PARANOIE EUROPEE: PETER HANDKE, L’ORA DEL VERO SENTIRE

Handke

“… in un certo corso disperato, vertiginoso e senza freni dei pensieri dove accade che la macchina mentale sia lanciata a tale velocità che si stacca dalla pista, evidentemente avevo toccato uno di quei poli che restano generalmente fuori portata, avevo azionato per caso la suoneria nascosta che chiama i soccorsi straordinari. Ho sempre creduto a questi soccorsi: mi è sempre sembrato che un’estrema tensione nel modo di subire una prova morale, senza volersene lasciare nemmeno impercettibilmente distrarre o acconsentire attraverso uno stratagemma qualsiasi a limitarne i danni, fosse atta a suscitare questi soccorsi e credo oltretutto di averlo verificato diverse volte. Che si tratti di prove di cui tutto porta a credere che non si riuscirà a risollevarsene o di prove più modeste, ritengo che il partito da prendere sia di guardarle in faccia e lasciarsi colare a picco. Ritengo che valga per il dolore come per il tedio.”

Questo naturalmente non è Peter Handke bensì André Breton, che è stato per anni, per me, un autore cult. La citazione è presa da Arcano 17 e ho come il vago ricordo che da un’altra parte, ma non sono riuscita a ritrovare dove, Breton dica addirittura che fa il possibile per andare velocemente a fondo, in modo da affrettare i soccorsi. È un’idea che mi è sempre piaciuta, mi dava una speranza, anche se con me non ha mai funzionato.

Però ci rimango affezionata, e probabilmente è questo il motivo per cui, essendomi recentemente occupata di paranoia americana e desiderando istituire un confronto con un campione di paranoia europea, trovandomi ad attraversare nel mese di dicembre un brutto periodo ho deciso di prendere diversi piccioni con una fava e di rileggere L’ora del vero sentire di Peter Handke. In altre parole di fare il possibile per colare a picco.

Quando ero giovane, in Germania Peter Handke era un giovane scrittore importante, uno che era diventato un grande di botto. Io però, all’epoca, ero tutta per il senso e la positività dell’essere  – l’immediata positività dell’essere. Provai a leggerlo e mi ributtò. Poi un’amica, più grande e più scafata, mi disse che Handke era un grande prosatore. Riprovai a leggerlo e mi accorsi che era un grande prosatore. La sua prosa – lo dico dopo questo duro mese di dicembre – è perfetta, il suo stile è puro, aderisce senza residui alla materia, crea la propria materia (quasi) senza manierismi, è un godimento incontaminato dalla prima all’ultima parola. Eppure è peso da morire.

L’ora del vero sentire è uscito nel 1975; cioè nel periodo buono. Perché con Peter Handke dicono che è come con la grappa: bisogna togliere la testa e la coda. Dicono, perché io conosco solo la produzione centrale, e nemmeno tutta. Però me ne sono letta una sfilza, uno dietro l’altro e con crescente entusiasmo. Ed è questo che non riesco a spiegarmi: l’entusiasmo. La gioventù ha delle risorse che più tardi diventano inimmaginabili.

Ma veniamo alla paranoia. L’ora del vero sentire è il racconto, alla terza persona, di due giornate nella vita di Gregor Keuschnig, addetto stampa presso l’ambasciata austriaca a Parigi (ogni riferimento autobiografico è voluto). Sono stati fatti collegamenti con i kafkiani Gregor Samsa e K., collegamenti legittimi e interessanti, soprattutto il primo; infatti per ambedue i Gregor la vita cambia radicalmente un mattino, al risveglio. Ma mentre Gregor Samsa si risveglia trasformato in grosso scarafaggio, si ritrova cioè vittima di una metamorfosi che non può nascondere al mondo esterno, la trasformazione di Gregor Keuschnig è più sottile e, potremmo dire, interiore (anche se l’aspetto esterno non ne rimane impregiudicato: “Si vide casualmente il viso riflesso nello specchietto del taxi. Sul momento non riuscì quasi a riconoscerlo, tanto era alterato. Senza bisogno di cercare dei paragoni gli vennero in mente subito diversi animali.”). La prima delle due giornate è quindi spesa principalmente nel tentativo di nascondere agli altri la propria metamorfosi.

Durante la notte, Keuschnig ha sognato di avere ucciso una donna anziana (un delitto a sfondo sessuale oltretutto), dunque di essere o essere stato, nel sogno, un assassino. Anziché svanire al risveglio, lasciando magari, come succede, un leggero disagio, il sogno ha originato in Keuschnig un mutamento irreversibile: egli deve constatare che non è più lo stesso, e ciò che è diventato è qualcosa di sconosciuto a lui prima che agli altri. Non che la sua vita precedente non avesse crepe: una moglie con cui si continua a coabitare per abitudine e quieto vivere (“Si chiamava Stefanie, e fino a ieri lo aveva almeno qualche volta commosso”), un’amante nella pausa pranzo, un lavoro non particolarmente entusiasmante. Le solite cose. C’è una persona che probabilmente ama, qualsiasi cosa ciò voglia dire: la figlia Agnes, una bambina di quattro anni. Le solite cose. Il problema è che proprio questo “solito”, al risveglio, è scomparso: come se tutte le abitudini fossero di colpo cadute da lui e lo avessero lasciato nudo. L’impulso a denudarsi compare diverse volte nel romanzo, non è chiaro però se la nudità indichi un’identità più autentica nascosta fino a quel momento dalle convenzioni, o un’assenza improvvisa e sconcertante, un’angoscia, un non saper più cosa fare (se si pencoli insomma più verso Heidegger o verso Sartre).

Fin qua, e messa così, non ci sarebbe gran che di originale. L’originalità di Handke sta nello scavo che egli fa di questa improvvisa “caduta delle abitudini”, che ci appaiono per prima cosa abitudini percettive (nel titolo tedesco compare il sostantivo: Empfindung, sensazione: la vera sensazione sarebbe quella, se c’è, che ti mette in contatto con la vera realtà, con l’essere autentico):

“Si fermò al centro del ponte e guardò giù, la Senna. […] Il fiume era marrone, come al solito, e come sempre scorreva in direzione delle colline a ovest, dove la luce del mattino faceva sembrare il sobborgo Meudon più vicino. Per Keuschnig tutto era ugualmente lontano e ugualmente non valido: la cava di sabbia sulla riva sinistra, le colline di Meudon e St. Cloud, la punta delle sue scarpe. Era come se il suo sguardo, prima di poter recepire qualcosa, fosse reso innocuo da uno strato invisibile; nulla era raggiungibile – e non sentiva alcuna voglia di raggiungere qualcosa.”

Gli oggetti del mondo esterno, le loro qualità, le loro affezioni vengono percepite da Keuschnig come private dal sogno del significato che l’abitudine vi collega normalmente (significato convenzionale), ma prive anche di qualcosa come un loro significato proprio e originario: un senso naturale. Ciò scatena in lui fenomeni come sorpresa, aspettativa, vago presagio di qualcosa di nuovo e inatteso, ma soprattutto disorientamento e angoscia. Il mutamento, la metamorfosi mostruosa che vorrebbe tener nascosta agli altri è proprio la sua incapacità di percepire il mondo come si è abituati a farlo. Vorrebbe tenerla nascosta agli altri ma nello stesso tempo ha un bisogno ossessivo degli altri, come anche di una routine di lavoro: un’agenda sempre piena, tutte le serate del mese occupate da incontri con amici, se sarà costretto tutto il tempo a fare finta, a recitare il suo consueto personaggio, la mostruosità e l’angoscia non avranno la possibilità di manifestarsi. “Dunque da oggi ho una doppia vita, pensò. No, nessuna vita: né la solita né una nuova; perché la solita sarà solo una finta, e la nuova dovrà per forza esaurirsi nel fingere la solita.”

Dicevo che fino alla fine – e forse anche oltre la fine – non è chiaro se la caduta delle abitudini sia una chance per l’autenticità o una condanna a camminare sul filo della mostruosità. La presa di distanza, improvvisa e radicale, da tutto ciò che costituiva l’abitudine – sentimenti compresi – catapulta Keuschnig all’estremo opposto, per nulla più autentico:

“Keuschnig osservò la moglie addormentata attraverso la porta semiaperta della stanza sul retro. Avrebbe voluto che subito, appena sveglia, gli chiedesse cosa pensava, e lui avrebbe risposto: «Sto giusto riflettendo come fare per pensarti fuori dalla mia vita.»”

“Era una targa a ricordo di un partigiano proveniente dall’Austria, che aveva combattuto contro i nazisti come membro di un gruppo di resistenza francese e trent’anni prima era stato fucilato dai tedeschi proprio in quel punto. In occasione della festa nazionale del quattordici luglio la targa era stata ripulita e sotto, sul marciapiede, era stato posto un contenitore di latta con un ramo di abete. Che stronzo, pensò Keuschnig e diede un calcio al contenitore di latta.”

La prima giornata, dunque, passa grosso modo a cercare di fare finta, a individuare possibili strategie per fare finta. Le due giornate di cui si compone il romanzo sono molto lunghe, esageratamente lunghe, il lettore ha l’impressione che anche semplicemente a livello di ore di luce (è vero che siamo in estate) non finiscano più. Il romanzo stesso è il film della coscienza di Keuschnig (mi scuso per il bisticcio), di ciò che egli percepisce durante queste due giornate, fotogramma dopo fotogramma, praticamente senza soluzioni di continuità e in un tempo che si avvicina molto a quello reale. La meravigliosa prosa di Handke (non sono ironica) non ci fa grazia di nulla, nemmeno di quando va al cesso (il che, naturalmente, ha la sua grandiosità).

Quello che succede dopo la prima giornata – che lo scrittore austriaco invitato a cena smascheri Keuschnig, che la mattina dopo la moglie lo pianti in tronco, che nella giornata che segue gli rubino pure la bambina (ricomparirà poi, sana e salva, nessuna tragedia – nessuna tragedia!) – non mi interessa più tanto. Nemmeno stabilire chi ha la meglio alla fine, se Sartre o Heidegger (sembrerebbe Heidegger, nel senso che nel pomeriggio della seconda giornata l’alternarsi di estasi e angosce mostra una certa prevalenza delle prime, ma con l’angoscia sempre pronta a mordere). Non mi interessa nemmeno sapere se esita, un’ora del vero sentire. Quello che mi interessa, a proposito di paranoie, è l’importanza che nella realtà priva di senso naturale e convenzionale assumono i segni.

Beatrice, l’amante della pausa pranzo, vede segni dappertutto, ma la sua è una paranoia benigna e non patologica: “Di tutto ciò che incontrava faceva dei segni; ma anche dove altri vedevano un presagio di male, lei notava una conferma che presto tutto sarebbe andato meglio. Le cose sgradevoli le ripugnavano, ma erano per lei anche un buon segno di qualcos’altro.” Per questo, andando da lei, Keuschnig crede di mettersi in qualche modo al sicuro. Oggi però la cosa non funziona: “Ora però, e senza preavviso, tutto ciò che vedeva era diventato per lui un segno di morte. […] Pensò alla carrozzina in quell’atrio di casa, col telo di plastica sopra e i frammenti di intonaco sul telo […]”

“Il vento rovesciò un segnale di divieto di sosta, e di nuovo cominciò a vedere i segni di morte. Era già passato oltre, tornò indietro e rimise in piedi il segnale, come se con ciò potesse fare che qualcosa non fosse più valido.”

“Il prossimo segno era il ristorante all’angolo: se viene consigliato in una delle guide, allora vuol dire che non può succedere nulla, pensò; se no – Nelle tre guide il ristorante non era nemmeno nominato!”

“Come se da quello dipendesse qualcosa, cercò di gettare il biglietto usato esattamente nel cestino. Il biglietto cadde di fianco… Era già alle porte automatiche, tornò indietro, raccolse il biglietto da terra e continuò a lanciarlo finché non centrò il cestino.”

Se le cose non significano più niente, si è persi; se si è persi, bisogna crearsi da soli i propri segnali e riferimenti e l’analogia dissennata si insedia nel posto lasciato vacante dal logos; se nulla ha più significato è chiaro che mi trovo a muovermi in una realtà estranea e pericolosa; se nulla ha più significato in sé è chiaro che qualsiasi cosa può averne per me: generalmente un significato di minaccia; se nulla ha più significato in sé siamo nel regno della superstizione e della paranoia; se tutto è una questione di caso, se i fenomeni sono slegati fra loro, allora l’unico modo di legare i fenomeni e di rendere il caso sopportabile è la superstizione.

Tant’è vero che verso la fine del romanzo, quando la paranoia si attenua, si attenua e scompare anche l’impero dei segni: “Passando su un ponte nei pressi della Gare de l’Est vide in basso per terra, vicino ai binari della ferrovia, un vecchio ombrello nero: non era più un’allusione a qualcos’altro, ma una cosa per sé, per sé bella o brutta, e brutta e bella insieme con tutto il resto.”

Se si guarda a L’ora del vero sentire come al manifestarsi di una paranoia e al suo superamento, si può tentare un confronto, molto libero, con L’incanto del lotto 49, la cui protagonista, Oedipa Maas, fino all’ultimo non sa se quello che le capita è reale o se, non diversamente dal suo psichiatra ad esempio, è vittima di una paranoia di persecuzione. Il punto di contatto fra i due romanzi, naturalmente molto diversi fra loro, sono i segni, che emergono su sfondo di una realtà ambigua, oscillante fra l’assenza di significato e una proliferazione di significati che si invalidano l’un l’altro. I punti comuni però si fermano lì. L’opera di Handke, pienamente europea, è la trascrizione delle percezioni di una coscienza. “Vero sentire” o delirio paranoico, il problema riguarda l’interiorità del protagonista, nessuno degli altri personaggi ne è toccato, e per quanto possa avere rilevanza storica, è un fenomeno che investe l’individuo e non esce da lui. Diversamente nel romanzo americano: benché l’eroina sia senza dubbio la nostra Oedipa Maas e il sospetto di paranoia generi angoscia anche in lei (ma è un’angoscia diversa rispetto a quella di Keuschnig: meno nera, più ironica), lì il sospetto non riguarda in prima istanza un soggetto, ma è un problema della realtà; il baricentro è spostato sull’intersoggettività, cioè su una collettività. Il romanzo americano, mi pare, è capace di parlare di una collettività in modo convincente (cioè facendo letteratura e non intrattenimento o giornalismo); naturalmente parte dall’individuo, ma attorno all’individuo si percepisce, altrettanto naturalmente, una collettività; si percepisce che il romanzo ci crede. Questo è qualcosa che in Europa si è perso.

 

 

Thomas Pynchon, L’INCANTO DEL LOTTO 49

Remedios Varo Bordando-El-manto-1960
Remedios Varo, Bordando el Manto terrestre

Il secondo romanzo di Thomas Pynchon (per il primo, V., vedi il post precedente), pubblicato nel 1966, è sorprendentemente breve: nell’edizione Einaudi Stile Libero (strana collocazione per un libro di questo autore, si vede che non sapevano nemmeno loro cosa pensarne) sono 174 pagine: un Pynchon scontato, l’occasione di penetrare un po’ più in là nel mondo di questo prolisso autore con un impegno per una volta modesto. In realtà L’incanto del lotto 49 è sì un romanzo breve, ma complicato e di ardua lettura.

Il titolo si riferisce alla vendita all’asta dei beni di un miliardario defunto, tale Pierce Inverarity, il quale ha indicato inaspettatamente come esecutrice testamentaria una sua ex, Oedipa Maas, giovane e simpatica casalinga californiana con una solida preparazione letteraria che sarà la nostra eroina. Il lotto 49 è una collezione di falsi filatelici che si distinguono dagli originali per qualche poco visibile ma significativo dettaglio. Tuttavia il lotto 49, che in un certo senso catalizza e materializza una lunga serie di stranezze, coincidenze, casi fortuiti che si inseriscono troppo bene in una para-logica generale per essere del tutto fortuiti, compare soltanto alla fine, e se da un lato esso sembra fornire il peso di realtà che rassicura Oedipa Maas nel suo timore di essere vittima di una paranoia, dall’altro il romanzo si chiude prima che Oedipa, alla casa d’aste, possa individuare il misterioso personaggio interessato all’acquisto del lotto, il quale sarebbe l’unico a possedere tutta la verità e la chiave dell’enigma.

Perché, come suggerisce il nome dell’eroina, di un enigma, o di una serie di enigmi, si tratta.

Della relazione fra Oedipa – la quale nel frattempo ha sposato Mucho Maas, giovane uomo che soffre di uno scollamento fra sé e le sue successive professioni – e Pierce Inverarity poco si sa, tranne che è finita con un clamoroso sbattimento di porte in un hotel di Mazatlàn. Ma prima che la porta fosse sbattuta e la relazione liquidata, Oedipa ha fatto in tempo a vedere, in una mostra a Città del Messico, un quadro dell’esule spagnola Remedios Varo:

“Nel pannello centrale di un trittico intitolato Bordando el Manto Terrestre c’erano alcune delicate fanciulle con i visi a cuore, gli occhi grandi e i capelli simili a fili d’oro, prigioniere nella stanza in cima a una torre circolare, che ricamavano una specie di arazzo traboccante dalle feritoie nel vuoto, cercando disperatamente di colmare quel vuoto: poiché in quell’arazzo erano contenute tutte le altre costruzioni e creature, tutte le onde, navi e foreste della terra, e l’arazzo era il mondo. Perversa, Oedipa si era fermata lì, davanti al quadro, e aveva pianto.”

Aveva pianto perché lei stessa si sente segregata in cima a una torre – una torre la cui serratura, in basso, era stata dischiusa da Pierce Inverarity “utilizzando come zeppa una delle sue numerose carte di credito”; con effetti, come si è detto, poco duraturi. Ma all’origine delle lacrime c’è anche l’immagine delle fanciulle prigioniere che ricamano “disperatamente” arazzi le cui narrazioni, dipanandosi dalle feritoie, riempiono il vuoto del mondo; o meglio ricoprono una superficie che sarebbe, altrimenti, vuota. La ragione delle lacrime appare duplice: la fatica di Sisifo delle fanciulle prigioniere impegnate a colmare un vuoto incolmabile (forse, più che di Sisifo, delle Danaidi), e la consapevolezza che il “manto”, le apparenze del mondo non sono che altrettante parziali narrazioni.

Di sicuro l’univocità o l’aderenza a una realtà se non indiscussa almeno condivisa sono del tutto assenti dal romanzo. Dello scollamento del marito di Oedipa, Mucho Maas, rispetto alla sua esistenza lavorativa e dunque in un certo senso alla sua esistenza tout court abbiamo detto. Il dottor Hilarius, lo psicoterapeuta di Oedipa, si rivela più paranoico dei suoi pazienti; l’avvocato Metzger, co-esecutore testamentario, è stato una baby-star del cinema, strumentalizzato da una madre narcisista e castrante, i cui vecchi film girano ancora in televisione; un collega di Metzger, Manny Di Presso, avvocato, è passato al cinema e ha impersonato lo stesso Metzger in un film a lui dedicato; salvo rimettersi a fare l’avvocato e essere inseguito da loschi emissari di Cosa Nostra per una questione di ossa umane vendute, trafugate, esportate, mai pagate, vai a capire. E così di seguito. Il romanzo, come vedremo, è il faticoso procedere di Oedipa attraverso una serie di enigmi che cercherà di risolvere; ma fin dall’inizio è la realtà stessa ad essere un enigma: una superficie desolantemente sprovvista di senso (Pynchon insiste, ad esempio, sulla forsennata urbanizzazione post-bellica i cui prodotti malvagi non finiscono di sgomentarci) sembra nasconderne un’altra che si lascia presagire senza manifestarsi. Per adempiere ai suoi compiti di esecutrice testamentaria Oedipa si trasferisce per un breve periodo a San Narciso (di tutti i santi, naturalmente, proprio quello), California del Sud:

“Entrò in San Narciso di sabato, alla guida di una Impala presa a nolo. Non stava succedendo niente. Guardò giù, costretta ad ammiccare per il sole, da una discesa a una vasta zona di case cresciute tutte insieme dall’opaca terra bruna, come un campo ben coltivato; e ripensò alla volta in cui, aprendo una radio a transistor per cambiare la batteria, aveva visto il suo primo circuito stampato. Il vortice ordinato di case e strade, da quell’angolo alto, le balzava ora agli occhi con la stessa evidenza inattesa e sbalorditiva della scheda con il circuito. Sebbene ne sapesse ancor meno di radio che di californiani del Sud, entrambi gli schemi davano il geroglifico senso di un significato occulto, di un’intenzione comunicativa. Sembrava non ci fosse limite a ciò che il circuito stampato avrebbe potuto dirle (se lei avesse cercato di scoprirlo); così, nel primo minuto trascorso a San Narciso, una rivelazione palpitò appena oltre la soglia della sua intelligenza. Lo smog gravava lungo tutto l’orizzonte, il sole era dolente sulla luminosa campagna marrone chiaro: lei e la Chevy sembravano parcheggiate al centro di uno strano istante religioso. Quasi che su un’altra frequenza, o fuori dall’occhio di un ciclone che ruotava troppo lento perché la sua pelle riscaldata ne avvertisse anche solo la frescura centrifuga, fossero dette delle parole. Questo lei sospettava.”

L’impressione che dietro una realtà di prima e scontata percezione se ne nasconda un’altra, molto più interessante, più vera e che soprattutto ci riguarda direttamente in quanto singoli, noi e il nostro destino, è di matrice simbolista e surrealista (romantica in ultima analisi) ed è risolta, in letteratura almeno, attraverso una ricerca linguistica e uno sfasamento dei piani di riferimento che mirano a suscitare nel lettore la percezione precisamente di questa seconda realtà. Un po’ come fa Pynchon nel passaggio citato e in numerosi altri punti del romanzo. Ma a questo piano simbolico: allusivo, molto ben lavorato e discreto, Pynchon ne affianca un altro apertamente allegorico: sguaiato, grottesco, cocasse e assolutamente improbabile che suona a tratti come un aperto divertirsi a spese del lettore. Il piano allegorico fornisce la trama del romanzo che è la seguente:

Il sistema postale statunitense, unico e monopolio di stato, mostra strane piccole crepe: sul timbro di obliterazione di un francobollo, ad esempio, compare potsa invece di posta e potsale invece di postale; rifacendosi a un Commodoro sudista, improbabile eroe di una resistenza contro lo strapotere nordista dell’industria, gli impiegati della Yoyodyne Inc. (colosso che già abbiamo incontrato in V. e di cui il defunto Inverarity possedeva delle quote, come pare non ci fosse cosa in America di cui non possedeva quote, il che ne fa l’allegoria di un sistema di controllo parcellizzato – gli Stati Uniti non sono una dittatura – ma coeso, una specie di grande puzzle i cui pezzi sono perfettamente incastrati gli uni negli altri in una struttura coerente e rigida) hanno messo in piedi un sistema postale interno e privato, semisegreto e di fatto illegale, come forma di protesta contro il Potere unico e castrante; nella toilette per signore di un locale notturno in cui l’incolumità degli avventori non è necessariamente garantita, l’attenzione di Oedipa è attratta, fra i vari graffiti osceni, da uno strano simbolo a forma di corno di postiglione con una sordina, il cui ripresentarsi in modo sempre più ossessivo (e potenzialmente paranoico) sarà come la scia di sassolini che conduce l’eroe verso la felice o infelice scoperta finale:

Tristero 1

“Cominciava così, per Oedipa, la languida, sinistra fioritura di Tristero. O piuttosto il presenziare di lei a una certa recita unica, prolungata come fosse la parte finale della notte, la specialità della casa per chi era rimasto sveglio così tardi […] quasi che un tuffo verso le indefinite ore nere dell’alba fosse indispensabile prima che il Tristero si svelasse nella sua terribile nudità. Il suo sorriso, a quel punto, sarebbe stato lezioso, si sarebbe inoffensivamente ritirato tra moine dietro le quinte dicendo buonanotte con un inchino alla Bourbon Street e lasciandola in pace? O viceversa, a danza conclusa, avrebbe ripercorso la pista, il suo sguardo luminoso agganciato a quello di Oedipa, il sorriso ora maligno e senza pietà; si sarebbe chinato su lei sola fra le file desolate di sedili cominciando a dirle parole che lei non avrebbe mai voluto sentire?”

Senza spiegazione o preavviso compare nel romanzo il nome dell’enigma: Tristero, al cui estendersi nello spazio (l’intera San Narciso, Berkeley, Los Angeles, ma soprattutto l’apoteosi della paranoia a San Francisco dove per tutta una notte e il giorno seguente Oedipa non fa che imbattersi nel corno con la sordina) corrisponde un radicarsi nel tempo, nella storia. E qui, quando ci conduce alle origini storiche del Tristero – che in barba al nome romantico e al mistero che lo circonda sarebbe, ma questo credo si sia capito, un sistema di raccolta e distribuzione della posta alternativo ai vari monopoli di stato, e contenente quindi un principio di insubordinazione abbastanza forte da contemplare l’eliminazione dell’avversario – quando ci conduce alle origini storiche del Tristero Pynchon comincia a divertirsi sul serio. Se si diverta e basta o si diverta a spese del lettore deve rimanere indeciso.

Le prime tracce dell’esistenza del Tristero Oedipa le trova in uno spettacolo teatrale a San Narciso: una tragedia di vendetta giacobita dell’immaginario autore Richard Wharfinger dal titolo significativo: La Tragedia del Corriere. Per un pubblico italiano diciamo che una tragedia di vendetta giacobita è una tragedia inglese dell’inizio del Seicento avente come nucleo la vendetta di un personaggio che ha subito un grave torto. Sono tragedie dalla trama complicatissima, efferate, grondanti sangue e un po’ lontane dal nostro gusto. Naturalmente l’immaginario Wharfinger non è Shakespeare ma si può pensare, per farsi un’idea, allo shakespeariano Tito Andronico.

A partire dalla rappresentazione della Tragedia del Corriere e passando per copioni manipolati, tascabili rubati, librerie antiquarie andate a fuoco, edizioni critiche contraddittorie, varianti inspiegabili, copie difformi conservate nella Biblioteca Vaticana (se non sapessimo che stiamo leggendo Thomas Pynchon potremmo pensare di essere finiti inavvertitamente in Dan Brown), anziani ospiti di case di riposo i cui nonni, travestiti da indiani, facevano secchi i legittimi corrieri governativi – passando attraverso queste ed altre caselle che Pynchon sospinge davanti ai piedi della sua eroina come in un peculiare gioco dell’oca, Oedipa Maas arriva a ricostruire la storia del Tristero, sorto in Olanda durante la guerra di indipendenza delle Province Unite contro l’Impero, diffuso in Europa nei secoli seguenti come antagonista segreto e letale degli accreditati Thurn und Taxis, passato in America a seguito della Rivoluzione Francese e lì tuttora attivo. Nella ricostruzione di queste vicende para-storiche, come si diceva, Pynchon si diverte come un matto.

Chi si diverte meno è Oedipa, che non sa se considerarsi vittima di una paranoia galoppante o di un ben congegnato, complicato e costosissimo scherzo di Inverarity – una piccola vendetta post mortem. Fortunatamente l’esistenza, nella sterminata eredità del defunto, del famoso lotto 49: la copiosa raccolta di francobolli contraffatti e chiaramente riconducibili al Tristero, sembrerebbe screditare l’ipotesi della paranoia e avvalorare invece quella di una rete segreta alternativa e destabilizzante – tanto più che un personaggio misterioso è intenzionato a fare un’offerta strabiliante per aggiudicarsi il lotto. Sicuramente, deduce Oedipa, un emissario del Tristero che vuole impedire a tutti i costi il trapelare del segreto.

Come detto, il romanzo si chiude all’apertura dell’asta, prima che Oedipa possa identificare il misterioso acquirente. L’enigma rimane irrisolto, le due possibilità aperte:

“Comunque sia, loro la chiameranno paranoia. Loro. O casualmente, e senza l’ausilio dell’LSD o di altri alcaloidi indolici ti sei imbattuta in una ricchezza segreta e una nascosta densità di sogno; in una rete mediante cui un numero X di americani comunica davvero riservando le menzogne, le recite di prammatica, gli aridi tradimenti della miseria spirituale, al sistema ufficiale di distribuzione del governo; forse anche in una vera alternativa alla mancanza di uscita, all’assenza di sorprese nella vita che martoria le menti di tutti gli americani che conosci, e anche la tua, bambola.”

“Oedipa nell’estasi orbitante di un’autentica paranoia, o un Tristero reale. Perché o esisteva un Tristero di là dall’apparenza dell’eredità America, o esisteva soltanto l’America, e se esisteva soltanto l’America sembrava che l’unico modo in cui Oedipa potesse proseguire e contare qualcosa per essa era da straniera, spianata, assunta a cerchio chiuso in qualche paranoia.”

Questo, al di là degli aspetti buffoneschi e di non facile digestione dell’allegoria, è il caldo significato simbolico del Tristero: la possibilità di un’alternativa alla sconfortante apparenza delle cose che un qualsiasi sistema dominante, concettuale prima ancora che economico e politico, qualsiasi sistema semplicemente istituzionale, ci schiaccia addosso cercando di convincerci che è l’unica possibile. Ma per non appiattire troppo sulla frusta retorica dell’antagonismo a prescindere, notiamo che Oedipa Maas viene indirizzata e guidata nell’avventura del Tristero da una disposizione testamentaria dal miliardario Inverarity, il quale possiede quote dell’intera America; come dire che è a partire da un pezzo ben incastrato del puzzle che si apre una possibilità di decostruzione per l’intera struttura.

Almeno, parrebbe che in America sia così.

 

L'incanto del lotto 49

Thomas Pynchon, L’incanto del lotto 49, Einaudi Stile Libero 2005, € 12