OSPEDALI IN TEMPO DI GUERRA: IL FANTASMA DEL COLONNELLO CHABERT

Chabert

 

— Monsieur, lui dit Derville, à qui ai-je l’honneur de parler ?

— Au colonel Chabert.

— Lequel ?

— Celui qui est mort à Eylau, répondit le vieillard.

(- Signore, gli disse Derville, con chi ho l’onore di parlare? – Col colonnello Chabert. – Quale? – Quello che è morto a Eylau, rispose il vecchio.)

Ieri mattina un articolo della Stampa (ma non badate al titolo, non è corretto) mi ha fatto una certa impressione. È la storia di una signora di Crema al cui padre ottantenne, dopo un malore improvviso, viene diagnosticato un focolaio polmonare e che quindi è ricoverato con sospetto di Coronavirus: 

Quando hanno portato via suo papà, mentre era su una barella nel piccolo giardino di casa è riuscita solo a dirgli: «Mi raccomando, non avere paura, so che sei un fifone». Poi più nulla. […] Neanche un funerale. Una cassa di legno chiusa al cimitero cinque giorni più tardi. Due parole del parroco e la tumulazione della salma accanto a quella della mamma, morta da anni, mentre fuori aspettavano già i parenti di un’altra vittima, che si era spenta in fretta in qualche altro ospedale della Bassa.

Sono giorni che mi vedo la scena: arriva l’ambulanza, ti caricano e ti portano via. Ricordate i quattro conigli neri di Pinocchio? E che al posto della cassa da morto del romanzo di Collodi ci sia una barella non cambia niente: sei virtualmente morto, nessuno potrà più raggiungerti, sapere qualcosa, avere notizie. Scompari inghiottito da un’ambulanza e ti restituiscono chiuso in una cassa di legno dentro la quale, a voler essere precisi, nessuno può dire con certezza chi o che cosa ci sia.

E nell’affollamento di candidati cadaveri, nella fretta di liberare i posti, nello sfinimento di medici e infermieri, nell’inopportunità anche di tenere troppo in giro dei serbatoi di virus, siamo proprio sicuri che quelli che vengono chiusi nelle casse siano totalmente, definitivamente e per davvero morti?

Sono domande che ci si possono porre, in fin dei conti siamo in guerra e si sa, à la guerre comme à la guerre. Pensiamo ad esempio al colonnello Chabert.

Il colonnello Chabert, eroe della battaglia di Eylau (1807), in quella stessa battaglia ricevette una sciabolata micidiale sul cranio e, disarcionato, fu calpestato da un’intera compagnia a cavallo. Si ritenne quindi che fosse morto, e benché l’Empereur in persona incaricasse due chirurghi militari di andare a vedere se per caso non fosse ancora un po’ vivo, costoro si accontentarono di dargli un’occhiata, non ritennero di dovergli tastare il polso e lo dichiararono trapassato. Era una situazione complicata, avevano molto da fare. Chabert fu quindi spogliato e gettato nella fossa comune. Ma del tutto morto non era e la descrizione di come riuscì a districarsi dalla massa di cadaveri e a uscire dalla fossa vale la scena di Kill Bill volume 2. Restava il cranio spaccato, la catalessi, la perdita di memoria, le complicazioni delle campagne militari, la V, la VI e la VII coalizione, e insomma passano degli anni prima che il colonnello riesca a tornare in Francia – dove comprensibilmente nessuno, compresa la moglie che nel frattempo si è risposata, sa più che farsi di lui (il che dimostra che la morte è un fatto sociale almeno tanto quanto un fatto biologico).

Per dire che, stante l’enorme tensione da sovraccarico che affligge in questo momento gli ospedali lombardi, potrebbe ben darsi che il contenuto della cassa di legno non corrisponda alla descrizione; e potrebbe anche darsi che fra un paio di mesi qualche famiglia si veda comparire innanzi, magari un po’ frastornato, il caro estinto.

Sono pur sempre cose che si possono pensare, perché, come dice Derville alla fine del romanzo e come constatiamo in questi giorni, “tutti gli orrori che i romanzieri credono di inventare sono sempre al di sotto della verità.”