UN ALLOCCO NELLA NOTTE (Le storie del Cappello Floscio 1)

Essermi occupata, recentemente, di qualche perla di Lamillo Cangone mi ha suggerito il protagonista di un racconto – o di più racconti, dipenderà dalle prossime perle. Il titolo generale potrebbe essere Le storie del Cappello Floscio.

Ecco la prima.

UN ALLOCCO NELLA NOTTE

Camillo Langone

Vidi per la prima volta il Cappello Floscio alla Sagra della Rana, la maratona di fede e gastronomia dell’Appennino Mordianese in cui per settantadue ore si alternano messe cantate e rane fritte – involate a quintali, le rane, dagli stagni remoti dell’Epiro e della Bactriana.

In occasione della kermesse il borgo di Sant’Isidoro, che attualmente conta sette abitanti e mezzo (l’ottavo, deceduto in odore di santità, rifiuta di decomporsi e non è chiaro se sia da considerarsi vivo o morto), si riempie di fedeli del Santo, ma soprattutto di estimatori della carne di rana. La Sagra infatti commemora il miracolo compiuto dal diacono Isidoro, che durante una carestia fece piovere rane salvando la popolazione dalla morte per fame.

Sapevo che il Cappello Floscio era qualificato per comparire sia in veste di devoto del Santo che come connaisseur della polpa di batrace. Dirò, per chi non ne fosse al corrente, che in una rana spellata egli è in grado di distinguere fino a quattordici diversi tagli di carne. Andavo insomma abbastanza a colpo sicuro.

Lo vidi infatti, dopo la dodicesima o tredicesima messa della giornata, che si rinfrancava con du’ coscettine di rana e un bicchiere di lambrusco in un angolo della sala bassa della locanda – che tanto la sala alta non c’è e la locanda apre solo per la festa del santo. Una figura lugubre contro la finestra aperta sul buio, un po’ defilato, un po’ trincerato dietro la botte di lambrusco che gli faceva da tavola e da baluardo – vuoi mai che si mischiasse al profanum vulgus quod arcet -, vestito d’orbace pretesca sulla quale galleggiavano il volto e le mani – mobilissime queste e in atto di smembrare fragili arti di rana; anzi, tanto mobili che sembravano non due, ma quattro, sei, otto… E spuntavano da una specie di mantello da esibizionista che il Cappello Floscio si teneva però ben stretto al corpo. Caso mai non ne uscisse…

Caso mai non ne uscisse cosa? Be’ ma l’orrore, perché come mi avvicinai mi accorsi che le mani erano davvero quattro, sei, otto… il numero sembrava variare, e non erano sempre in numero pari né simmetricamente distribuite. 

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Quando non erano in movimento, se non venivano immediatamente ritirate sotto il panno nero, le mani riposavano su piccole staffe o stampelle distribuite sul ripiano della botte. L’impressione era che faticassero a sostenersi da sole. Mani disossate. Involontariamente pensai alla passione del Cappello Floscio per le macellerie.

Mi chiesi se la storia delle mani potesse essere considerata uno scoop. Mi dissi che no, che le neoplasie di un segaiolo non fregavano niente a nessuno, che se avevo una chance di intervistare il tipo era precisamente perché nessuno se lo filava – a parte che per l’intervista non mi avrebbero dato un soldo, già andava bene se trovavo un foglio parrocchiale che me la pubblicasse. Bon, mi feci coraggio e puntai con decisione alla botte.

Non ricordo da dove cominciai, se dal Santo o dalle rane. Su entrambi mi ero documentato. Ma troppe impressioni mi investivano contemporaneamente e finirono per confondermi. Ricordo che nella sala bassa e affollata faceva un caldo infernale e che mi stupii quando mi resi conto che, oltre al mantello di lana pesante, il Cappello Floscio indossava un basco nero calato fino alle orecchie come, ai tempi, i curati di campagna in lambretta. Mi chiesi vagamente se sotto il basco ci fosse la tonsura, ma immediatamente, a causa della lambretta, scordai la tonsura e mi sovvenne don Moratti. Un bellissimo uomo diceva mia madre che era andata a scuola dalle suore; le quali, diceva Don Moratti, erano teste fasciate, e infatti durante le sue lezioni ce n’era sempre una di guardia nell’aula. Poi era partito (in lambretta?) alla volta della Spagna, dove fornì sostegno spirituale alle truppe italiane a fianco della Falange. O magari mi confondo col Prete Bello perché gli anni in cui lo lessi sono gli anni in cui mi venivano raccontate queste cose. Fatto sta che tempo dopo trovandosi mia madre per caso alla pasticceria Helvetia vide, di schiena, una sottana grossa e grassa. La sottana si volse, era don Moratti in atto di spararsi un cannolo alla crema.

A forza di spararsi cannoli alla crema non era più quel bellissimo uomo, e nemmeno il Cappello Floscio lo era – non credo lo sia mai stato -, ma in più quella sera, con quel caldo, con tutto quel panno e quel feltro, sudava copiosamente, sicché l’unica parte stabilmente visibile – la faccia – era come spalmata di una materia translucida e oleosa, una gelatina che sarebbe stata molto più al suo posto sulle coscette di rana, ma anche lì dov’era gli dava qualcosa di cannibalmente appetibile, tipo testina di vitello. Pensai ancora una volta – e non fu l’ultima – alla passione del Cappello Floscio per le macellerie.

Non è strano, dissi infine riprendendomi, che un anacoreta, un santo, abbia usato come strumento di bene gli stessi animali – anfibi per di più, come dire ambigui, un poco equivoci  – con cui Dio Padre flagellò a suo tempo l’Egitto?

Il Cappello Floscio non rispose subito. Prima fermò la cameriera che passava di lì per ordinare una fiorentina di bufalo – ma doveva essere bufalo americano, l’ultimo bisonte della prateria, l’ultimo prima dell’estinzione totale; perché, come precisò rivolto a me, lui non voleva mangiare una bistecca di bisonte – non aveva neanche fame – voleva mangiare un manifesto dell’antianimalismo, mi pregava di sottolinearlo nel mio articolo, perché se sta scritto che Dio può suscitare figli ad Abramo da queste pietre, figuriamoci se non può suscitare bisonti americani. Quindi possiamo accopparli senza problema.

Sì, ma le rane? chiesi io che volevo tornare alla Sagra e a Sant’Isidoro.

Le rane. disse il Cappello Floscio sistemando su una staffa la quarta o quinta mano che lo intralciava nello scalco della fiorentina di bisonte. Dio Padre e le rane. Lei lo sa vero che le rane obbedivano anche ai maghi dell’Egitto. In effetti mi pareva di aver letto qualcosa del genere, ma non ero sicuro e in ogni caso non sono mai stato un esperto di fiabe, quindi preferii stare zitto. Rana, continuò il Cappello Floscio dopo aver staccato coi denti un pezzo di cotenna, è un sostantivo femminile. Certo, convenni, – almeno in italiano. Ah be’, se poi vuole venirmi a dire che in un dialetto della Nigeria settentrionale la parola rana è a volte maschile, a volte femminile e a volte nessuno dei due… No no, mi affrettai a precisare, io i dialetti della Nigeria settentrionale manco li conosco. Ma già in tedesco per esempio… Il tedesco! esclamò il Cappello Floscio levando al soffitto gli occhi cerulei e disossati. La lingua di Martin Lutero! Scommetto che ha cambiato genere alle parole per far dispetto a Roma.

Meglio lasciar perdere se no le rane chissà quando le rivedo. Quindi, dissi, rana è un sostantivo femminile. Il Cappello Floscio annuì. E dunque? E dunque è un essere di servizio. Obbedisce. Inoltre è mobile, lei mi capisce. Obbedisce a tutti. Obbedisce a Aronne, obbedisce ai maghi dell’Egitto, obbedisce a Sant’Isidoro e obbedisce a me. A lei? Sì, quando le mangio. Le incorporo. Obbedienza perfetta.

Cominciava a farmi un po’ paura, il Cappello Floscio, con tutte le sue mani, le sue staffe e la cotenna di bisonte staccata a morsi. Ma, dissi, cosa vuol dire femminile? Stiamo parlando di un genere grammaticale, giusto? Ah quindi lei fa la differenza fra sesso e genere. Non sa che la Bibbia dice: “maschio e femmina li creò”? Non sono previsti generi, casi intermedi, varianti, ricombinazioni. Esiste solo il sesso, non il genere. Il tavolo è maschio, la tavola è femmina, il lume è maschio, la lampada è femmina, il ferro è maschio, la ferra è femmina. E così via.

La ferra? Certo, la ferra. Lei non è del territorio, vero? Ma, dissi io, veramente sì. E non sa cos’è la ferra? La ferra è la falce; per secoli i falciatori del territorio hanno vissuto la falce come la femmina del ferro, si faccia spiegare la questione da Lindo Giovanni Giorgetti, il poeta del territorio.

Ora io questo Lindo Giovanni Giorgetti non lo posso vedere. Ma certo non potevo spifferarlo al Cappello Floscio, visto che ognuno tiene sul comodino i libri dell’altro e in quei libri si citano e si lodano a vicenda. Optai per una soluzione intermedia: oscurare Lindo Giovanni e lodare il paesaggio (il paesaggio, non il territorio, ma magari il Cappello Floscio non se ne accorgeva). Oltretutto non mi costava nulla, è un paesaggio che ho amato fin dall’adolescenza – e non da prima soltanto perché l’infanzia non ha paesaggio. Ah, dissi col miglior tono da leccaculo che mi riusciva di produrre, le montagne e le colline dell’Appennino! Sono come una tavola di pietre dure… No ma a me non me ne frega niente delle montagne e delle colline tagliò corto il Cappello Floscio sventolando quattro o cinque mani. Io la natura la aborro, si figuri. La natura esiste affinché possiamo mangiarla. Io non seguo la natura, io seguo Cristo. Cristo era onnivoro. Cristo mangiava e beveva con i peccatori. Di sabato, di domenica e di lunedì. Dei bei quarti di manza! Delle belle grigliate! Prosciutti di Magonza e di Baionna! Lingue di bue affumicate con salsa di senape! Bottarghe! Salsicce di Bologna! (poiché non temeva il veleno dei Lombardi)…

O Gesù, inorridii, ma questo non è il Vangelo, questo è Rabelais! Dovevo intervenire.

Sì, d’accordo, ma le rane?

Troppo tardi. Il Cappello Floscio aveva finito la bistecca di bisonte. Credetti di distinguere un filamento di carne cruda a un angolo della bocca e pensai per l’ultima volta alla passione per le macellerie. Aveva ritirato tutte le mani e le staffe, mi guardava curiosamente con occhi sempre più rotondi. In uno scatto si girò verso la finestra, spalancò le falde del mantello e volò via senza un fruscio – allocco dalle ali d’alpaca ominose nella notte.

La mia testimonianza finisce qui. Ho saputo che la storia ha un seguito, per quanto controverso. Dicono che Sant’Isidoro, passando di lì, l’abbia tirato giù con una schioppettata. E a chi recriminava che aveva abbattuto un esemplare di specie protetta, pare abbia risposto che di uccelli come quello, all’inferno, ce n’è quanti si vuole.

 

 

 

 

 

Esercizio di tolleranza

Jezabel
La ministra De Micheli vista da Lamillo Cangone

Volete esercitarvi a essere tolleranti, a dirvi che ognuno ha diritto di esprimere le proprie opinioni, a reprimere l’impulso di affogare i cattolici radicali in una botte di lambrusco? Volete mettere alla prova la vostra imperturbabilità, l’equilibrio zen, l’equanimità del saggio? Volete dirvi che come Dio ha pensato bene di creare le zanzare, così evidentemente ritiene giusto che esistano individui insignificanti e fastidiosi, che a differenza delle zanzare non hanno neanche la scusa di posizionarsi in qualche utile punto della catena alimentare?

Se sì, leggete Lamillo Cangone:

“Contro la De Micheli. Il potere dato alle donne è antibiblico

Non condivido l’entusiasmo dei collaboratori del ministro. Credo in un Dio Padre onnipotente, non madre

Sono lì che bevo il mio Lambrusco e si avvicina qualcuno che si presenta come collaboratore del ministro De Micheli e io mi ricordo un ministro De Michelis, con la S, ma purtroppo è morto, oltre che un editore De Michelis, mio editore Marsilio, purtroppo morto anche lui, e conosco un altro editore De Michelis, il figlio, che grazie a Dio è vivo ed è mio editore tuttora. Lui, il collaboratore, mi informa compiaciuto che il ministro è una ministra e sarebbe la prima volta nella storia del dicastero. Non posso condividere l’entusiasmo, da lettore di Costanza Miriano e da credente in Dio Padre onnipotente: Padre, non madre. Un potente di sesso femminile (ammesso che il ministro di un governo italiano sia un potente) mi appare antibiblico, antimaschile.”

 

Tanto per incominciare sono tutte balle. Voglio dire che il Lamillo sia stato avvicinato da un collaboratore del ministro De Micheli. Non ci credo. Cosa mai dovrebbe volere uno del Ministero Infrastrutture e Trasporti da Lamillo Cangone? La medaglietta di San Cristoforo? Ha l’aria di una balla, ma così può parlare della Ministra e pure sentirsi tanto ibam forte via Sacra (“Sono lì che bevo il mio Lambrusco…” wow!)

Però veniamo a sapere delle cose interessanti. Per esempio ci viene confermato che il suo editore è Marsilio, quindi, come già raccomandato, BOICOTTATE L’EDITORE MARSILIO!

Inoltre ricaviamo delle informazioni sullo spessore culturale del Cangone: è un lettore di Costanza Miriano (per chi non lo sapesse, l’autrice di Sposati e sii sottomessa – sul serio, non per scherzo). Livelli alti. Detto questo, sembrerebbe, detto tutto.

Ma no invece, c’è ancora qualcosa. Cangone crede in Dio Padre onnipotente: “Padre, non madre”. E fa bene, perché il Pontefice che osò affermare che Dio è anche Madre non durò a lungo.

In una cosa però ci prende: quando dice che un potente di sesso femminile gli pare antibiblico, antimaschile. Ciò è senz’altro vero, ovviamente nella misura in cui il potere biblico e maschile è antifemminile:  si guardi dunque la ministra De Micheli dai profeti e dai cani.

Ma se Cangone è così affascinato da un Dio onnipotente certificato con le palle, perché ce l’ha tanto con i mussulmani? In fondo professano la stessa religione, come anche gli ebrei ortodossi; le differenze sono questioni folkloristiche, quisquilie di principio, puntigli di etichetta. Non si capisce perché non vada a vivere in Israele, o in Arabia Saudita, o negli Emirati, nel Pakistan rurale (grande cultura biblico-patriarcale il Pakistan rurale, provare per credere). Se è per il lambrusco, non deve preoccuparsi. Glielo mandiamo.

 

 

Un’altra di Cangone

L’instancabile Cangone, che per campare (dura schiavitù del pane quotidiano: per quanti Paternoster si recitino non cade dal cielo) deve sfornarne una al giorno, oggi pubblica questa. Per chi non avesse voglia di andare a vedere, riassumo brevemente: il Papa in carica (non riesco a chiamarlo Papa Francesco, mi suona come Topo Gigio) ha detto che, nella persona dei migranti, Dio stesso ci chiede di poter sbarcare. Lamillo Cangone non è d’accordo, anzi in questa interpretazione della divina volontà annusa “l’utopismo eretico, non il realismo cristiano”. Naturalmente se teniamo buona questa distinzione fra utopismo e realismo il primo eretico sarebbe Gesù Cristo, ma non è questo il punto che vorrei approfondire. Sull’opportunità o meno di far sbarcare i migranti e su come conciliare l’eventuale divieto con la prassi cristiana il Cangone può pensarla come gli pare.

Vorrei invece analizzare brevemente la retorica e la logica della prosa di Cangone. Ora, io capisco che se uno è costretto a scrivere una cazzatiella al giorno per sbarcare il lunario, magari mentre valuta l’accoppiata prosciutto di Langhirano – lambrusco Salamino di Santa Croce, più di tanto non si può pretendere. Tuttavia dovrebbe tenere presente, il Lamillo, che quando il liber scriptus proferetur, dentro ci saranno anche, ineluttabilmente, le antelucane “preghierine” che ha vergato per il Foglio – e che il diavolo potrebbe rivelarsi miglior loico di lui.

Quindi: vediamo dapprima la perifrasi che, senza necessità alcuna, Langone utilizza al posto del nome proprio “Africa”. Senza necessità, perché non si trova nel caso di evitare una ripetizione o di fare maggior chiarezza; dunque appositamente scelta, la perifrasi, autonomamente significante, connotante ecc. Siete pronti? Bene: nella “preghiera” di Cangone, l’Africa è “il Continente color morte”. Anzi, citiamo tutta la frase, così si capisce che non c’è ironia, autoironia, sarcasmo obliquo – niente di tutto ciò, nient’altro che il puro Cangone-pensiero: “io trovo amaro e pesantissimo l’obbligo di prendere in carico chiunque arrivi dal Continente color morte.”

[Pare che “il Continente color morte” non sia nemmeno un’invenzione di Cangone, a giudicare dal post seguente, pescato sul Forum di Termometro Politico ma che sembra essere un’altra preghierina di Langone pubblicata sul Foglio – tanto più che lo stesso testo, parola per parola, lo si ritrova nell’opera del nostro Pensieri del lambrusco, edita da Marsilio – quindi smettete di comprare libri editi da Marsilio.

#1

Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e bianco. Ce l’ha con me il negro accattone che, siccome non sgancio niente, prova a ricattarmi: “Fai così perché sono nero!”. Non degnandolo di uno sguardo né di una risposta, e per giunta impedendo alla mia accompagnatrice di tacitarlo con qualche moneta (pagare un pizzo in mia presenza significherebbe fare di me un complice), comincia a inveire: “Razzista! Ignorante!”. Ce l’ha con me il bianco, non africano ma africanista, professore universitario e amico di amici, che via mail mi chiede di presentare il suo libro sulla cucina africana. Quando rispondo che di regola non presento libri e meno che meno libri sulla cucina africana comincia a insultare, addebitandomi una “mentalità ignorante ed ottusa” secondo lui tipica degli italiani. Di questi figuri, oltre la rozzezza, oltre la violenza, mi colpisce il trasudare impunità: sanno di avere alle spalle un continente grande e grosso e di potersi permettere tutto con chi, come me, rappresenta una nazione esigua e in declino. Scrive Carl Schmitt che l’ultimo rifugio per un uomo tormentato da altri uomini è una giaculatoria al Dio crocefisso: Cristo salvami dal continente color morte! 

Se qualcuno potesse fornirmi informazioni sul contesto della “giaculatoria” attribuita a Carl Schmitt gliene sarei grata.]

Non commento neanche. Faccio solo presente che, se lasciamo passare senza protestare la cangoniana perifrasi, potremmo trovarci ad avallare diverse cose: per esempio che, visto che il povero George Floyd era sicuramente il tipo “color morte”, aver adeguato lo status biologico alle suggestioni cromatiche non è poi così grave.

Questo per la retorica. E veniamo adesso alla logica. Dice Cangone rivolgendosi alla Madonna: “Tuo figlio ha definito il suo giogo “dolce”, il suo peso “leggero”, e io trovo amaro e pesantissimo l’obbligo di prendere in carico chiunque arrivi dal Continente color morte. Dunque non capisco in nome di chi parli Bergoglio, nelle cui parole annuso l’utopismo eretico, non il realismo cristiano.”

Se penso che per secoli i teologi si sono affrontati, e ancora si affrontano, a suon di scienza e ferree argomentazioni per stabilire il sottile confine fra eresia e ortodossia – e bastava chiedere a Lamillo Cangone! Informarsi discretamente se un carico morale o dottrinale gli apparisse pesante o inver leggero, se il giogo gli sedesse comodo o fastidioso sul collo. Che spreco di tempo e di acume, mentre avevamo a portata di mano la sensibilissima bilancia! E ammiriamo la logica: 1. Cristo ha detto che il suo giogo è dolce e il suo peso è leggero; 2. a Lamillo Cangone l’esortazione del Papa a farsi carico dei migranti appare insostenibilmente pesante; 3. ergo, il Papa non parla a nome di Cristo. Non fa una piega. Proviamo qualche altra applicazione: 1. Cristo ha detto che il suo giogo è dolce e il suo peso è leggero; 2. Elena Grammann trova l’esortazione di Cristo ad amare il prossimo come se stessi insostenibilmente pesante; 3. ergo, Cristo non parla a nome di Cristo. Eccetera.

Un’ultima osservazione sulla chiusa della Preghierina: pare che alle litanie lauretane sia stato aggiunto recentemente il titolo solacium migrantium e Cangone non se ne dà pace. Visto che frequento poco il Santo Rosario io non me ne ero neanche accorta, ma non mi sembra il caso di disperarsi. La Madonna vi viene invocata, fra gli altri titoli, come salus infirmorum, consolatrix afflictorum e auxilium christianorum. In tutte e tre queste funzioni la sua efficacia è dubbia, se non nulla; sarà scarsamente performante anche come solacium migrantium, e amen. Non vedo il problema.

 

 

LAMILLO CANGONE e l’antimodernismo al culatello

Del miles Christi e defensor fidei Lamillo Cangone, riflettevo l’altro giorno di fronte all’ennesima cazzata per cui è stipendiato da un quotidiano nazionale, bisogna però ammirare l’attaccamento al Padreterno: avendogli il suddetto Padreterno affibbiato una facies che ricorda straordinariamente un preservativo usato, anziché lamentarsene col responsabile, come già il Leopardi della gobba, Lamillo parte all’attacco della modernità laica con una determinazione da far vergogna a Pio IX.

Ultimamente il Cangone ce l’ha con la mascherina e con la cabala dei virologi che ha indotto il governo a imporne l’uso. Lui stesso fa riferimento a un’autorità più competente: San Francesco. Il quale avendo trattato di sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare, ha titolo per intervenire nella discussione sulla trasmissione del virus.

Sto scherzando naturalmente. San Francesco, secondo Cangone, è un’autorità non in materia di virus ma in materia di serena indifferenza nei confronti della morte (propria e altrui, bisogna dire a proposito dello sprezzo della mascherina), come anche i filosofi Parmenide, Epicuro, Seneca, Spinoza, Tocqueville, Marco Aurelio, Leopardi e Simone Weil, infilati uno dietro l’altro e provvisti di citazione formato supposta per confondere Massimo Cacciari il quale, tenendoci alla mascherina e dunque alla propria pelle (e magari anche a quella altrui), non è un filosofo.

Meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da pecora, come disse qualcuno. Ma non era San Francesco.

Chissenefrega, non andiamo nel dettaglio. Ultimamente San Francesco è un asso pigliatutto, un jolly da sfoderare non appena un’istanza razionale voglia cacciare il naso nei misteri della fede – o della liturgia, le cui buffonesche sclerotizzazioni non tollerano distanziamenti sanitari. D’altra parte lo dice anche l’attuale primate ucraino Filarete, che alla comunione sotto le due specie non si attacca niente. E sappiamo da Voltaire che un autodafé eseguito secondo le forme è un sistema sicuro per scongiurare i terremoti, mentre sull’azione antibatterica delle processioni ci informa il nazionale Alessandro.

Ma sto divagando. Il punto che mi incuriosiva – che volevo indagare – è da dove venga al Cangone la sprezzante faccia tosta (faccia di bronzo non si può dire, piuttosto genere zampetto di maiale bollito) con la quale spara sovrane cazzate di cui è chiaro che pensa di non dover rendere conto a nessuno. La risposta è facile: gli viene dal culatello.

Cangone è di Parma e i parmigiani, si sa, sono una razza superiore. A Parma anche i pezzenti hanno un’aria da principi; intanto perché hanno dato i natali a Giuseppe Verdi, e poi hanno avuto il privilegio di essere assegnati come appannaggio – come grazioso dédommagement per un matrimonio politico girato male – alla non ancora vedova di Napoleone Maria Luisa d’Asburgo-Lorena o d’Austria – che a Parma si chiamò però Maria Luigia, perse l’Austria e la Lorena e fu solo e intimamente loro. Sulle ali di Maria – Luigia i parmigiani si sentono sollevati in un empireo imperial-ducale dal quale devono ancora discendere.

A Parma ci sono i tizi che il sabato pomeriggio passeggiano con la pelliccia aperta sul torace nudo e due levrieri afgani al guinzaglio; a Parma le vie si chiamano strade, si mangia la torta fritta e sembra che i salumi li sappiano fare solo loro. Coltivano il giardinetto della storia locale neanche fosse il Reame di Francia. Si muovono circondati da un alone d’antan, hanno la nobiltà certificata Asburgo-Lorena (ma preferiscono credere che Maria Luigia fosse di Parigi, l’Austria gli è un pochino provinciale), hanno la smania di distinzione, devono distinguersi a tutti i costi, va bene qualsiasi cosa. Se non c’è altro ci distinguiamo col paradosso antimodernista, che più è cretino più fa colpo. Lamillo Cangone crede che dalle sue labbra parli lo Spirito Santo. In realtà è soltanto il culatello.