TOM

 Questa è una storia che doveva diventare come Tom Sawyer, soltanto che i tempi sono cambiati. Ma più che un fatto di tempi è forse un fatto di luoghi, perché i luoghi, in effetti, non sono quelli. Sono tanto poco quelli che invece di St. Petersburg lungo le rive del Mississippi, con le piane ondulate del Missouri alle spalle, abbiamo un paesino stretto fra un torrente e le colline; così stretto che quando c’è stato bisogno di una nuova strada non si sapeva dove farla.

C’era però fuori dal paese, andando verso la pianura, una pieve molto, molto, molto antica; e ci fu anche, dentro al paese, una maestra che molto, molto, molto tempo prima che si parlasse di Piano dell’Offerta Formativa organizzava ogni sorta di visite atte a confrontare gli alunni con le realtà del territorio. Visitarono, nei cinque anni delle elementari, una cartiera, una fabbrica di lana di roccia, la Bormioli, l’ultima anziana del paese che tesseva con l’ultimo telaio a mano, una fabbrica di marmellate e conserve che si chiamava Althea come la fidanzata dell’ispettore Ginko, varie altre cose che non ricordo e anche la famosa pieve.

Dai tempi che i Longobardi si erano convertiti al cristianesimo c’era sempre stata una chiesa su questo dosso nel mezzo di terreni acquitrinosi; però, a causa della povertà degli abitanti, la chiesa era costruita male, finiva che ogni due o trecento anni cadeva a pezzi, dunque bisognava restaurarla, però non c’erano soldi, allora la si restaurava male, dopo un po’ cadeva di nuovo a pezzi, e così via. Una storia triste; molto consona al paese però; molto in linea.

Quando fu visitata dalla classe della maestra era da qualche tempo in disuso. Benché si trovasse poco fuori dal borgo e fosse facilmente raggiungibile a piedi o in bicicletta, forse perché si nascondeva, per la vergogna, dietro alcune bruttissime e miserrime case coloniche, finiva che per vederla bisognava proprio andarla a cercare e la maggior parte della gente, soprattutto fra i più giovani, pur avendone spesso sentito parlare non l’aveva mai vista. Questo le aveva conferito negli anni uno statuto quasi di chiesa fantasma, nel senso che quando ci si trovava di fronte ai muri intonacati di arancione sbiadito o alla facciata con quel timpano da barocco messicano, si aveva la netta sensazione che la pieve non potesse essere tutta lì; che questa fosse, in realtà, la parte insignificante e visibile ma che ci dovesse essere dell’altro, qualcosa di non ben definito, un’aura o magari una propaggine nel terreno, come d’altro canto sembravano indicare le iscrizioni sepolcrali sullo zoccolo della facciata. E la nonna di Tom, non diceva forse che c’era una galleria sotto la pieve, un passaggio attraverso il quale i grassi canonici scappavano quando la chiesa era attaccata dai masnadieri?

A casa di Tom se una cosa era stata raccontata da un membro della famiglia era considerata vera e non ci si preoccupava di accertarne l’esatta collocazione temporale, le circostanze, la plausibilità, l’eventuale conferma da parte di altri testimoni, le fonti dell’informazione. E bisogna pure tener presente che, soggettivamente parlando e quindi per Tom, era passato meno tempo fra la conversione dei Longobardi e le uscite scolastiche con la maestra, che non fra quelle e i giorni nostri.

La visita alla pieve è tutto sommato una delusione: nemmeno le reliquie di San Celestino hanno visto, il teschio di cui parla sempre sua nonna e che Tom si è immaginato così vividamente che negli anni a venire non sarà mai del tutto sicuro di non averlo visto, invece. Ma forse si confonde con quelle altre ossa, quelle che per un po’ sono state in una cassetta di legno dietro un confessionale della cappella del cimitero; ci sono state per un po’ e lui ogni tanto andava a guardarle: ossa lunghe e nere come bastoni però, femori più che altro.

No insomma, non hanno visto niente, a parte una torre campanaria dal tetto sfondato e banchi mangiati dai tarli; non hanno visto niente eppure Tom non si dà per vinto. Fuori la maestra chiacchiera con le altre maestre e gli assesta di sbieco qualche occhiata malevola, perché l’antipatia le si esaspera talvolta in un parossismo di antipatia e in qualcosa di molto simile all’odio che deve pur farsi strada e sfogarsi; i ragazzini corrono sul prato bitorzoluto e stentato, ma Tom elabora un piano. Lui ha percepito l’aura; cammina su e giù davanti alla facciata intorpidita dall’intonaco, davanti alle iscrizioni sepolcrali che vibrano, si rende conto che c’è un lavoro da fare. Bisogna ritrovarla, questa cosa che c’è in giro fra le spighe di gramigna e non è certo la merdata sconsolata che hanno visto stamattina. Bisogna riportarla alla luce, entrarci.

Tom organizza una squadra. Non si dilunga sulla necessità del lavoro, che non è in grado di spiegare; punta più che altro sull’avventura, sulla possibilità di un’avventura. Ci sono luoghi segreti, inesplorati; il borgo è pieno di luoghi segreti e inesplorati, basta seguire le tracce, basta stare a sentire cosa dicono i vecchi, i molto anziani. Parla del passaggio sotto la pieve, che sbuca chissà dove; quello però è troppo difficile per loro, un progetto troppo ambizioso. Certo, la cosa più immediata e promettente sarebbe lavorare intorno alla chiesa, ma la chiesa è sprangata e le case dei contadini, intorno, incombenti. E poi ha questa particolarità di scomparire non appena le si voltano le spalle; Tom non è sicuro che la ritroverebbero, comunque.

Ma ci sono cose più facili, luoghi più accessibili. Tom immagina di stilare un elenco, di mappare il territorio dentro e intorno al paese. Al momento l’elenco contiene una sola voce, ma non è un problema, basta interrogare abilmente la nonna, portarla astutamente sul discorso. C’è, per esempio, la storia della nana che è saltata nella siepe. Questa è una cosa sicura, una cosa che è successa all’Emma. L’Emma è una cognata della nonna, una che è morta da moltissimo tempo, da tanto di quel tempo che le ossa nella cassetta dietro il confessionale, al cimitero, potrebbero anche essere le sue; ma comunque la storia della nana l’ha raccontata lei alla nonna, alla nonna e a tutti quelli che volevano sentirla. Dunque l’Emma, che da sposata abitava sopra la Branzana, di sera andava a trovare i suoi che stavano invece alla Croce. Dalla Croce alla Branzana sono tutte colline, campi e carraie. Dunque una sera che era buio pesto e l’Emma se ne tornava a casa alla Branzana si vede improvvisamente camminare a fianco, nella carraia, una donnina nana mai vista né conosciuta e che di sicuro non è di quelle parti. L’Emma è una donna alta, robusta, che non ha paura di niente e di nessuno; però la donnina la inquieta, non c’è che dire. Sta giusto per rivolgerle la parola e chiederle chi è e da dove viene, quando la nana senza il minimo preavviso salta nella siepe e scompare.

Se si riuscisse a stabilire con sufficiente approssimazione in quale punto della siepe è saltata, è facile che scavando si potrebbe trovare qualcosa di interessante, di questo Tom è abbastanza sicuro, tanto più che nella sua testa la storia della nana si confonde un po’ con quella della Mano d’Oro, per la quale però non ci sono testimoni in famiglia. Qui un tizio vede una mano d’oro che gli indica qualcosa in una siepe. Scava e trova un tesoro, e questo fu l’inizio della ricchezza dei Manodori. Oppure, Tom non ricorda più bene, il tizio vede una palla d’oro, o un sfera di fuoco, saltar fuori da una siepe. Scava e trova un tesoro e in mezzo al tesoro c’è una mano d’oro massiccio, per questo si chiamano Manodori. E queste storie hanno indubbiamente qualcosa in comune con una terza, perché anche lì c’è dell’oro, c’è qualcuno che cammina lungo una carraia, e se c’è una carraia di sicuro c’è anche una siepe. La terza storia si svolge al tempo che vennero giù i Francesi, e i frati del convento di Montefrontone scappavano perché avevano paura dei Francesi che odiavano i preti, le suore e tutte le cose della religione. Allora un contadino camminava lungo una carraia e fu superato da un frate che scappava a cavallo di gran carriera e mentre appunto scappava di gran carriera gli cadde una bisaccia da cui uscirono delle monete d’oro. Il contadino si china a raccoglierla, ma il monaco torna indietro, gli dà una scudisciata, recupera la bisaccia e riprende la fuga dicendo vattene via brutto villano, questa non è roba per te o qualcosa del genere. Ciò che affascinava Tom in questa storia erano l’immagine del frate che fuggiva a cavallo col saio arrotolato fin sopra le ginocchia, e il particolare della scudisciata. È sicuro che tutto ciò ha qualcosa di diabolico.

Ma tornando a noi, la storia della Mano d’Oro e quella del frate diabolico non sono ora di alcun uso per Tom, seppure invece il convento di Montefrontone, abbandonato da tempo e frequentato soltanto da profanatori di tombe, potrebbe apparire interessante.

E qui dobbiamo fermarci un attimo e chiederci, nuovamente e più di preciso: che cosa cerca Tom? Non un tesoro, su questo punto è abbastanza realista. Di sicuro cerca l’avventura, la quale comporta, essenzialmente o accidentalmente, il ritrovamento di armi, ossa, monete, oggetti vetusti e sconosciuti. Ma soprattutto bisogna considerare che l’impresa, fin dall’inizio, è plurale, è collegata con l’idea di un catalogo; bisogna considerare che quando Tom l’ha concepita, girovagando davanti alla pieve, essa gli è apparsa, nella sua forma più definita, come un quaderno a quadretti in cui vengono iscritti dei luoghi; bisogna considerare che questi luoghi sono immaginati dentro e tutt’attorno al paese, sono immaginati delimitarlo, trapuntarne il territorio; e da tutto ciò bisogna, in ultimo, dedurre che Tom voglia trasformarlo, che voglia vederlo in un’altra luce, che così com’è non gli vada affatto bene, che tenti di sovrapporgli un’altra immagine, un altro territorio, un altro paese; qualcosa che percepisce soltanto lui, e per di più in modo poco chiaro; qualcosa che gli ha alitato addosso stamattina; un soffio perso fra le iscrizioni tombali e gli steli intirizziti di gramigna.

È questo, in effetti, che irrita in Tom: questo suo fare come se vedesse le cose diversamente da come le vedono gli altri; come se quello che vedono gli altri non gli andasse bene; che so, non fosse abbastanza buono per lui. Irritante, non c’è che dire; e infatti la maestra è irritata, profondamente irritata, e l’irritazione divampa talvolta in una fiammata d’odio che fatica a controllare.

Ma chi si crede di essere questo stronzetto? Cosa crede di sapere?

Be’ intanto sa, perché glielo ha detto sua nonna, che nelle mura del castello c’è un buco. Non che sia un segreto: infatti lo si vede da sotto, a guardar bene, a saper dove guardare; lo si vede nonostante i rovi e i rampicanti che hanno invaso tutto; però di fatto nessuno ci guarda. È una parte impervia, lontana anche dalla scarpata dove si getta istituzionalmente l’immondizia. E non è nemmeno che questo buco nelle mura non sia mai stato visitato. Al contrario: dice sua nonna che qualcuno c’è andato, ci ha trovato ossa e palle di cannone. Ma è stato moltissimo tempo fa, e chissà poi se questi tizi hanno guardato bene, o magari si sono stufati di portar fuori ossa e palle di cannone e ci hanno lasciato qualcosa.

Le mura del castello sono in uno stato pietoso, anzi, le mura vere e proprie non ci sono quasi più; sono rotolate giù, oppure sono state ingoiate dall’argilla. Quello che rimane è più che altro il terrapieno alto sopra il livello del fiume. È un luogo di rovi e di rifiuti e sopra c’è la rocca, che assomiglia a tutte le povere rocche di questa parte di montagna.

Questo è il luogo che, per primo, viene idealmente iscritto nel quaderno a quadretti, il primo che è venuto in mente a Tom là, nel prato stentato davanti alla pieve. Non dovrebbe essere impossibile raggiungerlo. Un pomeriggio, dopo la scuola, la squadra se ne sta a naso all’aria a rimirare l’apertura che forse, ma non è sicuro, occhieggia da dietro una cortina di rovi. La parete in cui si trova è quasi verticale; soltanto nell’ultimissimo tratto però: prima la scarpata è scoscesa e accidentata ma tutto sommato percorribile. Loro la guardano da sotto, dalla parte del fiume, da fuori dell’abitato. Lì c’è una strada bianca che fa una larga curva, si allontana verso il greto, in direzione del lavatoio che però è quasi sempre deserto perché le donne non vanno più con cesti e carretti a lavare alla roggia. Nella strada non passa praticamente nessuno, dovrebbero poter procedere indisturbati. Non si sono portati niente, né corde né rampini né bastoni, e se questo tradisce da un lato una certa disorganizzazione e velleitarietà, denota dall’altro il carattere ideale dell’impresa: uno sforzo dello spirito più che della tecnica, la pretesa di piegare la realtà all’idea; che, se in fondo sa che è destinata a fallire, sa anche che in ogni modo non saranno corde e rampini a salvarla. Comunque cominciano a salire; cominciano a salire e vanno su anche benino, barcollando sui sassi nascosti dalla vegetazione, afferrandosi ai rampicanti, graffiandosi coraggiosamente in mezzo ai rovi. Arrivano in punti in cui non possono proseguire, sono costretti a tornare indietro, a cercare altri percorsi; sono quasi alla base del muro verticale. Il motore di una macchina li costringe a girarsi, a disagio. È una vecchissima due cavalli che vien giù dalla discesa, fa la curva di spinta e prosegue anche, ma poi si ferma, lentamente, come se il conducente non avesse frenato ma spento il motore e messo in folle. Ne esce uno magro, ossuto, un po’ biondo, un po’ bianco, un po’ pallido. Loro lo conoscono: è uno detto Galèina, forse per il collo magro di gallina, forse per un che di ruspante. Ha un canile o qualcosa del genere giù nel fiume. Scende dalla macchina, si sbraccia e urla:

Gnî sò de d’lè![1]

E ancora:

Gnî sò de d’lè!

Quando li vede quasi in fondo alla scarpata sale in macchina e riparte, come se sapesse perfettamente che non ci riproveranno, che è andata, che è finita, che la realtà ha ripreso i suoi diritti se mai li aveva ceduti; che, per quel che riguarda Tom, la sua sfasatura rispetto al reale omologato intersoggettivo rimarrà una sfasatura e basta. Che d’ora in poi inutilmente egli tenterà di imporgli il suo idioletto.


[1] Venite giù di lì!

DI BESTIE E SEMIDEI

Joseph d’Arbaud, La Bestia del Vacarés, a cura di Rosella Pellerino, La Noce d’Oro 2022

L’amica Monica Longobardi, filologa romanza che per mestiere e per passione si occupa di lingue minoritarie, in particolare dell’occitano, ci ha parlato di Joseph d’Arbaud (1874-1950), felibre (cioè scrittore e poeta in lingua occitanica) di vaglia, e del suo romanzo La Bestia del Vacarés (La Bèstio dóu Vacarés, 1926) di cui è uscita alla fine dell’anno appena trascorso la prima traduzione italiana a cura di Rosella Pellerino per La Noce d’Oro.

Confesso la mia ignoranza: non sapevo nulla dei felibres (femminile: felibresses), e se conoscevo – ma solo di nome! – Frédéric Mistral, ignoravo del tutto che la resurrezione della letteratura provenzale, richiamata un po’ artificiosamente in vita a metà Ottocento, avesse dato origine a un robusto ramo tuttora produttivo.

Per una collocazione di d’Arbaud rispetto sia al felibrismo che alla letteratura provenzale di lingua francese (Jean Giono, Henri Bosco), come per una dotta e sensibile analisi del romanzo, non posso che rimandare alla recensione di Monica Longobardi che potete leggere su Bibliomanie, qui. Io mi limiterò a una veloce esposizione dei fatti e a qualche osservazione.

In una Avvertenza che precede il racconto vero e proprio, un (finto) curatore ci dice che ciò che andremo a leggere è la trascrizione che egli ha fatto, nel modo più accurato possibile, di un manoscritto del XV secolo, piuttosto malridotto, ricevuto come lascito testamentario da uno dei suoi butteri, al quale era giunto sul filo dei matrimoni e delle generazioni. Il buttero essendo peraltro analfabeta non aveva idea del contenuto del grosso fascio di fogli. Dico buttero, ma dovrei dire gardian: non siamo infatti in Maremma ma nella Camargue – la Camargue ancora tutto sommato intatta degli inizi del XX secolo, significativamente prima della Prima Guerra Mondiale.

Non c’è, insomma, quella grossa differenza fra il gardian ordinariamente analfabeta dei primi del Novecento e il gardian eccezionalmente alfabetizzato – perché originariamente destinato al sacerdozio – dei primi del Quattrocento che ha redatto il misterioso manoscritto. Anzi, non fosse che di tanto in tanto fa capolino il terrore della Santa Inquisizione, il lettore dimenticherebbe di trovarsi, nella narrazione, in anni diversi da quelli in cui scrive lo stesso d’Arbaud, tanto poco appaiono cambiate in cinque secoli le abitudini di vita, il vitto, l’alloggio e il costume generale dei gardian

Perché il giorno di Pasqua del 1417 il gardian Jaume Roubaud si metta a vergare su un libro dei conti una cronaca che sa pericolosa e che dovrà celare a occhi indiscreti, ce lo dice subito lui: primo perché, non potendo parlarne ad anima viva – troppo incredibile quello che ha visto, e troppo rischioso dirne – troverà almeno sollievo a scriverne e a cercare così di chiarire e calmare, registrando ogni minima circostanza della straordinaria avventura, tutto il torbido che essa agita nel suo spirito; secondo perché spera che più tardi, dopo la sua morte, qualcuno di più dotto o di più saggio potrà comprendere fino in fondo ciò che gli è accaduto – e con ciò, in un certo senso, noi lettori siamo interpellati.

I fatti sono questi: nelle solitudini di una Camargue rigorosamente non-antropizzata, dove le sue mandrie di tori e di cavalli vagano liberamente nei paesaggi in cui egli via via le conduce, fra acquitrini, paludi, riverberi di croste saline e lingue di sabbia su cui cresce una fitta vegetazione, Jaume Roubaud vede un giorno delle impronte che non sono né di bovino né di cavallo, né tantomeno appartengono alla piccola fauna – volpi, conigli, linci – che popola la macchia mediterranea. Fanno pensare piuttosto a un cinghiale, ma di grossa stazza. Si aggiunga che le bestie domestiche del gardian – il cavallo Clar-de-Luno e il cane Rasclet – mostrano a diverse riprese segni di terrore. Per farla breve: la misteriosa bestia che Jaume Roubaud finisce per stanare è un fauno: piedi di capra, gambe e glutei villosi, ma dalle anche in su uomo, viso umano malgrado una fronte provvista di corna. E parla.

Osserva Monica Longobardi:

Lo stesso nome totemico di Bèstio mantiene per tutto il romanzo l’ambiguità dei suoi possibili riferimenti culturali, sospeso tra una paganità silvana previa al cristianesimo e la “Brutta Bestia”, la Bestia nera del demonio. Succube fin nei suoi nervi del magnetismo del semidio, alla riapparizione di un’antica divinità creduta cacciata per sempre dalla fede cristiana, l’uomo era rimasto atterrito come dalla visione di un revenant. E aveva cercato inutilmente di esorcizzarlo con il segno della croce e con il rito latino del «Recede… immundissime!», appreso dallo zio canonico.[1]

Superato infatti l’orrore iniziale di scoprire un torso e un volto umani presi fra estremità caprine – zoccoli e corna –, il passo immediatamente successivo è stabilire lo statuto ontologico di un essere, a dir la verità, del tutto impossibile. Poiché demonio non è – è infatti insensibile sia al segno di croce che all’esorcismo – non si capisce cosa possa essere, non c’è posto per lui né fra i visibilia né fra gli invisibilia, l’angoscia del gardian non è paura dei tratti ferini, degli “occhiacci di brace e di fiamma” o di quello che talvolta appare come “un ghigno davvero diabolico”; è piuttosto l’angoscia che si prova di fronte a qualcosa che indubitabilmente è (ce l’abbiamo davanti), ma per quel che ne sappiamo non può esistere.

Naturalmente non è sempre stato così. Quindici secoli prima un’apparizione del genere avrebbe certo spaventato[2] un gardian, ma non lo avrebbe angosciato, né avrebbe precipitato la sua anima in così indistricabili labirinti da costringerlo a tenere un diario. Quindici secoli prima, nell’Europa precristiana, Pan era di casa.

Il problema, quindi, è il cristianesimo.

Il cristianesimo è senz’altro presente nei pensieri di Jaume Roubaud; dapprima piuttosto come occasione mancata: la morte prematura dello zio canonico interrompe la via tracciata verso il sacerdozio e lo costringe, senza amarezza tuttavia, a intraprendere il mestiere paterno di gardian. Come gardian, egli vive gran parte dell’anno con l’unica compagnia del suo cane, dei suoi cavalli e delle sue mandrie nelle solitudini salmastre e selvagge della Camargue. In questa regione non antropizzata e dunque non cristianizzata[3], l’unico legame con la religione rimane la preghiera; ma benché Jaume citi volentieri le Sante Marie e Sara la Nera, confessa di trascurare le preghiere, che riprende a tratti, tumultuosamente, soltanto dopo l’incontro con la Bestia. Per il resto la sua religiosità (cristiana) si manifesta principalmente come timore, cioè come assenza: timore, a volte parossistico, che l’incontro e la frequentazione pur sporadica della Bestia siano sufficienti a dannarlo; timore, assai concreto, di finire nelle segrete dell’Inquisizione anche solo “per avere visto”; timore, infine, che se la presenza della Bestia dovesse trapelare e manifestarsi a qualcun altro oltre lui il cristianesimo come istituzione provvederebbe sicuramente ad eliminarla.

Insomma c’è un’incompatibilità.

La Bestia, nei primi incontri, è dispostissima al compromesso:

«Dici bene […]. C’è un solo Dio eterno. Un tempo, secoli fa, quando già vagavo ai confini della Libia cercando l’aria del deserto e la luce libera, mi fu dato di incontrare un vecchio che pareva avere quasi cent’anni, selvatico come me nel suo comportamento. Viveva solo nell’immensità, col sacrificio di privarsi di tutto ciò che poteva, e annunciava quella che definiva Buona Novella, insegnandomi parole che dentro di me si mescolavano come bagliori di fiamme alle tenebre oscure, alle onde ostinate del mio sangue. C’è un solo Dio eterno. Ma ci sono stati alcuni dèi, degli dèi nati dal mondo, che per il mondo ora sono morti. Forse non riesci a comprenderlo davvero. I semidei esistono. Vivono una vita sovrana, abbeverati alle sorgenti dell’etere, inebriati dall’alito della materia, e padroni di un universo in fiore, partecipi della danza delle stagioni e delle stelle, cantano con la stessa voce dei raggi di luce e del mare.»

Così ragionevole e accomodante – pronto a subordinare senza resistenze il politeismo al monoteismo – il nostro fauno, o Pan, lo è diventato probabilmente con gli anni. Dire che è vecchio non rende l’idea: è decrepito, il volto è terroso, delle due corna, una è spezzata a metà, entrambe sono sporche di fango come gli zoccoli callosi e sudici; la Bestia è sdentata, il suo vello opaco e spelacchiato, tutta la vecchia carcassa denutrita, le spalle magre, “così magre che mentre si muoveva vedevo le giunture andare e venire”; una Bestia che nella cattiva stagione campa dissotterrando poco nutrienti radici. All’orrore per ciò che si ostina a esistere senza avere, nell’universo cristiano del gardian, diritto all’esistenza, subentra la compassione per la creatura sofferente – poiché se esiste, decide Jaume, dev’essere anch’essa una creatura di Dio.

Non che la Bestia si faccia addomesticare, naturalmente; però accetta le offerte di cibo che Jaume lascia appese a un albero. Da parte sua, il gardian sa bene che la cura e la preoccupazione per il destino di questo essere di confine sono radicate, ben più che nell’umana compassione, in un legame misterioso, un fascino che esso esercita su di lui, non dissimile dal potere di possessione che esercita sugli animali. Jaume sente di essere vittima di un’ossessione e questo gli crea insolubili problemi di coscienza; perché questo Fauno avrà anche confessato l’unico Dio e sarà pure una sua creatura, però è qualcosa, o qualcuno, di molto al margine. Di un po’ troppo indipendente per un Dio unico, Creatore, Salvatore e Giudice – e per di più Geloso; nemico giurato dei molti dèi, inutile nascondersi dietro un dito. Così Jaume, nonostante il terrore dell’Inquisizione, forma e consolida ripetutamente il proposito di confessarsi all’abate o al parroco – proposito regolarmente disatteso.

In parallelo (la vicenda dura un anno, anche se gli incontri veri e propri non sono più di quattro o cinque) anche la Bestia cambia, benché non nel senso auspicato. La disponibilità a un dialogo con l’uomo, il fatto di riconoscere l’umano, la semplice accettazione delle offerte di cibo – tutto ciò regredisce e scompare. Sembra che ora sia unicamente concentrata a essere se stessa, senza compromessi, nell’ultimo paese, la Camargue, in cui nonostante le privazioni, le brutture e le tristezze della propria parabola discendente le accade ancora di essere felice.

È molto lontano, il nostro povero Fauno scheletrico e incartapecorito, da quel “grand Pan, le seigneur des moissons”, di cui già Baudelaire nella Musa malata lamentava l’assenza. Non ha però rinunciato a sfoggiare un’ultima (?) volta il suo potere. Un Jaume Roubaud orrificato assiste al Grande Sabba dei bovini che giungono da ogni angolo della Camargue per rendere omaggio al loro Signore, correndo in cerchio per tutta una notte di luna al suo cenno, alla melodia modulata, al suono del flauto a sette canne.

Questo episodio segna la massima distanza dall’umano/cristiano e la massima prossimità al demoniaco. Non è tuttavia sufficiente a liberare il gardian dalla fascinazione. Egli batte il paese, ostinatamente, alla ricerca delle tracce della Bestia che sembra scomparsa. Un ceppo d’albero con due radici che affonda lentamente nelle sabbie mobili del Grand Abîme, l’Abisso d’inferno che tutto inghiotte, sembrerebbe indicarne la morte, o almeno la definitiva dipartita da questo mondo.

Ma può un semidio morire? Cosa ne dice, o cosa ne ha detto, la Bestia stessa?

«C’è un solo Dio eterno. Ma i semidei nascono, vivono e invecchiano, e dopo una vita che nella tua mente non riusciresti a immaginare senza perderti, muoiono, sì, muoiono, tornano agli abissi dello spazio e del tempo, e io per parte mia non so dove li riconduca la volontà che un bel giorno li fece apparire». […] «I semidei vivono. Vivevano, avrei dovuto dire. Perché da quando percorro la terra immensa sentendomi invecchiare […] è da molto che non incontro nessuno simile a me. Forse si nascondono, temendo come me la barbarie e la malvagità degli uomini.»

Mah. Più che di una morte definitiva sembrerebbe si tratti – severinianamente – di un eclissarsi, un nascondersi alla vista senza che questo significhi perire; riconducibile a certi cambiamenti nel mondo più che a una vera e propria condizione mortale. E aveva appena detto, il Fauno: “«Ma ci sono stati alcuni dèi, degli dèi nati dal mondo, che per il mondo ora sono morti.»

Per il mondo”, per il modo di vedere le cose del mondo, che è cambiato. Ma se il mondo può cambiare il suo modo di vedere le cose, ci si chiede se possa cambiare fino in fondo le cose. Forse no.

In ogni modo Jaume Roubaud continua a cercare…


[1] Monica Longobardi, Joseph d’Arbaud, La Bestia del Vacarés, traduzione di Rosella Pellerino, Rocca di Papa (RM), La Noce d’Oro, 2022, «Bibliomanie. Letterature, storiografie, semiotiche», 54, no. 23, dicembre 2022, doi:10.48276/issn.2280-8833.10239

[2] Si parlava già, infatti, di timor panico. Che però è una cosa molto diversa dalla “vampa d’abominio” che assale il nostro gardian alla vista delle corna. “Un tempo, la nostra comparsa generava sempre clamore. Quante volte allora, per gioco, nascosto tra i cespugli nel bel mezzo dell’aperta campagna, mi divertivo a irrompere gridando improvvisamente, godendo nel vedere pastori e greggi in fuga disperata rimpicciolirsi e sparire nella pianura. Ma gli uomini, allora, pur temendoci, ci rispettavano.

[3] Difficile pensare a una cristianizzazione di anatre, conigli e barbagianni.

URANIO E PANI DI ZUCCHERO

Nel paese del “come se” soltanto la bomba è reale. Vladimir Sorokin, Cigni lilla (2017)

Antefatto: alti e altissimi esponenti della chiesa, dell’esercito e del governo, più diversi autoproclamatisi rappresentanti della società civile, si ritrovano all’esterno di un convento situato in riva al mare (presumibilmente Nero) nella Federazione Russa meridionale. Desiderano essere ricevuti dallo starez del convento, noto per essere onnisciente, nonché l’autore di numerosi e ricorrenti miracoli certificati.

Il motivo dell’affollamento di alti papaveri, come si scoprirà verso la fine del racconto, è che il giorno prima le cariche esplosive di tutte dico tutte le testate nucleari (uranio-238, plutonio-239 e deuteruro di litio) piazzate sui confini orientali si sono trasformate in coni di zucchero.

Nessuna spiegazione scientifica, disorientamento, panico, ultima spiaggia il ricorso all’intervento divino, rappresentato (molto bene, devo dire) dallo starez.

Il quale non vive nel convento, ma in una grotta a mezza altezza di una parete rocciosa verticale, alla quale si accede soltanto attraverso una rudimentale scala mezza marcia (o, nel caso presente degli illustri ospiti, trasportati nel cestello di una gru militare a braccio telescopico). Inoltre lo starez riceve solo chi vuole lui, ed è piuttosto selettivo. Ad esempio il Patriarca di tutte le Russie è appena stato spedito via senza aver potuto incontrarlo. Attraverso l’ago di una bussola, che lo starez fa pervenire in modo grottesco-miracoloso ai candidati riuniti in basso, l’eletto per il colloquio risulta un personaggio di secondo piano: l’assistente di un pezzo grosso, di nome Alexander.

Alexander espone il problema, ma lo starez, apparentemente, non reagisce in alcun modo.

Improvvisamente [Alex] cadde in ginocchio.
«Padre Pankrati», disse «ascoltatemi! Sapete dove viviamo tutti, in che paese, in che Stato. Qui tutto è: come se. Tranquillità - come se, libertà - come se, leggi - come se, ordine - come se, un re - come se, boiari -. come se, servi - come se, nobiltà - come se, chiesa - come se, asilo infantile - come se, scuola - come se, parlamento - come se, tribunali - come se, ospedali - come se, carne - come se, aerei - come se, vodka - come se, automobili - come se, fabbriche - come se, strade - come se, cimiteri - come se, pensione - come se, formaggio - come se, pace - come se, guerra - come se, patria - come se».
L'eremita aveva smesso di bere.
Ma Alex continuò, con la voce che gli tremava di rabbia:
«Di autentico da noi ci sono soltanto queste testate. Solo l'uranio, il deuteruro di litio. Questo funziona. Ma se ora diventa anch'esso un Come-se, allora non ci sarà più niente. Soltanto un grande vuoto. Voi, Padre, ... voi sapete come si trasformano le cose. Voi potete molto. Siete un grande eroe. Ritrasformate questo zucchero in uranio e deuteruro di litio, ve ne supplico. Tutti i russi ve lo chiedono».
Rimase in silenzio, tremando in tutto il corpo.

(Vladimir Sorokin, Cigni lilla (Lila Schwäne), in: V. Sorokin, Die rote Pyramide, Kiepenheuer & Witsch 2022, trad. tedesca di Andreas Tretner, versione dal tedesco mia. Il racconto Cigni lilla è uscito originariamente a Mosca, nella rivista "Snob", nel 2017)

IL BEHEMOTH

Il sottomarino a propulsione nucleare Behemoth trasporta il missile-siluro Armageddon pensato per riversare sulle coste dell’Occidente uno tsunami di gigantesche onde radioattive. Questo perché l’Occidente non permette al Behemoth di incamerare l’Ucraina, e altri.

Ma siamo sicuri che è proprio per questo?

Le braccia e le gambe di lei si sciolsero e caddero prive di forza sul lenzuolo. Emise un profondo sospiro. Lui non si muoveva. Spossatezza e un dolce sfinimento trascinavano inesorabilmente il suo corpo flaccido nel sonno. Ma il cervello, il suo cervello possente si prendeva tempo: «...come... come lo fa... lo fa così bene... così bene... così inafferrabilmente bene... quel dondolare... cullare... inafferrabile e dolce... cerchi concentrici, interferenza di onde ovattate, onde... le onde... un oceano... lei è un oceano... il mio oceano... il mio piccolo, minuscolo oceano... Margoshenka... che fortuna ho avuto con lei... un oceano... un oceano... la pigra indolenza dell'oceano... l'energia cinetica delle onde... dinamica dei fluidi... le onde gravitazionali non perdono praticamente energia... e se - un'onda? Un'onda! Un'onda! Un prodotto - per un tubo lanciasiluri... lancio da un sottomarino in acque neutrali... o anche da una nave... più semplice ancora... Un prodotto da cento megatonnellate... il nostro massimo... un'esplosione in profondità... più giù è, meglio è, tanto più alte saranno le onde... prima inabissarlo alla maggiore profondità possibile... no... pericoloso... schiaccia il rivestimento... creare un rivestimento d'acciaio... e se anche sbriciola il siluro, posto che il prodotto rimanga intatto... a cinquecento metri di profondità... un'esplosione telecomandata... o con un misuratore di profondità... l'esplosione... l'onda erompe, erompe... sarà gigantesca... cento megatonnellate... una megatonnellata corrisponde a un trilione di kilocalorie... cento trilioni... dunque... il flusso di energia per metro del fronte d'onda... l'energia totale convogliata dalle onde rimane praticamente costante... quindi... calcoliamo... dunque... dunque... se l'epicentro dell'esplosione è a duecento chilometri dalla terraferma, l'altezza dell'onda sulla costa sarà di... ottanta metri! Colossale! E con una distanza di quattrocento chilometri dalla riva - quaranta metri... comunque estremamente efficace - altamente efficace... energia e potenziale distruttivo dell'onda sono in un rapporto geometrico con la sua altezza... raddoppiando l'altezza, l'energia dell'onda si quadruplica... una forza immensa! ottanta metri di altezza... spazza via New York... Boston... e tutto il resto... un'onda di ottanta metri... mi chiedo quanto... la nostra dacia è 3 più 2,5 più circa 2 metri di mansarda... fa 7,5... 10,6 volte l'altezza della nostra casa... colossale!... non spazza via soltanto la città, sommerge decine di chilometri tutto intorno... sì! E non stiamo parlando di un'unica onda - onde! onde che avanzano una dopo l'altra, l'intervallo dipende dalla profondità dell'esplosione e dall'efficacia del prodotto... sì, decine di onde... e non defluiscono subito, no... colossale!... quasi tutto verrà sommerso... Vanja, Garik e Koroliov stanno lì a litigare sui vettori... pensare che è un gioco da ragazzi - si spara un siluro, ed è fatta... e se si fanno esplodere due prodotti, uno al largo della costa ovest e uno al largo della costa est... contemporaneamente... gli spazzano via tutte le città... Los Angeles... San Francisco... e tutto il resto... tutto sott'acqua... tutto... mezzo paese sott'acqua... nel giro di mezz'ora... nessun bisogno di razzi, di aerei o di armi a lunga gittata, nessun rischio iniziale... due siluri sott'acqua... si possono fare siluri di profondità con un rivestimento iperspesso, performante... ogni siluro una specie di sottomarino... uno strato di spesso acciaio legato... rivestito di gomma vulcanizzata... i marinai lo fanno... non c'è pericolo che si tagli... oppure semplicemente trasformare... e non c'è bisogno di razzi... così semplice e così geniale... un'idea colossale... che bella sorpresa domani per i nostri... no, domani è domenica... domani mi riposo... al mare... i primi di agosto... è anche il compleanno di Margosha... lo festeggeremo a Foros... Con Sergej e Ljalka - il dodici - dodici - un bel numero... si può dividere in due numeri primi... e tre più quattro fa sette... sette... sette pianeti... sette bottoni nella giacca, e l'ottavo l'ha tagliato via la zia con le forbici per trofei... cignoforbici... cignoforbici... con quel naso lungo... per sempre volati via... scappati... saltati via... come l'acqua che sale... che sale... è come... come... un'onda... acqua... un'onda... acqua... demone delle acque...capitani...»
Si era addormentato.

(Vladimir Sorokin, Wellen (Onde), in: V. Sorokin, Die rote Pyramide. Erzählungen, Kiepenheuer & Witsch 2022, trad. di Dorothea Trottenberg, traduzione dalla traduzione tedesca, mia. Il racconto Onde è ambientato orientativamente negli anni sessanta. È stato originariamente pubblicato a Mosca nel 2005.)

Insomma l’origine del Behemoth potrebbe doversi cercare non tanto in considerazioni di ordine strategico e geopolitico, quanto nelle libere associazioni dell’inconscio stimolato da congrue onde orgasmiche. (Si noti, fra l’altro, lo slittamento onirico dalla lega d’acciaio che riveste il siluro alla guaina di gomma vulcanizzata che usano i marinai).

Continuando a esplorare la psiche, si potrebbe perfino azzardare che l’Ucraina è stata invasa perché Putin è alto un metro e un barattolo e magari ha anche il pisello piccolo.

Potrebbe benissimo essere così.

LA PIRAMIDE ROSSA. Un racconto di Vladimir Sorokin

La Piramide rossa è un racconto di Vladimir Sorokin uscito a Mosca nel 2018 e inserito con altri otto nella raccolta eponima pubblicata nel 2022 in traduzione tedesca da Kiepenheuer & Witsch. Di questi racconti, come anche dell’opus magnum Telluria (2013), non esiste ancora traduzione italiana. Poiché non so il russo, ho tradotto il racconto dalla traduzione tedesca. Da un punto di vista seriamente professionale il mio prodotto sarà dunque, al massimo, un pis-aller. Si potrebbe anche dire tempo e fatica buttati. Dal momento tuttavia che la voce di questo autore mi sembra importante, soprattutto oggi, faccio quello che posso per rendere accessibile a un pubblico italiano qualche pagina non ancora disponibile in traduzione.

Di Vladimir Sorokin ho parlato qui e qui. Nato nel 1955 a Mosca, dal 24 febbraio 2022 vive stabilmente a Berlino.

LA PIRAMIDE ROSSA

Per Natalja Artamanova

Ecco cos’è successo, Jura ha confuso Frjasevo con Frjasino ed è salito nel treno sbagliato.
Natasha glielo aveva pur spiegato bene: dalla stazione Jaroslavskij in direzione Frjasevo o Shcholkovo. Lei abitava a Sagorjanka, dove non fermavano tutti i treni. Quello per Frjasevo fermava, quello per Frjasino no. Jura era stato così scemo da salire su quello per Frjasino.
«Nei feriali ce n’è uno alle sei e un quarto», gli aveva detto Natasha alla stazione Dynamo, mentre si sorbivano un gelato schiacciato fra due cialde rotonde offerto da Jura. «Quello è sicuro che ferma da noi».
«E quante ore … slurp … ci metto?», chiese Jura staccando con un morso un grosso pezzo di gelato, da far crocchiare la cialda.
«Quarantacinque munti», disse Natasha e sorrise. «Alle sette è da me».
Era già la terza volta che si incontravano e si davano ancora del lei.
«Ci sarà molta gente?»
«Perché, cosa credeva!», rise Natasha e tentennò il capo.
Lo faceva ogni volta che diceva qualcosa di spiritoso. Sembrava un gesto naturale – un po’ troppo naturale, al limite dell’ingenuità o della scioccheria, ma sciocca non era affatto, questo Jura l’aveva capito subito. Il fatto è che gli piaceva sempre di più: non era molto alta, agile e snella, abbronzata, e rideva quasi sempre. Innegabile una componente meridionale, qualcosa di armeno o moldavo, forse anche di ebreo. Troppo presto per chiedere. La ragazza emanava energica gioia di vivere. I capelli erano neri, tirati in due trecce avvolte a corona intorno al capo.
«Una coorte di adoratori, immagino». Il suo gelato si scioglieva, doveva sbrigarsi a finirlo.
«Assolutamente!» Natasha tentennò il capo.
«Siete provvisti di pistole da duello?»
«Mio padre ha una doppietta!»
«Allora mi porto le cartucce».
«D’accordo!»
Rideva con le labbra umide di gelato. Lo sguardo fisso su quella bocca, Jura si immaginava il primo bacio. Ad esempio sotto i lillà in fiore.
«Avete del lillà in giardino?» si informò.
«L'avevamo. Una meraviglia! Poi è mezzo seccato e mio padre l’ha tagliato. È rimasta una piantina da niente».
Natasha si infilò in bocca il resto della cialda, tirò fuori un fazzoletto dalla tasca della giacca e si pulì le labbra. Dopo di che afferrò la cartella che tutto il tempo aveva tenuto stretta fra le gambe snelle e abbronzate, la prese con due mani e se la appoggiò contro la pancia.
«Allora vado, eh»
E chinando la testa, con uno sguardo da sotto in su, aggiunse: «A sabato, Jura».
«A sabato, Natasha» rispose Jura col pugno alzato.
Si girò e saltò nella metro – veloce come Jura l’aveva vista per la prima volta, in palestra, volteggiare sulla trave: fare la ruota con leggerezza, finire con un salto caloroso e arrestarsi, braccia distese, testa rivolta in alto, volto radioso.
Era un asso della ginnastica, studiava pedagogia, partecipava alla spartachíade studentesca sulla quale Jura, studente di giornalistica al secondo anno della Statale di Mosca, scriveva un reportage per il giornalino universitario. Si erano conosciuti così. Come prima cosa erano andati al cinema insieme: Sotto i tetti di Parigi, un film che Jura aveva già visto, Natasha pure, addirittura tre volte.
Poi avevano passeggiato nel Parco Gorki. Natasha lo aveva invitato al suo compleanno.
Ed ecco che Jura si era perso.
Aveva con sé i regali: una bottiglia di spumante e un volumetto di Walt Whitman nella traduzione di Kornej Chukovskij. Il libro, una bella edizione dell’Akademie-Verlag, ce l’avevano nella libreria di casa, veniva dalla biblioteca del nonno. Jura ci aveva dato un’occhiata soltanto una volta, sfogliato qua e là e rimesso sullo scaffale. Gli era tornato in mente pensando a un regalo per Natasha. Il presalario l’aveva già speso tutto, al mercato nero sulla Kuznetsky, per tre dischi americani di jazz, quel che gli era rimasto bastava giusto per lo spumante. Da due mesi Jura non chiedeva più soldi ai genitori. Per principio.
Un buon poeta e un libro ben confezionato, aveva pensato, e lo aveva infilato assieme allo spumante nella cartella di cuoio giallo.
Sul treno si era sprofondato nella lettura di Whitman; si accorse troppo tardi di aver sbagliato percorso. 
«Mi scusi, quando arriviamo a Sagorjanka?» chiese a un anziano rinsecchito e imbronciato, col bastone e una grossa pagnotta nella borsa di rete.
«Puoi aspettare un bel po’», fu la risposta laconica. «Sei sul treno sbagliato».
«Come sarebbe?»
«Come sarebbe, come sarebbe. Sarebbe che il treno per Frjasino non ferma a Sagorjanka».
Jura balzò in piedi, guardò dal finestrino. Cespugli e pali del telefono sfilavano con calma uno dopo l’altro.
«E mo’ che faccio?»
«La prossima è Seljony Bor. Scendi e torni indietro fino a Mytishchi. Da lì prendi il treno per Frisajevo».
«Dio, no!» Jura, avvilito, si picchiò la palma col pugno.
«Dio non c’entra niente» borbottò il vecchio e si mise a fissare cupo il paesaggio.
Jura si diede del cretino, prese la cartella e uscì dallo scompartimento. Nella zona di passaggio mancava una porta esterna, l’aria calda di giugno entrava di volata. 
«Ehi vecchio, smolla una paglia!» disse qualcuno dietro di lui. 
Si volse. Un giovanotto dall’aspetto strapazzato stava appoggiato in un angolo. Jura non lo aveva notato. Lo guardò di traverso, estrasse dalla tasca dei calzoni un pacchetto mezzo vuoto di Astra, e fiammiferi. Ne tolse una sigaretta per sé, porse il pacchetto al ragazzo. Quello si staccò dalla parete, fece un passo nei larghi pantaloni neri, senza dir niente prese una sigaretta e se la cacciò fra le labbra tese. Jura accese la sua, si gettò il fiammifero alle spalle.
«Dammi da accendere», disse il ragazzo.
Jura esitò, voleva rispondere qualcosa del tipo: E comprati i fiammiferi, poi però ne staccò uno, glielo tenne davanti. Il ragazzo accese. Aveva un viso scarno, pallido, con gli zigomi sporgenti e il mento sfuggente.
«Manca molto a Seljony Bor?» chiese Jura, ancora di cattivo umore.
«Non ne ho idea. Io vado a Ivatejevka, da amici. Non sono di qua. Neanche tu?»
Jura annuì vagamente.
Il ragazzo gli riservò uno sguardo torbido, si lasciò nuovamente cadere contro la parete e, la sigaretta fra le labbra umide, ridusse gli occhi a una fessura. Jura gli voltò le spalle, soffiò il fumo attraverso l’apertura della porta.
Il treno non aveva fretta. 
Arranca come una tartaruga ‘sto coso di merda, pensò Jura furioso. Plesiosauro spastico. Dondolo per idioti.
Finì velocemente la sigaretta, gettò la cicca nel verde polveroso che strisciava lungo il treno, rientrò nel vagone. La stessa gente di prima, negli stessi posti. Gli parve di cogliere occhiate beffarde.
È giusto, pensò. Sono un personaggio da farsa.
Apri il volume di Whitman e si mise a leggere. Otto pagine più tardi il gracchio di un altoparlante: « Seljony Bor». Jura acchiappò la borsa e uscì nel passaggio. Il ragazzo con le labbra tirate non c’era più. Al suo posto, tre donne di età diversa: una vecchia, una grassa e una giovane.
Il treno si arrestò con uno stridio fastidioso. Jura scese dietro le donne, si guardò attorno. I pochi passeggeri si erano avviati lungo la piattaforma di legno verso il paesino le cui case si disegnavano all’orizzonte, minuscole dietro il verde. Il treno riprese ad arrancare. Gli venne in mente che doveva aspettare sul marciapiede opposto, saltò sulle traversine, attraversò i binari bollenti di sole, trovò dei gradini di legno, risalì. Sul marciapiede non c’era nessuno. Qua e là una cicca pestata. Al cartello della stazione erano rimaste appese soltanto tre lettere: BOR, le altre si leggevano dall’ombra che avevano lasciato. Seljony se l’è squagliata, la stanca spiritosaggine gli attraversò il cervello, andò alla panchina con la vernice bianca che si sfogliava, si sedette.
Guardò l’orologio da polso di marca Lutsch, un regalo di suo padre per l’immatricolazione all’università: 18:42.
Cominceranno senza di me, pensò.
Tirò fuori le sigarette, rifletté un attimo e le rimise via.
«Idiota che sono!», esclamò, strizzò gli occhi verso il sole che tramontava fra i pini, scatarrò sulle assi polverose e consunte.
Passarono dodici minuti.
Poi altri tredici.
Poi altri venti.
Nessun treno in vista.
«Proprio cazziato. Happy birthday, Natasha!»
Jura si alzò, andò su e giù sul marciapiede. Nessuno ad aspettare tranne lui. Il sole era decisamente più basso, fra i tronchi. Con la cartella che gli ballonzolava attorno al fianco Jura marciava sulle assi polverose sbattendo furiosamente i sandali a ogni passo:
«Buco di culo del mondo!»
«Posto di merda!»
«Porcile!»
Le assi rimbombavano sorde sotto le suole di Jura. Il suono cupo gli dava ancora più carica. Una volta percorso il marciapiede in tutta la sua lunghezza girò sui tacchi, prese la rincorsa e si produsse in grandi balzi, come gli atleti nel salto triplo, martellò nel vecchio legno logoro tutta la rabbia contro se stesso: 
«Testa nelle nuvole!»
«Coglione!»
«Figlio di puttana!»
Le assi mandavano un rimbombo potente.
Jura era arrivato all’altezza del cartello della stazione. _ BOR.
«Borsa di cacca!»
«Ratto di laboratorio!»
«Boroul! Quando! Arriva! ‘Sto! Treno! Di! Merda!»
«Fra otto minuti» disse una voce.
Jura si girò di colpo. Sulla panchina che aveva appena oltrepassato a grandi balzi era seduto un uomo. La sorpresa fu tale che i suoi movimenti esagitati morirono all'istante, restò come inchiodato. C’era lì seduto un uomo grasso, che pareva anche un po’ gonfio, con addosso qualcosa di chiaro, di estivo, e lo guardava.
«Eh? Come …» gli uscì in un brontolio. Jura non credeva ai suoi occhi.
«Fra otto minuti arriva il treno», disse l’uomo.
La sua grossa faccia a forma di pera, bianca come la farina, era priva di espressione. Non se ne ricavava nulla, assolutamente nulla. Una faccia così Jura non l’aveva mai vista in vita sua.
«Il treno?» chiese di rimando, e non riusciva a distogliere lo sguardo.
«La suburbana».
Occhietti che non dicevano nulla, ma proprio nulla di nulla, quelli che guardavano Jura. La faccia sembrava congelata. E l’uomo tutto intero morto stecchito, un cadavere uscito dalla cella frigorifera. All’improvviso Jura si sentì male, come per un colpo di calore, gli era successo l’estate prima a Baku. Aveva le ginocchia molli.
«Si sieda», uscì dalla bocca congelata. «A quanto pare ha preso troppo sole. Fa anche tremendamente caldo per i primi di giugno».
Jura si lasciò cadere sulla panchina. Gemette un poco e aspettò che passasse, si asciugò con la mano la fronte sudata.
«Il salto triplo non è lo sport giusto con questo caldo», disse il grassone.
Jura lo guardò. L’uomo era seduto esattamente come prima, lo sguardo gelido fisso davanti a sé. Il suo abbigliamento aveva un’eleganza fuori moda: panama bianco, completo estivo beige, camicia bianca col colletto alla coreana, ricamato. Da sotto i larghi risvolti dei pantaloni spuntavano scarpe bianche di tela. Scarpe così le portava sempre d’estate un simpatico conoscente di suo nonno buon’anima, collezionista di monete, gran burlone, bevitore incallito, anche quello morto da tempo. Le strane scarpe riportarono Jura nella realtà. Espirò rumorosamente. Inspirare, espirare. Era di nuovo padrone di se stesso, la vertigine era passata rapidamente come era venuta. La tensione svanì. Si chiese da dove fosse saltato fuori quel tizio così all’improvviso. Come cascato dal cielo. Come aveva fatto a non vederlo? Davvero un colpo di sole.
Il grassone guardava dritto davanti a sé, imperturbabile, immoto.
«Otto minuti ha detto? Non mi dirà che sa a memoria l’orario dei treni».
«Non soltanto quello».
«Otto minuti?»
«Ora soltanto sette».
«Per caso ha anche un orologio in testa?»
«Non soltanto quello».
L’umore di Jura migliorava visibilmente. Fece una risata sprezzante e si grattò la nuca.
«Quindi lei sarebbe onnisciente, giusto?»
«Più o meno, sì».
«Cosa viene dopo l’arrocco nel gioco degli scacchi?»
«Il mediogioco».
«Ah. E cos’è … Betelgeuse?»
«Una stella nella costellazione di Orione. Supergigante rossa, grande come l’orbita di Giove intorno al sole».
«Giusto! Ma mi dica: chi è Dave Brubeck?»
Invece di rispondere, le labbra gelate si arrotondarono e fischiettarono Take five – e anche abbastanza bene.
«Booh!» gemette Jura impressionato, si batté sulle ginocchia e rise. «Lei è musicista, vero? I musicisti sono buoni giocatori di scacchi, non è così? Lei suona jazz?»
«No», fu la tranquilla risposta.
«Suvvia! Cosa suona – sax, tromba?»
Il grassone taceva.
«Ok. Si tenga pure il segreto … Allora però avrei un’altra domanda: dove si trova … eh-mm … quel posto del cavolo, Gniloje Buchilo?»
«Distretto di Twer, circondario di Selisharovo».
Jura era senza parole. Quel posto lo conoscevano soltanto gli abitanti del buco di campagna dove andava a caccia col padre e col nonno. Si chiamava Chutor il paesucolo, circondario di Selisharovo. Il posto del cavolo era una palude circondata da boschi dove nidificavano uccelli d’acqua.
Come faceva a saperlo?
Il grassone stava seduto lì, senza muovere un muscolo.
Che fosse esperto di telepatia? O di ipnosi! Ecco, era quello! Uno come Wolf Messing, negli ultimi tempi il fenomeno spopolava. Bisognava prenderlo da un altro lato … Jura fece scorrere lo sguardo sul panorama. A un tratto vide, di fianco a un edificio di mattoni di silicato, uno striscione sbiadito: La nostra meta è il comunismo!
Sotto la scritta una testa di Lenin, di profilo.
«Mi dica adesso: chi era Vladimir Iljich Lenin?» pronunciò Jura chiaro e forte, e incrociò trionfalmente le braccia sul petto.
«L’uomo che mise in moto la Piramide del rosso mugghiare».
Jura rimase a bocca aperta.
«Prego? La piramide del rosso cosa?»
«Del rosso mugghiare».
«Mai sentita».
«È quella che produce il permanente rosso mugghiare».
«E dov’è che si trova?»
«Nel centro della capitale».
«Ma dove di preciso?»
«Nel centro preciso».
«Nel Cremlino?»
«No, sulla Piazza Rossa».
«In mezzo alla piazza? Una piramide?»
«Sì».
«Ma – concretamente – dov’è che sta?»
«La sua base occupa l’intera piazza».
«L’intera piazza?! …»
Jura scoppiò a ridere. Il grassone continuava a guardare dritto davanti a sé, imperturbabile.
«Be’, la vuole sapere una cosa?» fece Jura. «Per caso io abito proprio nei pressi della Piazza Rossa, nella Pjatnizkaja. Una piramide rossa là non ce l’ho mai vista».
«Lei non la può vedere».
«E lei invece scommetto di sì».
«Infatti».
A posto, pensò Jura. Il tizio ha le allucinazioni.
«E cos’è che dice che fa la piramide?»
«Irradia il rosso mugghiare».
«Tipo … come un altoparlante?»
«Qualcosa del genere. Ma con onde completamente diverse. Con altre oscillazioni».
«E a che scopo … le irradia?»
«Per infettare la gente col rosso mugghiare».
«A cosa dovrebbe servire?»
«A turbare l’ordine interiore dell’uomo».
«Turbare? E perché?»
«Affinché l’uomo cessi di essere uomo».
Un nemico dello stato, pensò Jura e si guardò attorno da tutte le pari. Ma il marciapiede era deserto esattamente come prima.
«Quindi, Lenin ha costruito questa piramide?»
«Non l’ha costruita. L’ha solo messa in moto».
«Ha premuto l’interruttore?»
«Per così dire».
«E chi sono i costruttori?»
«Quelli lei non li conosce».
«Magari i tedeschi? Marx? Engels?», sogghignò Jura.
«No, non i tedeschi».
«Gli americani?»
«No».
«E chi allora? Da dove venivano costoro?»
«Venivano da dove venivano», ribatté il grassone. «Sta arrivando il suo treno».
Jura guardò i binari che lontano a sinistra si univano nell’aria calda, non si vedeva ancora niente, però si alzò, sistemò sulla spalla la cinghia della cartella. Diresse ancora una volta lo sguardo al manifesto con il profilo di Lenin.
«E il comunismo?»
«Il comunismo cosa?»
«È il luminoso futuro, o no?»
«Non è il luminoso futuro, bensì il rosso mugghiare di oggi».
In quel momento giunse da lontano il fischio della locomotiva, e Jura vide il treno che si avvicinava. Dapprima con un movimento silenzioso, perché era ancora molto distante. Jura voleva dire all’uomo, per chiudere, qualcosa che lo ferisse e lo rendesse ridicolo, ma all’ultimo momento cambiò idea. Stava in piedi in silenzio, saltellando sul posto com’era sua abitudine, e osservava quello strano tizio che era seduto lì e guardava dritto davanti a sé. Ora arrivava anche il rumore del treno. Lentamente il convoglio avanzò sul binario. Jura capì improvvisamente che non avrebbe mai più rivisto quell’uomo. Che quello, garantito, sarebbe rimasto a sedere sul polveroso marciapiede deserto, non sarebbe salito sul treno per Mosca. Non sarebbe andato da nessuna parte. Inimmaginabile che potesse andare da qualche parte. Come fosse tutt’uno con la panchina. Ad un tratto Jura si sentì il cuore terribilmente pesante. Così pesante che gli vennero le lacrime agli occhi.
Ci fu il solito stridio, il treno si fermò.
Meccanicamente, Jura salì. Entrò nel vagone, si sedette. Si stropicciò gli occhi, attraverso il finestrino guardò verso il marciapiede. L’uomo era seduto sulla panchina. Fissava dritto davanti a sé. Ora qualcosa di quest’uomo gli risultava tormentosamente familiare. 
Il treno ripartì. 
Jura sedeva immobile al suo posto. Un profondo abbattimento lo aveva preso, ma si sentiva anche una grande calma. Non aveva più nessuna fretta. Nessun pensiero in testa. Invece di pensieri gli si era incistata nel cervello l’ultima frase dell’uomo: «il rosso mugghiare di oggi».
Attraverso il finestrino teneva lo sguardo fisso su tutto il verde, i pali del telefono, le case, le macchine, le discariche, le rampe di carico, le gru, le montagne di carbone, i locali caldaia, le persone, gli uccelli, i cani, le capre.
Il compleanno di Natasha gli era del tutto passato di mente. Non scese a Mytishchi.
Si riscosse bruscamente dal torpore soltanto quando il convoglio entrò nella stazione Jaroslavskij. Il treno non era ancora fermo che già la paralisi si era volatilizzata, Jura balzò in piedi. Scese con gli altri passeggeri, si fece da parte, tirò fuori le sigarette.
E il compleanno? Sagorjanka, Natasha, com’era pure? … Sono un deficiente, pensava, trottando sul bordo del binario.
«Idiota!», imprecò e sputò di cuore.
Si allontanò fumando nella sera di Mosca. Attraversò la Sadowaja, puntò verso la Pjanizkaja, a casa.
La sigaretta lo aiutò a recuperare la realtà.
«Un chiaro caso di ipnosi» disse a voce alta. «E io cretino che ci sono cascato, e in pieno! Il rosso mugghiare, mmuuh, mmuuh-hh! Fresco fresco dalla piramide!»
Camminava nel crepuscolo. Senza fermarsi estrasse lo spumante dalla borsa e lo stappò. Il tappo partì con un botto, finì contro il muro della casa vicina, una vecchia si spaventò. Lo spumante caldo e dolciastro schiumò fuori dalla bottiglia. Jura bevve, insudiciandosi la camicia.
Prima di arrivare a casa si era già bevuto tutta quella roba appiccicosa. Abbandonò la bottiglia sul primo davanzale.
A casa lesse l’ultimo numero di Junost  e si coricò prima del solito.

Il giorno dopo era domenica.
Il lunedì Jura aveva due scritti all’università. Il martedì, dopo le lezioni, si recò allo stadio Dynamo dove la spartachíade stava per concludersi. Entrando nella sala ginnica si scontrò quasi con Natasha. Indossava il tricot blu, aveva le mani bianche di talco e si stava dirigendo agli spogliatoi.
«Ciao», disse lui, e si fermò.
«Ciao», rispose lei, l’eterno sorriso sulle labbra, e tirò dritto.
Fu l’ultima volta che si videro.

Jura si laureò in giornalismo e sposò Albina, i cui genitori erano da sempre amici dei suoi. Con l’appoggio del padre, che occupava un posto importante al Ministero dei Trasporti, fu assunto alla Komsomolskaja Pravda. Albina diede alla luce un figlio, Vjacheslav. Alla fine degli anni sessanta Jura entrò nel partito e passò alle Isvetija. Nel frattempo era nata la figlia Julia. A metà degli anni settanta gli fu offerto il posto di vice-capodipartimento alla Ogonjok. Lasciò le Isvetija e andò alla Ogonjok.
Quel mattino di luglio fece come al solito una veloce colazione, si sedette al volante della Volga bianca del padre e guidò verso la redazione. Stava attraversando il Grande Ponte sulla Moscova quando il cuore cominciò a contrarsi e a palpitare da togliergli il respiro. Accostò e si fermò. Respirò profondamente e regolarmente, massaggiando i punti hegu sul dorso delle mani come gli aveva insegnato un medico. Aveva già avuto altre volte problemi di cuore. La prima volta in seguito allo scandalo per il suo veemente articolo sulle Isvetija che il sostituto del caporedattore, durante le vacanze di quest’ultimo, aveva lasciato passare “sconsideratamente”. Jura fu convocato davanti alla direzione del partito. «Lei ha oltrepassato una linea rossa» gli disse uno con una faccia da vecchio lupo. Il sostituto caporedattore fu licenziato in tronco, da fare le scintille. Quella volta la carriera di Jura era stata appesa a un filo. Come per miracolo era rimasto in sella, posto che il miracolo lo avevano fatto le relazioni di partito del padre. Ma il cuore si era preso una botta, aveva avuto un microinfarto, dissero i medici. Andò con Albina otto settimane a curarsi in una località termale. La seconda volta aveva sofferto in seguito a una bravata del figlio, coinvolto in una brutta storia, una violenza di gruppo nello studentato. Il ragazzo fu indagato, il padre di Jura era morto da poco e non poteva più aiutare, Jura stesso dovette sobbarcarsi l’andata a Canossa attraverso infiniti uffici, umiliarsi e mendicare. Il figlio se la cavò con la condizionale. Lui stesso continuò a ingoiare pastiglie per sei mesi. Dopo di che sembrava tutto passato.
Ma ora, ma ora, ma ora.
Il cuore sfarfallava.
Così non gli era mai successo. Jura cominciò a ansimare. Scese, andò al parapetto, appoggiò le mani sul freddo del granito, guardò giù verso la Moscova e respirò. Dal fiume saliva un’aria fresca. Lentamente Jura recuperò il controllo. Ma il cuore non smetteva di palpitare, si dimenava come un animaletto preso in trappola. Appeso alla lenza. Che danzasse appeso ai fili. Cancan. Fanfan.
Jura respirava, respirava, respirava.
Aveva le vertigini, nelle orecchie frinivano ora due cicale d’acciaio. 
Stop, stop, stop, tentò di calmarsi.
Le cicale frinivano, le ginocchia tremavano. Abbracciò il parapetto, si accasciò su di esso. In basso l’acqua luccicava. Lucc-lucc-lucc.
«Stop!» sussurrò rivolto a se stesso, «stop, stop …»
Il cuore. Cuor-cuore. Il cuo-o-o-re … Smise di dimenarsi.
Smise di.
Smise.
Di.
E si fermò.
In lui si fece silenzio.
Si raddrizzò con le ultime forze.
Le mani artigliate al parapetto.
E vide la Piramide rossa.
Si innalzava sulla Piazza Rossa e la occupava totalmente. La Piramide vibrava e irradiava un rosso mugghiare. Usciva da lei in forma di onde e sommergeva tutto all’intorno, come uno tsunami, fin oltre l’orizzonte, in tutte le direzioni. Le persone vi affondavano. Vi si muovevano a fatica, sfinendosi. In piedi, seduti, sui mezzi di trasporto, camminando, dormendo – uomini, anziani cadenti, donne, bambini. Il rosso mugghiare li ricopriva tutti. Colpiva ognuno senza pietà, l’onda rossa si abbatteva su chiunque su ogni uomo in ogni uomo uomo c’è luce luce e il rosso mugghiare mugghiare si abbatte abbatte dalla Piramide Piramide sulla luce luce nell’uomo uomo per spegnerla spegnerla ma non si spegne non si spegne perché allora perché colpire colpire è orribile orribile e stupido stupido le rosse onde onde si abbattono colpiscono e non possono non possono colpire colpire e non possono non possono perché allora perché colpiscono colpiscono è idiota, è idiota è irrimediabilmente idiota idiota un Serafino con sei ali Serafino sei qui qui così vicino così vicino Serafino o Serafino o tu mio Luminoso mio Luminosissimo tu tu Eterno Eterno io ti saluto io ti saluto Serafino o Serafino quella volta quella volta allora eri eri diverso un altro grasso grasso e strano con strane bianco bianche scarpe le scarpe il tuo Nome il Nome.
«Boroul», sussurrò Jura, e le sue labbra incolori produssero un sorriso.
Poi si abbatté sul selciato.


Riflessioni di uno scrittore su un romanzo che un personaggio misterioso gli propone di scrivere

Un tizio alieno, piovuto non si sa da dove, propone a uno scrittore di cavare una storia fantastica da certe brevissime esperienze estatiche.

Lo scrittore è perplesso e sulle prime rifiuta ma poi, quasi senza volere, si mette a pensare a come si potrebbe scrivere la storia.

Si dice che è praticamente impossibile. Bisognerebbe incrinare l’istantaneità del bagliore estatico e cavarne azione personaggi ostacoli inizio e conclusione. Un nonsenso.

E poi, siamo sicuri che la storia interesserebbe?

Il momento, è vero, pare propizio. Assistiamo in diretta all’affrontamento fra il nostro mondo, a cui teniamo, e un’alternativa improbabile, una parata di vecchie monete imposte dall’alto.

Ma bisogna riflettere, analizzare. Tanto per incominciare chi, nella storia che vorremmo narrare, sarà minacciato? Un Impero del Bene in disfacimento ma pronto a risorgere? In che misura, essendo un Impero, non sarà esso stesso impositivo? E poiché anche nella nostra storia il Bene dovrà pur ricorrere a qualche forma di potenza, non sarà il suo fine unico la potenza?

La Federazione Garamantica, nella cosiddetta realtà, lo dichiara apertamente: la sua causa finale – come pure le rimanenti aristoteliche tre – è la volontà di potenza. Strano misto di filosofia nietzschiana e liturgia luccicante. Ma, al netto dell’aperta dichiarazione di intenti, non sono le due opzioni – la Federazione e l’Occidente – in fondo equivalenti e in ultima analisi una questione di gusti? O c’è qualcosa di obiettivo a cui appigliarsi, una qualità dirimente?

Qualcosa c’è. Una qualità che la Federazione sbeffeggia come ineffettuale e superata, ma a cui teniamo, o almeno lo scrittore ci tiene, e che certo non si supera all’indietro: la libertà individuale; certe garanzie per l’individuo: ad esempio di non essere caricati a forza su un treno e deportati verso i vasti e lontani confini della Federazione – poiché per essa non è l’individuo che conta, ma la compagine collettiva, un gigantesco termitaio.

Ammesso quindi che si possa ipotizzare un Impero del Bene, o un Impero del Meglio, chi sarà nella nostra storia l’entità che minaccia? Come dovremo dipingere l’Oscuro Signore per non cadere nel cliché e nell’infantile – visto oltretutto che essere infantili è precisamente ciò che si richiede alle masse gestite dalla Federazione?

Lo scrittore si rende conto che qui sta il vero ostacolo. Che gli pare insormontabile. Riflette, cerca modelli. L’unico modello serio che gli viene in mente è il giudice Holden. Sicuramente il giudice Holden è una figura archetipica del Male. Fatta benissimo, tanto di cappello. Ma intanto non è un Antagonista, è il Protagonista assoluto: il punto focale di un mondo extra moenia, in nessun modo regolamentato, in cui di conseguenza il Bene non esiste; o se, in un raro contesto che si tenta civile, cerca di imporsi, viene spazzato via dall’inaudita violenza del Male. Gratuito. Il Male per il male. L’essenza. Inoltre il giudice è l’unica figura archetipica: il resto sono schegge esplose dal caso: nati per caso, sopravvissuti per caso, agiscono per caso, muoiono per caso. Tutto il contrario di quello che vogliamo fare noi, no? O si è dimenticato di dirlo, lo scrittore, che bellezza e felicità, nella brevissima visione estatica, sono legate a una necessità assoluta?

C’è poco da fare, si dice lo scrittore, bisognerebbe tagliare: niente Oscuro Signore né Impero del Bene. Tutto strettamente individuale, fenomenologico.

Ma fammi il piacere. Individuale e fenomenologico con personaggi che sono degli archetipi. Lo sciamano e l’eroe, ma sei matto?

E com’è poi, si chiede, che sei incappato in questi individui da fantasy? Da gioco di ruoli. L’eterna lotta del Bene contro il Male che piace tanto ai cattolici, i quali nemmeno capiscono che c’è assai poco di cristiano in queste teorizzazioni del Male assoluto, dove alla fine i totalmente malvagi sono centrifugati nel nulla. Oppure, se il prodotto è serio – vedi sopra il giudice Holden – è il Male che vince: il Signore Inestirpabile.

Ma tu, si chiede lo scrittore, questo Male con la lettera maiuscola l’hai mai incontrato?

Esita. Ricorda certe disperazioni, quando era piccolo. Troppo enormi per un bambino così piccolo. Poi, con gli anni, erano passate. Più tardi c’erano stati mali circostanziati, compartecipati, un viluppo di oppresso e oppressore, di torto e ragione. Un’infelicità diffusa, un destino che si delineava, questo sì, ma nessun Malvagio che ne fosse responsabile. O, se vogliamo, Dio. Ma, dicono, sarebbe una contraddizione nel concetto.

Quindi no, niente Grande Malvagio. Dunque niente storia?

Ma no, aspetta. Da dove salta fuori questo Grande Malvagio? Compare nella visone? Certo che no. Viene dalle narrazioni, è un suggerimento per il ronfare meccanico della narrazione. Sembra che non se ne possa fare a meno per mettere in moto un’avventura attraverso cui, dall’inizio alla fine, traspaia l’istantaneo e l’indicibile.

Un ostacolo necessario il Male con la maiuscola; abbastanza vago da assumere facilmente valenza metafisica o, se qualcuno preferisce, politica. Essenza personale malvagia o totalitarismo impersonale, a scelta. Nulla che, veramente, rientri nell’esperienza dello scrittore. Esperienza quotidiana o esperienza magica.

Ma come si fa? Ogni protagonista ha bisogno di un antagonista; e se non vogliamo, o non possiamo, sguazzare nel pantano psicologico abbondantemente scandagliato; se vogliamo, o dobbiamo, optare per uno statuto risolutamente metafisico – perché ricordiamoci che in ultima istanza qui non stiamo parlando di persone ma di bagliori estatici, cioè fuori dal sé, cioè di qualcosa che, se non può dirsi totalmente oggettivo, possiede però una soggettività relativamente blanda – se vogliamo o dobbiamo tutto questo, allora il ricorso agli archetipi è inevitabile. E che farà il vecchio saggio se non opporsi alla follia, o l’eroe giovane o meno giovane se non battersi in punta di spada per la verità e la giustizia? Come si fa allora a fare a meno di un Malvagio che neghi verità e giustizia, se non si vuole ricadere nell’individuale psicologico? Un bel problema.

Però, si dice lo scrittore che esita a gettare la spugna, pensiamoci ancora un po’. Perché davvero il momento presente aiuta.

VOGLIAMO DIRE QUALCOSA O NON CE NE FREGA PROPRIO NIENTE?

Il 14 febbraio [1989], l’ayatollah Khomeini, che era malato e che morì nel giugno 1989, disse alla radio di stato iraniana:

Informo tutti i buoni musulmani del mondo che l’autore dei Versi satanici, un testo scritto e pubblicato contro la religione islamica, contro il profeta dell’Islam e contro il Corano, insieme a tutti gli editori e coloro che hanno partecipato con consapevolezza alla sua pubblicazione, sono condannati a morte. Chiedo a tutti i coraggiosi musulmani, ovunque si trovino, di ucciderli immediatamente, cosicché nessuno osi mai più insultare la sacra fede dei musulmani. Chiunque sarà ucciso per questa causa sarà un martire per il volere di Allah.

(Da: Il Post, 12.08.22)

In seguito a questa fatwa, la vita di Rushdie è stata sostanzialmente distrutta per quasi trent’anni, il traduttore giapponese è stato ucciso, il traduttore italiano pestato e ferito, ecc. La lista è lunga. E adesso ci sono quasi riusciti con Rushdie. Degli attentatori, a parte quest’ultimo (che comunque non morirà) nessuno è stato individuato e arrestato, figuriamoci ucciso. Niente martiri per la causa di Allah. Martiri per la causa della Ragione, quelli sì.

In un commento in calce a un articolo di Paola Giacomoni sull’aggressione russa all’Ucraina pubblicato su Le parole e le cose (“L’odio russo è metafisica, non politica”, qui), che ho apprezzato, dicevo che vedevo nel ressentiment per la potenza geopolitica perduta la radice della guerra russa all’Ucraina. È una teoria piuttosto diffusa e fondata, avallata anche da numerose dichiarazioni ufficiali da parte russa. È la mia tesi – non il mio tornaconto. Non ci guadagno proprio niente, anzi.

Un tale – o una tale – cris mi rimbeccava, testualmente:

Insomma: c’è un 2/3 di mondo accecato, che cade nel tranello del ressentiment. Per fortuna che la Ragione sta limpidamente dalla nostra parte (che non abbiamo interessi di sorta, né pro, né contro).

Lasciamo stare la Ragione che sta limpidamente dalla loro (?) parte – una frase che mi sono segnata per la sua quasi geniale stupidità – e veniamo ai 2/3 di mondo.

È il grande argomento: 2/3 del mondo stanno dalla parte della Russia e non vedono l’ora di liberarsi dal giogo americano. E detta così posso capire – psicologicamente posso capire. Però, guardiamola un po’ più da vicino, una grossa fetta di questi 2/3.

Un fervente musulmano (a quanto pare, ma sapremo meglio più avanti: in Occidente si cerca di andare a fondo alle cose) obbedisce alla fatwa e tenta di ammazzare Rushdie. Magari ci riesce anche, ancora non sappiamo. I giornali iraniani esultano e acclamano l’attentatore. Il Pakistan tace. L’India tace.

Fantastici questi 2/3 di mondo. Tutte forze attive. Nulla di reattivo, nessun ressentiment. Davvero all’avanguardia. Complimenti.

DI CARIATIDI E DI CADAVERI. VLADIMIR SOROKIN, TELLURIA

Telluria, di Vladimir Sorokin, pubblicato in Russia nel 2013, è stato tradotto in tedesco nel 2015; la traduzione inglese uscirà il prossimo 22 agosto, non c’è ancora traduzione italiana. È dichiarato romanzo. È composto da 50 capitoli piuttosto eterogenei per stile, personaggi e storie. Il nucleo unificante è il tempo in cui le varie azioni si svolgono: metà del XXI secolo in una vasta zona (Europa occidentale + Russia) profondamente sconvolta da numerose guerre – di religione e non – che ne hanno cambiato l’assetto riducendola a un mosaico di piccoli stati indipendenti ev. in guerra fra loro (la Moscovia che trovate nel brano è uno di questi). Telluria è il nome della costosissima droga che tutti desiderano. È commercializzata in forma di chiodi che si piantano direttamente nel cervello. Se l’operazione viene eseguita a regola d’arte non pare che la droga abbia effetti collaterali negativi.

È un romanzo piuttosto lungo, sono circa a metà nella lettura. Stilisticamente virtuoso, interessante ma non entusiasmante, almeno per il momento. Come qualità letteraria mi è sembrato decisamente migliore La Tormenta, del 2011, traduzione italiana per Bompiani nel 2016. Mi riservo un giudizio più completo a lettura ultimata. Intanto vi offro un estratto del II capitolo. È una traduzione dalla traduzione tedesca… Purtroppo non so il russo.

Nota per la comprensione: secondo dice l’io narrante di questo II capitolo, “col gas e l’elettricità viaggiano a Mosca soltanto i funzionari dello stato e i ricchi. Il popolo e i trasporti pubblici devono accontentarsi di carburante biologico. In generale si tratta di frullato di patate, e dai tempi di Caterina II, grazie a Dio, le patate non mancano”.

My sweet, most venerable boy,

eccomi dunque in Moscovia. Questa volta è andato tutto più in fretta e più liscio del solito. Del resto, pare sia molto più facile entrare in questo stato che uscirne. È ciò che fa, dicono, la metafisica del luogo. Ah, al diavolo! Ne ho abbastanza di basarmi su voci e congetture. Noi, europei radicali, riguardo ai paesi esotici siamo diffidenti e pieni di pregiudizi finché non riusciamo a penetrarvi. In altre parole – finché non diventiamo intimi.

[…]

C’è poco da fare, Mosca è una città strana. Sì, nella sua inconfondibile stranezza una città strana. E non si vorrebbe nemmeno chiamarla capitale. È difficile spiegarlo a te che non ci sei mai stato e che la storia locale lascia indifferente. Ma voglio provarci. Grazie a Dio ho ancora un’ora e mezza prima del taxi a patate che mi porterà all’aeroporto di Vnukovo. Allora, non ha molto senso rovistare nella storia prerivoluzionaria dell’Impero russo, comparso nel mondo come dispotismo asiatico-bizantino, con una geografia coloniale dall’estensione propriamente indecente, un clima duro e una popolazione avvezza a sopportare che per la gran parte conduceva una vita da schiavi. Molto più interessante il XX secolo, iniziato con una guerra mondiale durante la quale il colosso monarchico Russia cominciò a vacillare; la rivoluzione borghese, com’è naturale, era in arrivo, sicché il colosso stava per cadere all’indietro. Anzi, non il colosso: lei. Russia, Rossija – è una lei. Il suo cuore imperiale smise di battere. Se questa gigantessa bellissima e spietata, ammantata di neve e col diadema di diamanti, nel febbraio del 1917 fosse felicemente crollata e si fosse spezzata in più stati di dimensioni umane, tutto si sarebbe sviluppato nello spirito della più recente storia moderna, e i popoli mantenuti in sudditanza dal governo degli zar avrebbero finalmente ottenuto la loro identità postimperiale e nazionale, avrebbero potuto iniziare una vita nella libertà. Ma le cose sono andate diversamente. Il partito bolscevico non permise alla gigantessa di cadere e compensò lo scarso numero dei propri membri con artigli di predatore e un attivismo sociale letteralmente inesauribile. Dopo il successo della rivoluzione notturna a San Pietroburgo, acchiapparono il cadavere che cadeva appena prima che si schiantasse al suolo. Mi sembra di vederli, Lenin e Trozki, piccole cariatidi, mentre gemono rabbiosamente di fatica per puntellare la morta bellezza. Nonostante il loro “odio furioso” per il regime zarista, i bolscevichi si dimostrarono neoimperialisti nel midollo. Dopo la vittoria nella guerra civile hanno battezzato il cadavere con il nome di URSS – uno stato dispotico, centralizzato e con una rigida ideologia. Uno stato che, come si addice a un Impero, ha cominciato a allargarsi e a conquistare nuovi territori. Stalin si è rivelato un puro imperialista nuova maniera. Invece di fare la cariatide, ha deciso di mettere il cadavere dell’Impero in piedi sulle sue gambe. Il processo si chiamò kollektivizacia + industrializacia. Lo mise in atto nel corso dei seguenti dieci anni raddrizzando a poco a poco la gigantessa come era l’uso presso le antiche civiltà, dove si infilavano pietre sotto le statue per metterle gradatamente in verticale. Con Stalin, invece delle pietre furono i corpi dei cittadini sovietici a doversi prestare: ammucchiati strato su strato finché il cadavere non ebbe finalmente raggiunto la posizione eretta. Dopo di che fu un pochino dipinto, truccato, e congelato. Il frigo del regime staliniano funzionava a meraviglia. […] Con la morte di Stalin però il cadavere cominciò a scongelarsi. Il frigo fu riparato, a fatica e provvisoriamente. Quando il corpo della nostra bellezza fu del tutto sgelato, cominciò nuovamente a inclinarsi. Già si alzavano nuove braccia, e imperialisti postsovietici erano pronti a trasformarsi in cariatidi. Finalmente però giunse al potere un gruppo di persone sagge, con a capo un uomo apparentemente insignificante. Costui si rivelò un grande liberale e psicoterapeuta. Durante i quindici anni in cui non fece che parlare di risurrezione dell’Impero, questo silenzioso operaio della disgregazione fece praticamente di tutto per adagiare il cadavere felicemente al suolo. E così avvenne. Dai cocci della bellezza fiori poi nuova vita. E così, caro Todd, io mi trovo ora a Mosca – in quella che era una volta la testa della gigantessa. Dopo la disgregazione postimperiale Mosca ha dovuto subire molte cose: la fame, una nuova monarchia + la sanguinosa opričnina, una organizzazione corporativa, una costituzione, la Confederazione Internazionale dei Sindacati, il parlamento. Volendo tentare una definizione dell’attuale regime della Moscovia, lo chiamerei teocratico-communofeudale illuminato. Suum cuique… Ma ho intrapreso questa escursione nella storia soltanto per spiegarti la singolare stranezza di questa città. Immagina che la provvidenza ti abbia gettato su un’isola dei giganti, e un temporale costretto a ripararti per la notte nel teschio di un gigante morto da secoli. Bagnato e tremante entri attraverso un’orbita vuota e finisci per addormentarti sotto la cupola ossea. Niente di più facile che il tuo sonno sia frequentato da una ridda di strani sogni, non esenti da eroica (o ipocondriaca) gigantomania. Mosca – ecco il vero teschio dell’Impero russo. La sua singolare stranezza sono precisamente quegli Spiriti del Passato che noi chiamiamo “sogni imperiali”, intrisi oltretutto dei gas del carburante di patate. Sogni, sogni… In ogni tempo la Russia ha ceduto alla tentazione di una vita dormiente, destandosi solo per brevi momenti per la volontà di congiurati, arruffapopolo o rivoluzionari. Le guerre hanno regalato alla gigantessa soltanto brevi fasi di insonnia, un prurito in certe parti del corpo che la faceva sobbalzare. Dopodiché si raggomitolava nella neve e si addormentava di nuovo. […] Amava, la gigantessa, deliziarsi di sogni dai colori accesi. Eppure la sua realtà era grigia: un cielo inclemente, neve, alternativamente fumo della patria e tormenta, il canto del postiglione che trasportava storione o decabristi… La Russia, a quanto pare, si è sempre svegliata di pessimo umore e col mal di testa. Mosca, dolorante, chiedeva a gran voce aspirina tedesca.

[…]

Arrivederci allora nel nostro teschio neoimperiale, pieno di nebbia cerebrale e oggettività anglosassone,

Yours,

Leo

(Vladimir Sorokin. Telluria, 2013; traduzione tedesca Kiepenhauer & Witsch 2015. Traduzione dell’estratto dalla traduzione tedesca, mia)

LA GIORNATA DI UN OPRIČNIK

Gli oppositori sono molti, è vero. Non appena la Russia è risorta dalle ceneri Grigie, non appena ha preso coscienza di sé, non appena sedici anni fa il padre del Sovrano Nicolaj Platonovič pose la prima pietra alle fondamenta del Muro Occidentale, non appena cominciammo a staccarci dall’estraneo fuori e dal diabolico dentro, gli oppositori presero a infilarsi attraverso tutte le fessure, come dorifore. È vero, una grande idea genera anche grande opposizione. Sono sempre esistiti nemici del nostro Stato, esterni e interni, ma la lotta contro di noi non si è mai inasprita in modo così feroce come nel periodo della Rinascita della Sacra Russia. Più di una testa è rotolata giù dal Lobnoe Mesto in questi sedici anni, più di un treno ha portato via oltre l’Ural i nemici e le loro famiglie, più di un gallo rosso ha cantato all’alba nelle tenute dei nobili, più di un voivoda ha scoreggiato sul banco con i rulli al Dicastero degli Affari Segreti, più di una lettera anonima è finita nel cassetto di Parola e Azione alla Lubjanka, più di un cambiavalute ha avuto la bocca riempita di banconote frutto di azioni criminali, più di uno scrivano è stato lessato in acqua bollente, più di un messo straniero è stato cacciato fuori da Mosca sui tre “stalloni” gialli dell’infamia, più di un addetto alle notizie è stato gettato dalla torre di Ostankino con le piume d’anatra sul sedere, più di un sobillatore-imbrattacarte è stato affogato nella Moscova, più di una vedova di nobile è stata rispedita dai genitori in tulup di pecora, nuda e priva di sensi…

Ogni volta che mi trovo alla Cattedrale della Dormizione con una candela in mano mi tormenta un pensiero segreto, sovversivo: se non ci fossimo stati noi, ce l’avrebbe fatta il Sovrano da solo? Gli sarebbero bastati gli strelizzi, il Dicastero degli Affari Segreti e il reggimento del Cremlino?

E coperto dal canto del coro mi sussurro piano:

«No».

(Vladimir Sorokin (Bykovo, Russia, 1955), La giornata di un opričnik, Atmosphere libri 2014, trad. di Denise Silvestri. Il romanzo ha vinto nel 2015 il premio Von Rezzori per la migliore opera di narrativa straniera pubblicata in Italia.)

La giornata di un opričnik (Den’ oprichnika, 2006) è un romanzo distopico di tono marcatamente grottesco e pulp, ambientato nel 2027 in una Russia in cui da sedici anni è stato restaurato il potere imperiale. Il romanzo narra alla prima persona una giornata nella vita di un opričnik, il membro di un corpo para-poliziesco alle dirette dipendenze del Sovrano, che agisce con efferata violenza e al di fuori di ogni legalità contro chiunque venga individuato come nemico dello Stato – con sadica ferocia, ma anche con spreco di segni della croce, giaculatorie e apologie della santa chiesa ortodossa, l’unica ad aver mantenuto la purezza della fede. Una contraddizione soltanto apparente, in quanto chiunque si ponga poco o tanto criticamente nei confronti del blocco identitario-autocratico Stato-Chiesa, si pone ipso facto fuori dalla comunità dei santi, della vera e degna umanità, decade dallo status umano, non è che “putridume” che deve essere snidato col fiuto del cane e spazzato via con la scopa delle pulizie (a proposito di pulizie si vedano stralci di discorsi e scritti di Putin qui).

Una testa di cane e una scopa appese all’arcione erano i segni distintivi degli opričniki storici: l’esercito privato dello zar Ivan IV il Terribile che nella seconda metà del XVI secolo assassinò, torturò e stuprò un numero enorme di persone, spesso con la partecipazione diretta dello zar che condiva le più orrende nefandezze con una dose abbondante di mistica religiosa. Il romanzo di Sorokin mette bene in evidenza il mix di violenza feroce, stupro, maschilismo ossessivo e balbettamento mistico che getta una luce satirica, ma neanche troppo, sul carattere irrazionale, nazionalista e autoreferenziale di certa religiosità del cuore russo-ortodossa, genere il grande peccatore che però ha la fede, quindi in realtà è un grande santo. In ogni caso già nel 2006 Sorokin conosceva bene i suoi polli, se è vero che in certi passi del romanzo sembra di sentire la viva voce del patriarca Kirill.

Una tecnologia futuristica (e in parte favolistica) spinta e un’ideologia pseudo-medievale di fondo sono le due radici da cui il romanzo trae la sua particolare coloritura. Se aggiungiamo che la tecnologia – così come i beni di lusso – è tutta di produzione cinese (cioè estera, nel romanzo un’origine estera occidentale non è possibile, come vedremo), mentre l’ideologia medievale è strettamente made in Russia, avremo che il romanzo ci offre un’immagine senz’altro caricata ma non così lontana dalla realtà della Russia odierna.

English Wikipedia dedica al romanzo di Sorokin un ampio articolo da cui traggo qualche informazione:

  1. In un’intervista del 2012 Sorokin dichiara che nella sua intenzione il romanzo non voleva essere l’anticipazione distopica e grottesca di un futuro più o meno prossimo, ma una specie di avvertimento, una “precauzione mistica”, o, diremmo, apotropaica, affinché questo futuro non si instaurasse. Giunti al 2022, dobbiamo constatare che la precauzione apotropaica non è andata a buon fine.
  2. Il testo contiene una vasta rete di rimandi alla storia e alla letteratura russa che per un lettore straniero rischiano di andare perduti, nonostante qualche parca nota di autore e traduttrice. Mi limito ai due maggiori: il titolo è un chiaro riferimento al romanzo di Solženicyn Una giornata di Ivan Denisovič, difficilmente però da intendersi come omaggio, dal momento che Sorokin ha più volte criticato sia lo stile che l’ideologia conservatrice di Solženicyn. Più che un omaggio è quindi da leggere come una correzione antitetica e polemica.
  3. Il secondo macroriferimento, impossibile da individuare per un pubblico non russo, è il romanzo utopico Za chertopolokhom (Dietro il cardo) del tenente generale Pyotr Krasnov (1869-1947), pubblicato in russo a Parigi nel 1922, per la prima volta in Russia nel 2002, e a seguire in ulteriori edizioni perché molto consonante con l’idea di Russia dell’attuale governo. Questo tenente generale dei cosacchi Pyotr Krasnov combatté contro i bolscevichi, andò in esilio in Francia, organizzò milizie cosacche che combatterono a fianco dei nazisti durante la seconda guerra mondiale e fu impiccato a Mosca nel 1947. Nel suo romanzo utopico, ambientato nel 1990, la Russia si è definitivamente separata dall’Occidente perfido e corrotto per mezzo di un Grande Muro che la salvaguarda da perfidia e corruzione, si è interamente identificata con la sua autentica anima asiatica ed è diventata il faro di quell’Eurasia tuttora sponsorizzata da Dugin e Tret’jakov, a cui però questi ultimi, a differenza di Krasnov, annetterebbero volentieri la piccola appendice di noi Europei dell’ovest. Se a questo si aggiunge che Krasnov predica la necessità e legittimità della violenza per tenere in riga la nazione, si capirà come l’attuale governo russo straveda per lui. Abbiamo detto che quello di Krasnov è un romanzo utopico. Ora, per il suo romanzo distopico, Sorokin riprende esattamente la situazione creata da Krasnov – ma per rovesciarne il senso. La Russia si è autoisolata dal malvagio e potenzialmente conquistatore Occidente tramite la costruzione del Grande Muro, che oltre a difenderla militarmente preserva intatta la sua purezza etnico-nazional-religiosa insidiata dalla corruzione occidentale. Le sole modifiche rispetto al quadro di Krasnov riguardano i rapporti con l’Asia: nel romanzo di Sorokin il Grande Muro Occidentale è completato da un Grande Muro Orientale e l’isolamento, per quanto più poroso a Oriente, è completo. Questo perché, diversamente da quanto Krasnov poteva sognare nel 1922, nel 2006 è chiaro che la Russia non è e non sarà la luce e il faro del continente asiatico, e in particolare che dal punto di vista economico e tecnologico è stata ampiamente surclassata dalla Cina. Ma soprattutto, quello che viene rovesciato e mostrato nel suo ridicolo è il rapporto con l’Occidente: ciò che in Krasnov, nel 1922, poteva apparire come una discutibile ma per l’epoca non anacronistica utopia politica (con tutte le ombre esiziali che da sempre accompagnano le utopie), diventa nel 2006, nella distopia di Sorokin, la proiezione distorta di menti, quelle sì, malate. A questo proposito il capitolo 8 del romanzo, dove è rappresentata l’allucinazione collettiva di un gruppo di sette opričniki che sotto l’effetto di droghe si trasformano nel drago russo delle fiabe – per l’occasione con sette teste, il che non può non ricordare la bestia a sette teste dell’Apocalisse -, il quale sorvola l’Oceano seminando morte e distruzione per concludere il trip stuprando con la fiamma una casalinga americana, è a mio avviso, anche dal punto di vista letterario, un capolavoro.
  4. L’articolo di Wikipedia sottolinea la dimensione collettiva propria della Russia distopica di Sorokin, e che già Krasnov aveva individuato come la caratteristica asiatica che rendeva la Russia incompatibile con l’Europa:
Krasnov noted that in Asian societies, it is the collective that takes precedence over the individual, and for this reason argued that Russia was an Asian as opposed to a European nation. 

Gli opričniki formano una collettività saldata col sesso e col sangue, legittimata dalla religione e dalla fedeltà alla più grande collettività (nazione), di cui il Sovrano non è che la pallida e insignificante icona.

In Day of the Oprichnik, both sex and violence are always done collectively. The purpose of the Oprichniki in the novel is to annihilate any notion of individualism and to promote the reestablishment of "we" as the basis of thinking rather than "I”.

Se infatti guardiamo alla più vasta collettività, se guardiamo al noi, al popolo, troveremo soltanto una massa di anonimi, disprezzati dagli stessi opričniki e unicamente funzionali alla creazione di una informe e peraltro malfunzionante nazione, su cui eccezionalmente può stagliarsi qualche graziosa figurina tratta da un album di fogge medievali. In questo contesto, il vero e unico crimine dei cosiddetti “nemici dello Stato” è voler essere individui.

Come dicevamo, al netto del grottesco e del pulp, sedici anni dopo la sua prima pubblicazione La giornata di un opričnik restituisce un’immagine abbastanza profetica della Russia odierna. Rimane da fare un’unica correzione: prima di costruire il Muro Occidentale il Sovrano ha deciso di allargarsi.

PIZIA 2022 (un ritratto a memoria)

Siede Pizia sul tripode e gli acciacchi
Lenisce coi vapori della faglia,			
Nell’antro scuro crepitante origlia 
Brusii di finte cronache e almanacchi.

Confeziona responsi. Se farlocchi
Non ha molta importanza, ché li imbriglia
In spirali uterine e li intartaglia
In una lingua arcana di tarocchi.

Chi li capisce è bravo. Ma fatali,
Lei sussiegosa con la voce cassa
Quelli sparpaglia, al suo treppiede avvinta.

Oh effluvi solfoiodici termali!
Cola il sudore sulla pelle grassa,
Su strati di matita e fondotinta.