Letizia Muratori, SPIFFERI

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Letizia Muratori, Spifferi, La nave di Teseo 2018, € 15

 

Di Letizia Muratori e del suo più recente romanzo Animali domestici (Adelphi 2015) ho parlato qui. Con Spifferi (La nave di Teseo 2018) la scrittrice torna alla forma del racconto che, come notavo allora, pare esserle più congeniale. Lo smilzo volumetto (110 pagine in tutto) contiene sei storie un po’ speciali: storie di fantasmi (benché nelle ultime due, Miss Mucca e Ghost Crab, i fantasmi siano più che altro nominali). Durante la lettura continuava a ronzarmi in testa una frase dell’umorista francese Pierre Daninos, che parlando di una scultura moderna inserita in un complesso residenziale scrive: “qualcosa di metallico – freccia, obelisco, fallo modificato 2000 – un oggetto non identificato in inox o duralluminio che fa moderno e mostra il progresso, dal momento che non siamo più lì a chiederci, come le generazioni precedenti, che cosa rappresenta.” Ecco, leggendo questi racconti dovevo ripetermi continuamente che non siamo più lì a chiederci, come le generazioni precedenti, che cosa vuol dire. (D’altra parte proprio questa domanda me la facevo, anni fa, a proposito dell’unica cosa che ho letto di Amos Oz: una raccolta di racconti intitolata Scene dalla vita di un villaggio. Da questo punto di vista Muratori sarebbe, ci assicurano, in buona compagnia.)

Lasciamo stare che io vivo la cosa come un problema. Dobbiamo aver sfiorato una caratteristica di Muratori, se in un’intervista alla scrittrice, il suo estimatore Alcide Pierantozzi scrive: “come ogni volta che Letizia ci racconta una storia – che sia di bambole cabbage o di animali domestici – vediamo tutto nitidamente, anche se è quasi impossibile capire cosa.”

Già, perché prima ancora di chiedersi che cosa vuol dire, il lettore si trova a dover ricostruire che cosa, dove e a chi succede. Se infatti questi racconti mantengono, della struttura tradizionale, una pointe spesso riuscita, su tutto il resto – in primis protagonisti e circostanze – l’autrice mette in opera un sottile e programmatico depistaggio che si avvale, non da ultimo, di un uso molto libero della lingua, delle similitudini, delle metafore e perfino del significato delle parole. Un esempio: parlando di una cena a base di pesce, che il padrone di casa vorrebbe servita agli invitati seduti a tavola, la narratrice del racconto Questa è la rosa bulgara dice: “Spazio in teoria ce n’era, ma non riuscivo a immaginare una tavolata dura di chele e fettuccine allestita in quello che era stato il salotto di mia nonna.” L’espressione “una tavolata dura di chele e fettuccine” mi risulta molto dura da capire, anzi non la capisco proprio, devo supporre che abbia un significato benché io non lo veda affatto, perché insomma, va be’ che sono fettuccine agli scampi, ma le fettuccine non sono affatto dure, e allora cosa c’entrano? È vero che la letteratura è lì per farti scoprire rapporti inusitati fra le cose, ma nemmeno l’arte può cambiare il fatto che le fettuccine sono molli, tanto che perfino Dalì, che ha fatto gli orologi molli, le fettuccine dure non si è azzardato a farle. Quindi, di nuovo: e allora? E allora le fettuccine sono lì per caso, e questo non va bene.

Altro esempio: nel racconto Lascialo finire la narratrice, che scrive per una rivista di viaggi, sta lavorando a un articolo sul tema: israeliti nel Chianti. A questo scopo si trasferisce per un breve periodo nella tenuta di Strigliano, di proprietà della famiglia Piazza, di cui conosce il figlio Alberto, l’erede amministratore[1]. In che senso precisamente Alberto amministri l’enorme tenuta, che oltre alla villa padronale comprende numerosi casali disseminati sulle colline del Chianti, lo si capisce pian piano, da indizi e allusioni disseminati lungo il racconto; e fin qui niente di male. Però, piuttosto all’inizio, troviamo il seguente passaggio:

“Il signor Guido – il padre di Alberto – d’estate risiedeva al Poggiolo. Niente di che rispetto agli altri casali di Strigliano, banale a partire dal nome, ma in quella scelta disinvolta che concedeva il meglio agli avventori occasionali, traspariva l’impronta vera del padrone.”

Un avventore, in italiano, è un individuo che frequenta un negozio o un locale pubblico. Che fa dunque il signor Guido a Strigliano? Gestisce un bar? Naturalmente no. Il figlio Alberto, l’erede amministratore, affitta la villa padronale nonché i casali sparsi a ricche famiglie che ci vengono in vacanza. La parola “avventore” crea un’ambiguità, un depistaggio.

Di questi esempi nella raccolta ce ne sono a dozzine, come se Muratori sfiorasse l’italiano con mano leggera e cogliesse qua e là, senza tanto badare alla congruità della scelta. Come quando, a proposito dello stile di guida di un personaggio, scrive: “Anche se l’avessero rinchiusa in una scatola, era impossibile fermarla. Solo se intercettavi il suo vero interesse, Elena inchiodava. Rischiando un frontale, ti osservava incredula come se aspettasse te e nessun altro da sempre.” Ora, io vorrei sapere come si fa a rischiare un frontale inchiodando. Ci ho pensato su a lungo ma non l’ho capito.

Questo genere di perplessità, che la maggioranza dei lettori giudicherà inconsistenti e pretestuose, mi aveva quasi fatto buttare il libro appena aperto. Prima frase del primo racconto: “Quando non lo brandiva desolata, mamma ispezionava il cordless rigirandoselo nello sterno come stesse facendo harakiri.” Superata anche la difficoltà di rigirarsi qualcosa nello sterno, rimane l’altra: ispezionare quella cosa mentre la si rigira nello sterno.

Queste particolarità dello stile di Muratori possono essere messe in conto a una conoscenza difettosa dell’italiano[2], oppure le si può presumere intenzionali e finalizzate all’effetto di straniamento cui allude Pierantozzi quando dice che nelle sue storie si vede tutto nitidamente, “anche se è quasi impossibile capire cosa”. Se e in che misura la lingua terremotata di Muratori sia voluta e costituisca uno stile, e soprattutto se questo stile sia buono o cattivo, è qualcosa che non mi sento di decidere.

Ma veniamo alla prima metà della frase di Pierantozzi: “vediamo tutto nitidamente”. Per le parti migliori dei racconti questo è vero, ed è già un buon motivo per leggerli. Rimane però anche vero – e a me pare un limite, ma magari è un pregio – ciò che notavo a proposito di Animali domestici: il tutto che vediamo nitidamente è un po’ quello che vedremmo girando intorno lo sguardo: tutto quello che c’è, senza interventi di esclusione o pretese di rilevanza. Questo è particolarmente evidente nei racconti con un certo numero di personaggi (ad esempio in Lascialo finire), ognuno dei quali è trattato dalla narratrice non come un personaggio ma come una persona: interessante in sé, a prescindere dal ruolo che ha o non ha – generalmente non ha – nella narrazione. Come dicevo, è possibile che questa caratteristica della scrittura di Muratori sia un pregio: poiché nel mondo che ci circonda cose, persone ed eventi hanno smesso da tempo di distinguersi gli uni dagli altri per un qualsiasi genere di rilevanza, è giusto e auspicabile che la letteratura si adegui. Anzi se consideriamo che al mondo siamo attualmente sette miliardi di cui non frega niente a nessuno, l’amorevolezza con cui la narratrice di Muratori si occupa delle sue personae è commovente.

Personalmente però preferisco i testi in cui la dispersione a pioggia dell’eros rappresentativo è meno evidente, quelli cioè in cui l’antagonista è unico e per ciò stesso necessariamente significativo. In questo senso il migliore in assoluto dei sei racconti è secondo me Alla deriva in Antartide: in esso la figura di Pietro, unico antagonista, acquista gran parte del suo rilievo dall’opposizione strutturale alla narratrice. Questo malinconico nerd già un po’ avanti con gli anni che si adopera per vivere nel mondo a impatto zero – fino a quando vivere e impatto zero non si dimostrano mutualmente esclusivi – è un personaggio riuscito e reale proprio nella misura in cui poco di lui esonda dai limiti del personaggio nell’indefinito della persona. Cercherò di spiegarmi meglio con una citazione:

“Pietro era seduto in poltrona, strizzato in una vestaglia a scacchi. Ciondolava il piede infilato in una ciabatta di pelle affusolata che pareva rubata a un notaio morto.”

La descrizione è perfetta, vediamo tutto nitidamente; non si capisce perché Muratori senta il bisogno di continuare:

“Un notaio morto e sciacallato era un’immagine di comica tristezza che solo Pietro poteva evocare. Per la comica tristezza aveva un talento innato.”

Queste (inutili) precisazioni, che sbiadiscono l’effetto di una trovata fulminante, hanno l’unico senso di tirare Pietro fuori dal racconto, di farne qualcuno di realmente esistente  (o esistito) – come se l’esistenza fosse un nuovo genere di narratologico asso nella manica. Di gente realmente esistente, però, se ne incontra tutti i giorni. Dalla letteratura ci si aspetterebbe qualcosa in più – o almeno io mi aspetterei qualcosa in più.

Al di là delle mie osservazioni da disadattata pedante, credo però che valga la pena di leggere questi racconti. Mi spingo addirittura a consigliarli – oltretutto sono brevi, non portano via troppo tempo, e sicuramente Muratori è una scrittrice onesta. Questo al giorno d’oggi è già qualcosa.

Mi piacerebbe che qualcuno li leggesse e mi dicesse cosa ne pensa. Troverei interessante un confronto.

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[1] “Ci conoscevamo un po’, Alberto era stato un compagno di scuola di mio fratello. Un tempo, indirettamente, sapevamo tutto l’uno dell’altra. Intimità remota ma assodata, che bastava ancora a darmi fiducia: potevo scrivere l’articolo, e fare interviste.” In quattro racconti su sei la narratrice pesca nel passato suo o della famiglia. Muratori, che gioca con l’autofiction, rappresenta la narratrice come una persona che attualmente deve un po’ lottare con la vita, come tutti, e che si mostra declassata per incassare la solidarietà del lettore, ma è a suo agio con i ceti abbienti.

[2] Come quando scrive: “In compenso ai tappi di cera, che usava abitualmente, aggiunse i paraorecchie di peluche fucsia che io avevo lasciato lì alla fine degli anni Novanta”. Ovviamente “in compenso” qui non c’entra niente.