MUSIL E IL MERLO NEL CORTILE

 

 

 

 

Die Amsel

Ho un giardino piccolo, trascurato, esito a chiamarlo giardino. Però essendo chiuso da due siepi ha un’aria raccolta, mentre un cortile lo vedrei più aperto, ghiaiato.

Anche quest’anno con l’arrivo della primavera una famiglia di merli saltella sull’erba senza curarsi del cane che si avventa pro forma; qualcosa gli dice che è un cane velleitario, a distanza ravvicinata avrebbe paura.

In questa stagione i merli non sono merce rara, ce n’è un po’ dappertutto. Eppure che frequentino il mio giardino – che accettino di frequentare il mio giardino – mi sembra un onore per me e da parte loro una degnazione. Voglio dire che una vita selvatica si offra così, familiarmente, alla vista se non al contatto.

Sono affezionata a questi ospiti stagionali, hanno un modo di fischiettare e di saltellare che esprime un ottimismo a oltranza, come se sapessero da fonte sicura che non gli può capitare nulla di male. È un ottimismo discreto, non vuole fare proseliti, non offende i temperamenti atrabiliari; Baudelaire stesso non ne sarebbe offuscato. Non arriva a affermare che i gatti non esistono o che un temporale di prima estate non disperderà la nidiata implume; semplicemente i merli non ci pensano, hanno recepito la lezione evangelica: a ogni giorno basta la sua pena, inutile preoccuparsi, eventualmente si vedrà.

Mi viene in mente che c’è un racconto di Musil intitolato Il merlo. Quando l’ho letto, trent’anni fa, non mi era piaciuto; intanto perché i due protagonisti si chiamano Auno e Adue e questo ha qualcosa di arido; e poi perché non l’avevo capito. Rileggendolo recentemente mi ha colpito il nitore della prosa.

In breve la storia è questa: i due amici, Auno e Adue. si ritrovano dopo essersi persi di vista per parecchi anni. Adue, che ha sempre avuto una tendenza a porsi al limite delle cose, ha tre storie da raccontare all’amico, tre esperienze sulla linea di confine fra il razionale e quello che c’è di là – mistica o altro. Il terzo e ultimo accadimento ha avuto luogo poco dopo la morte della madre, quando un merlo (ma bisognerebbe dire una merla, perché in tedesco Amsel è femminile) si posa sul davanzale della finestra e dice “Sono tua madre”; da quel momento Adue la prende con sé.

Questo racconto è stato scritto fra le due guerre, probabilmente più verso la prima che verso la seconda, in un momento in cui il mondo, e dunque anche i merli, erano ancora significativi – oscuramente se vogliamo, ma significativi.

Ora le cose si sono parecchio sbiadite, come tutti sanno; c’è molta chiacchiera in giro ma il significato latita. Non posso aspettarmi che uno dei merli venga lì a dirmi Sono tua madre; né, ammesso che questo accadesse, mi sentirei disposta a far finta che tutti i conflitti siano sanati come dopo l’Ultimo Giorno.

Mi accontento della fenomenologia dei merli, del loro buon umore che non impegna. Spero che nessun gatto se li mangi e che la siepe, che è vecchia, mal potata e rada al suo interno, offra una protezione sufficiente contro i temporali.