Emmanuel Carrère, LIMONOV

Limonov

Emmanuel Carrère, Limonov, Adelphi 2012, € 19

 

Fenomenologia di un libro

Può essere talvolta interessante, o almeno curioso, dopo che si è letto un libro confrontare l’impressione che se ne ha ora, e di cui magari si cerca di rendere conto, con la prima, vaga, legata alla copertina, a due cose che si erano sentite su di esso o sull’autore, più raramente alle lodi iperboliche o alla citazione enigmatica sul retro. Può capitare che, una volta completato il periplo della lettura, costellato di entusiasmi, adesioni incondizionate, partecipazioni più tiepide o franche delusioni, ci si ritrovi abbastanza vicini a quella prima, malgiustificata impressione – vuoi per un caso, vuoi per un’inconscia influenza del pre-giudizio sul giudizio, vuoi per un meno inconscio, forse, desiderio di attribuirsi capacità divinatorie.

Quando Adelphi, nel 2012, l’anno seguente la sua uscita in Francia, pubblica Limonov, io di Emmanuel Carrère non so niente. Però mi fa strano. Non mi sembra un nome da scrittore serio: troppe e, troppe vocali chiare, troppo tutto a posto (nessuno si scandalizzi, siamo nel simbolismo dei suoni). Ma andiamo con ordine: vedo il libro Adelphi sullo scaffale Adelphi della (ormai unica) libreria della mia città, ben in vista, di faccia, e ne ricavo un’impressione di incongruenza con l’uniformità editorial-rilegatoria che lo circonda. Intanto, come dicevo, il nome dell’autore; poi la foto in copertina – bella foto, per carità, con lo stesso quid di impertinenza che caratterizza la presenza del volume su precisamente quello scaffale. Però vuol dire che è una persona vera. Più che vera: è ancora viva. Non so se quella volta lì o un’altra, perché il libro girato di faccia sullo scaffale ci rimane parecchio, dispongo dell’informazione che questo Carrère è anche, o principalmente, o era, giornalista. Questo spiega tutto. Speriamo che il libro venga presto disposto di dorso, come gli altri, e Limonov smetta di spaesarci col suo conturbante mezzo sorriso.

Un paio di anni più tardi – nel frattempo è uscito Il regno, ma io non ci ho fatto caso – il mio oculista, che non sapevo amante delle lettere, fra la conclusione della visita e la compilazione della ricevuta mi dice che ha letto Limonov, portentoso, una performance incredibile, e ne parla come di una succulenta pietanza. Adesso, dice, sta leggendo Il regno: bello anche quello ma non come l’altro. Non so bene cosa dire e mi dispiace, mi sento punta sul vivo, quella informata sulla letteratura francese dovrei essere io e non lui, finisce che ordino Limonov; arriva nel pacco Amazon e viene messo in attesa perché sono pur sempre quasi cinquecento pagine e ne ho degli altri davanti. Passano ancora dei mesi, mio figlio mi dice che ha letto un libro che gli è piaciuto moltissimo, vorrebbe che lo leggessi anch’io, si intitola L’Avversario ed è di Emmanuel Carrère. Decisamente è venuto il momento di occuparmi di questo scrittore (giornalista?). Nel frattempo i pregiudizi hanno virato al positivo, L’Avversario non mi entusiasma ai livelli di mio figlio ma lo trovo interessante per come riesce a leggere in chiave metafisica un episodio particolarmente drammatico di cronaca nera (la recensione qui); per usare una parola cara a Eduard Limonov il kairos è al colmo, mi sparo le quasi cinquecento pagine del libro eponimo, ho grandi aspettative.

Leggo con entusiasmo crescente le prime duecentocinquanta pagine, con entusiasmo decrescente le restanti duecentoquaranta. Peccato. Per voler dire tutto, l’autore coscienzioso ha detto troppo; per amor di completezza, per non omettere nulla dei fatti ha allungato a dismisura il brodo che, se vuol essere letterario, deve essere concentrato. Un libro scritto da un giornalista – peccato.

Si chiude il libro e si chiude pure il cerchio.

Due metà

In realtà il libro non è diviso in due parti ma in nove (oltre a un prologo e un epilogo), indicate con i nomi dei luoghi (Ucraina, Mosca, Parigi, New York…) e le date in cui si articola la vita avventurosa del protagonista. Tuttavia le due parti ci sono, e ben chiare. La prima – di gran lunga la più interessante – è la storia dell’adolescente, poi giovane uomo Eduard Savenko, in arte Eduard Limonov, del suo desiderio di distinguersi, di emergere, del rifiuto di accontentarsi di una seconda scelta, di una posizione di gregario, di un compromesso accomodante. Ad un certo punto, verso la metà del libro, a Parigi, quando sembra aver raggiunto il successo letterario e soprattutto il successo sociale di scrittore alla moda, Limonov diventa l’amante di una contessa non solo interessante ma anche assai influente. Carrière commenta: “un piccolo Rastignac[1] avrebbe saputo trarne vantaggio, ma di questo bisogna dare atto a Eduard: non è un piccolo Rastignac”. Carrère non nomina però qui l’altro eroe di romanzo dell’Ottocento francese, a cui Limonov assomiglia invece per più di un verso: Julien Sorel, il protagonista del Rosso e il Nero, il cui obiettivo non sono i soldi ma il successo in un senso più spirituale, più disincarnato: la gloria, l’aura di sacralità che emana dal potere glorioso; e che comunque è pronto a buttare tutto a mare per un punto d’orgoglio o d’onore. Ho trovato anche significativo, stupefacente quasi, che, allo stesso modo che i due eroi stendhaliani Julien Sorel e Fabrice del Dongo paradossalmente scoprono un’autenticità e pienezza di vita nel periodo passato in carcere, così quando il capo di partito Limonov, nel 2003, esce dal campo di lavoro russo con sconto di pena per meriti letterari, Carrère commenta: “Ha sempre pensato che la sua vocazione fosse addentrarsi il più a fondo possibile nella realtà, e la realtà era questa. Adesso è finita. Il capitolo migliore della sua vita si trova alle sue spalle.”

Anche in questa prima e più significativa parte del libro le vicende personali di Eduard Limonov si intrecciano alle vicende dell’Unione Sovietica e sarebbero incomprensibili al di fuori di esse; ma intanto la grossa parte della narrazione è occupata da Eduard Limonov, e poi dalla liquidazione di Krusciov nel 1964 alla liquidazione dell’URSS all’inizio degli anni ’90 non è che in Unione Sovietica sia successo gran che. Con il 1989 le cose si mettono a cambiare molto in fretta. Rientrato nel grembo slavo dopo l’“esilio” occidentale, Limonov, conquistato alla politica (una politica, quella nell’ex-URSS allo sbando, di fatto governata dal capitalismo sfrenato ma anche tradizionalmente percorsa da millenarismi e afflati salvifici), si vede sempre più e sempre più radicalmente coinvolto nei tentativi di governare il caos post URSS; la narrazione si fa riassunto delle guerre balcaniche prima e delle inconcludenze russe poi, occupa gran parte dello spazio, e, benché condotta con molta verve (ma duecento pagine di verve finiscono per risultare fastidiose, e su questo torneremo), si allontana dal punto, che è, o dovrebbe essere, Limonov. Il fatto è che su Limonov in fondo, a parte che invecchia, l’essenziale è stato detto, la struttura che fa l’interesse della sua personalità è stata delineata; le ultime duecentoquaranta pagine, nonostante gli sforzi di Carrère di caricarle di un senso che vada oltre, sono pura contingenza.

La bestia nera di Julien Sorel

L’infanzia di Eduard Savenko, a Kharkov in Ucraina, è all’inizio, nonostante la durezza quasi barbara della madre, un’infanzia felice. Eduard ammira il padre, piccolo ufficiale del KGB (ma un KGB, nelle mansioni, all’epoca, del sottotenente Savenko e nella percezione del figlio, del tutto privo dell’aura di minaccia e terrore che siamo abituati a collegare a questo “organo”), la famiglia vive in un complesso residenziale riservato agli ufficiali – complesso residenziale modesto, non si vada a pensare, tuttavia le famiglie sono fra loro, gli sembra di costituire una piccola società scelta, nutrono un moderato disprezzo nei confronti dei civili. Due “colpi del destino” compromettono questo modesto idillio: il piccolo Eduard ha consistenti problemi di vista; non solo non potrà essere ufficiale, lui che non si è mai immaginato altrimenti, ma è probabile che alla visita di leva sarà riformato (anche questo, mi pare, è un punto di contatto significativo con Julien Sorel: l’ideale, il Rosso, la carriera delle armi, è precluso a entrambi; a Julien per un veto sociale, a Eduard per un veto oculistico, ma sempre veto è). Il secondo “imprevisto” è anche più greve di conseguenze: il padre viene soppiantato nei suoi incarichi da un tale capitano Levitin che diventerà, senza nemmeno saperlo, la bestia nera dei Savenko. È l’inizio di un declassamento che porterà, o piuttosto, in un senso debole ma non del tutto errato, deporterà la famiglia dal centro di Kharkov alla più lontana periferia, alla porzione di banlieue denominata Saltov: il nulla nel nulla. Qui si consuma l’adolescenza di Eduard, ribelle, piccolo delinquente, dandy e aspirante poeta, e, infine, operaio in fonderia. L’operaio di fonderia, una sera che tornando dal lavoro non riesce a prender sonno, apre Il Rosso e il Nero, rilegge una scena, misura la distanza fra se stesso e Julien Sorel, fra quello che è e quello che avrebbe voluto essere, e tenta il suicidio. Ma soffermiamoci un istante sul capitano Levitin, questa figura anodina che diventerà, non lui ma il suo ruolo, un elemento chiave nella vita di Limonov e nel romanzo che porta il suo nome:

“Il nightclubbing[2] versione NKVD [sigla del futuro KGB], in cui Veniamin [il padre di Eduard] si sente relativamente realizzato, purtroppo non dura perché Veniamin si fa fregare il posto da un certo capitano Levitin, che diventa senza saperlo il nemico giurato dei Savenko e, nella mitologia intima di Eduard, una figura essenziale: l’intrigante meno bravo ma più di successo, la cui insolenza e sfacciata fortuna di cornuto vi umiliano, e non vi umiliano soltanto di fronte ai capi ma anche, cosa più grave, di fronte alla famiglia, di modo che il vostro ragazzino, pur professando lealmente il disprezzo dei genitori nei confronti di Levitin, non può impedirsi di pensare fra sé e sé, per quanto ciò lo faccia sentire in colpa, che suo padre è un po’ un disgraziato, un poverino in fondo, e che, a dirla tutta, il figlio di Levitin è proprio fortunato. Eduard svilupperà più tardi una teoria secondo la quale ognuno, nella vita, ha un capitano Levitin. Il suo farà presto la sua comparsa in questo libro sotto le specie del poeta Joseph Brodsky.”

Molto presto il giovane Eduard comincia a dividere l’umanità in “falliti” e “non falliti”, non conosce altre categorie antropologiche; la scrittura stessa, come dirà Carrère “non era mai stata per lui uno scopo in sé ma il solo mezzo alla sua portata per raggiungere il suo vero scopo, diventare ricco e famoso, soprattutto famoso”. Un’amica una volta, quando è ancora a Saltov, “gli dice che questo modo di dividere il mondo in falliti e non falliti è qualcosa di immaturo e soprattutto un sistema per essere sempre infelici. «Non sei capace, Eddy, di immaginare che una vita possa essere realizzata anche senza il successo e la celebrità? Che il criterio di una vita riuscita sia per esempio l’amore, una vita famigliare tranquilla e armoniosa?» No, Eddy non ne è capace e si gloria di non esserne capace. La sola vita degna di lui è una vita da eroe, vuole che il mondo intero lo ammiri, e pensa che ogni altro criterio, la vita famigliare tranquilla e armoniosa, le gioie semplici, il giardino coltivato al riparo dagli sguardi, siano delle autogiustificazioni da falliti”.

Paradossalmente però – o piuttosto coerentemente – Eduard non ammira coloro che hanno successo, almeno nella misura in cui sono ancora in vita. Per la gente di successo Eduard prova esclusivamente invidia e disprezzo come per altrettanti capitani Levitin, e in effetti lo sono: ciascuno di essi occupa il posto che spetterebbe a lui, Limonov. Questo non significa che provi ammirazione o anche soltanto solidarietà nei confronti dei falliti, questo no, mai. Ma se nella sua antropologia risolutamente antiumanista trova posto qualcosa come una simpatia, per quanto sotterranea, una pietà, una lealtà, esse andranno sicuramente a loro: i falliti. E forse nemmeno per grandezza d’animo; semplicemente perché non gli rubano niente.

Antiumanesimo

“Gli piace che Trotskij dichiari senza remore: «Viva la guerra civile!» Che disprezzi i discorsi da preti e da donnette sulla sacralità della vita umana. Che dica che i vincitori hanno ragione per definizione e che i vinti hanno torto e che il loro posto è nel pattume della storia”.

Il capitano Levitin e la periferia suburbana di Saltov hanno tenuto luogo per Limonov di catechismo e religione dell’umanità. Libero dai paraocchi di entrambi non ha avuto difficoltà a riconoscere che “la vita è ingiusta e gli uomini diseguali: più o meno belli, più o meno in gamba, più o meno armati per la lotta. Nietzsche”, continua Carrère, “Limonov e questa istanza in noi che io chiamo il fascista dicono a una voce: «Questa è la realtà, questo è il mondo com’è»”. Cosa opporre a un’evidenza che è, nella sua ferocia, la forza di Limonov? (E anche in questo, nel rifiuto intransigente di ogni divinità, trascendenza, idea platonica, Limonov è della stirpe, non numerosissima, di Julien Sorel). “Si sa benissimo cosa vi si oppone, risponde il fascista. Si chiama la pia menzogna, l’angelismo di sinistra, il politicamente corretto, e sono cose sicuramente più diffuse della lucidità”. Carrère, dal canto suo, risponde: il cristianesimo: “L’idea che, nel Regno, che non è certo l’aldilà ma la realtà della realtà, il più piccolo è il più grande. Oppure l’idea, formulata in un sutra buddista, secondo la quale «l’uomo che si giudica superiore, inferiore, o anche uguale a un altro uomo non capisce la realtà»”.

A partire dal 1989 Limonov abbandona gradualmente l’Occidente, in cui si è esiliato nel 1975 con regolare passaporto che permette, per quel che se ne sa allora, l’andata ma mai più il ritorno, e si stabilisce nuovamente a Mosca. Non era stato esiliato di forza come Brodsky o Solgenitsin, né se ne era andato per motivi di dissidenza. Dissidente Limonov non lo è stato mai, anzi ha sempre sospettato di opportunismo quelli che, a parer suo, si compravano il successo con un paio d’anni di campo di lavoro. No, Limonov, all’epoca, ha scelto l’Occidente perché dopo sette anni passati a navigare negli ambienti culturali di provincia di Kharkov (è passato comunque, dopo un orrendo ricovero psichiatrico seguito al tentativo di suicidio, da Saltov a Kharkov) e altri sette nel pantano moscovita della cultura non-ufficiale, gli pareva che non sarebbe mai riuscito a sfondare. Sceglie l’Occidente per il successo, sempre per il successo. E il successo, dopo cinque anni di delusioni e di miseria negli Stati Uniti, arriva finalmente a Parigi. Ma è un successo modesto. Nel 1989 torna in Unione Sovietica per presentare un suo libro e osserva con scetticismo i cambiamenti. Man mano che lo stato comunista e l’Unione delle Repubbliche si sfasciano, Limonov constata con orrore che la Russia ha perso d’un colpo la sua grandezza (che secondo lui consisteva, in buona sostanza, a far paura a “quei coglioni imbelli degli Occidentali”) e che il popolo russo, in seguito all’affermarsi di un capitalismo dissennato e incontrollato, soffre orribilmente. Ecco, questo gli va a genio: il grande spodestato, il grande decaduto dal piedistallo che gli spetta in seguito agli oscuri maneggi di qualche idiota venduto, il grande umiliato e privato del suo posto nella storia – ecco qualcosa che fa per lui. Con il grande che soffre, Limonov si sente solidale. E magistralmente fondendo questa (per lui) inedita solidarietà con le sue più autentiche convinzioni, che per comodità definiremo fasciste, Limonov fonda il partito nazional-bolscevico.

Tutta la seconda metà del libro è dedicata a questo ultimo avatar del nostro eroe. Benché io la consideri letterariamente meno riuscita della prima, è sicuramente una lettura interessante che non posso che consigliare e che sarebbe impossibile riassumere. Diciamo solo questo, perché entra nel nostro tema di fondo: come in letteratura Limonov non è mai riuscito non dico a surclassare, ma nemmeno a uguagliare Brodsky, così anche nell’avventura politica egli incontrerà di nuovo il suo capitano Levitin: colui che risolleverà i destini della Russia verso la (solita) grandezza non sarà lui, bensì Putin.

La questione dello stile

A proposito di un gruppo di intellettuali parigini vagamente fascisti riuniti attorno alla rivista L’Idiot, attorno ai quali gravita per un po’ anche Limonov, e che sono “contro tutto ciò che è per e per tutto ciò che è contro”, e per i quali i fatti e le opinioni contano meno del talento per esprimerli, Carrère annota: “Lo stile contro le idee: vecchia antifona che risale a Barrès, a Céline”. Ora, mettere Céline di fianco a Barrès è una sciocchezza indegna di uno scrittore (magari una sciocchezza da giornalista), ma soprattutto, Carrère deve stare tranquillo, non rischia di finire nella stessa pentola perché lui, uno stile, non ce l’ha proprio.

Limonov è quello che si dice un libro ben scritto, gradevole da leggere. La struttura è chiara, quello che deve risaltare risalta, soprattutto nella prima parte dove l’eroe è meno ondivago. Inoltre, per dare a Cesare quel che è di Cesare, deve aver richiesto un lavoro di ricerca e documentazione piuttosto imponente. Tuttavia man mano che si procede nella lettura, e soprattutto superate le fatidiche prime duecentocinquanta pagine, si avverte come un fastidio sotterraneo, qualcosa che, sempre di più, non convince. Per esempio si nota come Carrère faccia un uso smodato di espressioni idiomatiche, spesso tipiche della lingua scritta e magari desuete quel pelino che non guasta; ci si chiede, allora, come sia da intendere il registro di base, sintatticamente impeccabile ma infarcito di quel lessico famigliare e gergale (di cui la lingua francese è ricchissima), che strizza l’occhio al lettore, lo prende familiarmente per il braccio, lo tratta da compagnone, lo tira dalla sua parte prima ancora che il lettore se ne accorga (che è, Carrère non se ne dispiaccia, lo scopo del giornalista). Insomma l’impressione finale (e qui sicuramente faccio torto all’autore) e quella di un furbo industrioso che vuol farci passare per letteratura quel che letteratura non è.

 

[1] Personaggio di Balzac (es. in Papà Goriot), giovane provinciale senza un soldo, ambizioso e ben deciso a farsi strada nella società parigina senza badare troppo ai mezzi.

[2] La funzione del padre di Eduard consisteva nell’organizzare quello che potremmo chiamare il dopolavoro militare, spesso nel senso di intrattenimenti musicali [ndr].

Emmanuel Carrère, L’AVVERSARIO

lavversario

Emmanuel Carrère, L’Avversario, Adelphi 2013, € 17

Fratelli, siate sobri e vigilate, perché il vostro avversario, il diavolo, come leone ruggente, si aggira cercando chi divorare. (1 Pt. 5, 8)

“Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso sua moglie, i suoi figli, i suoi genitori, poi ha tentato, ma invano, di uccidersi. L’inchiesta ha rivelato che non era medico, come diceva di essere, e, cosa ancora più difficile da credere, che non era nient’altro. Mentiva da diciotto anni, e questa menzogna non ricopriva nulla. Prossimo a essere scoperto, ha preferito sopprimere coloro di cui non poteva sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo.” (Dalla quarta di copertina dell’edizione francese)

Questo avviene a Prévessin, piccola località residenziale al confine con la Svizzera, i cui abitanti sono per lo più frontaliers di lusso che lavorano nelle organizzazioni internazionali con sede a Ginevra. Lo stesso Romand, l’assassino, diceva di lavorare come medico all’OMS. Nello stesso momento, a Parigi, Emmanuel Carrère, scrittore allora trentaseienne con quattro romanzi di modesto successo alle spalle, scrive le ultime righe della sua opera più recente: una biografia dell’autore di fantascienza Philip K. Dick. Molto velocemente, Carrère prende la decisione di occuparsi dell’affaire Romand. Non vuole però recarsi sui luoghi e condurre una specie di indagine privata: le circostanze del delitto, i retroscena, le miserabili truffe finanziarie a carico di fiduciosi parenti con cui Romand ha sbarcato (comodamente) il lunario per più di diciassette anni – tutto questo “materiale” gli sarà comunque fornito dall’inchiesta. Ciò che Carrère vorrebbe veramente è sapere “ciò che succedeva nella sua testa durante quelle giornate che si supponeva passasse in ufficio; che non passava, come si era pensato in un primo momento, a trafficare di armi o di segreti industriali; che passava, a quel che si credeva ora, a camminare nei boschi”. C’è una frase, in un articolo di Libération, che lo ha “definitivamente agganciato”: “E andava a perdersi, solo, nelle foreste del Giura.” Una risposta a questo genere di interrogativi non la può dare l’inchiesta: o la darà Jean-Claude Romand stesso, o non la darà nessuno. È per questo che alla fine di agosto 1993 Carrère scrive una lettera (“la più difficile della mia vita”) a Romand, rinchiuso nel carcere di Bourg-en-Bresse. In questa lettera, riportata nel testo, lo scrittore ci offre già una chiave di lettura di quella che sarà l’opera: “Vorrei che capisse che non vengo a lei spinto da una curiosità malsana o per il gusto della sensazione. Ai miei occhi, ciò che lei ha fatto non appartiene al crimine comune né è l’opera di un pazzo, ma quella di un uomo spinto al limite estremo da forze che lo superano, e ciò che vorrei mostrare è l’azione di queste forze terribili.” (Non ci si aspetti tuttavia che Carrère faccia, in seguito, di Romand la vittima di traumi infantili o di un ambiente piccolo-borghese che tiene soprattutto alle forme e non prevede cedimenti, né che creda, come i volontari cattolici che operano nella prigione, alla conversione e nuova santità di questo mitomane incallito. Carrère è troppo intelligente per cadere in una trappola tanto vieta. E però.)

Romand non risponde alla lettera. Carrère comincia comunque a scrivere un romanzo di finzione ispirato al fatto di cronaca; dopo qualche decina di pagine si ritrova bloccato e abbandona il progetto.

“L’inverno seguente un libro mi è caduto addosso, il libro che, senza saperlo, cercavo invano di scrivere da sette anni. L’ho scritto molto in fretta, in modo quasi automatico, e ho saputo subito che era di gran lunga la cosa migliore che avessi fatto. Si organizzava attorno all’immagine di un padre assassino che vagava, solo, nella neve, e ho pensato che ciò che mi aveva affascinato nella storia di Romand […] vi trovava il suo posto, un posto giusto, e che con questo racconto avevo chiuso con questo genere di ossessioni.”

Il romanzo in questione è La Classe de neige (1995, trad. it. La settimana bianca), che chiude per Carrère l’esperienza dei romanzi di finzione. Il lavoro seguente, L’Avversario appunto, sarà un romanzo-verità. (Non mi piace questo termine, ma pare che le narrazioni che hanno come oggetto eventi reali e che cercano di aderirvi il più possibile limitando lo spazio concesso alla congettura e all’interpretazione si chiamino così).

Nel settembre del ’95 infatti, due anni dopo aver ricevuto la lettera di Carrère, Romand risponde. Lo scrittore non ottiene il permesso di incontrarlo in carcere e i contatti continuano per corrispondenza. Carrère visita i luoghi, si fa accreditare come giornalista dal Nouvel Observateur per seguire più da vicino il processo. Comincia a scrivere. Dopo tre mesi di scrittura, nuova interruzione e abbandono del progetto: non trova il punto di vista. L’identità impossibile da afferrare del mitomane Romand, “quel vuoto che non ha cessato di aumentare al posto di colui che in lei – gli scrive Carrère  – deve dire «io»”, non lascerebbe allo scrittore che la scelta di assumere il suo proprio. Ora, questa possibilità gli appare impraticabile:

“È ovvio che non sarò io a dire «io» al posto suo, ma allora non mi resta, a proposito di lei, che dire «io» per me stesso. Non mi resta che dire, a mio nome e senza rifugiarmi dietro un testimone più o meno immaginario o un patchwork di informazioni che si vogliono oggettive, ciò che nella sua storia mi parla e trova degli echi nella mia. Il fatto è che non posso. Le frasi mi eludono, questo «io» suona falso.”

Devono passare altri due anni prima che Carrère si rimetta al lavoro e scriva il romanzo, che uscirà nel 2000.

Questa introduzione lunghetta non fa che riassumere la “cornice” in cui Carrère stesso, nel romanzo, giudica necessario inserire l’indagine vera e propria: la biografia di un uomo in cui da un certo punto in poi la menzogna ha cominciato a tener luogo di verità. Una menzogna di un tipo particolare però, perché – e su questo punto Carrère torna ripetutamente – “una menzogna, normalmente, serve a coprire una verità, qualcosa di vergognoso magari, ma di reale. La sua non copriva nulla. Sotto il falso dottor Romand non esisteva nessun vero Jean-Claude Romand”. Questa assenza a se medesimo, questo vuoto dove normalmente ci si aspetterebbe un nucleo identitario, è ciò che affascina Carrère e al tempo stesso gli ripugna: dover assumere in proprio la responsabilità di colmare il vertiginoso spazio bianco su cui oltretutto le affermazioni, i ricordi, le deposizioni dell’altro – sempre, e a ragione, sospette di menzogna – scivolano senza fare presa. All’infuori dell’universo domestico, in cui faceva figura di marito e padre piuttosto esemplare, in quella che avrebbe dovuto essere la sua esistenza lavorativa e dunque la sua identità sociale, Romand “ritornava all’assenza, al vuoto, allo spazio bianco che non erano un incidente di percorso, bensì l’unica esperienza della sua vita. Non ne ha mai conosciuto altra, credo, nemmeno prima della biforcazione”.

Quella che Carrère chiama “la biforcazione” è la menzogna originaria, la Ur-menzogna, da cui derivano tutte le altre e, alla fine, la tragedia. Romand, studente di medicina a Lyon con risultati superiori alla media, ma dal punto di vista della socialità piuttosto nullo, una specie di nerd, non si presenta a uno degli esami che concludono il secondo anno; dice però che l’ha passato e che è iscritto al terzo. Potrebbe facilmente metterci una pezza alla sessione di settembre e trasformare una menzogna in una verità senza che nessuno se ne accorga, però non lo fa: in settembre, di nuovo, non si presenta. Per questo atto mancato non c’è spiegazione. Romand stesso non è in grado di fornirne alcuna. Che non abbia posto riparo alla prima impostura, come avrebbe facilmente potuto, ma abbia preferito continuare a mentire senza reale motivo – questo è il vero nodo della questione, nonché il germe del diabolico che giungerà a maturazione diciotto anni dopo.

Perché per la prima défaillance – non presentarsi la prima volta all’esame, dire di averlo superato – una spiegazione probabilmente c’è: “Al momento del processo, fra i veterani della stampa giudiziaria si faceva dello spirito dicendo che il punto di tutta la vicenda erano le scarse doti dell’accusato a letto.” È un fatto che entrambe le donne della sua vita – la moglie Florence e l’amante Corinne (Romand tenterà di assassinare anche lei ma di fronte alla sua disperata resistenza desisterà) – dopo la prima esperienza sessuale con lui chiederanno un periodo di riflessione o un ridimensionamento del rapporti nel senso di una buona amicizia. In particolare, in quella fatidica primavera del 1975, Florence, la lontana cugina a lungo e invano concupita, gli dice di sì, ma dopo l’esperienza decide che per non compromettere la concentrazione di entrambi sullo studio è meglio smettere di vedersi. All’insuccesso Romand reagisce con una depressione, che tiene nascosta; non si presenta all’esame e dice che lo ha passato. Non è la prima volta che reagisce a un insuccesso – reale o immaginario – con una depressione. Dopo la maturità dovrebbe intraprendere studi di agraria per seguire le orme paterne. Il padre, che Romand ammira, è guardia forestale; Romand naturalmente, con un diploma universitario, potrebbe aspirare a una qualifica superiore. Per poter sostenere l’ammissione alla facoltà viene inserito, lui montanaro del Giura, nella classe preparatoria di un prestigioso liceo lionese. Forse lo prendono un po’ in mezzo, forse è vittima di qualche episodio di bullismo, fatto sta che quando torna a casa per le vacanze di Ognissanti si ammala: sinusiti a ripetizione che lo esonerano dal riprendere il liceo a Lione. Passa l’anno scolastico rintanato nella casa dei suoi, a leggere romanzi e a seguire un vago corso per corrispondenza che dovrebbe sostituire la frequenza. Ma in cuor suo ha già deciso: non farà agraria bensì medicina. Su questo cambiamento di programma Carrère fa delle ipotesi: “Penso che abbia effettivamente sognato di essere un forestale come suo padre, perché vedeva suo padre rispettato, rivestito di una reale autorità, insomma perché lo ammirava. Poi, che al lycée du Parc questa ammirazione si sia scontrata col disprezzo di giovani borghesi ben vestiti, figli di medici o di avvocati, per i quali una guardia forestale era una specie di bifolco subalterno. Il mestiere di suo padre, anche a un livello superiore garantito dagli studi universitari, non gli è più sembrato desiderabile ed è probabile che se ne sia vergognato”.

La costante, nella vita di Romand, di reagire all’insuccesso con una depressione non dichiarata (sarà lo stesso, più tardi, nella storia clandestina con Corinne: “Immerso nel suo sudore cattivo sonnecchiava, leggeva senza capire, inebetito. Era come a Clairvaux [la casa dei genitori], l’anno in cui vi si era rifugiato dopo il fallimento al lycée du Parc: lo stesso torpore grigio, scosso da brividi”) può fornire al lettore una specie di chiave: tutta la personalità di Romand si riduce al desiderio di rivestire un ruolo di successo – personale: possedere la donna che desidera, e sociale: apparire come qualcuno che esercita una professione di prestigio. Sotto questa ambizione da frustrato, che appunto perché è l’ambizione di un frustrato deve essere soddisfatta a tutti i costi, non c’è nulla. Ma il nulla – il vuoto, l’assenza – è precisamente lo spazio in cui può insediarsi l’Avversario.

Gli psichiatri che hanno ripetutamente esaminato Romand durante l’istruttoria sono stati dapprima stupiti dal suo autocontrollo, dalla compostezza e assenza di manifestazioni emotive. C’è stata però un’evoluzione: “Durante gli incontri seguenti, l’hanno visto singhiozzare e produrre segni empatici di sofferenza senza che fossero in grado di dire se questa sofferenza c’era davvero o no. Avevano l’impressione disturbante di trovarsi davanti a un robot privo di qualsiasi capacità di emozione, ma programmato per analizzare gli stimoli esterni e produrre reazioni adeguate. Abituato a funzionare secondo il programma «dottor Romand» gli ci era voluto un periodo di adattamento per mettere a punto un nuovo programma, «Romand l’assassino», e imparare a farlo girare.”

Nell’ipotesi – e Carrère sembra suggerirla, ma è il lettore a doverla esplicitare – che nell’assenza di persona (di un livello qualsiasi di autenticità) trovi spazio l’Avversario, ci si ricorda del proverbio secondo il quale il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. È incredibile la quantità di pentole che questo diavolo ha prodotto per permettere a Romand di perseverare diciassette anni nell’impostura senza essere scoperto, cioè senza che nessuno intorno a lui, né la moglie né gli amici né tantomeno le istituzioni, sospettasse qualcosa (ma non è, questo, piuttosto legato al fatto che Romand era il genere di individuo di cui nessuno si accorge perché non suscita l’interesse di nessuno?). In ogni caso il diavolo, se c’era, non ha fatto il coperchio, e venuto il momento della resa dei conti Romand, invece di suicidarsi, ha preferito ammazzare tutti gli altri. Lui asserisce di avere avuto più volte la ferma intenzione di suicidarsi e di averci anche provato, ma (chissà perché) queste affermazioni suonano false e in ogni caso non sono mai verificabili. Può darsi che sia, banalmente, un fatto di codardia; ma è anche possibile che il suicidio non abbia funzionato perché non c’era nessuno da suicidare: non si uccide un programma, lo si sostituisce.

Per concludere, due osservazioni: la prima riguarda il testo di Carrère: in che misura è possibile dire che con questa “inchiesta privata” non ci troviamo di fronte a prodotto giornalistico ma a un’opera di letteratura? In altre parole, in che misura un’opera che fa riferimento preciso a un caso di cronaca e si preoccupa in primo luogo e soprattutto della verità dei fatti è ancora un romanzo? Certo nella misura in cui propone una leggibilità dei fatti, cioè nella misura in cui iscrive i fatti, che di per sé non ne hanno, in un logos, in un disegno, in una razionalità quale che sia. Il modello per questo tipo di operazione – modello inarrivato e inarrivabile – è A sangue freddo (1966) di Truman Capote, uno dei più bei libri che io abbia letto negli ultimi dieci anni. Carrère non raggiunge le vette del romanzo di Capote (che è anche assai più corposo), tuttavia produce un buon libro, un libro incentrato sull’abisso dell’identità, sulle ragioni di scelte cruciali che, anche per chi le compie, rimangono alla fine imperscrutabili, e infine sul velo di opacità in cui la nostra identità resta avvolta sia per noi stessi che per coloro che ci sono più vicini.

La seconda osservazione riguarda il rapporto fra identità e menzogna e scaturisce da esperienze dirette. Attualmente, gli adolescenti mentono, mentono con facilità e naturalezza, mentono per cavarsi da qualsiasi situazione minimamente problematica e mentono anche senza ragione, mentono come parlano e come respirano. Allo stesso tempo, in un’epoca in cui l’individualismo ha raggiunto livelli parossistici, questi stessi adolescenti possiedono generalmente un’identità che chiamare debole è un eufemismo. Sembrerebbe, più che altro, un programma che gira.