Il matrimonio secondo Tanizaki (2): LA CHIAVE (1956)

Avevo mezzo annunciato che avrei parlato di questo romanzo e lo faccio, ma malvolentieri. Non che ci sia in esso nulla di “esplicito”; nulla di paragonabile a Houellebecq o, per par condicio, a Walter Siti. Eppure è un romanzo profondamente pornografico; fatta salva la qualità letteraria, indubbiamente eccelsa, incomparabilmente più pornografico e più tossico di Houellebecq e di Siti, nel senso che i rapporti fra i personaggi si riducono alla struttura dominante-dominato; ognuno è in fondo – e neanche tanto in fondo – nemico degli altri; l’altro, nonostante affermazioni contrarie, non è mai visto come fine ma unicamente come mezzo; in nessuna dimensione del tempo e dell’esistenza c’è un tentativo di tregua, di parità, un tendersi la mano. Fa parzialmente eccezione il protagonista il quale, pur partecipando e anzi promuovendo i maneggi di asservimento, ne diventa la vittima consenziente e assoluta.

Come in una pièce tragica e rigorosissima, i personaggi sono pochi e ossessivi: il protagonista – un professore benestante sui cinquantacinque -, la moglie Ikuko, quarantaquattro anni, molto giovanile, la figlia ventenne Toshiko, meno bella della madre, e Kimura, un giovane amico del marito e padre che costui invita spesso perché sarebbe un buon partito per Toshiko, o forse perché assomiglia a James Stewart, l’attore preferito della moglie. Più qualche comparsa: l’anziana cameriera Baya, due medici, una sarta, un’infermiera, un massaggiatore. Tutto il romanzo si svolge in due interni: la casa del protagonista e una stanza in affitto in cui la figlia, che disapprova (ma è vero?) ciò che avviene nella casa, va a vivere. Le scene in esterni sono pochissime. I fatti narrati vanno dal 1° gennaio al 1° maggio, più una “coda” finale e conclusiva. Buona parte dell’azione si svolge durante l’inverno. Il freddo della casa giapponese è percepibile.

Il romanzo è interamente costituito dalle pagine di diario, che si alternano, del protagonista e della moglie Ikuko. Il marito tiene da sempre un diario, mentre Ikuko inaugura la consuetudine nei primi giorni del nuovo anno. Non viene detto espressamente, ma appare verosimile che l’idea di tenere un diario venga a Ikuko quando, riassettando lo studio del marito, si accorge che sul pavimento, ben in vista, c’è la chiave del cassetto dove quest’ultimo conserva il suo. Gli è caduta inavvertitamente, o l’ha messa lì a bella posta, affinché lei la trovi? Il lettore, che già conosce le prime annotazioni del marito, sa che in effetti egli desidera che la moglie legga il suo diario, e che proprio in questa speranza vi ha abbordato un tema che in passato non aveva osato toccare. È dunque ragionevole pensare che anche Ikuko, che proprio in quei giorni si mette a tenere un diario, lo faccia con lo scopo o almeno nella prospettiva che il marito lo legga. Di qui tutta una serie di sotterfugi per appurare se l’altro legge o non legge: quaderni sigillati con lo scotch, stuzzicadenti infilati fra le pagine, e, nei rispettivi diari, grandi assicurazioni che sì, si è aperto e magari un po’ sfogliato, ma mai e poi mai letto. Assicurazioni che non assicurano niente perché sono scritte precisamente per il caso che l’altro legga. Così il diario, che dovrebbe essere il luogo della massima sincerità nei confronti di se stessi, diventa il luogo delle mezze verità e delle sottili menzogne, entrambe esattamente calibrate per avere un effetto, alla fine, assassino.

Ma perché il marito lascia ostentatamente in giro la chiave? Perché desidera che la moglie legga? Qual è il tema fino a quel momento evitato e che ora viene messo sul tavolo? Si tratta della vita sessuale della coppia, antichi nodi che sono venuti al pettine. Il punto è Ikuko. Fin dall’inizio viene presentata come una creatura ambivalente: da un lato “a letto ella è vigorosa fuor del comune”; benché ne sia probabilmente ignara, possiede al sommo grado le doti proprie all’arte amatoria: “Se l’avessero venduta a uno di quei bordelli eleganti del vecchio quartiere Shimabara, sarebbe stata un successo, una celebrità; tutti i perdigiorno della città si sarebbero adunati attorno a lei”. Dall’altro però ha ricevuto dalla famiglia tradizionalista un’educazione all’antica, “feudale”, che le fa schifare come perverso e contro natura tutto ciò che va oltre il puro e semplice coito da sbrigare nel modo più tradizionale e essenziale possibile. Non avendo bisogno, lei, di particolari procedure di eccitamento, rifiuta ostinatamente al coniuge le minime tenerezze, le più innocenti fantasie, tanto che egli non ha ancora mai visto un nudo integrale della consorte né ha potuto contemplare a piacimento i suoi bellissimi piedi. Sulla rigida educazione il diario di Ikuko insiste moltissimo; insiste tanto da insinuare nel lettore il dubbio che l’educazione non sia che un pretesto per una soluzione di compromesso: soddisfare la propria “indole lussuriosa”, e contemporaneamente tenere il più possibile alla larga un marito che non si ama, o si ama per dovere (qualsiasi cosa ciò voglia dire), un marito che suscita reazioni di autentico ribrezzo: gli occhi quando si toglie gli occhiali, il colore plumbeo della pelle, la consistenza… “la pelle di mio marito, scura e secca come metallo, pare morta; la sua cerea levigatezza mi nausea”. Dirà di sé stessa: “Io sono una donna che riesce a tener staccati amore e lussuria”.

L’indisponibilità di Ikuko ad andare oltre il puro e semplice amplesso, inteso in senso quasi tecnico, ha fatto fin dall’inizio il cruccio dell’innamoratissimo marito. Ma ora le cose si complicano. Mentre il “vigore sessuale” di Ikuko è inalterato, per lui l’età si fa sentire: è fiacco, le prestazioni si diradano e perdono di incisività. La consapevolezza di non riuscire a soddisfare la moglie, di essere ormai un marito insufficiente lo dispera; tanto maggior bisogno avrebbe ora proprio di quella disponibilità, da parte di Ikuko, agli atteggiamenti disinibiti che lei ha sempre schifato. Fin dalla prima annotazione, il giorno di Capodanno, il protagonista suggerisce che tutto ciò che potrà eventualmente intraprendere per ovviare alla situazione, compreso scrivere il diario a beneficio della consorte, avverrà nell’interesse di lei: per non costringerla a un matrimonio insoddisfacente, per soddisfarla. Questa preoccupazione altruista, vera o finta, è da sottolineare perché sarà la stessa di Ikuko. La quale, nel suo diario, ripeterà allo sfinimento che lei fa ciò che fa per compiacere il marito, perché, avendo ricevuto quella rigida educazione di cui si diceva, sa che gli deve obbedienza e non può che obbedire. Fra le tante menzogne di Ikuko, questa è una delle più trasparenti, nel senso che il lettore si rende perfettamente conto che essa obbedisce al marito soltanto là dove l’obbedienza viene incontro a un suo desiderio inespresso e inesprimibile. Su questa base di parvenze di altruismo su fondo di egoismo, soltanto il più forte – il più sano, il più determinato, l’egoista più puro e più cattivo – ha una possibilità di sopravvivere.

Agli inizi di gennaio la situazione è quella descritta ed è una situazione di stallo. Dal diario di Ikuko (in cui si mischiano menzogna e verità):

“Sento per mio marito una repulsione violenta, e con pari violenza lo amo. Per quanto mi disgusti, non mi darò mai a un altro uomo. Non potrei mai, veramente, abbandonare i miei vecchi principi della castità, del giusto e del torto. Anche se mi porta fuor di senno la sua maniera malsana. repellente, di fare all’amore, vedo che è ancora innamorato di me, e mi sembra di dover in qualche modo ricambiare il suo amore. Se solo avesse ancora un po’ del suo antico vigore!… Perché la sua virilità s’è prosciugata?… A sentir lui, è tutta colpa mia: sono troppo esigente, tanto da farlo diventare smodato. Le donne possono sopportarlo, dice, ma non gli uomini che lavorano di mente: quel tipo di eccesso si fa presto sentire. Mi imbarazza con questi discorsi: ma di certo sa che non ho colpa della mia concupiscenza, perché è innata. Se veramente mi ama, dovrebbe imparare a soddisfarmi. Eppure spero che ricorderà che io non sopporto quelle sue abitudini repellenti. Anziché stimolarmi, mi guastano la disposizione. È nella mia natura voler sempre tenermi ai vecchi usi, voler compiere l’atto senza poter scorgere il volto del marito e senza fargli scorgere il mio, in silenzio, sotto coltri spesse, in un ambiente buio e isolato. Gran sfortuna che i gusti di una coppia di sposi contrastino così aspramente su questo punto. Non c’è proprio modo di giungere a una intesa?…” (8 gennaio)

Il modo di giungere a un’intesa – per quanto rischiosa – arriva dall’esterno nella persona di Kimura, giovane accademico amico del protagonista, che quest’ultimo ha introdotto nella propria casa come possibile pretendete della figlia Toshiko. Ma, per la figlia, ha scelto un pretendente che abbia delle chance di piacere alla madre: Kimura infatti, abbiamo detto, assomiglia a James Stewart, l’attore preferito da Ikuko. Come previsto dal protagonista (il quale però non lo ammette mai direttamente), Kimura si mostra più attento nei confronti di Ikuko che della giovane Toshiko, la quale da parte sua ostenta indifferenza, ma non è detto che non covi invece una feroce gelosia nei confronti della madre. A ogni buon conto, ogni volta che Kimura le fa visita o che vanno al cinema, Toshiko reclama la presenza della madre, tanto che il protagonista annota: “[…] significa forse che Toshiko sa che alla madre piace quel giovanotto, più che a lei, e cerca di farle da intermediaria?”.

La gelosia (ambiguamente? consapevolmente?) introdotta nel proprio ménage produce l’effetto sperato:

“Ma io, poi, cosa vado cercando? Perché ho fatto restare Kimura a cena anche stasera? Il mio atteggiamento, debbo ammetterlo, è stato alquanto strano. L’altro giorno, la sera del sette, avevo già avuto un lieve senso di gelosia nei suoi riguardi – anzi, credo che sia cominciato verso la fine dell’anno – eppure non è vero che in cuor mio la cosa mi piacque? Questi sentimenti mi han sempre dato uno stimolo erotico; in un certo senso mi sono necessari e piacevoli. Quella notte, stimolato dalla gelosia verso Kimura, riuscii a soddisfare Ikuko. Capisco che Kimura diventerà indispensabile, in futuro, come stimolante per la nostra vita sessuale. Però vorrei avvertirla, che non deve andare troppo in là, con lui. Non che non debba esserci un elemento di rischio, anzi, quanto di più, tanto meglio. Voglio esserne pazzamente geloso. Anche se lei fa nascere in me il sospetto di essere andata troppo in là, va bene lo stesso. Voglio che lo faccia.

Pur se io dico così, sembra che lei non riesca a fare una cosa ardita. Dovrebbe capire che, se voglio stimolarmi in questa maniera – per quanto difficile e offensivo possa sembrarle – è anche per la sua felicità.”

Tre osservazioni:

  • La via per una, forse possibile, intesa sessuale della coppia passa attraverso la “corruzione” di Ikuko. Nel romanzo questo viene spesso sottolineato, e non a torto. Ci si chiede tuttavia se Ikuko si pieghi prontamente a questa volontà di corruzione per obbedienza al marito, come ribadisce più e più volte, e non per autonomo desiderio di essere corrotta.
  • La richiesta di corrompersi, per quanto abbietta possa sembrare, ha come scopo ultimo anche la felicità di Ikuko. Questo almeno dichiara il protagonista, il cui destino di vittima lo rende in qualche modo (e forse a torto) più credibile.
  • I limiti alla corruzione, posti con un’apparenza di ragionevolezza, vengono levati già nelle frasi immediatamente seguenti. Se si intraprende un percorso del genere, pretendere di porre o porsi dei limiti è risibile.

La corruzione (o più probabilmente autorealizzazione) di Ikuko passa attraverso Kimura ma, almeno in un primo tempo, anche attraverso un altro ingrediente: il cognac. I tre (Toshiko non beve) pasteggiano a cognac. Ne bevono abbondantemente. Kimura e il marito riempiono il bicchiere di Ikuko, la quale non dice di no. Morale: verso la fine di gennaio Ikuko si alza durante la cena per andare in bagno (lo fa regolarmente per nascondere l’ebbrezza) e non ritorna. La trovano nuda, svenuta nella tinozza del bagno (l’ofuro giapponese). Il marito si fa aiutare da Kimura per tirarla fuori, asciugarla e portarla a letto. Ipotizza una anemia cerebrale che il medico, poco dopo, conferma. Ma nessuno sembra darsene pensiero, un’iniezione di canfora e via. Ho fatto una mini-ricerchina su internet, tanto per capire. Un’anemia cerebrale sembrerebbe quella che noi chiamiamo un’ischemia cerebrale – o forse, vista la situazione, si tratta piuttosto di un coma etilico. Non proprio una cosa da prendere alla leggera, ma lì, come detto, nessuno si preoccupa, o forse il solo Kimura si preoccupa un po’, infatti aggiunge carbone nella stufa. Una volta che medico e ospite se ne sono andati, il protagonista si ritrova solo con la moglie svenuta a sua disposizione nella camera coniugale ben riscaldata. Come prima cosa porta giù dallo studio la lampada fluorescente che aveva acquistato qualche tempo prima adducendo problemi di vista. Di nuovo non parla di un piano preciso ma di qualcosa come un presagio. Possiamo credergli o no – sempre che presagio non significhi semplicemente il suo desiderio. Finalmente, nella luce abbagliante, ha la possibilità di contemplare sua moglie interamente nuda, la gira e la volta come una bistecca esaminando ogni centimetro quadrato del corpo e della perfetta e bianchissima epidermide. Il seguito (nulla di esplicito, come detto) potete andare a leggerlo; a me interessa sottolineare la situazione in cui una donna, incosciente e incapace di movimenti volontari, si trova in balia di un uomo che la desidera. Aggiungiamo che quando il protagonista ha l’impressione che Ikuko stia riprendendo conoscenza, le passa direttamente in bocca una compressa di sonnifero premasticata, cioè la narcotizza. Dalla Bella Addormentata in avanti è una situazione che si ripropone: in Tanizaki è l’idea della donna-bambola che abbiamo visto in Gli insetti preferiscono le ortiche (qui); la ritroviamo, con tanto di narcotico, in Lolita, nella Casa delle belle addormentate di Kawabata, in Memoria delle mie puttane tristi di Garcia Marquez che a Kawabata di ispira, e certo altri me ne sfuggono. Non ho niente da dire in proposito, desidero soltanto sottolineare quello che mi sembra un topos.

Lo schema: cena con cognac – ritirarsi al gabinetto – svenire nuda nella tinozza del bagno da cui la cavano il marito e Kimura, si ripete come un rituale. Se gli svenimenti siano autentici o almeno in parte simulati non possiamo sapere, dato che le nostre uniche fonti sono i due diari e i coniugi, consapevoli di scrivere affinché l’altro legga, mentono. Di certo c’è che la nuova situazione esalta le prestazioni sessuali del protagonista – che per mantenersi all’altezza si inietta dosi da cavallo di un mix di ormoni e vitamine – e certamente non è sgradita a Ikuko, la quale nello stato di semincoscienza in cui si trova immagina che al posto del marito ci sia Kimura e lo invoca anche, dapprima in un sussurro, poi sempre più distintamente. (Ma siamo sicuri che lo immagina e basta? Che è un’allucinazione e non un Kimura presente in carne ed ossa? Chi ce lo assicura? Il diario del marito; però noi sappiamo che entrambi mentono…)

Non è facile rendere conto in breve di tutte le sfumature, i giochi di specchi, gli incroci, i sotterfugi, le doppiezze, le intenzioni insondabili e i moventi misteriosi di cui si sostanzia questo romanzo di poco più di cento pagine. Non ho detto nulla ad esempio, né potrò farlo, di Toshiko, figlia perbene con un alone sulfureo, forse il personaggio più diabolico, esclusa, almeno in apparenza, dal triangolo amoroso, ma chissà poi se è vero, la madre avrà dei dubbi, e lei non tiene un diario. Mi limiterò agli snodi essenziali. A partire dall’inizio di aprile Ikuko incontra Kimura il pomeriggio in una casa di appuntamenti e la notte, senza più bisogno di cognac e di svenimenti, è la moglie che il protagonista desidera. Dapprima egli si illude che, nei suoi rapporti con Kimura, essa non oltrepassi “l’ultimo limite”. Ma quando la figlia provvede a illuminarlo, superato il primo shock, scopre che gli va bene così. Non gli importa di esistere, per così dire, nell’ombra di Kimura. Dal suo punto di vista ha ottenuto ciò che voleva: la potenza sessuale per soddisfare la moglie di cui è innamorato, e la moglie che, disinibita dalla passione per l’altro, assicura la sua potenza sessuale: “In quel momento sentivo d’essere balzato a un’altezza torreggiante, allo zenit dell’estasi. Questa la realtà, il passato solo illusione. Eravamo insieme, soli, abbracciati… Forse ne morirei, ma quel momento durerebbe in eterno…”

Ma già dai primi di marzo il suo diario registra problemi di salute: ha le vertigini, ci vede doppio, fatica a mantenere l’equilibrio. Da una visita medica emerge che ha la pressione altissima: entrambi i valori intorno al duecento. Il medico ordina dieta vegetariana, astensione da qualsiasi stimolante, niente alcol, niente sesso. Lui non cambia una virgola alle sue abitudini e peggiora rapidamente: ha amnesie, confonde le date, nello scrivere fa errori di cui non si accorge. Un secondo tentativo di misurargli la pressione deve essere interrotto per non spezzare la colonnina dell’apparecchio. Si direbbe che la gravità della sua condizione gli sia indifferente. Sa che “momento per momento st[a] macinando la [sua] vita”, si chiede se Ikuko, leggendo il suo diario, si preoccuperà per lui, se, per riguardo alla sua salute, sarà meno “esigente”:

“Quasi non lo credo. Anche se la ragione lo richiedesse, il corpo insaziabile rifiuterebbe di obbedire. A meno di un mio crollo, non smetterà di esigere soddisfazione. […] Anch’io ho abbandonato ogni ritegno. Per natura son vile, davanti alle malattie, non sono il tipo d’uomo che affronta i rischi. Eppure adesso, a cinquantacinque anni, sento di aver finalmente trovato qualcosa per cui vivere.”

È proprio aver trovato qualcosa per cui vivere che lo rende indifferente alla morte. Le cose vanno come devono andare, a metà aprile ha un ictus che lo lascia semiparalizzato e dopo quindici giorni lo uccide.

Un mese più tardi Ikuko riprende il diario che si interrompeva alla morte del marito: […] ho perso il desiderio, o forse dovrei dire l’incentivo di continuare.” Infatti a che scopo scrivere, se non c’è più qualcuno da ingannare? C’è bisogno tuttavia di concludere, di mettere ordine in ciò che è accaduto in quei quattro mesi. Prima di esaminare le conclusioni di Ikuko, torniamo un attimo indietro e vediamo in che modo il surménage sessuale aveva influito sulla sua salute. Più o meno nel periodo in cui il marito lamenta i disturbi che lo porteranno alla morte, anche Ikuko annota nel diario problemi di salute – e non meno gravi. Sputa catarro striato di sangue, si sente spossata e febbricitante, ha dolori acuti al petto. Veniamo a sapere che dieci anni prima, per la presenza di sangue nel catarro, le era stata diagnosticata una tubercolosi al secondo stadio. Allora la cosa era rientrata, benché lei non avesse modificato in nulla le proprie abitudini sessuali, e lo stesso vuol fare stavolta nonostante la maggiore gravità dei sintomi. Il lettore ha quindi l’impressione (o almeno dovrebbe averla) che la dinamica partita a Capodanno stia portando entrambi alla malattia e alla morte e che entrambi la fronteggino intrepidi, indifferenti, unicamente preoccupati della “altezza torreggiante“, dello “zenit dell’estasi”. Senonché nella “coda” conclusiva del diario, Ikuko ci dice che, semplicemente, stava mentendo:

[…] ebbene, erano tutte bugie belle e buone. Cercavo di attrarlo nell’ombra della morte. Volevo fargli credere che io rischiavo la vita, e che quindi lui doveva accettare il rischio della sua. Dopo di allora il mio diario fu scritto per quel solo scopo. E non solo scrivevo; a volte recitavo i miei sintomi. Facevo tutto il possibile per eccitarlo, per tenerlo agitato, per fargli salire sempre più la pressione. (Anche dopo il primo accidente continuai a ricorrere a certi piccoli trucchi per ingelosirlo.) […] Perché giunsi a progettare la morte di mio marito? Quando mi venne un pensiero così raccapricciante? […] Nel profondo, forse, avevo per natura un cuore terribile, e da sempre fui capace di tanto. Su questo devo riflettere. Eppure sento, dopotutto, di poter affermare che sono stata fedele al mio defunto marito e che gli ho dato la felicità che egli desiderava.”

Un bel garbuglio. Ma chi può affermare che il garbuglio è nella mente di Ikuko e non già nelle cose?

Consideriamo un altro punto che emerge da queste ultime pagine di diario: quando Ikuko diceva che amava il marito benché da un certo punto di vista le facesse ribrezzo, forse non mentiva consapevolmente ma si sbagliava. Affermava di amarlo, come corollario dell’educazione ricevuta, soltanto perché la possibilità di un Kimura non era ancora comparsa nel suo orizzonte. Quando ciò accade – in seguito alle macchinazioni del marito che di un Kimura ha bisogno per poterla amare come lei desidera, di nuovo un bel garbuglio – Ikuko si rende conto che lei in realtà lo odia e ama l’altro. (Questo sarebbe già sufficiente a spiegare il progetto di omicidio – e non perché il marito rappresenti un ostacolo, ma per odio e logorante insofferenza). Cosa vuol dire però che Ikuko ama Kimura? Dapprima vuol dire che desidera vedere il suo corpo; poi che il suo corpo le appare infinitamente più bello, attraente e desiderabile di quello, per lei ributtante, del marito. Infine che il corpo di Kimura è un luogo di delizie. Non c’è nulla di “spirituale” in questo amore – o meglio, in questa passione. Ikuko non può dire di conoscere veramente Kimura, come in fondo non conosce nemmeno sua figlia: “Ho ancora molti sospetti su Toshiko e Kimura”, oppure, a proposito della decisione di Toshiko di prendere una stanza fuori casa: “Per esempio, non credo che se ne andasse a Sekidencho solo perché era imbarazzata dalla lampada fluorescente [teniamo presente che le “pareti” tradizionali giapponesi, tese di carta, permettono di vedere all’interno, se questo è fortemente illuminato n.d.r.]: dovette entrarci, in qualche modo, il fatto che Kimura abitava lì vicino. Fu un’idea di lui o di lei? Egli dice che fu lei a combinare tutto […], ma io mi chiedo se questo fu vero. In questo non mi fido ancora di lui.”

Come si vede, la morte del marito non ha abolito la menzogna. Anche la passione “sincera” ne è intessuta e riposa su un intreccio di menzogne. Nulla si sa e nulla è sicuro. La chiusa del diario, e del romanzo, suggerisce che nel futuro di Ikuko le ambiguità, le morbosità, la “corruzione”, e chissà, forse l’omicidio, si riproporranno, in una leggera variante:

“Kimura ha in progetto di sposare Toshiko, al momento opportuno. Lei si sacrificherà, per salvare le apparenze, e vivremo tutti e tre assieme. Così mi dice Kimura…”