RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 11

odysseo-lapidazione

Domenica 16 ottobre: # Possedere e Amare

Gli affezionati lettori ricorderanno che la Ravasiana era morta d’inedia la settimana scorsa; in effetti avevo intenzione di chiuderla lì. Non vale la pena mi ero detta; oltretutto sperperare i talenti è antievangelico.

Non fosse che il Cardinale mi provoca. Tira fuori un “sapiente berbero”. Ricorrere al sapiente berbero è come sventolarmi il panno rosso, non ci vedo più. Ed eccomi di nuovo invischiata nella rubrica del lunedì.

Dunque il Cardinale cita ancora una volta lo “scrittore aviatore” Antoine de Saint-Exupéry; cita, di Saint-Exupéry, una raccolta di meditazioni e pensieri uscita postuma – e fortuna che a un certo punto lo scrittore aviatore si è inabissato, se no avremmo scorte di saggezza fino al 2080 e oltre.

Pare che Saint-Exupéry, a sua volta, citi un “sapiente berbero”, che dev’essere lo stesso a cui si rivolge abitualmente Paulo Coelho, il quale ci dice che non bisogna confondere l’amore col delirio di possesso, e che non è l’amore a far soffrire, bensì l’istinto di proprietà che è il contrario dell’amore.

E con questo il sapiente berbero si fa un sol boccone di almeno quattro su sette volumi della Recherche e li espelle in forma di palline digerite e, vogliono farci credere, digeribili. Chacun ses goûts.

Il Cardinale ci dice poi che non è bene uccidere la propria donna perché la si considera un possesso, e su questo non posso che trovarmi d’accordo. Mi chiedo però perché molto raramente, per non dire mai, succeda il reciproco, e cioè che una donna uccida il proprio uomo perché lo considera un possesso. Se il problema è un approccio sbagliato all’amore, dovrebbe valere per entrambi i sessi, o no?

E se invece sotto ci fosse qualche cattiva abitudine di popolazioni, diciamo, medio-orientali? Una parzialità, culturale per l’amor del cielo, per la lapidazione? Un’identificazione tutta maschile con Dio Padre?

Abilmente, il Cardinale para queste e simili obiezioni citando in chiusa il Cantico dei cantici.

Io una volta l’ho letto il Cantico dei cantici. Anzi, di sicuro più di una volta. Ci ho pure fatto un seminario in gioventù, e mi è toccato scrivere un lavoro in cui mettevo a confronto un commento latino con uno medio alto tedesco, figurati che palle. Se nonostante tutto mi ricordo così poco, di questo Cantico dei cantici, è perché, a dirla come va detta, non ci si capisce niente. Questi due non fanno neanche in tempo a trovarsi che già si sono persi; dopo di che si cercano e si cercano per tutto il libro, senza trovarsi mai.

Frustrante dico io, altroché.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 2

Piccolo Principe

Domenica 14 agosto: # Verità e amore

Scartiamo il Bacio Perugina di oggi, un po’ appiccicoso perché è tornato di brutto il caldo, e leggiamo sulla velina l’inevitabile Pascal: “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. Ha sapore leggermente stantio, come la cupoletta di cioccolato ripieno con la gobba di nocciola (che nell’intenzione vuole forse ricordare un capezzolo, innocente come una Madonna che allatta); presso le giovani generazioni è stato soppiantato da “Non si vede bene che col cuore”, e “L’essenziale è invisibile agli occhi” , che potrebbero benissimo essere di Pascal e invece sono di Saint-Exupéry e fanno parte degli insegnamenti che quella compagnona della volpe ammannisce gratis al Piccolo Principe per la gioia degli adolescenti di mezzo mondo.

Ma torniamo a domenica 14 agosto. Le ragioni del cuore, che la ragione non conosce, sarebbero in sintesi quelle che inducono Giuseppe a prendersi in casa Maria, ancorché incinta e sicuramente non di lui. E qui il cardinale ci stupisce, perché invece di appoggiarsi alle fonti certificate (Mt 1, 18-25) – gli sembra infatti che ricevere per via angelica l’assicurazione circa l’onestà di Maria sminuirebbe i meriti di Giuseppe – si rifà alla versione di Pasquale Festa Campanile (Per amore, solo per amore, 1983): “Maria gli disse: ‘Non ti ho tradito’, e Giuseppe rinunciò alla logica dei greci per accettare le ragioni dell’amore.”

Ben. A parte che la “logica dei greci” gli ha fatto un sacco comodo al cristianesimo per far digerire in Occidente il guazzabuglio mitico-mistico di matrice ebraica – anche a parte questo, mi vengono due osservazioni che proprio non riesco a trattenere.

La prima è che se io fossi nella Madonna sarei arcistufa che dopo più di venti secoli si continui a volermi guardare nelle mutande.

La seconda necessita di una piccola introduzione: nel romanzo di Pasquale Festa Campanile, che non mi sogno neanche di leggere ma di cui ho consultato la trama su Wikipedia, si dice che Giuseppe non dormiva nel letto coniugale bensì per terra, e che la moglie e il figlioletto, che facevano comunella fra loro, l’avevano pochissimo in nota. Poi un giorno lo trovano morto. Ettecredo. E ora la seconda osservazione per la quale sfodero la mia, di veline: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.” Be’, la Sacra Famiglia, che non possiamo certo incorrere nell’eresia di qualificare disgraziata, era però felice molto a modo suo.