QUEL MASCHILISTA DI ARNO SCHMIDT

Negli Stabilimenti Greiff Schmidt conobbe Alice Murawski, di due anni più giovane, e la sposò il 21 agosto 1937. Il rapporto fra i coniugi era di tipo patriarcale come quello dei genitori di Schmidt. In una lettera a Jerowsky, Schmidt lo descrive come "un amore verticale perfettamente ideale (la mia specialità! Purtroppo!)". Schmidt proibì alla moglie di continuare a lavorare, come lei avrebbe desiderato. Pretese invece che, oltre a sbrigate le faccende domestiche, si trasformasse in assistente e segretaria per i suoi progetti letterari. […]
I diari di Alice Schmidt risalenti alla metà degli anni '50, le cui qualità letterarie furono scoperte tardi, sono usciti a cura di Susanne Fischer.
(Dalla voce 'Arno Schmidt' di Wikipedia deutsch)

Allo stesso tempo [le annotazioni di Alice] mostrano come questo Pigmalione si preoccupasse che la sua metà, plasmata secondo l'ideale della consorte di uno scrittore, restasse ben ancorata a terra: «A. mi tarpa di nuovo le ali».
«Così avresti oliato per bene il Blut und Boden dei nazisti» le distrugge nel 1955 un primo racconto breve. 
(Ulrich Baron, recensione del Diario 1955 di Alice Schmidt a cura di Susanne Fischer, qui). 

Non so se il racconto breve di Alice Schmidt sia conservato e se meriti la critica del marito. Di sicuro c’è che il comportamento pesantemente nazista è il suo, di Arno: il suo considerare la donna, al di fuori dell’ambito sessuale (l’unico rilevante nella sua produzione letteraria), un aiuto dell’uomo, una stampella su cui appoggiarsi fin dall’inizio, un essere privo di scopi e volontà proprie la cui esistenza ha l’unico senso di agevolare quella del maschio. Naturalmente si è scelto la donna giusta:

Nel luglio 1955 [Alice] registra un’insperata magnanimità: «Arno è così caro, non devo cucinare il pranzo.»” (Ulrich Baron, v. sopra)

Ma chi è Arno Schmidt, e com’è che mi viene in mente di parlarne? Arno Schmidt (Amburgo 1914 – Celle 1979) è stato un importante scrittore tedesco-occidentale del secondo dopoguerra. Uso l’aggettivo “importante” perché mi sembra il più adatto ad approcciare la questione. Parecchio discusso in vita, fra accesi entusiasmi e accuse di ciarlataneria, è prevalso man mano l’uso di qualificarlo “grande” – quando non “grandissimo” – senza che siano del tutto scomparse le voci nettamente critiche. L’esordio è nel 1949, col racconto Leviatano, seguito da altri racconti, romanzi brevi, romanzi più corposi, fino all’opus magnum del 1970: Zettel’s Traum (Il sogno di Zettel, non ancora tradotto, mi chiedo se mai lo sarà), milletrecento e passa pagine nell’edizione originale, riproduzione formato A3 del dattiloscritto dell’autore, su più colonne, con annotazioni autografe ecc., per un totale di otto chili di carta stampata. Soltanto nel 2010 Suhrkamp pubblicherà un’edizione composta da un tipografo (cioè non simil-dattiloscritta e/o manoscritta), ora fuori commercio. Il tipografo ci lavorò diversi anni. Per dire.

Schmidt viene volentieri accostato a Joyce – senza considerare, francamente, che Joyce appartiene alla prima metà del secolo e Schmidt alla seconda, il che insinua almeno il dubbio di un certo anacronismo. Io però sono tutto fuorché un’esperta di Arno Schmidt, avendo letto soltanto quattro o cinque dei suoi primi racconti o romanzi brevi. Da giovane mi irritò il pessimismo integrale di Specchi neri (1951) e da vecchia mi irrita, di piccoli capolavori quali Leviatano (1949), I profughi (1953), Paesaggio lacustre con Pocahontas (1955), lo sperimentalismo già sperimentato. I testi di Schmidt non sono di facile lettura. Gli era chiaro che dopo la guerra non si poteva semplicemente narrare come prima (e già prima…); ma le sue soluzioni a mio parere non offrono, a fronte della fatica della lettura, nulla di nuovo, nessuna percezione della realtà sostanzialmente diversa da quelle già elaborate dalla cultura tedesca ed europea prima dell’involuzione nazista. Ad esempio nei Profughi e in Pocahontas, racconti incentrati, pur nella grande diversità delle situazioni, su un rapporto di coppia in una situazione di viaggio o di vacanza, io ritrovo molto del tono generale del Castello di Rheinsberg di Tucholsky (vedi, su questo blog, qui, idillio n° 2). Ma Il castello di Rheinsberg è del 1912.

Se non sono un’esperta e nemmeno un’ammiratrice incondizionata, perché ho tirato fuori Arno Schmidt? C’è stata recentemente, su Poliscritture, un’accesa discussione a partire da un articolo di Dario Borso (scaricabile qui il saggio completo) – lui sì grande esperto, traduttore e imprescindibile commentatore di A.S. – che conduce una serrata polemica contro il defunto germanista Cesare Cases a proposito di una recensione su Schmidt pubblicata nel 1954. A cold case se mai ce ne furono, ma che per quanto cold ha parecchio scaldato gli animi. Sulla discussione preferirei sorvolare, tanto più che ne emerge soltanto, bipartisan, ciò che Paul Simon cantava già nel lontano 1969:

Still, a man hears what he wants to hear
And disregards the rest

(Paul Simon, The Boxer, 1969)

ragion per cui sono molto scettica sul senso delle discussioni, soprattutto quando le parti in causa sono ferme su convinzioni di partenza che, precisamente, non tollerano di essere messe in discussione. Mi hanno colpito invece, mentre cercavo informazioni, gli sgradevoli lati maschilisti di Arno Schmidt. Certo, non tracceremo corrispondenze esatte fra il cosiddetto “io empirico” dell’autore e la sua opera; tuttavia è l’io empirico che, materialmente, scrive l’opera, e qualche traccia, qualche muro portante o transenna o paratia trasfigurata in eterna struttura deve essersi per forza depositata. Mi è venuto in mente che ben prima di scoprire i lati schiavisti di A.S. c’erano state nei suoi testi cose che non mi quadravano.

Non riassumerò la biografia di A.S., volendo si può consultare Wikipedia. Vorrei solo sottolineare come, a partire dagli ultimissimi mesi di guerra (durante i quali Schmidt, approfittando di un congedo dalla Wehrmacht, organizzò la fuga della moglie dalla Slesia, su cui incombeva l’avanzata dell’Armata Rossa, verso la Bassa Sassonia) fino all’inizio degli anni ’60 e oltre, la vita della coppia sia stata molto dura. Arno aveva deciso di vivere da “libero scrittore”, come si dice in tedesco, e rimase fedele alla decisione. Si sa però che vivere da libero scrittore difficilmente riempie la pancia, soprattutto quando si rifiuta qualsiasi compromesso non solo con la società borghese ma anche con l’establishment culturale che potrebbe offrire una piccola nicchia protetta; e soprattutto quando alla moglie si proibisce di lavorare. [Diversamente il nostro Antonio Moresco, che con Schmidt qualche punto in comune ce l’ha, fra cui l’inettitudine al lavoro non letterario e la passione per gli Zettel: le centinaia o migliaia di foglietti su cui sono annotati gli infinitesimi mattoncini che comporranno l’opera. Alla moglie, Moresco “permise” però di lavorare e mandare avanti la baracca]. Schmidt fu un duro e puro: la vita della coppia era consacrata alla (di lui) letteratura. Ma il conto non lo pagava solo lui.

Veniamo alla letteratura. Paesaggio lacustre con Pocahontas è un meraviglioso racconto del 1955. Il noto critico tedesco Marcel Reich-Ranicki, autore, nel 1967, di una sonora e dettagliatissima stroncatura del fenomeno Arno Schmidt, lo ha comunque inserito, assieme a I Profughi, nel suo canone della letteratura tedesca del dopoguerra; per Walter Kempowsky è “la più bella storia d’amore” di A.S.; Günter Grass dichiara che è il suo racconto preferito, ecc. Perfetto. Ma come comincia questa bellissima storia d’amore? Comincia che due amici, ex commilitoni, fanno una vacanza insieme sul Dümmer, un lago della Bassa Sassonia. Erich, vedovo senza alcuna intenzione di risposarsi, è mastro imbianchino, ha dei dipendenti, una bella impresa; non può vedere Adenauer, la CDU e l’opera di “normalizzazione” che essi portano avanti: colpo di spugna sul passato, riabilitazione e riassorbimento nell’amministrazione di politici e burocrati collusi col nazismo, facciamo finta che non sia successo niente e ric0minciamo dai valori cristiani che non sono mai venuti meno. Erich dice, confidenzialmente, che “di là”, nella Germania dell’Est, non si sta così male come vogliono farti credere all’ovest. Joachim, uno dei tanti alter ego dell’autore, è uno scrittore squattrinato: la sua quota per la pensione sul lago è generosamente offerta da Erich. I due sodali non sono nemmeno arrivati che sono già in caccia; l’intraprendente è Erich, che individua subito la preda in una coppia di amiche; Joachim va piuttosto al traino ma non si tira indietro, ad esempio quando si tratta di dare un falso nome sul registro della pensione:

«Nomi falsi?? - : Eh ben! Metti caso che ne ingravidi una! E i documenti qua non te li chiede nessuno.»

Insomma, politicamente saranno pure progressisti, ma in altri ambiti li trovo fastidiosamente regressisti. E non per una questione di morale: la “preda”, in fondo, non chiede di meglio che essere predata, i dongiovanni vacanzieri non promettono nulla che non possano o non vogliano mantenere, nessun imbroglio, tutto chiaro fin dall’inizio. Non si tratta di morale ma di estetica: che squallido inizio per la più bella storia d’amore. Letteralmente: occhiata circolare per reperire e valutare la merce, e vai. Siamo sicuri che stiamo leggendo uno scrittore di avanguardia? Uno che va al fondo delle cose? A me fa l’impressione di un fondo un po’ stantio.

Si dirà che è, appunto, il realismo di Schmidt: Schmidt rifiuta gli abbellimenti e i decorativismi pseudoromantici e rappresenta le cose come sono. Si potrebbe controbattere che lo scrittore squattrinato del racconto alle “cose come stanno” – cioè all’atteggiamento padronale del maschio che stende la mano e prende possesso della femmina – aderisce senza difficoltà, né questo atteggiamento è mai messo in discussione – al massimo è oggetto, nella persona di Erich, di bonaria ironia. Ma vediamo la questione del realismo.

Delle due amiche, una è piccolina, rotonda, soda, volgarotta; l’altra, Selma, è definita “uno spaventapasseri”: un metro e ottanta, ossuta, naso aquilino, labbra inesistenti, profilo di irochese, seno non pervenuto. Erich lancia un’OPA sulla grassotta, a Joachim rimane la seconda scelta. In fin dei conti, dice Erich, il sottufficiale eri tu: sei quello che ha più coraggio. Sarà anche quello che ha più coraggio, ma esita. Poi però succede il miracolo: in canoa, sul lago, le due amiche hanno un piccolo incidente – niente di grave – e Selma appare a Joachim come torso emergente dall’acque, alghe nei capelli, foglie lacustri aderenti all’epidermide, dietro gli orecchi, come fiori, tenere piumette rosa salmone. Non è più la sgraziata spilungona, è una principessa indiana, è Pocahontas, è Ondina (non per niente Schmidt lavora a una biografia di La Motte-Fouqué), è una ninfa delle acque, è lo Spirito del luogo, un’incarnazione della Natura infinitamente al di là delle umane categorie di bello e brutto. E scoppia l’amore – per nulla ideale, anzi molto concreto, che infatti varrà all’autore e al suo editore Alfred Andersch una denuncia per oltraggio alla morale, alla religione e a qualche altro pilastro della società adenaueriana. Ma oggetto dell’amore non è Selma-Selma, bensì Selma-Pocahontas, Selma-Ondina; tant’è vero che trascorsi gli ultimi, pochi giorni di vacanza, Selma-Selma si imbarcherà lacrimante sull’autobus che la riconsegna alla ditta tessile di Osnabrück, alla routine di impiegata, e al suo destino senza luce.

Poi, figuriamoci, Arno/Joachim, come gli altri suoi avatar, è molto galante, molto ben disposto e anche magnanimo nei confronti di queste bizzarre creature, questi spiriti della natura eterei e imprevedibili, fondamentalmente eterogenei rispetto ai maschi, che sono le donne suscettibili di diventare sue compagne. Si può affermare senza tema di essere smentiti che le tratta quasi come esseri umani.

I profughi racconta il viaggio in treno nell’inverno 1950, con bagagli e masserizie, dalla Bassa Sassonia alla Renania-Palatinato di un gruppo di quei (milioni di) tedeschi dell’est, fuggiti davanti all’Armata Rossa o cacciati poi dai Sudeti e altri territori variamente inglobati da Russia, Polonia e Cecoslovacchia, che si erano dapprima provvisoriamente stanziati soprattutto nello Schleswig-Holstein e in Bassa Sassonia e che si cercava di “smistare” verso regioni più occidentali. Già alla partenza l’io narrante, di cui non ci viene detto il nome, fa la conoscenza di Katrin, pimpante vedova di guerra. Giunti dopo un paio di giorni alla meta – un paesino della Renania-Palatinato – si spacciano per fidanzati (lo status di fidanzati ha o aveva in Germania maggiore ufficialità che in Italia) e si insediano con i libri (di lui), i mobili (di lei) e un gatto (del luogo) in una mansarda. Nonostante i disagi e le difficoltà si approda all’idillio. Un idillio completo: Katrin sa battere a macchina – professionalmente, con dieci dita:

«Senti, io adesso mi esercito ogni giorno, - E poi potrai dettarmi tutto» concluse solenne e tempestosa.

Formattata a tempo di record.

QUATTRO POESIE DI JAN WAGNER A PROPOSITO DI IMPEGNO E DISIMPEGNO

Da Achtzehn Pasteten (Diciotto terrine, 2007)

sambuco 

per Richard Pietraß

a che l’inchiostro, ci si chiede, nelle frasche
le gocce nere che si addensano impensate
in schizzo di merli? quale testo
per qual catasto di terreni, qual regesto?

di fianco al vecchio fienile, dove la terra
affonda nelle prese, dietro lo steccato. il profumo
delle infiorescenze in aprile, la carta a
mano che trae dalle sue profondità

mentre asciugano i panni, cominciano
a svolazzare sull’asta, si trasformano i merli
in taccole. quale dolce o severo
segreto, ci si chiede, dividerà con noi,

quando in autunno saremo raccolti attorno al
buio delle terrine, con i nostri cucchiai d’argento 
lucente, le camicie della domenica eccessivamente 
immacolate, silenziosi come amanuensi? 

Continua su Poliscritture

SOFFERENZA INDIVIDUALE E STORIA (à SUIVRE…9)

Dario Borso, Ostaggi d’Italia. Tre viaggi obbligati nella storia, Exorma 2021

Se c’è un fatto che emerge immediatamente dall’ultimo lavoro di Dario Borso: Ostaggi d’Italia. Tre viaggi obbligati nella storia (Exorma 2021), è che la diseguaglianza, in pace, fra “popolo” e “signori” si acutizza in guerra fino a un diapason di sofferenza difficilmente immaginabile e generalmente ignorato. (…Continua su Poliscritture)

IL FASCINO DEL FRAMMENTO (e un tassello al commento)

[Questo post era già stato pubblicato il 17 gennaio; poi però Dario Borso si è accorto che al suo pezzullo mancava un tassello, e l’ha aggiunto. Chi avesse già letto l’articolo salti la prima parte e vada direttamente al commento d’autore – in corsivo – alla fine.]

Quando, nell’estate del 1807, a Tubinga, Hölderlin, dimesso come incurabile dalla clinica psichiatrica del dottor Autenrieth, entra nella casa sul Neckar del mastro falegname Zimmer per rimanervi fino alla morte, l’unica sua opera pubblicata in volume è il romanzo Hyperion o l’eremita in Grecia. Ciò non significa che egli non sia già noto e apprezzato come poeta, ma le sue poesie – le odi brevi, le elegie, i grandi inni – sono uscite, e escono ancora al momento del suo internamento, su riviste, Almanacchi, Libri dell’Anno. Molte sono manoscritte; il poeta ha continuato a lavorarvi, ad ampliarle, a produrre delle varianti. In certi casi non è facile dire quale sia la versione definitiva, e nemmeno se ci sia una versione definitiva. La prima raccolta in volume esce nel 1826 a cura dei poeti Uhland e Schwab: si potrebbe dire un’edizione postuma in vita, poiché già da quasi vent’anni l’autore è indifferente o addirittura ostile a ciò che accade “fuori”. Stando così le cose – una fortissima voce poetica brutalmente interrotta nel pieno dei progetti e delle esecuzioni dalla malattia psichica – è inevitabile che i curatori dell’opera hölderliniana si trovino sempre di nuovo confrontati con una quantità di versioni, di abbozzi, di piani, di non-finiti o solo accennati, di frammenti.

Paradosso del frammento hölderliniano. Destinato dalla madre alla professione di pastore evangelico, Hölderlin frequentò il prestigioso Tübinger Stift dove strinse profonda e durevole amicizia con il condiscepolo Hegel; fu amico di Schelling – tanto che lo scritto, incompleto e di problematica attribuzione, noto come Il più antico programma sistematico dell’idealismo tedesco, reca l’impronta, variamente discussa e valutata, del poeta e dei due filosofi. Tuttavia Hölderlin, che per ragioni anche meramente anagrafiche dovrebbe appartenere a quell’area, non è un romantico. Non è nemmeno un classico nel senso di Goethe o di Schiller naturalmente – e infatti le discrepanze con il venerato maestro Schiller non tarderanno a mostrarsi e ad acuirsi. Rimane il fatto che il suo immaginario è un immaginario greco-classico: niente Medio Evo, ondine o cavalieri. L’Occidente (Hesperien, ma si intende in particolare la Germania), potentemente scosso dallo Spirito del Tempo che si è palesato nella Rivoluzione francese, approderà a una nuova necessaria armonia soltanto quando il Padre Aether – l’Etra, l’Etere, il cielo superiore, puro e luminoso dei primi cosmologi, il Quinto Elemento aristotelico o più recentemente bessoniano -, dispensatore di vita, farà liberamente scorrere la sua virtù nei cuori e nelle vene degli uomini, intesi come collettività, che dovranno imparare ad accoglierlo. Con segni e portenti gli Dei annunciano la sua venuta fra ellenici mirti e querce tedesche. Compito dei poeti è leggere e diffondere i segni. La salvezza in ogni caso, come Dioniso e il suo corteo, procede da Oriente verso Occidente.

Immaginario classico dunque. Eppure la produzione poetica di Hölderlin è costantemente, direi strutturalmente confrontata al non finito, non definitivo, passibile di ulteriore sviluppo, di diverse e altrettanto provvisorie conclusioni; al non finito o solo abbozzato perché sopravviene la morte, o la malattia, o un altro accidente; ma anche perché a un certo punto la traccia diventa incerta, si biforca, si perde. Per una via diversa dai romantici, Hölderlin approda alla loro stessa insofferenza e quasi orrore del limite, di una conclusione che è sempre sospetta di impostura, perché il Padre giungerà certamente, ma intanto il Figlio è crocifisso. Ed è così che per il poeta svevo, il cui cielo è abitato dalle divinità dell’Olimpo e del Parnaso e la cui geografia ideale è densa di istmi di Corinto, templi di Delfi e fonti Castalie, il sempre-incompiuto e il frammento, questo modo minore che attraversa il romanticismo, sono quasi la cornice ideale, la condizione trascendentale della poesia.

Tutto questo per presentare un frammento, A mia sorella, che necessita a sua volta di una piccola introduzione. Friedrich Hölderlin ha una sorella, di due anni più giovane: Heinrica, detta Rike. Dopo il secondo matrimonio della madre, rimasta vedova in giovane età, avrà anche un fratello: Karl Gock. Al fratello e alla sorella, come alla madre, Friedrich sarà profondamente affezionato. Dopo la conclusione degli studi a Tubinga, Hölderlin sarà in Turingia, a Jena e Weimar; la necessità di garantirsi un sostentamento e una collocazione nella società, come anche una personale irrequietezza, lo porteranno via via a Francoforte, poi a Homburg in Assia, a Hauptwil in Svizzera, e fino a Bordeaux. Ma la Heimat, il dolce luogo natale, l’origine a cui si fa ritorno da una lontananza vissuta in fondo come esilio rimarrà la Svevia, la casa della madre e dell’infanzia a Nürtingen, il Neckar che ritroverà a Tubinga, le Alpi sveve (che di alpi hanno solo il nome), e “tutti i sentieri della terra”. E se il ritorno sarà spesso amaro e avrà il sapore del fallimento, nondimeno i “venerati sicuri confini”“la casa della madre / e l’abbraccio dei cari fratelli” lo accoglieranno e avvolgeranno, “che, come fra lini, il cuore mi guarisca.” Fra questi luoghi poeticamente portentosi c’è Blaubeuren, dove Heinrica, che ha sposato un professore della locale Klosterschule, vive fino alla morte del marito all’inizio del 1800; dopodiché si trasferisce con i figli nella vicina Nürtingen, a casa della madre. Qui li raggiunge  Hölderlin, il quale si trattiene qualche giorno e prosegue per Stoccarda, da dove prega subito la madre di annunciare a Rike “una piccola poesia indirizzata a lei, che le mander[à] presto, sperando che la rallegri.” La sorella non la riceverà mai. La poesia (con tutta probabilità un’ode) non supererà lo stadio dell’abbozzo che sarà poi ritrovato fra le carte del poeta:

A MIA SORELLA

Se passo la notte al villaggio

Aria dell’Alpe

La strada scende

Casa    Ritrovarsi.                   Sole della terra natale

Gita in barca,

Amici              Uomini e madri.

Scivolare nel sonno.

(Traduzione mia)

(Il testo segue la Frankfurter Ausgabe delle Opere Complete, ed. D.E. Sattler)

Non sapremo mai (nemmeno Hölderlin lo sapeva) cosa sarebbe diventata questa lirica una volta finita. È lecito pensare che l’autore abbia fissato su carta ciò che riteneva importante, i nuclei che avrebbero retto la struttura, le nebule di immagini che lo avevano commosso e che intendeva precisare e organizzare in un percorso, per ora soltanto abbozzato. Un’osservazione preliminare è che queste note, largamente sciolte da un contesto sintattico, abbandonate, come barche senza timone, all’allargarsi concentrico delle onde semantiche, sono assai più libere di risuonare nella psiche del lettore, hanno un potere evocativo molto maggiore che se fossero incastonate in un insieme, soddisfacente dal punto di vista della completezza, ma che, a due secoli di distanza, potrebbe allontanarci con un soffio di estraneità o magari con un sottile senso di delusione proprio per come chiude.

(Con questo non si vuol dire, naturalmente, che il frammento sia meglio del finito; ma che il frammento è più slegato dalla storia, più libero di consonare con tempi futuri.)

La seconda osservazione generale è che questo “Alla sorella” non della sorella parla, ma di quello che sta intorno, che è l’atmosfera magica e taumaturgica della Heimat, della terra natale. Già l’anno precedente, in una lirica in distici elegiaci, in certo modo di circostanza, dedicata alla nonna per il suo settantaduesimo compleanno, Hölderlin scriveva: “E ripenso a giorni da tempo trascorsi / E la terra natia mi rallegra l’animo desolato”. Gli affetti familiari e la Heimat appaiono inscindibili, uniti nel sentimento di Geborgenheit: essere al sicuro, accolti e protetti in una sfera in cui l’essere ha una densità perfetta.

Se ora esaminiamo le sette righe di cui consta il frammento, notiamo una simmetria: il ritrovarsi – con la sorella, con la famiglia – avviene nella riga centrale, illuminata dal sole della Heimat, che costituisce il nucleo e il perno del testo. Le prime tre righe contengono un’ouverture (Se passo la notte al villaggio) e un avvicinamento, un’anticipazione della gioia, mediata dall’effetto dei luoghi (“aria dell’Alpe”); le ultime tre allargano l’esperienza della pienezza dell’essere a un’umanità solidale e simpatetica, prima di smorzarsi nella semincoscienza pacificata e felice di uno scivolare nel sonno.

Tutto ruota attorno al rivedersi e al sole della Heimat. La qualità dei rapporti con gli esseri e con le cose, la solidarietà con un’umanità più vasta (“amici”), la possibilità stessa di una fratellanza universale ha radice e garanzia nel mondo primigenio e intatto della Heimat.

Nell’idillio del ritorno (che avrà il suo trionfo nell’elegia Heimkunft, Ritorno) è insita però un’asimmetria rispetto all’esperienza complementare della partenza, dell’uscire dai confini, dell’andare nel mondo – esperienza che Hölderlin ha sempre ricercato come necessaria e irrinunciabile, ma che non gli è mai veramente riuscita: a ogni andare nel mondo è seguito un ripiegamento sulla casa materna. Poiché però dall’estensione delle qualità della Heimat al mondo esterno dipende in ultima analisi la redenzione di quest’ultimo, il fallimento esistenziale diventa fallimento cosmico. In fondo è corretto che dopo la crisi di follia e successivo internamento la madre non lo abbia accolto nella propria casa e abbia poi sempre rifiutato di vederlo: nell’idillio di Nürtingen non c’è posto per Hölderlin il folle. Così il poeta passerà la seconda metà della vita in una stanza presso il falegname Zimmer: in un luogo neutro, in doppio esilio da sé e dal mondo.

Un’ultima osservazione, che però ha molto a che fare con quanto appena detto: nella penultima riga troviamo “Uomini e madri”. Perché proprio ‘uomini e madri’? Perché ‘uomini e madri’ sembra costituire il culmine dell’armonia e della serenità? ‘Uomini’ sono giovani di sesso maschile diventati adulti. Si direbbe che la coesistenza di ‘madri’ e ‘maschi adulti’ sia per Hölderlin una delle figure, forse la più importante, dell’armonia. Non dimentichiamo che il poeta perse il padre all’età di due anni, e il patrigno quando ne aveva nove. Di lì in poi la madre regnò sola nell’empireo delle divinità. Proiettando questa immagine nello specchio magico del suo progetto di ode, Hölderlin vuole completare il quadro dell’idillio immaginando se stesso come un adulto sullo stesso piano della madre. Libero di andare e libero di tornare. Libero soprattutto di andare dove vuole.

AI LETTORI che mi hanno seguito sin qui attraverso il dedalo dei manoscritti e delle peregrinazioni hölderliniane sono felice di offrire una ghiottoneria, una leccornia, una prelibatezza che ho tenuto per la fine come il vino di Cana: la traduzione di Dario Borso e il suo pezzullo di commento in esclusiva per la Tazza di tè:

A MIA SORELLA

Passare la notte al borgo

Aria del Giura

Giù per la via

Casa incontrarsi. Sole natio

Giro in barca,

Amici          Maschi e madri.

Sonno lieve.

Enigmatico anzi enigmistico, vien voglia di congiungere i puntini. O prima ancora congiungere il frammento all’altro sottostante, TinianIl navigante, il quale rinvia poi all’ode al Wanderer fuggitivo di tre anni prima, dove già compaiono dolce Heimat e monti nonché l’isola delle Marianne, mitica allora (meno da quando ospitò i bombardieri diretti a Hiroshima). E magari considerare il frammento scritto sopra entrambi, Il canto del cigno di Saffo, evitando però comunque Reitani che traduce il secondo verso del distico: “Wenn von der süßen Jugend immermahnend die Erinnerung nur mir blieb” (Se sol mi restasse a monito perpetuo il ricordo della dolce giovinezza) con un assurdo “Quando sempre ammonito dalla dolce giovinezza il ricordo solo mi restasse”.

Gli strati di scrittura qui sono anche strati di ricordo. Sulla via per Stoccarda, appena separatosi dal paese natio, il Nostro vien preso da nostalgia per Blaubeuren, dove ormai non c’è più nessuno (ma c’era stata famiglia). Sempre tre anni prima aveva rimemorato alla sorella un soggiorno da lei con pesca (miracolosa?) e lauto pranzo conseguente…. Invece che verso un futuro incerto (senza lavoro da un mercante che conosceva appena), immagina insomma di star tornando al passato certo di una Blaubeuren eletta a Heimat. Idealizzando ovviamente tutto, ché a turbare il lieve sonno-sogno di un ricongiungimento universale tra maschi e madri lo attende al varco lo spettro di Bachofen.

TASSELLO Cara Elena, ho dimenticato l’Adorno fischiato-bloccato a metà relazione in un convegno hölderliniano del 1963 dal nutrito settore heideggeriano del pubblico presente. Fu una fortuna, perché subito dopo un oscuro, giovanissimo Péter Szondi gli consigliò di leggere un saggio di N. von Hellingrath (1888-1916) sulle traduzioni da Pindaro che Hölderlin aveva annunciato come appena svolte in una lettera a Schiller del 2 giugno 1800 da Nürtingen. Nel 1964 Adorno pubblicò la relazione rimaneggiata titolandola Paratassi. Sulla lirica tarda di Hölderlin e ringraziando in nota Péter della dritta: in effetti, la paratassi individuata da Adorno nelle poesie della torre, Hellingrath l’aveva colta paro paro nel Pindaro tradotto. Sarà mai che il nostro frammento sia nato sotto questa stessa stella?

Una cosa è certa, anche se c’entra poco: Hellingrath, artefice della Ia edizione critica di Hölderlin (1913-1923), era figlio di un alto ufficiale tedesco e di una nobildonna; l’artefice della IIa (1943-1967) finanziata da un grand commis nazista (su raccomandazione dell’altrettanto nazi figlio, il germanista W. Killy) fu il figlio di capostazione Fr. Beißner (1905-1977), membro delle SA e poi della NSDAP; la IIIa (1975-2008) si deve a D. E. Sattler (1939-), figlio di contadini della DDR riparati nel 1953 in BRD, dove frequentò un istituto di grafica per darsi poi alla pazza idea di facsimilizzare i manoscritti di Hölderlin per intero. Non Le par la sequenza un’epitome del secolo (mica tanto) breve? Alla prossima!

Foglio 52r dello Stuttgarter Folioheft che contiene il frammento “Alla sorella”, seguito da “Tinian”, entrambi intrecciati ai versi del più tardo “Canto del cigno di Saffo” . Sia lode ai filologi.

STÖRTEBEKER

Störtebeker_Statue_(Hamburg)

Il 20 o 21 ottobre del 1401, a Amburgo, fu giustiziato, se mai è esistito, il famoso capitano Klaus Störtebeker che nel Baltico e nel Mare del Nord aveva praticato con successo prima la guerra di corsa (munito, cioè, di lettere di incarico da parte di stati o signori), poi la pirateria per conto proprio e con notevole danno per i commerci delle città anseatiche.

Nel ruolo piò onorevole di Vitalienbruder (membro cioè della leggendaria Confraternita dell’approvvigionamento, organizzazione di capitani indipendenti in bilico fra legalità e pirateria), aveva contribuito a rifornire di vettovaglie via mare la città di Stoccolma durante l’assedio ad opera dei danesi (1389-1394). Finita la guerra e distrutta la base dei Vitalienbrüder sull’isola di Gotland (Svezia), i capitani oltrepassarono l’incerto confine, si fecero più francamente pirati e furono anche noti col nome di Likedeeler, basso tedesco per Gleichteiler cioè coloro che dividono in parti uguali, il che suggerisce un’organizzazione tendenzialmente democratica e socialista sulle navi di questi famosi e, in un’epoca di rigida struttura feudale della società, comprensibilmente popolari capitani.

Che furono, come è l’uso, via via catturati e giustiziati assieme alle loro ciurme. La fama del più noto, Störtebeker appunto, è legata piuttosto alla leggenda della sua morte che alla sua vita (storicamente, è perfino difficile identificarlo). Vuole infatti la leggenda che avesse ottenuto dal borgomastro di Amburgo la promessa di liberare quelli dei suoi uomini, in fila in attesa della spada del boia, che il suo tronco avesse raggiunto camminando dopo la decapitazione. Bene, pare che ne avesse superati undici prima che il boia lo facesse crollare tirandogli fra i piedi uno sgabello. In ogni caso il borgomastro se ne fregò e gli undici furono decapitati esattamente come gli altri settantadue (o trenta, secondo le versioni). C’è anche una coda: a un membro del Senato (presente in seduta plenaria) che si complimentava per l’impeccabile esecuzione dei settantatré, il boia Rosenfeld, venuto apposta da Buxtehude, rispose che quello non era nulla, e che avrebbe potuto decapitare senza problemi anche tutti i Senatori. Per questa risposta fu arrestato e il più giovane dei Senatori ebbe l’onore di tagliargli la testa.

Ma tornando a Störtebeker, l’aura romantica di pirata socialista, il motto (“amico di Dio, nemico del [resto del] mondo”), la leggenda della morte ne hanno tenuto vivo il ricordo. Il poeta tedesco Günter Eich (1907-1972) scrive un breve testo in cui a parlare è uno dei compagni di Störtebeker, in fila in attesa dell’esecuzione:

“In ginocchio, il cranio rasato. Una fila di nove, legati al timone di un carro. La testa del capitano in un cesto di vimini. Il suo tronco si alza, mette giù i piedi. Quelli che raggiunge sono liberi. Io sono il nono, un brutto posto. Ma ancora cammina.”

A partire da questo testo un altro poeta, il quarantaseienne Jan Wagner, vincitore quest’anno del prestigioso Georg-Büchner-Preis, scrive la poesia störtebeker tradotta assieme a altre quattro, su Le parole e le cose, da Dario Borso. La poesia mi è piaciuta tanto che ne ho voluto fare una traduzione anch’io:

 

Io sono il nono, un brutto posto.

Ma  ancora cammina.

Günter Eich

 

ancora cammina, la testa assiste al barcollare

in avanti del corpo. ma lui,

lui dov’è? in quegli ultimi sguardi dal canestro

o nei passi senza sguardo?

io sono il nono e siamo in ottobre;

il freddo e la corda tagliano più a fondo

la carne. siamo in ginocchio, in una fila, in macchie

di bianco le nuvole sopra di noi, come se spennassero

volatili lassù – come le donne

prima delle feste. papà che nei pugni sbiancati

stringeva il manico, e la scure, netta,

ammiccava alla luce. nel mentre la gallina

correva insanguinata sbattendo le ali, cercando la sua strada

fra due mondi, oltrepassando noi bambini urlanti d’entusiasmo.

 

 

„Ich bin der neunte, ein schlechter Platz.
Aber noch läuft er.“

(Günter Eich)

noch läuft er, sieht der kopf dem körper zu
bei seinem vorwärtstaumel. aber wo
ist er, er selbst? in diesen letzten blicken
vom korb her oder in den blinden schritten?
ich bin der neunte und es ist oktober;
die kälte und das hanfseil schneiden tiefer
ins fleisch. wir knien, aufgereiht, in tupfern
von weiß die wolken über uns, als rupfe
man federvieh dort oben – wie vor festen
die frauen. vater, der mit bleichen fäusten
den stiel umfaßt hielt, und das blanke beil,
das zwinkerte im licht. das huhn derweil
lief blutig, flatternd, seinen weg zu finden
zwischen zwei welten, vorbei an uns johlenden kindern.