire di bermuda e materassini e radioline transistor, creme solari e cespugli da lungomare di riviera. Tutto questo, che irrita il protagonista e lo disturba nelle sue occupazioni filologiche (e di che altro poteva occuparsi il Michele se non di filologia, di restituzione allo stato prisco?), non è, come lui ben sa, che l’epifenomeno: “…quelle voci [il chiasso dei vicini, n.d.r], a quanto pareva, c’erano sempre state, e solo ne era cambiata l’eco entro me, in me che a un certo punto della mia vita non potei più sopportarle e stizzito chiedevo a mia madre, le pochissime volte che veniva a trovarci, «Ma sei sicura? Era sempre così – proprio così – anche quando ero piccolo? Fu sempre così?», e per quanto lei mel persuadesse, e io sapessi che doveva avere ragione, non riuscivo a capacitarmene.” L’eco che è cambiata nel protagonista, da quando non è più “piccolo”, è la coscienza del tempo; l’insostenibile irritazione viene dal fatto che del tempo che tutto muta i Baldi sono la spontanea, incurante, e plateale manifestazione.

Come il protagonista, chiuso nella magione vecchiotta e trascurata, si sente assediato dai vicini in perenne ansia di ammodernamento e adeguamento, così l’identità e la permanenza, le sue preoccupazioni principali, si trovano minacciate dall’alterità (ciascuno degli abitanti di non-Scalna) e dall’inarginabile cambiamento delle cose e dei luoghi. Un sollievo al disagio sotteso, al tarlo che rode incessante, è offerto dalla Flora, dal cane Tabù e dalla casupola con orto adiacente al giardino dei nonni, dalla parte opposta a quella dei Baldi.

Della Flora dice il protagonista: “Non ne ho mai saputo l’età: l’ho sempre vista piena di rughe, curva su se stessa, con in testa lo stesso fularino blu a pallini bianchi.”; del cane sappiamo; quanto alla casa, “credo”, egli afferma, “che tranne le lampadine non ci fosse un solo oggetto posteriore alla guerra.” L’impermeabilità al cambiamento è ciò che assimila Flora e le sue pertinenze all’autentica Scalna, ciò che permette a Michele di frequentarla senza riportare danno o oltraggio.

Purtroppo la Flora non ha la percezione della propria eccezionalità e, incomprensibilmente, non vede ostacoli a intrattenere commercio anche coi Baldi. Un commercio foriero di sventura, la quale si materializza nel faretto rosso nuovo di zecca che i servizievoli vicini montano al posto del vecchio (e deteriorato, e pericoloso) braccio di ottone con corolla di vetro sabbiato, che più che esservi avvitato pencolava ormai dal muro sopra il comodino della Flora. Lo sfregio muove il contemplativo all’azione: Michele si precipita a Luino, fa riparare il vecchio lume, lo ripristina al suo posto in luogo dell’Intollerabile.

Se lo scandalo estetico costringe il riluttante protagonista a sùbita azione, un altro scandalo, a occhi comuni assai più grave, uno scandalo esistenziale, lo tormenta ma non lo smuove: un’estate, all’inizio delle vacanze, Michele trova la casupola sprangata, l’orto negletto, nessuna traccia della Flora e di Tabù. Apprende che l’anziana, malata, è in casa di riposo in un paese vicino (molto vicino, sicuramente più vicino di Luino). Urge una visita: per amicizia, per decenza e civiltà (i Baldi, infatti, vanno), soprattutto per sapere a chi è stato affidato Tabù. Michele si propone di andare ma non va. Ed è anche logico che non vada: che se ne farebbe di una Flora immobilizzata in un letto di casa di riposo, sicuramente privata del fularino blu a pallini bianchi, una Flora in mezzo al nuovo, che non sarebbe nemmeno più la Flora? Che se ne fa Michele di una Flora rapita nel mutamento? Meglio aspettare il suo ritorno, perché ella ha sì ceduto la piccola proprietà, ma con l’espressa clausola che rimanga a sua disposizione per dimorarvi in affitto non appena si sarà un po’ rimessa. Nemmeno il dolore, che lo pungola a volte intollerabilmente, di non sapere nulla del povero Tabù lo decide.

 Michele non va. Per anni non va. Finché dalla Claudia Baldi, incontrata per caso dopo un inutile tentativo di schivarla, non apprende che la Flora è morta già da un paio d’anni. E Tabù chissà da quanti. Si fa sera alla cava dove ha incontrato Claudia; Michele non torna a casa, aspetta l’alba seduto sulla riva del torrente: “Fra poco albeggerà, ma è questa l’ora. Adesso sembra che l’acqua si sia fermata. Basta che io non mi volti, che rimanga così ancora un po’, a carezzare questo bel sasso piatto che riflette la luna. Al primo fruscío alle mie spalle, saprò che sono arrivati.”

Io invece scommetterei che non arriva nessuno.