FENOMENOLOGIA DI UN PRIVATGELEHRTER

La figura del Privatgelehrter, dello “studioso privato”, cioè non inserito in un’accademia, istituto, o altro ente scientifico organizzato (e generalmente pubblico), è una figura quasi scomparsa. Ebbe notevole fortuna nel XIX secolo ma declinò a partire dagli anni ’30 del XX, in parte in seguito a modifiche e sviluppi dell’accademia, ma soprattutto perché la conditio sine qua non del Privatgelehrter è il possesso di una solida fortuna personale che gli permetta di passare la vita a fare ricerca senza cavarne sostanzialmente un ghello. Per fare qualche esempio, Schopenhauer fu Privatgelehrter, ma lo è anche il protagonista del romanzo Autodafé (Die Blendung) di Elias Canetti; e in tempi più recenti lo fu, almeno fino a quando non gli assegnarono una laurea h.c. e una cattedra, il nostro Furio Jesi. Aggiungiamo, per completezza, che se si focalizza piuttosto l’estraneità all’accademia che non l’indipendenza economica, anche Marx e Benjamin furono (poveri) Privatgelehrte; tuttavia l’idea classica dello “studioso privato” implica una larga autonomia economica che permetta di dedicarsi agli “otia“.

Privatgelehrter: specie, dicevamo, quasi estinta. Almeno un esemplare tuttavia sopravvive in Italia nella persona di Pierluigi Fagan. Come dice egli stesso nella sezione ABOUT del suo blog di indubbio spessore: Pierluigi Fagan. Complessità, ventitré anni di lavoro come professionista ed imprenditore del marketing e della comunicazione gli hanno permesso di ammassare una fortuna sufficiente a vivere ormai da studioso non retribuito. Studioso di cosa, precisamente? Della complessità. Stante la complessità del suo campo di studi, campo che possiamo tranquillamente definire totale, Pierluigi Fagan ha dovuto dotarsi di competenze estremamente variegate, acquisite, come dice egli stesso, mediante “lettura e studio di testi, i principali delle principali discipline – dalla fisica alla metafisica“. Lettura integrale e diretta: dritto alle fonti. Un metodo che a me piace molto e che non si può che raccomandare, soprattutto se lo si applica con la costanza e la radicalità di Fagan, il quale ci informa che “ad, oggi e riferendomi solo a questi ultimi quindici anni, i saggi affrontati sono più di mille (ma qualcun’altro [sic] l’ho letto anche nei miei primi quarantacinque anni), dalla fisica alla metafisica, circa 70 l’anno, più di uno a settimana, tutte le settimane dell’anno, da quindici anni“. La comunicazione ha qualcosa di piacevolmente ingenuo, ma insomma: chapeau. Poiché però io sono un’insegnante in pensione – un’insegnante che, non avendo ammassato alcuna fortuna in trentasette anni di lavoro, gode soltanto ora, da pensionata acciaccata, di una piena disposizione del suo tempo, tempo che peraltro sfrutta in misura minima, essendo una persona che si distrae continuamente e la cui unica abilità consiste nel perdere tempo – da insegnante in pensione tuttavia so con certezza che il punto non è cosa e quanto si legge, ma cosa e quanto si capisce. Fagan è senz’altro una persona intelligente, su questo non c’è dubbio; tuttavia mi chiedo: chi certifica che il suo essere uno “studioso” indichi non solo un’attività “privata” – un hobby in fondo – ma anche dei risultati? In altre parole: chi certificava in passato e dovrebbe certificare tuttora le competenze e il valore dello studioso privato, se non è l’accademia (il mondo scientifico), dal quale il Privatgelehrter per un motivo o per l’altro si distanzia e distingue? La risposta è: la chiara fama. Quali sono i titoli di Pierluigi Fagan alla chiara fama? Ne individuo un unico: Fagan “[fa] parte dello staff che organizza l’annuale Festival della Complessità“, festival ideato e organizzato da esponenti dell’accademia. Un solo reale titolo insomma, ma di un certo peso.

Al di là della passione personale per la materia, Fagan individua il proprio compito di studioso nel provvedere il più possibile il pubblico di strumenti atti a penetrare la complessità della realtà contemporanea e in particolare a vedere oltre il desolante appiattimento della stessa operato dagli organi di informazione: dai media dominanti e “accreditati”. Fornire strumenti atti a una valutazione autonoma e personale (cfr. il motto del suo blog) significa naturalmente che lo studioso deve astenersi dall’essere bellicosamente di parte, e offrire invece elementi rilevanti ai fini della valutazione, il più oggettivi e il più neutralmente proposti possibile. Ora, nella questione della guerra d’Ucraina Fagan sembra venir meno ai suoi stessi propositi. Nei diversi articoli del suo blog dedicati alla questione (è molto attivo anche su facebook, ma io non ci sono, quindi non so) premette generalmente in mezza riga che l’aggressione militare russa è senz’altro da condannare, ma poi per tutte le altre, numerosissime righe, espone unicamente gli infiniti torti dell’Ucraina e dei suoi sostenitori. Mostra in particolare un dente avvelenato, e un’acredine non proprio da studioso super partes, nei confronti del presidente Zelensky. Insomma, vorrebbe fare quello che, almeno a livello “scientifico”, non si schiera, invece si schiera eccome. E siccome mi schiero anch’io, ma dall’altra parte, ho cercato di esaminare un po’ più da vicino la fenomenologia del nostro studioso. L’ho fatto analizzando un’intervista concessa a Money.it, qui, nel corso della quale Fagan, col tono bonario e l’accento un po’ svaccato del vecchio nonno, dice cose realmente molto interessanti. Ai fini dell’analisi ho trovato particolarmente utile una porzione del video, dal minuto 3.10 al minuto 5.46 circa. È parte di un lunghissimo monologo in cui Fagan risponde all’intervistatore sulle possibilità/probabilità di una degenerazione nucleare. Qui sotto la trascrizione della parte che mi interessa:

E tra l’altro, a parte i contendenti, c’è sempre poi magari di mezzo qualcuno che ha interesse a far precipitare la situazione no, cioè, magari non è la Nato, magari non è neanche la Russia, forse non è neanche l’esercito ufficiale ucraino, però insomma in Ucraina si stanno muovendo anche diverse fazioni che vivono di guerra, vivono di armi, vivono di conflitto e vivono del nazionalismo antirusso revanscista; quindi sono quelli che in teoria potrebbero avere più interesse… Ricordo che la prima invasione fatta dai russi è la centrale di Chernobyl, però Chernobyl non funziona come centrale – non c’è più il reattore attivo. In realtà c’è il sarcofago con dentro il reattore che fonde e del terreno contaminato tutto intorno, quindi non esattamente il posto più desiderabile sulla faccia della terra, così, da sgomitare – anche perché hanno combattuto tre giorni con le truppe ucraine, quindi si capiva, si è capito poco perché questo obiettivo fosse così importante all’inizio e si è capito anche poco perché gli ucraini lo difendessero con tanta veemenza. Lì c’è qualcuno che ha sospettato che le accuse che avevano fatto i russi del fatto che gli ucraini si stavano preparando a confezionare le cosiddette bombe sporche, bombe a zaino, tattiche a raggio limitato, eh, potesse provenire da lì, visto che dai satelliti ovviamente e dai rilevatori la radioattività emerge di suo quindi non desta sospetti diciamo, no, mentre viceversa farlo dove le centrali funzionano poteva essere incauto perché comunque è un’attività che è meglio tenere segreta. Però sono tutte congetture, quindi non sappiamo se al momento è una guerra di parole, di accuse, un po’ tipo ragazzi “aaah... poi vengo lì t’ammazzo… maaa t’ammazzo io per primo…” eccetera eccetera, o se sotto ci sono piani e dei fatti, perché dall’altra parte c’è comunque il più grande arsenale nucleare del mondo, quindi uno può inizia’ pure con le tattiche, ma poi finisce presumibilmente… anche perché Putin l’ha detto, la sera prima di iniziare il conflitto, ha guardato in camera e ha detto: non vi impicciate altrimenti troverete delle conseguenze che non avete mai visto nella vostra storia...

Sono venti righe abbondanti di congetture – e infatti Fagan dice onestamente in conclusione: “Però sono tutte congetture” – , e però su cosa portano queste congetture? Cioè, in risposta alla domanda sulla possibilità/probabilità di un incidente nucleare, qual è il punto su cui Fagan punta il dito? Il punto è molto semplice ed è questo: il vero rischio di degenerazione nucleare non viene in realtà né dalla Nato, né dalla Russia, né dall’esercito regolare ucraino, ma dalle formazioni paramilitari ucraine, incontrollabili e dissennate, che potrebbero eventualmente impadronirsi delle bombe sporche eventualmente prodotte dagli ucraini a Chernobyl (o, aggiungiamo dopo più recenti informazioni di fonte ucraina, dei materiali necessari a fabbricarle – anche se pare che fabbricare una bomba tattica sporca, o bomba a zaino, non sia proprio una cosa così immediata). Cosa sappiamo – nel senso di sapere e non di congetturare -, a una settimana dall’intervista e dopo che i russi hanno abbandonato la centrale dismessa, della produzione ucraina di bombe sporche a Chernobyl? Assolutamente nulla. Se questa è la penetrazione della realtà a cui vuole portarci lo studioso, è una penetrazione che sfocia sul nulla, ma lascia dietro di sé una costruzione che è sì puramente congetturale, ma che comunicativamente – e l’esperto di marketing e comunicazione Fagan non può non saperlo – assume il peso di un fatto. E questo, per uno studioso, è un po’ sospetto.

Ma veniamo alla prima parte della congettura: le formazioni paramilitari ucraine. Su questo punto: che in realtà la situazione sia in mano a “bande armate“, o “bande di giovinastri armati” a cui vanno le armi fornite dai paesi occidentali, Fagan insiste molto anche nel resto dell’intervista. Poiché Zelensky – dice Fagan – ha dichiarato che intende armare la popolazione, non possiamo certo sapere in che mani finiscono le armi che inviamo. Questo è probabilmente vero, tuttavia la congettura di Fagan poggia essenzialmente su due “documenti”: una frase del presidente della CRI, e una comunicazione personale di amici suoi residenti a Odessa. Lo scenario delle “bande armate” dipinto da Fagan sembra attagliarsi piuttosto alla situazione ucraina del 2014; nel frattempo le cose, come il peso dell’esercito regolare, potrebbero essere un po’ cambiate. Non faccio fatica a immaginare che la situazione in Ucraina sia caotica e non penso affatto che i militari ucraini siano più corretti o moralmente migliori dei loro corrispettivi russi, né che i miliziani siano cavalieri senza macchia e senza paura che proteggono gli orfani e le vedove; però gli ucraini – militari, miliziani e popolazione – sono gli aggrediti, e questo a casa mia fa la differenza. (Sulle formazioni paramilitari negli stati dell’ex blocco sovietico, che a noi puzzano immediatamente di nazionalista e di fascista, consiglio la lettura di un articolo del Post, qui).

A Fagan tuttavia fa comodo incentrare il discorso sulle supposte bande armate “che vivono di guerra, vivono di armi, vivono di conflitto e vivono del nazionalismo antirusso revanscista” (e del revanscismo russo che diciamo?) perché quello che gli interessa è mettere l’Ucraina come stato di diritto fuori dal gioco. La sua tesi è che l’Ucraina non c’entra niente e che in realtà il conflitto è fra gli Stati Uniti e la Russia. Questa tesi, che Fagan vuole “silenziata” e estromessa dall’informazione mainstream, lo è tanto poco che io, con i miei limitatissimi mezzi di informazione, l’ho letta e sentita almeno tremila volte. E se al posto degli Stati Uniti mettiamo l’Occidente, è anche la mia. La differenza è nel peso e nell’importanza che si dà all’Occidente, ma soprattutto all’Ucraina come soggetto giuridico, storico e morale. Agli occhi di Fagan questa importanza è talmente nulla che egli, come del resto tutta la sua parte di opinione, vorrebbe che Zelensky facesse suo il (supposto) consiglio del premier israeliano Bennett e per salvare il suo popolo, la sua gente e la sua nazione (?!) smettesse di resistere all’invasore e si decidesse a trattare “seriamente”: cioè a rimetterci quasi tutto. La teoria si basa sull’ipotesi, sostanzialmente verosimile, che l’Ucraina non possa vincere contro la Russia, e che quindi accettare, anzi domandare l’aiuto “tecnico” dell’Occidente non possa che prolungare un’orrenda agonia e faccia soltanto il gioco degli Stati Uniti. Ora, se è verosimile che l’Ucraina, pur continuando a resistere, non possa vincere, è d’altro canto piuttosto sicuro che, più decisa è la resistenza, più l’eventuale sconfitta dell’Ucraina non sarà una vittoria per la Russia. Anzi. Il resto dipende esclusivamente dall’importanza che gli ucraini danno a se stessi e può essere deciso soltanto da loro.

A proposito della rilevanza degli ucraini: l’ultimo punto dell’intervista riguarda la, chiamiamola, guerra di propaganda di Zelensky: se e in che misura sia orchestrata, pianificata e fin nei dettagli “allestita” dagli Stati Uniti. Fagan è dell’idea che scenografia e pianificazione siano in larga misura opera degli Stati Uniti. Riconosce però qualcosa anche all’iniziativa dello staff di Zelensky che, a quanto si dice, non è altro che l’ex staff della sua serie televisiva. E gliela riconosce perché, come dice letteralmente, ed è l’ultima frase dell’intervista, “a modo loro, per quanto siano ucraini, ma insomma sono del ramo” (neretto mio).

Errata corrige: “Fagan «[fa] parte dello staff che organizza l’annuale Festival della Complessità», festival ideato e organizzato da esponenti dell’accademia.” Dopo più accurate ricerche, nello staff che ha ideato e organizza l’annuale Festival della Complessità non ci sono “esponenti dell’accademia”, come mi era sembrato in un primo tempo, ma persone che, venendo da altri ambiti, hanno contatti tangenziali con l’accademia.