TRET’JAKOV, O DELLA SERVITÙ (II)

(La prima parte qui)

Ci chiedevamo, in chiusura della prima parte dell’articolo, perché, per la minuta frittura degli stati europei, a parità di sovranità limitata non deve essere legittimo e possibile decidere autonomamente da chi lasciarsela limitare, se dagli Stati Uniti o dalla Russia: quale cultura prendere a modello, in che sistema integrarsi. Il problema è che il modello russo – ed è un fatto – attira poco; questo crea un certo imbarazzo ai russi, tragicamente sprovvisti di appeal e abituati a ovviare a questa mancanza coi tank, per i quali hanno sviluppato negli anni un profondo affetto. Crea imbarazzo e problema perché va a cozzare direttamente contro il destino della nazione russa. Come dice infatti Tret’jakov in un articolo del 2018 (che sarebbe da leggere tutto), qui:

Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale e di conseguenza non c’è possibilità di scelta: se la Russia vuole continuare a esistere come nazione, paese e Stato, non può far altro che portare avanti una politica estera indipendente, anche se questa politica non soddisfa gli altri attori sullo scacchiere mondiale.

Ora, la politica estera indipendente della Russia, dalla quale dipende la sua esistenza come quella grande potenza mondiale che il suo destino la destina ad essere, comporta attualmente, senza possibilità di scelta, l’invasione e l’annessione diretta o indiretta dell’Ucraina o di gran parte di essa. Almeno detta così è più pulita: ci risparmia la balla della denazificazione. [In generale però de-qualcosa è un’espressione che piace molto a Tret’jakov, vedi ad esempio qui il video De-americanizzare l’Europa, dove de-americanizzare altro non vuol dire che smantellarne – e alla svelta, eh – le strutture politiche e militari per metterla, nei fatti, a disposizione del destino di grande potenza della Russia]. Vorrei però adesso concentrarmi sull’affermazione “Dal punto di vista della sua storia e della sua civiltà, la Russia è destinata a essere una grande potenza mondiale“. I concetti fondamentali sono tre: destino, storia, civiltà. Partiamo dal più traballante: civiltà. Tret’jakov sembra ignorare, o bypassa abilmente, il fatto che la civiltà russa, con quel tanto di barbaro e cosacco che la distingueva, ha subito nel 1917 una gigantesca frattura scomposta e un brusco reindirizzo in senso dialettico-tedesco, ha vagato per più di settant’anni nel nulla sovietico, eventualmente sopravvivendo in forma di samizdat, ed è ora in corso di artificiale riassemblaggio a partire da lacerti mummificati a cura di Putin, del patriarca Kirìll, e di pezzi da novanta della mistosofia quali Alexander Dugin. L’unico elemento originario, vivace e indistruttibile della civiltà russa è l’incapacità a sussistere senza un autocrate a vita, volgarmente detto monarca assoluto o despota, incapacità che ben si sposa con un identitarismo forsennato, residuo di secoli passati. Punto due, la storia: in effetti la storia russa è la storia di un impero di terra che nei secoli si è inglobato l’inglobabile e che nel momento della massima espansione andava, nei fatti, da Berlino a Vladivostok. Ma che, rispetto ad altri imperi, aveva e ha questo di particolare (e vagamente anacronistico): che la sua economia non corrispondeva alla sua enfiataggine né, ora, corrisponde alle sue pretese. Su cosa si basano dunque le pretese russe a essere un impero, se la sua economia è quella di un modesto stato (con tutto il suo gas e il suo petrolio, il pil della Russia è più o meno quello dell’Italia)? Si basano in primis sul suo arsenale nucleare: del tutto scollegato da qualcosa come una reale potenza che non sia esclusivamente militare e segnatamente nucleare; e in secundis su una grande forza, su una forza fortissima: sulla volontà di essere un impero, indipendentemente dallo stato delle cose. E qui veniamo al destino. Quando si parla di destino degli individui, il discorso mi interessa, e molto. Mi pare che in quel caso si parli di qualcosa la cui esistenza è più che ipotizzabile, e ancorabile a fatti quali l’assetto genetico e le sue, limitate e predittibili, interazioni con l’ambiente. In questo senso il destino è qualcosa che preesiste a ogni futuro sviluppo dell’individuo e lo determina – se parzialmente o totalmente rimane da discutere. Ma quando si parla di destino dei popoli e delle nazioni e si intende non ciò che è già avvenuto in seguito a fatti e scelte che sono stati in un certo modo ma potevano essere anche in un altro, che sono sottoposti cioè in largo margine alla casualità, bensì ciò che necessariamente dovrà avvenire sulla base dell’identità o assetto genetico di una intera nazione, sulla base di una sua presunta missione, allora qui per me si sconfina alla grande nell’irrazionalismo, heideggerismo, razzismo e nazismo – quattro fenomeni che si ritrovano puntualmente nella mistosofia dughiniana ma che sono anche impliciti nel Tret’jakov-pensiero, il quale non fa che illustrare e diffondere il pensiero di Putin e del suo socio di Kgb Kirìll.

Ma andiamo avanti. Torniamo alla Rivoluzione d’ottobre in atto in Ucraina, con la quale

il 24 febbraio 2022 la Russia ha sfidato apertamente l'egemonia americana, che da tempo schiaccia sotto il suo tallone anche quella che fu la grande civiltà europea, ovvero l'attuale Unione Europea non sovrana, chiusa nello schema della Nato. Gli «europei» non si sono decisi a ribellarsi, la Russia sì.

D’altra parte, su questa mancata ribellione da parte degli «europei» Tret’jakov ha la sua teoria. Scrive infatti a proposito delle basi Nato in Europa:

Gli Stati Uniti non si fidano né dei governi dei paesi europei, né dei loro popoli. Condividono la medesima paura provata dai governi di questi paesi (ad esempio Stati baltici o Bulgaria) nei confronti dei loro stessi popoli: temono che, senza una presenza militare statunitense, questi potrebbero semplicemente rovesciare chi li governa e «rinnovare» radicalmente la classe dirigente.

Insomma, proprio dire che i popoli degli Stati baltici desiderano precipitarsi nuovamente nelle braccia della Russia sarebbe un peu fort anche per Tret’jakov; quindi ripiega su questo radicale «rinnovamento» della classe dirigente. E chissà cosa vuol dire. Probabilmente che anche gli Stati baltici, e la Bulgaria, e mezza Europa vorrebbero – ma non possono – aggregarsi alla nuova Rivoluzione d’ottobre. Non so per la Bulgaria; per gli Stati baltici sembrerebbe proprio di no. Ma che importanza ha, dal momento che proprio gli Stati baltici, insieme alla Polonia e ad altri non specificati, vengono qualche pagina dopo definiti “nani politici europei“? In un contesto da cui si evince chiaramente quanto gli brucia che questi “nani politici” guardino ora alla Russia in un certo senso da pari a pari.

Sia l’espressione “nani politici” che le tret’jakoviane ipotesi sui terrori e tremori degli Stati Uniti e dell’establishment europeo dicono parecchio di certi automatismi psichici: come il pontefice di infausta memoria Karol Wojtyla combatté sì il comunismo, ma governò poi la chiesa cattolica con gli stessi metodi di quel comunismo con cui era stato per più di trent’anni a stretto contatto, così Tret’jakov e gli altri, abituati al metodo russo di imposizione del dominio con la forza, e incapaci perfino di immaginare che un potere politico possa affermarsi diversamente che con l’imposizione e la forza, concepiscono l’allineamento dell’Europa su posizioni atlantiche unicamente nei termini di asservimento e schiavitù. Non gli viene neanche in mente che ci possa essere da questa parte dell’Atlantico un diffuso e vasto consenso sulle strutture di fondo precisamente perché, a dispetto dell’Oceano che ci divide e che Tret’jakov enfatizza neanche fossero le Colonne d’Ercole, queste strutture hanno una solida radice comune, una solidissima radice europea, liberale e illuminista, costata secoli di lotte, di sangue e di fatica, che i russi – sbalzati da un totalitarismo medievale a un totalitarismo comunista e poi di nuovo indietro a un regime medievale per cultura prima ancora che per strutture politiche – che i russi, dicevo, non sanno neanche cos’è. Io credo che se si guarda l’Europa – non l’Italia, famosa per aver ospitato il più grande partito comunista dell’occidente e per ospitare tuttora il centro di potere della chiesa cattolica, ma l’Europa -, il consenso sulle strutture di fondo liberali e illuministe, Tret’jakov n’en déplaise, sia piuttosto vasto. Non l’unanimità, certo – e Dio scampi: si sa che l’unanimità era soltanto bulgara.

Naturalmente, tutto è migliorabile – ma le rivoluzioni raramente migliorano qualcosa, meglio andarci per gradi. Di questo insomma, di un consenso euroatlantico migliorabile, sono piuttosto convinta; e questo intendevo quando nella prima parte dell’articolo parlavo di asimmetria; asimmetria fra i paesi dell’Europa occidentale (zona di egemonia Nato) e paesi del blocco sovietico: ritengo che il consenso popolare – come la libertà di esprimere il dissenso – fosse/sia molto più generale e assicurato/a fra i primi che non fra i secondi. Credo quindi che la Rivoluzione d’ottobre a cui Tret’jakov sprona i paesi europei dovrà attendere; mi auguro a tempo indefinito, ma chi lo sa. In questo spirito – del “chi lo sa” – mi congedo riportando il passaggio finale dell’articolo di Tret’jakov. Il lettore avrà la bontà di giudicare lui stesso della sua saggezza profetica o della sua mistificante follia. Mi limito a far notare che la parola ‘Ucraina’ non vi compare mai. L’Ucraina, come si sa, non dovrebbe esistere. Quindi è bene nominarla il meno possibile. Farla scomparire. Sim salabim: l’escamotage de l’Ukraine.

Il sic! in corsivo fra parentesi non è mio, ma si trova così nel testo di Limes.

Gli eventi del febbraio e del marzo 2022 sono paragonabili nella loro importanza storica e nelle loro ripercussioni globali (sic!) a ciò che accadde in Russia nell'ottobre 1917, ossia a quella che io chiamo ancora la Grande rivoluzione socialista d'Ottobre. Qui non si tratta di socialismo, ma del fatto che nel febbraio 2022 la Russia, proprio come nel 1917, si è liberata del controllo politico, economico, ideologico e, cosa molto importante, psicologico dell'Occidente. In questo momento storico, si tratta dell'«ultima e decisiva battaglia» (parole tratte dall'inno russo dell'Internazionale) per la Russia. La vittoria della Russia è attesa non solo da milioni di suoi cittadini, ma anche da decine di paesi (segretamente, anche da molti europei). L'egemonia globale degli Stati Uniti ha subìto un colpo poderoso. Il colosso sulle gambe di dollaro lo ha capito. Ecco perché è furioso. Ma crollerà. Perderà. Se ora non mi credete, ricordate almeno questa mia dichiarazione. Tra qualche anno, vedrete voi stessi che tutto era vero.

D’UN POÈTE L’AUTRE. Angoli, pertugi, passaggi.

Lo Ulrichstein [Roccia di Ulrich] presso Hardt

L’altro giorno sono andata a sentire una lezione di Dario Borso a Bologna. Era invitato dalla docente di un corso sulla poesia tedesca del Novecento e avrebbe parlato di Trakl. Per Giometti&Antonello Dario Borso ha curato nel 2020 l’antologia Quaranta poesie di Georg Trakl. Poesie non scelte da lui però: sono le quaranta poesie – da qui il titolo – che Antonio Porta aveva individuato come affini e consonanti con la propria ricerca: fra inventario oggettivo dell’esistente e sensibilità per un suo alone luminoso, fra negatività e positività un sentiero verso la seconda, un passaggio alla luce (cfr. Dario Borso qui). La morte prematura, e l’insufficiente conoscenza del tedesco, non gli avevano permesso di darne la completa versione italiana.

L’introduzione di Borso all’antologia da lui curata, vasta e ricca di informazioni preziose, è un lavoro sull’affinità, sulla rete che collega un poeta a altri poeti: Trakl a Hölderlin o – passando per Rilke, Peter Szondi e Th. W. Adorno – Celan a Trakl, ma soprattutto al “sacro fratello” di entrambi, di nuovo lui, l’immenso: Hölderlin; da ultimo Antonio Porta a Trakl. L’idea di rete, affinità e filiazione è stata al centro della lezione bolognese. Vorrei ripercorrere qui, limitandomi per la verità all’esame di due poesie, una delle tracce: da Trakl a Hölderlin.

Nel 1913, il ventiseienne Georg Trakl pubblica la sua prima raccolta: Gedichte (Poesie). In essa troviamo la lirica Winkel am Wald, Angolo nel bosco:

Angolo nel bosco

                                             A Karl Minnich

Bruni castagni. Piano scivolano gli anziani
in più quieta sera; mollemente avvizziscono belle foglie.
Al cimitero il merlo scherza con il cugino morto,
Angela è accompagnata dal biondo istitutore.

Pure immagini della morte guardano da vetrate di chiesa;
ma uno sfondo sanguigno ha effetti molto tristi e cupi.
Il portale oggi è rimasto chiuso. La chiave l'ha il sacrista.
Nel giardino la sorella conversa amicale con spettri.

In vecchi crotti il vino matura in oro, in chiaro.
Dolce odore di mele. Gioia brilla non troppo distante.
Per tutta la sera bimbi odono fiabe con piacere;
a mite follia si mostra anche spesso l'oro, il vero.

Il blu affluisce colmo di resede; luce in stanze di candele.
Agli umili è bene apparecchiato il loro posto.
Giù per il margine del bosco scivola un solitario destino;
la notte appare, angelo del riposo, sulla soglia.

(Traduzione di Dario Borso)                     
Winkel am Wald

                                              An Karl Minnich

Braune Kastanien. Leise gleiten die alten Leute
In stilleren Abend; weich verwelken schöne Blätter.
Am Friedhof scherzt die Amsel mit dem toten Vetter,
Angelen gibt der blonde Lehrer das Geleite.

Des Todes reine Bilder schaun von Kirchenfenstern;
Doch wirkt ein blutiger Grund sehr trauervoll und dūster.
Das Tor blieb heut verschlossen. Den Schlussel hat der Kūster.
Im Garten spricht die Schwester freundlich mit Gespenstern.

In alten Kellern reift der Wein ins Goldne, Klare.
Sūß duften Äpfel. Freude glänzt nicht allzu ferne.
Den langen Abend hören Kinder Märchen gerne;
Auch zeigt sich sanftem Wahnsinn oft das Goldne,Wahre.

Das Blau fließt voll Reseden; in Zimmern Kerzenhelle.
Bescheidenen ist ihre Stätte wohl bereitet.
Den Saum des Walds hinab ein einsam Schicksal gleitet;
Die Nacht erscheint, der Ruhe Engel, auf der Schwelle.
                                       

Non poteva sfuggire agli studiosi che il titolo allude – anzi in un certo senso risponde, a più di un secolo di distanza, a un altro angolo di un altro bosco. Nel Taccuino per l’anno 18o5 dell’editore Friedrich Wilmans, Hölderlin pubblicò nove Canti Notturni, l’ultimo dei quali ha per titolo Der Winkel von Hardt, L’Angolo (ma sarebbe forse più corretto tradurre Il Pertugio, o Il Nascondiglio) di Hardt. I Canti notturni risultarono piuttosto enigmatici ai lettori dell’epoca e suscitarono qualche sarcasmo. Si vide poi che il sarcasmo era fuori luogo, ma la difficoltà è innegabile. In particolare il nostro Angolo di Hardt, una lirica di nove versi, sprigiona comunque un fascino oscuro, ma è di fatto incomprensibile se non si dispone di precise informazioni afferenti alla storia e alla leggenda. Questo per esortare il lettore a continuare la lettura anche se avesse l’impressione di non capire nulla: sarà tutto spiegato per filo e per segno.

L'Angolo di Hardt

Giù cala la selva,
e simili a bocciòli pendono 
in sé curve le foglie, a cui
in basso un suolo fiorisce
non muto del tutto.
Lì infatti Ulrich
passò; spesso medita, sopra l'orma,
un grande destino 
pronto, in luogo residuo.

(Traduzione mia)
Der Winkel von Hardt

Hinunter sinket der Wald,
Und Knospen ähnlich, hängen
Einwärts die Blätter, denen
Blüht unten auf ein Grund,
Nicht gar unmündig.
Da nämlich ist Ulrich
Gegangen; oft sinnt, über den Fußtritt,
Ein groß Schicksal
Bereit, an übrigem Orte.

Cominciamo dai nomi propri: Hardt. Hardt è un piccolo centro nel Württemberg, molto vicino alla cittadina di Nürtingen, a cui è stato poi amministrativamente annesso. Ma Nürtingen è il luogo in cui Hölderlin trascorse infanzia e prima adolescenza, a Nürtingen è la casa della madre, patria in senso stretto a cui il poeta farà costantemente ritorno al termine di peregrinazioni sempre interrotte. Hölderlin parla di luoghi che conosce bene. Conosce in particolare, nel bosco di Hardt, la Roccia di Ulrich, un masso di arenaria alto circa quattro metri con una spaccatura al centro: un pertugio, un nascondiglio.

Ulrich. Il qui nominato Ulrich è Ulrich del Württemberg (1487-1550), terzo duca di quello stato, che governò così male da esserne finalmente cacciato nel 1519. Se dico, per brevità, che governò “male”, intendo due cose, di cui una è senz’altro cattiva, mentre la valutazione dell’altra dipende dai punti di vista. La cosa cattiva è che, diciamo in politica interna, fu prepotente, iracondo, violento, megalomane, dispendioso, e che per soddisfare le smanie di lusso e di grandezza taglieggiò i sudditi con tasse spropositate. In politica estera – e qui il giudizio è invece, come dicevo, opinabile – tentò sempre di smarcarsi dall’Impero, dal quale il suo stato era giuridicamente dipendente; accettò assai di malavoglia il matrimonio con una rampolla degli Asburgo e, bandito in seguito a una sentenza del tribunale imperiale, si appoggiò alla Riforma per recuperare titolo e stato. Ricordo qui, per coloro i cui anni liceali appartengono a un lontano passato, che i principi tedeschi riformati si riformarono essenzialmente per potersi smarcare, o se si preferisce emancipare, dall’Impero degli Asburgo che, essendo Sacro e Romano, doveva per forza essere cattolico. Quanto al nostro Ulrich, per tornare alla pristina condizione di potere, durante la guerra dei contadini (1525) si alleò con questi, cioè precisamente con lo stato che da duca aveva allegramente oppresso e taglieggiato. Il recupero del Württemberg gli riuscì però soltanto nel 1534, grazie all’appoggio del landgravio Filippo I dell’Assia col quale si era alleato contro l’imperatore. Il reinsediamento di Ulrich significò l’immediato passaggio del Württemberg alla religione riformata e l’uscita dalla zona di influenza diretta degli Asburgo e dunque del cattolicesimo. In questo senso, si immagina, Ulrich rappresenta per Hölderlin un personaggio positivo, o almeno un uomo del destino. Lasciamo ora la storia per passare alla leggenda, secondo la quale nel 1519 il duca, bandito dall’Impero e inseguito dai nemici (il bando, die Acht, privava il bandito di ogni tutela giuridica, per cui, in parole povere, poteva essere tranquillamente ammazzato da chiunque), era riuscito a sfuggire nascondendosi nella cavità del masso roccioso presso Hardt che da allora porta il suo nome. Si dice che nell’arenaria sia rimasta impressa l’orma del suo piede.

Ora che abbiamo tutte le informazioni necessarie occupiamoci della lirica. È una poesia di nove versi: i primi quattro presentano un paesaggio, gli ultimi quattro spiegano (“infatti“), con ricorso alla storia e alla leggenda, qualcosa che è stato detto nel quinto verso, centrale; quest’ultimo costituisce la cerniera fra le due parti: natura vs storia, senso superficiale (dicibilità del paesaggio) vs senso nascosto nella dimensione del profondo; bosco e foglie da una parte, destino (collettivo) dall’altra; del quale possiamo parlare perché in quel punto (““) le due dimensioni si sono incrociate, nel senso che il luogo (quel punto della superficie terrestre, quella piega del paesaggio) ha reso possibile il manifestarsi di un destino che non è tanto quello di Ulrich quanto, attraverso Ulrich, il destino del Württemberg – il quale a sua volta prefigura per Hölderlin un destino, ancora tutto da compiersi, della nazione tedesca. Nel verso-cerniera (“un suolo […] / non muto del tutto“) si dice infatti che in quel luogo la natura non è chiusa in se stessa e indifferente, ma vi risuona l’eco, parlante, di un umano destino – dove ‘umano’ è pleonastico poiché solo nell’ambito dell’umano può esservi destino, e il destino e l’umano sono legati alla lingua, alla parola e al senso. La traccia del passaggio di Ulrich – l’orma rimasta nella roccia – lega il destino a una meditazione sulla traccia e su se stesso. Il destino è al contempo soggetto e oggetto della meditazione: come soggetto, non può non continuare a riflettere sull’orma che ha impresso; come oggetto della nostra riflessione, sebbene non ne residui che il luogo come qualcosa di lasciato indietro, di attualmente deserto, l’orma – il suolo “non muto” – ci assicura che un grande destino è “pronto” a mostrarsi pur in luogo orfano. Ambiguamente però, è proprio su questo, sull’übriger Ort, che si chiude la lirica.

Il destino, nel senso di una speranza disperante, è il tema generale dei nove Canti notturni. Capisco che a noi, italiani e cattolici, che quand’anche avessimo avuto un destino non ce ne saremmo neppure accorti, questo parlare accorato del destino di una nazione suoni un po’ strano; e in considerazione del fatto che fra Otto- e Novecento Hölderlin è stato preso in ostaggio prima dal George-Kreis, e poi dal nazi-corifeo Heidegger, capisco anche che l’accento sul destino della nazione tedesca possa suonare ominoso; ma Hölderlin non ha colpa di ciò che della sua poesia si è fatto in tempi bui. Vale la pena invece indagare cosa intendeva per destino e perché questo tema è così centrale nella sua poesia.

Il XVIII secolo e il passaggio al XIX sono in Europa un periodo di grande crisi. La Rivoluzione Francese sembra offrire una soluzione al modo che fece Alessandro col nodo di Gordio, e non solo metaforicamente. Ma con il Terrore prima e le invasioni napoleoniche poi, la Francia delude: non è nello spirito francese che si manifesterà il nuovo destino dell’Occidente. Contemporaneamente si assiste in Germania, in ambito non politico ma intellettuale o, se vogliamo usare un termine desueto, spirituale, a qualcosa di mai visto prima: nella storia occidentale, ciò che accade in Germania fra Kant e Hegel, fra Goethe e i romantici può essere paragonato soltanto all’Atene di Pericle e al Rinascimento italiano; nemmeno il Grand Siècle francese, normato e compassato, può competere. Lo spirito tedesco sembra un buon candidato ad esprimere il Destino – vale a dire la nuova identità e missione – dell’Occidente. Però c’è un però: le strutture collettive, politiche, non seguono, anzi sono più che mai rigide; il quotidiano della vita si arrabatta, invariato, fra le stesse miserie; giustizia e uguaglianza latitano; ciò che dovrebbe guidare la rinascita del popolo non si manifesta; l’elemento frenante, filisteo – reazionario diremmo noi – è ancora il più forte; di questo Hölderlin è acutamente consapevole e in qualche modo presago degli sviluppi: non diversamente che in Italia, anche in Germania come risultato delle lotte e delle rivoluzioni del XIX secolo emergerà che al raggiungimento dell’unità nazionale sarà stato sacrificato l’ideale egualitario e la tensione alla democrazia. Il Destino della nazione tedesca sarà un destino mancato.

Possiamo ora chiederci in che misura, un secolo più tardi, l’angolo di Trakl “risponda” a quello di Hölderlin, che ne sia del destino e della speranza disperante che Hölderlin si portò, salvandola, nella follia.

Come la lirica hölderliniana, anche le quattro quartine dell’Angolo al bosco mostrano una bipartizione: nelle prime due prevale un senso autunnale di disfacimento, più serenamente malinconico che tragico: le belle foglie avvizziscono mollemente, gli anziani scivolano in più quieta sera, e se la visione del cimitero è in qualche modo sdrammatizzata dal merlo che scherza col cugino morto, lo “sfondo sanguigno” (così traduce Borso, con riferimento alle vetrate di chiesa del verso precedente; ma la parola tedesca, Grund, è la stessa che in Hölderlin indica il terreno, il suolo, che nella sua poesia invece fiorisce nonostante l’autunno) ha effetti molto tristi e cupi. In queste prime due quartine Trakl reperisce fenomeni che afferiscono a una situazione di autunnale disfacimento, di incerto limite vita-morte, e li elenca, li allinea paratatticamente con una (quasi) indifferente oggettività. Non sono però gli unici, e il poeta non si ferma lì: le due quartine seguenti sono un pullulare di splendore e termini positivi: oro, dolce, profumare, gioia, brillare, piacere, ecc., la tonalità dominante è quella dell’oro e della luce calda della fiamma, la notte non è, hölderlinianamente, il gelo in cui “si artigliano uragani” (cfr. qui), ma, con immagine a dir la verità un po’ fastidiosamente crepuscolare, l’angelo del riposo. L’oro e la luce non vengono, però, dallo sguardo: anche qui il poeta mantiene la sua postura di oggettività; oro e luce sono nelle cose. Ciò significa però che il destino come finalità positiva ha abbandonato il soggetto – individuale o collettivo – e si è trasferito nelle cose; sono esse ora, molto più umilmente, ad avere un destino – “un dono che viene da se stesso“, per citare l’Antonio Porta di Airone – ed è per questo che “agli umili è ben apparecchiato il loro posto“; ben apparecchiato non certo da uno Spirito nazionalmente inverato, ma dall’umiltà degli oggetti che ad essi, gli umili, risplendono del loro senso.

Il destino come finalità positiva, si diceva, ha abbandonato il soggetto, individuale o collettivo: e come potrebbe, in questo anno 1913, con le catastrofi e i massacri che si preparano in Europa (non diversamente, parrebbe, da quanto accade in questo anno 2022), un destino come missione positiva risiedere ancora nel soggetto? Cosa residua, di questo destino soggettivo? Un omaggio a Hölderlin: “Giù per il margine del bosco scivola un solitario destino”. Così Trakl saluta il “sacro fratello” e così noi lo salutiamo con lui: un solitario, grandioso destino che a dispetto dell’orma non si compie, ma scivola giù lungo il margine del bosco.