Denn Diotima lebt – Poiché Diotima vive

Diotima 1
Susette Gontard – Diotima

Diotima 

Vieni a placare per me, tu che un giorno elementi accordasti,

Delizia di Musa divina, il caos del tempo;

Componi il furore di lotta con suoni celesti,

Finché nel petto mortale ciò che è diviso si unisca

E l’antica natura dell’uomo, la grande, la calma,

Dal fermentare del tempo alma e possente risorga.

Nel cuore stentato del popolo torna, bellezza vivente!

Torna alla mensa ospitale, torna di nuovo nei templi!

Poiché Diotima vive, come i teneri fiori d’inverno,

Ricca di spirito proprio, cerca però anche il sole.

Ma il sole che è luce allo Spirito, il mondo più bello, è scomparso,

E in gelida notte si scontrano solo uragani.

(Friedrich Hölderlin, traduzione mia)

 

Diotima

Komm und besänftige mir, die du einst Elemente versöhntest,
   Wonne der himmlischen Muse, das Chaos der Zeit,
Ordne den tobenden Kampf mit Friedenstönen des Himmels,
   Bis in der sterblichen Brust sich das Entzweite vereint,
Bis der Menschen alte Natur, die ruhige, große,
   Aus der gärenden Zeit mächtig und heiter sich hebt.
Kehr in die dürftigen Herzen des Volks, lebendige Schönheit!
   Kehr an den gastlichen Tisch, kehr in den Tempel zurück!
Denn Diotima lebt, wie die zarten Blüten im Winter,
   Reich an eigenem Geist, sucht sie die Sonne doch auch.
Aber die Sonne des Geists, die schönere Welt, ist hinunter
   Und in frostiger Nacht zanken Orkane sich nur.

 

Come molti giovani e brillanti intellettuali dell’epoca, di buona famiglia ma di modeste condizioni economiche, che non se la sentono di farsi pastori protestanti per una rendita sicura, anche Friedrich Hölderlin (1770-1843) svolge dal 1773 al 1802 il ruolo di precettore presso diverse famiglie dell’aristocrazia e della ricca borghesia. Nel 1806 un serio aggravarsi dei disturbi psichici di cui soffre già da alcuni anni porta al suo internamento forzato nella clinica universitaria di Tubinga diretta dal professor Autenrieth, dove i trattamenti ai quali viene sottoposto, e di cui si sa poco tranne che Autenrieth cercò di cacciargli fuori la pazzia attraverso l’intestino, portano anziché a un miglioramento alla definitiva Umnachtung: il tranquillo ottenebramento in cui trascorrerà la seconda metà della sua vita. Nel 1807 viene dimesso dalla clinica come incurabile e affidato alla famiglia del mastro falegname Zimmer, un ammiratore della sua poesia, presso la quale vivrà fino alla morte, libero dai medici e affettuosamente assistito, in quella che adesso si chiama la torre di Hölderlin: ex bastione delle fortificazioni, già trasformato in abitazione, con vista sul Neckar.

Ma tornando alla sua vita libera, il secondo incarico di precettore lo porta dal 1796 al 1798 nella casa del banchiere francofortese Gontard, della cui giovane moglie Susette, come da manuale, si innamora. È un amore ricambiato, una comunione perfetta di anime e corpi la cui scoperta, da parte del banchiere, costringe Hölderlin a allontanarsi dalla famiglia. Vede ancora Susette qualche rara volta, di nascosto, fino al 1800, e continueranno a scriversi. Nel 1802, mentre è precettore nella casa del console Meyer a Bordeaux, lo raggiunge, pare, la notizia della malattia di Susette. In ogni caso pianta tutto e torna in Germania a piedi (ma per lui, come già per Rousseau, viaggiare a piedi era piuttosto la regola). Al suo arrivo in Germania Susette è probabilmente già morta; tuttavia delle quattro settimane che separano la partenza da Bordeaux dal momento in cui si presenta improvvisamente a casa della madre, a Nürtingen, completamente devastato nel corpo e nello spirito, non si sa nulla. È lecito supporre che la morte di Susette abbia irrimediabilmente scosso e fatto precipitare una situazione psichica già compromessa. Dallo stato di prostrazione non si riprenderà mai del tutto, anzi, come si è detto, le sue condizioni si aggraveranno progressivamente fino all’internamento nel 1806.

Quando entra come precettore a casa Gontard, nel gennaio del 1796, Hölderlin lavora già da alcuni anni al romanzo Iperione, o l’eremita in Grecia, la cui protagonista femminile si chiama Diotima (da pronunciarsi Diotìma, ma io, del tutto personalmente e metricamente, preferisco la pronuncia Diòtima). In Susette Gontard Hölderlin trova una Diotima vivente, il personaggio della sua fantasia e la donna reale coincidono e si influenzano a vicenda (in questo, se non nel resto, Hölderlin è fortunato).

Hölderlin scriverà diverse poesie intitolate a Diotima-Susette. In quella tradotta e riportata sopra, del 1797, Diotima compare espressamente soltanto al verso 9 (su dodici totali). È incerto infatti se il vocativo “delizia di Musa divina” del verso 2 (dal quale dipende tutta la serie degli imperativi), sia da riferirsi direttamente a Diotima stessa o a Urania, ordinatrice del caos primigenio, alla quale Diotima viene, qui come altrove, assimilata. Comunque sia, la poesia è la preghiera a un essere divino o semi-divino affinché crei o restauri una situazione di armonia e di unità in un mondo frantumato dal caos degli elementi in lotta. È una preghiera affinché la situazione di conflitto e di dolorosa opposizione, esterna e interna all’animo dell’uomo – conflitto fra ragione e sentimento, dovere e inclinazione, io e mondo, libertà individuale e costrizioni sociali, assolutismo e democrazia – venga ricomposta in un’unità umana pacificata.

Che questo sia possibile, lo assicura il verso 9. Infatti, cosa garantisce e promette che la felicità umana sia possible? Diotima, l’esistenza di Diotima: poiché Diotima vive. L’esserci di Diotima è garanzia che la palingenesi del mondo, qui ed ora, è possibile – una palingenesi del mondo che le incondizionate esigenze dell’individuo, da poco comparso sulla scena, le speranze accese dalla Rivoluzione francese e i presagi delle future, amare delusioni legate alle conquiste napoleoniche rendono qualcosa di febbrilmente atteso, desiderabile e fragile come “un tenero fiore in inverno”.

Se Diotima, infatti, vive grazie allo spirito di cui è riccamente provvista, garantisce cioè la possibilità della felicità e dell’armonia grazie a una disposizione interna, è anche vero che “cerca anche il sole”, poiché senza una qualche corrispondenza e unisono con l’esterno, senza un nutrimento che venga dal fuori, i “teneri fiori in inverno” dell’anima individuale rischiano di soccombere. Ora, il sole, fuori, non c’è. “Die Sonne des Geists […] ist hinunter”, il sole dello Spirito è tramontato, nel gelo della notte infuriano gli uragani. Nessun aiuto, quindi dall’esterno; la poesia si chiude su un quadro di desolazione cosmica.

Eppure Diotima vive: questa affermazione non viene né ritirata né contraddetta. Per quanto possa mancare il sole, per quanto in seguito a questa assenza i cuori del popolo siano stentati, bisognosi, miseri, Diotima vive; la possibilità, fragile e incerta, resta. Anzi, quanto più è fragile e incerta, tanto più appare sublime e eroica.

Cosa possiamo fare, oggi, di una poesia come questa? Quanto sia scarso il sole fuori ce lo dice l’atmosfera pre-elettorale italiana, e nel resto d’Europa non deve essere molto diverso. La desolazione esterna riverbera a tal punto all’interno che pensare a una felicità privata appare ridicolo, ove non scandaloso. E dunque?

E dunque Diotima vive. Ci salva comunque la felicità, la possibilità della felicità. Ci deve essere – cerchiamolo, accudiamolo – un pensiero, un’immagine, una vaga combinazione, artificiale e artificiosa quanto si vuole, da cui sprizza felicità come da un acciarino; un punto di luce infinitesimo e concentrato, intermittente, sempre sul punto di svanire; incerto, non sai mai se c’è davvero, probabilmente te lo immagini soltanto; però stranamente vitale, deciso a continuare a essere. Coltiviamolo, è la nostra unica chance.

Diciamocelo ogni tanto: denn Diotima lebt, poiché Diotima vive.