1° APPROFONDIMENTO SULL’IRRILEVANZA DELLA POESIA LIRICA CONTEMPORANEA

Un breve post sull’irrilevanza della poesia contemporanea (qui), da ricondurre principalmente a esasperazione di fronte all’ennesimo testo poetico perfettamente incomprensibile, ha suscitato qualche reazione e, da parte mia, la consapevolezza che era necessario approfondire.

Vorrei sgombrare il campo da un equivoco. Quando affermo, con ammirevole leggerezza, che la poesia lirica contemporanea è irrilevante e avviata a una sempre maggiore irrilevanza, non intendo che sia di scarsa qualità. Anche al netto delle difficoltà nel valutare la poesia – che mi sembrano maggiori che non per la prosa narrativa – ammetto volentieri che si possano produrre e si siano prodotte cose provviste di notevole risonanza estetica o di qualche altro genere di perfezione. Quando dico che la poesia contemporanea è irrilevante intendo che è di scarsa rilevanza per una interazione, pur intellettuale, col mondo, e dunque anche per una corretta comprensione di se stessi.

La questione dell’irrilevanza poggia intanto su un fatto: l’ultima raccolta poetica di successo (postumo, ma comunque di enorme e durevole successo) sono I fiori del male del 1857. Dopo di che la poesia lirica diventa, in misura che può lievemente variare da paese a paese e da momento a momento, ma per una dinamica necessaria, una faccenda di nicchia – e l’idea di nicchia comporta un che di rarefatto, di raffinato, cioè in ultima analisi di dandystico; qualcosa di volutamente esclusivo, qualcosa per i pochi e per i rari. L’altra e altrettanto importante componente del concetto di nicchia è l’irrilevanza.

Ma per non continuare a annoiare con la teoria (che vale poco), vorrei portare un esempio – che non ha la pretesa di concludere nulla, essendo poco più di un esercizio; ma almeno sarà un po’ più concreto. Vorrei mettere a confronto le liriche di due poeti, entrambi abbondantemente laureati, una del 1964 e l’altra del 2014, che hanno come tema comune una lettura di segni. Mi spiace che siano poesie tedesche e che debba dunque presentarle in traduzione, ma sono quelle che mi si sono offerte.

La prima è Giardino di ciliegi sotto la neve (Kirschgarten im Schnee) di Hans Magnus Enzensberger, tratta dalla raccolta Blindenschrift (Braille) che non mi risulta edita in italiano. Io ne avevo già presentato una mia traduzione (qui), che riporto, seguita dall’originale:

Giardino di ciliegi sotto la neve

i

Ciò che un giorno fu albero, palo, siepe, staccionata:

soccombono nell’aria di neve, vuota,

queste minuscole tracce di seppia

come una parola nel gigantesco bianco della pagina:

bianchi disegnano nel cielo bianco, con tenere dita,

i rami se stessi in una loro bellezza da nulla,

quasi senza ricordo, quasi soltanto gelo,

quasi per nulla più a casa nel tempo, quasi per nulla

sopra e sotto, offuscata la linea fra cielo e colline,

pochissimo bianco nel bianco:

quasi nulla –

ii

eppure c’è ancora,

prima che la pagina, il luogo, il minuto

sia del tutto bianco,

c’è questo tumulto di colori da nulla

chiaramente distinguibile nel già quasi indistinto:

schiera bellicosa di astiosi puntini:

bianco di zinco, bianco di piombo, marna bianca,

gesso, latte, bianco candido e muffa:

uno diverso dall’altro:

così polifonico, così preciso

nei chiari ammassi picchiettati

il giubilo di morte delle tracce.

iii

fra quasi nulla e nulla

resiste e fiorisce bianca la ciliegia.

Kirschgarten im Schnee

i

was einst baum war, stock, hecke, zaun:

unter gehn in der leeren schneeluft

diese winzigen spuren von tusche

wie ein wort auf der seite riesigem weiß:

weiß zeichnet dies geringfügig schöne geäst

in den weißen himmel sich, zartfingrig,

fast ohne andenken, fast nur noch frost,

kaum mehr zeitheimisch, kaum noch

oben und unten, unsichtig

die linie zwischen himmel und hügel,

sehr wenig weiß im weißen:

fast nichts

ii

und doch ist da,

eh die seite, der ort, die minute

ganz weiß wird,

noch dies getümmel geringer farben

im kaum mehr deutlichen deutlich:

eine streitschar erbitterter tüpfel:

zink-, blei-, kreideweiß,

gips, milch, schlohweiß und schimmel:

jedes von jedem distinkt:

so vielstimmig, so genau

in hellen gesprenkelten haufen,

der todesjubel der spuren.

iii

zwischen fast nichts und nichts

wehrt sich und blüht weiß die kirsche.

L’altra è una poesia di Jan Wagner, poeta laureato nel 2017 con il premio Georg Büchner, il maggior premio letterario tedesco; si intitola saggio sulle zanzare ed è tratta dalla raccolta Variazioni sul barile dell’acqua piovana (Regentonnenvariationen, 2014, traduzione italiana di Federico Italiano, Einaudi 2019):

saggio sulle zanzare

come se d’un tratto tutte le lettere
si fossero staccate dal giornale
e stessero come sciame nell’aria;

stanno come sciame nell’aria,
senza dare neanche una cattiva notizia,
muse precarie, scheletrici pegasi,

bisbigliano solo tra sé e sé; fatte
dell’ultimo filo di fumo, quando
la candela si spegne,

cosí leggere che non si potrebbe dire che siano,
paiono quasi delle ombre,
proiettate da un altro mondo nel nostro;

ballano, piú sottili
di un disegno a matita
gli arti; minuscoli corpi di sfinge;

la stele di rosetta, senza stele.

versuch über mücken

als hätten sich alle buchstaben
auf einmal aus der zeitung gelöst
und stünden als schwarm in der luft;

stehen als schwarm in der luft,
bringen von all den schlechten nachrichten
keine, dürftige musen, dürre

pegasusse, summen sich selbst nur ins ohr;
geschaffen aus dem letzten faden
von rauch, wenn die kerze erlischt,

so leicht, daß sich kaum sagen läßt: sie sind,
erscheinen sie fast als schatten,
die man aus einer anderen welt

in die unsere wirft; sie tanzen,
dünner als mit bleistift gezeichnet
die glieder; winzige sphinxenleiber;

der stein von rosetta, ohne den stein.

Entrambe le liriche trattano di segni nell’aria: “aria di neve, vuota”, “cielo bianco” in Enzensberger, “sciame nell’aria” (ripetuto) per Wagner. I segni sono tratti di penna, segni di scrittura: “tracce di seppia / come una parola sul bianco della pagina”, i rami “si disegnano”, una “linea” si offusca, per Enzensberger; e ancora “la pagina”, “puntini”, “tracce”. In Wagner troviamo le “lettere” che si sono staccate dal giornale, arti “più sottili / di un disegno a matita”, non troviamo tracce ma “ombre, / proiettate da un altro mondo nel nostro”, talmente evanescenti, “fatte / dell’ultimo filo di fumo”, così leggere che quasi non si può dire che ci siano; non portano cattive notizie ma in realtà non dicono nulla: “bisbigliano solo tra sé e sé”, sono “scarse muse”; promettono un significato che non trapela: “la stele di rosetta, senza stele”. E, ultima analogia, le lettere-zanzare e i puntini di minimi colori “danzano”, sono in un “tumulto”.

Insomma, benché la prima poesia tratti di un paesaggio le cui linee scompaiono lentamente sotto il bianco della neve, mentre la seconda descrive uno sciame di zanzare, hanno entrambe a che fare con segni difficili da interpretare: nella lirica di Enzensberger, perché stanno svanendo assorbiti nel bianco dell’annullamento, in quella di Wagner perché sembrano lettere, stranamente staccate dal supporto, ma non lo sono, sembra che vogliano sussurrare qualcosa, ma è soltanto un ronzio che risuona nelle loro stesse orecchie, ricordano un enigma, ma senza la pietra che lo fisserebbe e permetterebbe di risolverlo.

Che tuttavia dall’una all’altra lirica sia trascorso mezzo secolo è evidente nella diversa postura del parlante, nella sua diversa disponibilità a investire energia e a scommettere su un senso – disponibilità che fa la forza e il significato di Giardino sotto la neve, mentre è del tutto assente in saggio sulle zanzare.

Giocatore temerario il soggetto lirico del Giardino, poiché il successo, improbabile, è legato alla capacità di distinguere le minime sfumature del quasi indistinguibile appena prima che sprofondi nell’indistinto; di percepire, ancora e ancora, l’ostinatamente polifonico “giubilo di morte” delle tracce, che, per la durata di uno spazio infinitesimale che la poesia enfatizza, danzano ostinatamente sul margine della vita.

È in questo spazio infinitesimale, “fra quasi nulla e nulla”, che la lirica celebra il successo della scommessa, della postura e dell’energia. Perché lì, nel momento che precede la scomparsa, siamo fatti partecipi di una resistenza, di una difesa, di un non cedere (“wehrt sich“). Che cosa resiste e non cede?

Nel giardino di ciliegi quasi assorbito della neve e dal cielo, minime tracce di inchiostro si aboliscono in un disegno bianco su bianco, quasi svaniti anche il ricordo di sé, l’esistenza nel tempo (I strofa); sfumature polifoniche del bianco persistono però ad affermare un individuale e distinto, con accanimento combattono e giubilano, ostinate tracce di individuazione a un passo dal nulla (II strofa); a un passo dal nulla si difende il giardino che sta per essere abolito nel bianco dell’indistinzione, recupera il ricordo della sua identità, recupera il fiore e il frutto che fanno l’identità (III strofa).

Il recupero non avviene, ovviamente, nel modo dell’attualità: non assistiamo al miracolo di ciliegie (rosse) in inverno. Avviene nel modo dell’autocoscienza, dell’autoaffermazione e del ricordo. Avviene nello spazio risicato fra il quasi nulla e il nulla come caparbio atto di belligeranza contro il bianco indistinto e mortale – che naturalmente non scompare: quello che la caparbietà di individuazione riesce a strappargli è una formazione di compromesso. La ciliegia fiorisce splendida e bianca. La (nostra) conoscenza del giardino (che non è il giardino attuale) resiste e lo (ci) salva dal nulla.

Nella poesia c’è una progressione da uno stato di assenza (“ciò che un giorno fu …”) a uno stato di presenza (“resistefiorisce …”). La progressione non è nella cosa osservata ma nello sguardo dell’osservatore: è una funzione della postura e dell’energia del soggetto lirico, che avrebbe potuto limitarsi a registrare la cancellazione delle cose nell’annullamento della nevicata, e invece non si ferma lì. Non si ferma lì perché non accetta che quella sia la conclusione; continua a indagare fino alla scoperta di un residuo e resistente principium individuationis che permette la restaurazione, su un piano superiore di compromesso, della realtà cancellata. Ci troviamo di fronte a un soggetto lirico resistente e attivo, che collabora al mantenimento nell’essere di una realtà costantemente abolita dal suo sprofondare nel nulla.

Consideriamo ora la seconda poesia. Premetto che l’autore, Jan Wagner, è poeta perfetto, ammirato per il possesso della tecnica e la maestria con cui domina la forma (il che, oggi come oggi, non è poco). Tempo fa lo si sarebbe detto poeta squisito – non a caso il titolo di una delle sue raccolte è Diciotto terrine (Achtzehn Pasteten, 2007). In ogni caso – bravo è bravo e riconosciuto è riconosciuto. Vero è che quando gli fu attribuito il premio Georg Büchner la scena letteraria tedesca si divise fra sostenitori e detrattori, imputandogli questi ultimi soprattutto l’assenza di temi relativi all’attualità politica (cosa per cui, dalla mia prospettiva, non lo si può lodare abbastanza); resta il fatto che la sua poesia è riconosciuta come adeguata da una parte rilevante di quella scena e, nella misura in cui valica i confini di lingua, dalla scena internazionale. Nessuna meraviglia dunque che saggio sulle zanzare sia una poesia perfetta, tanto nel ritmo quanto, sul piano semantico, nell’accurata rispondenza delle singole parti fra loro e con il tutto.

Notiamo innanzitutto che la parola ‘zanzare’ compare soltanto nel titolo. La trattazione è invece affidata a metafore, similitudini sincopate, favolose teorie delle origini. Di immagine in immagine, di prova in prova (è da intendere in questo senso il ‘saggio’ del titolo, ted. Versuch) si precisa la realtà del fenomeno. La prima immagine, potente, sono le lettere, distaccatesi tutte insieme dal giornale, che formano uno “sciame nell’aria”. Sembrano benevole, queste lettere, poiché “di tutte le cattive notizie / non ne recano nessuna”; la benevolenza si rivela però piuttosto un’indigenza: sono povere Muse, Muse scarse, non hanno gran che da suggerire né in bene né in male (Italiano traduce, probabilmente per motivi metrici, “muse precarie”, ma l’aggettivo dürftig indica la scarsità, il bisogno). Le mitologiche Muse evocano Pegaso, con cui gli elementi dello “sciame nell’aria” hanno, nel volo, qualche analogia. Ma anche qui, quale differenza! Gli insetti sono Pegasi scheletrici – denutriti: ancora un’immagine della penuria e del bisogno. Muse sprovviste o Pegasi scheletrici, gli insetti non hanno nulla da comunicare: sanno soltanto cantarsi un ronzio nelle orecchie. Fermiamoci ora un attimo e guardiamo cosa ci hanno consegnato i primi sette versi: lettere staccate dal supporto che levitano rimescolate e non veicolano alcun messaggio; ronzio: fenomeno acustico, ipotetico significante, privo però di significato.

Nella parte centrale della lirica – dal verso 8 al verso 13 – siamo confrontati all’origine e consistenza dei minuscoli insetti. Sono fatti “dell’ultimo filo di fumo, quando / la candela si spegne”: anch’essi, come le tracce e i puntini di Enzensberger, esseri di confine, talmente labili che “a stento si può dire che siano”; più che enti in proprio, ombre, “proiettate da un altro mondo nel nostro”. Come la sarabanda dei “colori da nulla” della prima poesia, anche queste ombre danzano – danzano l’inverosimile persistenza di membra “più sottili / di un disegno a matita”.

Con la danza – lo sciame che si libra nell’aria -, ritorna al verso 14 l’immagine iniziale del segno: le parti del corpo sono più sottili di un disegno a matita; ma, simmetricamente all’inizio, la poesia chiude sull’incomprensibilità: i tratti di matita danno forma a enigmatici corpicini di sfinge, e come le Muse evocavano Pegaso, così la Sfinge evoca nell’ultimo, solitario verso la stele di Rosetta: chiave per decodificare la scrittura geroglifica, a cui però manca la stele, mentre ciò che solo sussiste è un enigma senza possibilità di soluzione.

Di questa poesia colpisce la perfezione, il “finito”, la capacità di rendere con precisione la cosa attraverso la metafora, di creare, attraverso la figura, una nuova trasparenza alla realtà. Non so se a proposito di Jan Wagner qualcuno abbia fatto il nome di Théophile Gautier; a me sembra che la poesia di Wagner abbia molto degli Smalti e cammei del poeta dell’art pour l’art, la cui perfezione formale, come noto, era l’altra faccia del disimpegno – un disimpegno di protesta nei confronti di una realtà politica e sociale che emarginava definitivamente l’arte come ininfluente. È la categoria del disimpegno, nella misura in cui la si può applicare alla poesia di Jan Wagner, che vorrei discutere.

Abbiamo detto che Jan Wagner ha ricevuto nel 2017 il premio Georg Büchner, massimo riconoscimento letterario tedesco. Ora Georg Büchner è stato lui stesso un autore quanto mai impegnato, al punto che nel 1835 dovette fuggire dall’Assia e riparare in Francia, a Strasburgo, per aver redatto e distribuito un libello (diremmo adesso, mutatis mutandis, un volantino) pesantemente antigovernativo e rivoluzionario: Il messaggero dell’Assia (il co-autore del pamphlet, il teologo protestante Friedrich Ludwig Weidig, che rifiutò di espatriare, fu arrestato, incarcerato, torturato e, dopo due anni di trattamenti disumani, di fatto suicidato). Nel discorso di ringraziamento in occasione del conferimento del premio, Wagner fa riferimento al Messaggero dell’Assia, ma gli interessa soprattutto che per il trasporto dei compromettenti pamphlet si utilizzò una volta anche un “tamburo per botanici” (eine Botanisierungstrommel): un contenitore cilindrico di latta in cui gli appassionati di botanica trasportavano gli esemplari raccolti – ed è innegabile che le sue raccolte poetiche abbiano qualcosa degli “erbari”, delle collezioni di esemplari. Nello stesso discorso Wagner sembra scusarsi di non avere una testa “allo stesso tempo vulcanicamente poetica e politica” come quella di Büchner. Bene. Non si può biasimare qualcuno perché non fa quello che non è in grado di fare. Ma a parte il fatto che non si tratta qui di distribuire lode o biasimo, l’impegno (o disimpegno) di cui vorrei discutere non è l’impegno politico, ma un impegno a monte, che qualificherei di ‘metafisico’, e del quale si può eventualmente vedere, ma in un secondo tempo, se e in quali rapporti sta con l’impegno politico.

Mentre nella poesia di Enzensberger è implicito nella dimensione estetica un impegno a sostenere la realtà, una solidarietà fattiva che presuppone e sollecita quella del lettore, l’Io lirico del saggio sulle zanzare offre una solidarietà pallidamente emotiva che rimane esterna alle cose, non le modifica in nulla, assiste sorridente al loro problematico dispiegarsi, al loro rimanere incagliate qua e là (per le zanzare alla soglia dell’intelligibilità), al loro dover fare i conti con l’assenza e la disparizione. Se in Wagner è innegabile una simpatia per gli oggetti del poetare, questa simpatia non si esprime nel comune impegno a essere, ma in una affabile ironia (altro elemento che lo avvicina a Gautier), che per quanto affabile non può che marcare una distanza: distanza dell’Io lirico dal suo oggetto, e distanza dell’oggetto, delle cose, dall’Io lirico e dal lettore. Noi, lettori di Jan Wagner, non siamo implicati: da una parte ci siamo noi, dall’altra le cose, nessun rapporto possibile se non quello di una benevola ironia, di uno sguardo in apparenza carezzante, in realtà impegnato a elaborare, senza alcun rammarico, figure del distacco e dell’assenza.

Aris Fioretos, “laudator” di Jan Wagner in occasione del conferimento del Georg-Büchner-Preis, cita a proposito della sua poesia “i pittori olandesi, quei calvinisti del XVII secolo che, di fronte al divieto di rappresentare temi religiosi, caricarono un boschetto, delle verdure, un pesce su un pezzo di carta di una luce particolare, come se nei minimi dettagli della vita quotidiana risiedesse una forza superiore”.

Di questo accattivante parallelo tratterrei soprattutto il “divieto di rappresentare temi religiosi”, cioè, per l’epoca e l’ambiente, gli unici realmente rilevanti. Ora è chiaro che non possiamo parlare, oggi, di divieti; ma possiamo parlare dell’impossibilità – non dell’incapacità di un singolo poeta, ma proprio dell’impossibilità per la poesia lirica – di trattare di temi rilevanti; o meglio di trattare di qualcosa in termini rilevanti. Jan Wagner, che è un poeta con tutti i crismi e non certo un velleitario o un imbrattacarte, è un esempio di questa impossibilità. Certamente le zanzare, i tovaglioli, le lenzuola, i prugnoli ecc. delle sue poesie sono investiti da una luce particolare (dicevamo: è Poeta); ma sono lontani da lui e da noi come se si trovassero oltre un insuperabile braccio di mare. Isole meravigliose e, ahimè, irrilevanti.

LA VENDETTA DELLE LUMACHE ASSASSINE (Le storie del Cappello Floscio 2)

Camillo Langone

Non che mi facciano gastronomicamente impazzire le lumache, le ho comprate, le ho lavate con aceto e sale, le ho buttate nell’acqua bollente, gusci, cornini e tutto, le ho estratte con un coltello, le ho affogate nella salsa di pomodoro, le ho cosparse di origano e peperoncino per onorare mia nonna (è una ricetta lucana) e per ubbidire al Dio di Genesi 9,3: “Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo”.

(qui )

[Questo che segue è un racconto dell’orrore. Gli stomaci deboli sono pregati di astenersi. Qualora non vogliano astenersi, non mi vengano dopo con delle lagne umaniste.]

Era legato come un salame. Avvolto nel mantello e il mantello stretto nelle corde, l’unica parte libera la testa col cappello floscio. Le corde arrivavano fin sotto le ginocchia, riusciva a malapena a muovere dei passettini corti corti, ma non era un problema perché le due lumache che tenevano i capi della corda avanzavano molto lentamente. Non capiva come fosse potuto succedere. Anzi, non capiva nemmeno bene cosa fosse successo. Due minuti prima – almeno così gli sembrava, ma si sentiva confuso e non era più tanto sicuro – due minuti prima si trovava in un allevamento di lumache e ricordava perfino – questo sì lo ricordava bene – di essersi scandalizzato perché l’allevatore che gli spiegava come cucinarle, arrivato al momento in cui bisogna buttarle vive nell’acqua bollente aveva detto: poverine!

Ma poverine cosa, poverine chi, poverino quel minchia dell’allevatore, poverino! Non era tutto perfettamente in linea con Genesi 9,3? Non era quindi permesso, anzi a ben guardare comandato, buttare le lumache vive nell’acqua bollente? Che poi se le lumache non ti piacciono fai azione ancor più meritoria.

Lo sdegno per il poverine! lo aveva ripreso, fu soltanto un’irregolarità del terreno, che lo fece incespicare e quasi cadere, a riportarlo alla situazione presente. Situazione ben strana, bisognava ammettere. Tanto per incominciare, chi lo aveva legato così? E dove stavano andando, attraverso quel tunnel scavato nella roccia? Ma soprattutto, com’era possibile che nell’allevamento producessero lumache di quelle dimensioni? Erano molto più grandi di un pollo, di una gallina, di una mucca… Un momento! c’era un problema di dimensioni. Era chiaro che lumache così non sarebbero mai entrate nella sua pentola Alessi. Avrebbe dovuto comprare un pentolone, anzi un paiolo, anzi un paiolo enorme, e chissà se Alessi faceva paioli. Cercò di ricordare se ne avesse visti sul catalogo.

Continuava a distrarsi, e intanto la situazione non migliorava. Nonostante le protezioni di cui godeva cominciò a sentirsi vagamente inquieto. Allora, come sempre quando si sentiva inquieto (ma a dir la verità non accadeva quasi mai, e perché avrebbe dovuto sentirsi inquieto?) si raccolse e indirizzò una giaculatoria in forma di richiesta al Dio di Genesi 9,13. Aveva un filo diretto, le sue giaculatorie viaggiavano su corsia preferenziale. Infatti arrivò quasi immediatamente il cablogramma telepatico di risposta: “Attendere prego. Stiamo geolocalizzando.” Strano questo messaggio; invece di tranquillizzarlo, aumentò la sua inquietudine; stilisticamente atipico; non sembrava neanche che venisse dal Dio ecc. Inoltre quell’Attendere prego… Attendere prego… continuava a girargli per la testa e gli toglieva lucidità. Per fortuna la geolocalizzazione non prese troppo tempo, ma il cablogramma lo gelò: “Territorio fuori giurisdizione. Impossibile intervenire.”

Fuori giurisdizione? E cosa voleva dire? Non era il Dio ecc. Dio del cielo e della terra e dell’intero universo e di tutte le cose visibili e invisibili e pure di quelle che adesso eventualmente mi sfuggono? Come poteva esserci un residuo? Sospettò che la sua giaculatoria fosse stata intercettata e deviata verso le riceventi del Nemico. Poi l’evidenza lo colpì come una sciabolata di luce: Ecco cos’era! Si trovava in mezzo agli Infedeli! Colpa del Papa e della sua fottuta enciclica che confondeva i confini. Aveva dovuto passare un confine senza avvedersene. E ecco che era tagliato fuori dal Dio di Genesi, dal Dio di Esodo, dal Dio di tutto il Pentateuco! Ebbe una mezza idea di telefonare a Salvini, ma a parte che legato com’era non sarebbe riuscito a arrivare al cellulare, da qualche parte sapeva benissimo che se Salvini andava bene da citare qua e là, provocatoriamente, negli elzevirucci che gli pubblicavano per il solletico della provocazione, non era però persona da farci affidamento.

Nel frattempo parve che fossero arrivati dove lo stavano portando. Si trovava ora in una vasta caverna, scavata nella medesima roccia nera del tunnel. Su un lato, in un focolare immenso sormontato da un camino che si perdeva nel buio e nella roccia, bruciava un grande fuoco, grande tanto da poterci arrostire tre buoi, e sul fuoco, appeso a una catena di cui non si vedeva la fine, bolliva un enorme paiolo Alessi. Ah – fu il suo primo pensiero – vedi che li fanno! Poi pensò di guardarsi attorno. Dritto di fronte a lui, su una specie di alto basamento di roccia provvisto di braccioli e schienale e sormontato da un baldacchino, stava, comodamente adagiata, una lumaca veramente gigantesca che doveva essere, lo capì subito, la Grande Lumaca. Intorno, come si conveniva a un monarca, consiglieri, cortigiani, paggi, eccetera. Notò che la scena, imperfettamente illuminata da molte candele, aveva qualcosa delle illustrazioni del Doré per il Gargantua. Udì il Gran Ciambellano che dopo aver picchiato tre volte a terra col bastone annunciava: “La Cena del Re!”

Si aspettava di vedere entrare, portata dai paggi, la tavola imbandita e riccamente addobbata, ma nulla del genere si produsse. Invece, si sentì tirato un po’ in avanti dalle due lumache che lo scortavano. Capì che la cena era lui.

La Maestà sotto il baldacchino accennava di sì col capo, approvando la vivanda, e le due guardie ai suoi lati iniziavano già una manovra per voltarsi e trascinarlo verso il pentolone. Ma lui non era animale da darsi per vinto così facilmente. “Un momento! – esclamò – Homo sapiens non è una specie commestibile!” Il Lumacone rise scuotendosi tutto: “Commestibilissima invece! E anche molto buona!”

I cortigiani sghignazzavano della più bella, un po’ per compiacere il sovrano, un po’ perché quel gambero era davvero divertente. Ebbe però la fortuna di individuare, in mezzo alla folla ai lati del seggio reale, una lumaca occhialuta, abbigliata in modo più dimesso delle altre e che sembrava annoiarsi. Era sicuramente il filosofo di corte. Con gli elementi che aveva a disposizione – ben pochi, ahimé: la foggia un po’ antiquata degli orpelli, una certa aria da ancien régime – cercò di valutare a che punto fossero con la filosofia. Se non erano ancora arrivati a Foucault aveva delle buone chance; se invece Foucault era sbarcato anche nel paese delle lumache, tanti saluti. Bisognava provare.

“Forse non mi sono espresso bene – disse più pacatamente guardando fisso gli occhiali del filosofo. “Noi siamo la specie che mangia. Non quella che è mangiata.” “Ah, – disse il filosofo – e questo chi lo dice?” Il Cappello Floscio si sentì gonfiare il petto, trionfava. “Lo dice la Genesi. Capitolo 9 versetto 13, prego.” “Che è questa gennesi, Maurizio?” chiese il Lumacone che voleva andare a cena. “Un loro libro sacro Maestà. Almeno credo.” “Embè? E noi c’abbiamo ‘l nostro, no? Che dice che mangiando i gamberi si fa la volontà di Dio. “Ma qui siamo di fronte a un grosso equivoco!” si precipitò a dire il Cappello Floscio cambiando radicalmente strategia. “Io non sono un gambero! Io sono un uomo, homo sapiens, non sono da mangiare!” “Flatus vocis – replicò il filosofo con sufficienza. “Noi vi chiamiamo gamberi e vi mangiamo”. “Ecco appunto, – concluse il Lumacone – sbrighiamoci. Piuttosto – aggiunse colto da un dubbio e protendendo i corni per vedere meglio – non è che è precotto, delle volte? C’ha un colore…” “No no, – si affrettò a rassicurarlo il maître – è vero che sembra un po’ lesso, ma è roba freschissima.” “Ah, meno male, perché mi ricordo uno zampone, l’anno scorso…, una vera schifezza.”

Mentre il Re Lumacone riandava con la memoria allo zampone precotto dell’anno precedente i garzoni di cucina lavavano il Cappello Floscio, corde mantello e tutto, con aceto e sale. Solo il cappello floscio si perdette nell’operazione. Il maître si avvicinò con l’aria di voler controllare. “Siamo sicuri che è spurgato? – mormorò ai garzoni di cucina. “Così ci ha assicurato l’allevatore – risposero quelli, e senz’altro lo sollevarono col gancio e lo calarono nel Gran Paiolo Alessi colmo di acqua bollente leggermente salata.

Allora il Cappello Floscio urlò. Cioè, voleva urlare, ma l’acqua bollente gli entrava nel gargarozzo cuocendogli le interiora. Durante il lavaggio con aceto e sale le corde si erano un po’ allentate. Nuotò verso il bordo e cercò di issarsi fuori dal paiolo. Due volte tentò e fu ricacciato giù dai forconi degli aiuto-cuochi. Il bambini-lumachini saltavano e strillavano: “Guarda mamma, il gambero vuole uscire, il gambero vuole uscire!”. Ma il divertimento durò poco, perché dopo quei due tentativi, del Cappello Floscio non si vide né si udì più nulla.

Cioè no, vedere lo si vide ancora: lungo disteso a faccia in giù su un bel vassoio che dodici lumachelle bellocce deposero davanti al sire. E gli porsero la forchettina da aragosta con la quale, ben conficcata nella nuca, egli estrasse abilmente ciò che restava del Cappello Floscio dal suo naturale involucro di tabarro padano.

“Vogliamo affogarlo nella salsa di pomodoro? – chiese il filosofo. Il Re Lumacone scosse la testa: “No, meglio la maionese. Per onorare la mia prozia e per ubbidire al Dio di Calvé 9,3: ‘Quando mangerai carne lessa, la intingerai nella maionese.'”

E così fecero.

CONCLUSIONE PROVVISORIAMENTE DEFINITIVA

Conclusione provvisoriamente definitiva del ventuno ottobre duemilaventi:

Irrilevanza della poesia lirica contemporanea.

Ha la stessa rilevanza di un diario intimo molto curato, redatto per se stessi in una lingua fortemente idiolettica.

La rilevanza di qualsiasi diario intimo dipende in linea di massima da un’unica ma fondamentale circostanza: che l’autore abbia o no prodotto qualcos’altro di rilevante.

Immagino sia per mascherare l’irrilevanza che la poesia lirica ha risolutamente intrapreso la strada della faticosità tordicervello.

Ancorché le attese vadano generalmente deluse, dal romanzo siamo ancora in diritto di aspettarci qualcosa. Dalla poesia lirica sembra difficile.

GIUSEPPE GENNA E L’ENIGMA DEL PROLASSO

“Mi sia permesso il prolasso e l’accusa ai coetanei, alla fraternità spezzata e ritrovata su altri piani, su orizzonti altri.”

Giuseppe Genna, La Reality imposta dal virus: l’eclissi dell’intellettuale

L’altro giorno Minima&moralia ha pubblicato “un estratto dalla versione 4.0 di  Assalto a un tempo devastato e vile di Giuseppe Genna” (qui). Mi sono sentita in dovere di leggerlo, benché per noi anziani che non abbiamo la mente web-conformata orizzontale la lettura della sua prosa risulti estremamente faticosa.

Il problema è l’orizzontalità. Genna prende solitamente l’avvio da un assunto che ha trovato in giro – nel senso che lo si trova a ogni angolo di strada -, e che ha inoltre il vantaggio di essere semplice, cioè non ulteriormente sviluppabile, e immediato, vale a dire che non necessita di chissà quali fondazioni bensì, trovandosi appunto ad ogni angolo di strada, è facilmente e addirittura inavvertitamente introiettato da chiunque.

L’assunto è che ci troviamo in un tempo apocalittico. A partire da questa constatazione ultimativa e inemendabile, quindi impossibile da approfondire, che fa Genna? Si muove nell’unica direzione possibile: in orizzontale. Allarga. E lo fa dalla postura monotonale in cui si è specializzato: l’indignazione.

Come il fango freddo fuoriesce sobbollendo dal centro di una salsa piatta, così l’habitus indignativo di Genna secerne inarrestabili colate di parole che si espandono e occupano superficie; ma se si va a guardare sono tutte metafore: immagini che si gonfiano e partoriscono altre immagini, che partoriscono altre immagini, che partoriscono altre immagini – e dopo venti o trenta righe di ossessive figliazioni pervengono a un punto fermo; ma non perché si sia giunti a una conclusione qualsiasi – no, è solo una questione di ritmo: un rallentare dell’abbrivio, un modulo più breve e una sosta indicano che il Genna sta prendendo fiato per ripartire.

Questo tipo di scrittura, caratterizzato dall’inettitudine dello scrittore a elaborare e maneggiare concetti che sostengano anche implicitamente la sua scrittura, per cui, quando idea deve essere, è obbligato a fare ricorso al concetto più generale che corre le strade, nella forma che corre le strade, è un’invenzione di Antonio Moresco. Ma mentre Moresco la applica – o meglio la applicava, sarà meglio parlare al passato – come un’invenzione sua e nuova, quindi con grande novità, serietà, precisione di immagini e di lingua che nelle cose migliori originava effettivamente in una visione, nell’epigono l’assenza di visione è malamente rimpiazzata dall’habitus stilistico della veemenza, sempre quella e sempre uguale, che dovrebbe giustificare il proliferare incontrollato e in ultima analisi autoproducentesi di una vera e propria diarrea di immagini.

Stando così le cose, non stupisce che quando dovrebbe esibire un pensiero minimamente autonomo Genna lo faccia in modo così sibillino e involuto, così circonvoluto nel suo autoriale idioletto da risultare del tutto incomprensibile, ma da suscitare allo stesso tempo nel lettore non avvertito l’idea che la mancata comprensione sia un problema suo, del lettore che non ci arriva, mentre è il prodotto obbligato della debolezza di logos che l’autore cerca di mascherare.

E nemmeno può stupire che nel profluvio di parole, efficace solo in quanto profluvio, la singola parola perda di peso e di interesse, vagoli incerta, incertamente sostenuta da quella che segue o precede e tenuta in piedi, in fondo, soltanto dalla fermissima intenzione dell’autore di essere un autore. Genna stesso non ha tanto il controllo. Ha perso, se mai l’ha avuta, la presa sulla lingua, adopera un po’ quel che gli capita sottomano, prende pavoni per tacchini – per farla breve, in un delirio di onnipotenza si è convinto che le parole debbano piegarsi alla sua volontà (oscuramente) significante e dimenticare quello che di per sé e per il resto dei parlanti vogliono dire. Non mi spiego altrimenti la frase citata in esergo. Cos’è, per Genna, un prolasso? Approfondite ricerche lessicali non mi hanno aiutato. Escludendo, come poco probabile, il prolasso uterino, per quale organo allentato e cedente Genna chiede il permesso di prolassare? È un problema di argomentazione o di pavimento pelvico? E in che modo il prolasso dell’organo si lega all’accusa ai coetanei? Per me altrettanti misteri che vorrei che qualcuno mi aiutasse a risolvere.

Nel frattempo, avvertendo qualche dolore al basso ventre, mi sono affrettata a recarmi dal retore, il quale fortunatamente mi ha assicurato che non c’è prolessi.

AUTUNNO

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Già lo sentimmo venire – dice Cardarelli – nel vento d’agosto. Ieri c’è stato vento, le temperature si sono abbassate, le giornate si accorciano, da lontano c’è odore di autunno. Stagione perfetta, pericolosa ai melancolici, oggi detti bipolari, che pure ne sono affascinati.

L’atrabile, o bile nera, con sede nella milza[1], uno dei quattro umori corporei della medicina ippocratica, il cui eccesso è causa della melanconia o inadeguatezza al vivere, fermenta in autunno, con conseguenze spiacevoli per gli atrabiliari; d’altra parte col vantaggio di offrire una visione dei confini; un’esperienza che vale la pena, sempre che la si regga.

Per fissare sul calendario, com’è l’uso della meteorologia clinica, il sentore d’autunno, offro la traduzione di due poesie. La prima è di Hölderlin, molto nota. Se ne trovano diverse traduzioni su internet. Come con le ricette di cucina, vi do la mia:

METÀ DELLA VITA (1805)

Di pere gialle si inclina

E colma di rose selvagge

La terra nel lago,

O cigni amanti,

E voi ebbri di baci

Tuffate il capo

Nell’acqua sobria lustrale.

Ahimè, dove prendo, quando

È inverno, i fiori, e dove

La luce del sole

E ombra della terra?

I muri stanno

Senza parola e freddi, al vento

Tintinnano le banderuole.

HÄLFTE DES LEBENS

Mit gelben Birnen hänget

Und voll mit wilden Rosen

Das Land in den See,

Ihr holden Schwäne,

Und trunken von Küssen

Tunkt ihr das Haupt

Ins heilignüchterne Wasser.

Weh mir, wo nehm ich, wenn

Es Winter ist, die Blumen, und wo

Den Sonnenschein,

Und Schatten der Erde?

Die Mauern stehn

Sprachlos und kalt, im Winde

Klirren die Fahnen.

La seconda è di Paul Celan:

L’ETERNITÀ (da: Papavero e memoria,1952)

Corteccia dell’albero notturno, coltelli nati da ruggine

Ti sussurrano i nomi, i cuori e il tempo.

Una parola, che dormiva quando la udimmo,

sguscia sotto il fogliame:

loquace sarà l’autunno,

più loquace la mano che lo raccoglie,

fresca come il papavero dell’oblio la bocca che la bacia.

DIE EWIGKEIT 

Rinde des Nachtbaums, rostgeborene Messer

flüstern dir zu die Namen, die Zeit und die Herzen.

Ein Wort, das schlief, als wirs hörten,

schlüpft unters Laub:

beredt wird der Herbst sein,

beredter die Hand, die ihn aufliest,

frisch wie der Mohn des Vergessens der Mund, der sie küsst.

La poesia di Hölderlin è stata composta un paio d’anni prima dell’ottenebramento dovuto a schizofrenia catatonica. Quella di Celan, invece, precede di comodi venti il suicidio.

Buon autunno.

[1] Cfr. l’etimologia dell’inglese spleen: lat. splen, vale a dire milza

Vitaliano Trevisan, WORKS

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Vitaliano Trevisan, Works, Einaudi Stile Libero Big, € 22,00

Com’è, mi chiedo, che mi trovo incastrata in questo grosso libro di Vitaliano Trevisan? Un autore che da tempo mi incuriosiva, ma mi irritava la sua fisionomia sempre un po’ strafottente, a metà fra Putin e un pusher; che mi faceva l’effetto di un Rimbaud invecchiato, che ancora non ha deciso se dedicarsi alla letteratura o a altri traffici. Poi quella fama di avere rifatto Bernhard in italiano. In breve, prima di partire con le riflessioni su Works sono necessarie alcune premesse.

(Premessa n° 1) In un’intervista rilasciata nel febbraio 2016 a Giancarlo Perna per Libero, Franco Cordelli, alla domanda “Rispetto alle grandi letterature estere che posto ha la nostra?”, risponde: “Non esiste”. Se si considera la domanda riferita alla letteratura italiana dalla fine degli anni Settanta in poi, non si può che essere d’accordo. Però insomma, sia un residuo di orgoglio nazionale, sia che senza buona letteratura una nazione va a puttana (ma purtroppo, reciprocamente, senza una buona nazione la letteratura va a puttana), si continua a sperare – e a cercare. Quindi

(Premessa n°2) avendo letto su LPLC, in calce a un articolo di Gianluigi Simonetti, critico che stimo, la seguente dichiarazione dello stesso Simonetti: “Limitandomi alla narrativa italiana, e premesso che come al solito ho letto una minima parte di quello che è uscito, i libri più belli che ho incrociato nel 2016 sono i nuovi di Trevisan e Starnone e Memorie di un rivoluzionario timido di Bordini”, ho pensato che era giunto il momento di Trevisan. Oltretutto,

(Premessa n° 3) prima di cominciare la lettura, ho trovato, sempre su LPLC, un’intervista, da cui estrapolo il seguente passaggio:

ADAMO: Hai parlato a proposito dei tuoi testi e dei tuoi romanzi di togliere narratività… TREVISAN: Col romanzo già partiamo male. Tanto per cominciare non credo di averne mai scritto uno, e poi non ne leggo. Credo che sia una forma che ha rinunciato a svilupparsi. Non sono interessato alla letteratura di trama.

Questo mi piace, mi piace il disinteresse per la letteratura di trama, e anche il fregarsene che la trama, a furor di popolo, sia tornata di moda. Inizio la lettura con grandi aspettative.

Works è l’autobiografia lavorativa di Trevisan, cioè il resoconto di tutti i lavori che ha svolto, a partire dalle vacanze estive quando era studente all’Istituto Geometri fino all’inizio della sua seconda vita, cioè fino a quando ha potuto smettere di lavorare per dedicarsi esclusivamente alla letteratura, passati i quaranta. Il resoconto di tutti i lavori. Uno dietro l’altro, un capitolo dietro l’altro. Per 651 pagine. Trevisan racconta bene, ha una scrittura interessante, autonoma da Bernhard (scomparso il “calco da Bernhard” che lamentava Cordelli, e che, ad esempio nei Quindicimila passi, è spudoratamente ostentato, nei temi ancor più che nella sintassi e negli stilemi; resta una predilezione per il periodo lunghissimo e articolato che però qui è qualcosa di completamente suo), raramente è noioso, e i capitoli irritanti, che sembrano messi lì per épater le bourgeois (il lavoro “sottotraccia” di smercio e commercio di vari tipi di droga, una certa vocazione alla carriera di picchiatore, il progetto di passare risolutamente all’attività criminale vanificato non da un ripensamento ma dalla defezione dell’amico fidato, che sceglie inaspettatamente di continuare a menare, sì, ma dalla parte delle guardie), questi capitoli si concludono velocemente poco più in là dei vent’anni.

Lettura insomma per nulla pesante, spesso interessante (nel senso di una precisa e nient’affatto scontata definizione dei fenomeni, che è già un piacere estetico, anzi per me è il piacere estetico) – e tuttavia, intorno a pagina 150, si può essere autorizzati a chiedersi cosa ci abbia trovato Gianluigi Simonetti. Perché, insomma, un lettore dovrebbe interessarsi a tutti i lavori (651 pagine) attraverso i quali è passato Vitaliano Trevisan prima di poter campare di letteratura?

Fra i numerosi interessi di Simonetti quali si desumono dall’elenco delle sue pubblicazioni, c’è anche il nuovo realismo, nel romanzo italiano e non, come possibile pista per il superamento del postmoderno. In questo senso il libro di Trevisan, che esclude programmaticamente la finzione anche nella forma ibrida dell’autofiction, potrebbe rappresentare una forma conseguente, radicale e riuscita di realismo. Tanto più che Works non è nemmeno un’autobiografia, dal momento che ci restituisce sì tutta una parte della vita dell’autore, ma appunto solo una parte, e che se questa parte ha dei confini cronologici precisi (1976, primo lavoro – 2002, ultimo lavoro), ciò che la determina e caratterizza, l’aspetto che sovrintende alla scelta della materia da esporre non è di natura cronologica bensì morale, o sociale, o materiale: la necessità, vissuta come costrizione, di lavorare. Non è quindi una narrazione della libertà dell’io ma della sua lunghissima schiavitù, e cessa nel momento in cui Trevisan, ora sceneggiatore e attore di un film di livello, può riscattarsi e diventa, da schiavo, liberto. È altresì indubbio che la qualità di questo realismo sarà fuori discussione, dal momento che la realtà che si scontorna nella scrittura è una realtà “contro”: indipendente, opposta e antitetica all’io. Nessuna tentazione di idealismo, romanticismo, sentimentalismo, psicologismo; ma nemmeno di minimalismo o riduttivismo; non servono: nient’altro che la lotta fra il protagonista e la realtà – anche familiare, ma soprattutto lavorativa – per chi dei due modificherà maggiormente l’altro. La struttura di molte delle esperienze presentate è in fondo la stessa: modificare per non farsi modificare – fermo restando che il lavoro modifica comunque. In ogni caso il protagonista non ha, come ci si potrebbe aspettare, nei confronti del lavoro-costrizione un atteggiamento passivo. Da qualche parte nel libro l’autore dice (cito a memoria) che un malinconico è sempre un osservatore, e viceversa. Da buon malinconico (e da buon geometra) Trevisan osserva i luoghi di lavoro, li analizza, si fa uno schema delle strutture (il lavoro di mappatura che diventerà ossessivo nei Quindicimila passi), ne individua i punti di forza e di debolezza, elabora proposte di miglioramento che qualche volta vengono accolte, qualche volta non ce la fanno a smuovere l’inerzia che è la vera forza reattiva (in senso nietzschiano) abbarbicata a ogni attività umana, soprattutto collettiva. Insomma, una volta entrato nella costrizione del lavoro, Trevisan non la subisce passivamente; e tuttavia, anche a un passo dal successo economico e di carriera, non ci si trova bene.

Che il punto del libro (se non altro per il lettore) stia nel rapporto che la scrittura intrattiene con la realtà mi è, in un certo senso, confermato dalla bella e dotta recensione di Cortellessa. Dopo debita e approfondita esegesi della medesima, mi pare che il punto fondamentale, almeno per i miei scopi, si trovi immediatamente nell’incipit:

“In quello che è il suo libro più metalinguistico, in quanto il più autobiografico («la distanza tra la letteratura e la vita è minima, o nulla», avvertiva il mentore Giulio Mozzi in un vecchio risvolto di copertina), e dove dunque il nume tutelare per una volta non è tanto Thomas Bernhard quanto – per restare murati nel perimetro soffocante dell’infelix Austria – Ludwig Wittgenstein, ci sono almeno due fra i tanti “mestieri strani”, fra quelli qui allineati con nevrotico puntiglio da Vitaliano Trevisan, che si prestano a meraviglia quali metafore del suo scrivere.”

Per chi voglia sapere quali siano questi due mestieri, non posso che rimandare al seguito del pezzo di Cortellessa (che vale veramente la pena). Quello che qui mi interessa sono gli aggettivi metalinguistico, autobiografico, e la breve citazione dalla bandella di Mozzi (da Standards vol.1, Sironi 2002). Ci troviamo, sembrerebbe, di fronte al caso limite di una scrittura che rifiuta la letteratura (nel senso di qualsiasi “filtro” letterario, fosse anche l’uso, consapevole o inconsapevole, di una figura retorica), che rifiuta già la semplice “intenzione” di letteratura[1] e cerca l’aderenza alla realtà (di nuovo, sul filo del segmentatissimo iter lavorativo, mappe, misure, descrizioni, materiali e metodi delle procedure di progettazione e produzione); ma naturalmente, poiché questa realtà la abbiamo nella forma di una scrittura che è frutto di riflessione (lunga riflessione, a quanto ci dice l’autore), di nuovo letteratura. Forse, appunto, una nuova letteratura. L’ipotesi è avvincente. Una strada, a quel che so, poco o per nulla percorsa.

Paolo Bonari, in una sua recensione[2] su minima&moralia, chiede: “Perché […] questo non è un romanzo?” e si risponde: “Questo non è un romanzo perché manca di struttura simbolica e procede per accumulazione, manca di quel qualcosa che lo tenga unito che non sia la brossura”. Non sono d’accordo. Non che non sia un romanzo, perché non lo è né vuole esserlo, ma che manchi di struttura simbolica. La struttura simbolica è data da due espressioni sempre in corsivo nel testo: la prima vita e la seconda vita: la vita sottoposta alla galera biblica del lavoro e la vita causa sui: che ha in sé la sua causa finale (la scrittura) e può perseguirla senza vincoli. L’accumulazione lamentata da Bonari – che in effetti in sé genera angoscia – riguarda soltanto la prima vita, e se è vero che Trevisan, in questo libro, quasi nulla ci dice della seconda, il suo essere una possibilità infine realizzata investe di senso tutta la prima e la sua accumulazione – un po’ come per i credenti la prospettiva della vita eterna (di cui nessuno, nevvero, è in grado di dire qualcosa) riverbera un senso sulla vita terrena e il suo sgranarsi insensato nel tempo.

Lettori e recensori (nonché la quarta di copertina) non mancano di sottolineare l’”ambientazione” del libro: “il lavoro nel luogo in cui è una religione, il Nordest, dagli anni Settanta fino agli anni Zero” (dalla quarta di copertina, appunto). Io non ne dirò nulla, perché del Nordest non me ne frega niente[3]. Vorrei invece esporre una mia piccolissima riflessione, che non ha niente a che vedere né col Nordest né con gli anni dai Settanta agli Zero, e che riguarda eventuali affinità col romanzo picaresco. Benché il libro di Trevisan sia quasi interamente ambientato a e intorno a Vicenza, in fondo a due passi da casa – quindi niente avventura, scarso folklore, e soprattutto niente colore –, come nel romanzo picaresco il protagonista, qui come là in cerca di impiego, passa attraverso una lunga serie di “casi” infilati uno dietro l’altro, senza reale progressione, fino a un punto mediano che ha tutte le apparenze del successo inaspettatamente raggiunto o quantomeno a portata di mano, e che genera un atto di hybris con conseguente caduta (“La caduta” è precisamente il titolo del capitolo che segue l’“apogeo” lavorativo del protagonista). Anche la conclusione (in entrambi i casi positiva) è simile: il protagonista del romanzo picaresco non raggiunge né la felicità né la realizzazione; e tuttavia la conclusione marca un progresso categoriale: dall’essere “in balia di”, sballottato dal caso, dalla fortuna, dagli annunci sul Giornale di Vicenza e non da ultimo dalla propria vanità, a una situazione di relativa quiete, di migliore vivibilità.

 

[1] A questo filtro e a questa intenzione si riferisce Trevisan, credo, in un’intervista, quando a proposito di Simona Vinci dice: “Tutto quello che scrive Simona mi spiace da subito perché sento che non è autentico. C’è un filtro che le impedisce di passare sulla pagina. Ma lei sa che lo penso.” Oltre che di Simona Vinci, questo si potrebbe dire naturalmente di una marea di altri autori.

[2] Paolo Bonari sembra non sapere o dimenticare, con effetti quasi umoristici, che Trevisan programmaticamente non ha interesse per il romanzo; lo rimprovera più o meno implicitamente di non scriverne, e da ultimo lo esorta esplicitamente a farlo.

[3] Mi ritengo autorizzata a questo genere di giustificazione perché Trevisan stesso, a quanto è dato desumere da interviste reperibili sul web, sembra considerare il “non me ne frega niente” argomento valido e ultimativo. È vero che lui è Trevisan e io non sono nessuno, ma è altrettanto vero che i modelli, dove piacciono, si imitano. E questo mi piace un sacco.

 

Bruno Schulz, L’EPOCA GENIALE e altri racconti

L'epoca geniale(4)

Bruno Schulz, L’epoca geniale e altri racconti, Einaudi 2009, € 10

 

[Circa un mese fa parlavo di una riflessione sulla letteratura visionaria, originata da un’interessante discussione con Il collezionista di letture. La riflessione continua a lavorare nella mia testa, nonostante stimoli e distrazioni diverse, e ho pensato di mettermi all’opera leggendo per incominciare un autore che non conoscevo e al quale sono arrivata grazie all’eccellente recensione dello stesso Collezionista: il polacco Bruno Schulz. Ecco intanto il mio compte rendu, poi vedremo come continuare.]

Questo tascabile Einaudi riunisce dieci racconti tratti dalle due raccolte che l’autore pubblicò in vita: Le Botteghe color cannella (1933) e Il sanatorio all’insegna della Clessidra (1937). I racconti, cinque da ogni raccolta, sono stati scelti da David Grossmann che è anche autore del saggio pubblicato in appendice al volume (saggio in cui però Grossmann si occupa quasi esclusivamente di ricostruire, sulla base di testimonianze e con una allure quasi da istruttoria, le circostanze esatte della tragica morte di Schulz, ammazzato nel novembre 1942 nel ghetto della sua città natale, in strada, da nazisti tedeschi o ucraini, nel corso di una delle frequenti “cacce all’ebreo”).

La scelta di Grossmann, mi pare, risponde a un criterio di qualità (i dieci racconti sono tutti di qualità elevatissima), ma anche di omogeneità: se un lettore, come è stato per me, legge prima il presente volume e poi l’opera omnia di Schulz (Bruno Schulz, Le botteghe color cannella. Tutti i racconti, i saggi e i disegni, Einaudi 2001) si accorge che non tutto è così consonante. C’è, in diversi racconti, un tono “scuro”, da scialbo incubo se vogliamo, che Grossmann ha “espunto” dalla sua antologia. Ad esempio racconti magistrali come Il Sanatorio all’insegna della Clessidra, Il pensionato o anche il brevissimo Solitudine non sono stati accolti, presumo, perché si situano di là dal confine della vita, nel territorio della morte, e benché la poetica di Schulz tenda a ignorare questo confine, a dichiararlo vano e apparente, a dissolverlo nella ridda delle metamorfosi a cui la parola creatrice chiama la materia, tuttavia anche per Schulz la morte è in qualche modo distinta dalla vita, e i personaggi che si agitano nel paesaggio incolore del “dopo”, del tempo modificato e fasullo, hanno qualcosa di grigio, di inane, ispirano la pietà che si prova per gli sforzi reiterati e inutili.

Omogeneità di tono dunque nella (geniale) antologia di Grossmann; un tono che sarebbe superficiale e riduttivo definire “ottimista”, ma che senza dubbio partecipa dell’ottimismo divino al momento della creazione. E diciamo subito, già che ci siamo, che due dei racconti più potenti, due vere meraviglie, Il Libro e L’epoca geniale, inseriti da Schulz nella seconda raccolta, sono per sua propria ammissione due capitoli del romanzo Il Messia a cui egli stava lavorando, e il cui manoscritto si è perduto nel caos e nelle distruzioni della guerra. Diciamo anche che nessuno dei racconti in cui più è evidente il “paganesimo panico” in cui Schulz pure si era riconosciuto (ad esempio Agosto o Pan) compare nell’antologia. Insomma si ha l’impressione che Grossmann ci offra una lettura “ebraica” di Schulz, che se ha l’inconveniente di essere potenzialmente tendenziosa ci assicura però diverse ore di indisturbato godimento (indisturbato, voglio dire, da gelidi spifferi provenienti da una dimensione sconfortante).

Ultima osservazione sui criteri della scelta: sia intenzione, o conseguenza di altre considerazioni, con l’unica eccezione di La Via dei Coccodrilli, tutti i racconti dell’antologia hanno il loro centro nella casa e nella bottega di tessuti del padre del narratore e i personaggi si riducono in buona sostanza al narratore stesso, al padre (vero eroe di questa epopea per tappe), alla madre, alla collettività plurima e indistinta dei commessi, alla domestica Adela. Parenti, vicini di casa, animali domestici dai tratti troppo naturalistici, estranei addirittura che compaiono in altri racconti sono qui esclusi (se si prescinde da brevi apparizioni o menzioni). Anche questo aiuta l’impressione di trovarsi, pur con tutto lo spaesamento, in uno stesso magnifico e squinternato cosmo.

Un magnifico e squinternato cosmo che ha comunque un referente geografico: Drohobycz, cittadina della Galizia orientale, all’epoca Polonia meridionale (ma alla nascita di Schulz, nel 1892, era parte dell’Impero austro-ungarico), oggi Ucraina. Beninteso, la città di cui nei racconti di Schulz vediamo la piazza del mercato, i tetti a volo d’uccello o i mutevolissimi cieli diurni o notturni non ha nome e intrattiene con la reale Drohobycz rapporti mediati dalla trasfigurazione mitica. Tuttavia vi si respira un’aria di Europa dell’est, un’incertezza di zona di confine, di pianure nella cui monotonia è facile sconfinare senza accorgersene. Mi ha ricordato (anche se si tratta di cosa assai diversa, probabilmente incommensurabile) una raccolta di racconti dello scrittore tedesco Siegfried Lenz che ho letto molti anni fa: So zärtlich war Suleyken (Così tenera era Suleyken), del 1955. I racconti di Lenz, anch’essi a carattere mitico, si svolgono in un’epoca imprecisata, ma precedente la guerra, in Masuria, regione della Prussia orientale ora appartenente alla Polonia. Credo che l’elemento comune sia la nostalgia – post rem in Lenz, certamente ante rem in Schulz – per una patria perduta, per una patria che, dato il suo carattere estremo, di confine, è sempre sul punto di essere perduta. Una patria, soprattutto, intrisa di passato, compromessa con il passato e già per questo condannata.

La nostalgia di Schulz (ma sarebbe più adatta la parola Sehnsucht: nostalgia di ciò che non è più perché non è ancora) va all’“epoca geniale”:

“Che è mai quest’epoca geniale e quando fu? Qui siamo costretti a divenire per un istante totalmente esoterici […]. Dobbiamo punteggiare i nostri argomenti con sorrisi ambigui e, come una presa di sale, frantumare sulla punta delle dita la delicata materia delle cose imponderabili. Non è colpa nostra se avremo l’aspetto di quei venditori di tessuti invisibili che mostrano con gesti ricercati la loro merce fasulla.”

“Avremo l’aria” dice Schulz; ma nulla è in realtà più lontano dal fasullo di queste “cose imponderabili”; anzi è grazie ad esse che ci avviciniamo all’Autentico:

“Torniamo all’Autentico. Ma non l’abbiamo mai abbandonato. E qui tocchiamo con mano la strana caratteristica di quel fascicolo[1], ormai chiara al lettore, e cioè che esso si espande durante la lettura, che ha confini aperti a ogni influsso e corrente. Adesso, per esempio, più nessuno offre laggiù[2] cardellini dello Harz, giacché dagli organetti di quei mori, dalle pause e dai passaggi della melodia, quegli spazzolini piumati prendono il volo a intervalli regolari e la piazza ne è coperta come di caratteri variopinti. Ah, che moltiplicarsi guizzante e pieno di cinguettii… Intorno a ogni sporgenza, bacchettina o banderuola si creano veri e propri assembramenti colorati, svolazzii, lotte per il posto. E basta allungare fuori dalla finestra un manico ricurvo di bastone, per ritirarlo in casa con incollato un grappolo greve e fremente.”

Ho riportato questa citazione lunghetta per dare un assaggio della scrittura di Schulz e del suo metodo: a partire da un’analogia (melodie degli organetti – uccelli canterini) si sviluppa non una metafora, ma una situazione rappresentata come reale; l’immaginazione crea realtà e la realtà è ancorata nell’immaginazione (allungando fuori dalla finestra un manico ricurvo di bastone lo si ritira in casa “con incollato un grappolo greve e fremente”: la metafora si è pienamente trasformata in qualcosa di reale) – ancorata per modo di dire, dal momento che la sua caratteristica è il continuo movimento e la trasformazione, e che essa fila in una generazione ininterrotta e inarrestabile fin che dura l’energia di colui che, di volta in volta, ne è l’immaginatore e il demiurgo; e ricade in una specie di cenere o di pace quando questa energia si esaurisce.

Accanto a analogia e immaginazione, e da esse implicata, la terza parola-chiave per entrare nel mondo di Schulz è trasformazione: metamorfosi – e non mancano, in questo lettore e traduttore di Kafka, padri che assumono l’aspetto di varie specie di artropodi, zie colleriche che si riducono da sole a striscioline di carta annerite dal fuoco, o zii che, senza peraltro perdere l’affetto dei congiunti, si sono trasformati addirittura in rotolo di tubi per enteroclisi. Piuttosto che trasformazione o metamorfosi, proporrei tuttavia la parola trasfigurazione, nel senso che essa non avvilisce ma al contrario, anche quando sia trasformazione in scarafaggio o condor impagliato, potenzia, rende conto di caratteristiche alle quali il “trasformato” con ogni evidenza tiene, che sono le sue, egli desidera essere così, è caparbiamente attaccato alla sua trasformazione, non recede da essa. Né i congiunti in fondo se ne vergognano; essi l’accettano come cosa naturale, che può creare al massimo un lieve imbarazzo.

L’intero universo di Schulz è preso in una trasfigurazione – verso l’alto, l’esaltazione, i colori sovraumani del cielo, il vento turbinoso degli spazi (ed è la trasfigurazione propostaci in sostanza dall’antologia di Grossmann), oppure verso il basso, l’incertezza, la reclusione, i cieli bassi e incolori, l’aria ferma dei territori della morte privata anch’essa, nell’incessante sarabanda, del suo carattere definitivo.

Psicagogo e pioniere dell’opera di trasfigurazione è Jakub, il padre. Nella serie dei “manichini” (tre racconti non compresi nella presente antologia), Jakub espone e illustra la sua eretica teoria: il Demiurgo, responsabile del corrente aspetto del mondo, non è l’unico a poter agire sulla materia; la creazione non è né compiuta né definitiva; l’uomo può (deve) continuarla, sia pure con “metodi illegali”, in una direzione eretica, contaminando organico e inorganico, materia morta e materia vivente, impiantando forme su altre forme, senza arretrare di fronte all’abnorme, al mostruoso. “ – In una parola, – concludeva mio padre, – noi vogliamo creare una seconda volta l’uomo, a immagine e somiglianza di un manichino.” Questa non è tanto, nello specifico, una dichiarazione di intenti mirante alle realizzazione di un nuovo Golem, quanto un esempio di come “tutte le cose, a contatto con quell’uomo straordinario, risalissero in certo qual modo alla radice della loro esistenza, ricostruissero la loro realtà fenomenica fino al nucleo metafisico, tornassero per così dire all’idea primigenia per distaccarsene poi a quel punto e volgere in quelle regioni dubbie, rischiose e ambigue che chiameremo qui, brevemente, regioni della grande eresia.”

D’altra parte, nel primo racconto della presente antologia, La visitazione, Schulz ci presenta l’epico, grandioso duello di voci e di gesti fra suo padre Jakub e il “terribile Demiurgo”:

“Era un linguaggio minaccioso come il linguaggio delle folgori. Il gesticolare delle sue[3] braccia dilaniava il cielo, e nelle fenditure appariva il volto di Geova, gonfio di collera e vomitante maledizioni.”

Poiché però il registro di Schulz non è il drammatico ma il grottesco, durante il duello il padre è “ampiamente divaricato sopra un enorme orinale di porcellana” e il duello stesso si conclude in modo quanto meno particolare:

“A un tratto la finestra si aprì in una nera voragine, e una fascia di tenebre irruppe nella stanza. Alla luce di un lampo, vidi mio padre in camicia svolazzante che lanciava, bestemmiando orribilmente e con un gesto potente, il contenuto del vaso da notte fuori della finestra, nella notte frusciante come una conchiglia.”

Da dove viene, nel personaggio del padre ma in primo luogo in Schulz stesso, questa spinta alla “seconda creazione”, alla trasfigurazione? Nell’articolo “La mitizzazione della realtà”, apparso nel 1936 sulla rivista “Studio” e contenuto nell’edizione completa Einaudi, scrive Schulz:

“La parola primordiale era un vaneggiamento che ruotava attorno al senso della luce, era una grande universale interezza. La parola, nell’attuale accezione corrente, è ormai solamente il frammento, il rudimento di una sorta di mitologia antica, onnicomprensiva, integrale. Perciò v’è in essa l’aspirazione a rigermogliare, a rigenerarsi, a completarsi in senso pieno. La vita della parola consiste nel fatto che essa si tende, si espande in migliaia di combinazioni, come il corpo squartato del serpente della leggenda, i cui pezzetti si cercano reciprocamente nell’oscurità.” E più oltre: “La parola da sola, lasciata in balia di se stessa, gravita, tende verso il senso.”

La spinta alla “seconda creazione”, l’unica che veramente ci riguardi e ci pertenga, viene dalla parola, nella misura in cui la parola è la depositaria e, se vogliamo, l’altra faccia del senso primordiale, e nella misura in cui, come dice Schulz nello stesso articolo, “essenza della realtà è il senso.

 

[1] Si tratta del Libro, o meglio della parte incompleta e sciupata che ne resta [ndr].

[2] Nel Libro; nel quale poco prima (o poche pagine prima) si vendono “veri canarini dello Harz, gabbie piene di cardellini e storni, ceste di canterini e garruli volatili.”

[3] Del padre.

Michele Mari, LEGGENDA PRIVATA

Leggenda privata

Michele Mari, Leggenda privata, Einaudi 2017, € 18.50

Il mio primo incontro con Mari, alcuni anni fa, è stata la raccolta di racconti Tu, sanguinosa infanzia. Sono rimasta a bocca aperta. Sicuramente sto dimenticando qualcosa o qualcuno e gli sto facendo torto, ma mi è sembrata la più bella cosa italiana che mi fosse capitato di leggere dopo Gadda. Di Euridice aveva un cane ho parlato qui e qui. La terza raccolta, Fantasmagonia, mi ha entusiasmato nel complesso di meno (troppi mostri), tuttavia contiene diversi pezzi assolutamente notevoli. Insomma, dei racconti sono un’ammiratrice fervente. Altra cosa i romanzi. Pur avendone apprezzato certi aspetti, nessuno dei romanzi di Mari che ho letto mi ha veramente convinto: troppo manierismo, troppo arzigogolo, troppi piani doppi e tripli che in realtà non sono né doppi né tripli ma, alla prova, deludentemente semplici, troppo gioco per amore del gioco, troppe trovate, che è eufemistico definire artificiose, per risolvere situazioni di partenza che soluzioni non hanno perché non esistono.

Si consideri, a parziale giustificazione di questo disamore, che non ho mai capito perché Dr. Jekyll e Mr. Hyde sia un così grande romanzo (l’ambivalenza insita nell’essere non mi appare in modo così sbrigativamente disgiuntivo), che non vado matta per Poe e tanto meno per Lovecraft (anzi quest’ultimo, per la mezza storia che ne ho letto, lo aborro proprio), e si capirà che non rappresento il pubblico ideale per i romanzi di Mari.

Quando quest’anno è uscito Leggenda privata un’amica, che vedo abbastanza raramente, me ne ha parlato in termini entusiastici. A dir la verità questa amica parla sempre in termini entusiastici delle sue letture – almeno in prima battuta. In seconda – contestualmente e senza soluzione di continuità – tende ad attenuare e lì le sue osservazioni diventano interessanti. Il fatto è che quella sera alla seconda battuta non ci si è arrivati perché – eravamo in diversi – qualcuno ha cambiato discorso. Comunque – tutti ne parlavano, l’autore è considerato un grande (e per le proporzioni sicuramente lo è), non è un romanzo – tanto mi bastava e l’ho comprato.

Non ne sono pentita (Mari è forse l’unico di cui mi fanno gola le bellissime edizioni Einaudi), pur desiderando, se si presenterà l’occasione, discuterne con l’amica in seconda battuta. Il problema è un altro. Il problema è che, dovendo parlarne, non so da che parte incominciare. Conviene, allora, andare con ordine:

  • Leggenda privata è l’autobiografia di Michele Mari – vale a dire che contiene informazioni presumibilmente attendibili che fanno riferimento alla sua vita reale (a mallevare che si tratta di realtà e non di finzione, le fotografie). Peraltro questa autobiografia non va oltre il quindicesimo-sedicesimo anno di età, con la grossa parte che porta sull’infanzia fino intorno ai dieci anni. Cioè, più propriamente, è un repertorio delle condizioni che determineranno la vita ulteriore. La struttura originaria (fichissimo).
  • La redazione di detta autobiografia gli è stata comminata dai mostri (molto meno fico).

Excursus sui mostri mariani (mariani! ma l’aggettivo l’ho trovato in un articolo di Matteo Marchesini, peraltro molto interessante, qui. Mariani! Come la devozione mariana, i mesi mariani ecc. Ha della presa per i fondelli del tutto laico Michele Mari). Nella (cadente) villa dei nonni a Nasca, sulla riva lombarda del lago Maggiore, dove il pargolo, poi adolescente Mari trascorre le estati, suscitate da lui, importate da lui, evocate da lui, a lui solo manifestantesi che ne so, ci sono due Accademie (di mostri): i Ciechi della Cantina e Quelli di Sopra. Agli interessati la cura di approfondire, nell’istesso testo (tanto per mareggiare un po’). Comunque, quello che interessa un lettore (una lettrice) sprovvista di un nonno appassionato della collezione Urania (e che, avendone letto un paio, li ha trovati orrendi) non sono i mostri (infantili, scontati nella riconducibilità al binomio polluzione/castrazione, e soprattutto, alla fine, ridicolmente ineffettivi), ma la fessura, la scissione attraverso la quale essi si intrufolano nel reale. Questa scissione è il vero tema di Leggenda privata.

(Excursus sui mostri nostrani – può essere saltato. Mi sono chiesta, leggendo, se non c’era anche nella mia infanzia/adolescenza un’esperienza di mostri. Ed ecco qui: durante le estati (un’estate?) nel passaggio da infanzia a adolescenza, forse per il caldo, forse per l’incipiente adolescenza, facevo molta fatica a addormentarmi. A dirla tutta quando veniva ora di andare a letto ero in preda al terrore. Mentre tutti dormivano (il punto, credo, era quello), con le porte delle stanze e le finestre spalancate, io sola vegliavo e notte dopo notte sentivo salire dalla cantina un rumore ritmico, fremente, lievissimamente tintinnante. L’unica spiegazione che riuscivo a immaginare era che ci fosse, sdraiato sul pianerottolo della cantina dove erano le casse di acqua minerale, un essere gigantesco che con il suo fiato gigantesco faceva vibrare e lievissimamente cozzare le une contro le altre le bottiglie vuote. Carino, no? Poi però uno cresce e i mostri li congeda).

  • Il mondo notturno dei mostri e il mondo diurno degli esseri umani e familiari, lungi dall’essere impermeabili l’uno all’altro, sono collegati dagli ultracorpi. Per chi non sia familiare con la terminologia diremo che un ultracorpo è un essere apparentemente umano, in realtà non più di un involucro abitato da un alieno/mostro. La presenza degli ultracorpi rende estremamente ambigua anche la realtà che dovrebbe esserci più sicura e familiare (la quale cosa è il principio dell’Unheimlich freudiano). Nel libro incontriamo l’ultracorpo-mamma, l’ultracorpo-nonna, il forse-ultracorpo-donna di servizio, il quasi-sicuramente-ultracorpo-Angelina, altri.

Ora cerchiamo di continuare. Perché i Mostri hanno intimato a Michele Mari di scrivere un’autobiografia? Il “romanzo con cui si congeda”? La risposta è complessa perché presuppone già l’opera eseguita: l’autobiografia, la scrittura, lo stile. Lo stile Mari: affascinante o insopportabile, a seconda dei punti di vista (e degli eccessi). Relativamente a questo stile, di cui l’autobiografia è allo stesso tempo vistoso esempio e eziologia, si fa qui opera di scavo archeologico e genealogico: lo stile – la maniera – non è altro per Mari che una corazza assemblata, la conchiglia aliena, formata e bell’e fatta, in cui il paguro-Michele nasconde e protegge la sua molle informità – molle informità di cui si racconta la genesi familiare. Ora però i Mostri ne hanno abbastanza di gusci esornati, ora reclamano la polpa tenera – sia che Mari acconsenta a dispogliarsi delle sue calcificate protezioni, sia che, al contrario, ne accumuli di talmente mitopoietiche da autorizzarli a trattarlo da mentitore conclamato e estrarlo nudo e tremante dalla coclea delle sue menzogne.

A ogni piè sospinto, scrivendo questa recensione, mi ritrovo con le spalle al muro. Perché come continuare dopo questa storia di mostri e conchiglie? C’è uno sviluppo che porti da qualche parte, che non giri (per l’appunto) a spirale su se stesso? Che non si risolva in una mera secrezione di stile? (In questo senso Michele Mari scrittore farebbe pendant, in quanto Stilògeno, a uno dei Mostri più ricorrenti: il Mucògeno). Propongo un assaggio di testo, che ci aiuterà a andare avanti:

“Questa notte ho sognato di essere davanti alla nicchia della Madonnina, e di tirar fuori dalla tasca delle noci che le scagliavo contro per rompere il cristallo della teca: ma rimbalzavano. Poi è arrivata come una furia l’Angelina, con gli occhi privi di iride e di pupilla (Occhi bianchi sul pianeta Terra), e ha lanciato quell’urlo. Mi sono precipitato dentro il cancello semiaperto, ma dall’altra parte c’era mia madre, a braccia aperte […] e senza occhi. Appena ha emesso lo stesso identico urlo risucchiante mi sono messo a correre fra gli alberi: sapevo però di non dover andare verso la legnaia. Fine. Oltre all’angoscia che cosa mi resta, di questo sogno? Mi restano le noci: i gherigli […]. Il cervello, è a forma di gheriglio. Ma soprattutto il sogno mi dice che Quella dalle Orbite Vuote sta arrivando.”

Lasciamo perdere Quella dalle Orbite Vuote, che tanto ’sti mostri vanno e vengono e non concludono niente, e concentriamoci sulle noci. La noce (guscio-gheriglio) ripropone la struttura conchiglia-paguro; inoltre il fatto che il gheriglio sia associato al cervello (e il guscio dunque al cranio) suggerisce la preziosità della sostanza molle rispetto all’involucro protettivo. Non so se Mari avallerebbe l’estensione che io faccio del suo simbolo onirico, probabilmente no, però a me serve per afferrare in qualche modo Leggenda privata: così, per come la vedo, il guscio sono i mostri che hanno commissionato (o piuttosto comandato) l’autobiografia, e che a ogni momento si insinuano nelle pieghe del racconto come le escrescenze sottili e coriacee fra gli emisferi del gheriglio; mentre quest’ultimo è la materia autobiografica squisita da estrarre dal guscio, da pescare con le apposite pinze fuori dalle chele del crostaceo, da degustare dopo avere crocchiato l’involucro calcico sviluppato dal gheriglio-mollusco nella sua urgenza di incapsularsi in un esoscheletro. Reso necessario, mostri e tutto, – e abbiamo il movimento a spirale, l’avvitarsi su se stesso – dalle condizioni che alla genesi dell’imbelle polpa hanno presieduto: la scissione in luogo dell’unione, “l’abominevole coito” che mai avrebbe dovuto aver luogo (ma quanti ce ne sono…), fin dall’inizio l’inaudita prepotenza del genio paterno e, da parte materna, la vocazione al martirio e la voluptas moriendi (a poco a poco, ma pur sempre moriendi). Il corteggiare la morte (l’annichilimento) da parte della genitrice che ha poi condotto, necessariamente, al suo sdoppiamento in madre e ultracorpo.

E più non dico.

Cioè no, dico qualcosa a proposito dello stile. Nell’articolo di Matteo Marchesini al quale facevo riferimento sopra, l’autore dice a proposito dello “stile” di Mari (che a suo parere è piuttosto un non-stile):

“Qui niente si dà senza il profilattico di “maniere” che non sembrano affatto cogenti, ma semmai tutte aprioristicamente disponibili e poste sullo stesso astratto piano di arbitrio. Il che impedisce alla prosa di fare attrito con qualcosa d’altro da sé, di lasciar avvertire i suoi bordi: e quindi di suggerire quella inevitabilità che è poi una cosa sola col rischio d’errore, oltre che con la spregiudicatezza di una letteratura disposta a indagare tutto perché non sa già tutto in anticipo.”

Il sospetto che nei romanzi di Mari si sappia già tutto in anticipo, dirò, mi aveva sfiorato (impressione spirale, avvitamento); tuttavia la critica di Marchesini cade a vuoto, se Mari stesso nel (bellissimo) finale di Leggenda privata fra le altre (bellissime) cose afferma:

“Rispetto a loro [ai genitori] mi sento un privilegiato, non solo perché da bambino ho giocato tanto, io, ma perché quel gioco me lo sono portato dietro ed è tuttora con me: la mia ricchezza. (Anche i libri sono un gioco, cui rivendico con orgoglio la natura di frin-frin).”

Inutile, a questo punto, pretendere che “la prosa [faccia] attrito con qualcos’altro da sé”.

Questo è Mari: love it or leave it.

 

Emmanuel Carrère, LIMONOV

Limonov

Emmanuel Carrère, Limonov, Adelphi 2012, € 19

 

Fenomenologia di un libro

Può essere talvolta interessante, o almeno curioso, dopo che si è letto un libro confrontare l’impressione che se ne ha ora, e di cui magari si cerca di rendere conto, con la prima, vaga, legata alla copertina, a due cose che si erano sentite su di esso o sull’autore, più raramente alle lodi iperboliche o alla citazione enigmatica sul retro. Può capitare che, una volta completato il periplo della lettura, costellato di entusiasmi, adesioni incondizionate, partecipazioni più tiepide o franche delusioni, ci si ritrovi abbastanza vicini a quella prima, malgiustificata impressione – vuoi per un caso, vuoi per un’inconscia influenza del pre-giudizio sul giudizio, vuoi per un meno inconscio, forse, desiderio di attribuirsi capacità divinatorie.

Quando Adelphi, nel 2012, l’anno seguente la sua uscita in Francia, pubblica Limonov, io di Emmanuel Carrère non so niente. Però mi fa strano. Non mi sembra un nome da scrittore serio: troppe e, troppe vocali chiare, troppo tutto a posto (nessuno si scandalizzi, siamo nel simbolismo dei suoni). Ma andiamo con ordine: vedo il libro Adelphi sullo scaffale Adelphi della (ormai unica) libreria della mia città, ben in vista, di faccia, e ne ricavo un’impressione di incongruenza con l’uniformità editorial-rilegatoria che lo circonda. Intanto, come dicevo, il nome dell’autore; poi la foto in copertina – bella foto, per carità, con lo stesso quid di impertinenza che caratterizza la presenza del volume su precisamente quello scaffale. Però vuol dire che è una persona vera. Più che vera: è ancora viva. Non so se quella volta lì o un’altra, perché il libro girato di faccia sullo scaffale ci rimane parecchio, dispongo dell’informazione che questo Carrère è anche, o principalmente, o era, giornalista. Questo spiega tutto. Speriamo che il libro venga presto disposto di dorso, come gli altri, e Limonov smetta di spaesarci col suo conturbante mezzo sorriso.

Un paio di anni più tardi – nel frattempo è uscito Il regno, ma io non ci ho fatto caso – il mio oculista, che non sapevo amante delle lettere, fra la conclusione della visita e la compilazione della ricevuta mi dice che ha letto Limonov, portentoso, una performance incredibile, e ne parla come di una succulenta pietanza. Adesso, dice, sta leggendo Il regno: bello anche quello ma non come l’altro. Non so bene cosa dire e mi dispiace, mi sento punta sul vivo, quella informata sulla letteratura francese dovrei essere io e non lui, finisce che ordino Limonov; arriva nel pacco Amazon e viene messo in attesa perché sono pur sempre quasi cinquecento pagine e ne ho degli altri davanti. Passano ancora dei mesi, mio figlio mi dice che ha letto un libro che gli è piaciuto moltissimo, vorrebbe che lo leggessi anch’io, si intitola L’Avversario ed è di Emmanuel Carrère. Decisamente è venuto il momento di occuparmi di questo scrittore (giornalista?). Nel frattempo i pregiudizi hanno virato al positivo, L’Avversario non mi entusiasma ai livelli di mio figlio ma lo trovo interessante per come riesce a leggere in chiave metafisica un episodio particolarmente drammatico di cronaca nera (la recensione qui); per usare una parola cara a Eduard Limonov il kairos è al colmo, mi sparo le quasi cinquecento pagine del libro eponimo, ho grandi aspettative.

Leggo con entusiasmo crescente le prime duecentocinquanta pagine, con entusiasmo decrescente le restanti duecentoquaranta. Peccato. Per voler dire tutto, l’autore coscienzioso ha detto troppo; per amor di completezza, per non omettere nulla dei fatti ha allungato a dismisura il brodo che, se vuol essere letterario, deve essere concentrato. Un libro scritto da un giornalista – peccato.

Si chiude il libro e si chiude pure il cerchio.

Due metà

In realtà il libro non è diviso in due parti ma in nove (oltre a un prologo e un epilogo), indicate con i nomi dei luoghi (Ucraina, Mosca, Parigi, New York…) e le date in cui si articola la vita avventurosa del protagonista. Tuttavia le due parti ci sono, e ben chiare. La prima – di gran lunga la più interessante – è la storia dell’adolescente, poi giovane uomo Eduard Savenko, in arte Eduard Limonov, del suo desiderio di distinguersi, di emergere, del rifiuto di accontentarsi di una seconda scelta, di una posizione di gregario, di un compromesso accomodante. Ad un certo punto, verso la metà del libro, a Parigi, quando sembra aver raggiunto il successo letterario e soprattutto il successo sociale di scrittore alla moda, Limonov diventa l’amante di una contessa non solo interessante ma anche assai influente. Carrière commenta: “un piccolo Rastignac[1] avrebbe saputo trarne vantaggio, ma di questo bisogna dare atto a Eduard: non è un piccolo Rastignac”. Carrère non nomina però qui l’altro eroe di romanzo dell’Ottocento francese, a cui Limonov assomiglia invece per più di un verso: Julien Sorel, il protagonista del Rosso e il Nero, il cui obiettivo non sono i soldi ma il successo in un senso più spirituale, più disincarnato: la gloria, l’aura di sacralità che emana dal potere glorioso; e che comunque è pronto a buttare tutto a mare per un punto d’orgoglio o d’onore. Ho trovato anche significativo, stupefacente quasi, che, allo stesso modo che i due eroi stendhaliani Julien Sorel e Fabrice del Dongo paradossalmente scoprono un’autenticità e pienezza di vita nel periodo passato in carcere, così quando il capo di partito Limonov, nel 2003, esce dal campo di lavoro russo con sconto di pena per meriti letterari, Carrère commenta: “Ha sempre pensato che la sua vocazione fosse addentrarsi il più a fondo possibile nella realtà, e la realtà era questa. Adesso è finita. Il capitolo migliore della sua vita si trova alle sue spalle.”

Anche in questa prima e più significativa parte del libro le vicende personali di Eduard Limonov si intrecciano alle vicende dell’Unione Sovietica e sarebbero incomprensibili al di fuori di esse; ma intanto la grossa parte della narrazione è occupata da Eduard Limonov, e poi dalla liquidazione di Krusciov nel 1964 alla liquidazione dell’URSS all’inizio degli anni ’90 non è che in Unione Sovietica sia successo gran che. Con il 1989 le cose si mettono a cambiare molto in fretta. Rientrato nel grembo slavo dopo l’“esilio” occidentale, Limonov, conquistato alla politica (una politica, quella nell’ex-URSS allo sbando, di fatto governata dal capitalismo sfrenato ma anche tradizionalmente percorsa da millenarismi e afflati salvifici), si vede sempre più e sempre più radicalmente coinvolto nei tentativi di governare il caos post URSS; la narrazione si fa riassunto delle guerre balcaniche prima e delle inconcludenze russe poi, occupa gran parte dello spazio, e, benché condotta con molta verve (ma duecento pagine di verve finiscono per risultare fastidiose, e su questo torneremo), si allontana dal punto, che è, o dovrebbe essere, Limonov. Il fatto è che su Limonov in fondo, a parte che invecchia, l’essenziale è stato detto, la struttura che fa l’interesse della sua personalità è stata delineata; le ultime duecentoquaranta pagine, nonostante gli sforzi di Carrère di caricarle di un senso che vada oltre, sono pura contingenza.

La bestia nera di Julien Sorel

L’infanzia di Eduard Savenko, a Kharkov in Ucraina, è all’inizio, nonostante la durezza quasi barbara della madre, un’infanzia felice. Eduard ammira il padre, piccolo ufficiale del KGB (ma un KGB, nelle mansioni, all’epoca, del sottotenente Savenko e nella percezione del figlio, del tutto privo dell’aura di minaccia e terrore che siamo abituati a collegare a questo “organo”), la famiglia vive in un complesso residenziale riservato agli ufficiali – complesso residenziale modesto, non si vada a pensare, tuttavia le famiglie sono fra loro, gli sembra di costituire una piccola società scelta, nutrono un moderato disprezzo nei confronti dei civili. Due “colpi del destino” compromettono questo modesto idillio: il piccolo Eduard ha consistenti problemi di vista; non solo non potrà essere ufficiale, lui che non si è mai immaginato altrimenti, ma è probabile che alla visita di leva sarà riformato (anche questo, mi pare, è un punto di contatto significativo con Julien Sorel: l’ideale, il Rosso, la carriera delle armi, è precluso a entrambi; a Julien per un veto sociale, a Eduard per un veto oculistico, ma sempre veto è). Il secondo “imprevisto” è anche più greve di conseguenze: il padre viene soppiantato nei suoi incarichi da un tale capitano Levitin che diventerà, senza nemmeno saperlo, la bestia nera dei Savenko. È l’inizio di un declassamento che porterà, o piuttosto, in un senso debole ma non del tutto errato, deporterà la famiglia dal centro di Kharkov alla più lontana periferia, alla porzione di banlieue denominata Saltov: il nulla nel nulla. Qui si consuma l’adolescenza di Eduard, ribelle, piccolo delinquente, dandy e aspirante poeta, e, infine, operaio in fonderia. L’operaio di fonderia, una sera che tornando dal lavoro non riesce a prender sonno, apre Il Rosso e il Nero, rilegge una scena, misura la distanza fra se stesso e Julien Sorel, fra quello che è e quello che avrebbe voluto essere, e tenta il suicidio. Ma soffermiamoci un istante sul capitano Levitin, questa figura anodina che diventerà, non lui ma il suo ruolo, un elemento chiave nella vita di Limonov e nel romanzo che porta il suo nome:

“Il nightclubbing[2] versione NKVD [sigla del futuro KGB], in cui Veniamin [il padre di Eduard] si sente relativamente realizzato, purtroppo non dura perché Veniamin si fa fregare il posto da un certo capitano Levitin, che diventa senza saperlo il nemico giurato dei Savenko e, nella mitologia intima di Eduard, una figura essenziale: l’intrigante meno bravo ma più di successo, la cui insolenza e sfacciata fortuna di cornuto vi umiliano, e non vi umiliano soltanto di fronte ai capi ma anche, cosa più grave, di fronte alla famiglia, di modo che il vostro ragazzino, pur professando lealmente il disprezzo dei genitori nei confronti di Levitin, non può impedirsi di pensare fra sé e sé, per quanto ciò lo faccia sentire in colpa, che suo padre è un po’ un disgraziato, un poverino in fondo, e che, a dirla tutta, il figlio di Levitin è proprio fortunato. Eduard svilupperà più tardi una teoria secondo la quale ognuno, nella vita, ha un capitano Levitin. Il suo farà presto la sua comparsa in questo libro sotto le specie del poeta Joseph Brodsky.”

Molto presto il giovane Eduard comincia a dividere l’umanità in “falliti” e “non falliti”, non conosce altre categorie antropologiche; la scrittura stessa, come dirà Carrère “non era mai stata per lui uno scopo in sé ma il solo mezzo alla sua portata per raggiungere il suo vero scopo, diventare ricco e famoso, soprattutto famoso”. Un’amica una volta, quando è ancora a Saltov, “gli dice che questo modo di dividere il mondo in falliti e non falliti è qualcosa di immaturo e soprattutto un sistema per essere sempre infelici. «Non sei capace, Eddy, di immaginare che una vita possa essere realizzata anche senza il successo e la celebrità? Che il criterio di una vita riuscita sia per esempio l’amore, una vita famigliare tranquilla e armoniosa?» No, Eddy non ne è capace e si gloria di non esserne capace. La sola vita degna di lui è una vita da eroe, vuole che il mondo intero lo ammiri, e pensa che ogni altro criterio, la vita famigliare tranquilla e armoniosa, le gioie semplici, il giardino coltivato al riparo dagli sguardi, siano delle autogiustificazioni da falliti”.

Paradossalmente però – o piuttosto coerentemente – Eduard non ammira coloro che hanno successo, almeno nella misura in cui sono ancora in vita. Per la gente di successo Eduard prova esclusivamente invidia e disprezzo come per altrettanti capitani Levitin, e in effetti lo sono: ciascuno di essi occupa il posto che spetterebbe a lui, Limonov. Questo non significa che provi ammirazione o anche soltanto solidarietà nei confronti dei falliti, questo no, mai. Ma se nella sua antropologia risolutamente antiumanista trova posto qualcosa come una simpatia, per quanto sotterranea, una pietà, una lealtà, esse andranno sicuramente a loro: i falliti. E forse nemmeno per grandezza d’animo; semplicemente perché non gli rubano niente.

Antiumanesimo

“Gli piace che Trotskij dichiari senza remore: «Viva la guerra civile!» Che disprezzi i discorsi da preti e da donnette sulla sacralità della vita umana. Che dica che i vincitori hanno ragione per definizione e che i vinti hanno torto e che il loro posto è nel pattume della storia”.

Il capitano Levitin e la periferia suburbana di Saltov hanno tenuto luogo per Limonov di catechismo e religione dell’umanità. Libero dai paraocchi di entrambi non ha avuto difficoltà a riconoscere che “la vita è ingiusta e gli uomini diseguali: più o meno belli, più o meno in gamba, più o meno armati per la lotta. Nietzsche”, continua Carrère, “Limonov e questa istanza in noi che io chiamo il fascista dicono a una voce: «Questa è la realtà, questo è il mondo com’è»”. Cosa opporre a un’evidenza che è, nella sua ferocia, la forza di Limonov? (E anche in questo, nel rifiuto intransigente di ogni divinità, trascendenza, idea platonica, Limonov è della stirpe, non numerosissima, di Julien Sorel). “Si sa benissimo cosa vi si oppone, risponde il fascista. Si chiama la pia menzogna, l’angelismo di sinistra, il politicamente corretto, e sono cose sicuramente più diffuse della lucidità”. Carrère, dal canto suo, risponde: il cristianesimo: “L’idea che, nel Regno, che non è certo l’aldilà ma la realtà della realtà, il più piccolo è il più grande. Oppure l’idea, formulata in un sutra buddista, secondo la quale «l’uomo che si giudica superiore, inferiore, o anche uguale a un altro uomo non capisce la realtà»”.

A partire dal 1989 Limonov abbandona gradualmente l’Occidente, in cui si è esiliato nel 1975 con regolare passaporto che permette, per quel che se ne sa allora, l’andata ma mai più il ritorno, e si stabilisce nuovamente a Mosca. Non era stato esiliato di forza come Brodsky o Solgenitsin, né se ne era andato per motivi di dissidenza. Dissidente Limonov non lo è stato mai, anzi ha sempre sospettato di opportunismo quelli che, a parer suo, si compravano il successo con un paio d’anni di campo di lavoro. No, Limonov, all’epoca, ha scelto l’Occidente perché dopo sette anni passati a navigare negli ambienti culturali di provincia di Kharkov (è passato comunque, dopo un orrendo ricovero psichiatrico seguito al tentativo di suicidio, da Saltov a Kharkov) e altri sette nel pantano moscovita della cultura non-ufficiale, gli pareva che non sarebbe mai riuscito a sfondare. Sceglie l’Occidente per il successo, sempre per il successo. E il successo, dopo cinque anni di delusioni e di miseria negli Stati Uniti, arriva finalmente a Parigi. Ma è un successo modesto. Nel 1989 torna in Unione Sovietica per presentare un suo libro e osserva con scetticismo i cambiamenti. Man mano che lo stato comunista e l’Unione delle Repubbliche si sfasciano, Limonov constata con orrore che la Russia ha perso d’un colpo la sua grandezza (che secondo lui consisteva, in buona sostanza, a far paura a “quei coglioni imbelli degli Occidentali”) e che il popolo russo, in seguito all’affermarsi di un capitalismo dissennato e incontrollato, soffre orribilmente. Ecco, questo gli va a genio: il grande spodestato, il grande decaduto dal piedistallo che gli spetta in seguito agli oscuri maneggi di qualche idiota venduto, il grande umiliato e privato del suo posto nella storia – ecco qualcosa che fa per lui. Con il grande che soffre, Limonov si sente solidale. E magistralmente fondendo questa (per lui) inedita solidarietà con le sue più autentiche convinzioni, che per comodità definiremo fasciste, Limonov fonda il partito nazional-bolscevico.

Tutta la seconda metà del libro è dedicata a questo ultimo avatar del nostro eroe. Benché io la consideri letterariamente meno riuscita della prima, è sicuramente una lettura interessante che non posso che consigliare e che sarebbe impossibile riassumere. Diciamo solo questo, perché entra nel nostro tema di fondo: come in letteratura Limonov non è mai riuscito non dico a surclassare, ma nemmeno a uguagliare Brodsky, così anche nell’avventura politica egli incontrerà di nuovo il suo capitano Levitin: colui che risolleverà i destini della Russia verso la (solita) grandezza non sarà lui, bensì Putin.

La questione dello stile

A proposito di un gruppo di intellettuali parigini vagamente fascisti riuniti attorno alla rivista L’Idiot, attorno ai quali gravita per un po’ anche Limonov, e che sono “contro tutto ciò che è per e per tutto ciò che è contro”, e per i quali i fatti e le opinioni contano meno del talento per esprimerli, Carrère annota: “Lo stile contro le idee: vecchia antifona che risale a Barrès, a Céline”. Ora, mettere Céline di fianco a Barrès è una sciocchezza indegna di uno scrittore (magari una sciocchezza da giornalista), ma soprattutto, Carrère deve stare tranquillo, non rischia di finire nella stessa pentola perché lui, uno stile, non ce l’ha proprio.

Limonov è quello che si dice un libro ben scritto, gradevole da leggere. La struttura è chiara, quello che deve risaltare risalta, soprattutto nella prima parte dove l’eroe è meno ondivago. Inoltre, per dare a Cesare quel che è di Cesare, deve aver richiesto un lavoro di ricerca e documentazione piuttosto imponente. Tuttavia man mano che si procede nella lettura, e soprattutto superate le fatidiche prime duecentocinquanta pagine, si avverte come un fastidio sotterraneo, qualcosa che, sempre di più, non convince. Per esempio si nota come Carrère faccia un uso smodato di espressioni idiomatiche, spesso tipiche della lingua scritta e magari desuete quel pelino che non guasta; ci si chiede, allora, come sia da intendere il registro di base, sintatticamente impeccabile ma infarcito di quel lessico famigliare e gergale (di cui la lingua francese è ricchissima), che strizza l’occhio al lettore, lo prende familiarmente per il braccio, lo tratta da compagnone, lo tira dalla sua parte prima ancora che il lettore se ne accorga (che è, Carrère non se ne dispiaccia, lo scopo del giornalista). Insomma l’impressione finale (e qui sicuramente faccio torto all’autore) e quella di un furbo industrioso che vuol farci passare per letteratura quel che letteratura non è.

 

[1] Personaggio di Balzac (es. in Papà Goriot), giovane provinciale senza un soldo, ambizioso e ben deciso a farsi strada nella società parigina senza badare troppo ai mezzi.

[2] La funzione del padre di Eduard consisteva nell’organizzare quello che potremmo chiamare il dopolavoro militare, spesso nel senso di intrattenimenti musicali [ndr].