À SUIVRE…6 (DEI VALORI POSITIVI IN LETTERATURA)

di Elena Grammann

Se c’è qualcosa di Hegel e di quelli che lo hanno messo in piedi che mi è passato nella carne e nel sangue, è l’ascesi contro l’affermazione immediata del positivo.
                                                            (Th.W.Adorno)

Credo che possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che la letteratura ha qualcosa a che fare con la verità. Naturalmente non al modo del concetto, che desume dai fenomeni elementi simili o costanti e li raggruppa, li organizza, crea sistemi di comprensione formali, cioè adattabili a vasti insiemi di fenomeni individuali, e sovrapponibili a questi come griglie. Ma distinti: i concetti ci aiutano a capire i fenomeni ma non sono fenomeni. (… Continua su Poliscritture)

À SUIVRE… 4 (Fortini e la scienza della divulgazione: Ventiquattro voci per un dizionario di lettere)

Franco Buffoni: Una settimana fa è uscito Silvia è un anagramma e da più parti mi si sollecita a rispondere alle critiche. Certo, potrei farlo, ma non credo che avrebbe senso quando chi critica dimostra palesemente di non possedere una bibliografia aggiornata sui temi inerenti all’orientamento sessuale e agli studi di genere.

Ennio Abate: Lo faccia, Buffoni, Segua, se è in grado, l’esempio di Fortini: “Bisogna scaldarsi – disse all’incirca – con quello che si ha. Io su molte cose preferisco essere un arretrato, un tonto, perché non posso, non ho tempo, non ho testa. È giusto che sia così, Non servono le ultime novità. Un buon manuale liceale spesso è sufficiente. In filosofia o punti sullo specialismo o punti sull’ignoranza. I due – il filosofo e il tonto – s’incontrano e vanno a passeggio conversando.”

(http://www.leparoleelecose.it/?p=38960)

  1. Scrivere a cottimo

Nei primi anni ’60, perdurando l’epoca d’oro delle enciclopedie e altri repertori venduti a fascicoli nelle edicole, era piuttosto frequente che intellettuali e specialisti di vaglia redigessero le voci relative al proprio campo o alla propria specialità. Anche quando editore e piano dell’opera garantivano un accettabile livello di serietà, è chiaro che questo genere di articoli non poteva avere né carattere di ricerca, né essere altrimenti fonte di prestigio o di particolare gratificazione per l’autore. Erano scritti divulgativi: un lavoro svolto onestamente, il cui senso per colui che redigeva, magari con un sentimento di sufficienza se non quasi di vergogna, era di costituire una fonte di reddito. (… Continua su Poliscritture)

À suivre… 2 (Sandro Briosi e la Coscienza di Zeno)

Sulla rivista on line Poliscritture di Ennio Abate è stata pubblicata oggi la mia recensione del Commento di Sandro Briosi a La coscienza di Zeno: “Coscienza (di Zeno) e malafede”.

Buona lettura!

Buffoni e il coming out postumo. (Su Franco Buffoni, SILVIA È UN ANAGRAMMA)

(Articolo originariamente uscito sulla rivista on line Poliscritture)

Koma ut. Agli inizi del X secolo dopo Cristo molti Norvegesi, piuttosto che sottostare alle pretese centralistiche del re HaraldrHárfagr, preferirono abbandonare la patria ed emigrare nella selvaggia e inospitale Islanda. Il fenomeno si chiamò koma ut (letteralmente “venir fuori”).

Fra il XIX e il XX secolo l’espressione coming out – precisamente la stessa – è stata ed è tuttora usata “per indicare la decisione di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale” (Wikipedia)– ovviamente quando si discosti da quello che ci si aspetterebbe di default. E non è detto che abbia richiesto, e in determinati contesti ancora richieda, minor coraggio e determinazione che non l’imbarcarsi su una nave vichinga alla volta dei ghiacci di un’isola lontana.

Nel passaggio dal significato 1 al significato 2 si può leggere idealmente la transizione, durata secoli, da un’antropologia dominata dall’idea di collettività e delle regole atte a mantenerla, a un’antropologia centrata invece sul singolo e sui suoi imprescindibili diritti.

Il libro di Buffoni è una richiesta di coraggio e determinazione, un’esortazione al coming out, a sollevare il velo sulle varianti naturali dell’orientamento sessuale, e questo non solo per franchezza e rifiuto dell’ipocrisia, ma come propedeutico a una nuova normalità in cui l’orientamento sessuale non sia attribuito d’ufficio sulla base del certificato di nascita, ma il risultato di una libera e autonoma presa di coscienza di sé e del proprio desiderio (quando non sia, come appare verosimile in tempi recenti, un prodotto della libera creazione del sé). Quando questa nuova normalità sarà pienamente raggiunta, i traumatismi rivoluzionari del coming out saranno superati e obsoleti.

Ancora però non lo sono, e non bastando l’esortazione al presente, Buffoni scava negli ultimi due secoli alla ricerca di coming out possibili, probabili, fortemente o labilmente indiziari, li promuove alla luce, o anche li estorce a chi non ha voluto, o potuto, farli. Questa, in sintesi, l’operazione – lodevole negli intenti, non sempre convincente nel metodo e nei presupposti.

Prose saggistiche. Su “Nuovi Argomenti” una scelta di estratti è così brevemente introdotta: “Silvia è un anagramma è un libro di prose saggistiche di Franco Buffoni”. La definizione è corretta. Le prose, di varia lunghezza e liberamente collegate per analogie, coincidenze temporali, affinità e opposizioni, sono raggruppate in cinque sezioni, tre delle quali più o meno monograficamente dedicate ai personaggi che vediamo in copertina: Leopardi, Pascoli, Montale. Al di là della ripartizione in sezioni tuttavia mi pare che si possano distinguere tre nuclei fondamentali, abbastanza fluidi e intersecantesi ma comunque riconoscibili: uno studio biografico su Leopardi essenzialmente basato sulle lettere del poeta a Ranieri; un martirologio; la questione del neutro accademico eterosessuale.

Martirologio. Il martirologio è efficace e convincente. D’altra parte ogni collettività, variamente individuata, ha il suo, ed è caratteristica dei martirologi l’essere retoricamente, quindi emotivamente e persuasivamente, efficaci e convincenti[1].

Leopardi. La tesi dello studio biografico su Leopardi è che egli sia stato “quasi certamente” omosessuale. Le citazioni dalle lettere a Ranieri sembrerebbero sostenere la teoria; altre considerazioni (perché non si è sposato – lui, il figlio del conte Monaldo, in un’epoca in cui i matrimoni erano un fatto di interesse e accordi fra famiglie? Perché, invece di star lì a lamentarsi, non si faceva le contadine di suo padre?) molto meno. Del resto, la vera o presunta omosessualità di Leopardi potrebbe esserci indifferente. Ma non lo è stata a lui, direbbe Buffoni. Ci stiamo spostando in zona martirologio? O il punto è un altro, il punto è che l’omosessualità è la vera scaturigine della poesia e della filosofia leopardiana? Che Dio non esiste, per parafrasare Tommaseo, non perché le petit comte è gobbo, ma perché è omosessuale in un contesto in cui l’omosessualità non è un’opzione? In altre parole, qual è l’importanza della (corretta) biografia per l’opera?

Ovviamente sarebbe assurdo sostenere che la vita dell’autore, la sua individualità empirica, rimanga al di qua di un’ipotetica barriera che la separa dall’arte, dalla produzione dell’arte; ma già quando si passa a considerare la fruizione il discorso si fa parecchio più sfumato.

Per giustizia biografia è il sottotitolo del libro di Buffoni. Che l’esercizio di giustizia biografica si applichi esclusivamente a scrittori e intellettuali è dovuto al fatto che “purtroppo non si hanno le testimonianze degli operai gay, dei fattorini gay, ma solo degli scrittori gay. O almeno di quel poco che hanno lasciato”. Sembrerebbe quindi che a determinare la scelta sia un fattore esterno e accidentale: la presenza o assenza di documenti. Ma mentre, anche in presenza di documenti, il lavoro di ricerca su operai e fattorini sarebbe rimasto circoscritto alla biografia, è evidente che con gli scrittori esso si allarga inevitabilmente all’opera, dando origine a una certa ambiguità di cui Buffoni è consapevole, tant’è vero che ripetutamente si interroga o interroga altri sull’importanza della biografia per l’opera – nel senso della produzione, certo, ma anche di una corretta fruizione e interpretazione.

Torniamo a Leopardi e facciamo un esperimento sul campo. Ammetto che il campione è esiguo, essendo costituito unicamente da me; ma garantisco la maggiore obiettività possibile. Dunque, dopo aver letto il libro di Buffoni riprendo in mano il ciclo di Aspasia, dietro cui si celerebbe Antonio Ranieri. Le pur scarse note di una vecchia edizione tascabile indicano ripetutamente, come ispiratrice del ciclo, la nobildonna fiorentina Fanny Targioni Tozzetti. A riprova dell’efficacia della scrittura di Buffoni, a ogni menzione del nome sobbalzo come per un’indecente impostura. Quando però cerco di analizzare la reazione, scopro che è la versione esacerbata di un fastidio preesistente – preesistente alla lettura di Buffoni e a ogni suggestione di omosessualità leopardiana. Un fastidio che poteva prendere la forma di “Chi è costei? Cosa c’entra? Come si permette di immischiarsi o di essere immischiata?” – e questo non per un pregiudizio idealista, ma perché è la reazione richiesta dal testo – che ovviamente non cambia se al posto di “costei” ipotizziamo “costui”.

Tracce. Nell’opera di Leopardi non c’è nulla che supporti un’ipotesi di omosessualità. Possiamo affermarlo perché, se ci fosse, Buffoni lo avrebbe trovato. Per altri, più recenti poeti, singoli versi e interi componimenti vengono sottoposti alla questione finché non dicono tutto quel che hanno da dire e anche di più. E la corrispondenza privata arriva dove non arrivano i versi. Dopo aver citato stralci di lettere di Clemente Rebora, Buffoni si chiede:

“A quali labbra sta pensando Rebora quando scrive: “…la parola senza bacio lascia più sole le labbra”?”

Posto che non lo sapremo mai, a chi o a che cosa gioverebbe saperlo? Non alla comprensione della poesia (Sacchi a terra per gli occhi), che di questa informazione non ha bisogno. La domanda ha valore di insinuazione, che assieme al detto e non detto delle lettere deve persuadere il lettore dell’omosessualità di Rebora.

Psicologismi. A che pro? Per giustizia biografica – ma la giustizia biografica così perseguita finisce per caricare di psicologia qualcosa – l’opera – che psicologico non si vuole, che si vuole metafisico, dialettico, storico, ma non psicologico – nemmeno nel senso di una sublimazione.

Fare giustizia biografica, vera o presunta, nel caso di uno scrittore, o ha il senso di una resa dei conti postuma (come per Eliot e Montale, presunti omofili-omofobi, omofobi perché omofili), che come ogni sottolineatura delle “cattiverie” dell’autore nuoce più che non giovi all’opera, o comunque, nella ricerca ossessiva delle tracce, finisce per fare grande spazio a dati empirici, spesso incerti, in qualcosa che, quale che sia il punto di partenza, non empirico vuol essere ma sistemico e strutturale.

Travisamenti. Altra cosa naturalmente quando essere a conoscenza dell’omosessualità dell’autore è essenziale per una corretta comprensione del testo, che viene invece consapevolmente travisato per esercizio di censura. E qui Buffoni ci serve il gustosissimo caso di una sua poesia (Rewind) inserita in un’antologia per le scuole medie, il cui curatore, pur di non menzionare l’omosessualità dell’autore, fa dell’io lirico un tifoso dell’Inter.

Come evitare questi e più gravi travisamenti? Buffoni propone, anzi richiede espressamente, che a fianco di ogni nome di autore venga indicato l’orientamento sessuale: Rewind, di Franco Buffoni (omosessuale); L’isola sarà guardata nella sua bellezza, di Milo De Angelis (eterosessuale). Ma a parte che per i poeti defunti e non autodichiarati l’indicazione sarebbe sempre fino a prova contraria e il cartellino necessariamente ballerino, perché non aggiungere altre determinazioni quali tirchio/generoso, socievole/misantropo, malinconico/solare, borghese/proletario  ecc.? Perché, dice Buffoni, la sessualità è centrale per l’identità.

Sessualità. Porre la sessualità al centro dell’identità biografica–operazione che richiederebbe comunque un fondamento un po’ più ampio della semplice citazione da Parise: “Ogni uomo, uno scrittore, un poeta, un artista è quello che è la sua sessualità” –potrebbe essere tuttavia meno dirimente di quanto si immagina Buffoni. Dico questo in un’ottica per nulla passatista. Il + dell’acronimo LGBT+ tende virtualmente all’infinito. Non si tratta più di una sessualità “forte” che incanala la vita in un paio di varianti naturali riducibili alle categorie omosessuale-eterosessuale; ma di una vita (e di una identità) sempre più indeterminata che ingloba una sessualità sempre più accidentale e polimorfa. La delibera dell’OMS che definisce l’omosessualità “una variante naturale della sessualità umana” (17 maggio 1990) arriva tardi; arriva quando già la natura ha perso i pezzi ed è sempre più sostituita dall’artificiale.

Neutro accademico eterosessuale. L’obiettivo più generale di Buffoni è lo smantellamento del “neutro accademico eterosessuale, spacciato per universale” che ancora domina nella critica italiana. Ciò significa il rifiuto dell’ipotesi eterosessuale di default, cioè fino a lampante prova contraria. Buffoni chiede che l’onere della prova passi a carico dell’eterosessualità. Cioè, l’ipotesi ora sarebbe: omosessuale fino a lampante prova contraria. Non è che un ribaltamento di astratta universalità, ma perché no; se da un’ipotesi di default dobbiamo partire, perché non da quella. In effetti non c’è motivo, e bisogna ammettere che il grigiore accademico è positivamente fastidioso e in molti casi sicuramente falsificante. Il problema però è che poi nel libro di Buffoni ci si trova davanti a cose che lasciano un po’ perplessi. In senso argomentativo intendo:

“In conclusione, sull’argomento degli scritti di Leopardi relativi all’omosessualità, oltre ai brani e agli episodi citati [che non dimostrano nulla, n.d.r.], e naturalmente oltre alle lettere inviate a Ranieri, resta il dubbio – avanzato da più parti – che a Recanati ancora vi siano degli inediti giovanili, bloccati dal pudore degli eredi e dall’anelito al neutro grigiore eterosessuale degli accademici.”

Resta il dubbio? E cosa vuol dire? Su quale base viene avanzato il dubbio? Ha senso trattare degli ipotetici inediti leopardiani come il bosone di Higgs?

“Ma il contino Giacomo sorrideva anche malizioso leggendo il contemporaneo commento di Marsilio Ficino al Simposio di Platone e compulsando il Castiglione e il Poliziano: Giove e Ganimede come daddy e twink. Chi sarebbe stato il suo daddy? Forse Adriano, sognandosi Antinoo? Oppure Aristogitone configurando sé stesso come Armodio?

Di certo non ne poteva parlare con il daddy vero, sulle prime fiero poi geloso di lui, delle sue doti letterarie. E nemmeno col fratello Carlo, che aveva in testa solo l’idea fissa delle contadine giovani a carponi. O con Paolina, affettuosa ma troppo intrigante e pettegola. Men che meno con la signora madre marchesa Adelaide …”

Trascinati lungo la sfilza di personaggi con cui il contino Giacomo non ne poteva parlare, dimentichiamo che il ne, il complemento di argomento, ciò di cui il contino non poteva parlare, è una scena nella fantasia di Buffoni.

“Come Pound – suo mentore e ‘miglior fabbro’ aveva capito benissimo (basta saper leggere tra le righe nelle lettere che Pound gli scrive) – il problema di Eliot era di nascondere e possibilmente far sparire ogni traccia della sua omosessualità.”

Il punto non è se Eliot fosse o no omosessuale. Il punto è la frase: “basta saper leggere tra le righe”. Chi sa leggere tra le righe? Chi decide chi sa leggere tra le righe? Perché spesso, a leggere tra le righe, quello che si vede è soltanto il proprio occhio.

“Recentemente, in una conversazione con Milo De Angelis, da sempre grande lettore di Cesare Pavese, mi venne spontaneo suggerirgli: “Non ti è mai venuto in mente che Cesare Pavese potesse essere omosessuale?” “Ma non ci sono evidenze” mi rispose.

Proprio questo è il punto. Mentre se uno è eterosessuale le “evidenze” ci sono sempre, se uno è omosessuale fa di tutto perché non si capisca, perché non si sappia.”

Quindi: se ci sono evidenze che uno è omosessuale, è chiaro che è omosessuale. Mentre se non ci sono evidenze è molto probabile, quasi certo, che sia ugualmente omosessuale.

C’è qualcosa che non va.


[1]È di oggi (13.09.20) la notizia che nel Napoletano una ragazza è stata investita e uccisa dal fratello per punirla del suo orientamento sessuale “deviante”. E poi ci meravigliamo degli islamici.