LA VENDETTA DELLE LUMACHE ASSASSINE (Le storie del Cappello Floscio 2)

Camillo Langone

Non che mi facciano gastronomicamente impazzire le lumache, le ho comprate, le ho lavate con aceto e sale, le ho buttate nell’acqua bollente, gusci, cornini e tutto, le ho estratte con un coltello, le ho affogate nella salsa di pomodoro, le ho cosparse di origano e peperoncino per onorare mia nonna (è una ricetta lucana) e per ubbidire al Dio di Genesi 9,3: “Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo”.

(qui )

[Questo che segue è un racconto dell’orrore. Gli stomaci deboli sono pregati di astenersi. Qualora non vogliano astenersi, non mi vengano dopo con delle lagne umaniste.]

Era legato come un salame. Avvolto nel mantello e il mantello stretto nelle corde, l’unica parte libera la testa col cappello floscio. Le corde arrivavano fin sotto le ginocchia, riusciva a malapena a muovere dei passettini corti corti, ma non era un problema perché le due lumache che tenevano i capi della corda avanzavano molto lentamente. Non capiva come fosse potuto succedere. Anzi, non capiva nemmeno bene cosa fosse successo. Due minuti prima – almeno così gli sembrava, ma si sentiva confuso e non era più tanto sicuro – due minuti prima si trovava in un allevamento di lumache e ricordava perfino – questo sì lo ricordava bene – di essersi scandalizzato perché l’allevatore che gli spiegava come cucinarle, arrivato al momento in cui bisogna buttarle vive nell’acqua bollente aveva detto: poverine!

Ma poverine cosa, poverine chi, poverino quel minchia dell’allevatore, poverino! Non era tutto perfettamente in linea con Genesi 9,3? Non era quindi permesso, anzi a ben guardare comandato, buttare le lumache vive nell’acqua bollente? Che poi se le lumache non ti piacciono fai azione ancor più meritoria.

Lo sdegno per il poverine! lo aveva ripreso, fu soltanto un’irregolarità del terreno, che lo fece incespicare e quasi cadere, a riportarlo alla situazione presente. Situazione ben strana, bisognava ammettere. Tanto per incominciare, chi lo aveva legato così? E dove stavano andando, attraverso quel tunnel scavato nella roccia? Ma soprattutto, com’era possibile che nell’allevamento producessero lumache di quelle dimensioni? Erano molto più grandi di un pollo, di una gallina, di una mucca… Un momento! c’era un problema di dimensioni. Era chiaro che lumache così non sarebbero mai entrate nella sua pentola Alessi. Avrebbe dovuto comprare un pentolone, anzi un paiolo, anzi un paiolo enorme, e chissà se Alessi faceva paioli. Cercò di ricordare se ne avesse visti sul catalogo.

Continuava a distrarsi, e intanto la situazione non migliorava. Nonostante le protezioni di cui godeva cominciò a sentirsi vagamente inquieto. Allora, come sempre quando si sentiva inquieto (ma a dir la verità non accadeva quasi mai, e perché avrebbe dovuto sentirsi inquieto?) si raccolse e indirizzò una giaculatoria in forma di richiesta al Dio di Genesi 9,13. Aveva un filo diretto, le sue giaculatorie viaggiavano su corsia preferenziale. Infatti arrivò quasi immediatamente il cablogramma telepatico di risposta: “Attendere prego. Stiamo geolocalizzando.” Strano questo messaggio; invece di tranquillizzarlo, aumentò la sua inquietudine; stilisticamente atipico; non sembrava neanche che venisse dal Dio ecc. Inoltre quell’Attendere prego… Attendere prego… continuava a girargli per la testa e gli toglieva lucidità. Per fortuna la geolocalizzazione non prese troppo tempo, ma il cablogramma lo gelò: “Territorio fuori giurisdizione. Impossibile intervenire.”

Fuori giurisdizione? E cosa voleva dire? Non era il Dio ecc. Dio del cielo e della terra e dell’intero universo e di tutte le cose visibili e invisibili e pure di quelle che adesso eventualmente mi sfuggono? Come poteva esserci un residuo? Sospettò che la sua giaculatoria fosse stata intercettata e deviata verso le riceventi del Nemico. Poi l’evidenza lo colpì come una sciabolata di luce: Ecco cos’era! Si trovava in mezzo agli Infedeli! Colpa del Papa e della sua fottuta enciclica che confondeva i confini. Aveva dovuto passare un confine senza avvedersene. E ecco che era tagliato fuori dal Dio di Genesi, dal Dio di Esodo, dal Dio di tutto il Pentateuco! Ebbe una mezza idea di telefonare a Salvini, ma a parte che legato com’era non sarebbe riuscito a arrivare al cellulare, da qualche parte sapeva benissimo che se Salvini andava bene da citare qua e là, provocatoriamente, negli elzevirucci che gli pubblicavano per il solletico della provocazione, non era però persona da farci affidamento.

Nel frattempo parve che fossero arrivati dove lo stavano portando. Si trovava ora in una vasta caverna, scavata nella medesima roccia nera del tunnel. Su un lato, in un focolare immenso sormontato da un camino che si perdeva nel buio e nella roccia, bruciava un grande fuoco, grande tanto da poterci arrostire tre buoi, e sul fuoco, appeso a una catena di cui non si vedeva la fine, bolliva un enorme paiolo Alessi. Ah – fu il suo primo pensiero – vedi che li fanno! Poi pensò di guardarsi attorno. Dritto di fronte a lui, su una specie di alto basamento di roccia provvisto di braccioli e schienale e sormontato da un baldacchino, stava, comodamente adagiata, una lumaca veramente gigantesca che doveva essere, lo capì subito, la Grande Lumaca. Intorno, come si conveniva a un monarca, consiglieri, cortigiani, paggi, eccetera. Notò che la scena, imperfettamente illuminata da molte candele, aveva qualcosa delle illustrazioni del Doré per il Gargantua. Udì il Gran Ciambellano che dopo aver picchiato tre volte a terra col bastone annunciava: “La Cena del Re!”

Si aspettava di vedere entrare, portata dai paggi, la tavola imbandita e riccamente addobbata, ma nulla del genere si produsse. Invece, si sentì tirato un po’ in avanti dalle due lumache che lo scortavano. Capì che la cena era lui.

La Maestà sotto il baldacchino accennava di sì col capo, approvando la vivanda, e le due guardie ai suoi lati iniziavano già una manovra per voltarsi e trascinarlo verso il pentolone. Ma lui non era animale da darsi per vinto così facilmente. “Un momento! – esclamò – Homo sapiens non è una specie commestibile!” Il Lumacone rise scuotendosi tutto: “Commestibilissima invece! E anche molto buona!”

I cortigiani sghignazzavano della più bella, un po’ per compiacere il sovrano, un po’ perché quel gambero era davvero divertente. Ebbe però la fortuna di individuare, in mezzo alla folla ai lati del seggio reale, una lumaca occhialuta, abbigliata in modo più dimesso delle altre e che sembrava annoiarsi. Era sicuramente il filosofo di corte. Con gli elementi che aveva a disposizione – ben pochi, ahimé: la foggia un po’ antiquata degli orpelli, una certa aria da ancien régime – cercò di valutare a che punto fossero con la filosofia. Se non erano ancora arrivati a Foucault aveva delle buone chance; se invece Foucault era sbarcato anche nel paese delle lumache, tanti saluti. Bisognava provare.

“Forse non mi sono espresso bene – disse più pacatamente guardando fisso gli occhiali del filosofo. “Noi siamo la specie che mangia. Non quella che è mangiata.” “Ah, – disse il filosofo – e questo chi lo dice?” Il Cappello Floscio si sentì gonfiare il petto, trionfava. “Lo dice la Genesi. Capitolo 9 versetto 13, prego.” “Che è questa gennesi, Maurizio?” chiese il Lumacone che voleva andare a cena. “Un loro libro sacro Maestà. Almeno credo.” “Embè? E noi c’abbiamo ‘l nostro, no? Che dice che mangiando i gamberi si fa la volontà di Dio. “Ma qui siamo di fronte a un grosso equivoco!” si precipitò a dire il Cappello Floscio cambiando radicalmente strategia. “Io non sono un gambero! Io sono un uomo, homo sapiens, non sono da mangiare!” “Flatus vocis – replicò il filosofo con sufficienza. “Noi vi chiamiamo gamberi e vi mangiamo”. “Ecco appunto, – concluse il Lumacone – sbrighiamoci. Piuttosto – aggiunse colto da un dubbio e protendendo i corni per vedere meglio – non è che è precotto, delle volte? C’ha un colore…” “No no, – si affrettò a rassicurarlo il maître – è vero che sembra un po’ lesso, ma è roba freschissima.” “Ah, meno male, perché mi ricordo uno zampone, l’anno scorso…, una vera schifezza.”

Mentre il Re Lumacone riandava con la memoria allo zampone precotto dell’anno precedente i garzoni di cucina lavavano il Cappello Floscio, corde mantello e tutto, con aceto e sale. Solo il cappello floscio si perdette nell’operazione. Il maître si avvicinò con l’aria di voler controllare. “Siamo sicuri che è spurgato? – mormorò ai garzoni di cucina. “Così ci ha assicurato l’allevatore – risposero quelli, e senz’altro lo sollevarono col gancio e lo calarono nel Gran Paiolo Alessi colmo di acqua bollente leggermente salata.

Allora il Cappello Floscio urlò. Cioè, voleva urlare, ma l’acqua bollente gli entrava nel gargarozzo cuocendogli le interiora. Durante il lavaggio con aceto e sale le corde si erano un po’ allentate. Nuotò verso il bordo e cercò di issarsi fuori dal paiolo. Due volte tentò e fu ricacciato giù dai forconi degli aiuto-cuochi. Il bambini-lumachini saltavano e strillavano: “Guarda mamma, il gambero vuole uscire, il gambero vuole uscire!”. Ma il divertimento durò poco, perché dopo quei due tentativi, del Cappello Floscio non si vide né si udì più nulla.

Cioè no, vedere lo si vide ancora: lungo disteso a faccia in giù su un bel vassoio che dodici lumachelle bellocce deposero davanti al sire. E gli porsero la forchettina da aragosta con la quale, ben conficcata nella nuca, egli estrasse abilmente ciò che restava del Cappello Floscio dal suo naturale involucro di tabarro padano.

“Vogliamo affogarlo nella salsa di pomodoro? – chiese il filosofo. Il Re Lumacone scosse la testa: “No, meglio la maionese. Per onorare la mia prozia e per ubbidire al Dio di Calvé 9,3: ‘Quando mangerai carne lessa, la intingerai nella maionese.'”

E così fecero.

DI COME GARGANTUA MANGIÒ SEI PELLEGRINI IN INSALATA

Rabelais, Gargantua / Illust. v. G. Doré - - Rabelais, François

Dal Gargantua (1534) di François Rabelais:

DI COME GARGANTUA MANGIÒ SEI PELLEGRINI IN INSALATA

La storia richiede che si narri cosa accadde a sei pellegrini che venivano da San Sebastiano, vicino a Nantes, e per ripararsi quella notte, per paura dei nemici, si erano nascosti nell’orto sotto i bastoni dei piselli, fra cavoli e lattughe. Gargantua si sentiva un po’ di arsura e chiese se ci fossero delle lattughe da mettere in insalata, e sentendo che proprio lì se ne trovavano delle più belle e più grandi del paese (avevano infatti le dimensioni di pruni o noci), volle andare lui stesso a raccoglierle e tornò recandone in mano quante gli sembrò buono. Raccolse, assieme alle lattughe, i sei pellegrini, i quali avevano una tale paura che non osavano né parlare né tossire.

Lavandole lui dunque per prima cosa alla fontana, i pellegrini si dicevano l’un l’altro a voce bassa: “Che dobbiamo fare? Finirà che anneghiamo, fra queste lattughe. Non è meglio parlare? Ma, se parliamo, ci ucciderà come spie.”. E mentre così si consultavano Gargantua li mise con le lattughe in un piatto della casa, grande come la botte dell’abbazia di Cîteaux, e con olio sale e aceto le mangiava per rinfrescarsi prima di cena, e aveva già infilato in bocca cinque dei sei pellegrini. Il sesto era nel piatto, nascosto sotto una foglia di lattuga tranne per il bordone che spuntava. Vedendolo, Grandgousier disse a Gargantua:

“Mi pare che ci sia là un corno di lumaca; non mangiatela.

– Perché? (disse Gargantua). Sono buone tutto questo mese.”

E, afferrato il bordone, sollevò insieme a quello il pellegrino e lo mangiava di buon appetito; poi bevve un sorso orrendo di vino pineau, e aspettarono che si apparecchiasse la cena.

I pellegrini così divorati scansarono meglio che poterono le mole dei denti, e pensavano di essere stati gettati in qualche segreta di prigione; e quando Gargantua bevve il gran sorso credettero di annegare in quella bocca, e il torrente di vino quasi li trascinò al gorgo dello stomaco; tuttavia, saltando con i bordoni come fanno i pellegrini del Mont-Saint-Michel, raggiunsero la zona franca al margine dei denti. Sfortunatamente però uno di loro, tastando il terreno col bordone per vedere se erano al sicuro, beccò l’incavo di un dente cariato e colpì malamente il nervo della mandibola causando grande dolore a Gargantua, che infatti cominciò a urlare per il male che sentiva. Per alleviare il dolore si fece portare lo stuzzicadenti, e uscito fuori dove c’era il noce ghiandaio[1], a uno a uno vi snidava i signori pellegrini. Ne acchiappava uno per gambe, l’altro per le spalle, l’altro per la bisaccia, l’altro per la borsa, l’altro per la sciarpa, e il povero diavolo che gli aveva ficcato il bordone nel dente cariato lo agganciò per la patta; fu però per lui una gran fortuna, perché gli forò un ascesso che lo tormentava da quando avevano passato Ancenis.

Così i pellegrini snidati fuggirono di buon trotto attraverso la vigna nuova, e a lui si calmò il mal di denti.

In quel momento fu chiamato a cena da Eudemon poiché tutto era pronto:

“Me ne andrò dunque (disse) a pisciare la mia disgrazia.”

E pisciò così abbondantemente che l’urina tagliò la strada ai pellegrini, i quali furono costretti ad attraversare il canale della Gran Beverata. Di là passando poi al margine del bosco della Touche, nel bel mezzo del sentiero caddero tutti, tranne Fournillier, in una trappola che era stata fatta per prendere i lupi nella rete, e se ne liberarono grazie all’abilità del detto Fournillier che ruppe tutti i lacci e le corde. Usciti dal mal passo, per il resto della notte si ripararono in una capanna di frasche vicino al castello di Couldray, e là furono confortati nella loro sventura dalle buone parole di uno della compagnia, di nome Passofiacco, il quale mostrò loro che quell’avventura era stata predetta da Davide nel Salmo:

Cum exurgerent homines in nos, forte vivos deglutissent nos, quando fummo mangiati in insalata al grano di sale; cum irasceretur furor eorum in nos, forsitan aqua absorbuisset nos, quando bevve il gran sorso; torrentem pertransivit anima nostra, quando passammo la Gran Beverata; forsitan pertransisset anima nostra aquam intolerabilem, della sua urina, con cui ci tagliò la strada. Benedictus Dominus qui non dedit nos in captionem dentibus eorum. Anima nostra, sicut passer erepta est de laquea venantium, quando cademmo nella trappola ; laqueus contritus est da Fournillier, et nos liberati sumus[2]. Adiutorium nostrum, ecc.”

François Rabelais, Gargantua, Cap. XXXVIII (traduzione mia)

[1] Le noyer grollier: il noce con le noci così dure che soltanto i corvi e le gazze (grolles) riescono a romperle.

[2] “Quando gli uomini si ersero contro di noi, forse ci avrebbero inghiottiti vivi… Quando il loro furore si infiammava contro di noi, forse l’acqua ci avrebbe sommerso… La nostra anima ha superato il torrente… Forse la nostra anima avrebbe attraversato l’acqua insopportabile… Benedetto sia il Signore che non ci ha dato come preda ai loro denti… La nostra anima come un passero è sfuggita alla rete dei cacciatori… La rete è stata lacerata [da Fournillier] e noi siamo stati liberati”. Si tratta del Salmo 123.

 

Questo capitolo del Gargantua, che mi ha sempre fatto ridere alle lacrime, mi è tornato in mente leggendo l’altro giorno un articolo di Alessandra, di Libri nella mente, a proposito del Vecchio e il mare di Hemingway. Naturalmente Hemingway non c’entra nulla con Rabelais, però mi ha fatto riflettere, nell’articolo, il passo seguente:

“[…] Hemingway non amava le interpretazioni simboliche del romanzo, il cui fascino suggestivo è dato a suo parere solo dall’azione che crea emozione e nulla più. Nel tentativo di zittire i critici, che all’epoca facevano a gara nell’individuare significati nascosti (anche i più assurdi) in quelle parti di testo dove non ve n’erano affatto, ecco come cercò di chiarire il suo punto di vista in una lettera inviata all’amico e critico d’arte Bernard Berenson, nel settembre 1952: «… non c’è alcun simbolismo. Il mare è il mare. Il vecchio è un vecchio. Il ragazzo è un ragazzo e il pesce è un pesce. Gli squali sono tutti gli squali né peggio né meglio. Tutti i simbolismi che la gente dice di vederci sono merda.»”

Mi è venuto in mente questo capitolo del Gargantua perché qui Rabelais si fa beffe degli interpreti ossessivi, degli ermeneuti impenitenti che devono trovare dappertutto significati nascosti. L’idea che ciò che accade abbia un senso, nella realtà come in letteratura, è un pio desiderio, non è nelle cose. Il senso delle cose è che le cose accadono. Non c’è altro.