RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 3

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Domenica 21 agosto: # Senza originalità

Olà, cardinal Ravasi! Oggi mi viene con Madre Teresa di Calcutta! E chi può prendersela con Madre Teresa di Calcutta? Nessuno, è ovvio. Infatti è l’ultima ratio di quelli che vogliono cavarti dei soldi, e che dopo averti mandato il portachiavi (non richiesto), la matita e la gomma (non richieste), il cuore di cartone (non richiesto) con su scritto “Grazie, Elena!”, en désespoir de cause ti mandano il librettino (non richiesto) con le frasi di Madre Teresa di Calcutta sulla goccia che insieme alle altre gocce fa il grande mare. Mi sa che è matura per i Baci Perugina, la goccia che con le altre gocce.

Ora però vi chiederete, amici e amiche affezionati delle Ravasiane, cosa c’entrano Madre Teresa e la sua goccia con l’originalità, o meglio con l’assenza di originalità. C’entrano, c’entrano: perché scarsamente originali, anzi decisamente monotoni e sempre più o meno gli stessi per tutti sono, secondo il cardinale, i nostri peccati, peccatini e peccatucci; che però e dai e dai, e uno attaccato all’altro, e goccia inquinata sopra goccia inquinata fanno un grandissimo mare inquinato che impedisce il “rigurgito della coscienza”, cioè la conversione: “un’ininterrotta sequenza di difetti, di mancanze, di vizi sempre uguali, che segnalano la nostra comune appartenenza all’umanità fragile e peccatrice”.

Che smania di correzione, Cardinale. Fragile e peccatrice dice lei. Da rivedere in toto. Da raddrizzare. Da piegare nella forma conveniente. E se invece fossero, questi sempre uguali, queste invarianti, appunto perché sono sempre quelli, se fossero le colonne portanti dell’umanità, quelle che disegnano la sua essenza? Cos’è questa fretta di metterci le toppe? E belle larghe possibilmente, che non si veda quello che c’era sotto. Non le viene il dubbio che il rattoppo sia parecchio più noioso dello strappo? E, a proposito di gocce e di mare, che l’essere umano sia in sé, per essenza, inquinante?

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 2

Piccolo Principe

Domenica 14 agosto: # Verità e amore

Scartiamo il Bacio Perugina di oggi, un po’ appiccicoso perché è tornato di brutto il caldo, e leggiamo sulla velina l’inevitabile Pascal: “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. Ha sapore leggermente stantio, come la cupoletta di cioccolato ripieno con la gobba di nocciola (che nell’intenzione vuole forse ricordare un capezzolo, innocente come una Madonna che allatta); presso le giovani generazioni è stato soppiantato da “Non si vede bene che col cuore”, e “L’essenziale è invisibile agli occhi” , che potrebbero benissimo essere di Pascal e invece sono di Saint-Exupéry e fanno parte degli insegnamenti che quella compagnona della volpe ammannisce gratis al Piccolo Principe per la gioia degli adolescenti di mezzo mondo.

Ma torniamo a domenica 14 agosto. Le ragioni del cuore, che la ragione non conosce, sarebbero in sintesi quelle che inducono Giuseppe a prendersi in casa Maria, ancorché incinta e sicuramente non di lui. E qui il cardinale ci stupisce, perché invece di appoggiarsi alle fonti certificate (Mt 1, 18-25) – gli sembra infatti che ricevere per via angelica l’assicurazione circa l’onestà di Maria sminuirebbe i meriti di Giuseppe – si rifà alla versione di Pasquale Festa Campanile (Per amore, solo per amore, 1983): “Maria gli disse: ‘Non ti ho tradito’, e Giuseppe rinunciò alla logica dei greci per accettare le ragioni dell’amore.”

Ben. A parte che la “logica dei greci” gli ha fatto un sacco comodo al cristianesimo per far digerire in Occidente il guazzabuglio mitico-mistico di matrice ebraica – anche a parte questo, mi vengono due osservazioni che proprio non riesco a trattenere.

La prima è che se io fossi nella Madonna sarei arcistufa che dopo più di venti secoli si continui a volermi guardare nelle mutande.

La seconda necessita di una piccola introduzione: nel romanzo di Pasquale Festa Campanile, che non mi sogno neanche di leggere ma di cui ho consultato la trama su Wikipedia, si dice che Giuseppe non dormiva nel letto coniugale bensì per terra, e che la moglie e il figlioletto, che facevano comunella fra loro, l’avevano pochissimo in nota. Poi un giorno lo trovano morto. Ettecredo. E ora la seconda osservazione per la quale sfodero la mia, di veline: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.” Be’, la Sacra Famiglia, che non possiamo certo incorrere nell’eresia di qualificare disgraziata, era però felice molto a modo suo.

RAVASIANA – il breviario del giorno dopo, 1

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NON SUGNU STATO IO!

Ravasiana: poiché il cardinal Ravasi insiste nel pubblicare settimanalmente, sulla prima pagina della Domenica del Sole, il suo scipido Breviario a edificazione del pubblico, mi vedo costretta a inaugurare questa rubrica per parare il lunedì la loffiata della domenica.

Domenica 7 agosto: # Avere – Essere

A proposito di avere vs. essere, dopo aver citato Nuccio Ordine che in un centone di citazioni, nella prima frase della prima pagina del suo dotto lavoro di raccolta (e chissà se il cardinale ha letto oltre) cita un “prete rivoluzionario ottocentesco calabrese”, Ravasi continua citando, come di dovere, Erich Fromm; poi però, preso dalla frenesia del citare, cita “la terribile definizione dell’Essere e il Nulla di Sartre: ‘Io sono ciò che ho’”. E qui la citazione non mi torna tanto: potrebbe gentilmente il cardinale specificarne il contesto? Perché francamente “io sono ciò che ho” non mi suona particolarmente sartriano, anzi non mi suona sartriano per nulla, né per il dritto né per il rovescio. Ma magari il cardinale si confonde con Feuerbach (“l’uomo è ciò che mangia”), o con D’Annunzio (“io ho quel che ho donato”). Oppure, più semplicemente, gli si sono rimescolati i bigliettini dei Baci Perugina.