LA NOSTRA PICCOLA ATENE E ALTRE CANGONIANE PRELIBATEZZE

Ne è passato del tempo da quando Flaiano scriveva: “C’è un sacco di gente che vive e lavora a Macerata”. A occhio una settantina d’anni.

Io nelle Marche ci ho passato due o tre mesi circa trentacinque anni fa – quindi a metà strada fra Flaiano e oggi. Abitavamo dalle parti di Jesi, Macerata non l’abbiamo vista però abbiamo girato parecchio: Senigallia, Urbino, Fabriano, Osimo, Loreto, Recanati, più altre città e cittadine che ho dimenticato. Bellissime le Marche; splendide. Noi venivamo dall’Emilia – in fondo da poco lontano; eppure era come fare un salto back to the past: come trovarsi spostati in un tempo di molto precedente la propria nascita. Sembrava di essere nell’Ottocento. Splendido – soprattutto per un film in costume.

Dicevamo: ne è passato del tempo. Sì perché adesso, secondo Lamillo Cangone (qui), Macerata sarebbe “la nostra piccola Atene”. Ora, si sa che i Parmigiani sono larghi di bocca e che Parma stessa è considerata dai suoi abitanti la piccola Parigi (con annessa la piccola Versailles di Colorno); tuttavia dare della “piccola Atene” a qualsiasi città o cittadina italiana quattro secoli dopo il Rinascimento significa caricarla di un peso che rischia di mandarla a gambe all’aria nel ridicolo (ma il vero cristiano non teme il ridicolo – anzi lo cerca e se ne fa una corona del martirio). Se però andiamo nel merito – perché “piccola Atene”? D’accordo che ospita la casa editrice Quodlibet – che è più di quanto possano offrire non solo Parma, ma tutt’e cinque le città dell’Emilia messe assieme -, tuttavia è sufficiente la lanterna magica di Quodlibet a proiettare l’Atene di Pericle sugli intonachi di Macerata? Probabilmente no – non fosse che altre magiche lucine giungono in soccorso, ad esempio Giometti & Antonello, piccola casa editrice della piccola città di Macerata, la nostra piccola Atene”, che pubblica Quando la casa brucia, che naturalmente non può essere che “un piccolo libro” del (piccolo?) filosofo Giorgio Agamben. Roba cichina roba fina, come dicono.

Il n’en reste pas moins che non ordinerò Quando la casa brucia: ne ho avuto un assaggio (qui) ed è bastato. Ma sentiamo invece cosa dice il Cangone di queste “poche pagine per un’esperienza estetica di vetta”. Esordisce con: “Giorgio Agamben non sempre lo condivido ma sempre lo leggo”, dimostrando di non essere affatto quell’antimoderno che dicono, ma anzi di partecipare volentieri al più attuale e recente scempio della lingua italiana, ché non si fa scrupolo di condividere le persone. Forse gli provoca un brivido erotico come tagliare a pezzi le oche; e chissà con quali convitati lo condivide, e cucinato come.

Giorgio Agamben gli piace “perché è un raro filosofo poetico, imaginifico, lirico” – cioè precisamente quello che un filosofo non dovrebbe essere; d’altra parte solo così può strappare a Cangone entusiasmi dannunziani (e chissà come sarà contento Agamben di essere accostato al vate), dal momento che, viceversa, i filosofi che fanno i filosofi secondo Cangone sono “senza lingua e dunque nient’altro che professori”. Quest’ultima osservazione rientra nella critica cangoniana all’università – nella fattispecie alle facoltà umanistiche e in particolare alla filosofia. Inutile dire che farebbe più bella figura a lasciar criticare l’università a chi l’ha fatta. Un po’ come con i parenti: ognuno si critica volentieri i suoi, ma se la critica viene dall’esterno – da uno che non ha titolo – immediatamente e giustamente ci si sente irritati.

Ma il punto è che nel “piccolo libro”, che è ovviamente “apocalittico”, mi stupisco solo che non sia anche magmatico, manca all’appello l’aggettivo ‘magmatico’, “l’enorme momento che stiamo vivendo” viene “svelato come svelamento”. Non sto scherzando, sto citando: “svelato come svelamento”. In quindici righe di cazzate, nel corso delle quali l’imaginifico Agamben finisce servito su uno spiedino fra intellettuali nazisti e rondelle di peperoni – e ben gli sta, così impara a fare il poeta anziché il filosofo – troviamo anche questa perla: “svelato come svelamento”.

Se lo merita Agamben di finire nella biblioteca del Cangone – magari di fianco a Costanza Miriano sotto il manto di San Giuseppe.