NANTUCKET E DINTORNI. I RACCONTI DI SUBHAGA GAETANO FAILLA

La casa sul molo di Nantucket è il titolo di una raccolta di racconti di Subhaga Gaetano Failla uscita nel 2018 per le edizioni Ensemble. È una raccolta corposa, i cui toni fondamentali, nonostante qualche incursione nel realismo, sono il fantastico e il fantascientifico, con punte di distopia.

Sul fantastico è bene intendersi. L’intento di Failla mi appare un non facile equilibrio fra il reale e quotidiano da una parte, e, dall’altra, una dimensione più vasta che tende all’archetipo e al mito. Leggendo, mi si manifestava qualcosa di familiare. Forse perché l’autore e io siamo coetanei, forse perché nei racconti si condensa una traccia di tempo che chi ha vissuto riconosce, e a chi non l’ha vissuta viene resa palpabile, ritrovavo l’aspirazione a salvare il personale e biografico nell’aura iperdimensionata e mitica che allora (non so ora) realmente lo circondava; e contemporaneamente, un po’ come in Tondelli, l’aspirazione a salvare la provincia italiana dal folklore (popolare o borghese) e farne qualcosa di nuovo e entusiasmante quanto una scoperta geografica.

Prendiamo il racconto che dà il titolo alla raccolta: fin dal titolo la casa, in cui si svolgerà il quotidiano dei personaggi, è trasferita nell’aura mitica che circonda la Balena Bianca. Ma vediamo alcuni paragrafi iniziali:

“Ismaele, un giovanotto di ventitrè anni, comprese che quella era l’ultima notte. Non sarebbe più tornato a Belville. D’un tratto si tuffò nel buio in una corsa disperata. La sofferenza dell’addio era straziante e, roteando gambe e braccia nel silenzio del paese, emise un gemito.

Aveva salutato gli amici più cari. Alcuni erano svaniti già nelle settimane precedenti. Una porta si chiudeva.

Negli ultimi tempi, Ismaele si era arrovellato invano, spesso piuttosto ubriaco, sull’ipotesi di una libertà illimitata. La scomparsa del limite, o addirittura la scoperta della sua inesistenza. Una vita sconfinata. Un’esclamazione.

Dopo un autobus e un paio di giorni persi perché si era svegliato tardi, finalmente partì. A Vinastra lo attendevano altri amici. E il viaggio continuava lì, oltre una nuova porta.”

Il nome del protagonista, come quello degli altri personaggi, è preso da Moby Dick. I due toponimi sono, credo, di invenzione. Il racconto comincia con una porta che si chiude: Ismaele lascia Belville, e l’addio è straziante. Non si tratta, propriamente, né di una scelta né di un obbligo; piuttosto di qualcosa che si sfalda, che comunque fra poco non sussisterà più: “Alcuni erano svaniti già nelle settimane precedenti”. È una certa epoca della vita che si chiude senza che si possa far nulla per impedirlo. L’età del protagonista, ventitrè anni, fa pensare alla conclusione di una formazione – una formazione felice, poiché lasciare il luogo in cui si è svolta è lacerante: una lacerazione, letteralmente, uno strappo nella continuità. Che però non ha niente di veramente traumatico perché, chiusa quella porta, un’altra se ne apre. Sono le lacerazioni giovanili, che strappano gemiti e qualche teatralità di gesti, ma guariscono in fretta.

Epoca di formazione probabilmente, ma anche epoca di libertà, alla fine della quale Ismaele teme le catene: “Negli ultimi tempi, Ismaele si era arrovellato invano, spesso piuttosto ubriaco, sull’ipotesi di una libertà illimitata.” Giusto nel momento che dovrebbe segnare l’ingresso nella vita lavorativa e negli ingranaggi limitanti della società, Ismaele ipotizza “una vita sconfinata” – il mare aperto.

Nell’incipit del racconto quella che, biograficamente, potrebbe essere la conclusione degli studi universitari in una sede amata e lontana dalla città di origine, viene depurata dei suoi elementi di situabilità storico-geografica e spostata fin da subito in una dimensione esemplare e mitica. Non del tutto però: il legame con l’esperienza diretta, quotidiana è mantenuto in un’ambiguità a volte ironica, a volte seria, che fa il tono di fondo di questi racconti impiantati in una zona di confine fra realtà, biografia e mito. Ad esempio, nel passo citato: “Dopo un autobus e un paio di giorni persi perché si era svegliato tardi, finalmente partì” , dove la solennità del distacco e della lacerazione è quasi smentita da quel “un paio di giorni persi perché si era svegliato tardi” , che rimanda, ironicamente, alle abitudini di una gioventù studentesca e goliardica, ma anche, psicologicamente, al disorientamento dei “giorni persi” fra una forma della vita che si chiude e la successiva.

La casa che, assieme ai suoi cinque abitanti, accoglie Ismaele a Vinastra è una casa reale – con tratti fiabeschi:

“La casa sorgeva su un colle sbilenco e dava l’impressione di scivolare pian piano giù, come in certi movimenti impercettibili di una lumaca. E l’edificio che stava per accogliere Ismaele sembrava proprio una vecchia lumaca, con il tetto di tegole talmente sconnesso da divenire rotondeggiante e due grezzi annessi agricoli, molto più bassi rispetto al grande edificio centrale, i quali si univano ai lati opposti. Durante i temporali l’interno della dimora risuonava d’una bizzarra polifonia, proveniente dagli sgocciolii d’acqua piovana che cadevano dentro bacinelle di varie dimensioni. Il proprietario aveva abbandonato da molto tempo la casa al suo naturale disfacimento, e i ragazzi talvolta, per evitare di finire a mollo nei giorni di pioggia, ondeggiavano pericolosamente sul tetto in cerca delle tegole più malridotte.”

La casa-lumaca si trova al margine di Vinastra e i ragazzi che la abitano: Jogio, Quiqueg, Peleg, Tistig e Mab, vivono al margine del contesto socialmente accettato:

“Pettegolezzi velenosi e mugugni di genitori e parenti provarono a indebolire il gruppo ribelle. Tuttavia, come spesso succede nell’età giovanile, esso era impermeabile a tali accidenti.”

(Si noti il marcato registro letterario del sintagma “esso era impermeabile a tali accidenti” in cui avviene la sublimazione dal reale al mitico). I ragazzi lavorano per mantenersi; lavori e lavoretti a cui si accenna appena, che non interrompono la quotidianità fatata: la sola che veramente importa, fatta di letture, contatto con la terra, miti della Dea Madre, telepatie, alberi magici e sogni premonitori e rivelatori. Sempre tra il serio e l’ironico:

“«Se chiudiamo gli occhi è più facile sentire il respiro della terra e la vitalità delle tante creature che vi abitano. Parola di Mab» disse piano e in tono ironico Ismaele, il quale era già in sintonia con il silenzio necessario per quell’ascolto. […]

Peleg, un ragazzo talvolta incline alla tristezza ma pronto anche a buone battute umoristiche, sussurrò soltanto: «Va bene, proviamo» e chiuse gli occhi.

Dopo un paio di minuti di silenzio, mormorò:

«Ho sentito il battito del cuore della terra e perfino certi suoi borbottii intestinali, e ho percepito distintamente la vitalità di microrganismi e insetti. Proprio ora ho mandato via un ragno che passeggiava sul mio naso…»”

Nemmeno la morte di un amico, pur debitamente pianta, dissipa l’atmosfera fatata: “Gli amici del colle di Vinastra trascorsero i giorni successivi avviluppati in un leggero incantesimo, e i loro movimenti, le parole più diradate, acquistarono una grazia misteriosa” – che è il modo che hanno i saggi e gli innocenti di onorare la morte e i defunti.

Ismaele arriva alla casa di Vinastra in primavera e lo spettacolo teatrale organizzato dai ragazzi che chiude il racconto ha luogo in autunno inoltrato. È un tempo sospeso, una libertà forse non illimitata ma ancora strappata al tempo delle decisioni e delle limitazioni, un assaggio (precario?) di vita sconfinata, un vivere su un molo proteso sull’Oceano – prima che la casa-lumaca scivoli giù del tutto e il suo tetto malandato e rotondo si afflosci. E poiché la casa non si trova su un molo qualsiasi ma sul molo di Nantucket, non può mancare la Creatura misteriosa e mitica, o forse diverse creature, “esseri mostruosi che appaiono di notte, nelle nostre strade di compagna. Creature che presentano nello stesso corpo caratteristiche umane e animali. E non si capisce nemmeno se tali esseri siano più propriamente femmine o maschi. Giovani donne o vecchie megere mischiate con qualcosa del lupo, della civetta, del maiale o del serpente, che assumono mutevoli caratteri maschili, e diventano anche tigri o cavalli…”, intraviste, ma mai abbastanza da esserne sicuri – avvistamenti incerti.

Ciò che caratterizza la creatura misteriosa non è però il bianco mortuario e fatale di Moby Dick ma la metamorfosi, il polimorfismo proteiforme, quel continuo passare da un’essenza a un’altra (dall’umano all’arboreo al tellurico) che già affascinava le ragazze Tistig e Mab e a cui esse, molto più dei maschi, cercavano in qualche modo di partecipare. In fondo la Creatura mostruosa non è altri che la Natura: la Natura ottimista, onnicomprensiva e benevola, che si lascerà contemplare nella finale teofania.

Mutevolezza delle forme, impermanenza. Al contrario, insistere sulla fissità dell’essenza e del ruolo, sull’identità e sulla permanenza dà origine, nel racconto Il cielo stellato, alle angosce della distopia.

In un indeterminato futuro dell’umanità, il bicorpo identificato a prova di equivoco come 73ju29/a5 riferisce:

“[…] per meglio combattere l’ancora insanabile fenomeno della morte, ognuno di noi ha due corpi fisici a disposizione, ben equilibrati nelle interrelazioni tra di loro. Ciò permette di intervenire in modo più appropriato nelle situazioni in cui uno dei due corpi si ammala o subisce un incidente. Nei casi più gravi si sostituisce il corpo problematico e si salva così la vita del bicorpo. È piuttosto rara l’eventualità d’un incidente o d’una patologia che coinvolga senza scampo, e nello stesso tempo, i due corpi.”

Permangono tuttavia, come residuato difficile da eliminare completamente, oscillazioni nell’equilibrio dell’identità, dovute forse al fatto che nell’unico Sé del bicorpo è comunque presente un germe di alterità. E ciò benché il biopotere di questo ben organizzato futuro, per tutelare quella che Agamben chiamerebbe la ‘nuda vita’, abbia semplificato al massimo la psiche decurtandola del giudizio estetico, dell’emotività e perfino della volizione qualora non si limiti alla pura volontà di sopravvivenza e, anche in quel caso, non confligga con certe regole precise. I bicorpi sono infatti tenuti a riferire immediatamente qualsiasi anomalia “emotiva”; nel caso il problema non rientri è in qualche modo sottinteso che il bicorpo malfunzionante sarà eliminato. Per l’appunto, il bicorpo 73ju29/a5 sta registrando una serie preoccupante di anomalie psichiche sulle quali ha prontamente relazionato; ma ora, cosa insolita, il bicorpo ha paura:

Egli sta staccandosi da io. Io ha paura. Io ho paura. Il corpo potrebbe essere distrutto perché produce sofferenza a noi. Egli ne sente il turbamento, io ne sento il turbamento. Noi non possiamo provare turbamento, altrimenti il turbamento ci distrugge. Io ho sognato di nuovo. Ho sognato questa volta un prato bellissimo e una musica celestiale, e io so che celestiale è una parola che provoca a noi turbamento.”

Non sono affatto un’esperta di fantascienza, anzi, a parte qualche classico narrativo e cinematografico conosco poco. Però Il cielo stellato è un gran bel racconto, e non è il caso che dica come va a finire. Anche perché il punto non è come va a finire, ma il linguaggio del bicorpo, narratore alla prima persona (singolare? plurale?); un linguaggio che si muove in modo avvincente e convincente sul difficile crinale fra la nuda vita, cioè la pura e vuota identità, e il timido e impaurito riemergere dell’emotività che accompagna la percezione del mondo e dell’altro.

QUEL CHE NON SI TROVA NEGLI ARMADI DEI LIBRI – Christoph Ransmayr, IL MONDO ESTREMO (seconda parte)

Tomi cartolina

Questa improbabile cartolina, trovata fra le immagini del web, è la rielaborazione di un fotogramma del film di animazione Die letzte Welt (2011) di Konradin Kunze. Una rielaborazione pertinente, se si considera che nel romanzo di Ransmayr Ovidio manda effettivamente una cartolina da Tomi alla moglie Cyane, rimasta a Roma. Non è che uno dei tanti anacronismi. Già nelle primissime pagine, a proposito di Cotta da poco giunto a Tomi, troviamo ad esempio: “lo straniero che se ne stava lì sotto le arcate rabbrividendo dal freddo; lo straniero che alla fermata dell’autobus rósa dalla ruggine si ricopiava l’orario e parlava a lungo ai cani ringhiosi con pazienza incomprensibile”, e cerchiamo invano di immaginare un significato di “fermata dell’autobus” compatibile con il secondo decennio dopo Cristo. Né la commistione delle epoche riguarda soltanto il mondo di Tomi: a Roma la villa che il poeta ha dovuto abbandonare precipitosamente si trova in Piazza del Moro, la casa dove si trasferisce Cyane è in via Anastasio, mentre l’episodio scatenante per la disgrazia e la condanna di Ovidio è un discorso ufficiale che egli pronuncia in occasione dell’inaugurazione di un anfiteatro, parlando dentro una selva di microfoni. Verrebbe da pensare a un precoce esempio di steampunk, tanto più che a Tomi, la città che campa su miniere di ferro scadente, tutto ciò che non è pietra è ferro; materiali più “dolci” come legno, mattone o terracotta sembrano non esistere: porte, persiane, tavoli, letti, suppellettili – tutto è di ferro e arrugginisce e si corrode rapidamente e inesorabilmente nell’aria salmastra della costa. Dall’inizio alla fine del romanzo Tomi viene chiamata “die eiserne Stadt”, la città di ferro, e il ferro, la ruggine e il degrado ne definiscono l’immagine. Altra caratteristica che fa pensare allo steampunk: la tecnologia che si incontra nel romanzo – il battello azionato da macchine, un proiettore per film, una corriera mangiata dalla ruggine, un episcopio – è una tecnologia datata, una tecnologia vintage oltre che scassata. I film che vengono proiettati contro il muro esterno del macello cittadino hanno tutta l’aria di film muti, il battello arriva quando arriva, cioè quasi mai, la corriera ha perso da tempo le parti che non erano di ferro e l’episcopio sa di fine ‘800.

Non si tratta però, per Ransmayr, di solleticare un gusto che è o sarà alla moda, tanto più che gli anacronismi patenti sono distribuiti con parsimonia e l’impressione che ammicchino a un’estetica da film o da fumetto svanisce presto. Si tratta invece di indicare con chiarezza che il tempo del romanzo non è né il primo secolo dopo Cristo né la contemporaneità e nemmeno un mix dei due o un qualche genere di ucronia. Il tempo del Mondo estremo non è un tempo della storia e nemmeno della realtà:

“La tormentosa contraddizione tra la ragione di Roma e i fatti incomprensibili del Mar Nero si dissolse. Le epoche si spogliavano dei loro nomi, si accavallavano, si compenetravano. Ora il figlio epilettico di una bottegaia poteva impietrire e levarsi come rozza scultura tra barili di crauti, gli uomini potevano diventare bestie o farsi di calcare e una flora tropicale sbocciare tra i ghiacci e di nuovo svanire…”

Che in nessun senso questo romanzo rappresenti la realtà è chiaro al lettore al più tardi a partire dal secondo capitolo, quando a Tomi giunge, come tutti gli anni, il nano Ciparisso, col carrozzone su cui monta il proiettore, e un cervo addomesticato al traino. I film che Ciparisso proietta sul muro del macello sono miti ovidiani di trasformazioni. Cotta stesso, venuto a Tomi in cerca di qualcosa di reale – il poeta o almeno il suo manoscritto – dopo un soggiorno di lunghe, strane stagioni si rende conto che gli abitanti di Tomi, i loro sogni che sposano le immagini di Ciparisso, la città stessa presa in un’inarrestabile decadenza, la natura in movimento da un caos in un altro, da una forma incerta e mostruosa in un’altra, che questi esseri e queste cose sono diventati il manoscritto del poeta; si rende conto viceversa che il manoscritto – le parole scritte di cui aveva trovato qualche traccia – è diventato vano e inutile nel momento in cui, qui a Tomi, Ovidio ha raccontato le sue storie fino in fondo, cioè le ha sottratte alla determinazione della parola scritta liberandole per tutti i modi che di volta in volta le ri-racconteranno e ri-rappresenteranno nelle infinite variazioni di ogni ri-attualizzazione: di ogni passata e futura città di Tomi. Questo significa, reciprocamente, che Tomi non è un luogo della realtà ma del racconto: il romanzo di Ransmayr è il romanzo delle infinite possibili variazioni del racconto. Inutile ricordare che la parola greca per racconto è mythos.

Non possiamo, a questo punto, non parlare del mito e dell’atteggiamento di Ransmayr nei confronti del mito. Le Metamorfosi – le Trasformazioni – possono essere viste come una Storia Naturale prodotta dall’antichità: un repertorio dei modi nei quali dal caos sorge un mondo. Scrivere un romanzo il cui protagonista – al di là di Cotta – è l’invisibile e onnipresente Ovidio e il cui motore è la ricerca di un manoscritto, Metamorphoses, di cui si ignora praticamente tutto tranne il titolo, significa porsi ab ovo il problema del mito e del modo in cui attraverso i racconti ri-raccontati e necessariamente variati un ordine libero, creativo[1] e provvisorio si impone sul caos: Nessuno conserva la sua forma, come legge Cotta su una delle banderuole di stoffa, lembi multicolori che sventolano da cumuli di pietre intorno a quella che era stata la casa di Ovidio fra le montagne più inospitali, e su cui sono tracciate frasi enigmatiche, mozziconi che il lettore, ma non Cotta, riconosce come appartenenti alle Metamorfosi. Necessità del mito e necessità della variazione sembrano essere, in questo romanzo, i capisaldi della poetica di Ransmayr.

Il Repertorio ovidiano che Ransmayr pubblica in appendice al romanzo è in questo senso illuminante. È strutturato su due colonne: per ogni personaggio del romanzo la colonna di destra riporta le informazioni tratte da Ovidio, seguite in genere da un breve brano delle Metamorfosi; la colonna di sinistra fornisce invece un riassunto delle caratteristiche e delle vicende dell’omonimo personaggio nel Mondo estremo. Al di là dell’utilità per quei lettori (e siamo, credo, la maggioranza) che non abbiano una più che notevole dimestichezza col mito antico, l’interesse del repertorio sta proprio nella colonna di sinistra (in sé non necessaria, visto che il lettore quelle informazioni le acquisisce via via attraverso il romanzo) e nel suggerimento che essa contiene di un confronto: il lettore constaterà che i personaggi di Ransmayr conservano sempre qualcosa – che a volte salta all’occhio, a volte sembra invece piuttosto accidentale e insignificante[2] – dei modelli ovidiani, ma introducono anche vaste e libere variazioni. Poiché nella prima parte dell’articolo abbiamo parlato di Eco, cercherò di mostrare il funzionamento della poetica di Ransmayr sull’esempio di questo personaggio.

Nel mito ovidiano Eco è una ninfa colpevole di aver distratto con le sue chiacchiere Giunone per coprire Giove che nel frattempo se la spassava in giro per il mondo. Per punirla della connivenza col marito fedifrago Giunone la priva della parola, condannandola a ripetere sempre e soltanto le ultime parole delle frasi che le vengono rivolte. Eco vive così piuttosto infelice finché non incontra il giovane Narciso, di cui si innamora. Narciso però, incapace di amare qualcuno di diverso da se stesso, non la ricambia, e la povera Eco, ritiratasi per la vergogna nei recessi più selvaggi della natura, in grotte e caverne, si consuma d’amore, tanto che di lei non restano che le ossa e la voce. Le ossa si trasformano in pietra, la voce rimane e ancora la si può sentire.

La Eco del Mondo estremo è una giovane donna che svolge lavori umili. Nessuno sa da dove venga, viene considerata mentalmente ritardata perché sembra solo in grado di ripetere le ultime parole delle frasi che le vengono rivolte. Dopo una permanenza nella casa di Aracne, la vecchissima tessitrice sordomuta a cui ha fatto da serva sopportandone con grande pazienza gli umori bizzosi, viene scacciata e stabilisce la sua dimora in una delle tante rovine della città – una rovina la cui parte estrema e più riparata è una grotta nella roccia. Le ultime parole ripetute, la grotta, la roccia: questi sono gli elementi comuni, il resto appare, almeno a prima vista, slegato dal mito. In primis la caratteristica più evidente della Eco ransmayriana, quella che ci appare per prima nella narrazione:

“Sull’assito del laboratorio era inginocchiata una donna vestita di nero: con spazzola e sapone tenero strofinava il legno per toglierne uno strano disegno che a Cotta ricordava le tracce lasciate da zampe sporche o insanguinate[3]. […] La nerovestita interruppe il lavoro e si drizzò; una giovane donna. Involontariamente Cotta arretrò di un passo. Il volto irregolare dell’inginocchiata, ora che lo fissava, era tutto ricoperto di scaglie, bianche falde di pelle morta, come se avesse immerso il viso, le mani nella calce che ora, sotto lo sforzo del lavoro, si screpolava e si staccava.”

Di questa malattia della pelle di Eco, questo eczema che vaga instancabilmente lungo tutta la superficie del suo corpo, non ci facciamo gran che, come lettori, almeno fino a quella che Ransmayer chiama fino alla fine “la notte d’amore” (e suppongo che ci sia una ragione, ma non la vedo), benché dal punto di vista di Eco sia una notte di violenza:

“In seguito, ogniqualvolta Cotta ripensava a quegli attimi di incoscienza si sentiva gelare di vergogna. Ma non furono le grida di Eco o la veemenza con cui tentò di difendersi a farlo ripiombare dalla follia nella realtà di quella notte e a trasformare il suo desiderio in profonda vergogna, bensì un improvviso senso di disgusto: perché cercando di soffocare con le carezze le grida di Eco e la sua disperata resistenza, la mano di Cotta era scivolata lungo la chiazza di squame nascosta sulla schiena, un largo brano di pelle devastata, così arida e fredda che fu attraversato dal pensiero di una lucertola. Il disgusto lo colpì come un fulmine mandando in pezzi la bramosia, il desiderio. Ogni movimento si rapprese.”

La chiazza squamosa sulla pelle di Eco è un’allusione alla sua mineralità. Quando Eco gli racconta le storie che Ovidio leggeva nel fuoco, Cotta ha l’impressione che siano tutte storie di pietre[4]. L’ultima, definitiva storia che la donna gli narra (trasformandola da un mito dell’origine a un mito della fine) è quella di Deucalione e Pirra:

“Da una grandinata di sassi, gridò Eco, nascerà la nuova umanità dopo il prossimo, annientante diluvio – questo futuro le aveva letto Naso dalle fiamme in un giorno d’inverno, da ogni ciottolo un mostro! gridò Eco, uomini di pietra, aveva predetto l’esiliato al suo mondo. Ma ciò che sarebbe strisciato fuori dal fango di una razza distrutta dalla sua avidità predatrice, la sua stupidità e sete di dominio, Naso l’aveva definito la vera e autentica umanità, una schiatta di durezza minerale, cuore di basalto, occhi di serpentino, priva di sentimenti, senza un linguaggio d’amore ma anche senza qualsiasi moto d’odio, di compassione o di dolore, inflessibile, sorda e duratura come le rocce di questa costa. […] Poi la mano di Eco scivolò dalla spalla di Cotta, scivolò dolcemente lungo il suo braccio; soltanto adesso egli vide di nuovo la chiazza della malattia, che lo spaventò come il primo giorno. Vide il dorso delle mani coperto di scaglie grigie, fiocchi di pelle morta, vide la sua mano fatta come di scisto scintillante e grigio feldspato, di calcare e sabbia grossa, una graziosa scultura da un conglomerato di pietre friabili.”

Altre caratteristiche della Eco di Ransmayr – che gridi, lei privata di parola, la storia di Ovidio nel frastuono della risacca, che accolga, con passiva imperturbabilità, chiunque tranne Cotta nel suo letto – rimangono da capire e da interpretare, ma non necessariamente da ricondurre nel noto alveo del mito. Il loro senso non è di essere “piegate” in una struttura preesistente ma di allargarla, di fare posto, di suggerire che c’è ancora posto, che c’è sempre posto[5].

Accennando, nella prima parte dell’articolo, alla critica al potere contenuta nel romanzo ho detto che ne avrei parlato. Mi dispiace averlo fatto perché questo post è già lungo abbastanza. Cercherò di cavarmela con poche parole e un aneddoto.

L’impero augusteo quale viene rappresentato nel Mondo estremo, essendo uno Stato morale e moraleggiante[6], è necessariamente anche totalizzante e dunque totalitario. I cittadini non possono uscire dai confini dello Stato senza autorizzazione – cioè non possono uscire dai confini dello Stato. Chi lo fa ugualmente – per noia, per insofferenza di un’esistenza regolata dalla legge fin nei minimi particolari – sfidando, a rischio della vita, controlli e polizia di frontiera e sapendo bene, in fondo, che oltre il confine non troverà nessun paradiso ma soltanto il vago dell’irrazionalità e della barbarie, è chiamato, nel linguaggio della burocrazia e delle forze dell’ordine, Staatsflüchtiger, uno che fugge dallo Stato, un fuggiasco di Stato. Se ce la fa a fuggire, lo Stato lo abbandona al suo destino e non se ne occupa più – posto che un rientro è escluso. Per i banditi e gli esiliati invece – ma sarebbe più giusto dire i confinati – la fuga non è pensabile, nemmeno verso l’esterno. Chi tentasse di fuggire sarebbe inseguito dalla macchina statale fino alla cattura e alla morte. Il potere augusteo, buono e morale, si rappresenta inoltre come statico e immutabile. Qualsiasi accenno a un mutamento, un’evoluzione o una trasformazione – a una metamorfosi – è da considerarsi sovversivo. Questo, in sintesi, il potere che bandisce Ovidio a Tomi.

Ora l’aneddoto: le autorità rumene non volevano autorizzare l’inclusione del Mondo estremo in un’antologia perché “vi si faceva riferimento in modo troppo esplicito alla situazione rumena e al ruolo del grande Conducator (Nicolae Ceausescu).” Ransmayr ebbe a dire in proposito: “All’epoca ho provato una soddisfazione quasi infantile nel constatare che se non altro uno degli interessati, il censore, aveva inteso perfettamente bene un passaggio del Mondo estremo.”[7]

Rimane da dire cosa penso io di questo libro. Cercherò anche qui di essere breve. Premesso che il mito, soprattutto quello classico, non è una mia passione, e che per poter parlare con cognizione di causa del lavoro che Ransmayr fa sul mito bisognerebbe avere almeno un’idea, che io non ho, di quello che in proposito hanno scritto Cassirer, Lévy-Strauss e Blumenberg – premesso questo, dirò che Il mondo estremo, benché sostanzialmente perfetto nella costruzione e redatto in quella che si può definire una lingua sontuosa, non mi ha conquistato. Credo che la ragione stia nel fatto che, come si diceva sopra, questo romanzo non rappresenta la realtà. Con questo non voglio dire che avrei preferito un romanzo realista. Non si tratta del modo della narrazione, ma dell’oggetto. Nonostante i suoi molti personaggi, questo libro non parla di esseri ma di racconti – e non ne fa mistero, dal momento che per sua propria ammissione gli abitanti di Tomi sono racconti divenuti personaggi. È una narrazione di narrazioni che non abbandona mai il meta-livello, si avvita all’interno non dico della torre d’avorio, ma certo della letterarietà. Questo si nota anche nella lingua: sontuosa fin che si vuole ma autoreferenziale, quindi ripetitiva. Dopo un po’ ci si stanca di ritrovare le stesse parole e le stesse situazioni – che sono le stesse perché dal fuori non viene nulla a smuoverle. Credo che sia questo che non mi ha convinto: è tutto inventato.

 

[1] Questo ordine libero e creativo si contrappone, nel romanzo, all’ordine morto, vuoto e asfissiante della moralità di stato augustea.

[2] Ad esempio l’unico elemento comune fra il Ciparisso di Ranmayr e quello di Ovidio è sostanzialmente il cervo.

[3] Il laboratorio appartiene a Licaone, il cordaio licantropo.

[4] Mentre ad esempio le storie che ricorda Aracne – e tesse nei suoi arazzi – sono storie di cielo e di uccelli; e così ogni personaggio sembra aver inteso le storie del poeta secondo il proprio modo di essere. Questo, per Ransmayr, è il senso del mito.

[5] Riferisco questo atteggiamento nei confronti del mito così come l’ho capito, ma ribadisco che tutta la problematica mi rimane piuttosto estranea.

[6] In un momento in cui in Italia si discute se vietare l’apertura dei negozi la domenica perché l’apertura domenicale impedisce agli italiani di riscoprire i valori della famiglia, trovo che la critica allo Stato moraleggiante sia di preoccupante attualità.

[7] Ho trovato questo aneddoto su Wikipedia deutsch, alla voce Die letzte Welt. Purtroppo la mia fonte lascia parecchio a desiderare quanto a precisione e origine delle informazioni. Per esempio sarebbe interessante sapere quando il fatto ha avuto luogo, visto che Die letzte Welt è uscito nell’agosto 1988, e il 25 dicembre 1989 il grande Conducator aveva già girato i piedi all’uscio.