UNA QUESTIONE DI LETTERATURA (LA PELLE DEL LUSUARDO)

È domenica mattina e mia madre riceve una telefonata. Che sia domenica posso dirlo con sicurezza, benché la nostra casa nella prateria sia lontana da chiese e congregazioni, perché il vento nelle alte erbe è molto diverso la domenica rispetto agli altri giorni, come pure il sole sui balaustri e la luce sulle stoviglie.

È domenica mattina dunque, e mia madre riceve una telefonata. Il che è già abbastanza strano. Potrebbe essere Felipe, il direttore della Revista literaria de la Pampa argentina. Dalla cucina dove mi trovo mi pare di udire un tono concitato, vocali tirate sull’acuto; è vero che può essere il fischio delle marmotte, o dei cani della prateria, o il latrato di un coyote, o il verso di un altro animale. Ma quando mia madre mi raggiunge ha lo sguardo duro e le labbra tirate.

«Qualcosa non va?» chiedo prudentemente.

«No», risponde con aria indifferente. Si ferma a osservare la lampada a stelo di fianco alla poltrona dove siede a leggere, la sera. Il paralume di seta, vecchio e frusto, è tagliato e sfilacciato in diversi punti.

«Però» dice, «mi farò un paralume di pelle di lusuardo.»

Non ho idea di che cosa sia un lusuardo ma preferisco non chiedere; piuttosto, approfitto che mia madre si ritira dopo il pranzo per fare qualche ricerca.

Il dizionario non mi è di alcun aiuto, ma la vecchia Enciclopedia española de literatura, ciencias y artes di cui, venendo ad abitare nella casa, abbiamo trovato in cantina i volumi dalla A alla H, contiene questa laconica informazione: animale mitopoietico di dimensioni variabili, già diffuso nell’emisfero boreale.

Di mitopoietico, il dizionario bodleiano dà due definizioni: a. che racconta storie; b. che racconta frottole.

Il Nuovissimo Melzi del 1928 lo annovera fra gli animali fantastici. L’illustrazione, di autore ignoto, rappresenta una specie di ratto dal lungo naso a punta, seduto dritto su un grosso deretano e con minuscole zampette posteriori; quelle anteriori finiscono in dita sottili da cui gocciola qualcosa che sembra inchiostro.

Il Deutsches Lexikon der phantastischen Tiere conferma che si tratta di inchiostro e cita Considerazioni filosofiche del gatto Murr, di E.T.A. Hoffmann (1819), dove l’autore parla di animali nei quali la materia peccans fuoriesce dalle dita.

Linné non ne fa parola, ma una tavola della Histoire naturelle di Buffon lo mostra tutto sommato come nella piccola illustrazione del Melzi, soltanto con maggiore rilievo e dettaglio, e con la differenza che la tavola di Buffon reca la didascalia Énorme, mon cul!, da cui pare che Rostand abbia tratto la suggestione per il famoso Énorme, mon nez! dell’atto primo, scena quarta del Cyrano.

È però soltanto grazie alla Naturalis historia di Plinio che mi riesce di comporre tutte le tessere del mosaico. Nel libro VIII, capoverso 40, trovo la seguente descrizione:

tradunt in Poeonia feram quae lusuardus vocetur, propter diutius sedendi habitum elephantis clune, cetera muri similem, interdum voce paene humana se aliquando poetam nonnumquam philosophum vel rhetorem dicentem. atramentum quoddam e digitis fluit quo tenebricosa ac fastidiosissima poemata componit.

Dicono che in una regione della Macedonia ci sia un animale selvatico chiamato lusuardo, che per l'abitudine di star seduto troppo a lungo ha didietro di elefante, ma per il resto è simile a un ratto. Ha talvolta voce quasi umana, e quella usa per dirsi ora poeta, ora filosofo o oratore. Dalle dita gli scorre una specie di inchiostro col quale compone poemi oscuri e noiosissimi.

Ora tutto torna: l’animale mitopoietico nell’accezione a e b, la materia peccans che fluisce dalle dita, perfino il grosso posteriore. È tutto chiaro. Tutto tranne una cosa. Perché mia madre vuole un paralume di pelle di lusuardo?

Fuori la sera scende uniforme e violetta sulla prateria senza ombre, i grossi volumi che ho aperti davanti si oscurano, mi sento stanco. Mi appoggio indietro contro lo schienale screpolato di cuoio di roscellino e chiudo gli occhi. Il breve paragrafo di Plinio mi occupa ancora la mente. Tenebricosa ac fastidiosissima poemata… dunque di questo si tratta. Tutta una questione di letteratura. Chi vuole pubblicare Felipe, che a mia madre non garba? Non sei democratica, le ha detto una volta. Lei ha alzato le spalle: cosa c’entra la letteratura con la democrazia?

Mi alzo e vado a guardare in corridoio: la doppietta è là, appoggiata nell’angolo.

Mia madre scende in silenzio mentre riattraverso il corridoio: mi sento colto in fallo. I suoi occhi passano su di me senza vedermi. Va in cucina e si mette a preparare la cena, ma è chiaro che pensa ad altro. Non ho il coraggio di rivolgerle la parola.

Mangiamo uno stufato di coniglio. Sempre che sia coniglio. Dopo cena, ci ritiriamo ognuno nella sua stanza. Cerco di leggere, ma ho la testa altrove e l’orecchio ai rumori di fuori, ai sibili e agli stridii acuti della prateria. Pure, poco a poco cado in una specie di dormiveglia agitato in cui mi sembra di svegliarmi ogni momento per un rumore di sparo seguito da un grido lungo, straziante. Ma è soltanto un’impressione e non mi sveglio affatto. Poi il dormiveglia si trasforma in un sonno profondo, senza sogni. Quando apro gli occhi la stanza è piena di luce: deve essere molto più tardi del solito. Subito il pensiero mi corre agli avvenimenti del giorno prima; ho uno strano vuoto al cuore e mi affretto a scendere.

Mia madre è in cucina, seduta in poltrona sotto un paralume nuovo. È fatto di una materia che sembra pergamena sottile, ambrata, con delle chiazze più scure. «Allora l’hai ucciso!» esclamo con orrore. «Ucciso chi?» trasecola lei. «Ma il lusuardo!» «Ah, il paralume…». Mi guarda con compatimento, non so se per l’infondatezza dei miei timori o per la solidarietà inconfessata col lusuardo, che non può approvare; muove una mano come per allontanare un pensiero. «Non è stato necessario. Li vendono su Amazon. Lavabili».