Teresa Ciabatti, LA PIÙ AMATA

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Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori 2017, € 18

Questo romanzo, di autrice non notissima ma pubblicata da Mondadori, è candidato allo Strega, anzi voci bene informate lo danno già vincente. Un certo numero di voci, dal canto loro, si stupiscono e si scandalizzano. Un articolo di Gilda Policastro su Le parole e le cose, in cui l’autrice attribuisce il successo del romanzo di Ciabatti (successo, credo, ancora in gran parte da venire) all’infingardaggine della critica italiana, ha parecchio scaldato gli animi. Di mio non credo che l’avrei letto; ma me lo hanno prestato e ero curiosa.

Mi permetto di prenderla un po’ alla larga. In Erec e Enide, romanzo cortese di Chrétien de Troyes composto intorno al 1170, i novelli sposi eponimi, lui cavaliere di Artù, lei damigella di pari nobiltà, persi nella pratica del loro amore dimenticano i doveri connessi alla funzione sociale. Accortisi dell’errore, si autoescludono dall’ordinato consorzio umano finché le “avventure”, cioè le prove superate, non li rendano nuovamente degni di esservi accolti. L’ultima e la più perigliosa ha nome “la Gioia della Corte” ed è la seguente:

In un magico giardino segregato dal mondo esterno, in cui è sempre primavera, gli zefiri spirano, i fiori fioriscono e gli uccelletti cantano, un cavaliere dalle proporzioni gigantesche aspetta colui che lo batterà in duello e toglierà l’incanto in cui è prigioniero. Purtroppo finora non c’è riuscito nessuno. Una lunga fila di pali su cui sono infilzate altrettante teste provviste di cimiero indica il numero degli sfortunati che ci hanno provato. Naturalmente Erec sconfigge il cavaliere liberandolo dall’incantesimo, in modo che così possa davvero avere inizio la Gioia della Corte. Ma questo adesso non ci interessa. Ci interessa che di questo cavaliere gigantesco, quando fa la sua minacciosa comparsa nel verziere, Chrétien dice che era “grand à merveille”: grande a meraviglia, o meravigliosamente grande. Il fatto è che “(à) merveille” suona in francese (e bisogna presumere che suonasse anche in francese antico, sennò addio interpretazione) come “(la )mère veille”: la madre veglia, la madre ti tiene sotto il suo sguardo, e allora vai con l’analisi: sotto lo sguardo ammirativo della madre il bambino concepisce un’idea iperdimensionata (gigantesca) di se stesso, si vede riflesso nei suoi occhi come un essere perfetto, senza macchia, di dimensioni più che umane, propriamente divino; egli amerà il suo riflesso; ne sarà prigioniero; non se ne libererà mai.

Ho rievocato questo dramma del narcisismo perché calza a pennello al libro di Ciabatti, con l’unica differenza che in questo caso lo sguardo non è quello della madre, ma del padre. Lo sguardo, o l’ombra – che come tutte le ombre può essere protettiva, ma anche minacciosa; e il primo documento relativo a Lorenzo Ciabatti, padre di Teresa, non è forse una foto che lo ritrae bambino sulla spiaggia di Marina di Grosseto? “Un bambino di un anno abbandonato sulla spiaggia, se non fosse per l’ombra che si allunga su di lui. Un adulto, mio nonno, Aldo Ciabatti”. Di padre in padre, l’ombra dei soldi e del potere si allunga sui maschi Ciabatti, volitivi, speculatori, fascisti, complottisti, burini quanto basta.

L’ennesima storia familiare della nostra letteratura – ricostruita, fantasticata, inventata fra mille dubbi esasperati, illazioni, buchi neri e dietrologie – serve soltanto a istruire il processo al Padre che prima allestisce un giardino dell’Eden per i figli (per la figlia), poi da quel giardino li caccia, vende a tradimento la villa con dentro i loro giocattoli, rendiamoci conto, la bambola che a schiacciarle il pancino dice mamma mamma, immaginiamolo, prego, l’arcangelo con la spada fiammeggiante posto a guardia della piscina – vero cuore pulsante della proprietà miliardaria che Teresa Ciabatti il personaggio o Teresa Ciabatti l’autrice, non ho capito bene, alla fine ricompra. Facendo un mutuo però. Tipo casa del nespolo ma più costosa.

Cerco di essere seria ma non è facile. E allora una piccola digressione (che potete saltare) sui rapporti con i soldi di questa scuola toscano-romana, a cominciare dal pratese Edoardo Nesi che lo Strega lo vinse alcuni anni fa con “Storia della mia gente” ed è uno dei due che hanno candidato Teresa Ciabatti. Bene, Edoardo Nesi, figlio di industriali del tessile, ci dice che negli anni dell’adolescenza tutte le sante estati, mentre gli altri ragazzi andavano in vacanza, lui veniva spedito in America a studiare in qualche deserto campus universitario. Ci dice anche che durante quelle estati americane si è letto tutto Pynchon. In inglese. E si aspetta la solidarietà, la pacca sulla spalla e l’ammirazione dei lettori. Più professionalmente Carlo Mazza Galanti, in un articolo dedicato alla simpatica pariolina Letizia Muratori, constata con lodevole equanimità che “in questi tempi che iperrappresentano la crisi e il diffuso malessere sociale, curiosamente, non sembrano però mancare alla nostra narrativa storie di ricchi (e spesso anche ricchissimi: Alessandro Piperno, Teresa Ciabatti o Giordano Tedoldi [romano pure lui, ndr], per fare i primi nomi che vengono in mente)”. Teresa Ciabatti appunto, grossetana naturalizzata romana, erede putativa di un’ingente fortuna, quanto di preciso non si sa, mai fatto i conti, ma comunque un mucchio di roba, case, appartamenti, terreni, gioielli, lingotti d’oro, un’ingente fortuna che c’è, c’è stata, di sicuro c’era, ma adesso dov’è, com’è che non c’è più, davvero non c’è più, ma forse c’è ancora, soltanto non si sa dov’è. Non si crucci il sensibile lettore: quelli come Teresa Ciabatti (il personaggio? l’autrice? boh) con i soldi magari ci litigano, come dice Pulcinella/Troisi a uno squattrinato barone di Sigognac, ma non ci divorziano mai.

Chiusa la digressione, torniamo a noi. E cerchiamo di essere seri. Dunque per essere seri il punto è che per duecentocinque pagine circa dobbiamo sorbirci dapprima un’insopportabile Teresa Ciabatti bambina che si ipertrofizza nell’aura di onnipotenza del padre, il Professore come viene chiamato, una specie di dio in terra in quel di Orbetello (razza di servi ’sti qui di Orbetello), con ramificazioni di potere altrove (il Professore alza il telefono…), fino in America (ah, l’America!); la bambina comunque che è o crede di essere amata dal padre sviluppa un ego fuori misura, è consapevole che i suoi successi in seno all’infantile consorzio orbetellese sono un corollario dello strapotere paterno e dunque frutto di sopraffazione ma non gliene frega un accidente, anzi ci gode, così va il mondo cari miei, io ho il mio posto e voi il vostro, fine della storia. Un successo educativo. Ma l’adolescenza riserva amare sorprese. Intanto quella di scoprire che fuori da Orbetello lei personalmente, Teresa Ciabatti, adolescente insopportabile seppure poco sviluppata e ancora con un piede nell’infanzia non è nulla e nessuno; ma soprattutto la disgregazione e il crollo del giardino dell’Eden. Un giorno d’estate uno sconosciuto con una pistola entra nel sacro recinto della piscina e sequestra il Professore per ventiquattro ore L’emergenza rientra ma la moglie si stufa. La moglie amebica, che tempo prima aveva accettato per un anno la terapia del sonno per curare una depressione, si stufa di far finta che sia tutto normale, prende i figli e se ne torna da dove era venuta, a Roma. (Una cura del sonno, molti anni fa, la fece anche una mia cugina che si era sposata in Brianza e di conseguenza era andata in depressione. Una storia per certi versi analoga, benché con meno soldi e meno misteri).

Separazione, trasferimento a Roma in una situazione più modesta, vendita della villa inclusa la bambola che a schiacciarle il pancino fa mamma mamma. Perdita dell’infanzia, cacciata dal Paradiso Terrestre. Liberata dall’incantesimo del giardino in cui sotto lo sguardo del Padre è sempre estate e lei indossa la tutina del supereroe, Teresa Ciabatti non ce la fa però a ridimensionarsi, a ridurre il proprio ego alle proporzioni solite e normali, a imparare a incassare (a essere salutarmente sconfitto, come il cavaliere “grand à merveille”) – e come pretenderlo da una quindicenne antipatica e viziata marcia a cui nessun Erec viene in aiuto. Quindi sono strilli, pianti, finte fughe, minacce, tutta la panoplia della disperazione adolescenziale senza palle. Ora però abbiamo, come si dice, il bandolo della matassa, che è il seguente e soprintende alla redazione dell’intero romanzo: il padre buono, il dio dell’infanzia, il Professore a cui gli Orbetellesi baciano la mano in segno di commossa riconoscenza, colui che fa piovere la sua grazia su Teresa in forma di tutina da supereroe, è, allo stesso tempo e nella stessa persona, il padre cattivo che li caccia dalla villa e gli sottrae ricchezza e sicurezza di sé, il fascista, il massone, l’affiliato alla P2, l’amico di Licio Gelli e di metà della scena politica di quegli anni davanti e dietro le quinte; in assenza di informazioni certe gli vengono attribuite le peggio cose: e dov’è finita la pistola che stava nel cassetto del comò, fra i calzini e le mutande (e diversi chili di lingotti d’oro – comò robusto), ha mai sparato papà con quella pistola? Non sarà che delle volte ci ha ammazzato qualcuno? O un sogno ricorrente (ma sarà vero che lo sogna?) fatto apposta per insinuare nel lettore il sospetto che il padre così buono abbia abusato della bambinella Teresa. Eccetera.

Insomma questa noiosissima storia di un padre ambiguo e di un’adolescente positivamente insopportabile, questo romanzo di cui a mio avviso si salvano giusto le ultime dodici pagine (in cui Teresa Ciabatti arriva alla conclusione che del suo tormentato modo di essere i genitori non hanno in fondo alcuna responsabilità), ha tutti gli ingredienti per piacere: rapporto col padre (ma dov’è questo rapporto col padre, se si riduce, come si riduce, alla tutina da supereroe?); narcisismo spudoratamente ostentato senza nemmeno il sospetto del ridicolo, che farà andare in brodo di giuggiole le lettrici di tutte le età provviste di adeguata copertura economica; e, last but not least, lo sport nazionale: dietrologia, complottismo, sussurri, tentacoli in espansione da e verso l’America (ah, l’America!), mezze affermazioni di cui non si è sicuri ma che ci stanno tanto bene: “un attimo, questo signore di spalle [su una foto di famiglia] non è Licio Gelli?” Essendo il signore di spalle, naturalmente, il dubbio rimane, ma che importa, il nome è detto.

Dunque un romanzo perfetto per lo Strega, per di più scritto con uno stile talmente ben fatto che non ci si accorge neanche che c’è.

Il declino dell’Occidente in una riga: da Chrétien de Troyes a Teresa Ciabatti.

RACCONTI AMERICANI: LUCIA BERLIN

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Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti, Bollati Boringhieri 2016, € 18,50

La stessa collega che molto prima che Alice Munro ricevesse il Nobel me ne aveva consigliato la lettura e mi aveva permesso di fare l’esperienza, piuttosto rara, di una narrazione completamente convincente, incrociandomi qualche tempo fa in corridoio ha detto un nome: Lucia Berlin. Però avevo delle cose da fare, altre cose da leggere; poi in biblioteca non l’avevano, in libreria era da ordinare – il che ti trasmette sempre una certa esitazione –, fatto sta che Lucia Berlin era ancora nel limbo delle letture che ci si ripromette di fare quando me ne parla un’altra amica, valente traduttrice dall’inglese. Ne parla all’interno di un discorso più ampio che ora non ricordo, ricordo invece la smorfia di sofferenza: “Prendi Lucia Berlin ad esempio: bravissima eh, niente da dire, ma l’operazione editoriale…, che Bollati Boringhieri ti schiaffi lì sto volumone di racconti tutti stipati dentro così, senza una periodizzazione, un’indicazione della fonte, dei criteri di selezione…” Io non ho detto niente ma tendevo a sottovalutarlo, il problema editoriale: se un racconto è bello, è bello; se quarantatré racconti sono belli, sono belli, fine. Quando però l’ho avuto in mano, il volumazzo, 462 pagine senza uno straccio di introduzione, di presentazione, di pre- o postfazione, ho dovuto ammettere che qualche problema c’era. Però l’operazione editoriale non è, a dir la verità, di Bollati Boringhieri. Bollati Boringhieri si limita a trasporre in italiano il volume di Selected Stories uscito negli Stati Uniti nel 2015, decurtandolo della prefazione di Lydia Davis e dell’introduzione del curatore Stephen Emerson. Tutto quello che ci dà Bollati Boringhieri sono le due bandelle, una delle quali contiene una succinta biografia della Berlin. Ah, e fa anche un’altra cosa: cambia il titolo. Invece dell’affascinante Manuale per donne delle pulizie, ripreso da uno dei racconti più riusciti, ci ritroviamo l’insulso La donna che scriveva racconti; chissà, per una fregola femminista, o per creare un collegamento con le due frasi ignominiosamente stampate di seguito sulla copertina: Storie vere ma inventate, a capo, Come quelle di Alice Munro. Alice Munro non c’entra nulla con Lucia Berlin, ma proprio nulla, e tirarla in ballo tradisce soltanto il desiderio – comprensibile ma maldestramente ostentato – di vendere.

Dicevamo del curatore dell’edizione americana. Già, perché Lucia Berlin è morta nel 2004 all’età di sessantotto anni, senza che nessuna delle sei o sette raccolte di racconti da lei pubblicate in vita presso piccoli editori conoscesse l’eclatante successo ottenuto nel 2015 dall’antologia curata dall’amico Stephen Emerson. Scherzi del destino. Ma insomma, com’è questa Lucia Berlin? Un’autrice ingiustamente misconosciuta in vita o esageratamente mitizzata dopo la morte?

Diciamo subito che è una brava scrittrice, e che la prima delle due ignominiose frasi di copertina, Storie vere ma inventate, è esatta. Berlin pratica spontaneamente l’autofiction, senza imbarazzarsi della teoria. La materia dei racconti – e su questo sono tutti d’accordo – viene in larghissima parte dalla sua vita movimentata e, aggiungerei io, picaresca: una vita caratterizzata da inizi difficili, improvvisi favori della fortuna, rovesci, finale accettazione di una saggia mediocritas. Dalle stalle alle stelle alle stalle – con una spiccata simpatia per le stalle.

Nel primo racconto dell’antologia, La lavanderia a gettoni di Angel, la narratrice ci presenta il cliente abituale di una di queste lavanderie a gettoni di cui, pare, è piena l’America: si tratta di un vecchio indiano alcolizzato che spesso e volentieri casca giù lungo disteso per tutto l’alcol che ha in corpo; ma simpatico, ironico, e a un certo punto confida alla narratrice che lui è un capotribù. Confidenza per confidenza, lei gli racconta che la prima sigaretta che ha fumato gliel’ha accesa un principe – per la precisione, apprenderà il lettore, il principe Aly Khan. “E com’è che sei finito a fare il bucato degli apache?” chiede lei a un certo punto. Ma lui potrebbe benissimo chiedere e com’è che tu (in un altro racconto) sei finita in una lavanderia a gettoni con gli spiccioli contati, che non ti bastano neanche per l’asciugatrice e devi portarti a casa il carico pesantissimo della biancheria bagnata e non sai neanche dove appenderla?

Già, com’è? È come deve essere: tre matrimoni (il primo a diciassette anni), quattro figli che ha tirato su sostanzialmente da sola, la dipendenza dall’alcol (ettecredo), i lavori saltuari, i continui traslochi, le disintossicazioni – più una grave scoliosi congenita che finirà per perforarle un polmone. Questo per il lato stalle, che non deve essere stato uno scherzo. E tuttavia l’impressione del lettore è che la narratrice non scenda mai veramente dalle stelle – da quell’atmosfera di autostima accada quel che accada, di glamour, di donna abituata a ricevere i complimenti e i corteggiamenti dei maschi. Mi fa venire in mente una scena del Viaggio di Capitan Fracassa, di Ettore Scola, con l’indimenticabile Massimo Troisi: il guitto Pulcinella (Massimo Troisi) spiega al molto nobile e molto senza un soldo barone di Sigognac che i suoi genitori (che hanno dilapidato il patrimonio) con il denaro ci hanno solamente litigato, che non può essere una rottura definitiva, proprio in grazia di quella nobiltà che pone Sigognac su un altro piano rispetto ai poveri poveri, ai poveri che sono poveri in seguito a generazioni di povertà, come per esempio i guitti della compagnia itinerante. Allo stesso modo la narratrice di questi racconti pur nelle situazioni più avvilenti e degradanti mantiene una salda superiorità dell’io narrante rispetto all’io narrato, si sdoppia in colei che narra e colei che è oggetto della narrazione, non potrà mai, nemmeno per un attimo, essere solo oggetto, prendersi sul serio come totalità di un fenomeno doloroso, di un clamoroso fallimento esistenziale, rinunciare alla leggerezza dell’ironia e dell’autoironia di fronte a manifestazioni dell’umano in cui veramente si direbbe che la dignità è andata a farsi friggere.

C’è almeno una contraddizione fra l’alcolismo, con ciò che esso implica di tendenze autodistruttive, fra la marcata vocazione alla marginalità da una parte e, dall’altra, la sostanziale adesione alla bontà e perfetta fruibilità estetica dell’universo. Estremizzando, si ha l’impressione che una signorina di buona famiglia ci parli di un’altra signorina di buona famiglia, un po’ monella, la quale ha momentaneamente smarrito la retta via ma la ritroverà di sicuro.

Credo sia questa contraddizione latente che a poco a poco, passato l’entusiasmo per i primi sei o sette racconti, comincia a disturbare e, alla lunga, a stancare (per questo, secondo me, l’operazione commerciale di infilare più racconti possibile in un’unica edizione non è stata una buona idea). Si spiega così anche una certa disomogeneità qualitativa: non tutti i racconti sono dei capolavori, tutt’altro; e più d’uno, nonostante l’ottima tecnica e una diversa complessità, potrebbe figurare in un settimanale femminile.

Ad esempio nel racconto Toda luna, todo año un’insegnante americana di spagnolo, Eloise, che ha perso il marito qualche anno prima e ne sente acutamente la mancanza, fa una vacanza in Messico. Dopo un giorno di permanenza nell’albergo per turisti americani scopre, in un punto della baia, un piccolo insediamento di pescatori subacquei del luogo, capeggiato dal maturo César. Si trasferisce nell’unica capanna tenuta libera per qualche sub di passaggio, e per il resto della vacanza condivide la vita del gruppo; impara a immergersi, a pescare con la fiocina, scopre le meraviglie del mondo subacqueo e le preoccupazioni economiche dei pescatori che sono indietro di due rate nel pagamento della grande barca assolutamente necessaria alla loro attività. Per finire di pagarla ci vorrebbero ventimila pesos. L’insegnante americana è affascinata dalla naturalezza con cui i pescatori accettano chi capita e ciò che capita, semplicemente perché capita. Prima di andarsene Eloise vorrebbe fare un’immersione in profondità; ma questa, le spiega César, deve essere preceduta dall’esperienza di una “brutta immersione” – una specie di prova di iniziazione. E prontamente gliene procura una legandole, ovviamente senza dirglielo, il tubo della riserva di ossigeno. Eloise se la cava benino e il giorno dopo – l’ultimo della vacanza – può aver luogo l’immersione in profondità. Con scopata subacquea, naturalmente. Mi scuso per l’espressione cruda; in realtà Berlin non è né patetica né rozza:

“Si abbracciarono, i regolatori cozzarono. Eloise si accorse che il pene di César era dentro di lei; si avvinghiò a lui con le gambe, e cominciarono a ondeggiare e a girare nel mare scuro. Quando César si staccò da lei, il suo sperma galleggiava tra di loro come pallido inchiostro di polipo. In seguito, quando ripensò a questo episodio, non fu con la sensazione di chi ricorda una persona o un atto sessuale, ma come a un fenomeno naturale, una lieve scossa di terremoto, una folata di vento in un giorno d’estate.”

Interessante – tuttavia una scopata resta una scopata; tant’è vero che la notte stessa, nella più tradizionale location di un letto, tutto diventa più tradizionale:

“César entrò nel letto, l’abbracciò, l’accarezzò con le mani forti piene di cicatrici. La sua bocca, il suo corpo sapevano di sale. I loro corpi erano pesanti, a terra, caldi, dondolavano. Il ritmo del mare. Sorrisero nella luce pallida e si addormentarono, avvinghiati come le tartarughe.”

Il mattino, poco prima che lei parta, César le chiede con grande naturalezza ventimila pesos per pagare la barca. Lei glieli dà.

Morale: i nativi, che con grande naturalezza accolgono chi capita semplicemente perché capita, con altrettanta naturalezza chiedono a chi ce l’ha ciò di cui hanno bisogno. E l’americana sgancia. Cosa paga? Paga la scopata? Certo che no. Paga la naturalezza nativa dell’accoglienza – o meglio effettua un riequilibrio fra la naturalezza nativa dell’accoglienza ricevuta e la non-naturalezza americana dei soldi.

Insomma.