RECENSIONE DI UNA RECENSIONE – Sul romanzo di prossima uscita “Divorare il cielo” di Paolo Giordano

Giordano

Sul Corriere di ieri due pagine erano quasi interamente occupate dal romanzo di prossima uscita Divorare il cielo di Paolo Giordano: sei colonne dalla recensione di Davide Casati e due da un estratto del romanzo. Un trafiletto ci informava inoltre che La Lettura del 25 febbraio ne ha proposto un’ampia anticipazione appositamente illustrata da un artista. Insomma, un evento.

Io il libro, che deve ancora uscire, non l’ho letto. Né lo leggerò. Un romanzo con un titolo e una copertina così si pone da sé – diciamo si posiziona – fuori dai miei interessi di lettura. Però la recensione l’ho letta, per curiosità.

Ora questo Davide Casati, che non ho la più pallida idea di chi sia, non scrive una recensione bensì un peana, un inno di lode, un Te Deum di ringraziamento a Paolo Giordano che “torna ad accompagnarci lungo percorsi di formazione: dall’adolescenza dei protagonisti, sul finire degli anni Novanta, fino all’età adulta”. Sì, perché visti i flop degli ultimi due romanzi Giordano ha pensato bene di tornare ai temi (e, spera, ai fasti) del primo.

Stavolta però lo fa “inseguendo lungo un intreccio vertiginoso la domanda che muove nel profondo” eccetera. Della domanda che muove nel profondo non me ne frega un accidente; mi interessa, invece, “l’intreccio vertiginoso”. A quel che emerge dalla recensione, la trama, che Casati qualifica di “meccanismo emozionale e millimetrico”, si dipana fra un tentativo di restaurare il Giardino dell’Eden in una masseria pugliese e la rivolta dell’eroe tenebroso, tormentato e tormentante. “Ramingo” lo immagina l’amata, come Caino nella Bibbia o Aragorn nel Signore degli Anelli.

Già: l’amata – perché il ramingo è implicato in un “amore totale”, al quale si concede però a tratti, quando emerge dagli Inferi e prima di tornarci, precipitando dalla scalata all’Olimpo.

Gli Inferi ci sono per davvero: e sono il luogo nascosto e bruciante del Grande Segreto, la verità multistrato che verrà svelata a poco a poco come si sbuccia una cipolla e il cui senso è senz’altro di tenere avvinto il pubblico fino a p. 434 col miraggio del nucleo ultimo e onniesplicativo.

L’intreccio vertiginoso è lì per fare ciò che devono fare gli intrecci vertiginosi: tener desto l’interesse dei lettori quando non ci sia altro, nel romanzo, atto a tenerlo desto. E che le cose stiano così lo conferma la scelta dell’estratto pubblicato: che da un lato allude chiaramente al Grande Segreto, e dall’altro mostra come la prosa di Giordano, senza il Grande Segreto, non terrebbe desto l’interesse di nessuno:

“Nicola gli cinse il collo. «Ecco lo sposo. Viva lo sposo!» strillò. «Cameriere, tre bicchieri, presto. Facciamo un brindisi allo sposo!» […]

«Allora, sposo, ci racconti», gli mise davanti un microfono inesistente. «Come ci si sente a promettere fedeltà in questo luogo maledetto?»

Bern prese un respiro profondo. Posò il bicchiere sul tavolo e fece per tornare alla zona del ballo. Ma Nicola non aveva finito. Di colpo tornò serio. Gli domandò:

«Almeno lei lo sa dove si sta sposando?»

«Abbiamo fatto un giuramento», disse piano Bern.

Nicola si avvicinò a lui di un passo.

«Perché se non lo sa, posso sempre spiegarglielo io».

A quel punto fu Bern ad avvicinarsi. Lo guardava da sotto in su, senza la minima traccia di paura o sottomissione.

Scandì per bene: «Se tu pronunci anche una sola parola con lei, io ti ammazzo».”

A parte ogni altra considerazione, chi direbbe «Cameriere, tre bicchieri, presto»?

Ma veniamo alle altre considerazioni: siamo passati attraverso il Novecento – il primo e il secondo –, attraverso due guerre mondiali, attraverso Kafka, Broch, Svevo, il surrealismo, Nathalie Sarraute per dirne una, Carlo Emilio Gadda che mi piace ma mettiamoci anche Calvino che non mi piace, siamo passati attraverso un sacco di gente che ha fatto i salti mortali per non scrivere “la marchesa uscì alle cinque”, e non perché nella frase c’è una marchesa ma perché non è più possibile scriverlo, siamo passati attraverso tutto questo per approdare a uno che ti scrive: “«Abbiamo fatto un giuramento», disse piano Bern”, e con questo vuol dire precisamente che un tizio di nome Bern a un certo punto ha pronunciato a bassa voce la frase “abbiamo fatto un giuramento”. Be’, congratulazioni.

E ricordiamoci, per favore, che non siamo in America, dove almeno fino a tempi recenti era ancora possibile che qualcuno uscisse di casa alle cinque; siamo nella provincia più retrograda e insignificante di un continente che a sua volta è sulla via di essere retrocesso a provincia.

Però abbiamo fatto un giuramento. Cazzo se lo abbiamo fatto.