TEMPO DI NATALE. Christine Lavant, Si sente odor di neve (Es riecht nach Schnee)

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[Nota: I cantori della stella (in tedesco Sternsinger) sono gruppi di cantori, soprattutto bambini, tre dei quali in costume da Re Magi, che nel periodo natalizio vanno di casa in casa, distribuiscono benedizioni e raccolgono offerte.]

 

Christine Lavant

Si sente odor di neve

 

Si sente odor di neve, resta appeso 

il sole ai vetri come un frutto rosso;

se questa febbre scrollo via di dosso 

diventerà un furetto, e sarà preso,    

e chi vi scalda poi, dita gelate?

I re cantori vanno per le strade

e dalle mie sorelle certamente.

La mia tristezza cresce giornalmente,

però non quanto basta a essere pia.

Prendere il frutto rosso nella mia

stanza vorrei, e annuserei la buccia,

giusto per dirmi che sapore ha il cielo.

Il furetto s’acquatta a bruciapelo,

sguscia via dal vicino e s’incantuccia,

tanto in un groppo mi si stringe il cuore.

Chissà se il cielo scende dalle alture

quando si è troppo deboli a salire.

Il frutto l’hanno già fatto sparire…

Però nella mia stanza si sta bene,

e caldi più che neve su un pomario.

Del cranio mi fa male un emisferio

soltanto; poi nel sangue va e viene

il sonno con un fiore, e su e giù in me

lui canta le carole dei tre re.

 

Da: Die Bettlerschale (La scodella del mendicante), Salzburg 1956, traduzione mia

 

Es riecht nach Schnee

Es riecht nach Schnee, der Sonnenapfel hängt
so schön und rot vor meiner Fensterscheibe;
wenn ich das Fieber jetzt aus mir vertreibe,
wird es ein Wiesel, das der Nachbar fängt,
und niemand wärmt dann meine kalten Finger.
Durchs Dorf gehn heute wohl die Sternensinger
und kommen sicher auch zu meinen Schwestern.
Ein wenig bin ich trauriger als gestern,
doch lange nicht genug, um fromm zu sein.
Den Apfel nähme ich wohl gern herein
und möchte heimlich an der Schale riechen,
bloß um zu wissen, wie der Himmel schmeckt.
Das Wiesel duckt sich wild und aufgeschreckt
und wird vielleicht nun doch zum Nachbar kriechen,
weil sich mein Herz so eng zusammenzieht.
Ich weiß nicht, ob der Himmel niederkniet,
wenn man zu schwach ist, um hinaufzukommen?
Den Apfel hat schon jemand weggenommen …
Doch eigentlich ist meine Stube gut
und wohl viel wärmer als ein Baum voll Schnee.
Mir tut auch nur der halbe Schädel weh
und außerdem geht jetzt in meinem Blut
der Schlaf mit einer Blume auf und nieder
und singt für mich allein die Sternenlieder.

 

Si dice che Dio renda la vita difficile a coloro che ama. Se è così, deve avere amato molto Christine Habernig, nata Thonhauser, in letteratura Christine Lavant.

Nona figlia di un minatore, nasce il 4 luglio 1915 in una famiglia poverissima di un piccolissimo borgo della Carinzia. A cinque settimane di vita si manifesta una scrofolosi (sono andata a vedere, è una cosa orribile) su petto, collo e viso; la neonata perde quasi completamente la vista. A tre anni compare la prima polmonite, che in seguito si ripresenterà quasi ogni anno. Nel 1919, in occasione di un ricovero ospedaliero, la bambina viene giudicata non in grado di sopravvivere. Nel 1921 è però in prima elementare, e in seguito a un ricovero a Klagenfurt anche i suoi problemi di vista migliorano. Un medico dell’ospedale di Klagenfurt le regala le opere di Goethe che lei si porta a casa nello zaino percorrendo a piedi sessanta chilometri. Nel 1927 sta di nuovo male: tubercolosi polmonare e ancora la scrofolosi. Considerato che la prognosi è di un anno di vita, viene sottoposta a una radioterapia molto rischiosa, che però porta alla rapida scomparsa di entrambe le patologie (pare che il fazzoletto annodato dietro la nuca, che porta in quasi tutte le foto e i ritratti, abbia lo scopo di nascondere le ferite (?) dovute alla scrofolosi e alla radioterapia). Può così portare a termine la scuola elementare, ma la frequenza della scuola media deve essere interrotta perché il tragitto è troppo lungo per una bambina dalla salute così cagionevole. Christine passa il tempo aiutando un po’ in casa, legge, scrive, dipinge, impara il lavoro di magliaia grazie al quale manterrà in seguito se stessa e il marito. Un’otite non diagnosticata la lascia sorda da un orecchio. Nel 1932 un editore di Graz, dopo aver inizialmente mostrato interesse, rifiuta un suo romanzo. Christine distrugge tutto ciò che ha scritto e rinuncia, crede in modo definitivo, alla scrittura. In seguito a ricorrenti crisi depressive, nel 1935 decide di farsi ricoverare in una clinica psichiatrica di Klagenfurt. Rimasta sola dopo la morte dei genitori (i fratelli e le sorelle sono da tempo fuori casa), sposa nel 1938 il pittore Josef Habernig, di trent’anni più anziano di lei, conosciuto l’anno prima. Pare che l’abbia sposato per assicurargli una vecchiaia tranquilla. Mah. Quando, dodici anni più tardi, incontrerà il grande amore, il pittore Werner Berg, ci saranno momenti in cui il matrimonio le peserà molto. D’altra parte anche Werner Berg è sposato, ha cinque figli e una situazione economica difficile. Insomma, tutto molto complicato. [Credo che il ritratto di Christine riportato in alto sia opera sua, anche se non l’ho proprio trovato confermato nero su bianco.]

Dal 1938, anno in cui muore la madre e in cui Christina sposa Habernig, al 1950, quando conosce Werner Berg, le cose sono comunque un po’ cambiate. Ha cominciato a pubblicare – soprattutto poesie, ma anche racconti – e a farsi un nome nell’ambiente letterario. Dal 1950 in poi le pubblicazioni si susseguono e premi nazionali sanciscono la qualità dell’opera. Christine è in contatto epistolare con personalità di spicco dell’intellighenzia austro-tedesca – e tuttavia continua a fare la magliaia e a vivere in ristrettezze economiche. Nel 1955 la relazione con Werner Berg è sostanzialmente conclusa, la convivenza col marito poco piacevole: “Da giorni ormai ho la bronchite e un po’ di febbre, e interiormente sono a pezzi come non mai. Ira amarezza abbandono odio. Sono sola tutto il tempo. Habernig esce come al solito due volte al giorno e vuole mangiare e dorme e io lo odio lui e tutto quanto.” (Lettera a Ingeborg Teuffenbach, inizio 1956). La carriera procede, la salute peggiora. Dal 1963 in poi si moltiplicano i soggiorni in ospedali e case di cura. Muore in seguito a un ictus il 7 giugno 1973. (Informazioni desunte da Wikipedia deutsch e da altre fonti tedesche reperite in rete)

Le edizioni Effigie hanno pubblicato nel 2016 un’antologia di Poesie di Lavant scelte da Thomas Bernhard per Suhrkamp nel 1987 e tradotte da Anna Ruchat, antologia che io però non conosco. A quello che ho potuto capire, Bernhard ha epurato gran parte della componente troppo acquiescentemente religiosa. Un esempio di religiosità eccessivamente remissiva potrebbero essere, nella poesia presentata e malgrado la forma dubitativa, i due versi: “Chissà se il cielo scende dalle alture / quando si è troppo deboli a salire” – Ich weiß nicht, ob der Himmel niederkniet, / wenn man zu schwach ist, um hinaufzukommen? – versi che anch’io ho trovato leggermente irritanti, oltre che non del tutto in tono col resto. La poesia, in effetti, non compare nella scelta effettuata da Bernhard, che d‘altronde considerava Lavant una vittima della sua educazione cristiano-cattolica. Personalmente, quello che mi ha conquistato in questa lirica è l’autoironia.

Qui una bella recensione del volume pubblicato da Effigie.

Le poesie di Lavant che ho trovato in rete (purtroppo senza indicazione della raccolta di appartenenza o dell’anno di pubblicazione) sono molto austriache: un po’ simboliste, un po’ espressioniste, intimiste e affascinanti.

 

 

 

IL NATALE DEL MISCREDENTE. Quattro sonetti per le incombenti festività

presepe

 

  1. RACCOGLIENDO IL MUSCHIO PER IL PRESEPE

 

Il muschio di dicembre mi avviluppa

nella luce nascosta che lo infiamma;

fiamma che non consuma incerta fiamma

come fuoco che in macero si inzuppa.

 

Rosa canina attorta si sviluppa

in mistico segnale d’orifiamma,

bacca appuntita bacca come fiamma

che non avvampa sulla rama zuppa.

 

Merlo d’inverno crocchia tra le frasche

(rosse per un incendio inesistente)

il suo piumaggio di carbone tinto.

 

Per il presepe cavi dalle tasche

gusci stecchetti tarde infiorescenze:

il vero in miniatura – e tutto finto.

 

 

2. NOTTE SANTA

 

La notte, dicono, è salita in cielo.

La terra che ha sguarnito resta vuota;

disancorata, su, gira la ruota

col tintinnio degli angeli del gelo.

 

Dentro le trombe soffiano con zelo

da una distanza sempre più remota;

per l’ossidata patina la nota

s’invischia in un verdastro ragnatelo.

 

Strumenti musicali impreziositi!

Plettri d’argento, cimbali, ribeche,

violini sideréi, disarmonie –

 

tutto un armamentario di squisiti

vecchiumi fessi, di ori di pianete

– persi fra bui cespugli di lumie!

 

 

3. GIORNO DI NATALE (dal mattino al crepuscolo)

 

Un po’ di neve sporca, un po’ di nebbia,

acqua d’acquasantiera (genuflesso),

e dopo i cappelletti un po’ di lesso

coi sottaceti.

 

Un po’ di freddo in chiesa, poi si annebbia

lo schermo parrocchiale ora dismesso,

si brucia la pellicola al riflesso

d’altri pianeti.

 

In casa il padre arrotola i trinciati,

volge le spalle ai vetri ed alla bruma;

fuori la sera impasta con la scopa

 

biacca di neropiombo sui selciati;

invano nelle pozze cerchi una

acqua d’Europa.

 

 

4. EPIFANIA

 

Hanno deposto i doni sulla paglia,

adorato il bambino – neanche sanno

perché si sono messi in tanto affanno.

Ripartono fra ali di plebaglia.

 

Adocchiano lassù la nuvolaglia

senza timore: ché il celeste danno,

la cometa foriera di malanno

sospesa sopra l’asino che raglia

 

si lasciano alle spalle. Dan di sprone.

La carovana segua come può,

loro hanno fretta: li sospinge il vento

 

inebriante di liberazione.

(Trascorrono la vita che passò,

i secoli che durano un momento).

 

[Avvertiti dall’angelo, i re magi se ne tornarono per un’altra strada. E non seppero nulla del macello che avevano causato con le loro incaute domande.]

 

 

JOHANNES VON HILDESHEIM, Dei doni dei Magi e del loro significato

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“I Magi avevano con sé molti doni preziosi e ricchi gioielli. Questi tesori erano giunti in Caldea, in India e in Persia attraverso il re Alessandro di Macedonia; più tardi la Regina di Saba li aveva portati nel Tempio di Salomone, e dopo la distruzione di Gerusalemme i preziosi arredi e gli oggetti di inestimabile valore erano stati razziati dal Tempio e dal Palazzo per mano dei Caldei e dei Persiani. I Magi recavano ora questi antichi manufatti d’oro e d’argento, queste gemme e perle e pietre preziose dalla loro terra a Betlemme; di tutto volevano far dono al Signore.

Trovarono il Bambino esattamente nello stato di grande povertà riportato dai pastori. Nella capanna cadente, la luce della stella portentosa irradiava un tale chiaro splendore che tutti erano come in un fuoco. Furono talmente confusi da queste cose che dai loro bauli spalancati afferrarono quello che gli capitava sotto mano: il Re Melchior diede a Gesù trenta monetine d’oro e una piccola mela, pure d’oro, che si poteva stringere in una mano. Il Re Balthasar gli donò l’incenso, il Re Kaspar porse – con le lacrime agli occhi – un vaso di mirra. Erano in preda a un divino sgomento, ardevano di intima devozione e non fecero caso a nulla di ciò che disse Santa Maria. Udirono soltanto che disse piano, col capo un po’ chino: “Sia grazie a Dio”.

La mela d’oro che Melchior donò a Gesù era appartenuta anch’essa al grande Alessandro. La mela doveva significare il mondo. Alessandro l’aveva fatta fare utilizzando piccole parti del tributo che gli veniva da tutte le sue province e la portava sempre con sé. La racchiudeva nella mano come racchiudeva il mondo nel suo potere. Al suo ritorno dal paradiso terrestre aveva lasciato la mela in India.

Il significato dei doni dei Magi viene spiegato dai dotti in molti libri in diverso modo; sul perché il Re Melchior abbia donato a Gesù la mela c’è un generale consenso: la rotondità della mela indica l’infinito, infatti un globo non ha né inizio né fine. Il globo è il simbolo della sfera, dell’universo, e contemporaneamente simbolo della potenza di Dio, la quale comprende l’alto dei Cieli, il profondo dell’Inferno e i confini del mondo. Nella sua mobilità e mutevolezza  il globo è anche un simbolo del pentimento dei peccatori. Come la fede cristiana crebbe e si rafforzò, si diffuse il costume – dapprima in Oriente – per re e imperatori di tenere nella mano una mela d’oro come segno del dominio.

Fra le varie interpretazioni dei doni dei Magi, si dice anche che l’oro doveva aiutare Maria e il Bambino nel bisogno, l’incenso purificava l’aria pesante della stalla, e la mirra doveva tener lontani i vermi dal Bambino.

Bisogna sapere inoltre che si usa in Oriente, in occasione dell’ingresso di un sultano o di un re in una città o in un villaggio, bruciare davanti alle case incenso o mirra. Chi non lo fa, viene considerato ribelle e punito, poiché questo olocausto di aromi significa fino al giorno odierno sottomissione e obbedienza nei confronti di Dio, dei simulacri degli dei e del re. Per questo è stato sempre più facile indurre i martiri a adorare i simulacri degli dei che non a bruciare incenso davanti a essi, e i Saraceni chiedono ai cristiani convertiti, come prova della loro sincerità, prima di tutto il sacrifico dell’incenso.”

Johannes von Hildesheim, La Leggenda dei Re Magi

Questo brano mi piace per due motivi.

Uno è il secondo paragrafo, dove lo stato di grande povertà del Bambino passa senza transizione nel chiaro splendore di fuoco della stella. Tutto il quadro – in particolare il fatto che i Magi siano talmente assorti nella luce da non cogliere nulla di quanto dice Maria, tranne alla fine la piccola frase e la posizione del capo – è surreale nel più puro senso di Breton.

L’altro è che vi appaiono evidenti i deliri dell’interpretazione.

A parte ciò, l’Epifania potrebbe essere una bella festa, piena di sfarzo, di lusso e di esotica voluttà. Però è sempre una festa triste, perché il giorno dopo ricomincia il quotidiano.

Nota filologica: il codice contenente la Historia beatissimorum trium regum di Johannes von Hildesheim, monaco carmelitano del XIV secolo, fu rinvenuto da Goethe nel 1819. Io ho tradotto dalla traduzione tedesca di Elisabeth Christern, DTV 1963. Mi sarebbe piaciuto avere a disposizione l’originale latino, per un confronto, ma non l’ho trovato. Cioè, ho trovato il codice, nudo e crudo, qui. Ho individuato il brano, che si trova alle pagine 27-29. Ma leggerlo tutto era veramente troppo faticoso; e in ogni caso per una corretta comprensione del testo, che vada oltre il puro livello sintattico-grammaticale, servirebbero competenze che non ho.