Riflessioni di uno scrittore su un romanzo che un personaggio misterioso gli propone di scrivere

Un tizio alieno, piovuto non si sa da dove, propone a uno scrittore di cavare una storia fantastica da certe brevissime esperienze estatiche.

Lo scrittore è perplesso e sulle prime rifiuta ma poi, quasi senza volere, si mette a pensare a come si potrebbe scrivere la storia.

Si dice che è praticamente impossibile. Bisognerebbe incrinare l’istantaneità del bagliore estatico e cavarne azione personaggi ostacoli inizio e conclusione. Un nonsenso.

E poi, siamo sicuri che la storia interesserebbe?

Il momento, è vero, pare propizio. Assistiamo in diretta all’affrontamento fra il nostro mondo, a cui teniamo, e un’alternativa improbabile, una parata di vecchie monete imposte dall’alto.

Ma bisogna riflettere, analizzare. Tanto per incominciare chi, nella storia che vorremmo narrare, sarà minacciato? Un Impero del Bene in disfacimento ma pronto a risorgere? In che misura, essendo un Impero, non sarà esso stesso impositivo? E poiché anche nella nostra storia il Bene dovrà pur ricorrere a qualche forma di potenza, non sarà il suo fine unico la potenza?

La Federazione Garamantica, nella cosiddetta realtà, lo dichiara apertamente: la sua causa finale – come pure le rimanenti aristoteliche tre – è la volontà di potenza. Strano misto di filosofia nietzschiana e liturgia luccicante. Ma, al netto dell’aperta dichiarazione di intenti, non sono le due opzioni – la Federazione e l’Occidente – in fondo equivalenti e in ultima analisi una questione di gusti? O c’è qualcosa di obiettivo a cui appigliarsi, una qualità dirimente?

Qualcosa c’è. Una qualità che la Federazione sbeffeggia come ineffettuale e superata, ma a cui teniamo, o almeno lo scrittore ci tiene, e che certo non si supera all’indietro: la libertà individuale; certe garanzie per l’individuo: ad esempio di non essere caricati a forza su un treno e deportati verso i vasti e lontani confini della Federazione – poiché per essa non è l’individuo che conta, ma la compagine collettiva, un gigantesco termitaio.

Ammesso quindi che si possa ipotizzare un Impero del Bene, o un Impero del Meglio, chi sarà nella nostra storia l’entità che minaccia? Come dovremo dipingere l’Oscuro Signore per non cadere nel cliché e nell’infantile – visto oltretutto che essere infantili è precisamente ciò che si richiede alle masse gestite dalla Federazione?

Lo scrittore si rende conto che qui sta il vero ostacolo. Che gli pare insormontabile. Riflette, cerca modelli. L’unico modello serio che gli viene in mente è il giudice Holden. Sicuramente il giudice Holden è una figura archetipica del Male. Fatta benissimo, tanto di cappello. Ma intanto non è un Antagonista, è il Protagonista assoluto: il punto focale di un mondo extra moenia, in nessun modo regolamentato, in cui di conseguenza il Bene non esiste; o se, in un raro contesto che si tenta civile, cerca di imporsi, viene spazzato via dall’inaudita violenza del Male. Gratuito. Il Male per il male. L’essenza. Inoltre il giudice è l’unica figura archetipica: il resto sono schegge esplose dal caso: nati per caso, sopravvissuti per caso, agiscono per caso, muoiono per caso. Tutto il contrario di quello che vogliamo fare noi, no? O si è dimenticato di dirlo, lo scrittore, che bellezza e felicità, nella brevissima visione estatica, sono legate a una necessità assoluta?

C’è poco da fare, si dice lo scrittore, bisognerebbe tagliare: niente Oscuro Signore né Impero del Bene. Tutto strettamente individuale, fenomenologico.

Ma fammi il piacere. Individuale e fenomenologico con personaggi che sono degli archetipi. Lo sciamano e l’eroe, ma sei matto?

E com’è poi, si chiede, che sei incappato in questi individui da fantasy? Da gioco di ruoli. L’eterna lotta del Bene contro il Male che piace tanto ai cattolici, i quali nemmeno capiscono che c’è assai poco di cristiano in queste teorizzazioni del Male assoluto, dove alla fine i totalmente malvagi sono centrifugati nel nulla. Oppure, se il prodotto è serio – vedi sopra il giudice Holden – è il Male che vince: il Signore Inestirpabile.

Ma tu, si chiede lo scrittore, questo Male con la lettera maiuscola l’hai mai incontrato?

Esita. Ricorda certe disperazioni, quando era piccolo. Troppo enormi per un bambino così piccolo. Poi, con gli anni, erano passate. Più tardi c’erano stati mali circostanziati, compartecipati, un viluppo di oppresso e oppressore, di torto e ragione. Un’infelicità diffusa, un destino che si delineava, questo sì, ma nessun Malvagio che ne fosse responsabile. O, se vogliamo, Dio. Ma, dicono, sarebbe una contraddizione nel concetto.

Quindi no, niente Grande Malvagio. Dunque niente storia?

Ma no, aspetta. Da dove salta fuori questo Grande Malvagio? Compare nella visone? Certo che no. Viene dalle narrazioni, è un suggerimento per il ronfare meccanico della narrazione. Sembra che non se ne possa fare a meno per mettere in moto un’avventura attraverso cui, dall’inizio alla fine, traspaia l’istantaneo e l’indicibile.

Un ostacolo necessario il Male con la maiuscola; abbastanza vago da assumere facilmente valenza metafisica o, se qualcuno preferisce, politica. Essenza personale malvagia o totalitarismo impersonale, a scelta. Nulla che, veramente, rientri nell’esperienza dello scrittore. Esperienza quotidiana o esperienza magica.

Ma come si fa? Ogni protagonista ha bisogno di un antagonista; e se non vogliamo, o non possiamo, sguazzare nel pantano psicologico abbondantemente scandagliato; se vogliamo, o dobbiamo, optare per uno statuto risolutamente metafisico – perché ricordiamoci che in ultima istanza qui non stiamo parlando di persone ma di bagliori estatici, cioè fuori dal sé, cioè di qualcosa che, se non può dirsi totalmente oggettivo, possiede però una soggettività relativamente blanda – se vogliamo o dobbiamo tutto questo, allora il ricorso agli archetipi è inevitabile. E che farà il vecchio saggio se non opporsi alla follia, o l’eroe giovane o meno giovane se non battersi in punta di spada per la verità e la giustizia? Come si fa allora a fare a meno di un Malvagio che neghi verità e giustizia, se non si vuole ricadere nell’individuale psicologico? Un bel problema.

Però, si dice lo scrittore che esita a gettare la spugna, pensiamoci ancora un po’. Perché davvero il momento presente aiuta.

VOGLIAMO DIRE QUALCOSA O NON CE NE FREGA PROPRIO NIENTE?

Il 14 febbraio [1989], l’ayatollah Khomeini, che era malato e che morì nel giugno 1989, disse alla radio di stato iraniana:

Informo tutti i buoni musulmani del mondo che l’autore dei Versi satanici, un testo scritto e pubblicato contro la religione islamica, contro il profeta dell’Islam e contro il Corano, insieme a tutti gli editori e coloro che hanno partecipato con consapevolezza alla sua pubblicazione, sono condannati a morte. Chiedo a tutti i coraggiosi musulmani, ovunque si trovino, di ucciderli immediatamente, cosicché nessuno osi mai più insultare la sacra fede dei musulmani. Chiunque sarà ucciso per questa causa sarà un martire per il volere di Allah.

(Da: Il Post, 12.08.22)

In seguito a questa fatwa, la vita di Rushdie è stata sostanzialmente distrutta per quasi trent’anni, il traduttore giapponese è stato ucciso, il traduttore italiano pestato e ferito, ecc. La lista è lunga. E adesso ci sono quasi riusciti con Rushdie. Degli attentatori, a parte quest’ultimo (che comunque non morirà) nessuno è stato individuato e arrestato, figuriamoci ucciso. Niente martiri per la causa di Allah. Martiri per la causa della Ragione, quelli sì.

In un commento in calce a un articolo di Paola Giacomoni sull’aggressione russa all’Ucraina pubblicato su Le parole e le cose (“L’odio russo è metafisica, non politica”, qui), che ho apprezzato, dicevo che vedevo nel ressentiment per la potenza geopolitica perduta la radice della guerra russa all’Ucraina. È una teoria piuttosto diffusa e fondata, avallata anche da numerose dichiarazioni ufficiali da parte russa. È la mia tesi – non il mio tornaconto. Non ci guadagno proprio niente, anzi.

Un tale – o una tale – cris mi rimbeccava, testualmente:

Insomma: c’è un 2/3 di mondo accecato, che cade nel tranello del ressentiment. Per fortuna che la Ragione sta limpidamente dalla nostra parte (che non abbiamo interessi di sorta, né pro, né contro).

Lasciamo stare la Ragione che sta limpidamente dalla loro (?) parte – una frase che mi sono segnata per la sua quasi geniale stupidità – e veniamo ai 2/3 di mondo.

È il grande argomento: 2/3 del mondo stanno dalla parte della Russia e non vedono l’ora di liberarsi dal giogo americano. E detta così posso capire – psicologicamente posso capire. Però, guardiamola un po’ più da vicino, una grossa fetta di questi 2/3.

Un fervente musulmano (a quanto pare, ma sapremo meglio più avanti: in Occidente si cerca di andare a fondo alle cose) obbedisce alla fatwa e tenta di ammazzare Rushdie. Magari ci riesce anche, ancora non sappiamo. I giornali iraniani esultano e acclamano l’attentatore. Il Pakistan tace. L’India tace.

Fantastici questi 2/3 di mondo. Tutte forze attive. Nulla di reattivo, nessun ressentiment. Davvero all’avanguardia. Complimenti.

DI CARIATIDI E DI CADAVERI. VLADIMIR SOROKIN, TELLURIA

Telluria, di Vladimir Sorokin, pubblicato in Russia nel 2013, è stato tradotto in tedesco nel 2015; la traduzione inglese uscirà il prossimo 22 agosto, non c’è ancora traduzione italiana. È dichiarato romanzo. È composto da 50 capitoli piuttosto eterogenei per stile, personaggi e storie. Il nucleo unificante è il tempo in cui le varie azioni si svolgono: metà del XXI secolo in una vasta zona (Europa occidentale + Russia) profondamente sconvolta da numerose guerre – di religione e non – che ne hanno cambiato l’assetto riducendola a un mosaico di piccoli stati indipendenti ev. in guerra fra loro (la Moscovia che trovate nel brano è uno di questi). Telluria è il nome della costosissima droga che tutti desiderano. È commercializzata in forma di chiodi che si piantano direttamente nel cervello. Se l’operazione viene eseguita a regola d’arte non pare che la droga abbia effetti collaterali negativi.

È un romanzo piuttosto lungo, sono circa a metà nella lettura. Stilisticamente virtuoso, interessante ma non entusiasmante, almeno per il momento. Come qualità letteraria mi è sembrato decisamente migliore La Tormenta, del 2011, traduzione italiana per Bompiani nel 2016. Mi riservo un giudizio più completo a lettura ultimata. Intanto vi offro un estratto del II capitolo. È una traduzione dalla traduzione tedesca… Purtroppo non so il russo.

Nota per la comprensione: secondo dice l’io narrante di questo II capitolo, “col gas e l’elettricità viaggiano a Mosca soltanto i funzionari dello stato e i ricchi. Il popolo e i trasporti pubblici devono accontentarsi di carburante biologico. In generale si tratta di frullato di patate, e dai tempi di Caterina II, grazie a Dio, le patate non mancano”.

My sweet, most venerable boy,

eccomi dunque in Moscovia. Questa volta è andato tutto più in fretta e più liscio del solito. Del resto, pare sia molto più facile entrare in questo stato che uscirne. È ciò che fa, dicono, la metafisica del luogo. Ah, al diavolo! Ne ho abbastanza di basarmi su voci e congetture. Noi, europei radicali, riguardo ai paesi esotici siamo diffidenti e pieni di pregiudizi finché non riusciamo a penetrarvi. In altre parole – finché non diventiamo intimi.

[…]

C’è poco da fare, Mosca è una città strana. Sì, nella sua inconfondibile stranezza una città strana. E non si vorrebbe nemmeno chiamarla capitale. È difficile spiegarlo a te che non ci sei mai stato e che la storia locale lascia indifferente. Ma voglio provarci. Grazie a Dio ho ancora un’ora e mezza prima del taxi a patate che mi porterà all’aeroporto di Vnukovo. Allora, non ha molto senso rovistare nella storia prerivoluzionaria dell’Impero russo, comparso nel mondo come dispotismo asiatico-bizantino, con una geografia coloniale dall’estensione propriamente indecente, un clima duro e una popolazione avvezza a sopportare che per la gran parte conduceva una vita da schiavi. Molto più interessante il XX secolo, iniziato con una guerra mondiale durante la quale il colosso monarchico Russia cominciò a vacillare; la rivoluzione borghese, com’è naturale, era in arrivo, sicché il colosso stava per cadere all’indietro. Anzi, non il colosso: lei. Russia, Rossija – è una lei. Il suo cuore imperiale smise di battere. Se questa gigantessa bellissima e spietata, ammantata di neve e col diadema di diamanti, nel febbraio del 1917 fosse felicemente crollata e si fosse spezzata in più stati di dimensioni umane, tutto si sarebbe sviluppato nello spirito della più recente storia moderna, e i popoli mantenuti in sudditanza dal governo degli zar avrebbero finalmente ottenuto la loro identità postimperiale e nazionale, avrebbero potuto iniziare una vita nella libertà. Ma le cose sono andate diversamente. Il partito bolscevico non permise alla gigantessa di cadere e compensò lo scarso numero dei propri membri con artigli di predatore e un attivismo sociale letteralmente inesauribile. Dopo il successo della rivoluzione notturna a San Pietroburgo, acchiapparono il cadavere che cadeva appena prima che si schiantasse al suolo. Mi sembra di vederli, Lenin e Trozki, piccole cariatidi, mentre gemono rabbiosamente di fatica per puntellare la morta bellezza. Nonostante il loro “odio furioso” per il regime zarista, i bolscevichi si dimostrarono neoimperialisti nel midollo. Dopo la vittoria nella guerra civile hanno battezzato il cadavere con il nome di URSS – uno stato dispotico, centralizzato e con una rigida ideologia. Uno stato che, come si addice a un Impero, ha cominciato a allargarsi e a conquistare nuovi territori. Stalin si è rivelato un puro imperialista nuova maniera. Invece di fare la cariatide, ha deciso di mettere il cadavere dell’Impero in piedi sulle sue gambe. Il processo si chiamò kollektivizacia + industrializacia. Lo mise in atto nel corso dei seguenti dieci anni raddrizzando a poco a poco la gigantessa come era l’uso presso le antiche civiltà, dove si infilavano pietre sotto le statue per metterle gradatamente in verticale. Con Stalin, invece delle pietre furono i corpi dei cittadini sovietici a doversi prestare: ammucchiati strato su strato finché il cadavere non ebbe finalmente raggiunto la posizione eretta. Dopo di che fu un pochino dipinto, truccato, e congelato. Il frigo del regime staliniano funzionava a meraviglia. […] Con la morte di Stalin però il cadavere cominciò a scongelarsi. Il frigo fu riparato, a fatica e provvisoriamente. Quando il corpo della nostra bellezza fu del tutto sgelato, cominciò nuovamente a inclinarsi. Già si alzavano nuove braccia, e imperialisti postsovietici erano pronti a trasformarsi in cariatidi. Finalmente però giunse al potere un gruppo di persone sagge, con a capo un uomo apparentemente insignificante. Costui si rivelò un grande liberale e psicoterapeuta. Durante i quindici anni in cui non fece che parlare di risurrezione dell’Impero, questo silenzioso operaio della disgregazione fece praticamente di tutto per adagiare il cadavere felicemente al suolo. E così avvenne. Dai cocci della bellezza fiori poi nuova vita. E così, caro Todd, io mi trovo ora a Mosca – in quella che era una volta la testa della gigantessa. Dopo la disgregazione postimperiale Mosca ha dovuto subire molte cose: la fame, una nuova monarchia + la sanguinosa opričnina, una organizzazione corporativa, una costituzione, la Confederazione Internazionale dei Sindacati, il parlamento. Volendo tentare una definizione dell’attuale regime della Moscovia, lo chiamerei teocratico-communofeudale illuminato. Suum cuique… Ma ho intrapreso questa escursione nella storia soltanto per spiegarti la singolare stranezza di questa città. Immagina che la provvidenza ti abbia gettato su un’isola dei giganti, e un temporale costretto a ripararti per la notte nel teschio di un gigante morto da secoli. Bagnato e tremante entri attraverso un’orbita vuota e finisci per addormentarti sotto la cupola ossea. Niente di più facile che il tuo sonno sia frequentato da una ridda di strani sogni, non esenti da eroica (o ipocondriaca) gigantomania. Mosca – ecco il vero teschio dell’Impero russo. La sua singolare stranezza sono precisamente quegli Spiriti del Passato che noi chiamiamo “sogni imperiali”, intrisi oltretutto dei gas del carburante di patate. Sogni, sogni… In ogni tempo la Russia ha ceduto alla tentazione di una vita dormiente, destandosi solo per brevi momenti per la volontà di congiurati, arruffapopolo o rivoluzionari. Le guerre hanno regalato alla gigantessa soltanto brevi fasi di insonnia, un prurito in certe parti del corpo che la faceva sobbalzare. Dopodiché si raggomitolava nella neve e si addormentava di nuovo. […] Amava, la gigantessa, deliziarsi di sogni dai colori accesi. Eppure la sua realtà era grigia: un cielo inclemente, neve, alternativamente fumo della patria e tormenta, il canto del postiglione che trasportava storione o decabristi… La Russia, a quanto pare, si è sempre svegliata di pessimo umore e col mal di testa. Mosca, dolorante, chiedeva a gran voce aspirina tedesca.

[…]

Arrivederci allora nel nostro teschio neoimperiale, pieno di nebbia cerebrale e oggettività anglosassone,

Yours,

Leo

(Vladimir Sorokin. Telluria, 2013; traduzione tedesca Kiepenhauer & Witsch 2015. Traduzione dell’estratto dalla traduzione tedesca, mia)

LA GIORNATA DI UN OPRIČNIK

Gli oppositori sono molti, è vero. Non appena la Russia è risorta dalle ceneri Grigie, non appena ha preso coscienza di sé, non appena sedici anni fa il padre del Sovrano Nicolaj Platonovič pose la prima pietra alle fondamenta del Muro Occidentale, non appena cominciammo a staccarci dall’estraneo fuori e dal diabolico dentro, gli oppositori presero a infilarsi attraverso tutte le fessure, come dorifore. È vero, una grande idea genera anche grande opposizione. Sono sempre esistiti nemici del nostro Stato, esterni e interni, ma la lotta contro di noi non si è mai inasprita in modo così feroce come nel periodo della Rinascita della Sacra Russia. Più di una testa è rotolata giù dal Lobnoe Mesto in questi sedici anni, più di un treno ha portato via oltre l’Ural i nemici e le loro famiglie, più di un gallo rosso ha cantato all’alba nelle tenute dei nobili, più di un voivoda ha scoreggiato sul banco con i rulli al Dicastero degli Affari Segreti, più di una lettera anonima è finita nel cassetto di Parola e Azione alla Lubjanka, più di un cambiavalute ha avuto la bocca riempita di banconote frutto di azioni criminali, più di uno scrivano è stato lessato in acqua bollente, più di un messo straniero è stato cacciato fuori da Mosca sui tre “stalloni” gialli dell’infamia, più di un addetto alle notizie è stato gettato dalla torre di Ostankino con le piume d’anatra sul sedere, più di un sobillatore-imbrattacarte è stato affogato nella Moscova, più di una vedova di nobile è stata rispedita dai genitori in tulup di pecora, nuda e priva di sensi…

Ogni volta che mi trovo alla Cattedrale della Dormizione con una candela in mano mi tormenta un pensiero segreto, sovversivo: se non ci fossimo stati noi, ce l’avrebbe fatta il Sovrano da solo? Gli sarebbero bastati gli strelizzi, il Dicastero degli Affari Segreti e il reggimento del Cremlino?

E coperto dal canto del coro mi sussurro piano:

«No».

(Vladimir Sorokin (Bykovo, Russia, 1955), La giornata di un opričnik, Atmosphere libri 2014, trad. di Denise Silvestri. Il romanzo ha vinto nel 2015 il premio Von Rezzori per la migliore opera di narrativa straniera pubblicata in Italia.)

La giornata di un opričnik (Den’ oprichnika, 2006) è un romanzo distopico di tono marcatamente grottesco e pulp, ambientato nel 2027 in una Russia in cui da sedici anni è stato restaurato il potere imperiale. Il romanzo narra alla prima persona una giornata nella vita di un opričnik, il membro di un corpo para-poliziesco alle dirette dipendenze del Sovrano, che agisce con efferata violenza e al di fuori di ogni legalità contro chiunque venga individuato come nemico dello Stato – con sadica ferocia, ma anche con spreco di segni della croce, giaculatorie e apologie della santa chiesa ortodossa, l’unica ad aver mantenuto la purezza della fede. Una contraddizione soltanto apparente, in quanto chiunque si ponga poco o tanto criticamente nei confronti del blocco identitario-autocratico Stato-Chiesa, si pone ipso facto fuori dalla comunità dei santi, della vera e degna umanità, decade dallo status umano, non è che “putridume” che deve essere snidato col fiuto del cane e spazzato via con la scopa delle pulizie (a proposito di pulizie si vedano stralci di discorsi e scritti di Putin qui).

Una testa di cane e una scopa appese all’arcione erano i segni distintivi degli opričniki storici: l’esercito privato dello zar Ivan IV il Terribile che nella seconda metà del XVI secolo assassinò, torturò e stuprò un numero enorme di persone, spesso con la partecipazione diretta dello zar che condiva le più orrende nefandezze con una dose abbondante di mistica religiosa. Il romanzo di Sorokin mette bene in evidenza il mix di violenza feroce, stupro, maschilismo ossessivo e balbettamento mistico che getta una luce satirica, ma neanche troppo, sul carattere irrazionale, nazionalista e autoreferenziale di certa religiosità del cuore russo-ortodossa, genere il grande peccatore che però ha la fede, quindi in realtà è un grande santo. In ogni caso già nel 2006 Sorokin conosceva bene i suoi polli, se è vero che in certi passi del romanzo sembra di sentire la viva voce del patriarca Kirill.

Una tecnologia futuristica (e in parte favolistica) spinta e un’ideologia pseudo-medievale di fondo sono le due radici da cui il romanzo trae la sua particolare coloritura. Se aggiungiamo che la tecnologia – così come i beni di lusso – è tutta di produzione cinese (cioè estera, nel romanzo un’origine estera occidentale non è possibile, come vedremo), mentre l’ideologia medievale è strettamente made in Russia, avremo che il romanzo ci offre un’immagine senz’altro caricata ma non così lontana dalla realtà della Russia odierna.

English Wikipedia dedica al romanzo di Sorokin un ampio articolo da cui traggo qualche informazione:

  1. In un’intervista del 2012 Sorokin dichiara che nella sua intenzione il romanzo non voleva essere l’anticipazione distopica e grottesca di un futuro più o meno prossimo, ma una specie di avvertimento, una “precauzione mistica”, o, diremmo, apotropaica, affinché questo futuro non si instaurasse. Giunti al 2022, dobbiamo constatare che la precauzione apotropaica non è andata a buon fine.
  2. Il testo contiene una vasta rete di rimandi alla storia e alla letteratura russa che per un lettore straniero rischiano di andare perduti, nonostante qualche parca nota di autore e traduttrice. Mi limito ai due maggiori: il titolo è un chiaro riferimento al romanzo di Solženicyn Una giornata di Ivan Denisovič, difficilmente però da intendersi come omaggio, dal momento che Sorokin ha più volte criticato sia lo stile che l’ideologia conservatrice di Solženicyn. Più che un omaggio è quindi da leggere come una correzione antitetica e polemica.
  3. Il secondo macroriferimento, impossibile da individuare per un pubblico non russo, è il romanzo utopico Za chertopolokhom (Dietro il cardo) del tenente generale Pyotr Krasnov (1869-1947), pubblicato in russo a Parigi nel 1922, per la prima volta in Russia nel 2002, e a seguire in ulteriori edizioni perché molto consonante con l’idea di Russia dell’attuale governo. Questo tenente generale dei cosacchi Pyotr Krasnov combatté contro i bolscevichi, andò in esilio in Francia, organizzò milizie cosacche che combatterono a fianco dei nazisti durante la seconda guerra mondiale e fu impiccato a Mosca nel 1947. Nel suo romanzo utopico, ambientato nel 1990, la Russia si è definitivamente separata dall’Occidente perfido e corrotto per mezzo di un Grande Muro che la salvaguarda da perfidia e corruzione, si è interamente identificata con la sua autentica anima asiatica ed è diventata il faro di quell’Eurasia tuttora sponsorizzata da Dugin e Tret’jakov, a cui però questi ultimi, a differenza di Krasnov, annetterebbero volentieri la piccola appendice di noi Europei dell’ovest. Se a questo si aggiunge che Krasnov predica la necessità e legittimità della violenza per tenere in riga la nazione, si capirà come l’attuale governo russo straveda per lui. Abbiamo detto che quello di Krasnov è un romanzo utopico. Ora, per il suo romanzo distopico, Sorokin riprende esattamente la situazione creata da Krasnov – ma per rovesciarne il senso. La Russia si è autoisolata dal malvagio e potenzialmente conquistatore Occidente tramite la costruzione del Grande Muro, che oltre a difenderla militarmente preserva intatta la sua purezza etnico-nazional-religiosa insidiata dalla corruzione occidentale. Le sole modifiche rispetto al quadro di Krasnov riguardano i rapporti con l’Asia: nel romanzo di Sorokin il Grande Muro Occidentale è completato da un Grande Muro Orientale e l’isolamento, per quanto più poroso a Oriente, è completo. Questo perché, diversamente da quanto Krasnov poteva sognare nel 1922, nel 2006 è chiaro che la Russia non è e non sarà la luce e il faro del continente asiatico, e in particolare che dal punto di vista economico e tecnologico è stata ampiamente surclassata dalla Cina. Ma soprattutto, quello che viene rovesciato e mostrato nel suo ridicolo è il rapporto con l’Occidente: ciò che in Krasnov, nel 1922, poteva apparire come una discutibile ma per l’epoca non anacronistica utopia politica (con tutte le ombre esiziali che da sempre accompagnano le utopie), diventa nel 2006, nella distopia di Sorokin, la proiezione distorta di menti, quelle sì, malate. A questo proposito il capitolo 8 del romanzo, dove è rappresentata l’allucinazione collettiva di un gruppo di sette opričniki che sotto l’effetto di droghe si trasformano nel drago russo delle fiabe – per l’occasione con sette teste, il che non può non ricordare la bestia a sette teste dell’Apocalisse -, il quale sorvola l’Oceano seminando morte e distruzione per concludere il trip stuprando con la fiamma una casalinga americana, è a mio avviso, anche dal punto di vista letterario, un capolavoro.
  4. L’articolo di Wikipedia sottolinea la dimensione collettiva propria della Russia distopica di Sorokin, e che già Krasnov aveva individuato come la caratteristica asiatica che rendeva la Russia incompatibile con l’Europa:
Krasnov noted that in Asian societies, it is the collective that takes precedence over the individual, and for this reason argued that Russia was an Asian as opposed to a European nation. 

Gli opričniki formano una collettività saldata col sesso e col sangue, legittimata dalla religione e dalla fedeltà alla più grande collettività (nazione), di cui il Sovrano non è che la pallida e insignificante icona.

In Day of the Oprichnik, both sex and violence are always done collectively. The purpose of the Oprichniki in the novel is to annihilate any notion of individualism and to promote the reestablishment of "we" as the basis of thinking rather than "I”.

Se infatti guardiamo alla più vasta collettività, se guardiamo al noi, al popolo, troveremo soltanto una massa di anonimi, disprezzati dagli stessi opričniki e unicamente funzionali alla creazione di una informe e peraltro malfunzionante nazione, su cui eccezionalmente può stagliarsi qualche graziosa figurina tratta da un album di fogge medievali. In questo contesto, il vero e unico crimine dei cosiddetti “nemici dello Stato” è voler essere individui.

Come dicevamo, al netto del grottesco e del pulp, sedici anni dopo la sua prima pubblicazione La giornata di un opričnik restituisce un’immagine abbastanza profetica della Russia odierna. Rimane da fare un’unica correzione: prima di costruire il Muro Occidentale il Sovrano ha deciso di allargarsi.

PIZIA 2022 (un ritratto a memoria)

Siede Pizia sul tripode e gli acciacchi
Lenisce coi vapori della faglia,			
Nell’antro scuro crepitante origlia 
Brusii di finte cronache e almanacchi.

Confeziona responsi. Se farlocchi
Non ha molta importanza, ché li imbriglia
In spirali uterine e li intartaglia
In una lingua arcana di tarocchi.

Chi li capisce è bravo. Ma fatali,
Lei sussiegosa con la voce cassa
Quelli sparpaglia, al suo treppiede avvinta.

Oh effluvi solfoiodici termali!
Cola il sudore sulla pelle grassa,
Su strati di matita e fondotinta. 

ANTOLOGIA PUTINIANA

Coi tempi che corrono, il mensile di geopolitica Limes è diventato la mia lettura preferita. Sarà che noi pensionati non abbiamo niente da fare, aspetto il dieci del mese con l’impazienza con cui mio padre, in tempi pacifici, aspettava il giovedì della Settimana enigmistica. L’ultimo numero poi si annuncia stratosferico. Sperando di fare cosa gradita, propongo una piccola antologia.

  1. Avevo visto giusto (v. qui):
La Chiesa ortodossa è all'avanguardia nella campagna di promozione dei martiri bianchi, a cominciare dalla famiglia reale. Ma il cuore del presidente non vibra di simpatia per Nicola II martire (1894-1917), icona verso cui il patriarcato moscovita e di tutte le Russie indirizza la devozione del suo gregge. Figura troppo debole per l'attuale padrone del Cremlino. Incapace di salvare lo Stato dai sovversivi. Nel pantheon degli zar Putin preferisce Nicola I (1825-1855) e Alessandro III (1881-1894), di sicura fede reazionaria e accentratrice. Adesione monumentalizzata il 18 novembre 2017, quando Putin inaugura a Jalta, in Crimea, una colossale statua marmorea dell'ultimo Alessandro con inciso il suo motto: «La Russia ha due soli alleati, il suo esercito e la sua flotta». Sempre valido, parrebbe.

(Editoriale del direttore Lucio Caracciolo: "Platov non ha paura")

Unica pecca: non pare che l’esercito e la flotta siano attualmente all’altezza del caso che ne faceva Alessandro III.

2. Più chiaro di così:

L'Urss, a prescindere dai suoi problemi interni, rimase quasi fino alla fine uno dei due fulcri strutturali della geopolitica globale. La Russia in quanto Stato suo erede ha perso tale status e i tentativi di recuperarlo non hanno portato risultati. Persino il ripristino della potenza dello Stato e la riconquista di un posto tra le principali potenze mondiali - due realtà - non hanno fatto della Russia un nuovo perno dell'ordine internazionale. L'unica chance di ottenere tale status è la distruzione del sistema stesso.

(Fëdor Luk'janov, "Un 'vecchio pensiero' per il nostro paese e per tutto il mondo")

Cioè: poiché per la Russia l’unico modo di essere nuovamente un perno dell’ordine internazionale è la distruzione di questo ordine che – pensa lei – le impedisce di diventarlo, esso deve essere distrutto. Non perché è sbagliato o insufficiente o che so – questo, semmai, viene dopo. Semplicemente perché, stando le cose come stanno, la Russia non riesce a essere un perno dell’ordine internazionale come sarebbe suo pieno e buon diritto.

Si chiama narcisismo patologico. Ma un narcisismo molto particolare, molto russo. Luk’janov infatti non si nasconde che quello in cui si sta impegnando la Russia è un grande azzardo, un azzardo rischiosissimo; una roulette russa, veramente. Il suo punto di partenza retorico, tuttavia, è che il sistema liberale è in piena decadenza, vegeta senza speranza, un malato terminale. Nell’inerzia e irresolutezza generale la Russia, magnanimamente, si rende disponibile a dargli il colpo di grazia. Perché la Russia, così Luk’janov, ha una vocazione per i colpi di grazia; si può dire che la sua grande, e in verità unica, vocazione e abilità è dare il colpo di grazia; quello che viene dopo magari fa un po’ schifo, però nel colpo di grazia sono insuperabili. Luk’janov ammette tranquillamente di non avere idea di che cosa sorgerà dalle ceneri della Grande Distruzione; ma che importa, dal momento che l’altruistica missione della Russia per il bene del mondo è la distruzione? Del tutto disinteressata, questo è il bello. Dei veri Cristi in croce:

Per l'ennesima volta (forse la quarta) in un centinaio d'anni la Russia si è assunta in totale abnegazione di sé il ruolo (e l'onere) di protagonista dei cambiamenti globali. Non si è stancata? «In un certo senso possiamo dire di essere un'eccezione tra i popoli. Apparteniamo al novero di quelle nazioni che non sembrano far parte integrante del genere umano, ma esistono soltanto per dare una grande lezione al mondo. L'insegnamento che ci siamo destinati a dare non andrà sicuramente perduto, ma chi sa il giorno in cui ci ritroveremo finalmente in mezzo all'umanità e quanta miseria dovremo sopportare prima che i nostri destini si compiano?» Parole di Piëtr Čaadev nelle sue Lettere filosofiche del 1836. Centosettanta anni fa l'autore di queste affermazioni, un noto intellettuale russo di vedute liberali, venne ufficialmente riconosciuto pazzo pericoloso. A torto.

(Luk'janov, ibid.)

[Piccola osservazione: centosettanta anni fa, scrive Luk'janov. 1836 più 170 fa 2006, non 2022. Il quadro ideologico era pronto e redatto ben prima del 2022, e anche del 2014.]

A torto dice Luk’janov. A ragione, secondo me, almeno a giudicare da queste mistiche sviolinate identitario-messianiche. Che fra l’altro, nel nostro piccolo e in formato più ridotto, ce le abbiamo pure noi (avete presente Del primato morale e civile degli italiani?) – anzi, non credo esista popolo che in un momento o nell’altro della sua storia non si sia assegnato una missione salvifica per l’intera umanità e oltre. Roba passata, abbiamo il buongusto di non tirarla fuori.

3. Il padre di tutte le cose

La cosa che, fin dall’inizio, più mi ha colpito di tutta questa storia – una caratteristica impossibile da non notare, qualcosa che davvero salta agli occhi – è la qualità marcatamente vecchia, sorpassata, involontariamente autoparodica, fuori dal tempo e dunque fuori dal mondo dell’intervento russo e di tutta l’ideologia che lo sostiene, e che lentamente è emersa alla mia stupefatta coscienza. D’altra parte Luk’janov giustamente titola Un ‘vecchio pensiero’ per il nostro paese e per tutto il mondo (dove il virgolettato pare francamente inutile) e sottolinea lui stesso l’effetto “macchina del tempo” dell’iniziativa russa:

Il terrore [dice lui, con riferimento immagino alle reiterate minacce nucleari da parte della Russia, che non ha altre carte da giocarsi] determinato in Occidente dalla prosecuzione delle attuali operazioni militari su vasta scala è legato non soltanto alla tragedia umanitaria ma alla sensazione di trovarsi in una macchina del tempo. Tornano in fretta consuetudini che parevano ormai appartenere per sempre al passato.

(Luk'janov, ibid.)

Ma ecco il vecchio pensiero per la Russia e per il mondo:

Il febbraio 2022 ha segnato anche l'inizio di un altro esperimento, di dimensioni altrettanto grandi, almeno in potenza. La Russia sta tentando di invertire il corso della politica resuscitando il «vecchio pensiero politico» (lo si può anche definire «tradizionale») per sé e per il mondo intero. I princìpi di questo pensiero sono opposti a quelli dichiarati dal «nuovo» pluralismo dei valori (invece dell'universalità), equilibrio delle forze (e non degli interessi) come base dei rapporti internazionali e, infine, il classico conflitto armato come modalità di risoluzione delle controversie quando altre strade non sono percorribili. 

(Luk'janov, ibid.)

Confesso che non capisco la frase relativa al “nuovo pluralismo dei valori”. Quindi la Russia sarebbe per l’universalità dei valori? Mi pareva che il multipolarismo predicato da Putin/Dugin andasse nel senso opposto, benché in effetti un “pluralismo dei valori” portato avanti da una bizzarra combinazione di ancien régime e capitalismo scasso sia un po’ difficile da immaginare. Boh. Ma quello che mi interessa è l’ultimo punto: “il classico conflitto armato come modalità di risoluzione delle controversie quando altre strade non sono percorribili”. Come qualcuno ha detto molto tempo fa, la guerra è il padre di tutte le cose, e la massima si sposa bene con la dottrina del colpo di grazia e della gaia distruzione. Resta da vedere se questa guerra, totalmente anacronistica come di fatto ammette anche Luk’janov, sarà padre dell’agognata affermazione mondiale della Russia o del suo definitivo ridimensionamento.

4. La paranoia al potere

Dopo quattro anni di pausa dal Cremlino nel nome del rispetto della costituzione, Putin vi torna nel 2012 tra le proteste che sono un'umiliazione e una sfida. Il capo dello Stato è rincorso dall'idea sempre più fissa della minaccia americana, ora non solo ai confini ovest lambiti dall'espansione della Nato ma anche dentro, contro di lui personalmente. Scatta così la svolta conservatrice e autoritaria da cui la Russia non tornerà più indietro. Famiglia, radici cristiane, memoria storica [ovviamente manipolata, ndr], patriottismo: negli ultimi anni il putinismo nella sua funzione di collettore valoriale si è posizionato in crescente opposizione all'Occidente. La narrazione è imperniata sulla Russia sotto assedio, alternativa a una civilizzazione condannata a definitivo declino per negazione delle proprie radici. In questo senso è sottinteso un soft power russo a un certo punto messo alla prova con i sovranisti di mezza Europa. Ma ufficialmente Mosca professa la non ingerenza: niente da insegnare e niente da imparare, ripetono da anni i vertici moscoviti, la Russia non esporta modelli di società, contrariamente a quanto fanno gli americani.
Forse anche perché un modello compiuto non c'è.
[...]
La riunione del Consiglio di sicurezza del 21 febbraio scorso, prologo dell'invasione dell'Ucraina, ha ricordato a molti i racconti apocrifi delle riunioni nella dacia di Kuncevo tra Stalin e i suoi più stretti collaboratori, terrorizzati all'idea di dire qualcosa di sbagliato. I russi ricordano anche come il leader sovietico andasse ripetendo che bisognava vivere «come in una fortezza assediata, il nemico è ovunque».

(Orietta Moscatelli, "Putin=Russia Russia=Putin", possibilmente da leggere tutto)

Povera Russia, il cui unico principio di identità è la maniacale idea fissa dell’aggressione esterna.

Per oggi mi fermo qui. La prossima volta, per par condicio, sentiremo l’altra campana, quella che addossa tutta la responsabilità agli Stati Uniti.

UN PO’ DI RIPOSO

In primis la guerra, e in secundis qualche preoccupazione privata, fatto è che mi sentivo molto stanca. Nulla di paragonabile alla stanchezza di coloro che la forza operosa di Putin affatica, e di moto in moto anzitempo promuove allo stato di ossa fra le infinite, ma insomma mi sentivo stanca. Avevo bisogno di qualcosa di normale. Non di un mondo dove non c’è la morte, perché la morte l’abbiamo sempre con noi; ma di un mondo senza guerra. Allora ho tirato fuori il romanzo La cartella del professore (Sensei no kaban) di Kawakami Hiromi, che mi era stato consigliato circa un anno fa da Subhaga Failla e che avevo comprato ma non ancora letto. Non l’avevo letto un po’ perché avevo sempre qualcosa di più urgente da leggere – e infatti, a dirla tutta, sono anni ormai che pratico la lettura come i soldati l’esercizio in piazza d’armi; la lettura come svago, o, secondo dice Simonetti, come “nobile intrattenimento”, mi pare quasi un peccato capitale; un po’ anche perché, dopo quasi sessant’anni che faccio la lettrice (nel senso che anche quando non leggo è come se leggessi) mi è venuto lo sguardo trapassante del lettore esperto: dalla copertina so cosa aspettarmi.

[Piccola parentesi: le sovraccoperte Einaudi sono sempre belle, questa però è rubata all’edizione tedesca; in compenso è stato mantenuto il titolo originale mentre in Germania hanno optato per un orrido: Der Himmel ist blau, die Erde ist weiß (Il cielo è azzurro, la terra è bianca), che ti fa capire come mai Kitsch è una parola loro.]

Quindi, per farla breve, cosa mi aspettavo da questo romanzo giapponese prima ancora di aprirlo? Mi aspettavo qualcosa di parzialmente consolatorio; non totalmente, si capisce, un romanzo totalmente consolatorio è un romanzo scemo, Subhaga non me lo avrebbe consigliato e l’oggetto che avevo estratto dalla busta di Amazon non ne aveva l’aria: è chiaro che, a dispetto dei fiori di ciliegio a cascata, i due che remano nella ghiaia non andranno molto in là. Però ero piuttosto sicura che non ci avrei trovato nessuna critica delle ipocrisie sociali, del malvagio capitalismo o della borghesia degenerata; già una bella consolazione. Non che queste cose non esistano; esisteranno pure, come un sacco di altre; ma a parte il fatto che la loro spendibilità letteraria, e dai e dai, si è parecchio esaurita – ci vorrebbe un genio, e qui intorno non ne vedo -, soprattutto non me ne frega niente.

Mi aspettavo invece di trovarci degli individui – puri individui – nelle loro vite normali: vale a dire normalmente prive di senso; individui che a volte si incrociano e a volte, più che altro nei romanzi, si chiedono se si può fare qualcosa, o che cosa si può fare; nel loro caso eh, mica per l’umanità. E per l’amor del cielo nessuna allegra, inesistente, artificiale collettività.

[Le collettività sono creazioni effimere e entusiasmanti per tempi d’eccezione: tempi di guerra; tempi eroici. Ma guarda caso proprio quelli ai nostri sociologi non gli vanno bene. In Ucraina non vedono una collettività ma bieco nazionalismo; non un’entità sovraindividuale compatta e decisa a difendersi, ma un pullulare di bande criminali pericolosissime che vessano e taglieggiano la popolazione – quel che da parte fascista si diceva dei partigiani. Fossero almeno conseguenti, i nostri sociologi. Va be’, torniamo a noi.]

Quindi, tornando a noi, cosa può esserci di consolatorio – si chiederà il lettore – in queste storie di individui e delle loro vite propriamente senza bussola? Notate il “senza bussola”; “senza bussola” è particolarmente importante. Immaginate uno che avanza in una zona – conosciuta o sconosciuta non importa – munito della sua bussola e deciso a seguire una direzione. A intervalli regolari e frequenti guarderà la bussola e osserverà il movimento dell’ago. Controllerà di non deviare. A ogni curva della strada o ostacolo che gli impedisce di procedere in linea retta si preoccuperà di riprendere quanto prima la direzione indicata dall’ago. Finirà in un pantano, scivolerà in un burrone. Fa niente. Riparte, lo sguardo fisso sul quadrante. Durante tutto il tragitto avrà visto soltanto l’ago della bussola, nulla di quello che gli stava attorno. Se è onesto, quando arriverà alla meta – se ci arriva – si chiederà cosa ci è venuto a fare, dal momento che nella sua testa ci sono soltanto una bussola e un ago che oscilla.

Ho l’impressione – mi correggano i più esperti se sbaglio – che leggere un romanzo giapponese metta del tutto al riparo dal sentirsi trasportati verso una destinazione. All’inizio ero perplessa: e quindi? mi chiedevo a lettura conclusa. Poi ho capito che è il modo orientale di riconoscere, imparzialmente, un’importanza e una dignità a ciò che esiste, senza distinzioni gerarchiche fra razionale e irrazionale, animato e inanimato, essenziale e inessenziale. Come uno che cammini pensando non tanto alla meta quanto a ciò che vede durante il viaggio, senza attribuire a se stesso maggiore importanza e senza badare se ciò che vede abbia o no attinenza col suo progetto; sicché facilmente, del progetto, finisce che si scorda.

Questa caratteristica da sola, però, non basterebbe a fare il fascino. Da sola avrebbe qualcosa di troppo eterno e fuori dal tempo – talmente eterno e fuori dal tempo da risultare semplicemente vecchio. Il polo negativo necessario allo scossone vitale e alla compromissione con la storia è il nichilismo, che il Giappone, certamente predisposto, ha assorbito dall’Occidente superando il maestro. E prima che qualcuno storca il naso, preciso che ‘nichilismo’ non è una brutta parola, come vorrebbero i devoti delle varie confessioni, ma l’unico seppur amaro terreno da cui può germogliare una vita consapevole.

I protagonisti del romanzo di Kawakami ci appaiono infatti – almeno quanto alle famose “radici” a cui qualcuno, qui da noi, annette tanta importanza – sospesi in un vuoto percorso da blandissimi filamenti: lui, il professore, anziano insegnante in pensione vedovo da diversi anni (ma, come si scoprirà, ben prima di lasciarlo vedovo la moglie lo aveva semplicemente lasciato), con un figlio che vive lontano e compare soltanto, di striscio, nella penultima pagina; lei, Tsukiko, la voce narrante della storia, alle soglie dei quaranta, impiegata in un ufficio (ma del lavoro, tranne che a periodi la impegna perfino nei fine settimana, non si sa nulla), ha con la famiglia d’origine rari rapporti in cui prevale l’incomunicabilità, ha avuto vari fidanzati con i quali ha intessuto rapporti marcati dalla corrente alternata di ansia e indifferenza. Si incontrano per caso – e continuano fin quasi alla fine a ritrovarsi per caso, senza appuntamento – in una nomi-ya, piccolo locale non particolarmente raffinato in cui si bevono birra e sakè e si può mangiare qualcosa scegliendo da un menù del giorno. Tutto intorno, un vuoto quasi pneumatico in cui, come lontani lampi di calore, balenano avances che non sono tali, accennate schermaglie di blanda gelosia e, a promuovere la dialettica sentimentale dell’eroina, perfino un uomo che in fondo è un uomo dello schermo. Più che le umane relazioni, sostanzialmente latitanti, un ancoraggio minimo, a cui il lettore per condivisa intuizione del vuoto si affeziona velocemente, lo offrono le bottiglie di birra, le caraffe di saké e i cibi della cucina tradizionale giapponese (c’è anche una tesina della FU Berlin sulla semantica dei pasti in questo romanzo: Polysemantische Mahlzeiten. Zur Deutbarkeit von Essen in Kawakami Hiromis “Sensei no kaban”, 2014).

D’altra parte è solo su sfondo di vuoto che si possono percepire correttamente il vento fra i rami del canforo o le strida dei gabbiani – le quali diverse volte, e non credo per caso, sovrastano e cancellano un timido tentativo di Tsukiko di indirizzare gli eventi su un binario di intenzionalità. Tuttavia che non siamo ai tempi di Murasaki Shikibu lo chiarisce subito il primo capitolo: “La luna e le pile elettriche“. Dalla casa del professore si vede, fra i rami spogli dei ciliegi, la luna nelle sue differenti manifestazioni di meteorologico attraversamento del cielo; ma nella credenza, fra i vari e strambi oggetti che il prof, pur senza veramente collezionarli, non butta, spiccano diversi sacchetti di plastica che contengono le pile, esaurite o ancora debolissimamente cariche, come dire moribonde, che il professore ha utilizzato durante la sua vita e che non ha animo di gettare:

Gli dispiaceva gettare via le pile che si erano esaurite lavorando per lui, poverine. Gli sembrava un'ingratitudine buttarle appena scariche, dopo che per tanto tempo avevano fatto luce, prodotto suono o azionato motori.

Molto giapponese. Allargamento dell’attenzione rivolta alla natura (con depotenziamento del soggetto umano) a un’attenzione rivolta alla tecnica e all’artefatto, cui viene riconosciuto uno statuto di vivente e significante. Suona antiumanistico ma potrebbe servire a superare qualche dicotomia. Non so.

Comunque tranquilli: nelle ultime venti pagine qualcosa come un’intenzionalità si afferma – anche gli autori devono campare – e un velo di patetico molto controllato avvolge gli ultimi due capitoli per la soddisfazione del lettore. Da ultimo apprendiamo che la famosa cartella, da cui il professore non si separava mai, è andata per sua espressa volontà a Tsukiko:

Nelle sere così, apro la sua cartella e guardo all'interno. Ma nella cartella non c'è nulla, solo il vuoto, un vuoto che va espandendosi. Un vuoto senza speranza che ingloba ogni cosa.

Così, in maniera abbastanza onesta, si conclude il romanzo. Ma questo vuoto finale è molto meno “serio” del vuoto circostanziato e mai del tutto completo costruito con calma e pazienza nel resto del romanzo. Per arrivare a chiudere, diventa letterario.

UNA QUESTIONE CULTURALE

Capito per caso (qui) sulla traduzione di un’intervista a Héléna Perroud, autrice nel 2018 di una biografia di Putin che secondo qualche commentatore vira al panegirico. L’intervista, originariamente pubblicata su Le Point, è breve, con qualche testa-coda sbalorditivo: ad esempio, a leggerla diresti che Putin ha spianato Groznyj per amore dei ceceni. Mi ha colpito l’ultima risposta, probabilmente non nel senso inteso dall’intervistata:

Al di là della Nato e delle considerazioni storiche, non si può non vedere una dimensione di civiltà in questa opposizione tra la Russia e l’occidente…

E’ vero che, nei confronti dell’occidente, i russi sono passati in trent’anni dall’ammirazione alla compassione. Dicono che noi occidentali siamo in una deriva totale. Questa dimensione di civiltà esiste, effettivamente. E’ sempre difficile da immaginare, ma i russi, in media, sono più acculturati di noi. Leggono molto di più, sono intrisi di una cultura classica che viene insegnata a scuola, anche negli istituti di campagna. Nella metropolitana di Mosca, per esempio, non vedrete delle pubblicità spazzatura, ma immagini dei paesaggi russi o spiegazioni sull’origine di una lettera dell’alfabeto.(Neretti nel testo)

Perroud rileva che i russi “sono intrisi di una cultura classica che viene insegnata a scuola, anche negli istituti di campagna“. Lo enuncia come una differenza specifica perché in Francia – come, credo, in tutti i paesi occidentali tranne l’Italia – la cultura classica non viene insegnata a scuola; né negli istituti di campagna né in quelli di città. È una scelta che ha degli inconvenienti – un’ignoranza pressoché totale del passato, in particolare del passato remoto, mentre da noi si ignora di regola il passato prossimo -, ma anche dei vantaggi: una maggiore dimestichezza e capacità di riflessione sul presente, e soprattutto quella che io chiamerei una maggiore “presenza a se stessi”, possibile appunto perché nell’educazione, e segnatamente in campo umanistico, si cerca il più possibile di evitare gli schematismi – cioè le conoscenze (ma bisognerebbe dire le pseudoconoscenze) non autonomamente verificabili: quelle “che vengono insegnate a scuola”.

“Il ministero dell’educazione ha concepito un programma fondato sul trinomio autocrazia, ortodossia, nazionalismo come principale guida del regime e del sistema politico. Secondo questa dottrina, il popolo deve mostrare lealtà all’illimitata autorità dell’autocrate, alle tradizioni della Chiesa russo-ortodossa e alla nazione russa“. Ah no, pardon, c’è un errore, non è il programma di Putin per l’istruzione pubblica! Volevo fare un copia-incolla da Wikipedia ma sono finita per sbaglio sull’articolo Russia sotto Nicola I (1825-1855). Forget it e torniamo a noi.

Dal punto di vista dei programmi scolastici quindi, mentre c’è uno iato fra la Russia e l’Occidente, con l’Italia sembrerebbe di poter constatare un’affinità, un comune amore scolastico per il passato. Temo però che l’analogia sia tutta di superficie; infatti in Italia il perdurare dell’approccio “classicista” – in realtà storicista e nozionista – è legato soprattutto all’inerzia nazionale, che negli apparati statali, e in particolare negli istituti di per sé e di necessità conservatori come la scuola, raggiunge picchi ragguardevoli; mentre in Russia, mi par di capire, è una cosa sentita. Prima di trarne qualche conclusione, vediamo la faccenda della pubblicità spazzatura (che poi non ho capito cos’è: esiste una pubblicità di qualità, a prescindere dalla maggiore o minore efficacia?)

Il mio primo soggiorno parigino risale al 1978 0 ’79, non ricordo bene. All’epoca vivevo nella Bundesrepublik. Ricordo che a Parigi la metropolitana era letteralmente tappezzata di grandi manifesti pubblicitari nei quali jeunes loups o jeunes lions facevano non so più cosa, in ogni caso a loro completa soddisfazione. I predatori carnivori, rappresentati in accattivanti pose antropomorfe, erano figura di giovani maschi rampanti alla conquista di acconcia situazione nella società. A Parigi, mica a New York. Forse perché a Parigi sono abituati a chiamare le cose con il loro nome. Me ne ricordo perché mi scioccarono. Io, che nelle società occidental-liberali mi sono sempre trovata benino, non mi capacitavo. Mi sembrava che ci fosse, in quella tranquilla magnificazione del potere e del profitto, qualcosa di osceno. Venendo dalla moralissima Germania non ero preparata. Si aggiunga che da diversi anni non ho la televisione (cioè: ho un vecchio apparecchio che non è collegato al digitale terrestre e che uso come schermo per i DVD), e che se si facesse il conto delle ore che in tutta la mia vita ho trascorso davanti al televisore nel senso di programmi televisivi si arriverebbe a un numero straordinariamente basso anche per una persona della mia generazione; si aggiunga ancora che quando vedo una pubblicità commerciale la mia reazione immediata e istintiva, tranne nei rari casi di pubblicità divertente, è il desiderio di non comprare il prodotto. Si avrà che non amo la pubblicità. Tuttavia non vorrei mai vivere in un mondo industriale o postindustriale qual è il nostro, Russia compresa, dove però nelle stazioni della metropolitana invece dei manifesti pubblicitari ci trovassi immagini degli intatti paesaggi nazionali o delucidazioni filologiche. Perché questa sarebbe una menzogna. Perché al momento i paesaggi nazionali rilevanti, per quanto ce ne possa eventualmente dispiacere, non sono quelli. Così come chiunque sia “intris[o] di una cultura classica che viene insegnata a scuola” è, in linea di principio, intriso di menzogna e ottimamente predisposto a credere alle menzogne diffuse dall’autorità religiosa e statale. E questo non per colpa dei testi “classici” in sé, che da questo punto di vista non hanno né meriti né colpe, ma per il loro passaggio attraverso la scuola che, dopo attenta scelta, ne fa dei bizzarri modelli atemporali, sorta di eunuchi culturali preposti all’evirazione degli educandi.

(Fortuna che ci sono altri canali: quelli normalmente aborriti dai pedagoghi, ma in grado di accendere gli immaginari.)

Impressionato dal crollo del regime precedente, l’autocrate inquadrò la società russa in una struttura rigidamente controllata. La polizia segreta, il “Terzo Reparto”, creò una vasta rete di spie ed informatori. Il governo esercitò la censura sulle pubblicazioni e su tutti gli aspetti della vita pubblica. Mantenne anche stretti controlli sul sistema educativo. Il ministero dell’educazione concepì un programma fondato sul trinomio autocrazia, ortodossia, nazionalismo …” Ma no! Di nuovo Nicola I! Ci deve essere sotto qualcosa. Fate come se non aveste letto e andiamo avanti.

Cioè, non mi resta che concludere: capisco benissimo che i russi ci guardino con compassione. In fondo è lo stesso sguardo con cui ci guarderebbe mio bisnonno, del quale si dice che avesse imparato a leggere da solo e fosse in grado di leggere il giornale, ma non sapeva scrivere. E che però, forse proprio perché gli mancò l’esperienza della scuola, era un individualista, uno spirito critico, e molto meno incline dei russi a bersi qualsiasi nazionalistica scemenza.

Quindi forse no, forse neanche lui sarebbe tanto indietro da guardarci così.

TRET’JAKOV, O DELLA SERVITÙ (II)

(La prima parte qui)

Ci chiedevamo, in chiusura della prima parte dell’articolo, perché, per la minuta frittura degli stati europei, a parità di sovranità limitata non deve essere legittimo e possibile decidere autonomamente da chi lasciarsela limitare, se dagli Stati Uniti o dalla Russia: quale cultura prendere a modello, in che sistema integrarsi. Il problema è che il modello russo – ed è un fatto – attira poco; questo crea un certo imbarazzo ai russi, tragicamente sprovvisti di appeal e abituati a ovviare a questa mancanza coi tank, per i quali hanno sviluppato negli anni un profondo affetto. Crea imbarazzo e problema perché va a cozzare direttamente contro il destino della nazione russa. Come dice infatti Tret’jakov in un articolo del 2018 (che sarebbe da leggere tutto), qui:

Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale e di conseguenza non c’è possibilità di scelta: se la Russia vuole continuare a esistere come nazione, paese e Stato, non può far altro che portare avanti una politica estera indipendente, anche se questa politica non soddisfa gli altri attori sullo scacchiere mondiale.

Ora, la politica estera indipendente della Russia, dalla quale dipende la sua esistenza come quella grande potenza mondiale che il suo destino la destina ad essere, comporta attualmente, senza possibilità di scelta, l’invasione e l’annessione diretta o indiretta dell’Ucraina o di gran parte di essa. Almeno detta così è più pulita: ci risparmia la balla della denazificazione. [In generale però de-qualcosa è un’espressione che piace molto a Tret’jakov, vedi ad esempio qui il video De-americanizzare l’Europa, dove de-americanizzare altro non vuol dire che smantellarne – e alla svelta, eh – le strutture politiche e militari per metterla, nei fatti, a disposizione del destino di grande potenza della Russia]. Vorrei però adesso concentrarmi sull’affermazione “Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale“. I concetti fondamentali sono tre: destino, storia, civiltà. Partiamo dal più traballante: civiltà. Tret’jakov sembra ignorare, o bypassa abilmente, il fatto che la civiltà russa, con quel tanto di barbaro e cosacco che la distingueva, ha subito nel 1917 una gigantesca frattura scomposta e un brusco reindirizzo in senso dialettico-tedesco, ha vagato per più di settant’anni nel nulla sovietico, eventualmente sopravvivendo in forma di samizdat, ed è ora in corso di artificiale riassemblaggio a partire da lacerti mummificati a cura di Putin, del patriarca Kirìll, e di pezzi da novanta della mistosofia quali Alexander Dugin. L’unico elemento originario, vivace e indistruttibile della civiltà russa è l’incapacità a sussistere senza un autocrate a vita, volgarmente detto monarca assoluto o despota, incapacità che ben si sposa con un identitarismo forsennato, residuo di secoli passati. Punto due, la storia: in effetti la storia russa è la storia di un impero di terra che nei secoli si è inglobato l’inglobabile e che nel momento della massima espansione andava, nei fatti, da Berlino a Vladivostok. Ma che, rispetto ad altri imperi, aveva e ha questo di particolare (e vagamente anacronistico): che la sua economia non corrispondeva alla sua enfiataggine né, ora, corrisponde alle sue pretese. Su cosa si basano dunque le pretese russe a essere un impero, se la sua economia è quella di un modesto stato (con tutto il suo gas e il suo petrolio, il pil della Russia è più o meno quello dell’Italia)? Si basano in primis sul suo arsenale nucleare: del tutto scollegato da qualcosa come una reale potenza che non sia esclusivamente militare e segnatamente nucleare; e in secundis su una grande forza, su una forza fortissima: sulla volontà di essere un impero, indipendentemente dallo stato delle cose. E qui veniamo al destino. Quando si parla di destino degli individui, il discorso mi interessa, e molto. Mi pare che in quel caso si parli di qualcosa la cui esistenza è più che ipotizzabile, e ancorabile a fatti quali l’assetto genetico e le sue, limitate e predittibili, interazioni con l’ambiente. In questo senso il destino è qualcosa che preesiste a ogni futuro sviluppo dell’individuo e lo determina – se parzialmente o totalmente rimane da discutere. Ma quando si parla di destino dei popoli e delle nazioni e si intende non ciò che è già avvenuto in seguito a fatti e scelte che sono stati in un certo modo ma potevano essere anche in un altro, che sono sottoposti cioè in largo margine alla casualità, bensì ciò che necessariamente dovrà avvenire sulla base dell’identità o assetto genetico di una intera nazione, sulla base di una sua presunta missione, allora qui per me si sconfina alla grande nell’irrazionalismo, heideggerismo, razzismo e nazismo – quattro fenomeni che si ritrovano puntualmente nella mistosofia dughiniana ma che sono anche impliciti nel Tret’jakov-pensiero, il quale non fa che illustrare e diffondere il pensiero di Putin e del suo socio di Kgb Kirìll.

Ma andiamo avanti. Torniamo alla Rivoluzione d’ottobre in atto in Ucraina, con la quale

il 24 febbraio 2022 la Russia ha sfidato apertamente l'egemonia americana, che da tempo schiaccia sotto il suo tallone anche quella che fu la grande civiltà europea, ovvero l'attuale Unione Europea non sovrana, chiusa nello schema della Nato. Gli «europei» non si sono decisi a ribellarsi, la Russia sì.

D’altra parte, su questa mancata ribellione da parte degli «europei» Tret’jakov ha la sua teoria. Scrive infatti a proposito delle basi Nato in Europa:

Gli Stati Uniti non si fidano né dei governi dei paesi europei, né dei loro popoli. Condividono la medesima paura provata dai governi di questi paesi (ad esempio Stati baltici o Bulgaria) nei confronti dei loro stessi popoli: temono che, senza una presenza militare statunitense, questi potrebbero semplicemente rovesciare chi li governa e «rinnovare» radicalmente la classe dirigente.

Insomma, proprio dire che i popoli degli Stati baltici desiderano precipitarsi nuovamente nelle braccia della Russia sarebbe un peu fort anche per Tret’jakov; quindi ripiega su questo radicale «rinnovamento» della classe dirigente. E chissà cosa vuol dire. Probabilmente che anche gli Stati baltici, e la Bulgaria, e mezza Europa vorrebbero – ma non possono – aggregarsi alla nuova Rivoluzione d’ottobre. Non so per la Bulgaria; per gli Stati baltici sembrerebbe proprio di no. Ma che importanza ha, dal momento che proprio gli Stati baltici, insieme alla Polonia e ad altri non specificati, vengono qualche pagina dopo definiti “nani politici europei“? In un contesto da cui si evince chiaramente quanto gli brucia che questi “nani politici” guardino ora alla Russia in un certo senso da pari a pari.

Sia l’espressione “nani politici” che le tret’jakoviane ipotesi sui terrori e tremori degli Stati Uniti e dell’establishment europeo dicono parecchio di certi automatismi psichici: come il pontefice di infausta memoria Karol Wojtyla combatté sì il comunismo, ma governò poi la chiesa cattolica con gli stessi metodi di quel comunismo con cui era stato per più di trent’anni a stretto contatto, così Tret’jakov e gli altri, abituati al metodo russo di imposizione del dominio con la forza, e incapaci perfino di immaginare che un potere politico possa affermarsi diversamente che con l’imposizione e la forza, concepiscono l’allineamento dell’Europa su posizioni atlantiche unicamente nei termini di asservimento e schiavitù. Non gli viene neanche in mente che ci possa essere da questa parte dell’Atlantico un diffuso e vasto consenso sulle strutture di fondo precisamente perché, a dispetto dell’Oceano che ci divide e che Tret’jakov enfatizza neanche fossero le Colonne d’Ercole, queste strutture hanno una solida radice comune, una solidissima radice europea, liberale e illuminista, costata secoli di lotte, di sangue e di fatica, che i russi – sbalzati da un totalitarismo medievale a un totalitarismo comunista e poi di nuovo indietro a un regime medievale per cultura prima ancora che per strutture politiche – che i russi, dicevo, non sanno neanche cos’è. Io credo che se si guarda l’Europa – non l’Italia, famosa per aver ospitato il più grande partito comunista dell’occidente e per ospitare tuttora il centro di potere della chiesa cattolica, ma l’Europa -, il consenso sulle strutture di fondo liberali e illuministe, Tret’jakov n’en déplaise, sia piuttosto vasto. Non l’unanimità, certo – e Dio scampi: si sa che l’unanimità era soltanto bulgara.

Naturalmente, tutto è migliorabile – ma le rivoluzioni raramente migliorano qualcosa, meglio andarci per gradi. Di questo insomma, di un consenso euroatlantico migliorabile, sono piuttosto convinta; e questo intendevo quando nella prima parte dell’articolo parlavo di asimmetria; asimmetria fra i paesi dell’Europa occidentale (zona di egemonia Nato) e paesi del blocco sovietico: ritengo che il consenso popolare – come la libertà di esprimere il dissenso – fosse/sia molto più generale e assicurato/a fra i primi che non fra i secondi. Credo quindi che la Rivoluzione d’ottobre a cui Tret’jakov sprona i paesi europei dovrà attendere; mi auguro a tempo indefinito, ma chi lo sa. In questo spirito – del “chi lo sa” – mi congedo riportando il passaggio finale dell’articolo di Tret’jakov. Il lettore avrà la bontà di giudicare lui stesso della sua saggezza profetica o della sua mistificante follia. Mi limito a far notare che la parola ‘Ucraina’ non vi compare mai. L’Ucraina, come si sa, non dovrebbe esistere. Quindi è bene nominarla il meno possibile. Farla scomparire. Sim salabim: l’escamotage de l’Ukraine.

Il sic! in corsivo fra parentesi non è mio, ma si trova così nel testo di Limes.

Gli eventi del febbraio e del marzo 2022 sono paragonabili nella loro importanza storica e nelle loro ripercussioni globali (sic!) a ciò che accadde in Russia nell'ottobre 1917, ossia a quella che io chiamo ancora la Grande rivoluzione socialista d'Ottobre. Qui non si tratta di socialismo, ma del fatto che nel febbraio 2022 la Russia, proprio come nel 1917, si è liberata del controllo politico, economico, ideologico e, cosa molto importante, psicologico dell'Occidente. In questo momento storico, si tratta dell'«ultima e decisiva battaglia» (parole tratte dall'inno russo dell'Internazionale) per la Russia. La vittoria della Russia è attesa non solo da milioni di suoi cittadini, ma anche da decine di paesi (segretamente, anche da molti europei). L'egemonia globale degli Stati Uniti ha subìto un colpo poderoso. Il colosso sulle gambe di dollaro lo ha capito. Ecco perché è furioso. Ma crollerà. Perderà. Se ora non mi credete, ricordate almeno questa mia dichiarazione. Tra qualche anno, vedrete voi stessi che tutto era vero.