ANCORA SU “GLI ANELLI DI SATURNO”: NARRARE COME RI-RACCONTARE

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Girodet de Roussy, Atala au tombeau

Dicevamo, dei dieci capitoli o meglio delle dieci parti in cui è suddiviso Gli anelli di Saturno di W.G.Sebald, che esse si condensano o si conglomerano (per mantenerci fedeli all’immagine delle particelle che formano gli anelli del titolo) attorno a luoghi del viaggio, personaggi incontrati, edifici dismessi o adibiti a un uso enigmatico – in breve attorno a fenomeni che si manifestano nel presente del paesaggio (nello spazio, come documentano le fotografie che sono al pari del testo elemento costitutivo dell’opera), ma per la più gran parte affondano una mole invisibile nel passato (chiamano in causa il tempo come fattore imprescindibile della propria sostanza).

Nella Parte Nona, dopo essersi congedato dall’amico Alec Garrard e dopo lungo vagare per sentieri improvvisamente cancellati dall’esuberanza della vegetazione o dall’aratro del contadino (mi ha consolato scoprire che questa incivile abitudine, oggetto di imprecazioni durante le mie passeggiate, non è diffusa soltanto nel basso Appennino Mordianese), Sebald raggiunge il cimitero della piccola parrocchia di Ilketshall St. Margaret, servita, nell’ultimo decennio del XVIII secolo, dal reverendo Ives che risiede con la famiglia nella vicina cittadina di Bungay. L’Index des noms propres dei Mémoires d’Outre-Tombe nell’edizione della Pléiade ci informa che nel 1795, mentre il reverendo Ives predicava nella chiesetta di St. Margaret, sua figlia Charlotte e l’esule visconte di Chateaubriand erano impegnati in sentimentali passeggiate nel cimitero di campagna e dintorni, e che quelle passeggiate erano notate e facevano scandalo. Se e quanto il visconte fosse consapevole di ciò che poteva esservi di compromettente nella sua condotta, è difficile stabilirlo. Da un lato ci informa, a riprova dell’idealità del suo sentimento, che non avrebbe osato raccogliere da terra un guanto di Miss Ives; dall’altro, dopo l’amara e prevedibilissima fine, si accusa della compiacenza con la quale si è abbandonato a un’inclinazione di cui conosceva il carattere irrimediabilmente illegittimo (il visconte ha in Francia una moglie).

Comunque sia, Sebald aderisce pienamente alla presunzione di buona fede dell’autore e ci ri-racconta, in parte direttamente in prima persona, i capitoli 9 e 11 del decimo libro dei Mémoires. È una narrazione quasi letterale a cui la naturalezza dell’espressione tedesca, il passaggio dalla terza alla prima persona e viceversa, l’introduzione di particolari assenti nel testo originario conferiscono il fascino di una re-invenzione estemporanea. Il racconto autobiografico di Chateaubriand diventa, rimanendo sostanzialmente lo stesso, racconto di un’esperienza di Sebald non diversa da una qualsiasi altra esperienza di viaggio (l’incontro per esempio, nella Parte Seconda, con William Hazel, il giardiniere della tenuta Somerleyton con la passione, sviluppata da ragazzo e contestualmente agli eventi, per la storia della guerra aerea contro la Germania nazista, con i caccia e i bombardieri alleati che decollavano dai sessantasette campi di volo allestiti a partire dal 1940 nell’Anglia orientale; con la carta che si era procurato della Germania, dalla Polonia al Reno, e che la sua fantasia – realistica – popolava di città in fiamme secondo i toponimi annunciati dai notiziari radio; con la sua incredula perplessità quando agli inizi degli anni Cinquanta, di stanza a Lüneburg con le truppe di occupazione, si accorge che sulle immani distruzioni dovute ai bombardamenti aerei non esiste letteratura e che nessuno pare ricordarsene). Attraverso il ri-racconto, l’esperienza di Chateaubriand trasmigra in un’esperienza di Sebald; si incorpora alla sua vita come una tappa di un viaggio, una camera d’albergo, un incontro, una lettura.

La casa del pastore a Bungay, dove il visconte francese in fuga dal Terrore, esule e squattrinato, dà lezioni di francese due pomeriggi la settimana, è accolto anche più spesso a pranzo e a cena ed è finalmente ospitato dopo una caduta da cavallo, ci appare nel ri-racconto di Sebald nell’immediatezza di toni e di rapporti propria del vissuto personale – col reverendo, “del quale si tramanda che assumesse volentieri, nell’ora del crepuscolo, un bicchiere di porto” (Kanariensekt è la parola usata da Sebald. Dall’Index des noms propres, interessante repertorio di chiacchiere e sentito dire, apprendiamo che secondo la tradizione il rev. Ives avrebbe ottenuto la parrocchia di St. Margaret grazie alle doti di hard drinker, avendo battuto il duca di Norfolk a un torneo di porto; Chateaubriand stesso dice che a casa sua “si beveva al modo degli antichi inglesi, e si rimaneva a tavola due ore dopo che le signore si erano ritirate”), che conversa con l’ospite dei viaggi di entrambi nel Nuovo Mondo, mentre la quindicenne Charlotte ascolta di preferenza le storie, narrate dal visconte, di ragazze indiane virtuose e sventurate che vagano in seno alla natura selvaggia.

Di questa immagine vivace su cui Sebald si dilunga con naturalezza – Charlotte che ascolta dalla viva voce di Chateaubriand la storia di Atala (a cui egli lavorava, assieme alle altre storie ambientate in Louisiana, dal 1791, ma che arriverà alla pubblicazione soltanto nel 1801) e che è commossa, piuttosto che dai conflitti tragici e dalle scene sublimi, dal cane dell’eremita che portando in bocca un bastone a cui è appesa una lanterna guida l’impaurita Atala attraverso le tenebre – di questa immagine non c’è traccia nei Mémoires d’Outre-Tombe. E la scena descritta – il cane col bastone a cui è appesa la lanterna, le tenebre, la situazione di pericolo – assomiglia alla scena corrispondente di Atala, ma non è la stessa. Non credo che Sebald disponesse di altre fonti – non mi risulta che esistano altre fonti. Credo piuttosto che la libertà di affabulazione, che si manifesta nell’ampliamento, nella distorsione, nell’aggiunta o caduta di particolari, anche in una sfumatura di ironia quando si toccano temi che così come sono appaiono difficili da ingoiare al giorno d’oggi, credo che questa libertà sia precisamente il segno dell’appropriarsi della materia da parte di chi esercita la prassi del ri-raccontare – prassi che si fonda sulla memoria e non sul riscontro testuale, che si fonda cioè sul racconto in quanto è diventato, con le menomazioni inevitabili nel passaggio, direi con le menomazioni costitutive, una parte della psiche del ri-raccontatore. Questo rende conto dell’effetto di immediatezza, di vissuto: ciò che leggiamo negli Anelli di Saturno non è il ricordo di Chateaubriand, ma ciò che esso è divenuto dopo che Sebald se ne è appropriato, dopo che ne ha fatto un ricordo suo; in parte almeno un ricordo diretto, un ricordo di primo grado.

D’altra parte, se da un lato per Chateaubriand/Sebald la memoria è irrinunciabile per l’esistenza (“Cosa saremmo senza il ricordo? […] la nostra esistenza consisterebbe unicamente di un’infinita serie di istanti privi di senso e non ci sarebbe più traccia di un passato”), dall’altro più che restituire gli esseri e le cose a una dimensione autentica al riparo dalla distruzione, come in Proust, essa esercita un’azione distruttiva. Ventisette anni dopo l’idillio di Bungay, e pochi giorni dopo averlo messo per iscritto nei Mémoires, a cui lavora alacremente in questo 1822 a Londra, Chateaubriand incontra nuovamente Charlotte. Ora lui è ambasciatore di Luigi XVIII presso Giorgio IV e lei è lady Sutton (Mrs. Suttun a voler essere precisi, nobilitata dall’ex-innamorato per galanteria, o forse per snobismo). Si vedono un paio di volte: Lady Sutton gli chiede di intervenire in favore del figlio maggiore che vuole iniziare una carriera in India. “Questa è la mia storia con miss Ives”, conclude Chateaubriand. “Finendo di raccontarla, mi sembra di perdere Charlotte una seconda volta, su questa stessa isola dove la persi la prima.”

A proposito del ricordo, e della titanica impresa autobiografica di Chateaubriand, Sebald commenta: “Il cronista, che era presente ai fatti e richiama ancora una volta alla memoria ciò che ha visto, incide le proprie esperienze sul corpo in un atto di automutilazione. Fattosi martire esemplare, attraverso questo lavoro di iscrizione, di ciò che la Provvidenza ci destina, giace già da vivo nella tomba che le sue Memorie teatralmente rappresentano.”

Non diversamente dagli altri frammenti del passato – sparsi, parzialmente organizzati o del tutto riorganizzati in nuove orbite – anche le Memorie, che vorrebbero preservare, sono una tomba, contengono virtualmente polvere e ossa (ossements – una parola che torna con ossessiva frequenza sotto la penna del visconte); contengono tracce che devono essere pazientemente seguite (inseguite, come il teschio di Thomas Browne che non a caso apre Gli anelli di Saturno), palpeggiate, riscaldate, incorporate, vivificate. Rivissute. Rivissute come proprie.

La sola chance per il visconte e la povera Charlotte – persa una seconda volta proprio quando viene affidata alle Memorie – è che compaia un Sebald e ri-racconti la loro storia, la ri-attualizzi: non rivestendola di improbabili panni moderni, ma ri-raccontandola come se fosse la sua.

Specularmente, l’opera di W.G.Sebald, morto troppo presto, ha non da ultimo il senso di “svergognare” la narrativa di finzione e di affermare, con grande discrezione, che la sola operazione onesta del racconto è il ri-racconto.

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RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 10

 

Domenica 9 ottobre: #Matematica

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Nel breviario di oggi il Cardinale è prudente: non dice nulla. Dice talmente nulla che non si capisce nemmeno di cosa lo dica, questo nulla.

Così mi spiazza, l’astuto. Fa terra bruciata. Mi priva della materia. Mi toglie la linfa, il nutrimento. Tenta la via dell’inedia.

Perché cosa si può dire di fronte al nulla? Nulla.

Ci si può meravigliare di quelli che pubblicano il nulla e perfino pagano, pare, per pubblicarlo. Ci si può stupire che il nulla paghi, alla fine. Ma dire, del nulla, non si può dire nulla.

Si pensa, è vero, ai Vestiti nuovi dell’imperatore. Si è tentati di vagheggiare la stessa conclusione per il nostro dipanatore di nulla. Ma no: l’imperatore nudo è un bell’explicit, un cardinal Ravasi nudo non lo si augura a nessuno.

Addio dunque. La Ravasiana si strugge per mancanza di nutrimento. E sì che si accontentava di poco: due o tre citazioni appassite, cavate dal contesto, un torsolo di luogo comune, una scemenza ottimistica come la mela di Biancaneve.

Nemmeno più quello le danno. Il nulla, nient’altro che il nulla. La Ravasiana deperisce, languisce, muore.

Good night, ladies. Good night, sweet ladies. Good night, good night.

GLI ANELLI DI SATURNO – Distruzione e tracce in un libro di W.G.Sebald

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“Nell’agosto del 1992, quando i giorni della Canicola si avvicinavano alla fine, intrapresi un viaggio a piedi attraverso la contea del Suffolk, nell’Inghilterra sudorientale, nella speranza di sfuggire al vuoto che mi invadeva dopo la conclusione di un lavoro di un certo impegno. Questa speranza si realizzò anche in qualche misura; raramente infatti mi sono sentito così libero come allora, nel mio vagabondare per ore e per giorni attraverso le contrade, in parte scarsamente abitate, dietro la riva del mare. D’altro canto, mi sembra adesso che potrebbe avere un fondamento la vecchia superstizione secondo la quale determinate malattie del corpo e dell’anima attecchiscono in noi di preferenza sotto il segno del Cane. In ogni caso nel periodo che seguì fui occupato sia dal ricordo della bella libertà di movimento, che da quello dell’orrore paralizzante che in diverse occasioni mi aveva colto di fronte alle tracce della distruzione, risalenti, perfino in questa zona fuori mano, a molto indietro nel tempo.”

Comincia così il libro di W.G.Sebald Gli anelli di Saturno che reca come sottotitolo: Un pellegrinaggio inglese. Il libro è uscito nel 1995 in Germania, Bompiani ne ha pubblicato una prima edizione italiana nel 1998, segue Adelphi nel 2010 con una nuova traduzione. I brani presentati in questo articolo sono tradotti da me. W.G.Sebald è uno scrittore di lingua tedesca nato in Baviera nel 1944 e morto nel 2001 in un incidente d’auto nella contea inglese di Norfolk dove risiedeva dal 1970. Gli anelli di Saturno racconta un viaggio a piedi lungo la costa del Suffolk ed è costituito da dieci capitoli, più precisamente da dieci lunghe divagazioni che prendono spunto dalle diverse tappe del viaggio, sicché fra il modo del viaggio narrato (a piedi, con incertezze e deviazioni) e il modo della narrazione sussiste un’esatta corrispondenza. Dei tre eserghi preposti all’opera, l’ultimo, tratto dall’enciclopedia Brockhaus, suona:

“Gli anelli di Saturno sono composti da cristalli di ghiaccio e particelle di origine verosimilmente meteoritica che descrivono orbite circolari attorno al pianeta all’altezza del suo equatore. Probabilmente si tratta dei frammenti di un antica luna che, troppo vicina al pianeta, è stata distrutta dalle sue forze di marea (→ limite di Roche).”

La cifra che questo esergo ci offre per approcciare il libro (il romanzo?) è quella del frammento, della particella superstite di un’antica distruzione, che dal continuo macinare che le forze fisiche e storiche esercitano sulla materia si trova inserita in altre configurazioni, in altre orbite, nelle quali ruota mantenendo il carattere di débris. Non per niente l’incipit nomina, accanto al piacere per la libertà di movimento caratteristica del vagabondare, “l’orrore paralizzante […] di fronte alle tracce della distruzione”; e la lunga divagazione che, nel I capitolo, può essere rubricata sotto il nome del medico e scrittore inglese del XVII secolo Thomas Browne, prende l’avvio dalla ricerca del suo teschio. Che non si trova. W.G. Sebald ne segue le tracce con la tenacia di un bracco fino ad appurare che non molto tempo prima si è ricongiunto col resto dello scheletro – dal quale era stato spiccato come sorta di reliquia laica – nel coro della chiesa di St. Peter Mancroft.

Distruzione, frantumi, frammenti, tracce enigmatiche, difficili da interpretare, tanto più preziose quanto più inspiegabilmente intatte: il calice di vetro della Collezione Farnese, rinvenuto all’interno di un’urna cineraria romana e limpido come appena soffiato. Qual è il senso di ciò che sfugge alla distruzione? Qual è il senso della memoria e del fare memoria, se distruzione e trasformazione impegnano incessantemente l’intero universo?

“Il medico, che nei corpi vede crescere e infuriare le malattie, sviluppa piuttosto un senso per il carattere mortale della vita che non per il suo fiorire. Gli sembra un miracolo che possiamo durare anche solo un giorno. Contro l’oppio del tempo che scorre, scrive [Thomas Browne], non c’è rimedio che tenga. Il sole invernale è un segno di quanto presto la luce si spegnerà nella cenere, di quanto presto ci avvolgerà la notte. Una dopo l’altra le ore si aggiungono al conto. Perfino il tempo invecchia. Piramidi, archi di trionfo e obelischi sono colonne di ghiaccio che fonde. Nemmeno coloro che hanno trovato posto fra le costellazioni celesti hanno potuto conservare la propria fama per sempre. Nimrod è perduto in Orione, Osiris nel Cane. Le più grandi dinastie non superano in durata la vita di tre querce. Apporre il proprio nome su un’opera non garantisce il diritto di essere ricordati, infatti chi può dire se proprio i migliori non siano scomparsi senza lasciare traccia. Il seme di papavero germoglia ovunque, e se, un giorno d’estate, inaspettata come la neve ci coglie la disgrazia, allora non desideriamo altro che essere dimenticati.”

La vita come aggregazione organica che per un lasso di tempo più o meno breve resiste alla dissoluzione, la coscienza, che di questa vita cerca di farsi un’immagine e di rendere conto, sono entrambe destinate a soccombere.

“L’invisibilità e l’inafferrabilità di ciò che ci muove sono state anche per Thomas Browne, che vedeva il nostro mondo soltanto come l’ombra di un altro, un enigma in fin dei conti insondabile. È per questo che continuamente, quando pensava e quando scriveva, ha cercato di contemplare l’esistenza terrena, le cose a lui più vicine così come le sfere dell’universo, dal punto di vista di un osservatore esterno, si potrebbe quasi dire con l’occhio del Creatore. Per raggiungere il grado di sublimità necessario a questo esercizio, conosceva un unico mezzo: il periglioso alzarsi in volo della lingua. Come gli altri scrittori del Seicento inglese, anche Browne porta sempre con sé la sua erudizione, un tesoro immenso di citazioni e i nomi di tutte le autorità che lo hanno preceduto, lavora con straripanti metafore e analogie e costruisce periodi labirintici che talvolta si estendono per una o due pagine, simili a processioni o a cortei funebri nel loro sfoggio di complicati decori. È vero che non sempre gli riesce, anche a causa di questa enorme zavorra, di spiccare il volo da terra; ma quando accade che, insieme al suo carico, egli si sollevi sempre più in alto sui cerchi della prosa come un aliante sulle calde correnti d’aria, allora anche il lettore di oggi è preso da un senso di levitazione.”

Peregrinazione e divagazione: sono queste le calde correnti d’aria sulle quali la prosa di Sebald – la cui monumentale erudizione, a differenza di quella di Browne, è straordinariamente leggera, come le ossa cave degli uccelli – si innalza lentamente, impercettibilmente pare a chi non lo conosce ancora, fino a raggiungere l’altezza dalla quale, forse, è possibile distinguere una struttura, un motivo (ein Muster). E tuttavia il prosatore, anche quando questo motivo lo distingua, deve guardarsi dall’indicarlo. Esso deve apparire da solo – da ciò che il prosatore incontra nella peregrinazione, nella divagazione, nell’erudizione e nella ricerca, come da fili colorati che si intreccino su un telaio mosso da mano non umana.

Nel capitolo IX Sebald fa visita all’amico Alec Garrard, agricoltore sessantenne appassionato di modellismo che da molti anni è impegnato nella costruzione, su una superficie di circa dieci metri quadrati, di un plastico del tempio di Gerusalemme quale doveva apparire nei primi anni dell’era cristiana. Il lavoro procede con grande lentezza non soltanto per la mole dell’impresa, ma anche perché Alec Garrard si trova ripetutamente costretto a disfare il già fatto mano a mano che, procedendo nelle sue ricerche, si rende conto di determinati errori nella costruzione.

“Ora che comincia a farsi buio ai margini del mio campo visivo”, dice Garrard, “mi chiedo qualche volta se riuscirò mai a finire il plastico e se tutto quello che ho costruito finora non sia soltanto un misero accrocco. Altre volte invece, quando la luce del tramonto entra di lato attraverso la finestra e io mi lascio prendere dall’effetto totale, allora in certi istanti vedo il tempio con i suoi vestiboli e gli alloggi dei sacerdoti, la guarnigione romana, le terme, il mercato degli alimentari, i luoghi dei sacrifici, i portici e le botteghe dei cambiavalute, le grandi porte e le scalinate, gli atrii e le province esterne e le montagne sullo sfondo – vedo tutto ciò come se fosse già compiuto e come se io penetrassi con lo sguardo nei campi dell’eternità.”

In questo libro in cui tutto è metafora di qualcos’altro, il modello del tempio costruito a partire da un’erudizione faticosa e necessariamente lacunosa è figura del libro stesso, e più in generale della prassi scrittoria di Sebald, della paziente ricostruzione di personaggi noti e meno noti, di evoluzioni, di fatti storici semisconosciuti a margine dei grandi eventi, di esistenze private prese per il lembo della veste nella macina della storia. Come Garrard, anche Sebald potrebbe chiedersi se il prodotto del suo lavoro non sia qualcosa di impreciso, di eccessivamente ipotetico, arbitrario, lacunoso. Altre volte però, con la luce giusta, le sue costruzioni appaiono esattamente come le strutture che, oltre la distruzione degli esseri e delle cose, ancora si proiettano nei campi dell’eternità.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 9

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Domenica 2 ottobre: # La faccia

Breviario complesso oggi. Si parte da una citazione di Hawthorne, tratta dalla Lettera scarlatta, in cui il romanziere afferma l’impossibilità di mantenere a lungo due facce, una per sé e una per la gente, senza finire per confonderle. La citazione, di per sé interessante, è immediatamente mollata lì dal Cardinale che passa a dirci quanti e quali film sono stati tratti da questo romanzo che fustiga “l’ipocrisia borghese”. Ora, non so come si possa parlare di ipocrisia borghese nel 1640 a Boston. Si tratta, naturalmente, di ipocrisia puritana, una forma particolarmente virulenta di ipocrisia religiosa, che a sua volta ha rappresentato la figura maggiore dell’ipocrisia tout court (Tartuffe docet), prima di essere soppiantata in tempi recenti dall’ipocrisia civile del politicamente corretto.

Dell’ipocrisia il Cardinale ci dice che è un “vizio costante, già detestato anche da Gesù”. Da Gesù sicuramente; un po’ meno dalla sua chiesa, se è vero che ancora in un Dictionnaire de théologie catholique di non molto tempo fa (Vacant et Mangenot, 1930-1950), si poteva leggere che “l’ipocrisia è un vizio spregevole, ma meno odioso che sfidare apertamente i costumi più santi e sbeffeggiare la religione bravando apertamente le sue leggi col pretesto di essere franchi e sinceri”. Insomma, se si pensa all’episodio evangelico in cui Gesù guarisce qualcuno di sabato, una difesa a tutto campo dei farisei.

Sia come sia, anche l’ipocrisia è mollata lì, perché ora il Cardinale passa a citare l’immancabile Camus che, nella Caduta, “dichiarava che ‘dopo una certa età ognuno è responsabile della sua faccia’ autentica. E spesso non è un bel vedere…” A parte il fatto che di facce autentiche, fenomenologicamente parlando, ognuno ne avrà almeno quattro o cinque, se non è un bel vedere sarà meglio tenerci sopra una maschera, no? O dobbiamo proprio portare a spasso, in bella vista, le pustole della sifilide? Tanto più che, a togliere la maschera, si rischia che sotto non c’è niente. E non perché, come voleva Pirandello, l’individuo in sé non è nulla e deve per forza mettere una maschera, ma perché l’individuo è costitutivamente una maschera. O una serie di maschere, una sopra l’altra.

Ma quello che il Cardinale vuol dire, naturalmente, è che dobbiamo adoprarci fin da’ giovani anni per avere una bella faccia franca e pulita così da non trovarci mai nella necessità di indossare una maschera. Un bel pensiero, che mostra una profonda conoscenza delle cose umane.

E allora, mi dico, lasciamoglielo fare questo pensiero! Che assieme a tanti altri pensieri di ugual calibro farà una raccolta di pensieri che il Cardinale pubblicherà con Mondadori e che venderà un sacco di copie.

Alla faccia.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 8

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Croquéglise, pièce montée

Domenica 25 settembre: # Il posto

Al momento di mettermi a scrivere mi prende una grande stanchezza. Qui non si tratta di un cioccolatino ogni tanto, qui si tratta di metabolizzare le tonnellate di saccarosio e sciroppo di glucosio che il Cardinale impasta nelle sue pillole domenicali. E se a forza di rimestarci mi fosse venuto il diabete? Se questa stanchezza fosse un sintomo? Il controbreviario è un esercizio pericoloso per la salute. A pensarci bene ha qualcosa del martirio.

“Il posto” del titolo è quello che ogni cosa, anche gli esseri e i fatti apparentemente meno accettabili, occupa nella bene ordinata opera del Creatore. La saggezza ebraica, rabbinica e non, viene messa a contribuzione per sostenere questa tesi. Così ad esempio un passo dal libro della Sapienza: “Tu ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato, perché se avessi odiato qualcosa non l’avresti neppure formata” (11,24). Dal che si evince, se non vado errata, che Dio ama e approva il virus Ebola, fra le altre cose.

In meno di mezzo minuto mi sono venute in mente una quantità enorme di cose orribili che esistono. Tanto per dire basta digitare su google: teratoma – immagini e ne avete fin che volete; dev’essere un Dio ben strano quello che se ne compiace.

Mi era venuta una mezza idea di pubblicare qualche foto, ma no; la sventura merita rispetto; precisamente il rispetto che manca allo zuccheroso ottimismo cristiano del Cardinale.

A proposito di dolciumi, e della loro sospetta affinità con l’umor nero, mi viene in mente il modellino della battaglia di Esztergom, realizzato interamente in zucchero da un pasticcere di corte, di cui parla W.G.Sebald negli Anelli di Saturno; e del quale si dice che l’imperatrice Maria Teresa, in un furioso accesso di malinconia, se lo spazzolò fino all’ultima briciola.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 7

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Domenica 18 settembre: # Omero e il giornale

Gesù! Il Cardinale schiera l’artiglieria e ci seppellisce sotto una salva di citazioni.

Si comincia con Péguy: “Omero è nuovo, stamattina, e niente è forse così vecchio come il giornale di oggi”, frase fra le più gettonate del libro Les citations pour gagner des points au bac, edizioni L’Étudiant, di cui la coautrice Nathalie Denizot ha realizzato una selezione per la comodità dei cardinali.

Il nostro si muove bene nelle sillogi, tant’è che continua con Camus e la constatazione che per essere famosi basta ammazzare la portinaia; “effettivamente” commenta il Cardinale “i giornali, che dovrebbero offrirci le novità, sono spesso ripetitivi e scontati”. Nel senso che la stessa portinaia viene ammazzata più volte? O che è scontato che si ammazzino le portinaie?

Non si sa, perché poi tocca subito all’ “ottimismo di Hegel, convinto che ‘la preghiera del mattino dell’uomo moderno fosse la lettura del giornale’ ”. A parte il fatto che non si capisce cosa dovrebbe esserci di così ottimistico in questa frase, in ogni caso, sempre che Hegel l’abbia detta, non era una convinzione ma un bon mot. Il problema, coi Baci Perugina, è che si perdono le sfumature.

Ma la chicca deve ancora venire. La chicca è Mallarmé, “poeta francese ottocentesco” per chi non lo sapesse, e il suo “verso un po’ enigmatico” : “Il mondo è fatto per finire in un bel libro”. “Le monde est fait pour aboutir à un beau livre” suona in francese. Vorrei che qualcuno mi dicesse cosa c’è di enigmatico, ma soprattutto COME CAVOLO FA A ESSERE UN VERSO!

Non lo è infatti: è una frase presa da un’intervista (proprio! un’intervista! una cosa così giornalistica…). È la frase conclusiva di un’intervista uscita il 14 marzo 1891 sul quotidiano L’Écho de Paris. Occhio, Cardinale, a razzolare senza criterio su Wikiquote.

Per la miseria! Con tutte queste Wikicitazioni quasi quasi perdevo di vista il vero nocciolo del breviario, il succo della faccenda, il punto della riflessione. Che è, come da titolo: Omero e il giornale.

Ma, scusi, Cardinale, cosa c’entra Omero con il giornale?

 

PERCHÉ UN ROMANZO BELLISSIMO NON È NECESSARIAMENTE UN GRANDE ROMANZO. L’antidoto della malinconia di Piero Meldini

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Ho riletto in questi giorni L’antidoto della malinconia (Adelphi 1996) di Piero Meldini, che avevo scoperto per caso qualche anno fa e che già alla prima lettura mi era piaciuto moltissimo. Alla seconda – più avvertita, meno “sorpresa” – mi è piaciuto ancora di più. E ho voluto andare in fondo all’ombra di disagio, o di scontento, che le ha accompagnate entrambe. In questo mi ha aiutato una frase di Alfonso Berardinelli, che compare nel suo saggio Non incoraggiate il romanzo, e precisamente nel capitolo dedicato a Roberto Calasso (forse non è un caso che Calasso sia l’editore di questo e di altri due romanzi di Meldini). Dice dunque Berardinelli in questo suo articolo su, e in certa misura contro, Roberto Calasso, che “può avventurarsi in una narrazione moderna solo chi non sia già in possesso di saperi e verità atemporali, solo chi cerchi e non abbia già trovato”. In che senso questa frase può aiutarci a dare conto di quel che di insoddisfatto che rimane dopo la lettura di un libro pur bello, ripeto, come quello di Meldini?

L’antidoto della malinconia è e non è un romanzo storico. Da un lato lo è perché è ambientato sul finire del Seicento in una provincia dello Stato della Chiesa; ma dall’altro non lo è perché alle vicende particolari che racconta non si mischiano in alcun modo gravi accadimenti politici o militari; esse non sono neppure sfiorate, tanto meno determinate, dalla Storia con la maiuscola – e quasi quasi nemmeno con la minuscola, se è vero che l’impressione è quella di un pantano immobile, di uno stagno periferico dove della Storia non giungono nemmeno le estreme e più spossate onde, dove appunto l’impressione dominante, e quasi l’unica impressione a dir la verità, è di essere giunti a una specie di compimento della Storia in cui, poiché nulla di nuovo può avvenire, non resta ai dotti che la minuziosa disamina e compilazione del già noto, con licenza di variare tutt’al più il titolo e l’ordine delle rubriche sotto le quali archiviarlo.

La provincia dello Stato della Chiesa è la Legazione di Romagna e chi, ancora alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, abbia vissuto, venendo da un po’ più a nord, a Lugo, a Bagnacavallo, a Sant’Arcangelo, nella stessa Ravenna, ricorderà l’atmosfera un po’ passatista, ellenistica o bizantina, da chiosatori di un’Opera in cui tutto è già stato detto. Il tempo del romanzo è l’ultimo scorcio del diciassettesimo secolo; il secolo, come dice il protagonista, lo speziale Gioseffo, della malinconia: la bile nera, la cupa depressione che fermenta nelle viscere, sale come fumo al cervello e esplode in disperazione nel cuore. È il secolo, in effetti, in cui Robert Burton scrive il poderoso trattato L’anatomia della malinconia (di cui uscirà a breve, per i Classici Bompiani della Letteratura Europea, la prima traduzione integrale italiana a cura di Luca Manini). Il nostro speziale, sicuramente all’oscuro di quanto viene pubblicato nel Nord eretico e scismatico, attende a una fatica analoga, seppur meno poderosa: la redazione del suo Antidoto della malinconia, da cui si aspetta una modesta ma ben meritata gloria.

Il lavoro di penna, cui sono dedicate le ore notturne sottratte al sonno, è per il povero speziale una faccenda irta di affanni e di tormenti: come condurre a buon fine un’impresa tanto titanica? come destreggiarsi nella mole di materiali, autori, citazioni, passi – tutta la scienza dell’antichità sul veleno e il suo contravveleno? come assicurarsi di uno stile adeguato, non eccessivamente greve né colpevolmente leggero? C’è di che perdere la testa, e il nostro Gioseffo è a rischio di perderla – anche perché in questa insalubre stagnazione in cui la Storia è finita e l’unica cosa che ci si può ancora attendere è la fine del mondo e l’avvento del Giudice, in questa insalubre stagnazione le stagioni sono stravolte, le estati torride e opprimenti, gli inverni impietosamente gelidi, le primavere marce di pioggia, gli autunni percorsi da strani presagi, e tutto pesa insopportabilmente sul corpo e sull’anima degli uomini. Gioseffo sarebbe in effetti a rischio di perdere la testa, se nel buio in cui la creazione letteraria avanza a tentoni non gli rilucesse quale stella polare l’astro luminoso del Cardinale Ondedei, il Legato Pontificio che nel corso di un fuggevolissimo incontro – una visita del porporato alla provinciale Accademia di cui lo speziale è membro – ha risposto, pare, con un impercettibile cenno del capo alla farfugliata proposta di dedicargli l’opera. Per anni Gioseffo scrive al Legato lettere su lettere per informarlo dei progressi e delle difficoltà che incontra, senza mai ricevere risposta e senza tuttavia che la sua fede nell’augusto patrono si incrini. Fino all’amarissima conclusione in cui è costretto a toccare con mano l’equivoco sul quale aveva costruito il castello.

L’ultima parte del romanzo è bellissima, in certi punti direi sublime. La fiducia del suddito – e dell’intellettuale in quanto suddito – nella fondamentale bontà del potere, nella sua razionalità, nella parte che ci si immagina esso debba prendere alla felicità di ciascuno – e poi l’improvvisa disillusione, il velo che cade dagli occhi, scoprire che il potere, e il destino, sono ciechi e insensati come la più cieca e insensata delle Parche, aprire gli occhi per la propria sventura, come già fu per Edipo – ha qualcosa dell’antica tragedia.

Cos’è allora che manca? Perché questa lieve sensazione di disagio, come se ci sentissimo in colpa proprio perché il romanzo ci è piaciuto?

La risposta è abbastanza semplice: l’antropologia di Meldini è un’antropologia classica; le passioni – il mal d’amore, la malinconia, la vanità – sono quelle dell’eterno-umano, né si suppone che possano essere soggette a variazioni; l’uomo è orientato e proiettato verso il mistero dell’aldilà; il suo sperare, soffrire, errare sfocia inevitabilmente in questo mare sconosciuto che ci attira e ci atterrisce e al quale, indipendentemente da ogni posizione più o meno fideistica, attribuiamo un senso – anzi attribuiamo il senso di dare un senso – non specifico, non univoco, ma un senso – a un aldiquà che altrimenti non ne avrebbe.

È una posizione poetica; però un po’ trita – trita nel senso di Berardinelli: nel senso di un sapere e di una verità atemporali. Sono cose che sappiamo già, dunque, in un certo senso, che sono diventate false.

“Che l’Altissimo, nella Sua infinita misericordia, spalanchi le braccia a maestro Gioseffo” chiude il notaio Bentivegni, alla fine del romanzo, la pagina della sua cronaca cittadina.

Che dire? Amen.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 6

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Cioccolatino Moretto

Domenica 11 settembre: #Dal Togo

Invece di un Bacio Perugina, oggi abbiamo un Moretto. Chissà se esistono ancora, i cilindretti  di cioccolato bombati e ripieni di crema al chiaro d’uovo, un po’ stomachevoli, che il fornaio Rovacchi vendeva sulla strada per la scuola. O se sono scomparsi insieme a quelle altre leccornie lunghe e piatte che si pescavano dalla scatola rotonda: gli straccadenti.

Ma non divaghiamo. Oggi il Cardinale ci serve una “suggestiva sequenza di appelli morali e spirituali” che dobbiamo, dice lui, all’etnia Ewe di matrice sudanese che vive nel sud del Togo. Non conosco l’etnia Ewe di matrice sudanese, ma dichiaro fin da ora che la considero del tutto innocente degli usi e degli abusi che alti prelati possono fare di suggestive sequenze a lei attribuite. Questa, nella fattispecie, culmina nel seguente appello morale e spirituale: “Respirate l’aria fresca della foresta. Ascoltate le onde che mormorano. Contemplate la luce del sole, della luna e delle stelle che ridono. È Dio che vi chiama”.

Se la sequenza rischia di apparirci, più che suggestiva, insulsa, ciò è dovuto, sembra suggerire il Cardinale, alle “nostre menti più sofisticate” (e già qui se io fossi uno dell’etnia Ewe di matrice sudanese m’incazzerei non poco). Comunque, insulsa o non insulsa essa gli offre il destro per rimproverarci di non essere capaci, con le nostre menti sofisticate, “di cogliere le voci segrete della natura”. E qui m’incazzo io.

Non sono mai stata in Africa. Non ho idea di che lingua parli la natura fra il tropico del Cancro e l’equatore. Ma qui da noi, questo è certo, di qualsiasi cosa parli non parla di Dio.

Vede, caro Cardinale, io sono una dei pochi, dei pochissimi, che a lungo e contro ogni evidenza hanno creduto che la natura parlasse; fin dalla prima giovinezza, con mente per nulla sofisticata, mi sono adoperata per cercare di capire e di tradurre questo estetico, enorme, sovrumano, e pure in qualche modo familiare linguaggio. I risultati che ho ottenuto sono troppo poco sofisticati per essere interessanti; ma di una cosa, ripeto, sono certa: di qualsiasi cosa parli la natura, di sicuro non parla di Dio. Non di quel Dio.

D’altra parte, il grande Pan è morto, no? Non penserà mica di risuscitarlo giusto quel tantino che fa comodo a Lei?

Se invece si accontenta delle onde che mormorano e delle stelle che ridono, allora prego, si accomodi. Però mi raccomando, non esageri; ricordi che i Moretti, per quanto poco sofisticati, sono piuttosto stomachevoli.

MICHELE MARI PROUSTIANO? (II parte)

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(Ancora a proposito di Euridice aveva un cane, di Michele Mari, Einaudi 2016)

La conclusione di Euridice aveva un cane – l’anabasi dagli Inferi, nelle vaghe tenebre che precedono l’alba, della Flora e del cane Tabù – ci aveva lasciati perplessi. Chi crede ancora alle resurrezioni letterarie? Alla letteratura come vera vita? Allo scrittore psicopompo che passeggia le anime di qua e di là dal confine?  È un Proust depotenziato quello che ci ammicca dal racconto di Mari: nessuna distinzione fra un Io empirico che muore a ogni istante e un Io sottratto al tempo che gode di estetica immortalità. In Euridice aveva un cane il narratore anela a un’impossibile immobilità ambiente ed è sconfitto, definitivamente sconfitto, non dai Baldi ma dalla natura delle cose: “Io a Scalna ci venivo ormai sempre meno, un po’ per via del lavoro […], ma soprattutto per i troppi cambiamenti che mi intristivano. Appena arrivato da Milano mi bastava guardare a una corruzione o a un’assenza perché mi prendesse una cupezza che non mi lasciava più fino al momento di ripartire.” Nonostante la chiusa consolatoria di Euridice, in questa raccolta di racconti non c’è redenzione dal tempo.

Dal passato non emana malinconia venata di dolcezza – figuriamoci il recupero trionfante di un intatto Combray. Il passato non è per Mari, come lo era stato per Proust, l’oblio indifferente, il totalmente perduto da cui per il miracolo combinato della sensazione e del caso può scaturire il recupero integrale della vera vita. Il passato di Mari è un mostro irto di aculei che passeggia nel presente infierendo su di noi; è la memoria tormentosa dell’irrecuperabile; è il testimone – il testimonial – della morte incessante a cui siamo esposti. A tal segno che il protagonista del racconto In virtù della mostruosa intensità, un io in cerca di casa che spulcia gli annunci immobiliari e visita con l’agente appartamenti posti in vendita dai precedenti proprietari, deve ogni volta fuggire dalle camere-bagno-ingresso-cucina per la forza con cui le tracce di esistenze ivi trascorse – decalcomanie sulle piastrelle, cessi che di necessità hanno ingurgitato tonnellate di escrementi, talami composti e rifatti che inevitabilmente suggeriscono una coattiva serie di monotoni amplessi – lo investono e lo travolgono. In questo, l’io di In virtù della mostruosa intensità si mostra meno idiosincratico, meno idiolettico e tendenzialmente autistico del Michele di Euridice. Egli immagina le vite di altri – senza simpatia, ma le immagina; anzi, queste vite emergono per lui dal non-più-essere con potenza devastante, talché la ricerca dell’appartamento da acquistare si conclude con l’abbandono precipitoso dei luoghi, che è fuga davanti al mostro, doppiamente aculeato, di esistenze passate e in più aliene.

Se il passato fa male, col futuro non va meglio. Tutti vivemmo a stento racconta la faticosissima giornata di un tizio teso, dal momento del risveglio a quello in cui un sonno pietoso non ne spegne la coscienza, a prevedere e possibilmente schivare i pericoli mortali di cui è disseminato il quotidiano percorso: “… si diresse spedito verso la metropolitana passando davanti al benzinaio (mozzicone, fatal negligenza, sei palazzi sventrati, vetri infranti in arco di due chilometri, duecentosedici morti), alla banca (prima rapina giovani banditi, precipite fuga, colpo accidentale, projettile attraversa cranio brillante commercialista e proseguendo corsa conficcasi in suo), al civico n. 12 (dopo vent’anni vittoria ruggine paziente su ferro gabbia cassetta gerani signora Bonaldi sesto piano, cassetta libera soddisfare antico sogno caduta, devastazione sua testa, schizzi materia cerebrale su marciapiede), alla bottega del falegname (sega circolare sfuggita mano sudata garzone inesperto, rotazione impazzita in direzione sua giugulare).” (bisognerebbe citare l’intero racconto tanto è geniale). Se ogni passato, anche il più recente, contiene una morte avvenuta, ogni futuro, anche il più immediato, è il luogo di una morte possibile. E se è possibile, perché mai non sarà probabile? Se è già successo, perché mai non dovrebbe succedere di nuovo, e precisamente adesso, mentre passo io? Se vedo un cieco col suo cane e il suo bastone, perché non devo immaginare come possibile e quindi probabile e dunque sostanzialmente inevitabile che dopodomani il medico mi dica: “non c’è assolutamente niente da fare, vede, è un caso rarissimo, al quale la medicina non ha ancora saputo trovare rimedio, tempo due mesi e lei sarà cieco per sempre”. Non l’improbabilità mi rassicura, l’improbabilità non è nulla, non significa nulla; l’impossibilità ci vorrebbe, per rassicurarmi, e questa appunto non è data. Il futuro – il futuro concreto, quello del prossimo istante – concretamente contiene la possibilità della nostra morte, vale a dire contiene la nostra morte parzialmente verificata. Come dissuaderci allora dal babylonios temptare numeros? Come il protagonista del racconto seguente, La morte, i numeri, la bicicletta, il quale “per quanto andasse indietro con la memoria, sempre si ritrovava consapevole della corrispondenza fra il numero di pompate alla ruota della bicicletta e quello degli anni di vita destinatigli in sorte.” Il ciclista del racconto è un uomo fortunato, poiché la bontà del suo metodo gli è garantita da una specie di certezza interiore: “Altri rivelatori non lo avevano mai convinto. Aveva provato con i libri, ad aprirli a caso per vedere che numero avesse la pagina; a contare i pali della luce fra un incrocio e il seguente; a fare complesse operazioni con le targhe delle macchine o a giocare con le lettere del proprio nome; ma sempre, non sentendo vibrar consonanza, ritornava alla sua pompa, a quel lucido tubo che comprimendo e stantufando [sic] l’aria nelle gomme era come il cuore della bicicletta, e l’ombra cromata del suo, umido e rosso laggiù.” Come nelle favole, la fortuna del ciclista è legata a una condizione: che continui a pompare aria nelle gomme. “Il giorno in cui smetterà di andare in bicicletta, quel giorno morirà.”

Il tempo e la spinta compulsiva a controllarlo si combinano con le preoccupazioni intorno a un’identità ombrosa costantemente minacciata: dai Baldi nel caso del Michele, dalle residue suppellettili di antichi abitatori per l’io in cerca di casa di In virtù della mostruosa intensità, dalla presenza fisica di altri spettatori, qualora non siano muti come tombe e immobili come statue, cioè di fatto inesistenti, per il protagonista dell’esilarante Cinema. In questo racconto il desiderio di andare al cinema è accompagnato da un’astutissima e sfiancante strategia di scelte, che mira a gestire il futuro onde assicurare al protagonista le migliori condizioni per la fruizione del film: scelta del locale, rigorosamente decentrato e desueto, della pellicola – nulla di nuovo, Dio scampi! qualcosa di vecchiotto su cui l’io abbia già deposto la sua impronta – del giorno, dell’ora e financo della tempistica dell’ingresso in sala. Va da sé che i calcoli cabbalistico-combinatori, nell’impossibilità di controllare le infinite varianti da cui risulta il futuro, come pure le infinite identità altre nel cui mezzo è costretta a viaggiare quella del protagonista come vaso di coccio in mezzo a vasi di bronzo, vanno buchi. Impedito a godersi il vecchio film con Lino Ventura dalle indebite manifestazioni di identità dei pur sparuti co-spettatori, il protagonista è costretto suo malgrado a seguire un altro film che si proietta nel suo cervello e si sovrappone alle immagini che scorrono sullo schermo: il film delle esotiche torture con messa a morte finale degli intollerabili disturbatori: “Due ore dopo barcolla istupidito nella luce del mondo. Guadagnando la casa ripensa ai momenti più commoventi del film, lo scintillío di quella lama che cala, il sibilo di quella aubsburgica verga, la congruenza perfetta di quella tiara tolteca sulla testa del Direttor del Collegio. In quella testa, non li scorderà fino al prossimo film, luccicano tremendi gli occhi buoni di Lino Ventura.”

Nessun tempo ritrovato per Michele Mari, nessun io immortale salvato dalla macinazione del tempo. Il calcolo spasmodico delle eventualità future conduce una delle due voci dialoganti dell’ultimo racconto, Forse perché, a vedere in ogni vivente il morto che sarà, in ogni foto di classe le singole riproduzioni funerarie su vetroceramica, in ogni appetitosa vetrina di droghiere gli escrementi in cui si trasformeranno le leccornie esposte. Chissà perché mi succede così, si chiede. E l’altro: “«Forse perché sei morto anche tu» rispose, e con le dita mi toccò una spalla. Al suo tocco lieve, mi sfarinai tutto.”

Queste le ultime parole del libro. Al suo interno i personaggi oppongono allo sfarinarsi ragionevole resistenza, in primis attraverso il mezzo della lingua. La lingua di Mari meriterebbe un capitolo a parte, un intero saggio, una tesi di laurea (che magari è già stata scritta), una Habilitationsschrift; mi accontenterò di un paio di osservazioni. La quarta di copertina del tascabile Einaudi riporta un giudizio di Gesualdo Bufalino: “Il linguaggio arcaizzante che Mari adopera in Euridice aveva un cane riesce a essere straordinariamente nuovo e attuale”; segue un parallelo con le Operette morali e con Landolfi. Io non so cosa voglia dire che il linguaggio arcaizzante di Mari riesca a essere straordinariamente nuovo e attuale; a quel che capisco, è un linguaggio meravigliosamente imbalsamatorio, che straodinariamente riesce a fissare lo sfarinevole un attimo prima che si sfarini – anzi: un attimo prima che si sia sfarinato. È una scelta obbligata se si vuole evitare (come la peste) la funzione comunicativa del linguaggio, i suoi traballanti compromessi con il presente, la disperante imprecisione (che il “bambino grasso” del racconto Il volto delle cose corregge a suon di aggettivi, scatenando la reazione castrante del maestro: 4, «TROPPI AGGETTIVI!»). È il linguaggio che serve per tenere a distanza, che mi sembra il punto in Mari; il linguaggio dell’ironia e dello sbieco per questa vita che, a prenderla direttamente, a prenderla di petto, si mostra per quel che è: un continuo disfacimento che contiene, molto più che in nuce, la disgregazione finale. Come il guerriero dell’Artigliopàpine, designato a prendere il posto del capo morto per le ferite di guerra, che tutta la notte, nella tenda, prova e riprova vesti, attributi, gesti e discorsi da capo e il mattino, quando esce per condurre i suoi alla battaglia, scopre che i nemici li hanno uccisi tutti, che circondano il campo e aspettano lui. Come per questo guerriero, nel momento in cui smettiamo di fingere, di provare allo specchio, di studiare il suono e l’effetto, nel momento in cui usciamo dalla tenda per fare sul serio, possiamo soltanto constatare che è già finita, che è finita prima e senza che ce ne accorgessimo, che ci troviamo di fronte alla morte.

Altre cose, naturalmente, si potrebbero dire di altri racconti contenuti in questa raccolta. Ma ci vorrebbe un cappello davvero troppo largo.

MICHELE MARI PROUSTIANO? (I parte)

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Michele Mari, Euridice aveva un cane, Einaudi 2015, € 10

Parlare di una raccolta di racconti può risultare un compito ingrato, perché se per alcuni, o nei casi migliori anche per quasi tutti, si individua facilmente un tema comune, ce ne sono sempre un paio e magari anche qualcuno in più che sfuggono, e si lasciano acchiappare soltanto calandogli sopra il vasto cappello delle “ossessioni” dell’autore. Il che, nel caso presente, equivarrebbe a dire che questi racconti di Mari sono racconti di Mari.

Procediamo quindi in altro modo e partiamo dal (bellissimo) racconto eponimo, che è anche il più lungo e occupa il centro della raccolta pubblicata da Bompiani nel 1993, riproposta nel 2004 da Einaudi e ora apparsa presso lo stesso editore in veste tascabile. Confesso che il titolo del libro, Euridice aveva un cane, me ne ha a lungo tenuta lontana. Non mi piaceva. Mi suggeriva un’indebita commistione di mito e quotidianità; non aveva la genialità fulminante di Tu, sanguinosa infanzia, né la sobrietà scientifica, da etichetta di albarello, di Fantasmagonia. Temevo una delusione e mi tenevo alla larga. Poi Einaudi ha pubblicato il tascabile e l’ho comprato.

Euridice aveva un cane, il racconto che dà il nome alla raccolta, è costruito su un’opposizione:

“I nonni […] trovavano strana la mia assiduità con quella vecchia, quando mi sarebbe bastato, uscendo in strada, prendere a destra anziché a sinistra e suonare al primo portone per trovarmi in compagnia di coetanei.”

Più distanti fra loro di quanto non lo siano la parte di Swann da quella dei Guermantes, a destra e a sinistra, uscendo in strada, si trovano rispettivamente la villetta ben tenuta e costantemente ammodernata dei Baldi e la casupola fatiscente con annesso orto della Flora. La casa della Flora non è soltanto antitetica a quella dei Baldi; essa pare fatta di un’essenza diversa rispetto alle altre case di Scalna, il comune rustico dove Michele, narratore-protagonista dai marcati tratti autobiografici, passa le estati in compagnia dei nonni nella casa di famiglia presa in un lento declino: “Di tutto il paese, la casa e l’orto della Flora erano l’unica zona a cui sentivo che era giusto estendere il nome di Scalna, come se fra lei e noi non ci fosse alcun muro.”

Come in Proust, i toponimi sono privatizzati e interiorizzati. Lungi dall’indicare un punto su un piano cartesiano o una realtà urbana, economica e sociale, essi esistono come relazione esclusiva col protagonista, della cui identità partecipano con lo stesso movimento con cui contribuiscono a definirla. È dunque corretto dire che soltanto Michele abita a Scalna, mentre è del tutto impossibile che vi abitino i Baldi, seppure siano vicini di casa: “…ne  incontrai casualmente uno a Milano, il Franco, e mi sentii chiedere se anch’io, come sempre, sarei andato a Scalna alla fine di giugno. «Anch’io?» pensai scandalizzato, «Io vado a Scalna, voi non so, voi verrete vicino».”

Questione di identità o, al contrario, di irriducibile alterità. “Che c’è tra me e te, donna?” potrebbe chiedere Michele alla Lucia dell’emporio come a ciascuno degli abitanti di non-Scalna, a ciascuno di coloro che pur trovandosi casualmente in una situazione di limitrofia non partecipano della comunione consustanziante con la vera Scalna, cioè non partecipano della stessa identità psico-topica di Michele.

In occasione della succinta spesa all’emporio, trovarsi gomito a gomito con l’estraneo si limita a un fastidio peregrino e insomma sopportabile; ma nel caso del contatto obbligato e continuo coi Baldi, vicini di casa rumorosi e estroversi, coscienze che spontaneamente e fragorosamente manifestano la propria per altro calorosa alterità, il fastidio si trasforma in tormento, sale sparso su una ferita già aperta.

Una ferita già aperta: perché per quanto lo esacerbino, i Baldi non sono il vulnus; esso gli preesiste, o quanto meno corre parallelo. Se Michele si asserraglia in biblioteca e serra stretti perfino gli scuri delle alte porte-finestre che danno sul balcone, non è soltanto per proteggersi dalla vivace e prolifica tribù che schiamazza nell’attiguo giardino: “Del mio mutato rapporto con quel locale testimoniavano anche le due porte-finestre, un tempo sempre aperte […] e ultimamente sempre chiuse, con qualsiasi tempo, a costo di scoppiare di caldo. Di quella che dava sul retro […] mi limitavo a chiudere i vetri, ma dell’altra, che si apriva su uno stretto balcone lungo il fronte della casa, chiudevo anche gli scuri per non dover vedere il cielo, ad ogni alzata di sguardo, là dove il mio cuore serbava impressa la neroverde muraglia del larice e del cedro crollati.” Il mutamento è il vero nemico del protagonista, ciò che apre ferite nell’identità; i Baldi ne sono la concrezione principe solo in quanto, anziché combatterlo, vi aderiscono con totale e incosciente leggerezza.

Se l’immutato è l’ideale del protagonista poiché permanendo uguale a sé stesso fa del tempo un’entità trascurabile, qualcosa che è possibile aggirare o raggirare (come nel caso della Flora i cui cani, che si succedono l’uno all’altro per sopravvenuta morte, assomigliandosi tutti e chiamandosi tutti Tabù danno vita all’illusione di un unico e sempiterno Tabù), il nuovo – che si tratti dell’ultimo virgulto ancora poppante dei Baldi o del parcheggio che ha sostituito il cortile del ciclista “pieno di ruote e catene, con un’enorme vasca da bagno colma di erbaglie” – rappresenta o piuttosto presenta ai suoi occhi l’orrore, l’intollerabile da cui, finché è possibile, conviene distogliere lo sguardo. Né sopravviene in Mari, come in Proust, il balsamo dell’abitudine a lenire, dopo un poco, gli oltraggi del mutamento, a chiudere le piaghe col cicatrizzante oblio. In Mari il presente è presente a sé stesso: inesorabile, ineludibile.

Va da sé che il fenomeno più antitetico a un siffatto personaggio – il Michele – è la moda, cioè il cambiamento che si sottolinea e si enfatizza, lo sbocciare gioioso e provvisorio nel tempo, lo sberleffo a ogni caparbia resistenza mirante al permanere. Anche alla moda i Baldi cedono con entusiasmo e senza alcun sospetto, sicché il loro giardino è tutto un fiorire di bermuda e materassini e radioline transistor, creme solari e cespugli da lungomare di riviera. Tutto questo, che irrita il protagonista e lo disturba nelle sue occupazioni filologiche (e di che altro poteva occuparsi il Michele se non di filologia, di restituzione allo stato prisco?), non è, come lui ben sa, che l’epifenomeno: “…quelle voci [il chiasso dei vicini, n.d.r], a quanto pareva, c’erano sempre state, e solo ne era cambiata l’eco entro me, in me che a un certo punto della mia vita non potei più sopportarle e stizzito chiedevo a mia madre, le pochissime volte che veniva a trovarci, «Ma sei sicura? Era sempre così – proprio così – anche quando ero piccolo? Fu sempre così?», e per quanto lei mel persuadesse, e io sapessi che doveva avere ragione, non riuscivo a capacitarmene.” L’eco che è cambiata nel protagonista, da quando non è più “piccolo”, è la coscienza del tempo; l’insostenibile irritazione viene dal fatto che del tempo che tutto muta i Baldi sono la spontanea, incurante, e plateale manifestazione.

Come il protagonista, chiuso nella magione vecchiotta e trascurata, si sente assediato dai vicini in perenne ansia di ammodernamento e adeguamento, così l’identità e la permanenza, le sue preoccupazioni principali, si trovano minacciate dall’alterità (ciascuno degli abitanti di non-Scalna) e dall’inarginabile cambiamento delle cose e dei luoghi. Un sollievo al disagio sotteso, al tarlo che rode incessante, è offerto dalla Flora, dal cane Tabù e dalla casupola con orto adiacente al giardino dei nonni, dalla parte opposta a quella dei Baldi.

Della Flora dice il protagonista: “Non ne ho mai saputo l’età: l’ho sempre vista piena di rughe, curva su se stessa, con in testa lo stesso fularino blu a pallini bianchi.”; del cane sappiamo; quanto alla casa, “credo”, egli afferma, “che tranne le lampadine non ci fosse un solo oggetto posteriore alla guerra.” L’impermeabilità al cambiamento è ciò che assimila Flora e le sue pertinenze all’autentica Scalna, ciò che permette a Michele di frequentarla senza riportare danno o oltraggio.

Purtroppo la Flora non ha la percezione della propria eccezionalità e, incomprensibilmente, non vede ostacoli a intrattenere commercio anche coi Baldi. Un commercio foriero di sventura, la quale si materializza nel faretto rosso nuovo di zecca che i servizievoli vicini montano al posto del vecchio (e deteriorato, e pericoloso) braccio di ottone con corolla di vetro sabbiato, che più che esservi avvitato pencolava ormai dal muro sopra il comodino della Flora. Lo sfregio muove il contemplativo all’azione: Michele si precipita a Luino, fa riparare il vecchio lume, lo ripristina al suo posto in luogo dell’Intollerabile.

Se lo scandalo estetico costringe il riluttante protagonista a sùbita azione, un altro scandalo, a occhi comuni assai più grave, uno scandalo esistenziale, lo tormenta ma non lo smuove: un’estate, all’inizio delle vacanze, Michele trova la casupola sprangata, l’orto negletto, nessuna traccia della Flora e di Tabù. Apprende che l’anziana, malata, è in casa di riposo in un paese vicino (molto vicino, sicuramente più vicino di Luino). Urge una visita: per amicizia, per decenza e civiltà (i Baldi, infatti, vanno), soprattutto per sapere a chi è stato affidato Tabù. Michele si propone di andare ma non va. Ed è anche logico che non vada: che se ne farebbe di una Flora immobilizzata in un letto di casa di riposo, sicuramente privata del fularino blu a pallini bianchi, una Flora in mezzo al nuovo, che non sarebbe nemmeno più la Flora? Che se ne fa Michele di una Flora rapita nel mutamento? Meglio aspettare il suo ritorno, perché ella ha sì ceduto la piccola proprietà, ma con l’espressa clausola che rimanga a sua disposizione per dimorarvi in affitto non appena si sarà un po’ rimessa. Nemmeno il dolore, che lo pungola a volte intollerabilmente, di non sapere nulla del povero Tabù lo decide.

 Michele non va. Per anni non va. Finché dalla Claudia Baldi, incontrata per caso dopo un inutile tentativo di schivarla, non apprende che la Flora è morta già da un paio d’anni. E Tabù chissà da quanti. Si fa sera alla cava dove ha incontrato Claudia; Michele non torna a casa, aspetta l’alba seduto sulla riva del torrente: “Fra poco albeggerà, ma è questa l’ora. Adesso sembra che l’acqua si sia fermata. Basta che io non mi volti, che rimanga così ancora un po’, a carezzare questo bel sasso piatto che riflette la luna. Al primo fruscío alle mie spalle, saprò che sono arrivati.”

Io invece scommetterei che non arriva nessuno.