FRATELLI SERBI

Leggo ora, dal Fatto quotidiano, la notizia “A Belgrado migliaia di persone in piazza per sostenere Putin: «Siamo fratelli»” (qui). Cito la frase finale della comunicazione: “Successivamente le persone scese in strade si sono dirette all’ambasciata bielorussa, dove hanno scandito i seguenti cori: «Serbi e russi fratelli per sempre», «la Crimea è Russia», «il Kosovo è Serbia»“.

Innanzitutto, bene che a Belgrado si possa manifestare, mentre a Mosca non si può. Magari i serbi potrebbero rifletterci. Ma non è questo che volevo dire. Volevo dire che l’assistente russa di mia madre (evito di proposito il termine ‘badante’ che lei non avrebbe accettato, e con ragione) – alla quale ripenso molto spesso in questi giorni e che è stata una vera miniera di informazioni indirette – mi disse una volta la stessa cosa, cioè che i serbi erano i loro fratelli – appunto come lo sono i fratelli: da sempre e per sempre, non è un legame che si possa fare e disfare. Ricordo che la scelta lessicale mi stupì abbastanza: non ero abituata a considerare la fratellanza fra i popoli come una cosa di sangue e destino, ma piuttosto come una cosa di amore, di volontà, di solidarietà; l’obiettivo assoluto, d’accordo, ma che si raggiunge, o si prova a raggiungere, a forza di determinazione e fatica, superando notevolissimi ostacoli che sarebbe sciocco ignorare. Lì invece no. Lì loro erano fratelli, un point c’est tout. Mi sembrò un pochino vecchio, un po’ rimasto indietro. Andava ad aggiungersi ad altre osservazioni che mi apparivano, come dire, datate. Ad esempio questa signora avrebbe voluto trovare in ogni paese europeo l’elemento nazionale, io direi folkloristico, che pensava di essere in diritto di aspettarsi: che so, la baguette col café au lait in Francia, le danze lusitane in Portogallo, il Wiener Schnitzel in Austria e Germania e gli orologi in Svizzera. Non trovandoli – o almeno non trovandoli nella misura pervasiva che immaginava – si sentiva defraudata di qualcosa. Mi è di conforto pensare che, se andasse in Catalogna, potrebbe assistere ogni domenica alle sardane spontanee in piazza. Rimane il fatto che a me queste nostalgie sembravano un po’ fuori tempo, non sono una fan della conservazione del passato sotto spirito. È un certo livello di omogeneità che può tutelare le differenze, non il contrario. Naturalmente sull’omogeneità si può e si deve discutere; ma da dentro, non da fuori. Anche su questo però la signora aveva idee ben chiare e definite. Disse ad esempio una volta (ed ebbe poi modo di ripeterlo), con la lapidarietà e la civiltà di una cannonata, che gli italiani sono servi degli americani. Lo disse mentre prendevamo insieme il tè che le avevo offerto, e siccome gli italiani saranno pure servi degli americani ma hanno il senso del rispetto per gli ospiti, e oltretutto ero stata colta piuttosto di sorpresa, mi limitai a un sorriso imbarazzato. C’era sicuramente nel suo atteggiamento generale una parte di frustrazione, come peraltro in Putin e nella Russia che lo sostiene. E lei infatti per Putin stravedeva. Se lo guardava beata sullo schermo del computer. Ci fece notare, con orgoglio, che aveva “gli occhi da lupo”; pare sia una caratteristica fisiognomica molto positivamente connotata; non so. Ma sto divagando. Aggiungo solo che per molti aspetti la stimavo e la ammiravo; non per tutti.

Ma per tornare al punto e alla fratellanza russo-serba, la stessa impressione di sfasatura storica – tragicamente ampliata, ça va sans dire – l’ho avuta con l’aggressione russa all’Ucraina. Non fosse che la gente muore davvero, e che la Russia ingloba davvero, e ingloba adesso, sembrerebbe di assistere a qualche filmato della metà del secolo scorso. La retorica di Putin – nel senso proprio del modo in cui parla – fa uno strano effetto; un effetto esotico, come sentir parlare l’indigeno di una remota isoletta. Ci sarebbe da ridere, non fosse che la remota isoletta ha un arsenale atomico.

Del marcio ce n’è dappertutto. Ma in Russia, e questa è la cosa preoccupante, c’è del vecchio.