L’ISOLA PANORAMA E LA RISTRUTTURAZIONE DELLA CUCINA.

Ristrutturazione della cucina. Parete centrale 1. Stato provvisorio 1

Leggendo un articolo di Vi sul suo blog La metafisica interiore, e precisamente “Edogawa Ranpo, La strana storia dell’Isola Panorama“, qui, mi sono ricordata che io questo scrittore l’avevo già sentito nominare, e pure l’Isola Panorama. Controllando sullo scaffale giapponese – per la gran parte costituito con gli ultimi cinquecento euro dell’aggiornamento, grazie governo per i soldi che butti dalla finestra distribuendo monetine al popolo – il volume emerge subito: comprato e non ancora letto. Provvedo diligentemente.

Edogawa Ranpo è lo pseudonimo di Hirai Tarō (1896-1965), uno pseudonimo che suona come la trasposizione fonetica giapponese di Edgar Allan Poe. E di Poe, come anche di Conan Doyle, Edogawa era appassionato lettore e si fece creativo e prolifico imitatore, introducendo in Giappone a partire dagli anni ’20 (L’Isola Panorama è del 1926) il romanzo poliziesco nelle varianti giallo classico (soluzione di un caso grazie all’acume e alla logica di un detective) e noir (atmosfere gotiche, horror ecc.), o una combinazione di entrambe, e producendo opere di indubbia qualità.

Non vi racconterò la storia dell’isola Panorama, che potete leggere nell’edizione ottimamente curata da Alberto Zanonato per Marsilio (dico “ottimamente curata” perché mi sembra un’edizione molto ben fatta, introduzione e tutto; ma non voglio fare la figura dell’imbecille che loda la traduzione senza conoscere la lingua d’origine); quello che mi interessa è una certa anacronia, sia del romanzo che mia.

Il protagonista del romanzo di Edogawa, Hitomi Hirosuke, uno scrittorucolo squattrinato, venuto a un certo punto in possesso – non vi dirò come – di un’enorme fortuna, decide di utilizzarla per realizzare un suo antico e radicatissimo sogno: sostituire il naturale con l’artificiale, trasformare un’isola – luogo di per sé circoscritto e separato dal resto, dunque location ideale – da un vago insieme di “viste” naturali, cioè casuali e svincolate dall’intenzione di un soggetto, in una serie ininterrotta, intenzionale e costruita, dunque artificiale, di panorami.

Riportiamo la definizione di ‘panorama’ dall’Enciclopedia Treccani:

Nome dato alla fine del 18° sec. a una figurazione paesistica disposta circolarmente su una superficie cilindrica, all’interno della quale si ponevano gli osservatori che avevano così l’illusione, rafforzata mediante l’ausilio di luci adatte o anche di elementi plastici disposti sul pavimento, di osservare un paesaggio reale lungo l’orizzonte; se ne attribuisce l’invenzione al pittore irlandese R. Barker (1739-1806), che la chiamò cyclorama e se ne servì la prima volta per una rappresentazione in Edimburgo (1788).

I panorami furono popolarissimi in Europa per tutto il XIX secolo e passarono poi in Giappone. Hitomi Hirosuke non si accontenta però di “figurazioni paesistiche disposte circolarmente [cioè in buon italiano dipinte] su una superficie cilindrica“, ma modifica concretamente la struttura geomorfica dell’isola, avvalendosi di ogni stratagemma prospettico per creare, su una superficie insomma non vastissima, un numero stupefacente di panorami diversi. Sostituzione completa della realtà (giudicata insignificante) con l’immaginazione e l’illusione come uniche istanze in grado di produrre senso.

Due cose mi hanno colpito durante la lettura: l’affinità dell’esperimento di Hitomi Hirosuke con quello di Des Esseintes in À rebours di Huysmans, e lo scarto temporale (oltre quarant’anni) fra i due romanzi. Il Giappone recepisce – anzi, bisognerebbe dire ‘assorbe’ – l’estetismo europeo con mezzo secolo di ritardo. Ritardo dovuto alla tarda apertura del Giappone all’Occidente, che però non spiega ancora la profondità dell’assorbimento. Del fenomeno parlerò più avanti a proposito di due opere di Tanizaki. In questo post vorrei invece concentrarmi sulle affinità fra l’isola Panorama e la dimora di Des Esseintes – e, naturalmente, la mia cucina.

In À rebours (1884), Des Esseintes, il tipo del nobile esangue e esteticamente ipersensibile, sfinito dall’inadeguatezza del reale, si ritira in una dimora pensata per corrispondere esattamente ai suoi bisogni. Ogni stanza è costruita e attrezzata per suggerire particolari atmosfere, particolari esperienze estetiche – o meglio per sostituire l’esperienza reale e tendenzialmente deludente della cosa, con la pura sensazione – scorporata da ogni approssimativa empiria e artificialmente e infallibilmente indotta. I punti di contatto con l’Isola Panorama sono costruzione, artificio e pluralità delle esperienze estetiche. Se da un lato l’isola di Hitomi Hirosuke è naturale e le trasformazioni vengono operate spostando terra, acqua e vegetazione, dall’altro è innegabile che i risultati sono prodotti dell’arte e non della natura. Quanto alla pluralità delle stanze e delle esperienze, cui corrisponde la pluralità dei panorami, è stata la prima cosa che ho osservato e che mi ha suggerito l’analogia fra le due opere. Diciamo, però, che sono stata portata a notarla da un effetto esperito in quanto lettrice: la noia. À rebours, capolavoro del decadentismo europeo, a parte l’inizio, la fine, e qualche capitolo intermedio, è di una noia da disperarsi. In Edogawa la serie dei panorami descritti è più breve, ma insomma la noia c’è anche lì – almeno per me. Estetismo e critica kierkegaardiana dell’estetismo (effetto noia, derivante dall’infinita ripetizione del qualitativamente identico) in uno. Entrambi i romanzi sicuramente preziosi.

E la mia cucina? È presto detto. L’estate scorsa mi sono finalmente decisa a far eseguire alcuni lavori da tempo necessari: sostituzione degli infissi, levigatura del pavimento, imbiancatura. Tutto fuori – un lavoraccio, perché io la chiamo cucina, ma di fatto è anche stanza da pranzo, soggiorno, studio, stanza di lavoro… se riuscissi a infilarci una branda potrei fare a meno del resto della casa. Quindi: tutto fuori, e dopo una settimana di passione di nuovo tutto dentro. Tutto? la grande questione. Perché bisogna sapere che, in passato, sono stata affetta da horror vacui, dunque avevo riempito ogni singolo spazio alle pareti e ogni singolo centimetro sulle superfici orizzontali, perfino sugli armadi. Tutto esattamente calibrato, s’intende. Con molta polvere e un effetto interessante. Un po’ pazzoide, d’accordo, ma non male. Piuttosto impressive.

Al momento del “tutto fuori” l’horror vacui ha comportato una lavorata assurda e il riempimento di diversi scatoloni di oggetti avvolti in plastica con le bolle e trasferiti in solaio. Dove rimarranno quasi tutti, questo è certo. Perché di fronte al vuoto della cucina, alle superfici libere dei mobili (che ho dovuto reintrodurre, pur con qualche taglio), al bel colore uniforme e ininterrotto di pareti e pavimento, mi sono sentita Hitomi Hirosuke di fronte alle mappe della sua isola e ho avvertito il desiderio di creare nuovi panorami, uno per ogni angolo; che sprigionino suggestioni, permettano di essere trasportati altrove senza muoversi dalla stanza, sostituiscano, a un livello più alto e rarefatto, esperienze; ma, trascorsi gli entusiasmi e le immediatezze della gioventù, farlo con grandissime cautele, con estrema parsimonia di mezzi, scegliendo e soprattutto scartando…

Per una decina di giorni l’idea mi ha preso e sprofondato in riflessioni. Poi mi è passata.

Magari, chissà, ho superato la fase estetica.

Ristrutturazione della cucina. Parete 2. Stato provvisorio 1