QUATTRO POESIE DI JAN WAGNER A PROPOSITO DI IMPEGNO E DISIMPEGNO

Da Achtzehn Pasteten (Diciotto terrine, 2007)

sambuco 

per Richard Pietraß

a che l’inchiostro, ci si chiede, nelle frasche
le gocce nere che si addensano impensate
in schizzo di merli? quale testo
per qual catasto di terreni, qual regesto?

di fianco al vecchio fienile, dove la terra
affonda nelle prese, dietro lo steccato. il profumo
delle infiorescenze in aprile, la carta a
mano che trae dalle sue profondità

mentre asciugano i panni, cominciano
a svolazzare sull’asta, si trasformano i merli
in taccole. quale dolce o severo
segreto, ci si chiede, dividerà con noi,

quando in autunno saremo raccolti attorno al
buio delle terrine, con i nostri cucchiai d’argento 
lucente, le camicie della domenica eccessivamente 
immacolate, silenziosi come amanuensi? 

Continua su Poliscritture

A Parma (à SUIVRE…10)

Ci sono cose che fa anche se sa che sono sbagliate, o che non hanno senso, o che non porteranno ad alcun risultato, o che porteranno a un risultato spiacevole. Generalmente le fa perché a un certo punto ha deciso di farle; non vede altri criteri per l’azione. Quando ha deciso magari le sembravano buone idee, che aprivano nuove prospettive, che potevano cambiare in meglio la vita. (…Continua su Poliscritture)

SOFFERENZA INDIVIDUALE E STORIA (à SUIVRE…9)

Dario Borso, Ostaggi d’Italia. Tre viaggi obbligati nella storia, Exorma 2021

Se c’è un fatto che emerge immediatamente dall’ultimo lavoro di Dario Borso: Ostaggi d’Italia. Tre viaggi obbligati nella storia (Exorma 2021), è che la diseguaglianza, in pace, fra “popolo” e “signori” si acutizza in guerra fino a un diapason di sofferenza difficilmente immaginabile e generalmente ignorato. (…Continua su Poliscritture)

JAN WAGNER, una poesia italiana

canto serale, lago di como

autunno, quando gli ippocastani depongono le armi,

mazze chiodate giacciono sparse sul terreno

all’intorno, sui rami le bacche del sorbo selvatico

                        si gloriano del loro

veleno. ora riposano – tutti gli ami da pesca

sul fondo, le barche di legno nelle rimesse,

mentre le foglie si mutano in fumo

                        riposano le ville

dalla fatica dello sfarzo, e un orlo di lampioni

divide la passeggiata dal lago, vuoto

il traghetto trasporta un ultimo carico

                        di luce oltre l’acqua.

(Da: Australien, 2010. Traduzione mia)

All-focus

Di Jan Wagner (Amburgo 1971), vincitore nel 2017 del Georg-Büchner-Preis, il massimo premio letterario tedesco, ho parlato qui e qui. È un poeta a cui viene riconosciuta un’estrema raffinatezza formale, e nel contempo rimproverata l’assenza di engagement. Di questa, vera o presunta, assenza di impegno – tema “pesante” – parlerò un’altra volta, a proposito di altre poesie. Questo vuol essere soltanto un piccolo assaggio – di raffinatezza e di “disimpegno”.

Non credo sia mai stata tradotta. Di Wagner è uscita in Italia la raccolta Variazioni sul barile dell’acqua piovana (Regentonnenvariationen, 2014), Einaudi 2019, a cura di Federico Italiano; inoltre una scelta di poesie a cura di Anna Maria Carpi qui, e una a cura di Dario Borso qui. Altro al momento non mi risulta. Io pesco dall’antologia personale Selbstporträt mit Bienenschwarm (Autoritratto con sciame di api), Hanser Berlin 2016, che anche solo da guardare di fuori è un libro bellissimo (a proposito di – vera, presunta? – futilità).

All-focus

E sempre a proposito di futilità, c’è un altro libro di Jan Wagner che vorrei possedere: Achtzehn Pasteten (Diciotto terrine), Berlin Verlag 2007, non tanto per avere tutte le liriche di cui la mia antologia mi presenta solo una scelta, ma perché ha una copertina bellissima:

Però non è più in commercio, e nelle librerie antiquarie costa dai 105 ai 125 euro più la spedizione. Non so…

Da notare che non sono affatto una bibliofila – proprio per niente. Ma quando una cosa è bella è bella.

À SUIVRE…8 (IL SARTO DI ULM – RIVISITATO)

Der Schneider von Ulm hat's Fliega probiert
No hot'n der Deifel en d' Donau nei g'führt

(Il sarto di Ulm ha provato a volare 
Belzebù nel Danubio lo ha fatto cascare)
(rima popolare)
  1. I fatti (1811)

Nella città di Ulm in Baden-Württemberg, Albrecht Ludwig Berblinger (1770-1829), un sarto di umili origini con la passione della meccanica, ideò, costruì e perfezionò un “attrezzo per il volo planato”, cioè in termini moderni un deltaplano, che doveva permettere a un uomo di volare. L’intento, gli studi e il lavoro erano generalmente derisi; si beccò pure, dalla corporazione, un’ammenda per attività estranea al mestiere. Ma non si fermò. (… Continua su Poliscritture)

NANTUCKET E DINTORNI. I RACCONTI DI SUBHAGA GAETANO FAILLA

La casa sul molo di Nantucket è il titolo di una raccolta di racconti di Subhaga Gaetano Failla uscita nel 2018 per le edizioni Ensemble. È una raccolta corposa, i cui toni fondamentali, nonostante qualche incursione nel realismo, sono il fantastico e il fantascientifico, con punte di distopia.

Sul fantastico è bene intendersi. L’intento di Failla mi appare un non facile equilibrio fra il reale e quotidiano da una parte, e, dall’altra, una dimensione più vasta che tende all’archetipo e al mito. Leggendo, mi si manifestava qualcosa di familiare. Forse perché l’autore e io siamo coetanei, forse perché nei racconti si condensa una traccia di tempo che chi ha vissuto riconosce, e a chi non l’ha vissuta viene resa palpabile, ritrovavo l’aspirazione a salvare il personale e biografico nell’aura iperdimensionata e mitica che allora (non so ora) realmente lo circondava; e contemporaneamente, un po’ come in Tondelli, l’aspirazione a salvare la provincia italiana dal folklore (popolare o borghese) e farne qualcosa di nuovo e entusiasmante quanto una scoperta geografica.

Prendiamo il racconto che dà il titolo alla raccolta: fin dal titolo la casa, in cui si svolgerà il quotidiano dei personaggi, è trasferita nell’aura mitica che circonda la Balena Bianca. Ma vediamo alcuni paragrafi iniziali:

“Ismaele, un giovanotto di ventitrè anni, comprese che quella era l’ultima notte. Non sarebbe più tornato a Belville. D’un tratto si tuffò nel buio in una corsa disperata. La sofferenza dell’addio era straziante e, roteando gambe e braccia nel silenzio del paese, emise un gemito.

Aveva salutato gli amici più cari. Alcuni erano svaniti già nelle settimane precedenti. Una porta si chiudeva.

Negli ultimi tempi, Ismaele si era arrovellato invano, spesso piuttosto ubriaco, sull’ipotesi di una libertà illimitata. La scomparsa del limite, o addirittura la scoperta della sua inesistenza. Una vita sconfinata. Un’esclamazione.

Dopo un autobus e un paio di giorni persi perché si era svegliato tardi, finalmente partì. A Vinastra lo attendevano altri amici. E il viaggio continuava lì, oltre una nuova porta.”

Il nome del protagonista, come quello degli altri personaggi, è preso da Moby Dick. I due toponimi sono, credo, di invenzione. Il racconto comincia con una porta che si chiude: Ismaele lascia Belville, e l’addio è straziante. Non si tratta, propriamente, né di una scelta né di un obbligo; piuttosto di qualcosa che si sfalda, che comunque fra poco non sussisterà più: “Alcuni erano svaniti già nelle settimane precedenti”. È una certa epoca della vita che si chiude senza che si possa far nulla per impedirlo. L’età del protagonista, ventitrè anni, fa pensare alla conclusione di una formazione – una formazione felice, poiché lasciare il luogo in cui si è svolta è lacerante: una lacerazione, letteralmente, uno strappo nella continuità. Che però non ha niente di veramente traumatico perché, chiusa quella porta, un’altra se ne apre. Sono le lacerazioni giovanili, che strappano gemiti e qualche teatralità di gesti, ma guariscono in fretta.

Epoca di formazione probabilmente, ma anche epoca di libertà, alla fine della quale Ismaele teme le catene: “Negli ultimi tempi, Ismaele si era arrovellato invano, spesso piuttosto ubriaco, sull’ipotesi di una libertà illimitata.” Giusto nel momento che dovrebbe segnare l’ingresso nella vita lavorativa e negli ingranaggi limitanti della società, Ismaele ipotizza “una vita sconfinata” – il mare aperto.

Nell’incipit del racconto quella che, biograficamente, potrebbe essere la conclusione degli studi universitari in una sede amata e lontana dalla città di origine, viene depurata dei suoi elementi di situabilità storico-geografica e spostata fin da subito in una dimensione esemplare e mitica. Non del tutto però: il legame con l’esperienza diretta, quotidiana è mantenuto in un’ambiguità a volte ironica, a volte seria, che fa il tono di fondo di questi racconti impiantati in una zona di confine fra realtà, biografia e mito. Ad esempio, nel passo citato: “Dopo un autobus e un paio di giorni persi perché si era svegliato tardi, finalmente partì” , dove la solennità del distacco e della lacerazione è quasi smentita da quel “un paio di giorni persi perché si era svegliato tardi” , che rimanda, ironicamente, alle abitudini di una gioventù studentesca e goliardica, ma anche, psicologicamente, al disorientamento dei “giorni persi” fra una forma della vita che si chiude e la successiva.

La casa che, assieme ai suoi cinque abitanti, accoglie Ismaele a Vinastra è una casa reale – con tratti fiabeschi:

“La casa sorgeva su un colle sbilenco e dava l’impressione di scivolare pian piano giù, come in certi movimenti impercettibili di una lumaca. E l’edificio che stava per accogliere Ismaele sembrava proprio una vecchia lumaca, con il tetto di tegole talmente sconnesso da divenire rotondeggiante e due grezzi annessi agricoli, molto più bassi rispetto al grande edificio centrale, i quali si univano ai lati opposti. Durante i temporali l’interno della dimora risuonava d’una bizzarra polifonia, proveniente dagli sgocciolii d’acqua piovana che cadevano dentro bacinelle di varie dimensioni. Il proprietario aveva abbandonato da molto tempo la casa al suo naturale disfacimento, e i ragazzi talvolta, per evitare di finire a mollo nei giorni di pioggia, ondeggiavano pericolosamente sul tetto in cerca delle tegole più malridotte.”

La casa-lumaca si trova al margine di Vinastra e i ragazzi che la abitano: Jogio, Quiqueg, Peleg, Tistig e Mab, vivono al margine del contesto socialmente accettato:

“Pettegolezzi velenosi e mugugni di genitori e parenti provarono a indebolire il gruppo ribelle. Tuttavia, come spesso succede nell’età giovanile, esso era impermeabile a tali accidenti.”

(Si noti il marcato registro letterario del sintagma “esso era impermeabile a tali accidenti” in cui avviene la sublimazione dal reale al mitico). I ragazzi lavorano per mantenersi; lavori e lavoretti a cui si accenna appena, che non interrompono la quotidianità fatata: la sola che veramente importa, fatta di letture, contatto con la terra, miti della Dea Madre, telepatie, alberi magici e sogni premonitori e rivelatori. Sempre tra il serio e l’ironico:

“«Se chiudiamo gli occhi è più facile sentire il respiro della terra e la vitalità delle tante creature che vi abitano. Parola di Mab» disse piano e in tono ironico Ismaele, il quale era già in sintonia con il silenzio necessario per quell’ascolto. […]

Peleg, un ragazzo talvolta incline alla tristezza ma pronto anche a buone battute umoristiche, sussurrò soltanto: «Va bene, proviamo» e chiuse gli occhi.

Dopo un paio di minuti di silenzio, mormorò:

«Ho sentito il battito del cuore della terra e perfino certi suoi borbottii intestinali, e ho percepito distintamente la vitalità di microrganismi e insetti. Proprio ora ho mandato via un ragno che passeggiava sul mio naso…»”

Nemmeno la morte di un amico, pur debitamente pianta, dissipa l’atmosfera fatata: “Gli amici del colle di Vinastra trascorsero i giorni successivi avviluppati in un leggero incantesimo, e i loro movimenti, le parole più diradate, acquistarono una grazia misteriosa” – che è il modo che hanno i saggi e gli innocenti di onorare la morte e i defunti.

Ismaele arriva alla casa di Vinastra in primavera e lo spettacolo teatrale organizzato dai ragazzi che chiude il racconto ha luogo in autunno inoltrato. È un tempo sospeso, una libertà forse non illimitata ma ancora strappata al tempo delle decisioni e delle limitazioni, un assaggio (precario?) di vita sconfinata, un vivere su un molo proteso sull’Oceano – prima che la casa-lumaca scivoli giù del tutto e il suo tetto malandato e rotondo si afflosci. E poiché la casa non si trova su un molo qualsiasi ma sul molo di Nantucket, non può mancare la Creatura misteriosa e mitica, o forse diverse creature, “esseri mostruosi che appaiono di notte, nelle nostre strade di compagna. Creature che presentano nello stesso corpo caratteristiche umane e animali. E non si capisce nemmeno se tali esseri siano più propriamente femmine o maschi. Giovani donne o vecchie megere mischiate con qualcosa del lupo, della civetta, del maiale o del serpente, che assumono mutevoli caratteri maschili, e diventano anche tigri o cavalli…”, intraviste, ma mai abbastanza da esserne sicuri – avvistamenti incerti.

Ciò che caratterizza la creatura misteriosa non è però il bianco mortuario e fatale di Moby Dick ma la metamorfosi, il polimorfismo proteiforme, quel continuo passare da un’essenza a un’altra (dall’umano all’arboreo al tellurico) che già affascinava le ragazze Tistig e Mab e a cui esse, molto più dei maschi, cercavano in qualche modo di partecipare. In fondo la Creatura mostruosa non è altri che la Natura: la Natura ottimista, onnicomprensiva e benevola, che si lascerà contemplare nella finale teofania.

Mutevolezza delle forme, impermanenza. Al contrario, insistere sulla fissità dell’essenza e del ruolo, sull’identità e sulla permanenza dà origine, nel racconto Il cielo stellato, alle angosce della distopia.

In un indeterminato futuro dell’umanità, il bicorpo identificato a prova di equivoco come 73ju29/a5 riferisce:

“[…] per meglio combattere l’ancora insanabile fenomeno della morte, ognuno di noi ha due corpi fisici a disposizione, ben equilibrati nelle interrelazioni tra di loro. Ciò permette di intervenire in modo più appropriato nelle situazioni in cui uno dei due corpi si ammala o subisce un incidente. Nei casi più gravi si sostituisce il corpo problematico e si salva così la vita del bicorpo. È piuttosto rara l’eventualità d’un incidente o d’una patologia che coinvolga senza scampo, e nello stesso tempo, i due corpi.”

Permangono tuttavia, come residuato difficile da eliminare completamente, oscillazioni nell’equilibrio dell’identità, dovute forse al fatto che nell’unico Sé del bicorpo è comunque presente un germe di alterità. E ciò benché il biopotere di questo ben organizzato futuro, per tutelare quella che Agamben chiamerebbe la ‘nuda vita’, abbia semplificato al massimo la psiche decurtandola del giudizio estetico, dell’emotività e perfino della volizione qualora non si limiti alla pura volontà di sopravvivenza e, anche in quel caso, non confligga con certe regole precise. I bicorpi sono infatti tenuti a riferire immediatamente qualsiasi anomalia “emotiva”; nel caso il problema non rientri è in qualche modo sottinteso che il bicorpo malfunzionante sarà eliminato. Per l’appunto, il bicorpo 73ju29/a5 sta registrando una serie preoccupante di anomalie psichiche sulle quali ha prontamente relazionato; ma ora, cosa insolita, il bicorpo ha paura:

Egli sta staccandosi da io. Io ha paura. Io ho paura. Il corpo potrebbe essere distrutto perché produce sofferenza a noi. Egli ne sente il turbamento, io ne sento il turbamento. Noi non possiamo provare turbamento, altrimenti il turbamento ci distrugge. Io ho sognato di nuovo. Ho sognato questa volta un prato bellissimo e una musica celestiale, e io so che celestiale è una parola che provoca a noi turbamento.”

Non sono affatto un’esperta di fantascienza, anzi, a parte qualche classico narrativo e cinematografico conosco poco. Però Il cielo stellato è un gran bel racconto, e non è il caso che dica come va a finire. Anche perché il punto non è come va a finire, ma il linguaggio del bicorpo, narratore alla prima persona (singolare? plurale?); un linguaggio che si muove in modo avvincente e convincente sul difficile crinale fra la nuda vita, cioè la pura e vuota identità, e il timido e impaurito riemergere dell’emotività che accompagna la percezione del mondo e dell’altro.

À SUIVRE…7 (MA L’AMBIGUITÀ È DAVVERO IMPRESCINDIBILE? – su “Contro l’impegno” di Walter Siti)

Walter Siti, Contro l’impegno

di Elena Grammann

Il titolo provocatorio dell’ultimo saggio di Siti (Rizzoli 2021) prende di mira una letteratura ormai egemone che per essere “impegnata” rinuncia a essere letteratura. Al messaggio educativo/edificante, esplicito e univoco, che essa mette in atto attraverso la nominazione e l’affermazione diretta e insondabile (insondabile non perché profonda, ma perché del tutto mancante di profondità: bidimensionale come la superficie in senso geometrico), Siti oppone quelle che considera le caratteristiche irrinunciabili di ogni vera letteratura: densità, stratificazione (cioè profondità), ambiguità. (… Continua su Poliscritture)

OBIETTIVO: SODOMA (Le storie del Cappello Floscio 4)

«Naturalmente le preghiere sono indispensabili a ogni età. Anche a 79 anni,  l’età del cardinale Bassetti secondo il quale il ddl Zan “andrebbe corretto più che affossato”. Mentre la volontà di Dio riguardo una legge intitolata “Misure di contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale…” sembra proprio l’affossamento. Siccome a Sodoma discriminò e commise violenza fino alla strage: il primo omofobo della storia, nostro Padre.»

(Lamillo Cangone, qui)

Quella sera il Cappello Floscio aveva mangiato troppa carne a una cena di eremiti. E la porchetta di Sant’Antonio, e l’agnello del Battista, e le orrende bistecche di leone di San Girolamo (permaloso com’era non avevano potuto dire di no). Fortuna che dopo era girato il piccion magro di san Francesco (un piccione per dodici persone), poi i tenerelli di pollo di Santa Brigida e il brasato di Santa Genoeffa. Ma di nuovo il pasticcio in crosta della Guardiana delle Oche era molto unto; e quando per finire era arrivata in tavola la casetta di cioccolato e marzapane di Hänsel e Gretel il Cappello Floscio aveva capito che la notte sarebbe stata difficile. Pazienza si disse, reciterò il rosario completo di centocinquanta avemarie.

Vero è che dietro alla carne ci aveva mandato parecchio Salamino di Santacroce, quello della cantina di Sant’Ilario che scioglie anche i sassi, ma la notte fu ugualmente difficile. Fra il pater e la centoquarantunesima avemaria si addormentò di un sonno pesante.

L’angelo lo trasportò in sogno presso le Querce di Mamre, là dove Abramo e il Signore stavano discutendo di Sodoma. E a forza di giocare alla morra si erano quasi messi d’accordo quando il Cappello Floscio, che già vedeva sfumare il barbecue, superò gli ultimi metri con una corsettina a chiappe strette e interloquì.

“Ma come! – disse il Cappello Floscio al Signore – non mi dirai che ti rimangi la parola! Che per dieci pidocchiosi giusti lascerai sussistere quel covo di sodomiti!”

“Un momento – disse Abramo, scocciatissimo perché era quasi riuscito a convincere il Signore. “Un momento. In quanto abitanti di Sodoma sono per forza Sodomiti, con la maiuscola. Non c’è scandalo in questo.”

L’altro lo squadrò: “Lei ha fatto l’università vedo. Facoltà filosofica, le fini distinzioni. Non ci servono, grazie. Vada a badare alle sue pecore che col Signore ci parlo io. “

Anche il Signore, a dir la verità, era piuttosto scocciato per l’arrivo del rompiballe. Ma poiché il rompiballe in fondo sosteneva la sua posizione non poteva levarselo dai piedi come avrebbe voluto. Però una cosa la poteva fare. Valutò con un’occhiata i due angeli che lo accompagnavano. Scelse il più remissivo – timido, un po’ gobbo, Ezrael se non andava errato – e gli intimò: “Ecco, tu andrai col Cappello Floscio alla città di Sodoma, appurerai come stanno le cose e farai rapporto domattina.” E fatto cenno all’altro angelo di seguirlo s’involò.

Il Cappello Floscio non era per nulla contento. Non gli andava di avvicinarsi al braciere – con quel tipo poi. Pieno di brufoli, denti gialli, alito cattivo. Ma il tipo si era già incamminato e il Cappello Floscio non poté che seguirlo. Nel peggiore dei casi, si disse, si sarebbe attaccato al mantello di Lot e non lo avrebbe più mollato.

Davanti alla casa di Lot ci fu la prima discussione. Ezrael voleva a tutti i costi passare la notte sulla piazza “per avere il polso della situazione”, il Cappello Floscio dovette letteralmente spingerlo dentro la casa, e anzi spingendolo per le spalle gli finirono le mani sulle ali e gli fece un po’ schifo. Ma ormai i Sodomiti li avevano visti; il dorso pennuto del piccolino, in particolare, li stuzzicava; l’altro veramente no, sembrava un piatto di cotiche al verde, ma già che c’erano li reclamarono entrambi.

Ezrael perse subito la testa. Voleva che Lot mettesse a disposizione dei Sodomiti le sue figlie per tenerli buoni (nel rapporto, poi, scrisse che era stata un’idea di Lot). Lot saltellava sulle spine, saltellando finì dietro le spalle del Cappello Floscio e vide che non aveva le ali. Nel frattempo i Sodomiti avevano quasi abbattuto la porta. Ezrael tentò un incantesimo ma riuscì solo a distruggere un cardine. Lot uscì a parlamentare. Teneva la porta socchiusa e la copriva con le spalle. Si sentivano risate sguaiate, fischi e parlottamenti. “Accordo raggiunto! – gridò Lot verso l’interno e fece segno al Cappello Floscio di avvicinarsi. Il Cappello Floscio esitò. Poi ricordò che il posto più sicuro era attaccato al mantello di Lot e lo raggiunse. Lot gli cinse amichevolmente le spalle, piroettò su un fulcro immaginario e alla fine del giro di bussola lui stava dentro e l’altro fuori dalla porta sprangata. Il Cappello Floscio capì che l’accordo era lui.

Quella notte i Sodomiti si divertirono un sacco. All’alba Ezrael spedì il dispaccio e filò con Lot e famiglia. Alle sei cominciò la pioggia di fuoco. Alle sei e mezza la moglie del Cappello Floscio andò per svegliarlo e lo trovò morto nel letto.

Il medico era perplesso. Si schiarì la gola e disse alla vedova singhiozzante che purtroppo si trovava nell’obbligo di avvertire la polizia. La vedova singhiozzò più forte. Quando arrivò il commissario il medico lo prese da parte: “Ci sono delle cose molto strane…”

À SUIVRE…6 (DEI VALORI POSITIVI IN LETTERATURA)

di Elena Grammann

Se c’è qualcosa di Hegel e di quelli che lo hanno messo in piedi che mi è passato nella carne e nel sangue, è l’ascesi contro l’affermazione immediata del positivo.
                                                            (Th.W.Adorno)

Credo che possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che la letteratura ha qualcosa a che fare con la verità. Naturalmente non al modo del concetto, che desume dai fenomeni elementi simili o costanti e li raggruppa, li organizza, crea sistemi di comprensione formali, cioè adattabili a vasti insiemi di fenomeni individuali, e sovrapponibili a questi come griglie. Ma distinti: i concetti ci aiutano a capire i fenomeni ma non sono fenomeni. (… Continua su Poliscritture)