L’ALLARGAMENTO A EST DELLA NATO

Ormai chi è appena appena un po’ informato, chi non è di un’ingenuità mostruosa, come dire nato ieri, sa che la causa dell’aggressione russa all’Ucraina è l’espansione a est della Nato – e si cita Tizio e Caio che l’avevano sconsigliata come foriera di sventura. Ci si potrebbe chiedere, innanzitutto, di sventura per chi. Per le repubbliche baltiche, ad esempio? Per la Polonia, che di quel genere di sventure sa qualcosa? Per l’Ucraina, ora? Già, ma l’Ucraina poteva facilmente sventarla, la sventura. Bastava che lanciasse fiori sui carri russi, ad esempio; che sventolasse qualche bandierina della Federazione; l’hanno detto tutti, da Putin in giù, che non era un’invasione: un veloce cambio al vertice e hop, tutto a posto e tranquillo come prima. Com’è che gli ucraini hanno avuto la balordaggine di opporsi? Colpa dell’Occidente che gli ha fatto balenare la possibilità di qualcosa di diverso dalla russian way of life; qualcosa che magari a loro piace di più.

[A proposito del qualcosa che magari a loro piace di più: gli accusatori della Nato, compatti, vedono nell’Euromaidan nient’altro che un’orchestrazione Usa con conseguente, illegittimo colpo di stato. Che la popolazione ucraina, che aderì in massa all’ “orchestrazione” e continua a aderirvi sotto le bombe russe, possa avere un’idea, un’opinione, un desiderio, una volontà, un progetto, questi non lo prendono nemmeno in considerazione. Cancellazione dell’idea di scelta, cioè di libertà, sia individuale che collettiva, esclusiva logica di potenza, v. più sotto].

C’è gente che odia a tal punto le democrazie liberali e le idee di libertà individuale da cui esse sono faticosamente sorte – con una fatica lunga secoli che i russi ad esempio si sono risparmiati -, che pur di coprirle di merda gongola quando crede di poter dire che LA GUERRA IN UCRAINA È COLPA NOSTRA. Esaminiamo allora la questione da vicino. Dunque: l’espansione a est della Nato. L’espressione suggerisce qualcosa di attivo, di aggressivo, al limite di astuto – l’astuto conquistador occidentale. Ma facciamo un piccolo esperimento: giriamo sui talloni – di 180° per favore – e guardiamo la cosa da questa nuova prospettiva. Da questa nuova prospettiva non è più l’allargamento a est della Nato, ma la fuga precipitosa a ovest, il “si salvi chi può” delle nazioni che il destino ha piazzato lungo il confine russo e che sanno per esperienza cosa vuol dire. È un corri-corri a ripararsi “sotto l’ombrello della Nato” prima che la Russia si riprenda dalla sberla della disfatta del comunismo (e sulla disfatta, come su quelli che non sanno perdere, bisognerà che ci torniamo, prima o poi). Ma intanto: un errore ammetterle? Sarebbe stato più saggio lasciarle lì, pronte a essere ripappate e eventualmente – eventualmente – risputate in forma di formattati cuscinetti atti a rassicurare le paranoie della Grande Paranoica Anima Russa? E magari avevano delle idee loro su come volevano essere, cosa volevano diventare; idee in diversi casi non esattamente come le nostre; ma insomma, vediamo, una libertà…

Ma no: la Russia ha paura di essere invasa dalla Nato, quindi per lei è vitale che l’Ucraina rimanga neutrale. Leggi: controllata dalla Russia. Infatti l’Ucraina, che vorrebbe entrare nell’UE e nella Nato, non potrà farlo perché la Russia non lo permette, il che vuol dire che è controllata e interdetta dalla Russia. Ucraina condannata all’eterna minore età – insieme a numerose altre nazioni più o meno piccole, come non tarderemo a vedere.

Ma che cosa è più verosimile? Che la Nato attacchi la Russia scatenando una guerra nucleare, o che la Russia si pappi quello che le sta intorno? – cosa che sta facendo attualmente con l’Ucraina, la quale all’atto dell’indipendenza le aveva consegnato tutto l’arsenale nucleare. Che cosa è più verosimile? Che la Nato invada la Russia, o che la Russia, nuclearmente superiore alla Nato, e che si è già annessa motu proprio la Crimea, si annetta anche il resto, tutto il resto dei pesci più o meno piccoli che la circondano, perché vuole annetterselo – cioè per volontà di potenza? La Russia che ha festeggiato ieri l’anniversario di quella occupazione in uno stadio pieno di folla osannante, con un Presidente che rimarca che l’invasione dell’Ucraina è casualmente incominciata l’anniversario della nascita di “Fyodor Ushakov, leggendario ammiraglio di epoca zarista nato appunto il 24 febbraio che dal 2005 è santo patrono della flotta di bombardieri nucleari russi” (Il Fatto Quotidiano, qui).

Con questa gente abbiamo a che fare, e c’è chi dice che è colpa nostra, che non abbiamo usato le dovute cautele nei confronti della loro esacerbata suscettibilità di perdenti.

A proposito di perdenti, Eduard Limonov, esacerbato scrittore russo e cofondatore, con Alexandr Dugin (v. qui), del Partito Nazional-Bolscevico, nel maggio 2018 era a Milano, al Libraccio-Romolo, a presentare Zona industriale, la sua autobiografia dal 2003 in poi. Disse, fra le altre, un paio di cose che mi hanno colpito perché testimoniano veramente di un’altra prospettiva. Innanzitutto disse di stupirsi della russofobia dell’Occidente, dal momento che i russi erano venuti in Occidente solo due volte, ed entrambe per aiutarci contro due tiranni, intendendo Napoleone e Hitler; dopo di che, dopo averci aiutati, se ne erano andati lasciando soltanto qualche parolina qua e là, tipo ‘vodka’ e non ricordo più cosa altro. Allora: des deux l’une: o questo considerava tutti i paesi dell’est Europa non-Occidente – cioè di fatto Russia -, oppure pensava veramente che la Russia, nei paesi europei del blocco, si fosse limitata in quarant’anni a disseminare qualche anodina parolina.

[Anche che abbia fatto riferimento a Napoleone è un po’ strano. Napoleone è stato vissuto dall’Europa come un fenomeno assolutamente straordinario, non necessariamente bene accetto, ma non come un tiranno o un flagello; anzi, portava comunque il vento del nuovo – che i russi si sono ben guardati dal recepire. Nessuno, in Europa, metterebbe Napoleone di fianco a Hitler, o direbbe che i russi (e gli inglesi, e gli austriaci, e i prussiani…) ci hanno liberato da Napoleone.]

La seconda cosa abbastanza stupefacente che disse Limonov, fu che lui da tempo insisteva affinché la capitale fosse spostata molto più a est, perché Mosca è troppo vicina all’ovest. Disse “a otto [mi pare] ore dai vostri carri armati Nato“. Cioè, nel 2018, un attacco Nato alla Russia coi carri armati. No ma dico. Un po’ vintage come immaginario. E l’impressione, nel 2022, non è diversa: vecchio vecchio vecchio vecchio. Avranno anche i missili ipersonici, ma nella testa sono indietro di qualche secolo.

La Russia, dicevamo, più che essere invasa generalmente invade. Lasciando da parte il caso dei Mongoli (XIII-XV sec.), ormai molto lontano (ma i russi, come i fratelli serbi, pare abbiano una memoria da elefante), la Russia fu quel che si dice invasa soltanto da Napoleone e da Hitler. Napoleone invase anche Italia, Spagna, Germania, Impero, Svezia-Norvegia e sicuramente qualcosa mi scordo. Hitler invase anche Cecoslovacchia, Polonia (d’accordo con i russi), Ungheria, il resto dell’Europa dell’est, Francia, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Norvegia e sicuramente qualcosa mi scordo. Tuttavia nessuno di questi paesi soffre, come invece la Russia, di paranoia da invasione; cioè no, non proprio: i paesi dell’est un’invasione la temono eccome: quella russa, e si tutelano entrando nella Nato, se ci riescono.

Ma per chiuderla, perché potremmo andare avanti ore opponendo diritto a costrizione e autodeterminazione a schiavitù, c’è davvero qualcuno che nell’aggressione della Russia vede qualcosa di diverso da un intollerabile atto di prevaricazione e violenza?

Sì, c’è. Ci sono quelli che ragionano unicamente in termini di potenza, come se la potenza fosse l’unica cosa che regge il mondo. Poiché dunque la Russia post-sovietica ha ritrovato un’identità nell’ambizione di essere ancora una grande potenza, deve, per la legge delle potenze, dominare chi le sta vicino. Per questi teorici della potenza il mondo è uno scacchiere i cui pezzi si muovono secondo dinamiche inappellabili che essi interpretano con la sicumera di aruspici, ostentando scientifica indifferenza per il concreto, cioè i popoli coinvolti. Anzi no, sono molto sensibili: infatti consigliano al popolo ucraino di arrendersi, o meglio gli consigliano di essersi già arreso, per evitare ulteriori distruzioni e sofferenze, poiché contro la potenza non c’è lotta che tenga. L’idea che qualcuno, e in primis i politici, possa credere a quelle che per semplificare chiameremo ragioni ideali, gli pare di una risibile ingenuità. Anzi peggio: “una malattia spirituale“, per citare un aruspice della Bassa modenese.

Ma chissà, magari qualcuno affetto dalla “malattia spirituale” di amare le democrazie liberali e disposto a combattere per quello che considera un valore, e non soltanto un effetto passeggero di “potenza”, c’è ancora.

Chi volesse leggere un breve saggio, molto ben scritto e da persona più competente di me, qui.

CECI N’EST PAS UNE INVASION

Ceci n’est pas une invasion

Si continua a sostenere, da parte russa, che l’operazione militare speciale in Ucraina non è un’invasione. L’abbiamo sentito l’altro giorno da Lavrov e ieri di nuovo da Aleksandr Dugin, il filosofo (?) di riferimento di Putin che Luigi Mascheroni ha intervistato per il Giornale (qui). L’intervista – o almeno la parte che ho potuto leggerne su il Giornale.it – non dice gran che di nuovo, a parte chiarire bene l’obiettivo putiniano della Grande Russia, e affermare che è condiviso dalla sostanziale totalità del popolo russo. E su questo credo che abbia ragione. La speranza, a cui si è dato voce da più parti, che Putin sia più o meno metaforicamente fatto fuori dai suoi, mi sembra al momento del tutto infondata. Mi auguro di sbagliarmi, ma temo di no. Vorrei però citare quello che Dugin individua come il primo dei due obiettivi di Putin (il secondo è “cambiare il regime politico a Kiev per fare ritornare l’Ucraina nella sfera politica, militare e strategica russa” – papale papale, alla faccia dei pacifisti nostrani che non hanno vergogna di parlare di “neutralità e demilitarizzazione” dell’Ucraina come se davvero ci potesse essere in ciò qualcosa di neutro). Ma veniamo al primo obiettivo:

È un'operazione militare. Putin ha spiegato molto bene gli scopi, che sono due. Primo: denazificare un Paese il cui governo ha non solo tollerato ma appoggiato i gruppi neonazisti per dare forza a una identità nazionalista ucraina basata sull'odio contro i russi. Una identità artificiale creata attraverso una ideologia che l'Occidente ha finto di non vedere perché odiare i russi è più importante che odiare i nazisti.
  1. Un russo (nella fattispecie Dugin/Putin) che parla di denazificare, non importa quale paese e non importa con quanta ragione, mi sembra il bue che dà del cornuto all’asino.
  2. Che l’identità “nazionalista” ucraina sia un’identità artificiale basata sull’odio contro i russi è un’affermazione di Dugin. Ma qualora davvero, già prima dell’invasione, ci fosse stato quell’odio, forse dovremmo chiederci il perché. E invaderla non mi sembra il modo migliore per farsi amare. Se Putin vuole l’Ucraina, dovrebbe rendere l’appartenenza alla Russia un obiettivo allettante; altrimenti è il solito discorso, quello che fanno in Italia i vari Diego Fusaro: so io qual è il tuo bene, e se tu non vuoi farlo te lo faccio fare lo stesso; il discorso che gli “illuminati” fanno agli eterni minori: il pastore al gregge, il dittatore alla nazione, il fanatico a tutti.
  3. Ma il punto che mi interessa viene adesso: secondo Dugin, per l’Occidente odiare i russi è più importante che odiare i nazisti. Ora, prima delle smanie di grandezza di Putin, in Occidente nessuno “odiava” i russi. E nessuno li odiava per il semplice motivo che nessuno se li cagava. Ma questo i russi proprio non lo sopportano. Non ci si abitua tanto presto a non fare più paura. Inoltre – ed è il punto più importante – i russi desiderano l’odio dell’Occidente; ne hanno bisogno per costruire la loro identità. I russi si definiscono come l’antagonista europeo (?) dell’Occidente; se gli viene a mancare il (supposto) odio dell’Occidente non sanno neanche più chi sono; è l’esistenza dell’Occidente – razionalista e individualista – che dà corpo, per opposizione, al grande progetto dughiniano (e putiniano) dell’Eurasia; di cui naturalmente la Russia sarà l’anima e la guida; il resto (in primis i paesi islamici) si accorperà per sostanziale compatibilità di intenti; né il patriarca Kirill avrà alcunché da obiettare. E con ciò passiamo alla seconda parte di queste riflessioni.

Sarò sincera: io di questo Dugin sapevo poco o niente. L’avevo incontrato nel libro-biografia di Carrère: Limonov, perché con Limonov Dugin fonda nel 1993 il Partito Nazional-Bolscevico (ricordiamo en passant che per Limonov – e non a torto – secondo dice il documentatissimo Carrère la grandezza della Russia sovietica consisteva sostanzialmente nel “far paura a «quei coglioni imbelli degli Occidentali»”).

Ho consultato Wikipedia, che non sarà il massimo ma dà un’idea, e sono inorridita. Consiglio la lettura completa (qui); per fare un sunto, diciamo che questo Dugin, filosofo fascista dunque la denazificazione dovrebbe cominciare da lui, è un grande sincretista; sincretizza, fra gli altri, Heidegger e Julius Evola – non che debba essere stato particolarmente difficile -, ha la fissa dell’identità etnica, “teorizza la possibilità di una riorganizzazione della società nell’antica tripartizione di sacerdoti, guerrieri e contadini, affinché il Cielo riconquisti la Terra“, sguazza nell’esoterismo, giostra con simboli e archetipi, per esempio le forze ctonie: “Cibele, la Terra, la madre e la materialità, titanica, ctonica e caotica, che è assenza di ogni principio maschile, apollineo, celestiale“, che “cerca perennemente con i suoi Titani di distruggere l’ordine del Cielo e di creare un mondo che va «dal basso verso l’alto»“, e non, come dovrebbe, dall’alto (Apollo, spirito) verso il basso. “La società occidentale liberale moderna alimentata dalla tecnoscienza è per Dugin, escatologicamente, l’attacco finale della Grande Madre che tutto divora e dei suoi rappresentanti a ciò che resta dell’ordine celestiale. Attenzione, femministe: se a sentir parlare di Grande Madre avevate drizzato le orecchie, sappiate che nella futura Eurasia non c’è posto per voi – d’altra parte in una società “di sacerdoti, guerrieri e contadini” non vedo un grande ruolo per le donne, se non quello della “base in cui il Logos celeste si può incarnare” – il Logos celeste maschile, è chiaro. Ma se invece vi attira un futuro detecnologizzato – fuorché per gli strumenti bellici, s’intende – in cui le donne tessono tappeti secondo l’antica sapienza femminile ereditata dalle trisavole, allora avete trovato il vostro uomo.

Occhio però perché il nostro filosofo è anti-lunare e anti-mestruale. Si bea dei raggi dell’attualmente iper-solare Putin: iper-solare da quando ha rifiutato ogni compromesso con l’Occidente e si è posto risolutamente sotto “il sole dello svastika eterno“. Da paura questo Dugin. Antimoderno, irrazionale, primitivo, fanatico. Io non lo trovo folle: lo trovo spaventoso. Pericoloso. La Russia si sente minacciata? Davvero non ha motivo. Siamo noi che siamo circondati. Ed è un bene – poiché, a parte tutto, è sempre bene sapere le cose – che “quei coglioni imbelli degli Occidentali” se ne rendano conto.

Il simbolo del Partito nazional bolscevico e, nel riquadro, Dugin

(Se dopo questa lettura volete riprendervi con qualcosa di biecamente razionale, consiglio l’intervista a Alexander Stubb, qui).

SI FA PRESTO A DIRE COSE. Daniele Del Giudice, ATLANTE OCCIDENTALE

È più di un mese che voglio scrivere questo articolo e ci si mette sempre di mezzo qualcosa. Adesso addirittura la guerra. Non riesco a pensare ad altro. Non sono soltanto le sofferenze della gente, i morti, le migliaia di profughi in fuga davanti ai russi, tutte le incognite – e sono tante – che ci attendono. Quello soprattutto che mi impedisce di pensare ad altro è la prepotenza. Come un muro contro cui si va a sbattere e non si può andare oltre; il diritto della forza, che è l’assenza del diritto; la bieca fattualità della prevaricazione.

Però l’articolo lo devo scrivere, mi serve. E allora mi rinchiudo nella bolla dell’anno 1985, quando uscì il romanzo e avevamo da poco schivato una guerra nucleare su basi paranoiche (per un veloce riassunto, qui), dunque potevamo essere di nuovo sereni e rilassati.

Atlante occidentale, secondo romanzo di Daniele Del Giudice (il primo, Lo stadio di Wimbledon, era uscito nel 1983 sempre per Einaudi con la benedizione di Calvino) è in effetti un romanzo sereno. Si svolge interamente a Ginevra, città che ha fatto della pace la sua peculiare atmosfera – talmente densa (per anticipare il tema dell’atmosfera, uno dei principali) che perfino una turista occasionale, come potevo essere io nell’anno, credo, 1989, la percepiva immediatamente. Nella città e nel romanzo quiete, serenità, bellezza, ricchezza. Se non vogliamo dire ricchezza diciamo un largo benessere; quasi irritante, se non si considera che è la condizione per far emergere le cose al netto di conflitti troppo umani. E di conflitti, nel romanzo, non ce n’è. Notiamo tuttavia che inizia con un crash sfiorato fra aerei da diporto; su questo torneremo. L’incidente mancato diventa abbastanza sorprendentemente l’occasione per un’immediata simpatia e un’amicizia fra i piloti coinvolti: l’autore della manovra scorretta e potenzialmente distruttiva Ira Epstein e la quasi-vittima Pietro Brahe. Ira Epstein è un anziano scrittore in odore di Nobel, di appartenenza nazionale incerta – così come non si parla mai di Nobel ma di ‘Grande Premio’. Ciò che è fuori dalla bolla magica ‘Ginevra’ appare sfumato, volutamente vago, inessenziale. L’origine dei personaggi – quasi tutti non-svizzeri – è neutralizzata dal bagno nell’atmosfera ginevrina. Ad esempio l’italianità del secondo protagonista, il giovane fisico Pietro Brahe in forze al Cern, si riduce all’accenno alle mozzarelle fresche portate su dai connazionali; già il cognome non suona propriamente italiano (probabilmente un omaggio all’astronomo e astrologo danese del XVI secolo Tycho Brahe). Di questa intenzionale e programmatica smussatura delle identità e dei confini nazionali sono stata fin dalla prima lettura, e sono ancor più in questi giorni, infinitamente grata a Daniele Del Giudice.

Simpatia e amicizia, dicevamo. Nel romanzo non si incontra praticamente altro (c’è anche l’amore a dir la verità, piuttosto marginale, quasi come caso particolare dell’amicizia e infiocchettatura necessaria, ma la struttura è identica: passa attraverso la modalità di percezione delle cose). Però non è un romanzo sull’amicizia; l’amicizia, la simpatia fra i soggetti sono la condizione per illuminare il modo in cui sono cambiate le cose – nel senso proprio di oggetti – pur restando cose: esterne, autonome, tendenzialmente simpatetiche se si vuole, ma indipendenti, certo non una produzione del soggetto, anzi piuttosto il contrario; e sono la condizione per illuminarle da punti di vista differenti.

La postura di Del Giudice è una postura scientifica, Pietro Brahe è un fisico, e sotto la città Ginevra – le cose come le vediamo – c’è la città Cern con l’acceleratore di particelle: le cose come vengono indagate, ciò che, in esse, sfugge alla nostra percezione.

C'è un raggio di luce sottile, concentrato e messo a fuoco dalle lamelle delle veneziane, che illumina il pulviscolo dell'aria; granelli in sospensione, che pure sono dappertutto, sembrano entrarvi dalla penombra, muoversi piano nella luce e poi sparire verso il soffitto o il pavimento, di nuovo oltre la soglia dell'ombra. Brahe li guarda dal letto, verso mezzogiorno, appena sveglio; pensa che tutto potrebbe essere visibile così, naturalmente, e che se col tempo, tutto il tempo dall'inizio del tempo, non si fosse selezionata una misura standard della percezione e della sensibilità, forse oggi del suo lavoro non ci sarebbe alcun bisogno.

Il suo lavoro consiste nel rilevare particelle piccolissime, talmente piccole da non essere visibili nemmeno con i più potenti strumenti di ingrandimento, più piccole dell’atomo che già è invisibile. Rilevare ciò che in ogni modo si sottrae alla percezione facendolo passare attraverso qualcosa che funga da “raggio di luce sottile” (nemmeno il pulviscolo atmosferico è visibile fuori da un raggio di luce). Questo qualcosa è l’acceleratore. E qui devo fermarmi perché di fisica non so nulla. Aggiungerò solo una cosa, sperando di aver capito bene e di non dire una colossale scemenza. La differenza fra materia e energia è, se così posso esprimermi, quantitativa, non qualitativa: la materia è energia che si trova in determinate condizioni numericamente definibili, e viceversa. Tuttavia, stando alle nostre normali percezioni, la materia tende a rimanere al suo posto, non si mette a danzare. Le particelle che cerca di individuare Brahe invece, talmente piccole da essere in un certo senso il limite della materia, sono anche al limite della materia: fra materia e energia, ora materia ora energia, si trasformano incessantemente, danzano. Ma sentiamo come continuano le riflessioni di Brahe:

Pensò a quella misura [la misura standard della percezione e della sensibilità, v.sopra] come al senso comune, alla sua straordinaria forza e confortevolezza e intolleranza, sebbene occupasse uno spettro piccolissimo di quello che si può sentire.

Sappiamo che la scienza è controintuitiva, cioè afferma, sulla base di esperimenti, cose che rimangono precluse alla nostra percezione, la quale ci permette però di cavarcela nel mondo e ci fornisce un’impalcatura “forte e confortevole” per la quotidiana esistenza. La discrepanza fra scienza e percezione naturale è, detto en passant, il terreno su cui prosperano i movimenti antiscientifici, terrapiattisti e altri. Le cose non sono però così semplici, tutto è connesso con tutto, anche i nostri modi percettivi subiscono delle variazioni, ad esempio non sapremo mai come i romani o i fenici vedevano il rosso, o perché per i greci il mare era “colore del vino”. I nostri modi percettivi subiscono delle variazioni che possiamo immaginare legate, seppure non in senso piattamente causale, anche a dispositivi tecnici come in questo caso l’acceleratore di particelle. Nel romanzo, sia il narratore esterno – Del Giudice – che i personaggi sono molto attenti alla percezione, a quello che vedono, a quello che si vede, alla luce e all’aria, a come la luce e l’aria interagiscano con gli oggetti, con gli individui e con le azioni, a come li modifichino e ci modifichino, a come nella percezione si stabilisca, fra il soggetto e ciò che lo circonda, un legame conoscitivo e esperienziale che Del Giudice e i suoi personaggi chiamano ‘sentimento’. A come, infine, nulla sia veramente stabile, men che meno i “bordi” degli oggetti, e a come ogni fenomeno domandi di volta in volta un costante sforzo di ridefinizione.

In macchina, andando a Échevenex, non parlarono più, presi ciascuno dai propri pensieri o dalle luci delle case sparse nel buio della pianura, dalle luci deboli in costa alla montagna, dalla luminescenza complessiva della città lontana riverberata nel cielo come un alone, dalle luci rosse per gli aerei sulle sporgenze degli impianti, dalle luci azzurre della pista dell'aeroporto sotto cui passarono e che segnavano l'unica strada asfaltata per tutte le direzioni, nel paesaggio notturno dove a ogni luce si poteva adeguare un sentimento. E più tardi a Échevenex, nella grande hall sotterranea, ogni luce era circostanziata e significativa, quella filiforme dei numeri sugli indicatori, quella delle spie e delle gradazioni, quella delle linee luminose che nascevano e morivano nelle visualizzazioni rivelando a loro volta intensissime luminosità; la luce era non tanto lo sfondo di un'azione ma l'azione stessa, non illuminava i movimenti della mano ma li richiedeva; ogni luce era una domanda, o una risposta, non più contorno delle cose, forse le cose stesse dopo il loro progressivo farsi piccole e sparire.
Precisione, adesso che si è alzato e vestito e beve un caffè in piedi nella veranda guardando il giorno già formato ma in attesa del sole, sarebbe, se lui ancora scrivesse le sue storie invece di vederle, dire con esattezza questo tipo di aria, questo tipo di luce: consistenza, densità, rilievo sulla pelle del viso. Si tratterebbe di scegliere fra gli aggettivi quello che indica il giusto grado di umidità e di umore, di temperatura e di temperamento, di lucore e di lucidità; in breve, quello che salda la percezione e il sentimento in una sola radice, comune o almeno in relazione, come l'aria di una persona e quella che respira.

Si noterà che nei tre “binomi” dell’ultimo passaggio (umidità/umore, temperatura/temperamento, lucore/lucidità), la prima componente è relativa all’esterno, all’oggetto; mentre la seconda indica una condizione del soggetto; e tuttavia entrambe hanno lo stesso etimo e sono in qualche modo “imparentate”, come si addice a ciò “che salda la percezione e il sentimento in una sola radice, comune o almeno in relazione“. Chi riflette in questo brano è Epstein, lo scrittore, e non possiamo non notare come la sua posizione rispetto agli oggetti sia assai lontana – e anzi diametralmente opposta – a quella che appare nel famosissimo episodio della radice di ippocastano nella Nausea sartriana: se per Sartre la realtà esterna – diciamo data – non ha senso, è propriamente assurda, e il senso glielo dobbiamo dare noi con un’energica operazione di volontà, lo scrittore Epstein, benché provvisto di una personalità senz’altro forte, è assai più ricettivo: il senso è per lui qualcosa che si forma in un alone attorno alle cose, qualcosa appunto come l’aria o l’atmosfera, che via via le definisce, o meglio costituisce il medium nel quale soggetto e oggetto entrano in contatto e si definiscono a vicenda. Il brano citato continua come segue:

D'altra parte non gli era mai riuscito di concepire un personaggio o una situazione o un sentimento se non in una certa aria e in una certa luce, convinto che l'atmosfera sia alla fine ciò che è, la massa d'aria che circonda una storia. Certe volte gli bastava pensarla con intensità, senza descriverla, e allora anche l'aria e la luce finivano nei ponteggi che servono d'impalcatura a una storia e che vengono staccati e buttati via non appena sta in piedi da sola.

Un contesto generale, possiamo dire, di ricettività. Né Epstein né Brahe sono invasivi. Questo si vede molto bene, per quel che riguarda Brahe, nell’unico, piccolo conflitto che rilevo in tutto il romanzo e che viene peraltro risolto da Brahe con un geniale escamotage. Con un imbroglio se vogliamo, ma brillante, e reso necessario dall’invasività altrui. I fatti sono questi: c’è il progetto di una macchina, un rilevatore, alla cui costruzione contribuiscono, ognuno per la sua parte, diversi scienziati di diversi istituti. Mr Wang, di Berlino, ritiene di aver bisogno per la sua porzione di venti centimetri in più rispetto al progetto e li chiede, o meglio li pretende, da Brahe. Nel gergo del Cern, Mr Wang è un pescecane. Un pescecane è uno scienziato molto affermato, molto potente, molto prepotente. È l’unico personaggio che rimane fuori dall’atmosfera di amicizia e simpatia, e in effetti è un esterno: viene da Berlino appositamente per incassare i venti centimetri di Brahe. Come detto, Brahe riesce a fregarlo: apparentemente glieli cede, in realtà no. A me interessa una parte del dialogo fra i due, e mi scuso se la citazione sarà un po’ lunga. D’altra parte il testo interessante è quello dell’autore, non il mio.

C'è stato un silenzio breve; il cinese aveva uno sguardo distante e vicinissimo, tutto ritratto in sé e tutto a ridosso di Brahe, come se lo toccasse. Dopo un attimo ha ripreso: «Per vedere bisogna avere la forza di produrre ciò che si vuol vedere. Lei non crede?»
Brahe si è stretto nelle spalle, ha detto: «Sì, certo».
«Per vedere ci vuole una grande intenzione e una grande energia. Solo così si può produrre quello che si vuole vedere».
Di nuovo Brahe ha fatto cenno di sì. Cercava di ricordare quanti anni prima Wang avesse preso il Nobel per aver visto quello che aveva visto, e quindi quanti ne avesse adesso, dato che i capelli lisci sul viso magro e il corpo magro nel vestito blu, nella camicia bianca, nella cravatta spareggiata apparivano astratti da ogni età.
  «Per vedere, - ha ripreso Wang, - ci vogliono grande intenzione e grande energia, prima e dopo, perché ciò che è stato prodotto per poterlo vedere non lo si vede mentre accade; si vede prima come intenzione, si vede dopo come risultato». Ha fissato Brahe negli occhi con intensità, ha detto: «Lei e io vediamo così».
Brahe seguiva con le braccia conserte; sembrava che Wang mettesse un chiodo dopo l'altro, ma prima di salire all'appoggio successivo provasse continuamente il piede su quello che stava per lasciare, controllandone la tenuta.
«Se per vedere, - ha detto Wang in una tensione finale, - bisogna avere la forza di produrre quello che si vuole vedere, e se questa forza è insufficiente, si può concludere che non si riesce a vedere ciò che si vorrebbe vedere. Io credo che questo sia logico».
«Certamente», ha detto Brahe.
«Così, - ha sorriso Wang come se riavvolgesse rapido la corda, - così io le sono grato di avermi dato i venti centimetri che le avevo chiesto», e ha tirato fuori dalla giacca un piccolo disegno stampato con la sua parte del rilevatore.
«Un momento, - ha detto Brahe sciogliendo le braccia conserte, mettendo avanti le mani. - Nel telex le ho detto che potevamo discuterne, non che le avevo dato i venti centimetri».

Il discorso di Mr Wang è tutto incentrato sulla forza, sull’intenzionalità e sul produrre; il contrario della ricettività. Brahe dice “Sì, certo” e “Certamente” ma pensa ad altro, tiene le braccia conserte (se si vuole fare attenzione al linguaggio del corpo, anche lo sguardo di Mr Wang “distante e vicinissimo, tutto ritratto in sé e tutto a ridosso di Brahe” dice parecchio); quando in seguito Wang, sorpreso e deluso dalla sua scarsa disponibilità, riparte col sillogismo “Se per vedere…” Brahe, quasi parodico, taglia corto:

«Sì, sì, - ha sorriso Brahe interrompendolo, - su questo non c'è dubbio. Io ho una grande intenzione, penso anche che avremo molta energia. Quello che non ho sono i venti centimetri da darle».

E poi, ma non svelerò come, lo frega. Se insisto su questo episodio è per mostrare che l’unico conflitto del romanzo oppone Brahe a un personaggio “d’assalto”, uno per cui la realtà non si conosce ma si produce, con grande intenzionale dispiegamento di forza. Uno che sarebbe piaciuto a Sartre.

Atteggiamento ricettivo da parte dei protagonisti, dicevamo. Tuttavia all’inizio del romanzo la posizione di Epstein e di Brahe non è esattamente la stessa: il più anziano, lo scrittore, pur non essendo scienziato, è più avanti di Brahe nella corretta percezione delle cose – dove per corretta si intende la percezione che abbandona “la misura standard” e “il senso comune” per adeguarsi alla manifestazione delle cose nel tempo. Quello che Brahe gli dice del suo lavoro e del Grande Esperimento non fa che confermare e supportare le intuizioni di Epstein. Se vogliamo individuare non il conflitto, ma l’asse del romanzo, lo troviamo nell’amicizia fra i due protagonisti – amicizia maieutica, percorso di formazione che porta il più giovane a superare l’incongruenza fra il “senso comune” e ciò che il suo lavoro mette a nudo della realtà delle cose – ma anche a esplicitare per sé il recupero di una funzione nobile del senso comune (ricordiamo che Atlante occidentale, pur costruendo stilisticamente, in modo a mio avviso perfetto, un’immagine della realtà congruente con la sua tesi, non è un romanzo sperimentale):

Finché Epstein disse: «Ricorda quando è venuto qui per la prima volta?» e poi sorrise toccandosi la tempia: «Eh sì, certo che lo ricorda».
«Ricordo che parlammo del tempo, - ha sorriso Brahe, come se ricordasse solo quello. - Lei disse che il tempo poteva andare in un senso o nell'altro, e io le dissi che era vero, ma solo al di sotto di una certa soglia, che in fondo è la soglia delle probabilità. C'è una specie di linea di demarcazione che attraversa tutte le cose, e questa linea è il tempo, cioè la memoria. Lei disse che gli oggetti stavano sparendo, ed è vero. Ho riflettuto in questi mesi, e ho cercato di capire che cosa voleva dire. Un tavolo ha le sue leggi, da quelle per cui sta in piedi a quelle di come si sta a tavola, che sono perfettamente valide, tuttora. Solo che, come dire?, le parti di cui è fatto il tavolo, sotto una certa soglia, hanno leggi del tutto diverse da quelle del tavolo stesso. Gli oggetti che già ci sono, che ci saranno, saranno fatti direttamente di quelle parti lì». Brahe si è girato, ha guardato Epstein sorridendo: «Ma lei, evidentemente, questo lo sa già. Ciò che volevo dire è che la vera soglia, la vera linea di demarcazione è la memoria».
«Lo so, - ha detto Epstein. - Forse per questo sono tornato in Europa». E dopo un attimo ha aggiunto: «L'America è così strana, quando sei lì hai l'impressione che non esista una altro lembo di terra più avanzato dove andare, e capisci perché proprio loro sono andati sulla luna, forse perché non c'era un altro punto più avanti dove andare. Però piano piano senti che non ti basta, vorresti un passo avanti che andasse contemporaneamente anche indietro, forse l'unico passo avanti, quello di una persona con le gambe abbastanza lunghe e divaricate per farlo».

Un passo avanti che andasse contemporaneamente anche indietro” non è facile da immaginare e ancor meno da eseguire. A mio avviso, il romanzo e in generale la scrittura di Del Giudice si pongono come tentativi, come campioni di realizzazione di questo passo. Ho già detto che Atlante occidentale non è un romanzo sperimentale. L’unica caratteristica inattesa e, se vogliamo, disturbante – più come un campanellino, abbastanza discreto, che ti inviti a fare attenzione che come gli ottoni spaccatutto delle avanguardie – è il passaggio, in una stessa situazione narrativa, dai tempi storici ai tempi principali e viceversa (es. nel brano, qui sopra, “finché Epstein disse“, “ha sorriso Brahe“). Come sia da intendere in sé, non so. Io lo interpreto come un’allusione al movimento del reale sotto linee di demarcazione incerte; ma soprattutto, come dicevo, come invito a fare attenzione, uno smarcarsi discreto dal senso comune assunto acriticamente. Al netto di questa particolarità, la tessitura del reale che appare nel romanzo – una tessitura effettivamente inedita, dunque passo avanti – è ottenuta a forza di stile e di pazienza, bilanciando il passo avanti con un lavoro certosino sul noto – la linea di demarcazione della memoria che pian piano si sfalda -, assicurando la comprensibilità, rieducando il senso comune senza strappi, ed evitando così che il passo, per la fretta di avanzare, capitomboli a terra. In questo senso, nel senso di una rispondenza puntuale fra forma e contenuto, fra intenzione e realizzazione, nel senso di essere quello che dice, il romanzo raggiunge una perfezione.

Ripensando a una conversazione con Brahe, dice Epstein:

Avrei dovuto dirgli: è strano, lei guardando vede ancora le cose, proprio lei che lavora nell'assoluta scomparsa delle cose! Sì, potevo dirglielo fuori dai denti: non vede come le cose che cominciano ad esserci, che ci saranno, sono pura energia, pura luce, pura immaginazione? Non vede come le cose ormai cominciano a essere non-cose? Come non chiedono più movimenti del corpo ma sentimenti? Non più gesti ma intelligenza, e percezione?

La scoperta di Epstein non rimane senza conseguenze: lo scrittore ha deciso che non scriverà più. Decisione irrevocabile. Epstein non scriverà più perché ora le sue storie, anziché doverle scrivere, le vede. Guardando le cose, nella manciata di secondi in cui le percepisce percepisce anche la storia che è già lì, fatta, senza bisogno che qualcuno la scriva:

Avrei dovuto essere più esplicito con lui. Ma come potevo? Come spiegargli che io vedo le storie compiutamente? Non spezzoni o immagini o pensieri, ma storie perfettamente realizzate, finite come un lavoro finito, che nascono da quello che vedo e muoiono quando smetto di vederlo, senza che abbia bisogno di dire nemmeno una parola. D'altra parte come potrei spiegarlo, a chiunque? Dovrei raccontarlo in un racconto, ma non posso tornare indietro.

Epstein era scrittore di romanzi e più precisamente, come dice lui stesso, di “avventure“. Poiché otterrà effettivamente il “Grande Premio”, possiamo presumere che le avventure non siano da intendere nel senso di Salgari, ma piuttosto come storie “costruite”. Ora, rispetto alla scelta radicale di Epstein di non scrivere più avventure, cioè costruzioni artificiali condensate, ma di assistere all’autocostruzione naturale delle cose e provarne un sentimento, il romanzo di Del Giudice si pone come formazione di compromesso: non costruzione di un’avventura, cioè di una trama – in Atlante occidentale non ci sono quasi fatti, figuriamoci “avventure” -, ma attenta rilevazione fenomenologica di un cambiamento nella struttura delle cose, cui corrisponde un adeguarsi del sentimento.

La conclusione, come si addice a un romanzo sereno e senza trama, è serena e inessenziale: l'”Esperimento” di Brahe dà i risultati sperati, a Epstein viene attribuito il “Grande Premio”; entrambe le notizie coincidono con il rientro di Epstein in Germania e dunque con la separazione, almeno provvisoria, dei protagonisti. Così, allo sfiorarsi degli aerei all’inizio corrisponde ora un distaccarsi, come se, in uno di quei raddoppiamenti di struttura cari a Del Giudice, il cielo sopra Ginevra, la città, il lago, l’anello sotterraneo fossero essi stessi una specie di gigantesco acceleratore nel quale due particelle si urtano, si modificano, percorrono un tratto insieme, si separano di nuovo. Le ultimissime righe sono un dialogo, poco prima della partenza del treno di Epstein, fra lui e Brahe:

«E adesso?» [- chiede Brahe]
«Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova».
«E questa?»
«Questa è finita».
«Finita finita?»
«Finita finita».
«La scriverà qualcuno?»
«Non so, penso di no. L'importante non era scriverla, l'importante era provarne un sentimento»

Atlante occidentale si può a stento definire una storia: è un sentimento, che una attenta arte della rilevazione e della rappresentazione mette a disposizione dei lettori.

Nota

Atlante occidentale è un romanzo abbastanza breve (160 pagine) ma, sotto un’apparente semplicità e quasi quotidianità di situazioni, piuttosto complesso e di non facile lettura. Per presentarlo, ho scelto un percorso che mi è parso imprescindibile – un’arteria principale per così dire. Sono stata costretta a ignorarne quantità di altri, più o meno laterali, più o meno articolati, decifrabili o per me percorribili. Quindi è senz’altro possibile che il lettore che non l’avesse ancor letto e fosse invogliato a farlo si trovi poi davanti un libro un po’ diverso, o addirittura si chieda se lui e io abbiamo letto lo stesso libro…

D’UN POÈTE L’AUTRE. Angoli, pertugi, passaggi.

Lo Ulrichstein [Roccia di Ulrich] presso Hardt

L’altro giorno sono andata a sentire una lezione di Dario Borso a Bologna. Era invitato dalla docente di un corso sulla poesia tedesca del Novecento e avrebbe parlato di Trakl. Per Giometti&Antonello Dario Borso ha curato nel 2020 l’antologia Quaranta poesie di Georg Trakl. Poesie non scelte da lui però: sono le quaranta poesie – da qui il titolo – che Antonio Porta aveva individuato come affini e consonanti con la propria ricerca: fra inventario oggettivo dell’esistente e sensibilità per un suo alone luminoso, fra negatività e positività un sentiero verso la seconda, un passaggio alla luce (cfr. Dario Borso qui). La morte prematura, e l’insufficiente conoscenza del tedesco, non gli avevano permesso di darne la completa versione italiana.

L’introduzione di Borso all’antologia da lui curata, vasta e ricca di informazioni preziose, è un lavoro sull’affinità, sulla rete che collega un poeta a altri poeti: Trakl a Hölderlin o – passando per Rilke, Peter Szondi e Th. W. Adorno – Celan a Trakl, ma soprattutto al “sacro fratello” di entrambi, di nuovo lui, l’immenso: Hölderlin; da ultimo Antonio Porta a Trakl. L’idea di rete, affinità e filiazione è stata al centro della lezione bolognese. Vorrei ripercorrere qui, limitandomi per la verità all’esame di due poesie, una delle tracce: da Trakl a Hölderlin.

Nel 1913, il ventiseienne Georg Trakl pubblica la sua prima raccolta: Gedichte (Poesie). In essa troviamo la lirica Winkel am Wald, Angolo nel bosco:

Angolo nel bosco

                                             A Karl Minnich

Bruni castagni. Piano scivolano gli anziani
in più quieta sera; mollemente avvizziscono belle foglie.
Al cimitero il merlo scherza con il cugino morto,
Angela è accompagnata dal biondo istitutore.

Pure immagini della morte guardano da vetrate di chiesa;
ma uno sfondo sanguigno ha effetti molto tristi e cupi.
Il portale oggi è rimasto chiuso. La chiave l'ha il sacrista.
Nel giardino la sorella conversa amicale con spettri.

In vecchi crotti il vino matura in oro, in chiaro.
Dolce odore di mele. Gioia brilla non troppo distante.
Per tutta la sera bimbi odono fiabe con piacere;
a mite follia si mostra anche spesso l'oro, il vero.

Il blu affluisce colmo di resede; luce in stanze di candele.
Agli umili è bene apparecchiato il loro posto.
Giù per il margine del bosco scivola un solitario destino;
la notte appare, angelo del riposo, sulla soglia.

(Traduzione di Dario Borso)                     
Winkel am Wald

                                              An Karl Minnich

Braune Kastanien. Leise gleiten die alten Leute
In stilleren Abend; weich verwelken schöne Blätter.
Am Friedhof scherzt die Amsel mit dem toten Vetter,
Angelen gibt der blonde Lehrer das Geleite.

Des Todes reine Bilder schaun von Kirchenfenstern;
Doch wirkt ein blutiger Grund sehr trauervoll und dūster.
Das Tor blieb heut verschlossen. Den Schlussel hat der Kūster.
Im Garten spricht die Schwester freundlich mit Gespenstern.

In alten Kellern reift der Wein ins Goldne, Klare.
Sūß duften Äpfel. Freude glänzt nicht allzu ferne.
Den langen Abend hören Kinder Märchen gerne;
Auch zeigt sich sanftem Wahnsinn oft das Goldne,Wahre.

Das Blau fließt voll Reseden; in Zimmern Kerzenhelle.
Bescheidenen ist ihre Stätte wohl bereitet.
Den Saum des Walds hinab ein einsam Schicksal gleitet;
Die Nacht erscheint, der Ruhe Engel, auf der Schwelle.
                                       

Non poteva sfuggire agli studiosi che il titolo allude – anzi in un certo senso risponde, a più di un secolo di distanza, a un altro angolo di un altro bosco. Nel Taccuino per l’anno 18o5 dell’editore Friedrich Wilmans, Hölderlin pubblicò nove Canti Notturni, l’ultimo dei quali ha per titolo Der Winkel von Hardt, L’Angolo (ma sarebbe forse più corretto tradurre Il Pertugio, o Il Nascondiglio) di Hardt. I Canti notturni risultarono piuttosto enigmatici ai lettori dell’epoca e suscitarono qualche sarcasmo. Si vide poi che il sarcasmo era fuori luogo, ma la difficoltà è innegabile. In particolare il nostro Angolo di Hardt, una lirica di nove versi, sprigiona comunque un fascino oscuro, ma è di fatto incomprensibile se non si dispone di precise informazioni afferenti alla storia e alla leggenda. Questo per esortare il lettore a continuare la lettura anche se avesse l’impressione di non capire nulla: sarà tutto spiegato per filo e per segno.

L'Angolo di Hardt

Giù cala la selva,
e simili a bocciòli pendono 
in sé curve le foglie, a cui
in basso un suolo fiorisce
non muto del tutto.
Lì infatti Ulrich
passò; spesso medita, sopra l'orma,
un grande destino 
pronto, in luogo residuo.

(Traduzione mia)
Der Winkel von Hardt

Hinunter sinket der Wald,
Und Knospen ähnlich, hängen
Einwärts die Blätter, denen
Blüht unten auf ein Grund,
Nicht gar unmündig.
Da nämlich ist Ulrich
Gegangen; oft sinnt, über den Fußtritt,
Ein groß Schicksal
Bereit, an übrigem Orte.

Cominciamo dai nomi propri: Hardt. Hardt è un piccolo centro nel Württemberg, molto vicino alla cittadina di Nürtingen, a cui è stato poi amministrativamente annesso. Ma Nürtingen è il luogo in cui Hölderlin trascorse infanzia e prima adolescenza, a Nürtingen è la casa della madre, patria in senso stretto a cui il poeta farà costantemente ritorno al termine di peregrinazioni sempre interrotte. Hölderlin parla di luoghi che conosce bene. Conosce in particolare, nel bosco di Hardt, la Roccia di Ulrich, un masso di arenaria alto circa quattro metri con una spaccatura al centro: un pertugio, un nascondiglio.

Ulrich. Il qui nominato Ulrich è Ulrich del Württemberg (1487-1550), terzo duca di quello stato, che governò così male da esserne finalmente cacciato nel 1519. Se dico, per brevità, che governò “male”, intendo due cose, di cui una è senz’altro cattiva, mentre la valutazione dell’altra dipende dai punti di vista. La cosa cattiva è che, diciamo in politica interna, fu prepotente, iracondo, violento, megalomane, dispendioso, e che per soddisfare le smanie di lusso e di grandezza taglieggiò i sudditi con tasse spropositate. In politica estera – e qui il giudizio è invece, come dicevo, opinabile – tentò sempre di smarcarsi dall’Impero, dal quale il suo stato era giuridicamente dipendente; accettò assai di malavoglia il matrimonio con una rampolla degli Asburgo e, bandito in seguito a una sentenza del tribunale imperiale, si appoggiò alla Riforma per recuperare titolo e stato. Ricordo qui, per coloro i cui anni liceali appartengono a un lontano passato, che i principi tedeschi riformati si riformarono essenzialmente per potersi smarcare, o se si preferisce emancipare, dall’Impero degli Asburgo che, essendo Sacro e Romano, doveva per forza essere cattolico. Quanto al nostro Ulrich, per tornare alla pristina condizione di potere, durante la guerra dei contadini (1525) si alleò con questi, cioè precisamente con lo stato che da duca aveva allegramente oppresso e taglieggiato. Il recupero del Württemberg gli riuscì però soltanto nel 1534, grazie all’appoggio del landgravio Filippo I dell’Assia col quale si era alleato contro l’imperatore. Il reinsediamento di Ulrich significò l’immediato passaggio del Württemberg alla religione riformata e l’uscita dalla zona di influenza diretta degli Asburgo e dunque del cattolicesimo. In questo senso, si immagina, Ulrich rappresenta per Hölderlin un personaggio positivo, o almeno un uomo del destino. Lasciamo ora la storia per passare alla leggenda, secondo la quale nel 1519 il duca, bandito dall’Impero e inseguito dai nemici (il bando, die Acht, privava il bandito di ogni tutela giuridica, per cui, in parole povere, poteva essere tranquillamente ammazzato da chiunque), era riuscito a sfuggire nascondendosi nella cavità del masso roccioso presso Hardt che da allora porta il suo nome. Si dice che nell’arenaria sia rimasta impressa l’orma del suo piede.

Ora che abbiamo tutte le informazioni necessarie occupiamoci della lirica. È una poesia di nove versi: i primi quattro presentano un paesaggio, gli ultimi quattro spiegano (“infatti“), con ricorso alla storia e alla leggenda, qualcosa che è stato detto nel quinto verso, centrale; quest’ultimo costituisce la cerniera fra le due parti: natura vs storia, senso superficiale (dicibilità del paesaggio) vs senso nascosto nella dimensione del profondo; bosco e foglie da una parte, destino (collettivo) dall’altra; del quale possiamo parlare perché in quel punto (““) le due dimensioni si sono incrociate, nel senso che il luogo (quel punto della superficie terrestre, quella piega del paesaggio) ha reso possibile il manifestarsi di un destino che non è tanto quello di Ulrich quanto, attraverso Ulrich, il destino del Württemberg – il quale a sua volta prefigura per Hölderlin un destino, ancora tutto da compiersi, della nazione tedesca. Nel verso-cerniera (“un suolo […] / non muto del tutto“) si dice infatti che in quel luogo la natura non è chiusa in se stessa e indifferente, ma vi risuona l’eco, parlante, di un umano destino – dove ‘umano’ è pleonastico poiché solo nell’ambito dell’umano può esservi destino, e il destino e l’umano sono legati alla lingua, alla parola e al senso. La traccia del passaggio di Ulrich – l’orma rimasta nella roccia – lega il destino a una meditazione sulla traccia e su se stesso. Il destino è al contempo soggetto e oggetto della meditazione: come soggetto, non può non continuare a riflettere sull’orma che ha impresso; come oggetto della nostra riflessione, sebbene non ne residui che il luogo come qualcosa di lasciato indietro, di attualmente deserto, l’orma – il suolo “non muto” – ci assicura che un grande destino è “pronto” a mostrarsi pur in luogo orfano. Ambiguamente però, è proprio su questo, sull’übriger Ort, che si chiude la lirica.

Il destino, nel senso di una speranza disperante, è il tema generale dei nove Canti notturni. Capisco che a noi, italiani e cattolici, che quand’anche avessimo avuto un destino non ce ne saremmo neppure accorti, questo parlare accorato del destino di una nazione suoni un po’ strano; e in considerazione del fatto che fra Otto- e Novecento Hölderlin è stato preso in ostaggio prima dal George-Kreis, e poi dal nazi-corifeo Heidegger, capisco anche che l’accento sul destino della nazione tedesca possa suonare ominoso; ma Hölderlin non ha colpa di ciò che della sua poesia si è fatto in tempi bui. Vale la pena invece indagare cosa intendeva per destino e perché questo tema è così centrale nella sua poesia.

Il XVIII secolo e il passaggio al XIX sono in Europa un periodo di grande crisi. La Rivoluzione Francese sembra offrire una soluzione al modo che fece Alessandro col nodo di Gordio, e non solo metaforicamente. Ma con il Terrore prima e le invasioni napoleoniche poi, la Francia delude: non è nello spirito francese che si manifesterà il nuovo destino dell’Occidente. Contemporaneamente si assiste in Germania, in ambito non politico ma intellettuale o, se vogliamo usare un termine desueto, spirituale, a qualcosa di mai visto prima: nella storia occidentale, ciò che accade in Germania fra Kant e Hegel, fra Goethe e i romantici può essere paragonato soltanto all’Atene di Pericle e al Rinascimento italiano; nemmeno il Grand Siècle francese, normato e compassato, può competere. Lo spirito tedesco sembra un buon candidato ad esprimere il Destino – vale a dire la nuova identità e missione – dell’Occidente. Però c’è un però: le strutture collettive, politiche, non seguono, anzi sono più che mai rigide; il quotidiano della vita si arrabatta, invariato, fra le stesse miserie; giustizia e uguaglianza latitano; ciò che dovrebbe guidare la rinascita del popolo non si manifesta; l’elemento frenante, filisteo – reazionario diremmo noi – è ancora il più forte; di questo Hölderlin è acutamente consapevole e in qualche modo presago degli sviluppi: non diversamente che in Italia, anche in Germania come risultato delle lotte e delle rivoluzioni del XIX secolo emergerà che al raggiungimento dell’unità nazionale sarà stato sacrificato l’ideale egualitario e la tensione alla democrazia. Il Destino della nazione tedesca sarà un destino mancato.

Possiamo ora chiederci in che misura, un secolo più tardi, l’angolo di Trakl “risponda” a quello di Hölderlin, che ne sia del destino e della speranza disperante che Hölderlin si portò, salvandola, nella follia.

Come la lirica hölderliniana, anche le quattro quartine dell’Angolo al bosco mostrano una bipartizione: nelle prime due prevale un senso autunnale di disfacimento, più serenamente malinconico che tragico: le belle foglie avvizziscono mollemente, gli anziani scivolano in più quieta sera, e se la visione del cimitero è in qualche modo sdrammatizzata dal merlo che scherza col cugino morto, lo “sfondo sanguigno” (così traduce Borso, con riferimento alle vetrate di chiesa del verso precedente; ma la parola tedesca, Grund, è la stessa che in Hölderlin indica il terreno, il suolo, che nella sua poesia invece fiorisce nonostante l’autunno) ha effetti molto tristi e cupi. In queste prime due quartine Trakl reperisce fenomeni che afferiscono a una situazione di autunnale disfacimento, di incerto limite vita-morte, e li elenca, li allinea paratatticamente con una (quasi) indifferente oggettività. Non sono però gli unici, e il poeta non si ferma lì: le due quartine seguenti sono un pullulare di splendore e termini positivi: oro, dolce, profumare, gioia, brillare, piacere, ecc., la tonalità dominante è quella dell’oro e della luce calda della fiamma, la notte non è, hölderlinianamente, il gelo in cui “si artigliano uragani” (cfr. qui), ma, con immagine a dir la verità un po’ fastidiosamente crepuscolare, l’angelo del riposo. L’oro e la luce non vengono, però, dallo sguardo: anche qui il poeta mantiene la sua postura di oggettività; oro e luce sono nelle cose. Ciò significa però che il destino come finalità positiva ha abbandonato il soggetto – individuale o collettivo – e si è trasferito nelle cose; sono esse ora, molto più umilmente, ad avere un destino – “un dono che viene da se stesso“, per citare l’Antonio Porta di Airone – ed è per questo che “agli umili è ben apparecchiato il loro posto“; ben apparecchiato non certo da uno Spirito nazionalmente inverato, ma dall’umiltà degli oggetti che ad essi, gli umili, risplendono del loro senso.

Il destino come finalità positiva, si diceva, ha abbandonato il soggetto, individuale o collettivo: e come potrebbe, in questo anno 1913, con le catastrofi e i massacri che si preparano in Europa (non diversamente, parrebbe, da quanto accade in questo anno 2022), un destino come missione positiva risiedere ancora nel soggetto? Cosa residua, di questo destino soggettivo? Un omaggio a Hölderlin: “Giù per il margine del bosco scivola un solitario destino”. Così Trakl saluta il “sacro fratello” e così noi lo salutiamo con lui: un solitario, grandioso destino che a dispetto dell’orma non si compie, ma scivola giù lungo il margine del bosco.

DUE AFORISMI DI GEORG TRAKL

Di Georg Trakl, poeta austriaco nato a Salisburgo nel 1887 e morto nel 1914 a Cracovia di un’overdose, probabilmente intenzionale, di cocaina, si conoscono due aforismi. Il primo non è particolarmente originale – per quanto esprima, al modo dell’aforisma, il carattere necessario di una verità parziale. Dice:

Nur dem, der das Glūck verachtet, wird Erkenntnis. 
Soltanto chi disprezza la felicità giunge alla conoscenza.

Ma forse è meglio tradurre:

La conoscenza si fa [o: ha luogo] soltanto in chi disprezza la felicità.

O anche (più preciso):

Soltanto a chi disprezza la felicità tocca [in sorte] la conoscenza. 

Trovo però più interessante, anche perché più articolato, il secondo:

Gefūhl in den Augenblicken totenähnlichen Seins: Alle Menschen sind der Liebe wert. Erwachend fūhlst du die Bitternis der Welt; darin ist alle deine ungelöste Schuld; dein Gedicht eine unvollkommene Sūhne.
Quello che si sente nei momenti in cui l'essere è simile alla morte: tutti gli uomini sono degni di amore. Risvegliandoti percepisci l'amarezza del mondo; dentro c'è tutta la tua colpa non riscattata; la tua poesia un'espiazione imperfetta.

Secondo me è un aforisma perfetto, nel senso che la verità che rivela non ha nulla di parziale.

Che tutti gli uomini siano degni d’amore – la verità di questa affermazione così controintuitiva, così francamente opposta, a essere sinceri, all’esperienza di ciascuno, e che tuttavia la religione o il luogo comune, o la religione come luogo comune, vogliono farci passare per ovvia e lampante – la verità di questa affermazione, ci dice l’aforisma, ci appare evidente, anzi la percepiamo come qualcosa che è, e che essendo e essendo direttamente percepita non ha bisogno di essere (malamente) predicata, soltanto in momenti molto particolari. Momenti in cui la qualità del nostro essere sembra virare nel suo opposto, nel senso che in quegli istanti esso somiglia alla morte. Momenti limite, stati limite. A cosa di preciso faccia riferimento Trakl non sappiamo; possibile che il consumo abituale di droga c’entri per qualcosa. In ogni caso questo non ci interessa: comunque siano raggiunti, noi abbiamo qui degli stati simili all’annullamento, alla cancellazione dei tratti individuali, in cui sentiamo che ‘tutti gli uomini sono degni di amore’, in cui il nostro sentimento è precisamente quello. Risvegliandoci però da questi stati, recuperando una modalità di essere non più simile alla morte, recuperando i nostri abituali tratti individuali, ci troviamo immersi nell’amarezza del mondo. Si direbbe che l’amarezza del mondo faccia tutt’uno con l’individuazione che ci fa vivere e ci distacca da un fondo umano confuso e indistintamente degno di amore. E che a sua volta l’individuazione sia sempre legata a una colpa, sia anzi questa colpa stessa: debito mai saldato e probabilmente insanabile. Perché con che cosa lo salderemmo? Biblicamente, lo sappiamo: col lavoro. Ma il lavoro non basterà mai. Come potrebbe, se anche il lavoro più radicale, rigoroso, demiurgico – il lavoro del poeta – non è che un’espiazione imperfetta?

ZINGARI (terza ed ultima puntata)

Trento Longaretti, Il carrozzone degli zingari

TERZA PUNTATA (le altre puntate qui e qui)

III

Cosa so io degli zingari

Degli zingari io so pochissimo.

Diceva mia madre che quando lei era piccola, quindi anni ’20, primi anni ’30 del secolo scorso, gli zingari erano “magnàn”: riparavano le pentole e gli utensili in rame; o anche commerciavano di cavalli; viceversa i commercianti di cavalli avevano un bell’essere stanziali, era come se conservassero qualcosa di zingaresco. D’altra parte un mio compagno di liceo (primi anni ’70) ci diceva che suo nonno, capofamiglia assoluto benché i figli avessero a loro volta famiglia, portava gli orecchini, i quali indicavano il suo status di ‘sdór: riduzione per aferesi di resdór, da un ipotetico latino volgare *regitor, stessa etimologia di rex.

Io di questi qua con gli orecchini, da piccola, qualche volta ne avevo visti: erano della Bassa (che vuol dire Bassa Padana), mori di capelli e scuri di pelle, e sembravano un po’ degli zingari.

[Notiamo, per accuratezza filologica, che esiste anche il femminile, ‘sdóra o resdóra, la moglie dello ‘sdór, che oggi come oggi si collega visivamente a una bonaria signora di mezza età che tira la sfoglia a mano e fa i tortelli, ma nei nuclei plurifamiliari agricoli che vivevano sotto lo stesso tetto era la capa in testa, non necessariamente bonaria, che presiedeva all’organizzazione domestica.]

Tornando agli zingari, non risulta che rubassero, o che si dicesse che rubavano. Se così fosse stato mia madre l’avrebbe riferito, non era il tipo da omissioni ideologiche. A quel che so, gli zingari comparivano regolarmente, riparavano gli utensili di rame, commerciavano di cavalli. Punto.

Quando arrivavano si accampavano in una piazzetta abbastanza centrale, dove piantavano il tendone anche i piccoli circhi o si esibivano, senza tendone, saltimbanchi e artisti girovaghi. Non vorrei far confusione, ma mi pare che dicesse, mia madre, che ci si fermavano anche i pastori con il gregge; in ogni caso una vocazione animalista la piazzetta la doveva avere, perché fino a tempi recenti nel breve scampolo rimasto dopo la costruzione della Casa del Popolo si teneva il mercato settimanale degli animali vivi, più che altro pulcini di gallina o di anatra. Dopo la guerra, dicevo, vi fu costruita la Casa del Popolo e la piazzetta sparì. Sparirono anche le pentole e i paioli di rame. Almeno uno però durò abbastanza da lasciarmi il ricordo di un quintale di giardiniera che dovemmo buttare perché era rimasta a raffreddare nel paiolo. Dicevano che a lasciarli raffreddare nel rame i cibi diventano velenosi. Non so; so che io la assaggiai ed era amarissima.

All’epoca della giardiniera attossicata io avevo tre o quattro anni, eravamo alla fine degli anni ’50 e mio padre lavorava all’Enopolio Consorziale, detto Cantinone, un enorme parallelepipedo stile fascio dedicato alla produzione del vino. Per qualche tempo (non so quanto) mio padre fu assunto tempore vindemiae e licenziato alla fine della lavorazione del vino, circa marzo-aprile (risultava cioè annualmente disoccupato un po’ più a lungo di un odierno precario della scuola). Però avevamo gratis alloggio, luce, acqua, e pure il vino. Il nostro appartamento era nelle pertinenze della cantina: una serie di edifici dismessi che prima erano stati la Fornace, di cui restava la ciminiera. Ricordo che le finestre della parte abitativa, larghe e salubri come le voleva il regime, avevano saracinesche di ferro anche al primo piano, come in tutto il resto del complesso. Si trovava, questo Cantinone – e la sua lamentevole spoglia si trova tuttora – un po’ fuori paese, in località detta Villa delle Ville, toponimo assai strano dal momento che per la maggior parte erano catapecchie. Comunque lungo il muro di cinta del Cantinone scorreva e scorre – ma parlare al presente è in qualche modo inadeguato giacché se del Cantinone rimane la materia, la forma è perduta – il canale. Il Canale Ducale.

E qui dobbiamo precisare. Non vorrei infatti che qualche affezionato lettore, il quale, se mi segue da un po’, avrà indovinato più o meno dove vivo, volendo prendere visione dei luoghi – i Canali Ducali non sono poi così fitti -, esplodesse in una sonora risata: ma come, questo sarebbe un canale?! – che fu non molto tempo fa la reazione di amici tedeschi. Allora: non è un canale navigabile, né uno di quei canali larghissimi e pieni fino all’orlo che si vedono alla Bassa. È un canale di irrigazione, largo mediamente tre metri, che prende l’acqua dal torrente a monte e la convoglia per una quarantina di chilometri attraverso prati e campi. Distribuisce ogni anno 30 milioni di metri cubi d’acqua e lo fa dal XVI secolo, contribuendo in modo decisivo alla ricchezza e al benessere della zona; per cui c’è poco da ridere.

Poiché il luogo era tranquillo e quasi campestre e c’era l’acqua, sul margine della strada sterrata del Cantinone, verso il canale, si fermavano i carrozzoni degli zingari. Mia madre era una persona curiosa, attratta dall’individuale e concreto, e nei confronti dell’individuale e concreto del tutto priva di pregiudizi. Ricordo però che rideva, bonariamente ma rideva, perché una zingara – bisognerebbe dire una signora zingara – parlandole del marito aveva in qualche modo supposto una commensurabilità, una sostanziale omogeneità, fra il suo matrimonio zingaro e il matrimonio stanziale di mia madre – come se mia madre e la zingara e i rispettivi ménage non appartenessero, con tutta la buona volontà, a due universi completamente distinti; talmente distinti che diventava difficile, nel concreto, trovare la dimensione umana comune e si finiva per essere, l’uno nei confronti dell’altro, come due alieni non-belligeranti.

I bambini del vicinato erano quasi tutti maschi e più grandi di me. Quelli degli zingari invece erano bambine circa della mia età. Fraternizzai immediatamente benché avvertissi, da parte loro, una specie di patina di indifferenza sulla quale si arenavano i miei slanci. Avevo da poco imparato a cucire berretti per le bambole. Era molto semplice: si prendeva un rettangolo di tessuto un po’ sostenuto (io avevo un rotolino di panno rosso perfetto per lo scopo), si piegava in due, si faceva una cucitura in diagonale, si rivoltava, ed ecco un bellissimo berrettino a pan di zucchero. Ne confezionai, seduta stante, diversi per le bambine degli zingari senza farmi smontare dal loro più che tiepido entusiasmo.

Mia madre non vedeva di buon occhio questa frequentazione per un motivo molto preciso: aveva paura che prendessi i pidocchi – timore quanto mai fondato, a giudicare dal tempo che gli adulti passavano a spidocchiarsi seduti fuori dai carrozzoni. Io avevo il divieto di salirvi, ed è vero che il loro interno mi incuteva un po’ di timore; significava toccare con mano una diversità e, forse, inconciliabilità che cercavo di smussare a forza di chiacchiere e berrettini per le bambole. Vi salii tuttavia, una volta che le bambine avevano deciso di fare le pulizie. Non so cosa adoperassero, penso sapone, in ogni caso qualcosa che faceva molta schiuma. Lavavano alacremente gli arredi del carrozzone con questa cosa che faceva schiuma e tutto l’interno era pieno di schiuma bianca. È l’ultima immagine che ho degli zingari perché – non so se quella volta o un’altra, ma credo quella -, poiché disattendevo regolarmente i divieti di mia madre, mio padre venne lui stesso a prelevarmi. Era un fatto eccezionale, che occorse non più di tre volte durante la mia intera infanzia, e credo che se ognuna di queste tre volte Dio Padre si fosse mostrato di persona ad annunciare il Giudizio Universale, l’effetto non sarebbe stato maggiore. Mio padre poi non diceva né faceva nulla; bastava la presenza. E l’espressione.

Qualche tempo dopo ci trasferimmo, e non so se fu quello il motivo per cui non vidi più gli zingari o se già prima avessero smesso di venire; in ogni caso alla fine degli anni ’50 il tempo dei carrozzoni trainati dai cavalli era agli sgoccioli. Per arrivare al successivo incontro ravvicinato bisogna aspettare sette o otto anni e superare la metà degli anni ’60, quando ero alle medie e avevo sviluppato per l’annuale fiera del paese (durata massima quattro-cinque giorni) un’attrazione ossessivo-compulsiva. Un anno feci amicizia – un’amicizia effimera, vista la breve durata della fiera – con una ragazzina, figlia di una famiglia di giostrai; ma dovevano essere piccoli giostrai, o più probabilmente gente che lavorava per loro. Di questa amicizia ricordo due cose: che giocavamo a bigliardino dal prete e che la ragazzina, soprattutto in presenza di altri giovani autoctoni, ripeteva incessantemente che loro non erano zingari perché erano battezzati. A me, che lei fosse o no zingara – come che fosse o no battezzata – non me ne poteva fregare di meno, anzi, credo che saperla francamente zingara mi avrebbe fatto più piacere. Ma lei ripeteva questa storia del battesimo con aria ostinata e scontenta, come qualcuno che tenta di uscire da un ghetto e sa già che fallirà.

C’è un’altra cosa che ricordo di questo breve incontro; una cosa che non riguarda né gli zingari né i giostrai ma soltanto me. Non so di preciso quanti anni avessi, direi fra gli undici e i tredici, comunque l’età in cui si cominciano a fare osservazioni su se stessi – o forse, più precisamente, a essere sorpresi da una specie di autonomo prodursi di queste osservazioni. Allora, l’osservazione che si produsse in occasione di questo incontro fu che era ben strano che io ricercassi la compagnia di persone che oggi si definirebbero “al margine” (naturalmente non disponevo del termine, ma l’idea era precisa e era quella). Per dire: mia sorella non si sarebbe sognata. Fu la prima volta, credo, in cui scoprii in me questo Hang nach unten. Mia sorella ha sempre mostrato una tendenza – misurata e onorevole – all’ascesa sociale. Il mio interesse invece, se c’è, va verso il basso.

Ma tornando al punto, fin lì io non ricordo che si dicesse che gli zingari rubavano. Abbiamo avuto dei vicini di casa che rubacchiavano – cosette: biancheria stesa, indumenti appesi al filo – chi per situazioni di indigenza, chi per una specie di cleptomania. Ma gli zingari, mi pare, erano lasciati fuori. Fu più tardi che si cominciò a dirlo, fu negli anni ’80 e ’90 che mia madre, forse anche perché invecchiava, cominciò a raccomandarsi per la fiera di chiudere bene porte e finestre “perché c’erano in giro gli zingari”. E che gli zingari (certi zingari?) rubassero era fuor di dubbio. La mia impressione è che si fossero adeguati; o dovuti adeguare. Quale mestiere onesto si offriva ancora a una vita nomade? E insomma non abbiamo assistito, da un certo punto in poi, a un incanaglimento generale della società? Non diversamente dagli altri gruppi sociali, anche gli zingari si saranno incanagliti – a modo loro.

Più tardi, per quel che posso vedere dall’osservatorio di un paesino e di una piccola città di provincia, sia nell’accattonaggio che nel furto mi pare che gli zingari siano stati soppiantati da esponenti delle ondate migratorie. In giro se ne vedono pochi e probabilmente, a parte qualche rara anziana con la sottana lunga e la cantilena, sono sempre meno individuabili dall’aspetto. Lungo la ferrovia che collega il paese alla città c’è un piccolo insediamento, ovviamente abusivo. Lo scampolo triangolare di terra appare di anno in anno più strutturato e organizzato. I bambini vanno a scuola e gli adolescenti alle superiori in città. Questi ultimi, occasionalmente, raccontano che loro non pagano bollette della luce perché spillano l’elettricità direttamente dai cavi Enel. Per questo sono da alcuni blandamente biasimati, da altri francamente ammirati.

ZINGARI (seconda puntata)

Pablo Picasso, Famiglia di giocolieri

SECONDA PUNTATA ((La prima puntata qui)

II

Apollinaire, Crepuscolo, da: Alcools, 1913

A Mademoiselle Marie Laurencin

Sfiorata dall’ombra dei morti
Sull’erba dove il giorno si estenua
S'è messa nuda l’arlecchina ingenua 
E nello stagno mira le sue membra

Un ciarlatano crepuscolare 
Vanta i prestigi che saranno fatti
Nel cielo stinto è un pullulare 
Di astri pallidi come del latte.

L'arlecchino lunare in proscenio 
Prima saluta gli spettatori
Stregoni giunti di Boemia
Alcune fate e gli incantatori

Avendola poi distaccata
A braccia tese maneggia una stella
Mentre coi piedi un impiccato
Suona i piatti in cadenza con quella   

La cieca culla un bel bambino
Passa la cerva con i cerbiatti
Il nano guarda con aria infelice
Il trismegisto arlecchino che cresce
Crépuscule

Frôlée par les ombres des morts
Sur l’herbe où le jour s’exténue
L’arlequine s’est mise nue
Et dans l’étang mire son corps

Un charlatan crépusculaire
Vante le tours que l’on va faire
Le ciel sans teinte est constellé
D’astres pâles comme du lait

Sur les tréteaux l’arlequin blême
Salue d’abord les spectateurs
Des sorciers venus de Bohême
Quelques fées et les enchanteurs

Ayant décroché une étoile
Il la manie à bras tendu
Tandis que des pieds un pendu
Sonne en mesure les cymbales

L’aveugle berce un bel enfant
La biche passe avec ses faons
Le nain regarde d’un air triste
Grandir l’arlequin trismégiste

Apollinaire, Saltimbanchi, da Alcools (1913)

A Louis Dumur

Nella pianura i funamboli guitti
Si allontanano lungo i giardini
Davanti agli usci di bettole grigie
Nei paesi senza le chiese

I bambini camminano avanti
Dietro vengono gli altri sognanti 
Pero e ciliegio san quel che gli tocca 
Se da lontano uno gli ammicca

Hanno dei pesi rotondi o quadrati
Dei tamburi dei cerchi dorati
L’orso e la scimmia da saggi animali
Sul loro passaggio questuan denari
Saltimbanques

Dans la plaine les baladins 
S’éloignent au long des jardins
Devant l’huis des auberges grises
Par les villages sans églises

Et les enfants s’en vont devant
Les autres suivent en rêvant
Chaque arbre fruitier se résigne
Quand de très loin ils lui font signe

Ils ont des poids ronds ou carrés
Des tambours des cerceaux dorés
L’ours et le singe animaux sages
Quêtent des sous sur leur passage

(Traduzioni mie)

Giuseppe Montesano (v. puntata precedente) parla dei “molti zingari felici che popolano le poesie di Cendrars e Apollinaire“. Cendrars è un autore che non conosco, e può ben darsi che le sue poesie siano popolate di zingari felici; ma per gli zingari di Apollinaire – o più propriamente per i suoi saltimbanchi e giocolieri, come per quelli di Picasso con cui è evidente l’affinità – l’aggettivo ‘felice’ non mi sembra il più adatto. ‘Crepuscolo’, ‘crepuscolare’, il momento indeciso fra la luce e l’oscurità, un limbo sociale e morale in cui le tinte si perdono e gli stessi astri impallidiscono, un prevalere dei toni grigi e una generale malinconia vagamente tinta di lutto (Crepuscolo) o di infantile irresponsabilità (Saltimbanchi) appaiono piuttosto i caratteri immediatamente visibili di questo universo zingaresco. Senza addentrarmi in un’analisi puntuale delle due liriche, propongo alcune osservazioni, citando per correttezza dall’originale con indicazione del verso:

Crepuscolo

  • Parole e sintagmi che appartengono al campo semantico della morte, dell’esaurirsi e lento spegnersi, dell’invalidità e della tristezza: les ombres des morts (1), le jour s’exténue (2), crépusculaire (5), le ciel sans teinte (7), d’astres pâles (8), l’arlequin blême (9, tradotto da me con ‘lunare’, ma letteralmente ‘pallido’, ‘smorto’), un pendu (15), l’aveugle (17), d’un air triste (19)
  • Ambito del magico e meraviglioso, ma anche ambiguo e/o contraddittorio: l’arlequine s’est mise nue (3), un charlatan (5), des sorciers venus de Bohême / quelques fées et les enchanteurs (11-12, questi costituiscono il pubblico dei saltimbanchi), ayant décroché une étoile (13), un pendu / sonne en mesure les cymbales (15-16), l’arlequin trismégiste (20); notiamo infine che il “bel bambino” è cullato però da una cieca, cioè da chi non lo può vedere.

Si vorrebbe incominciare: “Questa scena…”, se non che non abbiamo una scena, ma dei particolari, dei frammenti a cui manca una “cucitura” conveniente, lo sguardo d’insieme, una cornice che li contenga; e questo sia a livello spaziale – l’arlecchina che si è spogliata e si contempla nello stagno non si trova presumibilmente nelle dirette adiacenze del palco o del pubblico – che temporale: se infatti possiamo considerare le tre strofe centrali come inerenti allo spettacolo vero e proprio (il ciarlatano che annuncia e magnifica, poi il “numero” dell’arlecchino e dell’impiccato), la prima e l’ultima rimangono cronologicamente slegate: si immagina che la prima preceda di un po’, mentre dell’ultima ci si chiede se sia contemporanea allo spettacolo e sposti semplicemente l’obiettivo sul pubblico, o se invece “fotografi” un momento successivo, a luci della ribalta spente.

La frammentarietà in qualche modo – diciamo tematicamente – omogenea della narrazione è strettamente imparentata con quella del sogno, in cui i salti spazio-temporali, il subitaneo apparire e scomparire di personaggi, l’inverosimile o impossibile, l’intrusione di schegge fuori contesto (la cerva coi suoi cerbiatti) ci appaiono tuttavia misteriosamente (o magari neanche troppo misteriosamente) legati a un nucleo malcelato e ovunque trapelante che è il significato del sogno.

A meno che tutta la scena con le sue partizioni non sia un fantasma, una Fata Morgana, esso stesso spettacolo che inscena uno spettacolo suscitato dall’arlecchino trismegisto. ‘Trismegisto’, che viene dal greco trismégistos e significa ‘tre volte grandissimo’, è l’epiteto di Hermes – in italiano appunto Ermete Trismegisto – dio greco assimilato all’egizio Thoth (lat. Mercurio), autore secondo la tradizione del Corpus Hermeticum, origine e fondamento di ogni magia e sapienza esoterica. Ora, si sa che Apollinaire prendeva le sue parole un po’ dove le trovava, e che per lui il significante, specialmente in posizione di rima, nei suoi effetti fonicamente evocativi poteva avere un’importanza che metteva il significato decisamente in secondo piano; tuttavia l’epiteto ‘trismegisto’ non è in questa lirica l’unica allusione alla magia. Abbiamo visto che il pubblico è composto – a quel che pare esclusivamente – da “stregoni giunti di Boemia / alcune fate e [de]gli incantatori”. Sono i due versi più malinconici della poesia; evocano gli abiti tarlati delle Feste galanti di Verlaine; fanno pensare ai minuetti di Dance of the Vampires di Polanski. Perché? Perché, sempre a proposito di discontinuità temporale, questi personaggi nemmeno all’epoca di Apollinaire esistevano più; appartenevano a un passato lontano, definitivamente tramontato; e benché streghe, stregoni, e soprattutto incantatori siano figure ricorrenti nella sua poesia, da nessuna parte traspare in questa lirica, da parte del poeta, l’autentica nostalgia o il desiderio di resuscitarli.

Nelle analisi, generalmente fatte per la scuola, che si trovano in rete non si manca di sottolineare il carattere di confine della lirica: confine incerto fra la vita e la morte, fra la realtà e un sogno discretamente angosciante. Ed è innegabile che nei suoi personaggi Apollinaire anticipi qualcosa dei futuri popolarissimi zombi; così come, viceversa, tutta la lirica può essere invece letta come la rappresentazione, fatta attraverso una lente poeticamente spaesante, di una situazione reale: il cielo stinto è una quinta di teatro da cui l’arlecchino, effettivamente, stacca una stella, l’impiccato è impiccato per finzione scenica ecc. Ma fermiamoci qui e passiamo a Saltimbanchi, per tornare poi al punto: gli zingari.

Saltimbanchi

I saltimbanchi – o guitti, o giocolieri – di questa lirica sono più vicini agli zingari di Baudelaire. Sono anch’essi in viaggio, un viaggio che non sembra avere meta, e se non si parla espressamente di chimere, pure viene detto che camminano sognando; la natura, più che porgere maternamente i suoi doni, si rassegna a essere depredata; ma sia la rassegnazione che la spoliazione hanno qualcosa di grazioso, di bonario; i toni grigi, il chiarore sul punto di spegnersi, l’atmosfera francamente pagana di Crepuscolo sembrano qui passati dai saltimbanchi alla scenografia stanziale che attraversano: le locande, i cui usci si immaginano chiusi, sono grigie, e – particolare che situa la lirica in un universo simbolico lontano da ogni realismo – non ci sono chiese: niente socialità, niente religione, nessuna forma di collettività. Assenza di chiese significa anche niente campane, niente bronzi, nessuno squillante splendore. In consonanza con le “armi lucenti” di Baudelaire, l’unico splendore di questo quadro si trova nel corteggio dei giocolieri: i loro cerchi dorati.

In contrasto con un ambiente stanziale spopolato e privo di strutture di coesione, il gruppo dei saltimbanchi appare ben organizzato: benché, stranamente o significativamente, all’inverso. Se nel sonetto di Baudelaire la ripartizione dei ruoli era classica: i bambini nutriti al seno e accuditi, le famiglie protette nei carri scortati dagli uomini carichi di armi lucenti – qui si assiste a un rovesciamento: i bambini hanno funzione di guida e avanguardia, a loro il compito di individuare la via per il gruppo degli adulti assorti nell’unica attività che gli è consona: il sogno. Quanto al sostentamento materiale se ne occupano, ovviamente, i saggi e prudenti: gli animali.

Mezzo secolo è passato dagli zingari di Baudelaire ai saltimbanchi di Apollinaire. Delle chimere assenti è scomparso il ricordo nonché il rimpianto; d’altra parte nessuno le ricorderebbe volentieri perché a ricordarle finisce che si (s)cade nel patetico. Così, invece di cercare le chimere nel cielo, dove a volte lasciano traccia di sé in forma di nubi (“les nuages qui passent … les merveilleux nuages!”, Le Spleen de Paris, L’Étranger), i saltimbanchi di Apollinaire psicologizzano: si contemplano nudi in uno stagno, sognano; al limite organizzano incontri di categoria in cui si discutono grimori e testi ermetici. Abbiamo detto, nel post precedente, che gli zingari di Baudelaire sono zingari artistici, letterari; la loro letterarietà consiste nel porsi risolutamente e coscientemente fuori dalla storia: grazie a questo movimento essi acquistano solida consistenza. Ogni solidità pare invece bandita dalle liriche di Apollinaire (e non solo da quelle sugli zingari); sul mondo – ugualmente zingaresco e storico – è gettata la sorte di inconsistenza e fluidità: Sous le pont Mirabeau coule la Seine / Et nos amours. L’artificio, che la sensibilità storica di Baudelaire ricercava in amaro contrasto e ostinata opposizione, venata di nostalgia, con la natura, è cosa fatta: al posto delle nuvole che ancora veicolano chimere abbiamo un cielo di cartapesta stinta da cui comodamente, con una mano, si stacca una stella. E se i guitti, i funamboli, i marginali ne escono meglio, in fondo, dei grigi stanziali che l’assenza di chiese (nel senso, beninteso, di ciò che simbolizzano: uno spessore qualsiasi) ha appiattito togliendo loro ogni possibilità di riflesso e dunque di riflessione, ciò è dovuto a una malinconica fantasia, a un’attitudine a vagare fuori dai recinti (i saltimbanchi si allontanano costeggiando, ma dall’esterno, le cancellate e gli steccati dei giardini) più che non sia guidata, come in Baudelaire, dall’ago magnetico di una meta impossibile ma precisa.

La raccolta Alcools è del 1913, le due liriche Crépuscule e Saltimbanques hanno una prima pubblicazione nel 1909 nella rivista Les Argonautes. Durante e dopo l’inutile provvisoria catastrofe della Grande Guerra, le avanguardie proseguiranno nell’opera di svuotamento e assottigliamento con l’obiettivo di pervenire a qualcosa di diversamente solido.

E gli zingari? Nei fatti, come si sa, furono macinati nei campi di sterminio nel tentativo di creare una società rigidamente normata secondo norme che si ritenevano nuove. E nella cultura? Nell’immaginario? Cosa è rimasto della scia di esotico e alternativo che li accompagnava? Sono stati, in questa funzione, sostituiti senza residui dai figli dei fiori? Ne so molto poco. “Cosa so io degli zingari” doveva costituire il secondo capitoletto di questa puntata. Ma si è rivelato un resoconto di una certa lunghezza, quindi ho deciso di rimandarlo a un’ulteriore, non precedentemente prevista, terza puntata.

Una poesia del senatore Pillon

Il senatore Pillon mentre recita la poesia nell’aula

Vorrei condividere con voi una poesia del senatore Pillon. Un’avvertenza però: leggetela una volta sola. Poi vi spiego il perché.

Quanto mi manca Israele,
e in particolare
quel luogo
sul lago
dove un cuore attento
può ancora scorgere le orme,
i passi del Signore
e sentire le Sue parole
nell'aria dolce dell'alba.

Sul contenuto niente da dire, figuriamoci. C’è un interessante racconto di Villiers de l’Isle-Adam, intitolato Véra, il cui protagonista, il conte d’Athol, resuscita la presenza della consorte adorata a partire dalle tracce lasciate dalla defunta: gli oggetti che ha sfiorato o maneggiato, i tessuti che conservano il contatto del suo corpo, l’impronta del capo su un cuscino. Nessuna meraviglia che il senatore Pillon scorga i passi del Signore sulle rive del lago (immagino) di Tiberiade. Sono stati psichici noti.

Vorrei soffermarmi, invece, sul ritmo. La poesia ha il ritmo del singhiozzo. Ma non di un singhiozzo normale: del singhiozzo ostinato, quello che non passa. Raccontava il mio medico che ci sono singhiozzi che durano anche diversi giorni. Per questo dicevo: leggetela una sola volta. Di più è rischioso: come il lago di Tiberiade induce nel senatore Pillon la percezione dei passi del Signore, così la sua poesia potrebbe indurre nel lettore un singhiozzo permanente. Particolarmente inopportuno in vista anche delle prossime festività natalizie.

LA MEMORIA STORICA DI MADEMOISELLE DE LA MOLE

[Un po’ più di un anno fa ho iniziato a collaborare col sito Poliscritture. È stata un’esperienza impegnativa e piuttosto faticosa, ma molto proficua. Purtroppo l’impossibilità di ammettere che il marxismo possa sfociare in qualcosa di diverso da un regime totalitario – così come un’istintiva e radicata diffidenza nei confronti di organismi spontaneamente collettivi (e ancor più, s’intende, di organismi coercitivamente collettivi) – mi costringono a defilarmi. Pubblico quindi qui l’ultimo articolo che avevo preparato. Fa parte di una sottorubrica pomposamente intitolata “Prontuario tascabile di letteratura francese” che magari, se c’è interesse, continuerò qui. Si tratta per me di approfondire qualche punto che, in trentacinque anni di insegnamento, mi aveva incuriosito ma che a scuola non trovava spazio. Approfondimenti, sia chiaro, del tutto personali.]

Quando arrivò in sala da pranzo, Julien fu distratto dal suo malumore vedendo il lutto strettissimo della signorina de La Mole, che lo colpì tanto più in quanto nessun'altra persona della famiglia era vestita di nero. 
[…] Per fortuna, l'accademico che sapeva il latino era tra gli invitati. «Costui si burlerà di me meno degli altri,» pensò Julien, «se, come presumo, la mia domanda sul lutto della signorina de La Mole sarà giudicata inopportuna e fuori luogo.» 
[…] Si stavano alzando da tavola. «Non devo lasciarmi sfuggire il mio accademico,» pensò Julien. Si avvicinò a lui mentre uscivano in giardino, assunse un contegno gentile e sottomesso e condivise il suo furore contro il successo dell'Ernani. 
«Se fossimo ancora ai tempi delle lettres de cachet!...» disse. 
«Allora lui non avrebbe osato!» esclamò l'accademico con un gesto alla maniera di Talma. 
A proposito di un fiore, Julien citò qualche verso delle Georgiche di Virgilio e sentenziò che non c'era nulla di paragonabile ai versi dell'abate Delille. In una parola, adulò l'accademico in tutti i modi. Dopo di che, con l'aria più indifferente del mondo, disse: «Suppongo che la signorina de La Mole abbia ereditato da qualche zio, di cui porta il lutto.» 
«Come! Voi siete di casa,» disse l'accademico fermandosi di colpo, «e non conoscete la sua mania? In realtà è strano che sua madre permetta simili cose; ma, sia detto tra noi, non è precisamente la forza di carattere la qualità che brilla in questa famiglia: ma la signorina Mathilde ne ha per tutti e li comanda a bacchetta. Oggi è il 30 di aprile!» e l'accademico si fermò guardando Julien con aria arguta. Julien sorrise con l'espressione più intelligente che poté. 
«Che rapporto può esserci fra il comandare a bacchetta un'intera famiglia, l'indossare un abito nero e il 30 di aprile?» pensò il giovane. «Devo essere ancora più ottuso di quanto credessi!»
«Vi confesserò...» disse poi all'accademico, e il suo sguardo era sempre interrogativo. «Facciamo un giro in giardino,» disse l'accademico che intravedeva con entusiasmo la possibilità di una lunga e forbita narrazione. 
«Ma è proprio possibile che non sappiate ciò che è successo il 30 aprile 1574?» 
«E dove?» domandò Julien, stupito. 
«In place de Grève.» 
Julien era così stupefatto, che queste parole non gli dissero nulla. La curiosità, l'attesa di conoscere qualcosa di tragicamente interessante - il che era connaturato alla sua indole - mettevano nel suo sguardo quella luce che, a chi racconta un episodio, piace tanto vedere negli occhi dei suoi ascoltatori. L'accademico, felicissimo di trovare un orecchio vergine, raccontò diffusamente a Julien in che modo il 30 aprile 1574 Boniface de La Mole, il più bel giovane del secolo, e Annibale di Coconasso, gentiluomo piemontese suo amico, fossero stati decapitati in place de Grève. La Mole era l'amante adorato della regina Margherita di Navarra. «E notate,» aggiunse l'accademico, «che la signorina de La Mole si chiama Mathilde-Marguerite. La Mole era anche il favorito del duca d'Alençon e amico intimo del re di Navarra, il futuro Enrico IV, marito della sua amante. Il martedì grasso dell'anno 1574 la corte si trovava a Saint-Germain con il povero re Carlo IX, che si spegneva lentamente. La Mole tentò di liberare i principi suoi amici che la regina Caterina de' Medici teneva prigionieri a corte. Egli fece avanzare duecento cavalieri sotto le mura di Saint-Germain, il duca d'Alençon ebbe paura, e La Mole fu consegnato al carnefice. 
Ma ciò che sconvolge la signorina Mathilde, e me lo ha confessato lei stessa sette o otto anni fa, quando ne aveva soltanto dodici, ma aveva già un cervello, oh! che cervello!...» e l'accademico alzò gli occhi al cielo. «Ciò che l'ha colpita in una simile catastrofe politica, dicevo, è che la regina Margherita di Navarra, nascosta in una delle case di place de Grève, osò far chiedere al carnefice la testa del suo amante. E, alla mezzanotte seguente, portò via quella testa nella sua carrozza, e andò a seppellirla lei stessa in una cappella ai piedi della collina di Montmartre.» 
«È mai possibile?» esclamò Julien, emozionato. 
«La signorina Mathilde disprezza suo fratello perché, come vedete, non pensa affatto a tutta questa vecchia storia e non si veste a lutto il 30 di aprile. Dopo quel famoso supplizio, e per ricordare l'amicizia intima tra La Mole e Coconasso (il quale Coconasso, da buon italiano qual era, si chiamava Annibale), tutti gli uomini di questa famiglia portano quel nome.» L'accademico, abbassando la voce, soggiunse: «Questo Coconasso, a detta dello stesso Carlo IX, fu uno dei più feroci assassini del 24 agosto 1572 [la notte di San Bartolomeo, NdR]. Ma come è possibile, mio caro Sorel, che ignoriate queste cose, voi che vivete in questa casa?» 
«Ecco, dunque, il motivo per cui due volte, a tavola, la signorina Mathilde ha chiamato Annibal suo fratello. Credevo di avere udito male.» 
«Era un rimprovero. È strano che la marchesa sopporti simili stranezze... Il marito di quella ragazza ne vedrà delle belle!»
[…] La sera stessa, una cameriera della signorina de La Mole, che faceva la corte a Julien come un tempo Elisa, lo persuase che la sua padrona non si metteva in lutto per attirare gli sguardi: quella stranezza era profondamente radicata nel suo carattere ed ella amava veramente quel La Mole, amante riamato della regina più intelligente del suo secolo, che era morto per ridare la libertà ai suoi amici. E quali amici! Il primo principe del sangue ed Enrico IV.
(Stendhal, Il Rosso e il Nero, seconda parte, cap. X)

La notte dal 25 al 26 ottobre 1829, a Marsiglia, Stendhal ha l’idea del suo secondo romanzo, che intitolerà Il Rosso e il Nero e che ha intenzione di presentare come una “Cronaca del 1830” – non fosse che, prima che riesca a finirlo, la rivoluzione di Luglio, liquidando definitivamente l’ancien régime, dà un altro significato a questo anno 1830. Il sottotitolo stendhaliano sarà finalmente “Cronaca del XIX secolo” e il primitivo “Cronaca del 1830” comparirà in testa alla prima parte del romanzo. Questo per dire quanto stretti fossero per Stendhal i legami fra il suo romanzo e la storia, fra il suo romanzo e quel primo terzo del XIX secolo. Se si considera il protagonista, Julien, la sua parabola è compresa fra la memoria gloriosa di Napoleone, suscitata e intrattenuta da un vecchio maggiore medico dell’Armée d’Italie, e il presente ipocrita, legittimista e baciapile della Restaurazione; l’intero romanzo non è che la cronaca della lotta di un individuo per evadere dallo stato sociale in cui è relegato dalla storia. Soltanto alla fine di questa parabola, quando, condannato a morte, passerà gli ultimi mesi in una cella alla sommità del mastio di Besançon[1], e grazie al favore prezzolato della guardia carceraria potrà passeggiare sulla terrazza, elevata sul resto della città e del mondo – soltanto in questa situazione in ogni senso “distaccata” Julien sfuggirà alla storia e gusterà una felicità e una tranquillità pure e incontaminate.

Ogni epoca, sogno o regime ha i suoi modelli mitizzati di attuabilità e legittimazione: i suoi immaginari di riferimento. Se per Dante e il Medio Evo era l’Impero Romano, se Rousseau e i giacobini guardavano alla Roma repubblicana, se l’ultimo grido dell’egualitarismo è l’esistenza data per certa, agli albori dell’umano, di larghe collettività anarco-solidali, la memoria storica fondante di Julien Sorel non va al di là di Napoleone. Per questo figlio, nemmeno amato, di un uomo del popolo, non povero a dir la verità, ma rozzo, gretto e volgare, l’epoca napoleonica rappresenta la perduta età dell’oro dove le qualità personali – intelligenza, coraggio temerario, sprezzo del pericolo, nobiltà d’animo, senso dell’onore – erano la via per un’esistenza alla propria misura. Individualismo romanticamente spruzzato delle pagliuzze d’oro della gloria.

Non così Mathilde de la Mole, una delle due co-protagoniste del romanzo, che nell’aristocrazia ci è nata e, se mai ci pensasse, dovrebbe considerare Napoleone socialmente un parvenu e politicamente un usurpatore. Eppure la figlia del marchese de la Mole, crème de la crème de la noblesse de France, bella, intelligente, piena di spirito, si annoia a morte nel clima della Restaurazione, nei cui salotti si celebrano gli inappuntabili trionfi delle forme, del luogo comune e del politicamente corretto. La nobiltà è per lei – almeno a questo stadio della vita – soprattutto un modo di osare. Del tutto naturalmente si volge, in cerca di modelli, a un’epoca in cui l’aristocrazia, ancora legata a se stessa molto più che a una nazione, agisce in proprio secondo i principi che la fondano: le passioni, il coraggio, la fedeltà alle scelte. Ma soprattutto la affascina, di questa nobiltà, il gesto: il gesto tragico, inaudito, sprezzante di quello che, a partire dal regno di Luigi XIV, irrigidirà l’aristocrazia e la svuoterà di ogni contenuto: le – borghesi in fondo – bienséances. L’immagine di Marguerite de Navarre che si fa consegnare dal boia la testa dell’amante e la trasporta, avvolta in panni e in grembo, in una carrozza chiusa, al luogo della sepoltura, diventa per Mathilde un paradigma della nobiltà al femminile, una garanzia di passione vissuta[2], un’ossessione; e quando le circostanze, pur dolorose, le forniranno l’occasione di fare altrettanto, in una imitazione Christi di nuovo genere, il personaggio toccherà il suo compimento.

Per quanto il realismo stendhaliano ce ne mostri la tendenza alla teatralità e la sostanziale inconsistenza, soggettivamente Mathilde si realizza; l’epoca è ancora sufficientemente romantica – perfino in Francia – per consentirle una fusione quanto meno “scenografica” col proprio modello. Altro destino, tre decenni più tardi[3], per Emma Bovary. Niente antenati gloriosi per questa ragazza della piccola borghesia campagnola, né eroi dell’egualitarismo di principio, ma gli echi provinciali del revival gotico e i romanzi di Walter Scott. Nessuna fusione possibile, se non con una manciata di arsenico. D’altra parte Théophile Gautier, che predilige la prima metà del XVII secolo e gli sgoccioli dell’intraprendenza e efficacia del singolo (cioè le ultime performance dell’eroe), traccia una distinzione netta fra letteratura e vita. Non le si confonda per piacere, non si cerchi nel passato un’indicazione per il presente; il presente dovrà creare da sé il proprio modello – se ci riesce.

Coerentemente, Baudelaire abbandona ogni riferimento a epoche precise, medioevi cavallereschi o virtuose repubbliche; la sua memoria non sarà più storica ma mitica: la nostalgia romantica di qualcosa di mai esperito e non più esperibile, delle “chimere assenti” che nessuno ha conosciuto ma la cui sparizione ci riempie di malinconia. Come ben vide Benjamin, sarà la memoria di un’esperienza anteriore a ogni rimemorabile esperienza – il ricordo di quelle epoche nude[4]che nessuno ha mai visto.

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[1] Né il mastio di Besançon né la Torre Farnese della Certosa – dove Fabrice del Dongo, anch’egli incarcerato in una sommità aerea, conoscerà parimenti la più grande felicità della sua vita – sono mai esistiti nella realtà. Tanto maggiore il senso di queste invenzioni simboliche.

[2] Diverso il caso dell’altra co-protagonista: Mme de Rênal, che, meno nobile, meno intelligente, meno colta e brillante di Mathilde, e priva di memoria storica, la passione la vive veramente.

[3] Il romanzo di Flaubert esce nel 1856, tuttavia l’azione si svolge in un momento imprecisato della monarchia di Luglio, orientativamente intorno al 1840.

[4] Cfr. nei Fleurs du mal: J’aime le souvenir de ces époques nues, ma anche La Vie antérieure, Bohémiens en voyage, Chant d’automne e altre.

Frammenti di un discorso geografico

Dopo i temporali cammina col cane lungo la collina oblunga tenendosi un centinaio di metri sulla destra. Su tutta la collina il bosco è marezzato dal vento; sopra, il cielo ha un colore marcato come per un residuo di burrasca. Fino a qualche tempo fa questo la riguardava. Perché non trasferirsi su Marte si dice ora. (Continua a leggere…)